Alla volenterosa ed entusiasta Guardia che, davanti al municipio parigino, fieramente gli vantava il fausto esito della rivoluzione (si era nel fatidico 1848) il già vagamente blanquista Anselme Bellegarrigue replicava: “La vittoria ve l’hanno già rubata. Non avete formato un governo ?” Ritornato da un soggiorno negli Stati Uniti, dove la sua decisione per l’individualismo risultò corroborata, un suo motto recitava: L’Anarchia  è ordine, il governo è guerra civile. Presto lasciò la capitale per il Sud dove, a Tolosa, pubblicò il pamphlet Au fait ! Au fait ! Interprétation de l’Idée Démocratique. Aderì comunque ad un’associazione di Liberi Pensatori che si sciolse quando la polizia iniziò a fermarne i membri, dopodiché intraprese la redazione della rivista L’Anarchie prima di ritornarsene, sempre più disincantato, in America, latina stavolta, dove fece  perdere o confondere le tracce. Quelle che seguono sono le pagine iniziali e finali del primo numero de “L’Anarchie”.

Anselme Bellegarrigue

l’anarchie (estratto)

 

CAPITOLO  I - L’ANARCHIA, E’ L’ORDINE

Se mi preoccupassi del senso comunemente attribuito a certi termini, dal momento che un errore volgare ha fatto di anarchia il sinonimo di guerra civile, avrei orrore del titolo posto in testa a questa pubblicazione, poiché ho orrore della guerra civile.

Mi onoro e mi lusingo ad un tempo di non aver mai fatto parte di un gruppo di cospiratori né di un battaglione rivoluzionario; me ne onoro e me ne vanto, perché questo mi serve per stabilire, da una parte, di essere stato abbastanza onesto da non ingannare il popolo e, dall’altra, di essere stato abbastanza abile da non farmi ingannare dagli ambiziosi. Ho visto passare, non dirò senza emozione, ma perlomeno con grande calma, i fanatici e i ciarlatani, provando pietà per gli uni e disprezzando sovranamente gli altri. E quando, avendo educato il mio entusiasmo a ridestarsi solo nella stringente circospezione di un sillogismo, ho voluto, dopo lotte sanguinose, far la somma del benessere apportatomi da ogni cadavere, ho trovato zero come totale; ora, zero è niente.

Ho orrore del niente; perciò mi fa orrore la guerra civile.

Se ho scritto ANARCHIA sul frontespizio non è, conseguentemente, per lasciare alla parola il significato che le hanno dato, molto a torto, come spiegherò tra poco, le sette governative, ma per restituirle, al contrario, il diritto etimologico concessole dalle democrazie.

L’anarchia è il nulla dei governi. I governi, di cui siamo i pupilli, non hanno naturalmente trovato niente di meglio da fare che crescerci nel timore ed orrore riguardo al principio della loro distruzione. Ma poiché, a sua volta, il governo è il nulla degli individui o del popolo, è ragionevole che il popolo, reso accorto riguardo alle verità essenziali, riporti sul suo proprio niente tutto l’orrore dapprima avvertito per il nulla dei suoi istitutori.

L’anarchia è una vecchia parola, ma questa parola per noi esprime un’idea moderna, o meglio un interesse moderno, perché l’idea è figlia dell’interesse. La storia ha definito anarchico lo stato di un popolo in seno a cui si trovavano diversi governi in competizione, ma una cosa è lo stato di un popolo che, volendo essere governato, manca di governo proprio perché ne ha troppo, e altra cosa lo stato di un popolo che, volendo governarsi da sé, manca di governo proprio perché non ne vuole più. L’anarchia antica è stata effettivamente la guerra civile e questo non perché esprimesse l’assenza, ma piuttosto la pluralità dei governi, la competizione, la lotta delle razze governative.

La nozione moderna della verità sociale assoluta o della democrazia pura ha innescato tutta una serie di conoscenze o d’interessi che rovesciano alla radice i termini dell’equazione tradizionale. Così l’anarchia, che dal punto di vista relativo o monarchico significa guerra civile, non è altro, per la tesi assoluta o democratica, che l’espressione vera dell’ordine sociale.

Infatti:

Chi dice anarchia, dice negazione del governo;

Chi dice negazione del governo, dice affermazione del popolo;

Chi dice affermazione del popolo, dice libertà individuale;

Chi dice libertà individuale, dice sovranità di ciascuno;

Chi dice sovranità di ciascuno, dice eguaglianza;

Chi dice eguaglianza, dice solidarietà o fraternità;

Chi dice fraternità, dice ordine sociale;

Dunque chi dice anarchia, dice ordine sociale.

Al contrario:

Chi dice governo, dice negazione del popolo:

Chi dice negazione del popolo, dice affermazione dell’autorità politica;

Chi dice affermazione dell’autorità politica, dice dipendenza individuale;

Chi dice dipendenza individuale, dice supremazia di casta;

Chi dice supremazia di casta, dice disuguaglianza;

Chi dice disuguaglianza, dice antagonismo;

Chi dice antagonismo, dice guerra civile;

Dunque chi dice governo, dice guerra civile.

Non so se quanto ho appena detto sia nuovo o eccentrico, oppure spaventoso. Non lo so e nemmeno mi preoccupo di saperlo.

Ciò che so è che posso mettere liberamente in gioco i miei argomenti contro tutta la prosa del governativismo bianco e rosso passato, presente e futuro. La verità è che, su questo terreno, quello cioè di un uomo libero, estraneo all’ambizione, accanito nel suo lavoro, sdegnoso di comandare, ribelle alla sottomissione, sfido tutti gli argomenti del funzionalismo, tutti i logici dello stipendio e tutti i gazzettieri dell’imposta monarchica o repubblicana, che si chiami progressiva, proporzionale, fondiaria, capitalista, di rendita o di consumo.

