Massimo Bacigalupo

John Dos Passos. Anarchico e socialista in trincea, a furia di sferzate

John Dos Passos arriva in Italia nel dicembre 1917 con la Croce Rossa Americana, a 21 anni, e viene stanziato nei pressi di Bassano, addetto al trasporto di feriti. Tiene un diario che registra la sua crescente disillusione, la pietà per i soldati analfabeti mandati al macello, il disprezzo e odio per gli ufficiali, per non parlare dei politici che hanno messo in moto la macchina infernale della guerra. Molto opportunamente Silvia Guslandi ha tradotto queste pagine inedite in Italia, L’allegra montagna delle menzogne. Diario della Grande Guerra (Gammarò, pp. 135, € 16,00). È un documento molto fresco, opera di uno scrittore in erba che nei momenti di riposo legge voracemente Leopardi, Boccaccio, Rabelais, Flaubert, Byron, Shelley, perfino l’apologia di Lorenzaccio. E lavora già a un romanzo. 

Nella brevità pregnante del diario vediamo la presa di coscienza dell’iniquità del conflitto e di come viene gestito: “lo spettacolo vuoto del mondo intero mandato in guerra a furia di sferzate in sporche divise grigiastre, a prendere ordini dalle classi medie nella forma di meschini ufficiali, e dalle sfere altolocate, nella forma di generali e ‘canaille’ di questo tipo”.

Da ciò le posizioni socialiste e anarchiche espresse da Dos Passos nei romanzi che nacquero dalla sua esperienza, a cominciare da Three Soldiers (1921), che sarebbe salutare rileggere in occasione delle “celebrazioni” (come le ha chiamate qualche sbadato annunciatore) del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia. Purtroppo anche le classiche traduzioni di Pavese e Cambon dell’immensa trilogia di Dos Passos, U.S.A., che racconta anteguerra guerra e dopoguerra, attendono da tempo la ristampa.

Oltre alle dichiarazioni di insofferenza, il diario riporta la vita quotidiana di questi guidatori di ambulanze privilegiati, reclutati come Dos Passos a Harvard e altri college prima dell’ingresso degli Usa in guerra, o arruolatisi successivamente, come il ragazzo Hemingway. La presenza in Italia della Croce Rossa Americana aveva una scopo propagandistico dopo Caporetto: dimostrare alla popolazione prima e alle truppe poi che la potenza democratica americana era solidale e sarebbero presto giunti rinforzi militari (che invece non vennero). Dos Passos se ne risente: “Quello che mi piaceva pensare che stavo facendo era di tirar via i poveri wop feriti da sotto il fuoco nemico, non di mandarli a morire allegramente in una guerra che non li riguardava...”.

    L’allegra montagna di menzogne, il titolo dato a questa pregevole edizione italiana, riguarda in realtà il romanzo cui Dos Passos lavorava, le menzogne raccontate agli studenti per convincerli a partire volontari. Perché poi le esperienze vissute da Dos Passos alm fronte sono ben poco allegre, anche se ha modo di godersi qualche lunga escursione fra i monti, e scopre con piacere mai banale Genova, Venezia, Milano, Roma, che visita nei congedi. I soldati che incontra gli dicono che “quando tutti saranno morti finirà la guerra, sarebbe meglio un terremoto che uccida tutti subito”. O si potrebbe uccidere un ufficiale... L’Italia, sostiene un capitano, “è celebre per tre cose: D’Annunzio perché è immorale, Caruso perché canta male, Marinetti perché è un pazzo”. A Dos Passos non manca il sarcasmo dei ventenni: “I minuti finali del 17° aborto di un secolo abortivo stanno volando e le ostetriche del Nuovo Anno sono di guardia... Perché non lasciano che un anno muoia senza inaugurarne in un istante uno nuovo? Non possono usare un contraccettivo entro i tempi giusti? Voglio un interregno”.

    Il diario di Dos Passos è un tassello importante per capire la Grande Guerra attraverso l’amara esperienza del singolo e il quadro di complicità internazionali in cui si colloca. E per tornare ad accogliere in Italia uno scrittore di prim’ordine.

“il manifesto – Alias”, 21 giugno 2015