Dott. Giuseppe Rapisarda

 

Fondatore dell’A.I.A.S. (Associazione Italiana Assistenza Spastici) sezione di Castelfranco Veneto TV

 

 

Intervista radiofonica del 2 giugno 1994

 

Gentili ascoltatori ed ascoltatrici, benvenuti a “Diretta Studio”, puntata del 2 giugno 1994. In studio Roberto Agostini ma soprattutto il nostro ospite nello Studio Due, il Dottor Giuseppe Rapisarda, del Centro AIAS di Castelfranco Veneto. Insieme a lui conosceremo sicuramente meglio, se magari ne abbiamo semplicemente un’informazione superficiale, questo importante centro di rieducazione psicomotoria che opera nella zona castellana. Però io vorrei subito sentire la voce del Dottor Rapisarda. Grazie per aver accettato il nostro invito e la ringrazio di essere qui.

 

Grazie a voi, e grazie di avermi dato questa possibilità di parlare dell’AIAS, che è un po’ lo scopo della mia vita attualmente. Infatti io sono un genitore di un ragazzo spastico che ormai ha 28 anni, e all’inizio, quando abbiamo cominciato, non c’era assolutamente nessun servizio utile per l’assistenza e la riabilitazione dei ragazzi con una cerebropatia neonatale.

 

Quindi partiamo. Lei ha già iniziato a raccontarci quello che le stavo per chiedere: la storia dell’AIAS, perché è nato, che cos’è, per quali motivi è nato, partendo magari dall’inizio, e spiegando anche ai nostri ascoltatori le parolone più difficili in termini semplici e comprensibili, anche se il modo per definire una malattia è solo quello. Prego Dottore.

 

Quindi: si tratta di forme di cerebropatia. In pratica sono lesioni cerebrali che si hanno o prima della nascita, o subito durante la nascita, cioè al momento del parto, o dopo la nascita. Sono effetti morbosi, cioè una malattia che dà una lesione cerebrale e poi si spegne. Il fatto morboso non c’è più, però restano i postumi, cioè le lesioni che hanno determinato una alterazione del tessuto cerebrale. Di conseguenza ci sono delle manifestazioni a carico di tutti gli apparati, certe volte solo dell’appartato motorio, certe volte anche della sfera psichica, comunque si provocano dei danni che non sono una malattia in atto, ma sono solo la conseguenza della malattia che c’è stata. Quindi a questi soggetti si può effettuare della riabilitazione in senso psicomotorio, cioè fare della rieducazione, e si possono avere dei risultati talora molto buoni, talora anche più modesti. Nel 1965, quando è nato mio figlio, io ho dovuto girare un po’, perché non c’erano le strutture sufficienti per poter fare questa riabilitazione, e quando mi sono reso conto che quella possibilità che avevo dato a mio figlio di riabilitarsi non aveva più sfogo, o comunque mi costringeva ad abbandonare il lavoro, a fare dei giri... ho pensato che fosse giusto creare una struttura nella sede dove mi trovavo, e cioè a Castelfranco, e lì abbiamo cominciato unendo le forze dei genitori, con la collaborazione dell’amministrazione comunale, si è formata la sezione AIAS - Associazione Italiana Assistenza Spastici - che è una associazione nazionale con sede a Roma, e noi abbiamo fondato la sezione di Castelfranco Veneto. Subito dopo è sorto il Centro di Riabilitazione Psicomotoria: abbiamo fatto tutto quello che era possibile per costituire la struttura, quindi con una scuola speciale per la riabilitazione dei ragazzi, con dei fisiochinesi terapisti per la riabilitazione, direttore sanitario, tutto quello che serviva, l’assistente sociale eccetera. E siamo partiti nel ’72. Allora c’era la possibilità di fare una convenzione con il Ministero della Sanità. Noi abbiamo chiesto la convenzione, ma prima che arrivassero i finanziamenti è passato un anno e mezzo, per cui ci siamo giovati sia della solidarietà del paese, sia di una costituzione di un Consorzio di Comuni, che era formato da 27 comuni, il capo Consorzio era Castelfranco, e questi hanno finanziato i nostri primi passi. Poi man mano è arrivata la convenzione con il Ministero, e quindi le rette ci sono state versate abbastanza regolarmente. Purtroppo c’era sempre il discorso che la retta non era sufficiente a coprire le spese; e inoltre, in assenza del bambino - e i nostri ragazzi purtroppo sono dei ragazzi molto cagionevoli di salute, per cui erano frequenti le assenze - in assenza del bambino non veniva versata la retta, mentre noi dovevamo egualmente pagare il nostro personale che il bambino ci fosse o non ci fosse. Poi siamo andati avanti, abbiamo continuato con questa attività riabilitativa...

