Massimo Bacigalupo

Maffi. Tamigi, il fiume laborioso

Americanista milanese, studioso della letteratura dell’impegno da Jack London a Abraham Cahan,  Mario Maffi ha scritto libri su New York e Londra, percorrendole nello spazio e nel tempo, e ha viaggiato lungo il mitico Mississippi (Il grande fiume, viaggio alle fonti dell’America, 2004). Ora compie un tragitto più breve nello spazio ma vastissimo per le suggestioni storiche e culturali con Tamigi. Storie di fiume (Il Saggiatore, pp. 284, € 18,50). E’ un volume molto denso ma non lunghissimo, corredato di cartine, poche e ben scelte illustrazioni e un indice di nomi e luoghi che lo rende utile per un viaggiatore curioso, che si imbatterà in due capitali della cultura e del potere, Oxford e Londra, insieme a luoghi dai nomi che dicono poco, e su cui possiamo addirittura fare scoperte personali. Come filo narrativo Maffi presenta se stesso nell’atto di viaggiare, di fermarsi in un luogo, chiedere informazioni, delibare in un pub l’immancabile pinta e fish and chips. Ma la sua è una narrazione sobria, senza tentazioni letterarie, un modo efficace di mettere insieme una grande quantità di informazioni che rischierebbero di disorientare. Maffi ha cercato di scrivere un libro che ci può accompagnare in un viaggio sia reale che ideale, e tutto sommato è riuscito nell’intento.

     Nel capitolo iniziale sulla “memoria dell’acqua” cominciamo a sentire le voci che ci accompagneranno lungo tutta il percorso, da Spenser a Dickens a Eliot, ai minori Jerome K. Jerome e William Morris, che Maffi probabilmente ama di più per il loro carattere popolare e (nel caso di Morris) per il loro socialismo. Dopo questa prima carrellata il viaggio comincia come di dovere alle sorgenti da qualche parte nel centro dell’isola, e Maffi si aggira invano fra boschetti cercando di identificarle, e prosegue (“Come scorre il Tamigi”) lungo ameni paesetti costellati da chiuse. In uno di essi, Lechlade, è approdata anche una statua del Padre Tamigi, giacente, con una vanga anziché un tridente e balle di lana ai piedi: il Tamigi è, ammonisce Maffi, un fiume laborioso, un “working river”. Anche se poi ne ricordiamo volentieri immagini idilliche, come i corsi di acqua di Oxford su cui Lewis Carroll intrattenne la piccola Alice, o il fiume del delizioso romanzo Il vento fra i salici di Kenneth Grahame, dove Topo, Lontra, Rospo e altri signori conducono una vita fluviale di grande intensità e umoristica poeticità. O ancora le pitture oniriche di Stanley Spencer, un artista di primo Novecento che merita di essere meglio conosciuto fuori Inghilterra: in Tamigi è riprodotto Swan Upping at Cookham (1919), un quadro della Tate che mostra in maniera stilizzata e ieratica il rito di segnare i cigni con un anello alla zampa perché per antica tradizione quelli non segnati appartengono alla Corona, altri a varie corporazioni. Spencer ha la capacità di trasformare il motivo realistico in decorazione, continuando in qualche modo i Preraffaelliti e Morris, e questa potrebbe essere una chiave per opere letterarie molto inglesi come appunto Alice e Il vento fra i salici.

    Su Oxford Maffi sorvola, forse non gli piacciono le common room accademiche e quei giardini dei college che sono un sogno. Sarebbe stato divertente ricordare il suicidio collettivo nella Isis/Tamigi degli studenti oxfordiani pazzamente innamorati di Zuleika Dobson, la bella avventuriera di Max Beerbohm nel romanzo omonimo recentemente riproposto da Baldini Castoldi Dalai e da sempre una chicca per anglomani raffinati, da Cecchi a Praz ad Almansi. Maffi è ben diverso da questa genia di anglisti, e per certi versi è un vantaggio. Passa poco tempo ad atteggiarsi da inglese, la sua è soprattutto un’Inghilterra rude e proletaria, quella scoperta da Marx ed Engels, e ha divertenti espressioni di raccapriccio davanti ai monumenti del “thatcherismo-blairismo” che deturpano la Londra fatiscente dei docks con la gentrification o speculazione edilizia.

