Jean Montalbano

 lavventuriero à la carte

    Quando nel 1920 Mac Orlan pubblica Il manualetto del perfetto avventuriero (nuova ed. Adelphi 2007) la Grande Guerra appena conclusa si è incaricata di offrire un assaggio definitivo delle residue possibilità avventurose riservate all’individuo schiacciato dalla rovina degli Stati nazionali. Dall’altra parte del Reno, Ernst Jünger, scommettendo sulla mobilitazione totale di materiale umano (in linea col suo nichilistico motto “vivere significa uccidere”) nel medesimo scontro leggerà la cesura che sigilla nell’Irripetibile quei sogni di evasione per lui già tradottisi nei “ludi africani” della Legione Straniera.( Anche Mac Orlan dovrà parte della notorietà a scritti di ambientazione “legionaria”, allorquando il colore avventuroso sarà buono per rievocazioni cinematografiche, proprio come certo umanesimo da Fronte Popolare che fu un altro amplificatore della sua opera).

Ma se nei decenni a cavallo di otto e novecento la soluzione guerresca rientrava, fino a consacrarla, fra gli esiti della mistica dell’avventuriero (e, in mancanza di battaglie, il  traffico d’armi s’imponeva come privilegiata occupazione) ora, nel 1920, un malinconico ripiegamento d’ali ne appesantisce lo slancio, frangendone il profilo in due momenti, attivo e passivo, che nella spinta a rendersi autonomi si giocano le residue possibilità avventurose.

Avventuriero attivo e passivo si voltano le spalle nel segno della stessa delusione: l’amaro ritrarsi nell’immaginazione libresca sdegna i gesti nervosamente meccanici di chi ha scelto l’avventura per l’avventura. Perciò il primo può scivolare, al comodo riparo della biblioteca, nella facilità dell’inoffensivo gioco letterario alla Borges (“L’avventuriero passivo è come il paralitico che giornalmente recita cento volte L’Invitation au Voyage “) il secondo, orfano di racconto o relazione, può smarrirsi nella frenesia di un’azione innamorata dei propri exploits.

Ma non c’è avventura che non sia detta o narrata, possibilmente nei modi aderenti al quotidiano avventuroso di chi, innanzitutto per sé, seppe inventare per esempio quell’argot eternato poi da Villon (fino ai gerghi degli apaches o della pègre contemporanei di Mac Orlan).

L’avventuriero attivo può sottrarsi alla perdita del negativo puro solo come residuo minerale salvato in un sistema, per quanto primitivo, di mediazioni (come Omero con Ulisse); il suo gratuito andare si tramanda nelle pagine del racconto, dove la capricciosa avventura è declinata seguendo l’impronta inconscia di stampi mitici.

E per Mac Orlan la letteratura marginale degli scrittori senza gloria può contare più di un classico ragionevole come Verne, un’improbabile nota a piè di pagina in una storia della filibusta può a  volte ridestare fantasie avventurose più di una battaglia accuratamente descritta da Tolstoj.

Il Grande Classico sembra congelare, imbozzolandola nelle sue perfette pagine, l’avventura: è, in certo senso, superfluo; ma superfluo, azzarda Mac Orlan, è ormai partire.

”I viaggi, come la guerra, se li si pratica, non servono a nulla”. Se l’avventura tende a scomparire dal nostro modo di vivere, il romanzo d’avventura, come un vestito ormai logoro, mostra a tutti la sua trama.

Nel mondo in cui ogni cosa è messa in sicurezza, invano l’avventuriero passivo sembra spalancare le finestre della biblioteca ai venti dell’ imprevisto capaci di nutrirne l’inquietudine. Trincerato fra scaffali, la sua apoteosi pare essere la concezione di un avventuriero attivo “destinato a compiere tutte le sciocchezze suggeritele dal suo mentore” secondo un collaudato gioco dell’immaginazione.

Eppure Mac Orlan non è facile vittima di questo schema di soddisfazione vicaria (l’attivo che realizza i desideri del passivo; meglio, questi che gode delle disavventure di quello). Piuttosto, sembra insinuare, l’avventura sta nel transito, sul varco in cui comunicano passivo e attivo, riserva presente di sicurezza borghese e arrischio futuro verso nuovi esperimenti. (Come un bottegaio che, spalle alla sua solida agiatezza, se ne stia sulla soglia attratto dai disordini della strada, dice altrove Mac Orlan).

L’avventura dà il meglio proprio quando, ad esempio, un uomo casto sogna una vita immaginaria ancora tipica di un uomo casto ma, stavolta, perfettamente disumano.(Domesticità sadiana dell’avventuriero). Negli scarti dal confort derisorio e soddisfatto il disordine buca l’ordito dell’ordine, al tavolo verde di un’esaltante maligna fantasia finisce dilapidata la florida economia delle società virtuose.

L’anno prima della comparsa di questo manuale era morto A. Cravan; la sua ombra sfuggente e inafferrabile (concentrata fusione di avventuriero attivo e passivo: nessuna avventura che non sia già fabula, niente mito senza Maintenant) forse sorveglia le pagine di Mac Orlan che accennano già oltre le vicende, pur appassionanti, del disilluso T. E. Lawrence o dell’impegnato Malraux: lo spazio è aperto per i vagabondaggi metropolitani del Paysan aragoniano o della Nadja bretoniana.