 

Attività che si svolge...? Dove avete sede?

 

La nostra sede è a Castelfranco, via Cervan: ci è stata assegnata una scuola che non veniva più adoperata, e in questa scuola noi abbiamo fatto dei lavori di ristrutturazione, e poi man mano, col tempo, ormai sono quasi vent’anni che funziona, abbiamo aggiunto dei prefabbricati e abbiamo allargato la superficie occupata. Di recente, proprio nei giorni scorsi - il 21 Maggio - abbiamo fatto l’inaugurazione dell’ultimo padiglione che è stato fatto con il finanziamento della Banca Popolare di Castelfranco Veneto, e che riguarda il cosiddetto “Dopo di Noi”, cioè una struttura residenziale che dovrebbe servire ai nostri ragazzi nel momento in cui noi non ci siamo più, cioè noi tentiamo di arrivare ad avere una casa-alloggio per questi ragazzi, ché non finiscano in un istituto o in una casa di riposo, e invece che possano avere la loro famiglia dove sono stati riabilitati, in mezzo ai loro compagni, nell’ambiente che abbiamo creato per loro.

 

L’ho interrotta mentre stava completando la storia degli ultimi anni dell’AIAS...

 

Dal 1980 circa, quando si sono costituite le USL, noi siamo passati direttamente alla convenzione con l’USL. Noi facevamo prima servizio diurno, cioè di residenza dal mattino al pomeriggio, e il servizio ambulatoriale per tutti quelli che avevano bisogno di un ciclo di terapie. Con l’avvento dell’USL, il servizio ambulatoriale è passato direttamente all’USL, cioè l’ha fatto direttamente l’USL, e noi abbiamo mantenuto il servizio diurno, dove abbiamo tentato di dare uno spazio particolare ai soggetti più gravi, perché, con gli inserimenti nelle scuole pubbliche, con gli inserimenti anche in qualche caso nel mondo del lavoro - casi purtroppo pochi, ma qualcuno ce n’è stato - noi abbiamo dovuto pensare a fare un’assistenza mirata per i soggetti più gravi, e per questi il nostro Centro sta funzionando ancora, direi molto bene, abbiamo 45 ospiti...

 

Da dove vengono gli ospiti?

 

Nel primo periodo, quando abbiamo cominciato, quindi dal ’72 all’80, coprivamo una vasta zona che comprendeva le tre province, Treviso, Padova e Vicenza. Nel consorzio di Comuni che ho citato prima, c’era l’adesione per esempio di Cittadella, di Camposampiero, di Mussolente - per Vicenza. Quando invece si sono create le ULS, allora si è ristretto alla zona dell’USL 13, cioè quella zona Montebelluna-Castelfranco. Abbiamo fatto per un certo periodo un trattamento ai ragazzi di Camposampiero con una convenzione particolare. Adesso noi seguiamo solo il bacino di utenza dell’USL 13.

 

Quali età hanno gli ospiti?

 

Dunque, all’inizio era fissata l’età fino ai 14 anni, adesso non abbiamo più limite. Il nostro ospite più “anziano” ha 45 anni adesso, e il più piccolo mi pare abbia due anni.

 

Tornando al tipo di handicap che interessa questi ragazzi, come si può classificare? Sono handicap molto gravi?

 

Si, quelli che seguiamo noi sono addirittura degli handicap ... cioè sono delle manifestazioni varie, quasi tutti hanno delle deficienze psichiche, certi più gravi, certi meno gravi, ma molte manifestazioni motorie, quindi la spasticità, l’ipotonia, soggetti che non camminano, che hanno bisogno della carrozzella, che hanno bisogno tante volte anche di un’assistenza farmacologica abbastanza sostanziosa - perché certi soggetti hanno delle crisi epilettiche piuttosto frequenti nella giornata, e quindi devono essere seguiti molto: abbiamo per esempio un caso, una bambina abbastanza piccola, deve avere un sei-sette anni, che ha bisogno della bombola di ossigeno a seguito. Lei viaggia con la sua bomboletta di ossigeno, perché senno non può respirare. Quindi casi che implicano d’essere seguiti molto, infatti abbiamo delle infermiere diplomate che sono a servizio continuo, cioè non c’è mai l’assenza dell’infermiera.