Sì, l’anarchia è l’ordine; perché, il governo è la guerra civile.     

Quando il mio intelletto penetra al di là dei miserabili dettagli su cui si basa la polemica quotidiana, scopro che le guerre intestine che, in ogni tempo, hanno decimato l’umanità risalgono a quell’unica causa, vale a dire al rovesciamento o alla conservazione del governo.

Come tesi politica, scannarsi ha sempre significato consacrarsi alla permanenza o all’instaurazione di un governo. Mostratemi un luogo in cui si assassina in massa e apertamente, vi farò vedere un governo alla testa del carnaio. Se cercate di spiegarvi la guerra civile diversamente che con un governo che vuole arrivare ed un governo che non vuole andarsene, perderete il vostro tempo: non troverete niente.

Il motivo è semplice.

Stabilite un governo. Nell’istante stesso in cui è fondato il governo determina le proprie creature e, di conseguenza, i propri seguaci; e nel momento stesso in cui ha dei partigiani esso ha pure degli avversari. Ed il germe della guerra civile è fecondato da questo solo fatto, perché non potete far sì che il governo, investito di onnipotenza, agisca verso i suoi avversari come rispetto ai seguaci. Non potete far sì che i favori di cui dispone siano ripartiti equamente fra amici e nemici. Non potete evitare che quelli siano vezzeggiati e questi perseguitati. Non potete evitare che, da tale disuguaglianza, sorga presto o tardi un conflitto tra il partito dei privilegiati ed il partito degli oppressi. In altri termini, dato un governo, non potete evitare il favore che fonda il privilegio, che provoca la divisione, che crea l’antagonismo, che determina la guerra civile.

Quindi, il governo è la guerra civile.                

E se basta essere, da un lato, il sostenitore e, dall’altro, l’avversario del governo per determinare un conflitto tra cittadini; se è dimostrato che, al di fuori dell’amore o dell’odio, rivolti al governo, la guerra civile non ha alcuna ragione d’esistere, ciò significa che occorre, per stabilire la pace, che i cittadini rinuncino, da una parte, ad essere seguaci e, dall’altra, ad essere avversari del governo.

Ma smettere d’attaccare o difendere il governo per rendere impossibile la guerra civile non è nient’altro che non tenerne più conto, metterlo tra gli scarti, sopprimerlo al fine di fondare l’ordine sociale.

Ora, se sopprimere il governo è, da un lato, stabilire l’ordine, dall’altro lato, è fondare l’anarchia; perciò, l’ordine e l’anarchia sono in parallelo.

Quindi, l’anarchia è l’ordine.

Prima di passare agli sviluppi successivi, prego il lettore di premunirsi contro la cattiva impressione che su di lui potrebbe fare la forma personale che ho adottato allo scopo di facilitare il ragionamento e affrettare il pensiero. In questa esposizione, IO significa non tanto lo scrivente quanto il lettore o ascoltatore; IO è l’uomo.

 

CAPITOLO  II - LA RAGIONE COLLETTIVA TRADIZIONALE E’ UNA FINZIONE

Posta in questi termini, la questione si trova ad avere, al di là del socialismo e del caos inestricabile causatogli dai tanti capiscuola, il merito della chiarezza e della precisione. Io sono anarchico, vale a dire uomo del libero esame, ugonotto politico e sociale, io nego tutto, non affermo che me; perché la sola verità che mi sia dimostrata materialmente e moralmente, con prove sensibili, apprensibili ed intelligibili, l’unica verità vera, sorprendente, non arbitraria e non soggetta ad interpretazione, sono io. Io sono, ecco un fatto positivo; tutto il resto è astratto e cade nel regno dell’X matematico, nell’ignoto: non ho da occuparmene.

La società ha tutta la sua ragione d’essere in una vasta combinazione di interessi materiali e privati; l’interesse collettivo o di Stato, in considerazione del quale il dogma, la filosofia e la politica riuniti hanno fino ad oggi reclamato l’abnegazione integrale o parziale degli individui e del loro avere, è una finzione pura, la cui invenzione teocratica ha servito da base alla fortuna di tutti i cleri, da Aronne a Bonaparte. Questo interesse non esiste in quanto legislativamente apprendibile.

Non è mai stato vero, non sarà mai vero, non può esser vero che ci sia in terra un interesse superiore al mio, un interesse cui debba il sacrificio, anche parziale, del mio interesse, sulla terra non ci sono che uomini, io sono un uomo, il mio interesse è uguale a quello di chiunque; posso dovere solo ciò che mi è dovuto; non mi si può rendere che in proporzione a quanto io do, ma non devo niente a chi non mi dà niente; dunque, non devo niente alla ragione collettiva, ossia al governo, perché il governo non mi dà niente, e tanto meno può darmi avendo solo quel che mi prende. In ogni caso, il miglior giudice che conosca sull’opportunità dei passi che devo fare e sulla probabilità del loro successo, sono io; non ho, a tal riguardo, nessun consiglio né lezione né, soprattutto, ordine da prendere da nessuno.

Questo ragionamento è non soltanto diritto ma anche dovere d’ognuno d’applicarlo o sostenerlo. Ecco il fondamento vero, intuitivo, incontestabile ed indistruttibile del solo interesse umano di cui occorra tener conto: dell’interesse privato, della prerogativa individuale.

