Un
articolo su un amico fotografo che i più vecchi, come me, potrebbero ricordare
fra le comitive della controcultura e dei capelloni genovesi della metà degli
anni Sessanta
Ferruccio
Giromini
Gino Accatatis
“Artribune” 27/03/2026
C’è
un libro di fotografia in cui sono le immagini che guardano noi e non viceversa
Serve un excursus sulla fotografia prima
di immergersi nel volume Guardare in
macchina e altro che raccoglie gli scatti di Luigi Accattatis,
offrendo l’occasione per ragionare sulla fotocamera come sala d’incontri dove
gli sguardi si incrociano fatalmente. Mettiamoci subito d’accordo sulle
banalità. Scattare una fotografia non è che congelare uno sguardo. Anzi,
meglio: voler congelare uno sguardo. Guardare è un’azione naturale,
involontaria. Fotografare è un’azione volontaria, artificiale. Ciò significa, per
logica conseguenza, che ogni immagine fotografica è voluta: qualche senso deve
pur avere. Per l’autore dello scatto senz’altro; per l’osservatore di quel
risultato forse anche, se vi presta sufficiente attenzione. Detto questo, e
ammettendo che si desideri dedicare attenzione a un risultato fotografico, si
può dunque passare a considerare gli elementi che ne compongono sia la forma
sia il contenuto.
Come
costruire una fotografia
Di fatto, ogni inquadratura è un ritaglio
di realtà, che include qualcosa ed esclude molto altro. Dipende ad esempio da
quanto sei lontano dall’oggetto dell’immagine, da quanto ti ci vuoi avvicinare.
Se scegli il colore, o il (desueto, ormai) biancoenero.
Se mantieni tutto nitido a fuoco, o se scegli di sfocare un primo piano o uno
sfondo. Se induci i tuoi soggetti in posa, o se li blocchi in movimento, anche
scomposto, anche mosso. Puoi preferire i contrasti forti, o voler indugiare su
un trapasso graduale di toni. In definitiva, sarà possibile giocare con molte,
molte variabili (ed è evidente che può essere un gran bel gioco). In ogni caso,
un po’ paradossalmente, sempre si mette a fuoco un tempo e si ferma un attimo
di spazio. Come la mettiamo a questo punto con il concetto di bello? Inutile
ripetere per l’ennesima volta che non è bello ciò che è bello, eccetera. A
volte c’entra la forma, altre volte il contenuto. L’ideale sarebbe un rapporto
armonico tra l’una e l’altro (o, meglio, un connubio significativo tra il
significante e il significato). Al di là delle luci e delle ombre e della
disposizione delle forme nello spazio del ritaglio, infatti, poi in definitiva
ciò che maggiormente interessa chi non è specialista è cosa vi si vede.
Fotografare
la gente attorno a noi
Noi vediamo ciò che ha visto il fotografo.
Ciò che ha voluto vedere, per la precisione. Ciò che ha guardato e che amerebbe
guardassimo anche noi. Nel condividere il suo modo di vedere, in un certo senso
ci invita nel suo mondo, ci rivela qualcosa di sé, si apre agli altri. Anche
per questo motivo la fotografia è un linguaggio affascinante. È esattamente un
pieno linguaggio: parla, racconta, ragiona, esprime sentimenti; e mette in
contatto le persone. Quando poi si fotografano appunto le persone, allora il
contatto si attiva anche tra chi fotografa e chi è fotografato. E alla fine
anche noi ci inseriamo clandestinamente in quel rapporto. Indiscreti? Voyeurs? Terzo incomodo? Ma ci siamo stati tirati dentro,
non abbiamo responsabilità da pagare. Noi guardiamo ciò che ha guardato il
fotografo e a volte finiamo specularmente guardati da coloro che, da lui
guardati, lo guardavano e ora guardano noi. Può diventare quasi imbarazzante.
Il censorio rispetto della privacy resta fuori da quelle finestre: niente facce
offuscate o pixelate, per fortuna, ma facce intere,
facce vere. Queste sì ci possono interessare, non quelle altre tristemente
camuffate. È quando, un po’ quasi per miracolo, la fotocamera diviene una sala
incontri. Potere di un’occhiata. A volte quei volti ti chiedono chi sei, che
cosa vuoi. E anche quando sono corpi che osano darci le spalle.
Involontariamente scostanti, impersonano altrettante esistenze tutte ipotetiche
ma congetturabili, in quegli spazi che li abbracciano e in cui galleggiano.