 

Cosa trovano i ragazzi all’interno del Centro, in quale attività vengono coinvolti?

 

Ormai sono tutti ragazzi che hanno già fatto la scuola dell’obbligo, quindi l’istruzione è stata completata. Ora si cerca di dare un’attività diciamo “occupazionale”, in modo che riescano a bastare a sé stessi, quindi si cerca di dare l’autonomia per la loro pulizia, per il mangiare, che riescano a mangiare da soli, che riescano ad essere il più autonomi possibili, e nello stesso tempo vengono seguiti... noi abbiamo dei gruppi, il gruppo dei gravissimi, tutti soggetti che hanno bisogno di assistenza assolutamente continua. Poi abbiamo due gruppi occupazionali, che sono circa nove/dieci per gruppo - i due gruppi occupazionali, che sono quelli un po’ meno gravi, soggetti che hanno bisogno della carrozzella, che hanno bisogno di essere seguiti durante il mangiare, che devono essere aiutati per lavarsi, per le proprie pulizie, per gli spostamenti, eccetera. E l’ultimo gruppo, che è quello dei più efficienti, che è il gruppo “lavorativo”, dove sono più autonomi, e riescono addirittura a fare qualche piccolo lavoretto che dà soddisfazione a questi ragazzi, che non si sentano soggetti… addirittura dei soggetti inutili per la società.

 

Credo che sia interessante far conoscere la giornata tipo del Centro. Per esempio, partendo dal mattino, i ragazzi vengono portati in sede dai genitori o dai parenti, o vengono prelevati a casa propria con dei pulmini...

 

Vengono raccolti con pulmini attrezzati - ne abbiamo quattro che fanno vari percorsi - e i ragazzi arrivano al Centro all’incirca alle 8 e 30, fanno la prima colazione, e dopo inizia l’attività - l’attività che può essere, come ho detto prima, di vario genere. Si sfrutta il gioco per tentare di dare l’autonomia, oppure certe volte si preparano addirittura il pranzo, logicamente con l’aiuto del personale che li segue, perché da soli non sarebbero capaci, ma cercano di essere il più possibile autonomi. Dunque, nella mattinata fanno questo tipo di attività. Nel frattempo, a turno, vanno dal terapista, che fa la riabilitazione, perché noi continuiamo a riabilitare i nostri ragazzi, e vediamo che pur essendo soggetti gravi, pur essendo soggetti che erano stati anche un po’ classificati come irrecuperabili, invece ci danno delle grandi soddisfazioni. Abbiamo fatto anche un convegno non molto tempo fa, con le otto sezioni Venete, ad Abano nell’auditorium della Fidia, e lì abbiamo presentato proprio i risultati della riabilitazione nei soggetti più gravi. Adesso stiamo anche pubblicando gli atti del convegno, che ci ha dato molta soddisfazione, e ci ha concesso di poter parlare con i settori della Regione, il settore sociale e il settore sanitario, per avere anche delle risposte a quelli che sono i nostri bisogni, perché purtroppo il costo è molto alto, le convenzioni sono quello che sono, perché lo Stato non ha molti soldi, e d’altra parte se non abbiamo del personale molto qualificato, molto preparato, non si può dare una risposta efficace.

 

Lei ha toccato il tema del finanziamento. La struttura ha quali fondi?

 

Una retta giornaliera che era stata fissata sulle 164.000 lire per ogni soggetto a carico dell’USL, quindi finanziamento che viene dalla Regione in pratica. Adesso, proprio in questi giorni, abbiamo rinnovato la convenzione, e ci sono stati fatti purtroppo dei tagli - da 164 siamo scesi a 157, il che ci metterà in grosse difficoltà, ma noi contiamo anche sulla sensibilità della popolazione, che di solito ci ha sempre dato una mano. Noi possiamo proprio dire che la Provvidenza ci è venuta in aiuto nei momenti anche più difficili, e siamo riusciti a superare molti ostacoli.

