IL MARCANTONIO COLONNA.

A Sorrento dagli zii di villa C., avevamo avuto la ventura di conoscere alcuni religiosi irlandesi, i " Christian Brothers ", che gestivano a Roma una scuola media, il " Marcantonio Colonna ", con l'ingresso sulla via omonima, in Prati, a quindici minuti di strada da casa nostra. Essendo religiosi e buoni amici degli zii, i nostri genitori decisero che la loro fosse la scuola giusta per avviare mio fratello E., e me, che avevamo fatto tutte le elementari come privati, alla carriera scolastica, per la prima volta seduti in un'aula comune con altri bambini, per la prima volta soggetti a rigidi orari, per la prima volta tenuti a restare nel banco per più ore successive. Il primo intoppo fu l'orario: la mattina tardavamo ad andare a regime, ed inevitabilmente uscivamo in ritardo. E., più responsabile di me, per strada accennava a correre, io non avevo nessuna voglia di affaticarmi, con la cartella piena di libri e di quaderni. L'unica sollecitudine si destava al momento di attraversare da un marciapiede all'altro, quando giocavo a calcolare i tempi esatti per tagliare la strada ad una delle non frequenti automobili, evitandola d'esattezza. Le automobili erano oggetto del nostro interesse, spesso delle nostre conversazioni, in coerenza con le disposizioni del regime, pensavamo che . " le automobili italiane fossero le migliori del mondo ". Ci piacevano in particolare le auto dal piglio sportivo, molto ci emozionò una Lancia decappottabile, che giunta troppo veloce ad un incrocio, nei pressi di Piazza Mazzini, frenò bruscamente accennando ad un testacoda, con gran stridore di ferodi e di gomme. Colpivano la nostra fantasia anche i numerosi autocarri Fiat BL, che circolavano per Roma, residui dei tempi della grande guerra, e celebrati protagonisti della "Marcia su Roma ", le ruote anteriori erano strette, con gomme piene, le ruote posteriori, nei modelli che circolavono in quel periodo, di diametro molto maggiore e con enorme pneumatico, erano azionate da una trasmissione a catena. All'esterno, accanto alla cabina di guida senza sportelli, le leve del cambio e l'avvisatore acustico a tromba e pompetta. I mezzi pubblici erano per lo più tram sferraglianti, con una o due carrozze, ma noi non ne facevamo uso per andare a scuola. Varcato il portone della scuola, ci separavamo, E. frequentava la seconda, io la prima del ginnasio inferiore, corrispondente alla attuale prima media.. Spesso entravo in classe che gli altri erano già seduti, seguito fino al posto dallo sguardo pieno di disapprovazione del fratello professore. Il mio banco era nella fila centrale, circa alla metà della classe. A sinistra le finestre si aprivano sul viale. Accanto a me sedeva un compagno, il cui nome non ricordo, dai capelli neri ricci, sempre in pantaloncini grigi e giacca blu. Era ossessionato dal suo sesso, e si masturbava di continuo in classe, quando andavamo ai gabinetti, poi mi ossessionava con la proposta di mostrarmi il suo pipino. La cosa mi disgustava ed infastidiva, ma non mi turbava più di tanto. Eravamo giunti a Roma che l'anno scolastico era già cominciato, anche se da poco, per di più il libro di latino, materia nuova, non era della stessa edizione in uso in classe, la numerazione delle pagine non corrispondeva, né gli esercizi erano sempre gli stessi. Questo giustificava in parte il mio rendimento, che fu subito scarso, ero in ritardo sugli altri e procedendo restavo sempre più indietro, la causa principale era probabilmente, come sempre, la mia capacità di estraniarmi nel mio limbo sospeso a mezz'aria. La ricreazione si svolgeva nel cortile su via Pompeo Magno, troppo ristretto per la moltitudine di ragazzi che giocavano simultaneamente diverse partite di calcio, inseguendo anziché palle, proibite, dischi piatti di gomma con continui incroci e scontri. Il calcio era anche allora lo sport che più sollecitava il tifo dei ragazzi, tanto che E. ed io ci sentimmo indotti ad prendere parte per le squadre romane, ben inteso divisi, E. per la Lazio ed io per la Roma, di cui comprammo i distintivi da tenere all'occhiello. Io ero, o tale mi sarei sentito per tanti anni, tra i più piccoli di statura e, benché non ne provassi un particolare disagio, non arrivai mai ad inserirmi in piena amicizia con i compagni. Invano inseguivo il disco di gomma per poterlo calciare, correndo, ignorato tra la moltitudine dei compagni in movimento, tanto che un giorno fui investito violentemente; urtato al ventre, riportai una infiammazione all'appendice, che mi diede per un po' di tempo, qualche fastidio.

