Magari, come se i toni di grigio fossero notazioni musicali su uno spartito,
ipotizziamo colonne sonore sospese. Magari, spesso, silenzi. C’è sempre
qualcosa che ci interroga. Sguardi concessi, sguardi negati; e di mezzo c’è
sempre la fotocamera.
Chi
è il fotografo Luigi Accattatis
Luigi – ma per tutti è Gino – Accattatis ha sempre amato fotografare. Nato nel 1942 a
Roma, città che mantiene ancora nel cuore, ha vissuto però sostanzialmente a
Genova, città che ancora culla negli occhi. Fin dalla fine degli Anni Sessanta
ha sempre fatto parte del milieu fotografico del capoluogo ligure. Con
discrezione, senza mai volersi mettere in vista, ha collaborato con l’agenzia
fotografica Leoni e con diversi fotografi professionisti o semiprofessionisti
suoi colleghi – e amici – soprattutto prestando in generosità le sue abilità di
operatore in camera oscura, per i lunghi decenni in cui si scattava
essenzialmente in bianco e nero e si stampava artigianalmente con gli
ingranditori su carte, anche baritate, sviluppando e
fissando una copia per volta in una successione di bagni di acidi.
Luigi
Accattatis tra tecnica ed estro
Accattatis in quei
procedimenti era rinomato, veniva considerato insuperabile. E aveva anche fama
di occhio artistico specialmente creativo (“Negli Anni Settanta a Genova
eravamo tutti artisti”, lui ricorda tra il serio e il faceto; e non va lontano
dal vero), realizzando spesso e volentieri immagini che componevano forme e
ombre e macchie in eleganti apparizioni quasi astratte. Anche il suo aspetto,
al pari delle sue opere, appariva singolare e segnaletico: fisionomia caratterizzata
da un paio di monumentali baffoni a manubrio, di foggia sette-ottocentesca, si
muoveva con una pacatezza che pareva studiata e che qualcuno attribuiva alle
ascendenze nobili della sua famiglia, da generazioni stanziata tra Napoli e la
Calabria, ma di antiche radici spagnole. Qualche velo di aristocrazia lo ha
sempre avvolto, per la verità, accentuato dalla parlata lenta e da un certo suo
distacco ironico spesso trasparente.
Non
fotografo, ma “fotografante”
Lo si poteva incontrare all’improvviso in
qualche caruggio del centro storico genovese, magari
non lontano dalla erta discesina di Vico Indoratori
dove con la moglie Silvia divideva la gestione di una legatoria artigiana dai
suggestivi odori antichi. A volte aveva la reflex in mano, a volte no. In
realtà non è mai stato un fotomaniaco, né in assoluto
dell’analogico in contrapposizione frontale al digitale, né tantomeno un
esclusivista del biancoenero (anche se lo ha sempre
di gran lunga preferito al colore). Anzi, non gli va nemmeno del tutto a genio
di definirsi fotografo, piuttosto preferisce dirsi, secondo la definizione
coniata dal critico Michele Smargiassi, un fotografante. Un po’ per distacco
autoironico, come si diceva, e un po’ forse anche per insradicabile sentimento
aristocratico.
Il rapporto
tra Accattatis e Genova
Molto singolare, senz’altro, è anche il
rapporto di Accattatis con Genova, perlomeno in
questi ultimi anni. Zigzagando con la massima calma in una frammentata, ma
ricorrente deriva situazionista, Gino disegna una sua particolare geometria
quotidiana della vita cittadina. Apparentemente svagato, in realtà si muove
all’insegna di un metodo personale che è tutto un ossimoro: tra impertinenza
garbata e pudica sfrontatezza. Essenzialmente mira alla gente, quella comune,
quella che noi avremmo detto ininteressante (e in questo caso gli aristocratici
sprezzanti saremmo noi, invece lui il molto più caritatevole democratico). Via
via, lungo le vie coglie vedute parziali e inaspettate, dove le architetture
sono cornici per quadri di un’esposizione di genere inespressionista,
rovistando tra la sacralità dell’umile profano. Il risultato del composito
mosaico è un panorama finora impensato, e pertanto sorprendente, di una
presente civiltà urbana dove l’aggettivo urbano va inteso nei suoi due sensi
concomitanti. E dove un ascetico stilita si guarda in giro dall’alto e non
giudica, mai.