ARMANDO ORLANDO

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LA CALABRIA VERSO IL SETTECENTO

 

Dopo la fase di espansione economica e demografica del Cinquecento, la Calabria era sprofondata nella crisi del Seicento, ed entrambi gli avvenimenti sono stati dettagliatamente descritti in diversi capitoli pubblicati nei numeri precedenti.

Quello che ci preme ricordare in questa sede sono le condizioni di vita della popolazione calabrese nel Seicento, e lo facciamo riportando per intero le parole di un cronista contemporaneo, tratte da un codice della Biblioteca Apostolica Vaticana: "La gente di bassa mano comunemente nel vivere, nel vestire, e nell'habitare non può essere più miserabile. E' nata o destinata agli stenti. Vive di tristo pane, o di acqua pura. Tolera ogni disagio, e prodiga della vita è incredibile con quanta sicurezza s'esponga per vilissimo prezzo al caldo, al freddo, alle nevi, alle piogge, all'intemperie d'ogni stagione, senza riparo di veste, scalza, e poco meno che nuda". Parole che non necessitano di commento.

In campo economico, l'attività che più di tutte risentì della fase di ristagno fu l'industria della seta, e ciò arrecò grave danno alla regione. Il commercio serico calabrese, che dopo l'espulsione degli Ebrei si era giovato della presenza di mercanti genovesi e lucchesi, i quali impiantarono mangani per la trattura del filato, risentì persino dei provvedimenti restrittivi emanati nel 1653 dal governo spagnolo contro la Repubblica Ligure, ed il declino della produzione è reso evidente dai dati riguardanti la seta sgabellata in Calabria: 811 mila libre nell'annata 1586/87, 567 mila nel 1641/42 e 473 mila nel 1653/54.

Nel periodo in cui la seta calabrese veniva acquistata a Reggio dai mercanti di Messina, gli effetti negativi legati alla crisi che si era manifestata intorno alla metà del Seicento risultavano in parte alleviati. Ma quando la città dello Stretto si ribellò agli Spagnoli e perse gran parte delle prerogative e dei privilegi commerciali, decadde in Calabria anche la coltura del gelso, che rappresentava la base della produzione serica e che era arrivata a coinvolgere quasi tutte le famiglie rurali, impegnate nelle attività di allevamento del baco da seta .

A Catanzaro, come abbiamo più volte sottolineato, i telai furono più di mille, ma la penuria di materie prime nel 1672, la richiesta del pagamento delle tasse da parte degli arrendatori nonostante le esenzioni, ed infine la peste del 1688 furono avvenimenti che gettarono nella disperazione la città, e da allora l'industria della seta non si è più ripresa.

In campo demografico, la crisi del Seicento - che in Italia fu l'ultima grande crisi, in quanto dopo di essa ebbe inizio una duratura espansione della popolazione italiana - in Calabria colpì in misura differenziata le varie zone, con quelle tirreniche centro-meridionali - scrive Giuseppe Caridi - che nella seconda metà del Cinquecento avevano avuto un incremento considerevole della densità dei fuochi, a fronte di una complessiva stagnazione delle rimanenti zone, appartenenti per lo più al versante ionico.

Secondo i censimenti fiscali - precisa Caridi - al forte calo demografico del versante jonico del Pollino e del Marchesato di Crotone, che tra il 1595 ed il 1669

videro dimezzati i propri fuochi, si contrappone la tenuta del Catanzarese e la crescita del Versante dello Stretto.

Così si passò dai 48.269 fuochi risultanti dalla numerazione ordinata da Carlo V nel 1521, ai 110.018 fuochi del 1595, per tornare a scendere fino ai 81.534 fuochi del 1669, ultima numerazione del periodo spagnolo. Se l'opinione più diffusa tra i demografi è quella di assegnare al fuoco una consistenza media di 4,5 individui, come ricorda Caridi nel libro "Popoli e terre di Calabria nel Mezzogiorno moderno", la popolazione della regione passò, in quei secoli, da 217.210 a 495.081, e poi a 366.903 abitanti.

Il numero dei centri abitati passò da 283 nel 1521 a 323 nel 1595, mentre le città demaniali erano in tutto 15: Amantea, Pietramala, Cosenza, Longobucco, Rossano, Scigliano, Crotone, Catanzaro, Reggio, Stilo, S. Agata, Tropea, Taverna, Policastro e Seminara.

Nel 1669 i centri abitati arrivarono a 331, e la crisi demografica, pur avendo determinato una consistente diminuzione della popolazione residente, mantenne inalterato, come si vede, il numero delle terre abitate, ed insieme con Reggio e Tropea, solo Catanzaro riuscì a superare i duemila fuochi.

Di segno contrario l'andamento demografico riguardante la città di Napoli, capitale del viceregno, passata da 75 mila abitanti a metà del '400 a 300 mila a metà del '600; di questi, 30 mila erano ecclesiastici e controllavano un quarto della proprietà terriera, 10 mila erano borghesi e 2 mila nobili; il resto, circa 260 mila persone, erano popolani e plebei.

Napoli era, allora, la città più popolosa d'Italia, seguita da Milano, dove i nobili preferivano astenersi dalle attività industriali e commerciali per privilegiare gli investimenti immobiliari e gli acquisti di titoli feudali, da Venezia, dove fioriva la dolce vita ed il Maggior Consiglio aveva vietato alla nobiltà l'esercizio dell'industria e della mercatura, e poi da Roma e da Palermo. Essa era cresciuta a dismisura, grazie anche all'arrivo dei nobili che avevano abbandonato i loro feudi, in provincia, ed erano venuti a vivere nella città partenopea portandosi dietro ingenti risorse finanziarie e innumerevoli rendite.

Si sapeva che la capitale - scrive Giuseppe Galasso - era esente da molte delle contribuzioni alle quali invece era soggetto il Regno, e per questo la popolazione di Napoli e dei suoi Casali non era più compresa nelle numerazioni fiscali fin dal 1481. Come attratto da un miraggio, il popolo fuggiva dalle province e andava a vivere nella città campana, ma le strutture e l'economia non erano adeguate per sopportare un tale afflusso di gente, ed il fenomeno non faceva altro che aumentare la povertà ed il parassitismo.

Ed è proprio nella fase di crescita, ed esattamente intorno al 1630, che nella Napoli sovraffollata e impoverita era avvenuta una piccola rivoluzione alimentare. Fino ad allora il pasto principale era costituito dalla carne - scrive Serena Zoli - come dovunque in Europa, e dalla foglia, che è la verdura, ma soprattutto cavolo e broccoli. Ma in una città che è diventata una vera metropoli per i tempi, i luoghi di produzione della verdura diventano troppo lontani, e sale il prezzo della foglia, mentre la carne scarseggia ormai in tutta Europa. Vengono inventati allora la gramola ed il torchio meccanico, che permettono una maggiore e più rapida produzione della pasta, nascono diverse botteghe artigiane ed i prezzi di conseguenza si abbassano. La pasta secca come la conosciamo oggi, portata in Sicilia dagli Arabi e diffusa poi in Liguria e Toscana grazie alle navi genovesi, diventa un genere di largo consumo anche a Napoli, ed i maccheroni cominciano a saziare la plebe.

Nel campo della sicurezza e dell'ordine pubblico, c'è da segnalare lo sforzo sostenuto dagli Spagnoli per difendere la Calabria dagli sbarchi dei corsari e dei pirati barbareschi. Un impegno che si è manifestato sia con il potenziamento e la ristrutturazione di numerosi castelli e fortezze, che con la costruzione delle torri di guardia, le quali, verso la fine del Seicento, erano oltre settanta e si presentavano disseminate lungo tutta la linea di costa della regione.

A questo proposito giova ricordare pure l'azione del marchese del Carpio, viceré dal 1683 al 1687, il quale condusse una lotta senza quartiere contro il brigantaggio e l'anarchia feudale, fenomeni che avevano portato i baroni a proteggere i fuorilegge per poi usarli come arma di ricatto e di violenza verso le classi deboli e verso lo stesso potere centrale. Avvenimenti e fatti di anarchia diffusi anche in Calabria, come testimoniano gli episodi del 1686 legati al destino di due illustri famiglie del posto.

Ci riferiamo agli Abenavoli baroni di Montebello ed agli Alberti marchesi di Pentedattilo. Bernardino Abenavoli si invaghì di Antonia Alberti, sorella del marchese Lorenzo, ma l'unione fu resa impossibile a causa dell'avversione della famiglia di lei, ed allora scoppiò la tragedia: il 16 aprile 1686 gli Abenavoli marciarono contro gli Alberti, occuparono il castello di Pentedattilo e fecero una strage, lasciando sul terreno numerosi morti.

Quella del marchese del Carpio fu una lotta che "troncate le relazioni fra banditi e baroni, venne attuata compiendo regolari spedizioni militari, ponendo taglie e castigando i favoreggiatori; le quali cose portarono l'effetto che tra il 1683 ed il 1687, sotto il viceré, il grande brigantaggio fu fiaccato in tutte le province, e anche nei montuosi Abruzzi, e non ricomparve se non dopo un secolo in conseguenza di nuovi sommovimenti politici e sociali".

Ma l'azione del Marchese andò oltre la repressione degli episodi criminosi e di violenza. Egli lavorò per sostenere la fusione della nobiltà cittadina napoletana con la nobiltà feudale del Regno, allo scopo di favorire la nascita di una classe di proprietari terrieri, in una logica di sfruttamento dei beni feudali e di godimento della terra. La classe feudale si confermò così classe dominante, mentre la scomparsa delle vecchie famiglie baronali, le professioni civili e gli addetti alle funzioni dello Stato creavano le condizioni per il sorgere di un nuovo ceto, che si collocava fra la feudalità ed il popolo. E' il ceto dei borghesi - avvocati, magistrati, dottori, appaltatori d'imposte, funzionari pubblici - che, nella sola città di Napoli, era arrivato a sfiorare le diecimila unità, e che lentamente si diffondeva nelle restanti terre del Regno.

In campo religioso, al quadro delle parrocchie povere e dei conventi basiliani in rovina faceva da contraltare, in Calabria, l'ascesa dei nuovi ordini religiosi e delle mense vescovili. Fra queste ultime le più dotate di rendita erano, nell'ordine, le mense di Cosenza, Mileto, Cassano, Reggio, Tropea, S. Severina, Nicotera e Nicastro, mentre gli ordini più ricchi risultavano i Domenicani ed i Gesuiti, i primi con 30.000 ducati circa ed i secondi con oltre 12.000 ducati di rendita annua.

