Pubblichiamo di seguito un ampio estratto (nella sostanza la parte iniziale) di un saggio che, come si suol dire, “fece epoca” alla fine del XIX secolo, trascinandosi la discussione per molti anni ancora. Esso comparve (1883) su “La domenica letteraria,” una rivista edita dal Sommaruga, il quale la considerava minore rispetto alla “Cronaca bizantina”, non a caso rimasta assai più celebre. L’autore, il Lodi (1857-1933), era agli inizi di una carriera giornalistica che l’avrebbe portato al “Giornale d’Italia” e al “Messaggero”. La posta in gioco, assieme alla censura, toccava l’arte nuova simbolista e naturalista. A questo proposito ci pare utile segnalare che alla rivista collaborò - seppur con pochi ma significativi articoli, compreso quello memorabile sul Au rebours di Huysmans – il grande Vittorio Pica.  

Luigi Lodi

larte porca

(da nudità e inverecondia)

Comincerò - poiché la bontà nella vita mi piace quanto, e forse più, la nudità bella nell'arte - comincerò dal ringraziare il Chiarini, il Nencioni e anche il Panzacchi, che con me sono stati tanto buoni.

Quattro settimane fa, colla serena sfacciataggine d’uno scolaro irrequieto, buttavo giù dalle colonne di questa Domenica una manata di punti interrogativi tutti peccaminosamente impertinenti, li buttavo via per l’Italia, implorando una risposta, che sarebbe stata una lezione per me, e   che vale assai meglio per molti ingegni che affaticano nelle prime prove cll'arte. La mia superbia era grande, lo con­fesserò.- confidavo che la risposta e la lezione mi - anzi ci - sarebbero venute dal Chiarini, il quale, per ufficio da lungo tempo esercitato, ha, purtroppo, dovuto piegar l'animo e fortificar la pazienza nell'insegnare ai ragazzi.

Invece - oltre ogni misura d'onesta superbia – anche il Nencioni ed il Panzacchi hanno voluto mostrare che le mie domande non erano del tutto inutili, hanno voluto, con affetto paziente, discutere le mie impertinenze, e, aggiungendo bontà a bontà, i due primi hanno scritto parole cortesi per me, mentre l'autore del Piccolo romanziere, - con non metto gradita cortesia - ha tentato di nascondere alla il nome di così grande e impudente peccatore­.

Il quale si proverà ora a ribattere,ritornando a commettere il suo peccato, non per umore di sudiceria o per orgoglIo maniaco; ma per il culto, coraggio, e un po' an­che doveroso, che ha serbato sempre alle sue idee, unica proprietà e consolazione più alta ed assidua della propria giovinezza.

Al peccatore pare che la serena confessione e la costan­za del peccato siano la risposta più degna alla bontà di cui tre uomini illustri lo hanno onorato.

Almeno potranno dire: costui non è un vigliacco; ha delle opinioni e le proclama in faccia a tutti, le difende anche contro di noi.

 

E compiuto il dovere, veniamo alla discussione.

Quattro settimane fa, dunque, io chiedeva:

“Quale e com'è la poesia porca?”

Avevo sentito il Chiarini invocare contro di lei l'opera vigile e ammanettatrice della Questura, ed io, che nel Codice non aveva trovato nessun articolo, nella collezione degli Atti ufficiali nessuna istruzione sull'argomento, del mi­nistro per l'interno ai suoi agenti, mi andava ripetendo: “Assolutamente bisogna sapere quando un autore ha il do­vere ci consegnarsi spontaneamente al procuratore del Re; quando il lettore, da cittadino onesto, deve presentare for­male querela e richiamare sopra un libro e sopra un foglio l'attenzione disgraziatamente distratta, delle autorità”.

V’è una letteratura - chiamiamola così -  oscena, e di lei so benissimo l’essenza e le forme: c'è una legge severa che la definisce con assai precisione e manda i suoi dilet­tanti alla Corte d’assise, che sono puniti con lodevole sollecitudine.

Ma quest'arte porca, che i magistrati lasciano tranquillamente correre per la Penisola, che i legislatori non hanno posta tra i reati, di cui si è sempre parlato, in mille modi per mille diversi interessi, da tutti, ma che non si è mai giunti a precisare in qual guisa sia fatta, di che materia consista, quest’arte laida e perversa per cui il traduttore di Heine si commuove e si sdegna, qual è e come è conformata?

La mia domanda vuole una risposta sollecita e piena, se non altro per ragioni di pubblica utilità.

Ma i tre valenti scrittori non rispondono alla mia inter­rogazione limitata e precisa: essi mi rivolgono per contro dei ragionamenti vari e ricchi di erudizione, di sentimento, di critica, di morale; ma alla definizione esatta non arrivano; ma alla conclusione sola che a me pareva necessaria si ricusano.

Tuttavia per la gravità dell’argomento, industriamoci alla meglio: cerchiamo, dalle molte descrizioni che i miei ammonitori fanno della gran colpevole, i caratteri suoi sostanziali, quelli che realmente costituiscono il suo reato.

Il Panzacchi dice:

- La poesia dalla libidine corrompe l'arte. La verecon­dia e la nudità non sono che parte accidentale della que­stione.

- Il Chiarini e il Nencioni invece l’accusano unicamente per ragioni di verecondia e di nudità.

Il primo scrive:

- L’arte invereconda toglie ai giovanetti la gagliardia che debbono consacrare alla patria.