 

Per quanto riguarda il personale, quali sono le figure professionali che lavorano all’interno del centro?

 

Abbiamo le consulenze della neuropsichiatra, quindi del medico, una psicologa, una pedagogista, che sono le figure della direzione: sono quelle che svolgono l’attività di dirigenza, e di consulenza per i vari tipi di soggetto. Poi abbiamo un educatore per ogni gruppo: l’educatore ha il compito di programmare d’accordo con la pedagogista, e di fare le varie attività del gruppo. Per ogni soggetto si fa un piano di lavoro che viene seguito giorno per giorno per ognuno. Si fanno i lavori singoli, i lavori di gruppo, in modo che si cerchi di riabilitare il più possibile. A fianco dell’educatore ci sono gli assistenti, che sono di solito due, tre, quattro per gruppo, a seconda delle necessità. Nel lavorativo sono meno, nell’occupazionale sono un po’ di più, nel gruppo dei molto gravi sono moltissimi, perché ognuno ha bisogno di un’assistenza un po’ particolare. Poi abbiamo il servizio di cucina, che provvede al pranzo dei ragazzi e anche del personale, abbiamo quattro pulmini con un autista e un assistente per il viaggio, e dopo c’è il servizio dell’amministrazione, con un amministratore e una segretaria. Il rapporto completo viene ad essere 1 a 1 circa, quindi 45 ragazzi e una quarantina di personale.

 

All’interno del Centro ci sono anche gli obiettori di coscienza. Che ruolo hanno?

 

Da circa due anni abbiamo anche l’appoggio degli obiettori. Siamo molto contenti, perché sono sempre ragazzi molto disponibili, bravissimi ragazzi che si inseriscono bene nello spirito del Centro, e ci aiutano, perché abbiamo avuto degli aiuti notevoli che ci hanno commosso - i ragazzi che non sono toccati da queste esperienze, e che vengono a farlo volontariamente o quasi, ci hanno fatto molto piacere. Insomma il nostro Centro va avanti sia per lo sforzo che facciamo noi genitori col consiglio di amministrazione, sia anche per la buona volontà di tante persone che ci aiutano.

 

Si parlava del consiglio di amministrazione. Chi ne fa parte, chi è il presidente, è costituito solo dai genitori dei ragazzi o da altre figure?

 

Quando siamo partiti nel ’72, il consiglio era costituito dagli amministratori comunali e dai genitori. Adesso abbiamo nel consiglio delle persone volontarie, che non sono genitori di ragazzi con problemi, e che si occupano efficacemente del nostro problema. Io sono stato presidente all’inizio. Poi proprio per i miei problemi familiari ho dovuto un po’ ritirarmi … è stato efficace perché il presidente attuale è il Dottor Rossato, che non ha questi problemi, e che si occupa di tutto l’andamento del centro.

Del consiglio di amministrazione fanno parte altri volontari e molti genitori. Attualmente il consiglio è composto di nove consiglieri, di cui tre non sono genitori.

 

Dottore, quali sono i rapporti tra il Centro e le famiglie dei ragazzi: siete in contatto, come vi muovete in questo senso?

 

Adesso io mi occupo del Comitato Genitori, e lo seguo in modo particolare perché abbiamo varie attività da svolgere, per esempio ci occupiamo della colonia estiva, ci occupiamo di tante piccole cose, perché è bene che il genitore sia partecipe, per quanto al centro si svolge una attività con personale, come ho detto prima, molto qualificato, molto specializzato: il genitore viene convocato al Centro periodicamente, gli si dà un’informazione su quelle che sono le attuali condizioni del figliolo, gli si insegna anche cosa fare col ragazzo a casa, c’è un rapporto molto stretto tra sia la Direzione del Centro con le famiglie, sia tra le famiglie tra di loro. Per esempio noi ci siamo trovati anche quest’anno, come l’anno scorso, al pranzo sociale che abbiamo fatto con le famiglie complete, il ragazzo, i suoi genitori, gli eventuali fratelli, lo abbiamo fatto a Fonte proprio nella Fondazione Montegrappa. È stato un momento di incontro molto utile, sia per il rapporto fra le famiglie che sono coinvolte da quel problema, sia perché si crea una solidarietà che è sempre utile in queste famiglie, che hanno dei grossi problemi di assistenza e di rapporto continuo con il ragazzo – il che comporta spese, assistenza particolare, eccetera.