Voglio con questo negare assolutamente l’interesse collettivo ? No di certo. Solo che, non piacendomi parlare invano, non ne parlo. Dopo aver posto le basi dell’interesse privato, agisco verso l’interesse collettivo come devo agire di fronte alla società una volta introdottovi l’individuo. La società è la conseguenza inevitabile e forzata dell’aggregazione di individui; l’interesse collettivo è, allo stesso titolo, una deduzione provvidenziale e fatale dell’aggregazione di interessi privati. L’interesse collettivo può essere completo solo fintanto che l’interesse privato rimane intero poiché, come si intende per interesse collettivo l’interesse di tutti, basta che, nella società, l’interesse di in solo individuo sia leso perché immediatamente l’interesse collettivo non sia più l’interesse di tutti ed abbia, per conseguenza, smesso d’esistere.

E’ così vero che l’interesse collettivo è una deduzione naturale dell’interesse privato nell’ordine fatale delle cose, che la comunità mi prenderà il campo per tracciarvi una strada o mi chiederà la conservazione del bosco per migliorare l’aria solo dandomi un indennizzo. Qui è il mio interesse a governare, è il diritto individuale a pesare sul diritto collettivo; ho lo stesso interesse della comunità ad avere una strada e a respirare l’aria sana, tuttavia abbatterei gli alberi e mi terrei il campo se la comunità non mi indennizzasse, ma poiché è suo interesse indennizzarmi, il mio è di cedere. Così è l’interesse collettivo che risulta dalla natura delle cose.

Ve n’è un altro accidentale ed anormale: la guerra, che sfugge alla legge, fa la legge a modo suo; non dobbiamo occuparcene più di quello permanente. Ma quando chiamate interesse collettivo ciò in virtù del quale mi chiudete la fabbrica, mi proibite l’esercizio di un’industria,  mi confiscate un giornale o un libro, violate la mia libertà, mi proibite di essere avvocato o medico grazie ai miei studi privati e alla clientela, m’intimate l’ordine di non vendere questo, di non comprare quello; quando infine chiamate interesse collettivo ciò che invocate per impedirmi di guadagnarmi la vita alla luce del sole, nella maniera che preferisco e sotto gli occhi di tutti, io dichiaro di non comprendervi  o, meglio, di comprendervi anche troppo.

Per salvaguardare l’interesse collettivo, si condanna un uomo che ha guarito un suo simile illegalmente – è male far del bene illegalmente-; col pretesto che non ne ha i gradi, si impedisce ad un uomo di difendere la causa di un cittadino (sovrano) che in lui ha riposto fiducia; si arresta uno scrittore; si rovina uno stampatore; si incarcera un ambulante; si traduce in corte d’assise un uomo che ha lanciato un grido o si è pigliato una scuffia. Che ne ricavo da tutte queste disavventure ? Che ne guadagnate voi ? Corro dai Pirenei alla Mancia e dall’Oceano alle Alpi, e chiedo ad ognuno dei trentasei milioni di Francesi quale profitto abbiano tratto da tante stupide crudeltà esercitate in loro nome su sventurati le cui famiglie gemono, i cui creditori s’inquietano, i cui affari rovinano e che si suicideranno forse per disperazione o diverranno criminali rabbiosi  una volta sfuggiti ai rigori che gli si fa subire. E, a questa domanda, nessuno sa ciò che ho voluto dire, ognuno declina la propria responsabilità per quanto avviene; l’infelicità delle vittime non ha fruttato nulla a nessuno: lacrime sono state versate, interessi sono stati lesi in pura perdita. Eh, questa selvaggia mostruosità voi la chiamate interesse collettivo! Affermo, per parte mia, che se questo interesse collettivo non fosse un vergognoso errore, lo chiamerei il più vile dei furti.

Ma lasciamo perdere questa furiosa e sanguinosa finzione e diciamo che, poiché il solo modo di curare l’interesse collettivo consiste nel salvaguardare gli interessi privati, resta dimostrato e ampiamente provato che la cosa più importante, in materia sociale ed economica, è di liberare, innanzitutto, l’interesse privato. Dunque ho ragione di dire che la sola verità sociale è la verità naturale, è l’individuo, sono io.                

                                                                            

CAPITOLO  III - IL DOGMA INDIVIDUALISTA E’ IL SOLO DOGMA FRATERNO

Che non mi si parli di rivelazione, di tradizione, di filosofia cinese, fenicia, egiziana, ebraica, greca, romana, tedesca o francese; al di fuori della mia fede o della mia religione di cui non devo dar conto a nessuno, non so che farmene delle divagazioni degli antenati; non ho antenati ! Per me, la creazione del mondo data dal giorno della mia nascita; per me, la fine del mondo si compirà il giorno che restituirò alla massa elementare l’apparato e il respiro che costituiscono la mia individualità. Sono il primo uomo, sarò l’ultimo. La mia storia è il riassunto completo della storia dell’umanità; non ne conosco, non voglio conoscerne altra. Quando soffro, che bene me ne viene dai piaceri degli altri ? Quando godo io, che ricavano dai miei piaceri coloro che soffrono ? Che m’importa di quel che si è fatto prima di me ? In cosa sono toccato da ciò che si farà dopo di me ? Non devo servire né da olocausto in confronto alle generazioni estinte, né da esempio per la posterità. Mi ritiro nel circolo della mia esistenza, ed il solo problema da risolvere è quello del mio benessere. Non ho che una dottrina, questa dottrina ha una sola formula, questa formula non ha che una parola: GODERE !

Giusto chi lo confessa; impostore chi lo nega.