I possedimenti della Certosa di S. Stefano a Serra San Bruno arrivarono fino alla costa ionica, mentre il santuario di San Domenico a Soriano era meta incessante di pellegrinaggio proveniente da diverse regioni d'Italia e dall'Europa, e ciò aveva reso talmente ricchi i frati del luogo che il monastero acquistò nel 1652 lo stesso feudo di Soriano, devoluto alla Regia Corte alla morte dell'ultimo signore feudale, esponente dei Carafa di Nocera.

Più in generale, la situazione della chiesa calabrese migliorò dopo il Concilio di Trento, anche se faticosamente, perché - scrive Domenico Ficarra - la pastoralità del Concilio tridentino, che tendeva a rendere più meditato l'esercizio della fede e della devozione del popolo, stentò a penetrare in Calabria, dove era molto diffuso il culto delle reliquie e dove c'erano venerazioni locali non sempre ortodosse, tradizioni magiche e pratiche religiose in contrasto con le intenzioni del Concilio stesso.

Vediamo ora con Giuseppe Brasacchio come era organizzata la struttura degli uffici pubblici nel Viceregno, quando il Seicento volgeva al termine e si avvicinava un nuovo secolo, il Settecento, destinato ad iniziare con la fine della dominazione spagnola anche in Calabria per proseguire con il sogno riformista dei primi Borbone e con la diffusione delle idee della Rivoluzione Francese.

Il Consiglio Collaterale esercitava funzioni politiche, finanziarie, giurisdizionali e giudiziarie, e sostituiva il viceré in caso di impedimento o di morte. Esso, inoltre, controllava direttamente i castelli del Regno, che per la Calabria erano quelli di Cosenza, Amantea, Tropea, Crotone, Oriolo e Taverna. Dalla Camera della Sommaria dipendeva l'amministrazione giudiziaria delle vertenze. Nelle Udienze si svolgevano le cause di prima istanza delle province; il Sacro Regio Consiglio era il tribunale di ultima istanza. Le Udienze dipendevano dai Governatori nelle terre demaniali e dagli ufficiali baronali nelle terre feudali.

La Tesoreria curava l'amministrazione finanziaria ed i Tesorieri delle province si avvalevano della collaborazione degli esattori, però la riscossione di molte imposte risultava data in appalto agli arrendatori, i quali anticipavano allo Stato una somma pattuita di denaro dietro il riconoscimento di alti interessi, ed incassavano un aggio sugli importi riscossi. L'esazione dei diritti di esportazione era, invece, curata dai Maestri Portolani, che in Calabria risiedevano a Crotone e a Sibari, nei centri di maggiore esportazione dei cereali.

Nei Fondachi si riscuotevano i diritti sul movimento delle merci, e nella regione i doganieri avevano sede a Cosenza, Castrovillari, Rossano, Corigliano, Oriolo, Cariati, Crotone, Belcastro, Squillace, Roccella, Gerace, Bagnara, Palmi, Tropea, Nicotera, Bivona, S. Eufemia, Nocera, Amantea, Fiumefreddo, San Lucido, Paola, Cetraro e Scalea.

Così strutturato, l'ordinamento politico e amministrativo del Viceregno ebbe notevole incidenza nella vita sociale ed economica della Calabria. Parallelamente al potenziamento della burocrazia statale, si ebbe, però, un ampliamento delle amministrazioni feudali, attraverso la vendita da parte dello Stato delle competenze giurisdizionali e fiscali, allo scopo di far fronte alle impellenti necessità di mezzi finanziari, ed anche su questo argomento ci siamo soffermati con dovizia di particolari nel corso dei precedenti capitoli di questa storia.

La Corona non si preoccupava di turbare l'equilibrio politico a favore del baronaggio, perché la potenza dell'impero castigliano garantiva ampiamente il prevalere del potere centrale su quello baronale. I fatti confermarono che il calcolo dei governanti spagnoli era stato esatto sul piano politico, scrive sempre Brasacchio, mentre Rosario Villari aggiunge: è vero che il concentrarsi della feudalità attorno alla Corte di Napoli fu un fattore di rafforzamento dello Stato per il maggior controllo che il governo potè esercitare sull'aristocrazia, e ciò favorì in molti casi l'eliminazione di episodi di anarchia feudale, ma è anche vero che, così operando, la monarchia è riuscita solo in piccola parte a far entrare nel nuovo ordine il baronaggio, a trasformarne la pubblica funzione in senso più moderno, cioè - spiega lo storico - più in armonia con lo Stato e con i suoi organi.

La carica di viceré di Napoli era reputata, all'epoca, una delle primissime, se non la prima, fra quelle che venivano concesse nei territori posseduti dagli Spagnoli; e ciò avvalora la tesi di quella "consapevolezza napoletana della propria importanza europea" sottolineata da Galasso quando scrive che il regno di Napoli era diventato, dopo la Castiglia, il più importante, non solo per le risorse finanziarie che la monarchia ne traeva, ma anche come elemento essenziale del predominio asburgico in Europa.

Ma la Spagna era avviata a diventare un Paese in declino. Dopo il boom del siglo de oro abbondava di uomini di lettere ma mancava di artigiani, scrive Carlo M. Cipolla; il paese sovrabbondava di burocrati e di letterati senza impiego, ma doveva importare la maggior parte dei prodotti manifatturieri di cui aveva bisogno. Le grandi ricchezze delle colonie americane, aggiunge Gianni Oliva, anziché essere investite in strutture produttive interne, sono state dilapidate negli acquisti dai mercanti stranieri e nel sostegno delle spese militari necessarie per controllare domini tanto estesi; nel momento in cui le riserve d'oro e d'argento delle miniere d'oltre Atlantico cominciano ad esaurirsi, l'economia spagnola si riscopre debole e perdente di fronte a Paesi che in un secolo hanno fatto tesoro delle nuove acquisizioni scientifiche e sono progressivamente cresciuti.

E la Spagna, a sentire Indro Montanelli, governava il viceregno come se stessa, con criteri e metodi antiquati che piombarono la colonia nel più spaventoso baratro economico. Alla sprovvedutezza amministrativa e alla cupidigia dei dominatori facevano riscontro l'abulia e l'inettitudine dei dominati, a cominciare dalla classe più altolocata, la nobiltà. C'era quella che preesisteva alla conquista spagnola e non dimenticava i suoi titoli di priorità. Nè i Re aragonesi - aggiunge il giornalista - né i viceré di Madrid erano mai riusciti a ridurla all'obbedienza. E c'era la nobiltà nuova che non infrenava la vecchia, ma anzi l'imitava nell'arroganza. Anche il nobile di fresca data si considerava sovrano assoluto nel suo "feudo", anche lui si sentiva al di sopra della legge. Ma nei "feudi" i signori risiedevano di rado, alcuni non vi avevano mai messo piede. Li amministravano - si fa per dire - tramite i gabelloti, così chiamati perché pagavano una gabella o affitto annuo al padrone, e si rifacevano spietatamente sui poveri contadini.

Per questo la degradazione del Sud ad area depressa - dice Montanelli - l'hanno in buona parte sulla coscienza quei nobili patiti di precedenze e di pennacchi, e refrattari a ogni forma d'impegno e di lavoro, dal che derivava l'assottigliarsi del loro patrimonio mentre si formava una borghesia abbiente; che altrove era composta d'artigiani, mercanti, imprenditori, e invece nel viceregno era composta soprattutto d'appaltatori di gabelle, usurai, speculatori, avvocati. Assieme a questo ceto medio e all'aristocrazia esisteva un'altra classe benestante e privilegiata, il clero.

Ma accanto agli ecclesiastici "veri" - ci informa Galasso - prosperava "una turba di parassiti o di calcolatori, attratti allo stato ecclesiastico...per l'esclusivo vantaggio che ne derivava". Con 131 vescovati e 21 arcivescovati e con 2.000 case religiose - aggiunge lo storico - il Regno presentava, a metà del secolo XVII, nel campo del privilegio ecclesiastico, una situazione che pregiudicava, per molti versi, ogni potenziale sviluppo e la stessa vita quotidiana della società meridionale. Nel 1670 i soggetti esenti dal foro comune erano ben 56.000, e la situazione non migliorò nel corso del nuovo secolo. Agli inizi del Settecento si contavano circa 47.200 sacerdoti e 25.400 frati. I privilegi delle chiese e la pressione psicologica e morale da un lato, ed il numero dei chierici creati senza bisogno dall'altro, determinarono l'estensione della monomorta nel Regno, la quale arrivò a rappresentare sicuramente un quinto della proprietà libera, di quella proprietà, cioè, non sottoposta a vincolo feudale.

Con un quadro di riferimento così definito la Calabria, assieme alle altre regioni del Sud, si apprestava a lasciare il Seicento, in un periodo in cui a Firenze i migliori botanici sistemavano a museo Palazzo Pitti e gli Uffizi, a Venezia nasceva Antonio Vivaldi, a Roma Bernini ultimava il colonnato di San Pietro e veniva fondata l'Accademia dell'Arcadia, mentre la regina Cristina di Svezia finanziava l'apertura del teatro di Tor di Nona e sulle scene trionfava Tiberio Fiorilli, l'attore conosciuto in Francia con il nome di Scaramouche. Ludovico Antonio Muratori, bibliotecario dell'Ambrosiana di Milano, continuava le ricerche che lo porteranno ad offrire per la prima volta agli studiosi una visione unitaria della storia d'Italia, e Giambattista Vico, filosofo e giurista, diffondeva i suoi insegnamenti dalla cattedra di retorica dell'Università di Napoli.

 

 

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L'EREDITA' SPAGNOLA

NELLA STORIA DELLA CALABRIA

 

"Alla duplice esigenza, da cui era nato, la protezione del territorio e la sottomissione del baronaggio politico alla sovranità dello stato, non fallì il viceregno, cioè il governo spagnolo dell'Italia meridionale"... così scrive Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli, pubblicata la prima volta nel 1925 con l'avvertenza dello stesso autore a leggere il racconto, "che forse vi aiuterà a meglio intendere e a meglio giudicare taluni punti non bene chiariti". E questo doppio ufficio storico - continua Croce - come spiega la sua origine, così rende ragione della lunga sua durata.