 

Mi parlava di una colonia estiva. Di cosa si tratta?

 

Sono ormai diversi anni che andiamo ad Auronzo, nella Villa Gregoriana, che è di proprietà della Caritas di Belluno, e lì facciamo la colonia con i nostri ragazzi - va lassù parte dei ragazzi, con una parte del personale - e fanno un periodo di montagna. Andremo anche quest’anno dal 1° al 14 luglio. Con gli anni prossimi questo discorso è diventato un po’ difficile, perché l’assistenza del personale diventa più prolungata nella giornata. Adesso fanno le otto ore. Andando alla colonia, bisogna che ne facciano dalle 10 alle 12 almeno, quindi diventa un grosso costo -  stiamo programmando col Comitato Genitori un soggiorno estivo con le famiglie ed eventualmente con l’apporto di volontari. Stiamo cercando di costruire questa nuova situazione, e vediamo di riuscirci per l’anno prossimo.

 

Vi capita mai di organizzare delle iniziative volte a far conoscere la realtà dell’AIAS anche alle persone che non sono direttamente interessate e coinvolte nel problema handicap?

 

Si, abbiamo fatto già diversi convegni a Castelfranco. Abbiamo cominciato col convegno sulla prevenzione, poi un altro sulla realtà dell’handicappato giunto all’età post-scolare. Abbiamo fatto come ho detto prima un convegno triveneto sulla questione dei gravi, cioè cerchiamo di fare non solo un’opera di divulgazione del nostro problema, ma anche uno studio per vedere di trovare tutte le soluzioni sia dal punto di vista medico, come da quello sociale - abbiamo bisogno di trovare delle soluzioni, perché si tratta di ragazzi con problemi enormi di relazione col mondo.

 

Ci sono anche iniziative volte alla raccolta di fondi per integrare il bilancio...

 

Cerchiamo sempre di fare qualche cosa per raccogliere fondi: abbiamo fatto delle lotterie, degli spettacoli teatrali, stiamo tentando di organizzarne ancora...

 

Leggevo dal bollettino, dal “Notiziario AIAS”, che però c’è uno scarso riscontro da parte del pubblico, per esempio in occasione di un concerto lirico tenuto a Castelfranco Veneto.

 

Quella è stata una cosa poco pubblicizzata. Era un concerto lirico, al quale sono stato presente, molto bello veramente, una cantante direi eccezionale, ma adesso non è più di moda la lirica... mentre avevamo fatto non molto tempo prima una manifestazione con i famosi “Belumat”, era andato molto bene. Non sempre la gente risponde all’iniziativa. Bisogna riuscire a centrare l’iniziativa migliore.

 

Quali sono state le sue maggiori soddisfazioni in questi vent’anni del centro AIAS. C’è qualcosa che ricorda particolarmente con grande soddisfazione, con un piacere immenso?

 

Ne ricordo tante, e sarebbe lungo dirle tutte. La cosa che mi fa più piacere, direi, è ritrovare a distanza di anni, come capita diverse volte, dei ragazzi che sono stati seguiti da noi, e quando li incontri: “Sa, io sono stato seguito da voi nel ’72, nel ’75”. Ecco, ti fa piacere vedere che qualcosa siamo riusciti a fare per il suo benessere. Questa è la cosa migliore, direi.

 

Invece i problemi fondamentali di questo periodo... c’è un cruccio per voi del Centro?

 

Adesso il nostro cruccio è di poter riuscire a creare la struttura - siccome ormai siamo tutti un po’ vecchiotti, anziani, io ne ho 71, e quindi si avvicina anche il termine della mia vita - la cosa che in questo momento mi occupa maggiormente è creare questa struttura, di cui si parlava prima, del “Dopo di Noi”. Abbiamo già visto una prima pedina che è stata posta in sede - speriamo di poter fare qualcosa di più vasto, perché abbiamo tante richieste, e soprattutto di trovare il finanziamento adeguato affinché si mantenga.

 

Questa struttura è già in parte operativa?

 

Non è partita, è costruita, e dovrà partire appena ottenuto il finanziamento, perché adesso dovrò occuparmi proprio di fare la convenzione con l’USL per far partire il finanziamento. Mentre le rette che abbiamo finora sono riservate all’attività diurna, questa sarà una retta che deve essere maggiorata, perché copre l’arco delle ventiquattrore.