Questo è un individualismo crudo, un egoismo nativo, non lo nego, lo confesso, lo constato, me ne vanto ! Indicatemi, per interrogarlo, chi potrebbe lagnarsene e rimproverarmi. Vi procura qualche danno il mio egoismo ? Se dite no, non avete niente da obiettare, poiché sono libero in tutto quanto non possa nuocervi. Se dite sì, siete un briccone, perché essendo il mio egoismo solo una semplice appropriazione di me ad opera di me stesso, un appello alla mia identità, un’affermazione come individuo, una protesta contro ogni supremazia, se vi sentite leso dall’atto consistente nella mia propria presa di possesso, dalla conservazione da me operata sulla mia persona, vale a dire dalla meno contestabile delle mie proprietà, voi confessate che io vi appartengo o perlomeno che avete delle mire su di me; siete un proprietario d’uomini affermato o in via di affermazione, un accaparratore, un agognatore dell’altrui bene, un furbetto.

Non c’è via di mezzo: o è l’egoismo ad essere di diritto, oppure c’è furto; o bisogna che io mi appartenga, oppure occorre che io cada in possesso di qualcuno. Non si può dire che rinunci a me stesso a profitto di tutti, poiché dovendo tutti rinunciare come me, nessuno vincerebbe, in questo gioco stupido, nient’altro che il già perduto, e rimarrebbe di conseguenza in pari, vale a dire senza profitto, il che renderebbe tale rinuncia assurda. Dal momento dunque che l’abnegazione di tutti non può essere di vantaggio per tutti, deve necessariamente profittare ad alcuni; questi pochi sono allora i possessori di tutti, e sono probabilmente quelli che si lamenteranno del mio egoismo.

Ebbene, incassino allora i valori che ho sottoscritto in loro onore.

Ogni uomo è un egoista; chiunque smetta di esserlo è una cosa. Chi pretenda che non bisogna esserlo è un baro.

Ah sì, capisco. Il termine non suona bene; l’avete fino ad ora applicato a chi non si contentava del suo proprio bene, a chi attirava a sé il bene altrui; ma queste persone sono nell’ordine umano, siete voi a non esserci. Lamentandovi della loro rapacità, sapete quel che fate ? Constatate la vostra imbecillità. Fin ad oggi avete creduto che ci fossero dei tiranni ! Bene, vi siete ingannati, non ci sono che schiavi: laddove nessuno obbedisce, nessuno comanda.

Ascoltate bene: il dogma della rassegnazione, dell’abnegazione, della rinuncia di sé è stato predicato alle popolazioni.

Che ne è risultato ?

Il papato e la regalità per grazia di Dio, e quindi le caste episcopali e monacali, principesche e nobiliari.

Oh ! il popolo si è rassegnato, si è annichilito, da lungo tempo ha rinunciato ha sé stesso.

Era un bene ?

Che ve ne sembra ?

Certo, il maggior piacere che possiate fare ai vescovi un po’ sconcertati, alle assemblee che hanno sostituito i re, ai ministri che hanno rimpiazzato i principi, ai prefetti che hanno dato il cambio ai duchi gran vassalli, ai sottoprefetti che hanno surrogato i baroni piccoli vassalli, e a tutta la sequela dei funzionari subalterni che fanno le veci di cavalieri, vicedomini e nobilucci della feudalità; il più gran piacere, dicevo, che possiate fare a tutta questa nobiltà budgetaria, è di ritornare al più presto al dogma tradizionale della rassegnazione, dell’abnegazione e della rinuncia a voi stessi.

Vi troverete un bel po’ di protettori che vi consiglieranno il disprezzo delle ricchezze a rischio di sbarazzarvene; troverete parecchi devoti che, per salvarvi l’anima, vi predicheranno la continenza, salvo trarre dall’imbarazzo le vostre donne, figlie o sorelle. Non ci mancano, grazie a Dio,  amici devoti che per noi si dannerebbero se ci decidessimo ad ottenere il cielo seguendo il vecchio cammino della beatitudine, da cui cortesemente si allontanano al fine, senza dubbio, di non sbarrarci il passaggio.

Perché tutti questi continuatori dell’antica ipocrisia non si sentono più a loro agio sui trespoli preparati dai predecessori ?

Perché ?

Perché l’abnegazione dilegua e l’individualismo cresce; perché l’uomo si scopre abbastanza bello da osar gettare la maschera e mostrarsi com’è.

L’abnegazione è schiavitù, avvilimento, abiezione; è il re, è il governo, è la tirannia, è la lotta, è la guerra civile.

L’individualismo, al contrario, è l’affrancamento, la grandezza, la nobiltà; è l’uomo, è il popolo, è la libertà, è la fraternità, è l’ordine. (…)                                                                                          

 

CAPITOLO XI - IL DIRITTO DI PRIMOGENITURA E LE LENTICCHIE DEL POPOLO FRANCESE

E non crediate, borghesi ingannati, gentiluomini rovinati, proletari immolati, non crediate che quanto è accaduto avrebbe potuto non succedere se voi aveste nominato Pierre invece di Paul, se i vostri suffragi fossero andati a Jacques invece che a François. In qualsiasi maniera votiate, vi arrendete, e chiunque sia il trionfatore, il suo successo vi travolge. Tanto all’uno che all’altro dovrete domandare tutto; perciò non avrete più nulla!

