Don Piola
Fusco e l’altro
Raffaele Capparelli: GIAN CARLO FUSCO: IL GIORNALISTA
AFFABULATORE. Pacini editore,
2025 | Filippo Paganini: GIANCARLO FUSCO,
GINO PATRONI E GLI ALTRI… Il Filo
d’Arianna, 2025
“Più
o meno un barbone, senza denti, con un fil di ferro al posto della cintura dei
pantaloni.” Così Camilla Cederna descriveva Gian Carlo Fusco un irregolare, se
ce n’è uno, della nostra letteratura e di quella sua parte che si chiama
giornalismo. Per Bianciardi, un altro irregolare se
ce ne sono due, era invece “un magnifico cacciaballe”, diretto riferimento alle
qualità affabulatorie dello scrittore e alla sua capacità di reinventare la
propria vita. “La sua vera vocazione si è rivelata nel giornalismo narrativo”
osserva giustamente Raffaele Chiapparelli che ha messo insieme le testimonianze
raccolte in questo libro divise fra quelle attinenti la sua città, Spezia, e
quelle viareggine (agitatore della vita mondana con Monicelli, i principi Ruspoli, Mario Carotenuto, Gassman e tanti altri, fra i
quali un giovanissimo Fred Bongusto).
Marco
Ferrari, che incontrò Fusco una prima volta a Carrara nel 1952, per passare
anni dopo a un aperitivo al bar Peola incoraggiato da
un altro grande spezzino e genio nonsensista, Gino Patroni, eccelso
epigrammista in nulla subalterno a Flaiano (è di Patroni “una zuppa di verdure
ed è subito pera” con la parte finale che fa pure da titolo a una raccolta
curata da Paolo Albani per le edizioni Metilene) ha il merito di ricostruire le
vicende familiari dello scrittore, col padre giunto in città sottotenente della
Marina Militare e uno degli zii, Enrico Maria Fusco, professore a Bologna,
esperto di letteratura e scrittore. Più complessa e cosmopolita la famiglia
della madre, di origine ebraica e andalusa con agganci a Lerici e a Voltri.
Giovanissimo, Fusco, coi soldi ricavati sottraendo al nonno una preziosa
raccolta filatelica, seguì a Marsiglia una ballerina della quale si era
innamorato. Da questa esperienza nacque il suo capolavoro Duri a Marsiglia e forse entrò davvero in contatto con la malavita
locale e forse venne davvero ingaggiato come protettore di prostitute, e forse
è più sicuro che si guadagnò qualche soldo, prima di tornare diciottenne a
Spezia, combattendo sul ring in un paio di incontri di boxe.
Esperto
e a sua volta biografo di Fusco, è il giornalista del “Secolo XIX” Filippo
Paganini, spezzino pure lui, che alla scapigliatura della sua città ha
intitolato Giancarlo Fusco, Gino Patroni
e gli altri… (Edizioni Il Filo d’Arianna, 2025). Nel libro curato da
Capparelli ripercorre lo scintillante stile letterario di Fusco, “uno dei
grandi giornalisti del Dopoguerra. Basta rileggere, la rubrica che teneva sul ‘Giorno’,
La Colonna, i servizi da inviato per ‘l’Europeo’, le sue corrispondenze da
Venezia durante il processo per il caso Montesi o
riascoltare i programmi radiofonici di cui era animatore istrionico, per
rendersene conto. Gli articoli di Fusco sono considerati elementi di studio per
chi si avvicina alla nostra professione”.
Spezia ha ricordato Fusco e Patroni, intitolando al
primo una scalinata e al secondo una piazza. Fusco diceva dell’amico che non lo
si poteva ridurre semplicemente ai giochi di parole e come Mario Soldati
riteneva i suoi epigrammi un approssimarsi della verità (“il foraggio di
vivere”).
Se Fusco
con tutte le sue avventure non mancava di tornare al borgo natio, Patroni lo
viveva in toccante misura tanto che dopo un periodo milanese in forza come
inviato alla “rosea” gazzetta sportiva, fuggì indirizzando al direttore (e suo
ammiratore) Gianni Brera un bigliettino dove scrisse (in dialetto) che “il
posto più bello di Milano è la stazione dove si vedono i treni che partono per
Spezia”.