Il secondo sentenzia:

- L’arte nuda corrompe la religione della donna.

Andiamo avanti, se non ci riesce ancora di capir mo1to: cerchiamo nelle dissertazioni dei tre critici qualche più chiaro contrassegno.

Donde è nata e da chi è stata commessa quest’arte che tante cose offende e tante persone?

Il Panzacchi risponde:

- È un’invenzione nuovissima: è incominciata, verso la metà del secolo, in Francia.

- No, ribatte il Chiarini, è antica: infatti debbo riconoscere che Orazio, heine e Byron – la differenza del tempoi e del luogo non è breve – da poco, fuggevolmente, ne fecero.

Ma il Nencioni entra di mezzo e afferma:

- I veramente grandi poeti non sono mai pornografi­ci, come non lo sono mai i grandi romanzieri. Byron non lo è mai ma nemmeno Don Giovanni.

Continuiamo pure nelle nostre ricerche: se ci pare di trovare un po’ di confusione, d’indeterminatezza e di contraddizione di principio, alla fine troveremo la chiarezza, la precisione e l’ordine; la verità è una sola, e – vanno ripetendo da un pezzo – si fa strada sempre.

Il Nencioni nega che gli artisti amino ora la nudità e che il pubblico la guardi con compiacenza: l'arte sensualistica, assicura, volge irreparabilmente al suo termine fra l'abbandono e il disgusto di tutti. Però trova che il D'Annunzio scrive ancora de' bei versi, concepisce tuttavia delle immagini forti e dilicate, ha soffio e movimento lirico.­

Il Panzacchi di riscontro giudica che la lirica della libidine - egli non parla del romanzo e neppure della pittura - è oggi “in pieno rigoglio e mostra per tutto i suoi fiori lussureggianti al sole, e dà al capo della gente con gli acuti profumi di cui impregna per largo tratto l'atmosfera.”

Il Chiarini, da ultimo e per conto suo, nega risolutamen­te alle poesie del D'Annunzio ogni merito letterario.

Finiamo, dopo ciò, le indagini, i ravvicinamenti, i confronti: tanto noi verremmo a capo di sentirci una buona volta definire che cosa è e dove fiorisce l'arte porca.

Uno alla nostra curiosità risponde che essa è soltanto un malanno per l'estetica; un secondo, invece, che è unicamen­te un pericolo alla gagliardia della gioventù maschia; un terzo che è singolarmente ed essenzialmente un oltraggio alla religione della donna.

Da una parte si scrive che è nata una cinquantina d’anni fa; dall’altra, che viveva ancora, benché più debolmente, quando sfolgorava la maestà di Roma, da poco divenuta imperiale.

Vi è chi assicura che il Byron non fu mai pornografico, e chi lo ammette; chi trova delle buone cose nell’Intermezzo di rime, e chi non ve ne riconosce una sola.

Né basta: il Nencioni sentenzia che l’arte della voluttà precipita, il Panzacchi che è in pieno rigoglio: oh come debbo ritrovare io, e con me il pubblico e gli autori, la definizione che sarebbe utile ed urgente di avere?

Dalle ricerche e dai riscontri che sono andato facendo, un costrutto, però, intanto ho raccolto, ed è questo: che la poesia invereconda è infinitamente più potente, per gli effetti che produce, dell’altra, la sua opposta.

La Marsigliese, l’inno del Mercantini sono certamente liriche vereconde; ebbene, io so di parecchi – non molti – volontari nel Tirolo, che colla camicia rossa sulle spalle, con Giuseppe Garibaldi presente e l’inno del Mercantini sulle labbra, non sapevano vincere la paura, e scappavano; so di moltissimi, migliaia e migliaia di francesi, che a Sedan, a Metz, a Parigi, cantavano il glorioso ritornello della Marsigliese, e deponevano le armi.

Basta, invece, qualche sonetto, un centinaio o due di martelliani o di decasillabi, i quali si discute ancora se sieno belli o no, se vi sia o no chi li legga, bastano essi perché la estetica della nazione sia corrotta, la gagliardia dei maschi sia tolta, la religione della donna sia profanata.

Evidentemente, secondo i precetti dell’eloquenza antica, quella di Demostene e di Cicerone, l’arte porca avrebbe ragione dell’arte pulita.

 

Ma a me non preme di provare molta abilità di polemica ai miei lettori: preme invece di risolvere una questione che riguarda l’arte e – parrà strano – la educazione civile del mio paese.

Confesserò dunque che, se una propria definizione manca in tutti e tre gli articoli che i tre illustri avversari della nudità hanno scritto, in quelli però del Chiarini e del Nencioni qualche più sicuro contrassegno, qualche più chiara indicazione c’è.

Entrambi, d’accordo, dicono:

- Il D’Annunzio nell’Intermezzo di rime uscito ora ha scritto delle porcherie.

Ma però quando, subito di poi, vengono a dire dove e come il D’Annunzio le ha scritte, tornano a non andare più insieme e, per poco, non si voltano le spalle.

Il Chiarini, infatti, porta come documento della sua accusa venti o venticinque martelliani del Peccato di maggio; il Nencioni addita, senza attentarsi a riprodurla, un’ottava e un terzo della Venere d’acqua dolce.

Per tutto questo, mio povero e roseo Gabriele, sei stato svergognato in tutte le contrade d’Italia ...