D’altra parte afferrate bene –non è scienza, è pura e semplice verità- : se il male venisse soltanto dai reazionari, se i rivoluzionari potessero far la vostra fortuna, sareste ricchissimi; perché tutti i governi, da Robespierre e Marat buonanime, sono stati dei rivoluzionari;  la stessa assemblea che avete sotto gli occhi, si compone di rivoluzionari. Nessuno è stato più rivoluzionario di Thiers, fabbriciere di Notre Dame de Lorette, Montalembert ha pronunciato, sulla libertà assoluta, discorsi tali che nessuno potrebbe far meglio, Berryer ha cospirato dal 1830 al 1848, Bonaparte ha fatto la rivoluzione per iscritto, a parole e con azioni; non parlo della Montagna, cenacolo che ha avuto in mano, per più mesi, i mezzi governativi per coprirvi con una rugiada d’opulenza. Tutti gli uomini hanno fatto la rivoluzione finché non hanno fatto il governo; e, pure, tutti gli uomini, una volta fatto il governo, hanno represso la rivoluzione. Perfino io che vi parlo, se un giorno pensaste di portarmi al governo e se, in un momento d’oblio o di vertigine, invece di provare pietà o disprezzo per la vostra stupidità, accettassi il titolo di ricettatore del furto da voi perpetrato su voi stessi, giuro su Dio che ve ne farei vedere delle belle ! Non vi bastano le esperienze passate ? Siete proprio incontentabili.

Ultimamente avete eletto un governo bianco il cui unico oggetto – e non potreste biasimarlo- è di sbarazzarsi dei rossi. Se fate un governo rosso, il suo unico oggetto –e sarebbe divertente che lo trovaste cattivo- sarà di sbarazzarsi dei bianchi. Ma i bianchi si vendicano dei rossi ed i rossi dei bianchi solo a colpi di leggi proibitive ed oppressive; ora, su chi pesano tali leggi ? Su chi non è né rosso, né bianco, o è, a sue spese, ora rosso, ora bianco, sulla moltitudine che non centra, tanto che il popolo è tutto ammaccato per le mazzate che i partiti si danno sulle sue spalle.

Non critico il governo; è stato fatto per governare, governa, usa il suo diritto e, qualunque cosa faccia, affermo che fa il proprio dovere. Il voto, dandogli la forza, gli ha detto: Il popolo è perverso, a voi la rettitudine; trascende, a voi la moderazione; è stupido, a voi l’intelligenza. Il voto, che ha detto questo alla maggioranza attuale, al presidente di adesso, lo dirà pure (perché non può dire nulla di più e nulla di meno) ad una maggioranza qualsiasi, ad un presidente qualunque. Quindi, con il voto, comunque vada, il popolo si mette, anima e corpo, alla mercé di suoi eletti perché usino ed abusino della sua libertà e della sua fortuna; nessuno avendo avanzato riserve, l’autorità non ha limiti.

La probità, si dice, la discrezione ! l’onore in fumo ! Fate del sentimentalismo quando bisogna fare dell’aritmetica; se ponete i vostri interessi sulle coscienze, investite a fondo perduto, la coscienza è attrezzo a valvola.

Riflettete un momento su quel che fate. Vi accalcate intorno ad un uomo come intorno ad una reliquia; gli baciate l’orlo della giacca; lo acclamate fino a stordirlo; lo caricate di omaggi; gli riempite d’oro le tasche; vi private, a suo profitto, delle vostre ricchezze; gli dite: Siate libero al di sopra dei liberi, opulento al di sopra degli opulenti, forte al di sopra dei forti, giusto al di sopra dei giusti, e solo dopo pensate di controllare l’uso che egli fa dei vostri regali ? Vi permettete di criticare questo, di disapprovare quello, di valutarne le spese e chiedergli dei rendiconti ? Quali conti volete che vi renda ? Avete la fattura di quel che gli avete consegnato ? La vostra contabilità è in difetto ? Ebbene ! Non avete titoli contro di lui; la distinta che vorreste presentargli non sta in piedi; nulla vi è dovuto !

Adesso piangete, strepitate, minacciate, è fatica sprecata; il vostro obbligato è vostro signore: chinatevi e sopportate.

Nei testi biblici è detto che Esaù vendette il suo diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie. I Francesi fanno di meglio, cedono il loro diritto di primogenitura assieme alle lenticchie.

 

CAPITOLO  XII - CIO’ CHE FA NASCERE NON E’ CIO’ CHE FA VIVERE I GOVERNI

Ripeterò qui che non contesto il diritto ; quel che contesto, come cosa inopportuna, è l’uso attuale del diritto. Dico che prima di far uso del diritto acquisito di nominare delegati, importa che io cominci col far atto di sovranità, col dispormi materialmente nei fatti, col rendermi conto di quanto devo personalmente fare e di quanto rientra fra le attribuzioni dei delegati. Debbo, in una parola, costituire me stesso prima di fondare dell’altro. Le istituzioni non debbono essere fatte dalle leggi, sono esse, al contrario, a dovere istituire le leggi. Dapprima m’istituisco, poi farò le leggi.

Non bisogna perdere di vista che la teoria del diritto divino, da cui deriviamo in linea diretta, procede da una pretesa anteriorità del governo rispetto Popolo. Tutta la nostra storia, tutta la nostra legislazione, sono fondate su questa monumentale assurdità, vale a dire che il governo precede il Popolo, che il Popolo è una deduzione del governo; che c’è stato o che abbia potuto darsi un governo anteriormente all’esistenza di un qualche popolo. Questo è ammesso: gli annali sono scolpiti in questa bassezza dell’intelligenza umana. Finché, dunque, durerà il governo, la nozione della sua anteriorità permarrà intatta, il diritto divino si perpetuerà fra noi e il popolo, il cui suffragio è messo al posto del rito antico, non sarà , qualunque nome assuma, mai altro che un suddito.

