Wolf Bruno

Un passeggiatore

Maurizio Vanelli: FLÂNERIES. Passeggiate parigine. Mattioli 1885, 2024

Altri luoghi, non inseriti nei tour tradizionali, è dove Maurizio Vanelli, improbabile reincarnazione di Baudelaire, ci vorrebbe condurre a Parigi. La verità è che se penso a Parigi penso che ci sia ormai ben poco da scoprire ancorché le passeggiate possano rivelarsi ogni volta di più piacevoli e istruttive. Certamente sarà difficile poter partecipare al rito delle escargots à la Bourguignonne che si svolge ogni anno in casa del suo amico Jean Louis nel VII arrondissement, una casa del XIX secolo dalle cui finestre si possono osservare le “sontuose broderies” (rettili, vegetali, batraci) della facciata Art Nouveau del liceo Leonardo da Vinci, da far invidia a quei belgi “mangia molluschi” (ma si dice che il parigino, ma nato a Tours, Honoré de Balzac arrivasse a ingurgitare ogni volta decine di ostriche, forse un centinaio) che definiscono i francesi “mangia lumache”.  Inviti esclusivi a parte, Vanelli sa perlomeno dove trovare un buon croissant, in una Francia dove, come da noi, le colazioni del mattino sono afflitte dai prelavorati scongelati e messi nel fornetto in dotazione del bar o del bistrot. Così ci conduce soddisfatto da un giovane boulanger che sforna il miglior cornetto “per forma, brillantezza, pasta sfoglia e gusto”. 

Vanelli ad ogni modo non scorderà facilmente (“lo porterò sempre con me”, contento lui) “il gusto del foie gras d’anatra cotto con latte vanigliato, pompelmo rosa, popcorn al pepe selvatico del Madagascar; e del rombo alla griglia con carciofi conditi all’infuso di salvia e ananas” dello storico ristorante Le Grand Véfour, coi suoi stucchi, gli specchi, le dorature e i tavoli che si chiamano col nome di un grande francese, quello di Colette per quel che lo riguarda.  Colette che visse in un appartamento affacciato sul Parc del Palais Royale. E qui le colonne di Daniel Buren sembrano non destare alcuna pressione scandalosa sul gusto estetico di Vanelli che allude semplicemente a polemiche non ancora sopite. Polemiche che probabilmente gratificano il vecchio artista sessantottino ma muovono al disgusto se paragonate al colonnato classico del Palais.

Ma gusti e disgusti, si sa, non si discutono.

Sarà per questo che il nostro flaneur a un certo punto si sposta da Parigi alla Normandia, diretto al dipartimento del Calvados e lì incontra l’amico distillatore Dominique che l’istruisce sulle mele le quali per produrre “un sidro equilibrato e un calvados armonioso” come lo voleva Maigret si devono miscelare frutti dal gusto contrastante. Imparata la lezione, condita con un aneddoto risalente allo sbarco degli alleati nel 1944 (un paracadutista che finisce su un melo), fatto scorta di bottiglie, Vanelli torna a Paris per rimettersi presto in viaggio diretto a Giverny, il magico paese col giardino di Monet. Adesso, dice, saprà dove rifugiarsi quando starà troppo tempo a Parigi e preso dalla nostalgia di casa finirà col pensare al suo modesto giardino in Italia.

La prima volta a Parigi fu per Vanelli il viaggio di nozze.  Seguirono i soggiorni di perfezionamento negli ospedali pediatrici, per ricerche scientifiche, incarichi di insegnamento (è professore ordinario di pediatria oltre che giornalista) e viaggi di piacere. Sui quaderni neri Moleskine teneva un diario, o meglio, prendeva annotazioni senza indicare la data, pennellate libere che raccolte prendevano le misure dei cambiamenti sopportati dall’adorata città e dai suoi cultori, come lui dapprima intimoriti dalla demolizione delle Halles e dalla costruzione del Centre Pompidou - “un meccano che molti detrattori continuano a chiamare fabrique des tubes o raffinerie de pétrole” - ma che oggi non sanno resistere al suo richiamo tanto che ogni visita Vanelli la conclude sulla terrazza al sesto piano per pranzare da Georges “mentre lo sguardo spazia sui tetti di Parigi”.

 I presidenti francesi successivi a Pompidou ne seguirono il munifico esempio – come i “baroni” americani della gilded age – pensando di lasciare un segno con l’arte e la cultura: Giscard d’Estaing affidando a Gae Aulenti la trasformazione in museo l’eclettismo di fine Ottocento dell’ex stazione ferroviaria gare d’Orsay per raccogliere la più grande collezione di arte impressionista del mondo. Jaques Chirac, appassionato di arti non occidentali, si adoperò per la costruzione del  musée du quai Branly, all’ombra della Tour Eiffel, con migliaia di opere africane, oceaniche, asiatiche e precolombiane. “L’arte di sistemare i resti”, scriveva  Gustave Thibon, l’amico di Simone Weil e di Jacques Maritain. Sì, ma quali resti? “Le rovine dell’eternità crollata” (Il Tempo perduto, D’Ettoris editore, 2018). Ciò nondimeno “Parigi sarà sempre Parigi, la più bella città del mondo” cantava Chevalier. Basta crederci!