Infatti i tentativi di conquista portati avanti dalla Francia furono sempre fronteggiati con successo, e la minaccia turca fu respinta dalle operazioni militari nel Mediterraneo, che determinarono una lunga serie di avvenimenti: l'occupazione di Tripoli nel 1510 e la conquista di Tunisi nel 1535 (contro 80.000 uomini del pirata Barbarossa combatterono 25.000 alleati imperiali, spagnoli, italiani e tedeschi al comando dell'imperatore Carlo V ed in sottordine dell'ammiraglio Andrea Doria e del Marchese Del Vasto), e poi ancora la ripresa di Tripoli nel 1560 e di Tunisi nel 1574, riconquistata all'Islam, quest'ultima, da una grande flotta turca al comando di un pirata di origini calabresi, Gian Luigi Galeni, nato nelle campagne di Isola, presso Cutro, e diventato comandante in capo della flotta musulmana con il nome di Ugùk Alì, meglio noto come Occhialì. Avvenimenti che consentirono di arrivare alla vittoria di Lepanto del 1571, quando l'armata cristiana di don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V, sconfisse i Musulmani di Alì Pascià ed avviò al declino il potere marittimo turco e barbaresco, "al quale non rimase altro vigore offensivo verso l'Italia meridionale che d'incursioni, saccheggi e prede da corsari - annota Croce- e così il Paese, già campo di continue battaglie tra pretendenti e oggetto d'invasioni straniere, entrò in una pace quasi indisturbata per circa un secolo e mezzo.

"Il baronaggio, con l'unione del Regno alla corona di Spagna, parve smarrire un tratto quella tanta forza e audacia, di cui aveva sempre dato prova verso i vecchi suoi re", continua lo studioso di Pescasseroli, precisando che "la maestà del nuovo sovrano gl'incuteva rispetto, e da rispetto e da timore fu soverchiato, dopoché Aragona e Castiglia e Napoli e Sicilia e gli altri domini si furono congiunti, nella persona di Carlo V, con l'Impero".

La repressione del 1528, quando il partito angioino era sceso in campo a favore dell'esercito francese che assediava Napoli ed i suoi baroni si erano recati in Puglia ed in Calabria per sollevare gli abitanti ed occupare le terre, fu feroce e significativa: alcuni nobili persero la vita sul patibolo, altri andarono esuli in Francia, altri ancora furono privati dei loro beni e castigati. Spariti da tempo gli Orsini, i Caldora, i Del Balzo, i Ruffo ed i Caracciolo, i Sanseverino principi di Salerno con l'altro ramo dei principi di Bisignano rappresentavano l'ultima superstite delle grandi case baronali del Regno. Nel conflitto con il viceré spagnolo, però, il superbo principe di Salerno soccombette e, privato di tutti i possedimenti, trovò rifugio in Francia, come i suoi antenati molti anni prima, mentre l'altro ramo della casa, quello dei principi di Bisignano, se ne stava cheto e ubbidiente - scrive Croce - e anzi procurava di dare prove di zelo.

"Fu così che i re di Spagna non solo impedirono che persistesse o si rinnovasse la potenza politica del baronaggio nel Regno di Napoli, ma, per mezzo dei loro viceré, si adoperarono a ridurre i baroni a condizione di sudditi, adeguandoli alle altre classi sociali. Facendo così di necessità virtù, un nuovo sentimento si venne formando presso i baroni e, sul loro esempio e sulla loro autorità, si venne allargando a tutte le altre classi, invece di quello individualistico che aveva dominato in passato: il sentimento della fedeltà. La fedeltà al sovrano, al re di Spagna, conclude lo studioso, diventava vanto, orgoglio, punto d'onore delicatissimo".

Quando la città di Napoli, nei moti del 1547, prese le armi e uccise molti soldati spagnoli, fu molto attenta a non cadere "in ribellione" e fece sapere che una cosa era il viceré, altra cosa era il sovrano; ed anche il popolo di Masaniello, un secolo dopo, scese nelle piazze al grido di "Viva il re di Spagna". La parola e l'immagine di "ribellione", ricorda Croce, suscitava un brivido di raccapriccio, come il più orrendo dei delitti, il parricidio o l'empietà.

Ma i baroni - continua lo studioso - componevano, assieme al clero, la classe dei grossi proprietari terrieri, che alla rendita della terra univano molti altri proventi per monopoli e prestazioni varie, nonché l'esercizio di alcune giurisdizioni, le quali, oltre ad essere fonte di lucro, davano modo di dominare localmente e imporre rispetto ai diritti del proprietario, e talvolta agevolarne gli abusi. E ciò fu evidente in Calabria in maniera molto più chiara rispetto ad altre terre del Regno.

La regione, che aveva dovuto fronteggiare la penuria del 1693, del 1697 e del 1701, si era affacciata al nuovo secolo con una rete stradale fragile e precaria, fatta di vie in terra battuta, di sentieri e mulattiere che collegavano le vie principali ai nuovi centri abitati, sorti in prevalenza sulle montagne, oppure ai luoghi delle fiere, alle fontane, ai corsi d'acqua. L'antica via Popilia penetrava attraverso il valico di Campo Tenese e proseguiva verso Cosenza, per poi congiungersi con la litoranea sul Tirreno, superato il fiume Savuto fino alla Piana di Sant'Eufemia; la strada era stata riattivata dal viceré d'Alcalà nel corso del Cinquecento; aveva subìto variazioni in alcuni tratti, ma conservava intatto il suo percorso nei punti di attraversamento più importanti e delicati.

Il sistema viario romano appariva ormai in decadenza, scrive Pietro Dalena, e strade e corsi d'acqua acquistano il senso di complementi economici e dinamici del territorio, in aderenza ad un quadro politico ed economico profondamente mutato. Esisteva un servizio di posta da Napoli a Reggio, però spesso il postiglione perdeva la vita ucciso da banditi protetti da compiacenti baroni, testimonia Pietro Moretti riferendosi all'uccisione del corriere Matteo Mennella, avvenuta nei pressi di Rende nei primi anni del Settecento. E quando il mastro corriero riusciva a salvare la vita, spesso arrotondava la paga con il contrabbando di tabacco stivato a cassetta. I passeggeri diretti a Napoli preferivano imbarcarsi nel porto di Paola, e la via del mare era considerata più veloce ed anche più sicura in un'epoca in cui la pericolosità delle strade era proverbiale.

Da un lato la malaria costituiva un rilevante fattore negativo per lo sviluppo demografico, dall'altro le condizioni igieniche e di abitabilità contribuivano ad elevare i tassi di mortalità della popolazione. Nei centri abitati mancavano i servizi essenziali, le fogne e le opere per l'approvvigionamento idrico, e la famiglia contadina viveva in misere abitazioni in compagnia degli animali domestici.

Nelle case del quartiere di Santa Lucia - scrive D. Conti parlando di Cosenza - l'umidità è elevatissima e le mura delle case, per lo più con parete appoggiata al dosso della montagna, trasudano abbondantemente acqua, mentre la categoria più numerosa dei cittadini - il bracciale o il faticatore della terra - ha posto la sua residenza nelle torri che circondano la città, scrive Moretti, o all'interno di questa come ortolano o affittatore di qualche linza di terra.

Il tasso di concentrazione urbana era al di sotto della media del Regno, con punte minime nella Calabria Citra, ed in particolare nella Piana di Sibari, nel colle piano del Marchesato e poi nella Piana di Sant'Eufemia, a riprova dello spostamento della popolazione dalla costa verso le montagne. Nella zona jonica il latifondo era sfruttato per il grano e la pastorizia, mentre nella zona tirrenica molte terre venivano strappate alle paludi e rese coltivabili dal lavoro dell'uomo.

La condizione delle coste non aveva consentito la creazione di grandi porti, anche perché il governo spagnolo aveva vietato ai marinai il lungo corso ed il maneggio di grosse navi, ed il commercio marittimo trovava la sua attuazione grazie alla presenza di numerosi approdi che favorivano il trasbordo ed il cabotaggio. Nonostante ciò, i mercanti di Scilla riuscivano ad intrecciare rapporti con Venezia e Trieste, e da quei porti gli scambi proseguivano per regioni come il Tirolo, l'Istria e la Dalmazia, mentre i marinai di Parghelia, riuniti fin dal 1692 in una società cooperativa di mutua assistenza chiamata "Monte delli marinari di Parghelia", esercitavano il commercio marittimo fuori dai confini del Regno.

La monarchia spagnola, scrive Giuseppe Brasacchio, continua a costruire una struttura burocratica e a dare un'organizzazione moderna al Regno, ma codesta opera bisecolare trova un limite nell'immanente retaggio di un'economia e di una società aventi particolari connotati. Nella fase di ascesa la Calabria manifesta le spinte propulsive che provengono dall'esterno: la demografia, la produttività, i traffici e tutta l'economia si espandono; la struttura sociale, già rigida e scarsamente articolata, si arricchisce con l'affioramento di nuovi ceti e di una borghesia. Ma nella fase regressiva, la regione rivela altrettanta sensibilità, allorquando i fattori esogeni vengono meno: la demografia e l'economia declinano rapidamente e la società si appiattisce, gl strati superiori si fondono nella casta della nobiltà cittadina e feudale, mentre gli strati inferiori sono compressi e livellati al basso verso l'amorfo ed anonimo popolo e la plebe rurale.

In Calabria, continua Brasacchio, i progressi durante la presenza spagnola sono modesti, se si pensa ai giganteschi passi in avanti che si compiono verso un rapido avvio di rinnovamento politico, economico e sociale negli altri Stati d'Europa e nella stessa Italia centro-settentrionale. Il processo di differenziazione delle aree depresse del Sud va delineandosi ed il cammino del Mezzogiorno si snoda con lentezza, attraverso mille e mille problemi di miseria, di disgregazione sociale, di malaria, di clima, di arretratezza che travagliano la società e l'economia.

Per tutto il Seicento, scrive Gaetano Cingari, la storia della Calabria non era stata altro che una successione di episodi banditeschi, di incursioni di pirati turchi, di lotte cittadine contro la corrotta amministrazione e la reazione signorile; e bisognerà attendere il 1647 e la rivoluzione di Masaniello per conoscere un diffuso e collegato tentativo di conseguire un assetto politico e amministrativo diverso da quello imposto dai viceré spagnoli e dai loro disonesti rappresentanti provinciali. Detto questo, si capisce come l'involuzione economica, sociale e civile del Viceregno napoletano finiva per essere il risultato di una lunga serie di eventi, che andavano dalle epidemie e carestie ai terremoti, dalle ondate migratorie alla progressiva degradazione delle attività economiche, dovuta, quest'ultima, al generale fenomeno di decadenza che interessava l'Italia ed il Mediterraneo, ma anche all'inasprimento dei vincoli feudali e al mutamento delle strutture del paese.