Il passaggio dalla teocrazia alla democrazia non può, in alcun caso, avvenire con l’esercizio del diritto elettorale, poiché questo esercizio ha come obbiettivo speciale di impedire al governo di perire, cioè di mantenere se non ravvivare il principio dell’anteriorità governativa. Occorre, per passare da un regime all’altro, determinare una soluzione di continuità nella catena della delega. Bisogna, poiché essa è fatalmente spinta verso il rispetto della tradizione teocratica, sospendere la delega e riprenderla solo dopo avere introdotto nei fatti sociali l’esercizio regolare del governo di sé stessi, del self-government. Soltanto dopo aver fatto atto di proprietà debbo razionalmente istituire un gerente sul mio dominio; se ve lo ponessi prima d’aver mostrato i miei titoli, egli rifiuterebbe di riconoscermi ed avrebbe ragione.

Ma ecco che sento dire: L’unanimità è, su ogni questione come in ogni paese, irrealizzabile. Tuttavia, provenendo ogni governo dal voto, per impedire ad un governo di nascere, non ci vorrebbe meno dell’astensione unanime; perché, supponendo che nove milioni d’elettori su dieci si astenessero, resterebbe sempre un milione di votanti per fare un governo, a cui l’intera nazione sarebbe costretta ad obbedire; ora, ci sarà sempre in Francia un milione, almeno, d’individui che avranno interesse a costituire un governo; dunque la proposta è assurda.  

Io rispondo:

Non è neppure necessario trovare un milione di uomini per fare un governo; centomila, diecimila, cinquecento, cento, cinque individui possono farlo, un cittadino da solo può costituirlo. Da solo, Lafayette, nel 1830, fece re Luigi-Filippo; e nei 18 anni che seguirono l’atto il potere parlamentare è proceduto, in un paese di 35 milioni d’anime, col semplice concorso di 200 mila censuari. Che importa quanto sia ristretto il numero dei cittadini che concorrono a fare un governo ! Quel che tengo a constatare qui, è che nessun governo potrebbe vivere contro il volere delle maggioranze nazionali.

La filosofia e, dopo essa, una scuola anche più certa, la scuola dell’esperienza e dei fatti, hanno dimostrato, in maniera inconfutabile, che la ragione intima dell’esistenza dei governi stava non nel concorso materiale o elettorale dei cittadini di un paese ma nella fede pubblica o nell’interesse, perché fede ed interesse sono una sola e identica cosa.

Il governo che in questo momento si sta installando è dovuto agli svaghi elettorali di sette o otto milioni di cittadini obbedienti che hanno perduto ognuno, col miglior garbo del mondo, due o tre giornate lavorative, per non lasciarsi sfuggire l’occasione di consegnarsi, corpo e beni, a uomini che non conoscevano, ma cui hanno assicurato cinque monete da cinque franchi per far conoscenza. Vi pare che l’Assemblea legislativa e Bonaparte siano fondati più stabilmente di quanto lo furono sia la Camera dei Deputati del 1847, creata da duecentomila censuari solamente, sia Luigi-Filippo creato da un solo uomo ? Ditemi se pensate che un governo scelto da un milione, o meno, d’individui potrebbe essere più meschino, meno popolare, più indeciso di quello cui hanno dato vita  otto milioni d’individui. Evidentemente non lo pensate.  Non c’è uomo qui - e quando dico uomo intendo dire il contrario di funzionario- che non abbia visto i suoi interessi o la propria fede colpiti dai regimi susseguitisi dal 1848; non c’è, conseguentemente, uomo che possa felicitarsi per il risultato del proprio voto e che possa credere che una cosa peggiore di quella esistente possa derivare dalla sua astensione. Siete dunque costretti a confessare di avere, per un certo verso, perso il vostro tempo; e, a meno che non rientri nelle vostre speculazioni –speculazioni, invero, ben strane- di perdere sempre il vostro tempo. Ritengo che dobbiate essere pronti a sacrificare lo scrutinio a realtà più nutrienti. E’ già una cattiva posta per il potere, il vostro scontento, ma se non avesse la vostra scheda per farsi coraggio, sarebbe ben debole, e dubito che potrebbe giocare le sue carte.

Non è perciò l’unanimità nell’astensione quel che interessa ottenere;  allo stesso modo che l’unanimità nel voto non è necessaria per formare il governo; l’unanimità nell’inerzia non potrebbe essere la condizione essenziale per l’acquisizione dell’ordine anarchico la cui realizzazione rientra nell’interesse e, di conseguenza, nell’onore di ogni Francese.  Ci saranno sempre abbastanza funzionari, avventizi e aspiranti; ci saranno sempre abbastanza rentiers di Stato e pensionati del Tesoro per costituire un personale elettorale, ma il numero dei Cinesi che vogliono ad ogni costo pagare tutti questi mandarini si riduce di giorno in giorno, e se ne restano ancora diciannove, da qui a due anni, dichiaro che non sarà per mia colpa.

D’altra parte –per dirla tutta- cosa intendete con suffragio universale ?

Arriva un giornale che dice: Bisogna eleggere il cittadino Gouvenard.

Poi se ne presenta un altro che obbietta: No, occorre eleggere il cittadino Guidane.

Non ascoltate il mio avversario, replica il primo giornale, il cittadino Gouvenard è l’unico candidato necessario, e per questi motivi, ecc.

Attenti a prestar fede a quanto afferma il mio antagonista, replica il secondo giornale, l’unica possibilità è il cittadino Guidane, e per questa ragione, ecc.