    Londra, dunque: qui, guidato dalle immagini del formicaio di Doré, Maffi è a casa sua, e percorre la metropoli prima attraversandone i ponti, e facendoci scoprire addirittura certi antichi sottopassi costati immani fatiche e oggi ridotti a tunnel della metropolitana; poi si imbarca e ce la mostra dal battello, con particolare interesse per il sistema fognario la cui sistemazione portò alla costruzione degli “Embankments”, cioè quei lungofiume dove Ezra Pound osservò i sopravvissuti vittoriani: “Vecchi signori con belle maniere, / seduti nel Row di mattina; / a passeggio sul Chelsea Embankment”. E vicino all’Embankment c’è il Temple, la città degli avvocati, i cui giardini prima della costruzione del viale davano sul fiume, e dove Melville ambienta il racconto autobiografico Il paradiso degli scapoli. Dall’altra parte del fiume, sulla passeggiata che costeggia le acque presso il complesso del South Bank, nel marcipiede sono iscritti versi celebri che descrivono il Tamigi: Spenser ovviamente (“Dolce Tamigi, scorri piano”), Wordsworth (“Il fiume scorre secondo la sua soave volontà...”) ed Eliot.

    Ma con Eliot come con Dickens il Tamigi rivela il suo aspetto demoniaco, sinistro: “Il fiume suda / olio e catrame...”, e sulle sue sponde le “figlie del Tamigi” (che Maffi trascura) meditano sui loro poveri destini: “Sulle sabbie di Margate / non connetto / nulla con nulla. / Le unghie rotte  di mani sporche. / La mia gente povera gente che non aspetta /  nulla”. E sua sorella, che Eliot avvicina sardonicamente alla Pia dantesca, anch’essa forse violata, piange: “Tram e alberi polverosi. / Highbury mi fé. Richmond e Kew / mi disfecero. A Richmond sollevai le ginocchia / supina sul fondo di una canoa stretta”. Terribile lo sguardo che Eliot getta in quella canoa. Per chi non è vissuto fra i toponimi della Grande Londra, La terra desolata li rende familiari, immediatamente pronunciati. Come per noi “Siena” e “Maremma”.

    Dalla Londra dei giovani amanti pentiti e delle luminarie neocon (“andirivieni convulso e a volte decisamente ridicolo di uomini in nero e donne in carriera...”) Maffi prosegue con un sospiro di sollievo per l’East End già proletario, dove si possono ricordare epici scioperi e le umili mansioni dei battellieri e tutto un popolo del fiume. Sono le locande malfamate di Oliver Twist e Dorian Gray. Maffi è un ottimo lettore di Dickens, di cui cita brani superbi. Un’altra visitatrice attenta di questo inferno industriale è Virginia Woolf, sulle cui parole aleggia inconfondibile la genialità. Esteta modernista e impegnata, essa nonostante tutto vede la bellezza della vita portuale: “Il magazzino è perfetto come magazzino; la gru perfetta come gru”. Woolf futurista...

     Passata Londra siamo (come già da un po’ del resto) nel “tidal Thames”, cioè il tratto del fiume dove arriva la marea che probabilmente diede impulso allo sviluppo commerciale di Londra: bastava attendere l’onda di piena per arrivare nella capitale. E qui, sull’estuario, ci accoglie un altro grandioso interprete del fiume, Joseph Conrad, il cui Cuore di tenebra si apre proprio lì, dove il Tamigi sfocia nel Mare del Nord, su una nave che attende la marea. E quel Tamigi viene da e va nell’oscurità, è diverso e uguale al fiume inviolato e limaccioso che apparve a Cesare venti secoli fa. Poco oltre le sue acque si confonderanno con quelle del Congo che il narratore risale sempre più sprofondando nelle tenebre. Maffi segue con buona lena questi giganti, aiutandoci a ripercorrere l’inquietante (o “disturbante” come gli piace dire anglisticamente) fiume-serpente della storia.

“Il Manifesto-Alias”, 1 novembre 2008