 

Nei giornali l’altro ieri c’erano degli articoli a proposito della possibilità di un nuovo centro, una nuova sede. Cosa può dire a proposito di questo?

 

Sono diversi anni che è stato assicurato il finanziamento, c’è uno stanziamento di quattro miliardi e duecento milioni, però, con i momenti più difficili di questi ultimi periodi, i finanziamenti si sono fermati, e adesso c’è la disposizione di questo finanziamento, ma non c’è ancora la realtà del denaro, quindi stiamo in attesa che si concretizzino questi versamenti, e dopo potremo partire con il Centro nuovo, ma ci vorrà tempo, ci vorrà pazienza, perché non bastano più i quattro miliardi che erano stati programmati, ce ne vorranno molti di più, quindi dal primo finanziamento ne seguiranno altri, chissà che si riesca... spero di vederlo questo Centro nuovo, e sennò chissà che lo veda mio figlio almeno.

 

Accennava alle famiglie... sono le famiglie che direttamente vi contattano per ospitare il figlio, oppure la procedura è diversa, è l’USL a destinare...

 

Quando siamo partiti siamo andati a cercare tutti quelli che avevano bisogno, e dopo abbiamo fatto le selezioni nostre. Adesso è l’USL che fa la sua proposta, dice: questo ragazzo dovrebbe essere inserito nelle vostra struttura - allora la nostra équipe studia il caso, vede quello che possiamo fare, e di solito si dà una risposta positiva.

 

Che differenza c’è fondamentalmente tra voi e un’altra grossa cooperativa che lavora nel territorio per quanto riguarda il settore handicap, la cooperativa “Vita e Lavoro”?

 

Noi seguiamo gli handicap psicomotori, più motori che psichici. Loro hanno meno motori, più psichici -  sono soggetti con capacità di spostamento, di mangiare, di tenersi puliti, e svolgono un’attività lavorativa consona a quello che riescono a fare. La diversità è più sulle capacità: mentre i nostri sono meno efficienti dal punto di vista motorio, lì sono più efficienti; hanno bisogno comunque di essere seguiti sempre da personale con qualifiche particolari.

 

A conclusione del nostro incontro, Dott. Rapisarda, un suo pensiero sull’handicap: il portatore di handicap può sentirsi un cittadino come tutti gli altri?

 

Direi di si, certo la strada da fare è ancora lunga, perché ad esempio un soggetto con la carrozzella - io adesso ho mio figlio, che deve spostarsi con la carrozzella, ed ho dei grossi problemi non solo di assistenza quotidiana, per cui ho bisogno al mattino, e mi viene assegnato un obiettore della Caritas per alzarlo, alla sera ho sempre bisogno di un aiuto che pago personalmente - ma per esempio negli spostamenti mi sono attrezzato con un Fiorino in cui sale mio figlio con la carrozzella elettrica. Ci sono sempre i problemi delle scale, del gradino, del marciapiede più alto, degli ascensori un po’ stretti... bisognerebbe - malgrado questa famosa legge sulle barriere architettoniche - che tutti sentissero il dovere di adeguare i servizi alle necessità dell’handicappato. Capita molto spesso - mi ricordo di molti anni fa: sono andato in un albergo di Falcade dove dovevo trasbordare mio figlio dalla carrozzella a una seggiola, perché la carrozzella non entrava nell’ascensore - sono cose che adesso, con questa famosa legge, non dovrebbero più succedere...

 

Quindi se c’è una cosa che chiedete, tanto per attualizzarci un po’, al nuovo governo, è proprio l’effettiva attuazione dell’eliminazione di queste barriere architettoniche?

 

Si, perché veramente limitano tutti. Anche lo spostamento per le strade: se il marciapiede non ha gli scivoli per salire, l’handicappato è sempre più condizionato.

 

Siamo giunti alla fine. Ringrazio il Dott. Giuseppe Rapisarda, fondatore ed attuale consigliere del Centro di Rieducazione Psicomotoria AIAS di Castelfranco Veneto. Grazie Dottore.

 

Ringrazio voi, che mi avete concesso di presentare questa realtà.

 

 

 

Mail di contatto: albertorapisarda@yahoo.com