L'amministrazione dei comuni era stata raddrizzata dal duca d'Alba grazie ai bilanci che per opera del reggente Carlo Tappia venivano utilizzati per definire le rendite e le spese di ciascun ente locale, ed il censimento del 1669, voluto dal viceré d'Aragona, aveva allineato al numero reale degli abitanti le tasse a carico dei comuni. Però il processo di fusione della nobiltà antica con l'aristocrazia moderna aveva dato luogo ad una classe di proprietari terrieri che svolgevano un ruolo di dominio e di egemonia, mentre la monarchia, che si era affermata come il potere più forte, aveva rafforzato l'alleanza con le classi privilegiate contro la piccola borghesia, gli artigiani ed i contadini. E con queste forze sociali, oltre che con un ceto civile in ascesa composto da speculatori ed avvocati, si chiudeva il secolo XVII, e con esso si avviava a termine il viceregno spagnolo del Regno di Napoli.

Cosa rimane, oggi, della dominazione spagnola sulla Calabria? Di quella dominazione che, secondo Croce, ha governato il Regno di Napoli come sé stessa, con la medesima sapienza o la medesima insipienza?

Domenico Ficarra ha scritto che di quel periodo è rimasto, nella coscienza popolare, l'atteggiamento della rassegnazione e della rivolta, della diffidenza e della speranza, sentimenti opposti eppur compresenti nell'animo dei Calabresi; ed un profondo senso di sfiducia nei confronti del potere pubblico. Nelle classi dominanti è rimasto il senso del privilegio, una certa boria personale e la tendenza a considerare il potere più come fonte di vantaggi personali e familiari che di doveri nei confronti degli amministrati. In generale, è poi rimasto uno scarso senso della vita associata, la prevalenza del privato sul pubblico ed il ripiegarsi sulla famiglia, sentita come l'unica realtà sociale capace di soccorrere l'individuo nel momento del bisogno.

Mentre M. Torcia, sulla fine del Settecento, scriveva che gli Spagnoli, "lungi dall'aver mai vibrato il minimo tratto di penna contro gli abitatori divenuti loro consudditi, hanno al contrario dato loro le maggiori prove di amorevolezza, di eguaglianza, e, per così dire, di fratellanza; han diviso i piaceri ed i malanni, le miserie ed i vantaggi con porzione tanto eguale che la prosperità e l'nfelicità della madre patria sono state, secondo le diverse epoche, senza differenza comuni a queste sue province". E lo stesso Croce, nella sua Storia del Regno di Napoli, non esita a dire che "l'opera che la monarchia spagnuola condusse tra le varie classi sociali fu anche opera mediatrice di pace sociale, più volte procurò d'impedire o di temperare gli eccessi e gli abusi dei baroni contro i vassalli; e il popolo fu castigato e represso nei suoi tumulti e violenze, ma anche protetto. I tribunali condannavano di frequente i feudatari per le violenze, estorsioni e prepotenze d'ogni sorta... Politica a volta a volta antifeudale e antiplebea, dalla quale il ceto medio o civile trasse il maggior profitto, conforme anche in questo caso al generale avviamento e progresso europeo".

Citiamo, inoltre, la risposta che Indro Montanelli ha dato ad un lettore sul Corriere della Sera del 7 gennaio 2001. "A me l'Italia attuale non piace affatto, scriveva il giornalista. Non ha una coscienza morale. Non ha una coscienza civile. E' un paese di mafie. Lo è perfino la sua cultura, incapace di comunicare alcunché a coloro che più ne avrebbero bisogno, e di uscire dai suoi circuiti chiusi come cosche. E' un Paese corrotto, un Paese fazioso, insieme timorato e miscredente, un Paese in cui ognuno è inteso soltanto al suo particulare come lo chiamava il Guicciardini. Ma quando raffronto questa che abbiamo sotto gli occhi all'Italia apolide del Sei e Settecento, semplice espressione geografica, come spregiosamente ma giustamente la chiamava Metternich, l'Italia servile e ruffiana di Francia o Spagna-basta che se magna, mi sento quasi orgoglioso di essere nato nell'Italia post-unitaria, pur oberata di tutti i difetti di cui sopra, e che confermo".

E concludiamo con Giuseppe Galasso, il quale scrive che "complessivamente l'azione storica svolta durante due secoli dalla Spagna a Napoli fu di portata eccezionale e si concretò nel porre i fondamenti dello stato moderno nel Mezzogiorno, ossia nello sforzo, da essa compiutovi, di organizzare lo stesso tipo di potere accentrato e assolutistico che contraddistingue gli stati dell'Europa occidentale del Cinquecento e del Seicento. Quando le vicende della politica internazionale, dopo di aver allontanato la Spagna da Napoli nel 1707 e permesso un breve periodo di sudditanza del Regno dal ramo viennese della dinastia asburgica, porteranno nel 1734 alla restaurazione dell'indipendenza napoletana - scrive lo storico - si vedrà che il Mezzogiorno, pur con tutti i secolari problemi di disgregazione, di miseria e di arretratezza che ne affliggono la vita politico-sociale e l'economia, è, tuttavia, un paese tutt'altro che povero di interne energie: un paese che, nel giro di pochi decenni, sarà in grado di affrontare un profondo sforzo di rinnovamento e di esprimere una cultura e un personale politico di rilievo europeo, provando che due secoli di faticoso travaglio all'ombra del trono di una dinastia straniera non erano trascorsi invano e che il Regno del 1734 non era più né quello del 1501 né quello del 1647/48".

 

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IL VICEREGNO AUSTRIACO

NELLA STORIA DELLA CALABRIA

 

In Inghilterra, nel corso del Seicento, l'aristocrazia terriera prese le redini dello sviluppo capitalistico e garantì la sovranità del Parlamento, ridimensionando le prerogative della monarchia, e Londra - ricostruita in pietra, in mattoni e con larghe strade dopo il grande incendio del 1666, che in soli cinque giorni distrusse 13 mila case e 87 chiese - diventò una capitale moderna.

In Francia, invece, i nobili ricercarono l'appoggio della Corona per controllare i ceti inferiori e per questo rimasero sotto l'ombrello protettivo della dinastia regnante, rallentando il processo di democratizzazione delle strutture politiche e sociali del Paese; Parigi continuò ad avere strade e stradine piuttosto strette, testimonia Piero Melograni, e soltanto pochi viali erano larghi una trentina di metri.

La Spagna, in quell'epoca, era ancora un paese importante; continuava a mantenere il controllo della penisola italiana, ma retrocedeva a potenza di secondo ordine e coinvolgeva nella decadenza anche il Ducato di Milano ed il Viceregno napoletano.

Nello scenario europeo dei primi anni del Settecento il Viceregno era perciò un paese marginale, una provincia che assisteva passivamente allo scontro tra gli Asburgo d'Austria ed i Borbone di Francia per la successione sul trono di Spagna.

Erano tempi in cui i regni di Scozia e Inghilterra si univano per dar vita alla Gran Bretagna, la Russia di Pietro il Grande si apriva alla civiltà europea, Pietro Micca si sacrificava nella difesa di Torino contro i Francesi e, qualche anno dopo, il giovane Balilla dava inizio all'insurrezione popolare destinata a liberare Genova dagli Austriaci. Da Messina l'architetto Filippo Juvara si trasferiva in Piemonte al seguito di Vittorio Amedeo di Savoia e partecipava a Torino alla costruzione della Basilica di Superga.

A Madrid i Borbone, con Filippo duca d'Angiò, avevano sostituito gli Asburgo sul trono di Spagna, realizzando così il sogno del Re Sole, ma la Francia era uscita dal conflitto notevolmente ridimensionata come potenza navale, ed era stata costretta a cedere i possedimenti canadesi della Nuova Scozia e Terranova all'Inghilterra, la quale strappava pure Gibilterra e l'isola di Minorca alla Spagna e diventava la padrona incontrastata delle vie di comunicazione tra il vecchio ed il nuovo continente.

Fra tutte le potenze europee, salvo l'Olanda, dove in seguito alla rivoluzione democratica del calvinismo il potere è scivolato nelle mani del Parlamento,

l'Inghilterra è l'unica che agisce in base ai suoi interessi nazionali invece che a quelli dinastici, scrive Indro Montanelli. Il Re Sole ha messo a soqquadro il Continente per procurare troni alla sua famiglia, i Borbone. Gli Asburgo hanno fatto altrettanto. I Savoia non hanno avuto di mira che la corona reale, e la ottengono con la Sicilia. L'Inghilterra va al sodo. Non corre dietro ai pennacchi della grandezza; vuole la padronanza sui mari - continua Montanelli - perché i mari sono, per la nazione, la sicurezza e la ricchezza. L'Asburgo vuole aggiungere il Belgio ai gioielli della sua corona? Se lo prenda. Ma con l'impegno che resti spalancato alle flotte e alle esportazioni britanniche. E' questa preminenza del pubblico interesse sull'interesse dinastico, conclude il giornalista, che rende così efficiente la politica inglese.

In questo contesto gli Asburgo, al termine della guerra di successione durata dal 1701 al 1713, persero la posta principale, che era la corona di Spagna, ma il loro Stato principale, l'Austria, guadagnò molti altri territori, perché si vedeva riconosciuti il dominio sulle Fiandre ed il predominio in Italia, dove controllò il Ducato di Milano, la Sardegna, lo Stato dei Presidi ed il Regno di Napoli.

La storia della Calabria cominciò così ad intrecciarsi con le vicende degli Asburgo d'Austria, mentre si realizzava nel cuore dell'Europa il sogno di Massimiliano I d'Asburgo, uno degli ultimi cavalieri del Medioevo ed uno dei primi uomini del Rinascimento, l'imperatore che aveva governato il Sacro Romano Impero dal 1493 al 1519 e che aveva avviato l'Austria verso il superamento delle strutture feudali e verso la formazione dello stato unitario moderno, facendo di quella nazione una forza politica di dimensione europea. A seguito del matrimonio con Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario, Massimiliano era entrato in possesso dei Paesi Bassi e, perseguendo l'obiettivo di far grande l'Austria, aveva esteso il suo dominio sul Tirolo, nel Trentino e verso l'Adriatico fino a Gorizia. Accentrando nelle sue mani tutti i possessi asburgici, era riuscito ad assicurare alla Casa d'Austria la via della penetrazione nella penisola iberica facendo sposare al figlio Filippo la principessa Giovanna d'Aragona, erede di Ferdinando d'Aragona e di Isabella di Castiglia, i sovrani che avevano unificato la Spagna e che avevano favorito la spedizione di Cristoforo Colombo verso le Americhe.