In questo frattempo appare nella lizza, dopo essersi fin lì ringalluzzito in un’olimpica riserva, un terzo giornale, il mastodonte della specie, che pronuncia dottoralmente questa sentenza: bisogna scegliere Gouvenard.

E si nomina Gouvenard.

E voi dite che il popolo fa l’elezione ? Chiederò ai vostri bussolotti e alle vostre palline il permesso di ritenere poco esatto questo modo d’esprimersi.

Ciò sia detto per regolare i miei conti con la forma dovuta e senza compromettere le mie riserve quanto al contenuto.

Ma conosco repubblicani, o cittadini presunti tali, i quali temono soprattutto che, non votando, il popolo permetta alla monarchia di risollevarsi. Sono certo dei grandi repubblicani che hanno reso, a quanto dicono, notevoli servigi, servigi di cui affermo che, né io né voi, abbiamo visto l’ombra, sia in moneta, sia in libertà, sia in dignità, sia in onore. In lingua volgare, lingua che è la mia, la paura mostrata da questi repubblicani esprime l’afflizione che causerebbe loro l’impossibilità della loro elevazione personale. Forse defloro un poco il patriottismo, ma, che volete, non sono nato poeta, e nella matematica della storia ho trovato che, senza questi repubblicani, il trono sarebbe morto e sepolto da sessanta anni; che senza questi repubblicani, che hanno reso alla monarchia il servizio espresso di risollevare l’autorità ogni volta che il popolo ha voluto darle una spallata, da molto tempo i Francesi, me incluso, sarebbero liberi. I monarchici, credetemi, non andranno molto lontano il giorno che questi repubblicani ci useranno l’estrema cortesia di non tenere in vita lo spirito monarchico. I monarchici, vi assicuro, si fermeranno non appena, invece di lasciar loro semplicemente la maggioranza, abbandoneremo loro il l’intero campo elettorale.

Ciò che dico sembra strano, nevvero ? In effetti lo è; ma pure la situazione è strana, e non sono di quelli che vestono le situazioni nuove con i vecchi cenci che da mezzo secolo ingombrano le soffitte del giornalismo rivoluzionario.

 

CAPITOLO  XIII - SMASCHERARE LA POLITICA E’ UCCIDERLA

Mi spiego e, a costo di ripetermi, porrò la domanda:

Cosa dice l’elettore ponendo la scheda nell’urna ? Con questo gesto l’elettore dice al candidato: vi do la mia libertà senza riserve o restrizioni; metto a vostra disposizione, consegno alla vostra discrezione la mia intelligenza, i miei strumenti d’azione, il mio capitale, i miei introiti, la mia attività, tutta la mia fortuna; vi cedo i miei diritti e la mia sovranità. Sussidiariamente, resta inteso che la libertà, l’intelligenza, le forze, il capitale, i redditi, l’industria, la fortuna, i diritti, la sovranità dei miei figli, dei parenti, dei concittadini, tanto attivi che passivi, cadono, con tutto quel che vi trasmetto di mia scelta, nelle vostre mani. Il tutto vi è consegnato affinché ne facciate l’uso che vi parrà meglio a mia guarentigia, secondo il vostro umore.   

Questo è il contratto elettorale. Argomentate, dibattete, discutete, interpretate, girate, rigirate, poetizzate, sentimentalizzate, non cambierete nulla. Così è il contratto. E’ identico per ogni candidato; repubblicano o monarchico, l’uomo che si fa eleggere è mio signore, io sono una sua cosa; tutti i Francesi sono cosa sua.

Resta dunque inteso che l’elettorato consacra e l’alienazione di quanto è suo, e l’alienazione di quanto appartiene agli altri; è evidente, allora, che il voto è, da un lato, un inganno e, dall’altro, un’indelicatezza, diciamola tutta, una spoliazione.

Il voto non sarebbe altro che inganno universale Se tutti i cittadini fossero elettori, e Se tutti gli elettori votassero; perché, in tal caso, sarebbero in pari, gli uni verso gli altri, per tutto quanto avrebbero perso ad opera di ciascuno, ma che un solo elettore s’astenga o ne sia impedito, e la spoliazione comincia. Che su nove o dieci milioni d’elettori, tre milioni si astengano –numero oggi raggiunto- e gli spogliati formano già una minoranza abbastanza rilevante da tenerne conto. L’antica nozione di probità nel potere è intaccata e notate come la decadenza del potere sia proporzionale alla rovina di questa nozione.

Supponete che metà degli elettori iscritti resti in disparte, la situazione diventa grave per i votanti e, per il governo da essi formato, lo scetticismo politico di una metà del corpo sociale deve evidentemente imbarazzare le antiche credenze dell’altra metà. E se consideriamo che sarà proprio dalla parte dell’inerzia calcolata, motivata, meditata che si troverà l’intelligenza o la libertà, che son tutt’uno, mentre dalla parte del voto ci saranno solo l’istinto gregario e tradizionale, l’ignoranza o l’abnegazione, il che è lo stesso, ci si farà facilmente un’idea della prostrazione che, in tal stato di cose, deve vincere il vecchio sistema governativo. Questo momento lo abbiamo raggiunto proprio adesso: poiché, se quattro milioni d’elettori non si sono ancora astenuti, non è che debbano rallegrarsi per aver votato. Ora, ogni pentimento implica la confessione di una colpa.

