Wolf Bruno

le lettere dal gulag di Pavel Florenskij

La conoscenza di Pavel Florenskij in Italia la si dovette a Pietro Modesto ed Elémire Zolla che tradussero (il primo) e curarono (l'altro) nientemeno che la prima edizione mondiale (in una lingua diversa dal russo, Rusconi 1974) de La colonna e il fondamento della verità (1914). Fino ad allora, in Europa, poteva essere nota al massimo l'edizione anastatica che ne fecero, in poche copie, alcuni amici dell'autore, a Berlino, nel 1929. Florenskij era comunque un nome che circolava, sebbene in modo inadeguato, presso chi era interessato alla filosofia e alla mistica russa. Già nel 1925 si poteva leggere in Italia, a proposito de La colonna, su un libro pubblicato nelle Edizioni della Voce, Filosofi russi di Boris Jakovenko, che si trattava di "una specie di confessione speculativa-religiosa degna di essere messa accanto alle Confessioni di sant'Agostino". Qualche anno dopo l'evento editoriale propiziato da Zolla e Modesto era pubblicato, curato da Zolla, il saggio di Florenskij sull'icona (Le porte regali, Adelphi 1977). Sempre Zolla pubblicò, sulle pagine di "Conoscenza religiosa" (n.2, 1977) il simbolario. Più recentemente, nel 1990, è uscita un'interessante raccolta di suoi saggi, curata da Nicoletta Misler (La prospettiva rovesciata e altri scritti, Gangemi 1990) e non si manca oggi di dedicargli studi (come Oltre l'illusione dell'occidente di Graziano Lingua, Zalmorani editore). E' invece da poco tempo in libreria, a cura di Natalino Valentini e Lubomir Zak, Non dimenticatemi (Mondadori, 2000) una raccolta delle lettere che Florenskij inviò dal lager ai famigliari (alla madre, alla moglie, ai cinque figli).

Pavel Aleksandrovich Florenskij, figlio di un ingegnere delle ferrovie, nacque a Evlach (Azerbagian) nel 1892. All'Università di Mosca studiò fisica e matematica (seguì i corsi di N.Bugaev, il padre dello scrittore Andrej Belyj) e si interessò di filosofia al seguito di S. Trubeckoj e L. Lopatin. Successivamente si iscrisse all'Accademia di teologia (dove pure insegnò) e, nel 1911, divenne prete della Chiesa ortodossa. Professore di fisica e matematica presso gli istituti superiori, dopo la rivoluzione si dedicò alle sperimentazioni didattiche. La sua attività fu molto intensa (nel 1921 insegnò, fra l'altro, teoria della prospettiva al Vchutemas di Mosca, legato al proletkult). Nel 1918 ottenne l'incarico di creare una commissione per la salvaguardia del Monastero di S. Sergio. Lavorò inoltre, quale ingegnere, nella fabbrica Karbolit. Si occupò di teoria della relatività e dei quanti. Nel 1927 iniziò a collaborare alla redazione dell'Enciclopedia Tecnica, ma nel 1931 dovette interrompere questa ed altre attività. Il suo ultimo articolo, su la fisica al servizio della matematica comparve nel 1932. Poco dopo fu imprigionato in Siberia (naturalmente per "attività controrivoluzionaria") e poi mandato alle isole Solovki. Morì fucilato nel 1937 (altre fonti parlano del 1943). La notizia della sua morte si ebbe soltanto nel 1969.

La formazione a un tempo scientifica e teologica di Florenskij incarnava, in un certo senso, la rappresentazione di quell'idea dell'unità del mondo reale con Dio comune a Soloviev e ai suoi discepoli. Come altri di questi - che vedevano nella rivoluzione un evento mistico (al quale, pensavano in molti, avrebbe dovuto succedere il ripristino della tradizionale comunità contadina) Florenskij fu tratto in inganno dai bolscevichi. Prima ancora di finire in Siberia, fu confinato nel Turkestan. Dal momento che aveva tendenza a ricondurre le "idee moderne" (comprese, per altro, quelle artistiche) al mondo e alla sensibilità della tradizione ortodossa, divenne presto, nonostante la grande competenza scientifica, un individuo sospetto - tanto più che, si racconta, avesse l'ardire di presentarsi al lavoro in abito talare.

Il titolo del volume mondadoriano riporta la disperata invocazione di Florenskij ai figli impressa nelle lettere dal gulag. In esse l'autore non poté, a causa della censura, rivendicare integralmente il suo pensiero (era proibito, ad esempio, nominare dio), ma non cessò per questo di parlar a modo suo di scienza, letteratura, arte, musica. Soprattutto cercò di rassicurare i famigliari, ma il tono, col passar del tempo, si fece inesorabilmente amaro e cupo.

 

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