LE ADUNATE



Nello stesso cortile delle ricreazioni, il sabato, erano convocate le adunate della O.N.B. (Opera Nazionale Balilla) per le quali era prescritto indossare la divisa da balilla. Balilla erano tutti i bambini dall'inizio della scuola, i più piccoli, detti figli della lupa, i più grandi, terminate le elementari, balilla moschettieri. E. ed io, ci presentammo per la prima volta da campagnoli sprovveduti, con le scarpe gialle, senza la fascia alla vita, con i calzoncini toppo lunghi ed ampi, più da coloniale inglese che da gioventù littoria, senza giberne e senza le insegne regolamentari di balilla moschettieri. I Brothers, che tenevano molto alla loro centuria, ci invitarono a metterci in regola. Da Zingone alla Maddalena o alla Rinascente, tra grandi magazzini di quegli anni, specializzati nell'abigliamento, sollecitamente, fummo rivestiti a dovere, levandoci dal disagio.

Dopo lunghi casermeschi tempi morti, al comando di giovanotti del partito in divisa, venivamo raggruppati, allineati, esercitati nel riposo, attenti, dietro-front, e così via. Talvolta ci venivano consegnati i moschetti, aggiungendo i vari: pied'arm, spall'arm, bilanciarm, presentatarm, alle esercitazioni su dette.

Seguiva spesso un'uscita per le vie della città, per una marcia, preceduti dai tamburini, il cui frastuono mi incantava; provavo spesso ad imitarlo battendo qualche cosa che potesse funzionare da bacchette, su qualche superficie che potesse simulare un tamburo. Talvolta confluivamo con reparti di altre scuole in superadunate per qualche evento del nutrito calendario di celebrazioni fasciste.



HITLER A ROMA


Il culmine si ebbe con la visita del Führer Adolf Hitler a Roma.

La Città Eterna, tanto decantata dai miti del regime, così ricca di vestigia del suo glorioso passato, non doveva sembrare adeguatamente monumentale per un così eccellente ospite, tanto che il percorso dalla Stazione Ostiense alla via dell'Impero fu adornato con addobbi in materiale posticcio: colonne, turiboli, fiaccole et similia. Papà ci accompagnò a vedere quella fiera scenografica. Precedentemente ci aveva condottia visitare le rovine dei fori, senza suscitare, oltre al piacere di essere con lui, ancora vivo nel ricordo, molta emozione. A questo proposito rimase proverbiale la frase di E., relativa alle rovine: " .. perché dobbiamo visitare queste catapecchie?.. ". La vista dei posticci imperiali suscitò nella nostra immaginazione infantile molto più entusiasmo; anche papà malgrado la sua generale ricusazione degli eccessi del cattivo gusto, non sembrava contrariato da tanta pompa pacchiana. Forse in quel momento di massimo successo del regime e di massimo consenso ad esso tributato, molti italiani si erano ridotti ad un livello di capacità critica meno che infantile.

Quando finalmente giunse, ospite di Roma, quell'uomo fatale, che sarebbe stato causa di tante sciagure, per il suo popolo e per i popoli che avrebbero insieme oppresso, fui convocato per prestare servizio d'onore, schierato con altri balilla moschettieri, in divisa con tanto di giberne e moschetto, in un qualche viale della Roma piemontese, se ricordo lo sfondo di palazzi bugnati, forse via Merulana, od una traversa di via Nazionale. Secondo l'uso militare giungemmo con eccessivo anticipo sul posto, e fummo disposti a formare un cordone, lungo il ciglio del marciapiede, fronte alla strada. Dopo più falsi allarmi, conditi da squillanti comandi, alla fine il corteo delle vetture, arrivò. Hitler era su una automobile scoperta accanto a Vittorio Emanuele. Era la prima volta che vedevo il re, piccoletto con i suoi baffetti brizzolati, rigido come il santo di legno di una chiesa di campagna. La memoria della figura di Hitler, come la vidi allora, si perde sotto la montagna di immagini del dittatore che avrei visto in seguito. La folla assiepata alle nostre spalle applaudiva, io ero emozionato e fiero del mio compito; ma ben presto tutto era finito e rientrammo marciando alla nostra scuola.


I SAGGI GINNICI.


Non tutte le adunate finivano in marce, od in istruzione di tipo militare, una parte erano dedicate alla preparazione del saggio ginnico che avremmo dovuto tenere alla presenza di autorità della O.N.B. e del partito. In scarpe da ginnastica, calzoncini neri, e maglia bianca da ginnasta, con bordature e insegne fasciste in nero, ci recavamo ad uno stadio dove, con gran lentezza, venivamo schierati, allineati e coperti, a provare e riprovare i movimenti che facevano parte del programma ministeriale di educazione fisica, per l'anno in corso. Si trattava di movimenti del corpo, torsioni, piegamenti, tutt'altro che estremi ed affaticanti, più volti all'estetica di movimenti sincroni di grandi masse, che ad una vera preparazione atletica. Quelle giornate di prova, e quelle del saggio effettivo, erano giornate distensive, nella pigra primavera romana, lontano dal chiuso delle aule, alla luce del sole. A quelle adunate confluivano allo stadio anche le piccole italiane, ma alle fanciulle in divisa ginnica, che per altro erano tenute ben distinte da noi maschietti, mi interessavo poco. Mi viene da pensare con una certa ilarità, alle accuse che sarebbero state poi dirette, da parte cattolica, contro la politica giovanile del regime, per questa promiscuità, che ci sarà certo stata in qualche caso, ma non molto più audace di quella oggi presente persino nelle classi di catechismo o nei grandi raduni giovanili, che terminano a piazza San Pietro.