In Oriente, attraverso importanti legami matrimoniali, Massimiliano era riuscito a mettere un'ipoteca anche sui regni di Ungheria e di Boemia, ed iniziò allora per la capitale Vienna un lungo esperimento di governo plurinazionale, portato avanti da una Casa regnante destinata a guidare l'impero austro-ungarico fino al termine della prima guerra mondiale, con l'ultimo imperatore, Carlo d'Asburgo, morto in esilio nell'isola portoghese di Madeira ed avviato verso l'onore degli altari, visto che proprio di recente, nel mese di aprile del 2003, la Congregazione per le cause dei Santi, presieduta da Giovanni Paolo II, ne ha decretato "le virtù eroiche".

La famiglia, originaria dell'Alsazia, aveva preso il nome da un castello fatto costruire nei pressi di Zurigo da Werner, vescovo di Strasburgo, ed aveva iniziato la sua ascesa dopo il tramonto della Casa di Svevia, con Rodolfo re di Germania nel 1273. A seguito del matrimonio di Filippo il Bello con Giovanna la Pazza nacquero, allora, i due rami di Spagna e d'Austria, e l'apogeo della dinastia asburgica fu raggiunto dopo la scomparsa di Massimiliano, con il nipote Carlo, il quale nel 1515 entrò in possesso dei Paesi Bassi, nel 1516 ereditò la corona di Madrid assieme ai possedimenti spagnoli in Italia e nelle Americhe, e nel 1519, alla morte del nonno, ottenne il dominio dell'Austria e delle sue terre. Divenuto imperatore con il nome di Carlo V grazie al favore della nobiltà germanica e con l'appoggio dell'alta finanza, rappresentata dalla potente famiglia dei Fugger, il figlio di Filippo e di Giovanna unì i vasti possedimenti di Vienna alla corona di Spagna, e di colpo diventò il più potente sovrano dell'Europa.

Da allora, e per un secolo e mezzo, gli Asburgo dovettero difendersi contro la spinta verso occidente esercitata dagli Osmani, la dinastia che, dopo la conquista di Costantinopoli, aveva spinto i Turchi in Europa orientale tentando ripetutamente di occupare l'intera penisola balcanica. L'Austria subentrò così a Venezia nella tradizionale funzione di barriera europea contro l'impero turco e l'Europa, perduto il "secondo occhio della Cristianità" rappresentato dalla capitale dell'Impero d'Oriente, vide modificare anche sul piano fisico la sua concezione: nuove nazioni si erano poste in difesa della coscienza cristiana, e dal primo assedio di Vienna nel 1529 - effettuato dai Turchi di Solimano II - fino all'assedio del 1683 - che durò due mesi e fu spezzato grazie all'intervento del re di Polonia e del duca Carlo di Lorena - i popoli di frontiera furono accolti nella comunità occidentale.

Nel 1717, conquistando Belgrado ed arrivando alle Porte di Ferro, la gola formata dal Danubio che separa i Carpazi dai Balcani, la dinastia degli Asburgo portò a compimento la sua missione di salvatrice della cristianità, e come le invasioni cosiddette barbariche molti secoli prima avevano ravvicinato i popoli germanici agli elementi occidentali del vecchio Impero, così ora l'Austria si affermava come testa di ponte della civiltà germanica verso i Balcani. Allora l'Ungheria e la Transilvania, che si erano distinte contro il dilagare del pericolo turco, e la Polonia, baluardo del mondo cristiano contro i Tartari, divennero "Europa".

La tradizione religiosa cristiana e l'azione del pontificato romano erano state le forze che avevano determinato l'unità dell'Europa medioevale. Poi la Riforma aveva rotto l'unità religiosa ed i contenuti comuni del tessuto unitario erano divenuti di ordine squisitamente politico, con un Machiavelli che contrapponeva l'Europa delle repubbliche e delle monarchie all'Asia del dispotismo dove vi era "un principe e tutti gli altri servi". E l'idea d'Europa cominciò ad identificarsi sempre più con il concetto stesso di civiltà, con la città chiamata a costituire il fulcro di tutta la civiltà europea e considerata al centro del processo di incivilimento umano. Una città che - scrive Raffaello Morghen - rappresentò in tutte le epoche il passaggio dall'economia pastorale a quella agricola, il sorgere dell'industria e del commercio, un preciso ordinamento politico-giuridico, la continuità di una comune tradizione religiosa, il passaggio dalla vita del clan e delle tribù a quella dello stato. Un'idea d'Europa in continua evoluzione, dunque, quella vigente all'epoca della resistenza occidentale all'invadenza dei Turchi; un'idea che si affermerà come concezione "di un grande corpo civile, culturalmente uno, politicamente diviso in tanti stati, ma tutti legati da un continuo, incessante intreccio di rapporti, che si esprimevano in un diritto pubblico europeo e in una dottrina dell'equilibrio; un corpo che aveva usi, costumi e particolarità di vita tutti propri; un corpo che la scienza conduceva innanzi, sulla via del progresso", per dirla con le parole di un grande storico, Federico Chabod.

Un'idea d'Europa che si dipana nei secoli e che oggi si rafforza in virtù di avvenimenti quanto mai attuali, trovando corpo e sostanza sul piano della sicurezza e della pace e sul piano politico ed economico. Tant'è vero che proprio Ungheria e Polonia fanno parte già dal 1999 della più potente alleanza militare regionale del mondo - la NATO - e, assieme ad altre nazioni, si accingono ora ad entrare nel Consiglio d'Europa, secondo un programma di allargamento che vede impegnato in prima persona il presidente della Commissione Romano Prodi. Mentre Giovanni Paolo II, il Papa polacco che ha impresso una svolta decisiva alla dottrina ed alla politica della Chiesa Cattolica, dice che "Questo Continente potrà arricchirsi di tradizioni culturali e religiose di nazioni che ci hanno lasciato un prezioso patrimonio comune di civiltà". E tutto questo dimostra come l'attualità del tempo moderno si saldi con le vicende e con la storia del passato.

E sempre in questo contesto l'Europa conobbe un ventennio di pace, durante il quale la Sardegna fu ceduta ai Savoia, che vi trasferirono il titolo di re, e la Sicilia tornò - come Napoli - sotto la sovranità dell'imperatore Carlo VI della Casa d'Austria. Fin dai primi giorni del dominio, dal maggio del 1720, l'isola conobbe il rigore austriaco ed il luogotenente imperiale estese alla Sicilia il valore nominale della moneta napoletana ed impose la confisca di tutte le armi.

Il Mezzogiorno d'Italia continuava così ad essere un viceregno, passato dal ramo asburgico dei re di Spagna a quello imperiale d'Austria, e Vienna esercitò il suo governo nelle terre del Sud dal 1707 al 1734. La leadership di questa operazione, scrive Galasso, fu dei "togati", ed il periodo austriaco segnò l'apice delle fortune del "ceto civile", affermatosi verso la fine del Seicento ma ancora portatore di interessi corporativi, legati prevalentemente alla rendita fondiaria.

Il governo nel periodo austriaco, però, non si differenziò nella sostanza da quello spagnolo. Nelle istruzioni inviate dall'imperatore Carlo VI d'Asburgo al primo viceré Conte Daun, infatti, venne chiaramente chiesto di non modificare le istituzioni e l'ordinamento amministrativo ereditati dagli Spagnoli. Venne ridotto, comunque, il potere del viceré e molte decisioni furono accentrate a Vienna. Non mancarono, scrive Giuseppe Brasacchio, sforzi per ristrutturare e rendere più efficienti gli organi amministrativi, giudiziari e finanziari, si pungolò la burocrazia per una maggiore funzionalità nell'amministrazione della giustizia, si affidarono nuove competenze e responsabilità alla classe dirigente dello Stato.

Tra il 1708 ed il 1709 furono decretati i sequestri delle rendite dei benefici ecclesiastici e dei forestieri residenti fuori del Regno, ed il provvedimento segnò il primo movimento anticuriale che, scrive Brasacchio, avrà nel corso della seconda metà del Settecento ben altri sviluppi. Nel 1709 l'arrendamento del tabacco tornò allo Stato. La Giunta di Commercio, un'organismo di recente istituzione alle dirette dipendenze della Corte di Vienna, in una relazione del 1714 sottolineò l'urgenza di incrementare la produzione agricola e manufatturiera, di allacciare rapporti commerciali con il Levante e con i paesi dell'Europa del Nord, di snellire le pratiche burocratiche e fiscali e di arrivare a trattati di pace con i Turchi per avere maggiore libertà negli scambi. L'arte della seta, inoltre, "decaduta in compassionevole destinazione", doveva essere risollevata per strappare dall'ozio e dalla miseria le classi più povere della popolazione.

Nel 1718 fu firmata la pace con i rappresentanti dell'Impero Ottomano; nel 1726 furono avviati una numerazione ed un nuovo catasto, al fine di adeguare i tributi alla superficie dei terreni e al reddito dei cittadini; nel 1728 fu istituita una Giunta del buon Governo per avere un quadro chiaro delle condizioni delle Università, "ridotte in istato assai compassionevole, e quasi che impotenti a soddisfare la Regia Corte ed i loro creditori".

Perequazione fiscale, snellimento ed efficienza dell'apparato burocratico, catasto, numerazione dei fuochi, riordino delle finanze nei Comuni, politica commerciale ed estera, pace con i Turchi costituirono, ricorda Brasacchio, le iniziative del governo austriaco intese a migliorare le strutture del vecchio viceregno spagnolo. Molti provvedimenti, però, rimasero sulla carta per l'avversione degli interessati e per il sopraggiungere di una nuova guerra. I commerci non subirono benefici; a Reggio il contrabbando della seta raggiunse livelli elevati con la complicità del clero locale; a Longobucco e a San Donato continuarono, ma con poco successo, le ricerce minerarie per l'estrazione di piombo, rame, ferro e argento; ed il deficit del bilancio statale aumentò progressivamente. L'opposizione dei capitalisti del Regno e la resistenza della classe degli arrendatori facevano la loro parte, e la pressione fiscale, il cui peso ricadeva sulla popolazione più povera tramite i donativi, aggravò lo stato di miseria delle province.

D'altra parte l'entrata degli Austriaci nel Regno non sempre era stata accettata con simpatia. A Cosenza, per esempio, quando fu nominato Vicario Generale il conte di Navarrete, un manipolo di cittadini armati prese d'assalto la Regia Udienza, liberò i detenuti e, cresciuta di numero, la folla si abbandonò alla distruzione di una quantità enorme di materiale d'archivio riguardante processi civili e penali, pergamene, registri e scritture di grande valore. Al grido di Viva l'Infante Carlo e dietro un ritratto di Filippo V Borbone re di Spagna, gli armati distrussero la casa di un napoletano che aveva in affitto la Regia Gabella e poi si diressero verso il Palazzo dell'Arcivescovo; ci furono scontri armati ed i rivoltosi, dopo le prime perdite, si dispersero.