Adesso forziamo l’ipotesi. Supponiamo che tutti gli avversari della monarchia, convertiti alla nozione moderna secondo cui il potere non può essere onesto, disertino lo scrutinio motivando la propria diserzione con l’incontestabile verità che il voto è ad un tempo imbroglio e spoliazione, e, immediatamente, i monarchici non avranno più complici; all’infuori di essi, non troverete che uomini lesi scientemente. Una volta che l’elettorato si associ al misfatto mediante illuminazione dello spirito pubblico, tale misfatto gli tocca direttamente e interamente: i ladroni sono noti. O meglio, per rendere omaggio al senso comune, diciamo che non ci sono più ladroni; perché, non appena la questione è ridotta ai suoi termini severi, ma semplici e soprattutto veri, non appena la politica, scesa dalle sue antiche e ciarlatanesche altezze, è restituita ai misfatti di cui è sempre stata il genio travestito, ma reale, la finzione governativa scompare e la realtà umana si libera da tutti i malintesi che hanno, fino ad oggi, generato la lotta e i deplorevoli eventi che ne sono seguiti.

Ecco la rivoluzione, ecco il rovesciamento calmo, saggio, razionale della nozione tradizionale ! Ecco la sostituzione democratica dell’individuo allo Stato, degli interessi all’idea. Nessuna perturbazione, nessuna scossa riuscirebbero a prodursi in questo maestoso squarcio della nube storica; il sole della libertà si mostra senza tempeste e ciascuno, prendendo la sua parte dei generosi raggi, si muove ormai in pieno giorno, intento a cercare nella società il posto che più conviene alle sue capacità e al suo genio.

Per essere libero, come vedete, non c’è che da volerlo. La libertà, che ci hanno stupidamente insegnato ad aspettare come un regalo degli uomini, la libertà è in noi, la libertà siamo noi. Non è né con fucili, né con barricate, né con agitazioni, né con rinunce, né con club, né con scrutini che occorre procedere per raggiungerla, poiché tutto ciò è soltanto spudoratezza. Ora, la libertà è onesta e non la si ottiene che mediante riserbo, serenità e decenza.

Quando chiedete la libertà al governo, l’ingenuità della vostra richiesta gli rende subito noto che non avete alcuna nozione del vostro diritto; la vostra petizione è cosa da subalterno, voi confessate la vostra inferiorità; constatate la sua supremazia ed il governo approfitta della vostra ignoranza, comportandosi verso di voi come ci si deve comportare verso i ciechi, perché siete ciechi.

Coloro che ogni giorno, sui loro giornali, a vostro nome chiedono immunità al governo fanno –lasciandovi credere di combatterlo e indebolirlo- la forza e la fortuna del governo, forza e fortuna ch’essi vogliono conservare, poiché vogliosi di raggiungerli un giorno, col vostro concorso, popolo ingannato, abusato, beffato, derubato, diretto, raggirato, aggiogato, gravato, fustigato da intriganti e cretini che vi fanno ingobbire blandendovi, corteggiandovi come una potenza, sovraccaricandovi di pompose etichette come un re di vaudeville ed esponendovi così, Principe delle celle e delle carceri, monarca a servizio, sovrano della miseria, al  generale ludibrio !

Per parte mia, non ho di che lusingarvi; perché non voglio nulla prendervi, neanche la parte che a me tocca delle vostre miserie e vergogne. Ma ho da chiedervi, a voi, sentitemi bene, e non al governo, che non conosco né voglio conoscere, ho da chiedervi la mia libertà che avete impacchettato, quando ne faceste dono, con la vostra. Non è a titolo oneroso che ve la richiedo, poiché, affinché io sia libero, bisogna che voi lo siate. Sappiate esserlo ! Per questo, si tratta di non innalzare più nessuno sopra di voi. Separatevi dalla politica che divora i popoli ed applicate la vostra attività agli affari che li nutrono e arricchiscono. Ricordate che ricchezza e libertà sono solidali come lo sono servitù ed indigenza. Volgete le spalle al governo e ai partiti che non ne sono che i caudatari. Il disprezzo uccide i governi, perché la lotta sola li fa vivere. Siate finalmente il sovrano che non discute con la gente e ridetevela delle manovre ridicole del monarchismo bianco e del governativismo rosso. Nessuno ostacolo potrebbe resistere alla  manifestazione calma e progressiva dei vostri bisogni ed interessi.

Finché il sire di Tillac ignorò chi fosse, dice una leggenda guascone, l’intendente lo trattò rudemente; ma quando donna Giovanna, la nutrice, gli fece conoscere e titoli e prerogative, le persone del castello, intendente in testa, vennero ad umiliarsi ai suoi piedi.

Che il popolo mostri ai suoi intendenti di non ignorarsi più; che cessi di mischiarsi alle liti d’anticamera, ed i suoi intendenti faranno silenzio, assumendo di fronte a lui l’atteggiamento rispettoso. Tocca a lui essere libero, lo deve al mondo che aspetta, lo deve al figlio che nascerà.

La politica nuova è nella riserva, nell’astensione, nell’inerzia civica e nell’attività industriale, in altri termini, nella negazione stessa della politica. Svilupperò in seguito più ampiamente queste posizioni. Mi basti dire oggi che se i repubblicani non avessero votato alle ultime elezioni generali, non ci sarebbe stata opposizione nell’Assemblea, e se non ci fosse stata opposizione nell’Assemblea, non ci sarebbe stata, in verità, nessuna Assemblea. Ci sarebbe stata solo una gazzarra tra legittimisti, orleanisti, bonapartisti che si sarebbero rovinati gli uni con gli altri  a forza di scandali e,  tutti e tre, sarebbero già caduti, nel momento in cui scrivo, sotto i fischi esilaranti della libertà.

(a cura di J.M.)