Tra il 1721 ed il 1722, ricorda Brasacchio, in Calabria gruppi di contadini armati, assieme ad elementi del popolo grasso delle università, manifestarono il malcontento a Reggio e Tropea. Nella città dello Stretto duemila persone, spalleggiate dai contadini di alcuni quartieri periferici, presero d'assalto la casa del Governatore e solo l'intervento del comandante della Piazza militare scongiurò il dilagare dei disordini. Al termine della manifestazione molti cittadini furono processati e gli amministratori in carica furono condotti in prigione nell'isola di Ischia.

Le iniziative del governo austriaco tese a migliorare la struttura del vecchio viceregno spagnolo furono numerose, ma destinate a rimanere a livello di intenzioni. La feudalità era ancora potente, e continuavano il disordine amministrativo e gli abusi contro le classi più deboli.

Il libro di Pietro Moretti dal titolo "Immagine di una società in crisi" offre uno spaccato significativo su come una città, Cosenza, e su come la sua provincia vissero il cambio di dominio all'inizio di un secolo, il Settecento, ricco di fermenti e di avvenimenti risolutori per molti problemi del genere umano.

Il potere feudale era ancora saldo nelle mani della nobiltà, una delle più cospicue del Regno, com'è stata definita nel 1697 da una relazione del Consiglio Collaterale. Baroni riottosi, scrive Moretti, strenui difensori dei propri diritti e offensori degli altri. I signori, dice il ricercatore universitario, continuavano ad esercitare la funzione giurisdizionale, il famoso imperio mero e misto concesso alle corti baronali al tempo degli Aragnesi, con il conseguente diritto di vita e di morte sui vassalli. Il Preside, emanazione diretta del potere centrale, esercitava la sua autorità su tutto il territorio della Provincia e controllava le corti baronali; egli , inoltre, costituiva i tribunali di seconda istanza dopo i giudici locali, siano essi feudali o statali, ed interveniva pure nel settore dell'annona, divenendo arbitro del raccolto e della distribuzione dei prodotti agricoli. Il ceto medio era composto da notai, medici, dottori fisici, mercanti, ufficiali regi, speculatori ed avvocati, mentre il ceto più basso era composto dal popolo cittadino e dai contadini urbanizzati, bracciali e venditori di foglia.

Anche l'Arrendatore, in Cosenza, godeva di privilegi, esercitava funzioni tipiche del potere esecutivo, aveva al seguito schiere di armati con i quali controllare la riscossione dei diritti a lui dovuti; mentre continuava il fenomeno dei chierici selvaggi, di coloro, cioè, che avevano il privilegio di vestire l'abito ecclesiastico nonostante avessero moglie e figli, ed erano, per questo, esenti da imposte e gabelle. I casali di Dipignano nel 1694 e di Malito nel 1701 lamentavano l'aggravarsi dell'indebitamento comunale "per li pesi fiscali" a causa delle "continue ordinazioni di clerici". Per limitare il potere dei chierici si erano svolti a Cosenza numerosi sinodi. Quello del 1707 aveva ribadito con forza il divieto di portare armi ed aveva vietato "il gioco d'azzardo, il tener presso di sè donne se non congiunte di primo o secondo grado, aver alcuna comunicazione epistolare con educande e pene severissime saranno contro i rapitori di monache".

La giurisdizione ecclesiastica, però, si contrapponeva spesso a quella laica, e ciò contribuì a creare "strumenti che insinuano all'interno del tessuto connettivo demaniale vere e proprie zone protette, impermeabili al giudice e alla burocrazia regia, e che spesso, più della originaria funzione di difensori del debole e dell'oppresso, appaiono costituire un bastione della criminalità comune o una protezione all'uso deleterio del privilegio". Per questo nel periodo a cavallo tra i due secoli, la Chiesa a Cosenza "sembra il naturale rifugio dell'assassino, del ladro, del violento, del fallito e di chi medita vendetta". Dalla sua posizione vantaggiosa, continua Moretti, l'istituzione ecclesiastica ha condotto l'attacco ad alcune istituzioni prettamente cittadine, particolarmente nel periodo di indebolimento della feudalità. La longa manus ecclesiastica si estese anche su congregazioni e confraternite: l'assistente spirituale di queste, con la possibilità di intevento con censura e con poteri di controllo sulla cassa comune, rivestì un ruolo importante in seno all'organizzazione. Fenomeno non secondario in un ambiente dove tali istituti rappresentarono gli unici momenti aggreganti per artigiani e mastri.

Una testimonianza dell'arcivescovo Gennaro Sanfelice, lasciata a pochi anni dall'avvento del nuovo secolo, mette in evidenza la drammaticità delle condizioni di vita dei cittadini: "...Una numerosità grande di persone povere furono astretti dalla necessità a cibarsi d'erbe crude... ne seguirono... la morte di moltitudine di persone di ogni ceto e qualità... e la morte di centinaia e centinaia di huomini che attendono alle masserie e colture di altri beni rurali". Una condizione aggravata dalle imposizioni fiscali, che arrivarono a creare persino una tassa funeraria; le conseguenze di un tale comportamento, scrive Moretti, sono state deleterie: cadaveri sono stati portati di nascosto nei casali e i poveri sono rimasti insepolti. A tutto questo si è giunti, conclude Moretti, per "haver voluto succhiare il sangue dei vivi per seppellire i defunti", come riporta un atto del notaio Conti del 1691.

Forse è anche per tutto questo che i ventisette anni di viceregno austriaco lasciarono immutato l'assetto feudale, politico ed amministrativo del meridione italiano, come osservato da Brasacchio, ma è doveroso riconoscere che il velleitarismo riformistico ed i fermenti culturali maturati in quell'epoca costituirono l'attivo di una eredità i cui frutti raccoglieranno i primi Borbone.

 

 

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LA DINASTIA DEI BORBONE A NAPOLI

E IL VIAGGIO DEL RE IN CALABRIA

 

 

La formazione del regno di Napoli, scrive Silvio de Majo, avvenne per un meccanismo tipico dell'antico regime: le guerre tra le varie case reali europee per la successione su troni vacanti e per l'accaparramento di territori e sudditi; una situazione, continua il professore universitario, in cui i popoli venivano palleggiati tra le diplomazie nella più assoluta impossibilità di autodeterminare il proprio destino.

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, al termine della guerra di successione spagnola il Napoletano - e con esso la Calabria - fu assegnato agli Asburgo, ma qualche anno dopo, per effetto della guerra per la successione in Polonia, il regno tornò sotto l'influenza della Spagna, la quale, esauritasi la dinastia asburgica, aveva iniziato con i Borbone la sua riscossa.

Figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, Carlo era duca di Parma e Piacenza per discendenza materna, quando le monarchie borboniche di Francia e Spagna si contrapposero agli Asburgo d'Austria. Il conflitto durò dal 1733 al 1738, fu combattuto prevalentemente in Italia e si concluse con la pace di Vienna, definita da Gianni Oliva un "autentico capolavoro della diplomazia settecentesca".

In virtù degli accordi sottoscritti dalle grandi potenze, Francesco Stefano, già signore di Lorena e marito della futura imperatrice Maria Teresa d'Asburgo, ottenne il Granducato di Toscana, dove un anno prima - a Firenze - era morto Gian Gastone, ultimo dei Medici; al figlio del re di Spagna, don Carlos, vennero assegnati il Regno di Napoli e la Sicilia; il Piemonte di Carlo Emanuele portò i suoi confini sul Ticino e l'Austria - osserva Oliva - uscita sconfitta dalla guerra, pagò le spese della pace perdendo l'egemonia sulla penisola italiana, ma conservò il Milanese, ampliato a seguito dell'annessione di Parma e Piacenza. Con questa pace, conclude lo storico torinese, si passò in Italia dall'egemonia di un unico Paese al principio dell'equilibrio tra gli Asburgo ed i Borbone, e questo assetto, pur togliendo iniziativa alla politica estera del Piemonte, stretto fra interessi più forti, finì per consolidare l'indipendenza dello Stato governato dai Savoia.

Intanto Carlo di Borbone, sostenuto dall'esercito spagnolo, era entrato a Napoli nel pomeriggio del 10 maggio 1734 e si era posto come capostipite di una dinastia destinata a regnare in Italia fino al compimento del Risorgimento nazionale.

Il popolo, ha scritto Umberto Caldora, faceva ala al suo passaggio e applaudiva: ma non tanto all'indirizzo del diciottenne dai capelli biondi e dagli occhi celesti che faceva il suo ingresso a cavallo, quanto per incitare i cavalieri che, al suo fianco, gettavano manciate di monete. Il denaro era abbondante, e proveniva dai tesori appena arrivati in Spagna dalle colonie del Messico, e la regina Elisabetta - scrive Pietro Colletta - "ne aveva data parte all'infante per l'acquisto di Napoli, ed egli, magnifico, gli spargeva largamente nei popoli, pagava le vettovaglie, faceva doni, limosine, benignità frequenti e, come usava quel tempo, dava spesso a gettare nella moltitudine monete a pugni".

Il 25 maggio di quell'anno, 6.500 fanti e 1.900 cavalieri austro-russi guidati dal principe di Belmonte, il calabrese Antonio Pignatelli, furono definitivamente sconfitti a Bitonto da 10.000 soldati spagnoli, ed il 29 agosto iniziò la conquista della Sicilia, che si concluse il 12 luglio 1735 con la resa del forte di Trapani.

Carlo di Borbone diventava così "re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza e Castro, gran principe ereditario della Toscana" ed allo stemma di Napoli aggiungeva i tre gigli d'oro della Spagna, i sei d'azzurro dei Farnese e le cinque palle rosse e una azzurra dei Medici, perché questi ultimi, imparentati con i Farnese, non avevano più discendenti e lasciavano libere le terre della Toscana.

I Napoletani, scrive Giuseppe Brasacchio, accolsero con entusiasmo Carlo III di Borbone, e l'entusiasmo trovava fondamento nella riacquistata indipendenza e nel ritorno, dopo oltre due secoli di viceregno, di un "Principato domestico". Non più provincia della Spagna o dell'Austria, il Regno poteva aspirare ad una propria identità, inserirsi con dignità nel contesto della nazioni europee e guardare più da vicino ai problemi dei suoi sudditi.

Dopo la vittoria di Bitonto il nuovo re iniziò un viaggio verso la Sicilia, ed il 24 gennaio 1735, con un seguito di cento granatieri a cavallo ed altrettante guardie del corpo, giunse ai confini della Calabria. In duecento anni, solo l'imperatore Carlo V, reduce da Tunisi, aveva attraversato la regione e, prima di lui, erano stati in Calabria solamente altri due sovrani, Alfonso il Magnanimo e Ferdinando d'Aragona.

Accolto dal Preside della Provincia di Calabria Citra, Carlo sostò a Rocca Imperiale e a Casalnuovo, proseguì per Terranova di Sibari e Corigliano, e la sera del 28 gennaio dormì nel palazzo arcivescovile di Rossano. Il giorno dopo partì per Cariati e Crucoli ed il 31 giunse a Cirò. Il 2 febbraio partì alla volta di Crotone e Cutro, e quì venne raggiunto dal Reggimento di Catanzaro, che aveva il compito di consegnare al sovrano le chiavi d'oro e l'omaggio della città.

Il pittoresco corteo delle massime magistrature di Catanzaro - scrive Giuseppe Brasacchio - con paggi e servi decorati con ricche e vistose livree, con cavalli bardati con gran lusso, entrò la sera a Cutro al lume di una suggestiva fiaccolata. In verità, continua lo studioso crotonese, Carlo era stanco dei continui indugi e delle affettuose premure di nobili e popolani, ed avrebbe voluto proseguire per Monteleone, però le insistenze della nobiltà catanzarese e le preghiere del vescovo furono tali che infine il sovrano acconsentì a fermarsi a Catanzaro per quattro giorni, trascorsi fra feste, pranzi, rappresentazioni teatrali e musiche. Sulla strada per Monteleone il re si fermò a Borgia e a Maida, poi proseguì per Rosarno, e a Palmi attese il ritorno delle buone condizioni del mare per imbarcarsi ed attraversare lo Stretto alla volta della Sicilia.

Tre anni dopo, a seguito del matrimonio di Carlo con Maria Amalia di Sassonia, figlia di una nipote dell'imperatore asburgico, anche l'Austria riconobbe l'autonomia e l'indipendenza del regno di Napoli e di Sicilia, ed in cambio Vienna ottenne - come abbiamo già detto - il ducato di Parma e Piacenza, mentre il Granducato di Toscana, dove si era estinta la dinastia dei Medici, andò a Francesco Stefano, già signore della Lorena e marito di Maria Teresa d'Austria.

Ma alla morte dell'imperatore asburgico scoppiò in Europa una nuova guerra per la successione austriaca, ed i Borbone di Francia e di Spagna ripresero la tradizionale politica contro gli Asburgo; In Italia, Carlo fu costretto a difendere il suo regno con le armi, e la battaglia di Velletri del 1744 determinò la vittoria dell'esercito ispano-napoletano e segnò la fine del tentativo austriaco di conquista del regno di Napoli.

L'intervento dell'Inghilterra si mostrò ancora una volta decisivo per il mantenimento dell'equilibrio europeo, e la corona del Sacro Romano Impero, che per trecento anni consecutivi, dal 1439 al 1740, era stata degli Asburgo senza soluzione di continuità, fu assegnata agli Asburgo Lorena, la nuova dinastia imperiale nata nel 1736 dall'unione di Maria Teresa d'Austria, figlia dell'imperatore, con il signore della Lorena Francesco Stefano. Ed agli Asburgo Lorena la corona rimase dal 1745 fino al congresso di Vienna del 1815, convocato per sancire la ricostruzione politico-territoriale dell'Europa mentre Napoleone manovrava le sue truppe verso la sconfitta di Waterloo. Quel congresso seppellì per sempre il Sacro Romano Impero, ed al suo posto fece nascere una Confederazione Germanica, la cui presidenza rimase, comunque, assegnata alla Casa d'Austria.

Erano tempi in cui la congiuntura economica favorevole iniziata nel Napoletano sotto gli Austriaci manifestava ancora la sua efficacia, e gli effetti benefici, scrive Pasquale Villani, si facevano sentire sulla produzione e sulla popolazione e contribuivano a lasciare un felice ricordo del regno di Carlo.

L'avvio di questa fase di crescita si faceva risalire al 1727, come aveva intuito Bartolomeo Intrieri, un umile popolano di Firenze diventato amministratore delle terre che nel Meridione possedevano i Medici ed i Corsini. Nella qualità di amministratore - dice Benedetto Croce - l'Intrieri si era dato agli studi dell'economia e, cercando libri, ebbe tra le mani il trattato di Antonio Serra, del quale, continua il filosofo, conobbe l'alta importanza, e che lesse e rilesse e fece conoscere ai suoi amici. Egli, che fu maestro e protettore dei giovani economisti, nel 1754 istituì a Napoli la cattedra di economia e commercio, prima in tutte le università d'Europa, e l'insegnamento fu affidato all'abate Antonio Genovesi, economista e collaboratore di Bernardo Tanucci nell'opera di riforma dello Stato intrapresa dal ministro di Carlo di Borbone.

Intrieri, nel 1739, così scriveva: "I prezzi de grani e di tutte le vettovaglie sono a vilissimo prezzo e se Iddio ci continua la sua santa grazia torneremo presto alla strabbocchevole abbondanza del 1727". La crisi di sovrapproduzione per mancanza di sbocchi commerciali che si era verificata sotto la dominazione degli Austriaci aveva, infatti, determinato l'abbondanza dei più elementari prodotti della terra, e ciò significava, aggiunge Villani, se non benessere, almeno nutrimento assicurato per la gran massa della popolazione, che viveva in una economia seminaturale.

Con Carlo di Borbone sembrava aprirsi, allora, un'età nuova nella storia del Regno di Napoli, non solo per gli stimoli che dalla recuperata autonomia venivano alla cultura, prosegue Villani, ma per l'inizio di un processo di ascesa demografica ed economica che faceva partecipi le province meridionali del generale moto di rinnovamento dell'Europa occidentale e che non mancherà di avere ripercussioni sul terreno sociale. Nella secolare fase di sviluppo economico, il baronaggio riusciva a mantenere una posizione di predominio grazie al potere giurisdizionale e ai sostanziali privilegi, ma sempre più numerosa e potente emergeva accanto ad esso, in ogni centro cittadino e nei grossi agglomerati rurali, una schiera di benestanti, di proprietari, di civili (da non confondere con il tradizionale "ceto forense" tipico della capitale) che sono un particolare tipo di borghesia agraria, gli antenati prossimi, conclude lo studioso allievo di Federico Chabod, dei ben noti "galantuomini" meridionali.

Alla politica di questo sovrano si deve l'arrivo in Italia della terza grande ondata di popolazione albanese, dopo le immigrazioni favorite dagli Aragonesi nel Quattrocento e dagli imperatori Carlo V e Filippo II nel Cinquecento, ed i nuovi venuti trovarono posto prevalentemente in Abruzzo, mentre Lorenzo Corsini, un religioso di sangue albanese diventato papa con il nome di Clemente XII, fondava a Palermo il seminario greco-albanese e a S. Benedetto Ullano il collegio di S. Adriano. Queste due istituzioni si rivelarono di particolare importanza per le comunità albanesi, perché provocarono una prodigiosa crescita culturale e contribuirono a far diventare intellettuali e patrioti un popolo di soldati che, al loro arrivo in Italia, si erano già trasformati in contadini e pastori. Il seminario ed il collegio divennero la fucina della cultura albanese, favorirono la resistenza della lingua e garantirono il mantenimento di una diffusa coscienza popolare e di una forte identità all'interno delle comunità albanesi di Calabria e di Sicilia.

Ma nel 1759 Ferdinando VI di Borbone, fratello di Carlo e re di Spagna, morì senza figli, e per la successione alla corona di Madrid fu chiamato proprio lui, il re di Napoli, e quando Carlo dovette partire, scrive Caldora, la cerimonia del commiato fu mesta, anche per la dichiarazione ufficiale dell'inabilità psichica del primogenito principe Filippo. Il 6 ottobre 1759 Napoli si trovò ad assistere con amarezza alla partenza di Carlo: quasi presaga che non avrebbe più avuto un sovrano come lui.

Il regno di Napoli fu assegnato, allora, al terzogenito Ferdinando, di appena otto anni, ed il governo delle Due Sicilie fu affidato ad un Consiglio di Reggenza, del quale facevano parte Domenico Cattaneo per conto della regina Maria Amalia di Sassonia, e Bernardo Tanucci, fiduciario di Carlo III che da Madrid continuava a seguire le sorti del suo primo regno. Il 12 gennaio 1767 Ferdinando uscì dalla minore età, il Consiglio di Reggenza si sciolse ed il sovrano iniziò un lungo periodo di regno, destinato a durare fino alla sua morte, sopraggiunta nel 1825.

Ma Ferdinando non si interessò molto dell'amministrazione del paese e, come ha ricordato de Majo, fu Tanucci ad avere in mano le redini del governo, essendo stato nominato primo ministro nel 1767. Un anno dopo il sovrano napoletano sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatore d'Austria, ed iniziò l'ingerenza austriaca negli affari pubblici; un'ingerenza destinata ad aumentare col passare degli anni, tanto da portare la regina ad essere ammessa alle riunioni del Consiglio di Stato a partire dal 1775.

Intanto il movimento di espansione che si era manifestato alla fine del primo ventennio del Settecento continuò, salvo alcune eccezioni, fino al 1759, ed i riflessi di questo movimento si ebbero pure in campo demografico.Tra il 1734 ed il 1765 la popolazione del Regno, che era scesa a 2.500.000 abitanti anche a causa della peste napoletana del 1656 e di quella pugliese del 1693, passò da tre a quattro milioni di abitanti, fino a raggiungere i cinque milioni nel 1791. In Italia, complessivamente, la popolazione ammontava a 17 milioni intorno alla metà del Settecento, per arrivare a 18.800.000 abitanti alla fine del secolo.

La spinta demografica che si era verificata tra gli ultimi anni del Seicento ed il 1760 aveva fatto registrare punte elevate di concentrazione di popolazione a Napoli e nelle province campane, lucane e in Terra di Bari, grazie anche al favorevole andamento dell'agricoltura ed alla mancanza di gravi crisi annonarie.

Pure per la Calabria, ci informa Giuseppe Caridi, quella del Seicento era stata l'ultima grande crisi di antico regime demografico. Superata, infatti, come altrove in Europa, la recessione seicentesca, la popolazione calabrese, nel suo complesso, si era avviata, agli inizi del Settecento, verso una fase di crescita che si sarebbe ulteriormente accentuata nei decenni successivi.

Nel 1765 furono pubblicati i primi dati della popolazione del regno di Napoli, numerata per anime e non più per fuochi, e le fonti utilizzate furono i Registri Parrocchiali, dove veniva annotato periodicamente lo Stato delle anime, un documento redatto per la prima volta a Milano nel 1570, al tempo di San Carlo Borromeo, e poi diffuso nelle diocesi meridionali secondo le indicazioni del Concilio di Trento.

In Calabria i vescovi segnalarono una popolazione di 272.393 abitanti per la provincia Citra e 410.672 per la Ultra, per un totale complessivo di 683.065 abitanti, a fronte dei 495.081 nel 1595 e 366.903 nel 1669. Un numero che in poco meno di un secolo era quasi raddoppiato, ma in maniera non uniforme, visto che nel corso del Settecento la Calabria Citeriore aveva visto crescere la popolazione in modo assai più rapido della provincia Ulteriore.

In quel tempo, come abbiamo visto, l'economia europea e quella italiana mostravano segni di ripresa, e nel Regno di Napoli i progressi dell'agricoltura si accompagnarono - scrive Villani - ad un incremento dell'attività mercantile. Giuseppe Galasso precisa che l'economia meridionale rimaneva, nel complesso, agricola, ed il tenore di vita delle masse rurali era decisamente basso, pur in presenza di progressi igienici e sanitari; le materie prime ed i prodotti della terra alimentavano il commercio di esportazione, e la voce principale delle importazioni era rappresentata da manufatti.

La Calabria, nel suo complesso, avvertiva nuovamente il movimento positivo, anche se indotto ancora una volta da fattori esterni. Ma essa era ormai una regione debole, più povera e meno suscettibile di immediati sviluppi di quanto si era dimostrata nel Cinquecento. Contemporaneamente alla crescita economica era nato il fenomeno mafioso, il quale prese avvio, secondo Enzo Fantò, nelle zone più sviluppate, che erano quelle mercantili del reggino e del distretto di Palmi, dove più diffusa era la "picciotteria" e insieme la figura dell'industriante; una figura, continua Fantò, analoga a quella del gabellotto siciliano, la quale gestiva le grandi proprietà dei baroni e alcune attività commerciali a più alto rischio. Viene così sfatata la convinzione che la mafia calabrese sia figlia dell'arretratezza e della miseria, e diviene chiaro che, in passato, è stato proprio il fenomeno mafioso a creare arretratezza e miseria. Condizioni di vita che furono vissute dal popolo calabrese con rassegnazione, ma che non mancarono di provocare, anche sotto la dinastia borbonica, movimenti insurrezionali e tumulti.

Nel 1736 una sommossa si verificò a Paola, dove la Camera Marchesale aveva imposto una nuova gabella sulla macina dei grani; la popolazione, colpita dalla pressione fiscale, si riversò sulle strade guidata da Francesco e Nicola Barone e dal chierico Mazzei. La sommossa durò due mesi, durante i quali furono incendiate le case dei notabili e dei gabellieri feudali; poi , il 6 gennaio 1737, cessò, grazie all'intervento del clero locale. La città era governata dagli Spinelli, una famiglia al culmine della potenza politica, i quali erano anche principi di Cariati e di Scalea, e Giuseppe, fratello del Marchese di Fuscaldo, era cardinale arcivescovo di Napoli nel 1735. Tanto potenti da spingere Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III, a parlare di Spinelleria, specialmente quando nel 1746 l'arcivescovo chiese la restaurazione del Santo Uffizio ed ottenne dal re Carlo un deciso rifiuto. La repressione della rivolta di Paola fu violenta ed il capo degli insorti, Nicola Barone, fu tradotto a Cosenza e condannato a morte.

Nel 1743 fu la volta di Reggio, che insorse in occasione della peste che stava provocando, in città, più di 3.500 morti. Portata il 20 marzo 1743 a Messina da una nave genovese carica di lana e frumento, l'epidemia era arrivata sul continente, e la gente, spaventata, cominciò a bruciare tutto ciò che aveva attorno. Domenico Spanò Bolani scrisse a questo proposito: "E fu per verità doloroso a veder rompere le botti, e spargere per terra il vino, bruciar le barche, tagliare alberi e canneti, ove sospettavasi che potessero trovarsi robe infette". Il 12 luglio il sovrano decise di nominare un Vicario Generale in Calabria con il compito di sovrintendere alla salute pubblica, e la scelta cadde sul conte Giacomo Giuseppe di Mahony, tenente generale dell'esercito, il quale diresse le operazioni da Paola, Catanzaro, Scilla e Nicastro e divise in zone il territorio calabrese, creando un cordone sanitario e proibendo ogni rapporto commerciale fra le varie parti. Il freddo e l'acqua verso la fine di settembre ed un terremoto il 7 dicembre aggravarono le difficoltà della città e, nonostante l'opera disinteressata dei frati cappuccini, la popolazione soffrì fino ai primi mesi del 1744, quando la pestilenza cominciò a dare segni di rallentamento. Al termine dell'epidemia a Reggio si contarono 4.254 infetti, di cui 681 curati e 3.573 morti; gli abitanti illesi risultarono 10.332.

A questi movimenti seguirono, nella seconda metà del Settecento, altri tumulti, che si intrecciarono con la politica riformista dei primi Borbone fino ad arrivare alla proclamazione della Repubblica Partenopea, la cui repressione causò - come vedremo nei prossimi capitoli - un vero e proprio bagno di sangue e creò una frattura insanabile fra il ceto progressista che si rafforzava ed il suo sovrano.

 

 

 

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IL RIFORMISMO DEI BORBONE NEL REGNO DI NAPOLI

 

 

Alla fine delle tre guerre di successione, combattute in Europa tra il 1702 ed il 1748, l'Italia s'era liberata dal dominio diretto degli stranieri, salvo che per il ducato di Milano, diventato parte integrante dello Stato austriaco, e per quello di Mantova, dove la dinastia dei Gonzaga camminava verso l'estinzione. A nord e a sud della Penisola si erano formati due forti regni, quello dei Savoia a Torino e quello dei Borbone a Napoli, ed i quarant'anni che seguirono la firma del trattato di Aquisgrana segnarono un periodo di pace tra i più fecondi della politica italiana.

L'Illuminismo, con i suoi indirizzi diversificati e con l'elemento unificante rappresentato dalla fiducia nella ragione, dominava in Francia come un vasto moto intellettuale e culturale e forniva all'assolutismo monarchico un fondamento ideologico che lo emancipava dai suoi legami con il feudalesimo: un'ideologia, scrive Paolo Alatri, che rispondeva agli ideali e alle esigenze delle nuove forze borghesi che in Europa nel corso del Settecento prendevano un posto sempre più importante nell'economia e nella vita sociale.

L'Italia - scrive Indro Montanelli - viveva di luce riflessa in politica, in cultura, in economia; ma avvertiva, sia pure come dépendance di potenze e lumi stranieri, l'incalzare del nuovo. Il movimento illuminato aveva due centri: Milano e Napoli. Al nord fiorivano gli studi rivolti al processo penale, all'abolizione della tortura e della pena di morte, ai problemi economici legati alla libertà di commercio e alla rivalutazione dell'agricoltura come base della ricchezza della nazione; a Napoli, invece, gli studiosi si interessavano dell'autonomia dello Stato dalla Chiesa, del valore e della funzione della moneta, dei princìpi ispiratori della legislazione. Da un lato Beccaria con le idee di una giustizia più umana ed i fratelli Verri con un pensiero segnato dall'illuminismo francese ma anche dotato di una sua originalità, dall'altro Giannone con gli studi storici, Genovesi e Galiani con la letteratura economica, Filangieri nel campo della legislazione, Broggia con gli studi fiscali e Galanti con le descrizioni geografiche.

Le nuove idee, nate nel clima preparato dagli enciclopedisti francesi, cominciavano ad essere recepite nei codici di molte potenze europee. Caterina di Russia rafforzò il potere statale a danno dei poteri locali, ma finì per favorire il predominio sociale della nobiltà, senza riuscire a migliorare la sorte delle classi inferiori; la principessa tedesca, divenuta zarina dopo la morte del marito Pietro, avrebbe voluto Cesare Beccaria in Russia, scrive Gianfranco Ravasi, e pubblicò un'opera ispirata quasi letteralmente a molte pagine dell'autore milanese. Federico II fece trionfare in Prussia la legislazione legata al diritto romano e sancì l'obbligatorietà dell'istruzione elementare. L'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo prima, ed il figlio Giuseppe dopo, avviarono in Austria un programma riformistico che portò ad abolire la tortura e la servitù della gleba, ed affermarono la prevalenza del sistema giurisdizionalistico su quello ecclesiastico fino ad entrare in contrasto con il Papato.

Anche in Italia i sovrani svolgevano un'intensa attività riformatrice. Nel Ducato di Milano Maria Teresa abolì nel 1770 il sistema degli appalti introdotto dagli Spagnoli, e dazi, dogane, poste, trasporti, servizi e monopolio del sale, del tabacco e della polvere da sparo tornarono sotto il controllo di un'amministrazione pubblica sempe più efficiente; nel 1776 la stessa sovrana fondò la "Società patriottica diretta all'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture", ed il sodalizio fu inaugurato nel 1778 con un discorso di Pietro Verri. Pietro Leopoldo di Lorena, nel Granducato di Toscana, con una legge del 1786 abolì per primo nella storia d'Europa la tortura e la pena di morte. Mentre in Piemonte, dove nel 1746 era stata stampata la prima banconota italiana, del valore di mille lire (circa 3.100 euro attuali), i Savoia proseguivano una politica riformatrice che, iniziata nella prima metà del secolo, aveva portato il regno subalpino a diventare lo stato burocratico e militare più organizzato ed efficiente d'Italia, fortemente centralizzato, nel quale nobiltà e burocrazia rivaleggiavano in fedeltà alla corona.

Fra questi sovrani, cosiddetti illuminati, c'erano pure i Borbone del regno di Napoli. Prima con Carlo, fino a quando il re fu chiamato a Madrid per ricevere la corona di Spagna, dove introdusse riforme economiche e amministrative e stimolò la produzione nelle regioni agrarie dell'Andalusia e dell'Estremadura, impoverite dalla partenza dei moriscos e dall'estensione del latifondo. E poi con il figlio Ferdinando, al quale nel 1759 lasciò il Regno.

"Le ricchezze dei re sono fatte per i poveri" e "Diamo lavoro, diamo da vivere" amava dire Carlo di Borbone, come ci ricorda il giornalista Aldo Canale, e le frasi venivano pronunciate per giustificare l'enormità delle spese sostenute per costruire i palazzi reali di Portici e di Capodimonte e la superba reggia di Caserta. Non meno costoso, ricorda Canale, si rivelò il Teatro San Carlo, il più grande e sontuoso del tempo, portato a termine in soli otto mesi per essere inaugurato nel giorno del compleanno del sovrano. Assieme a quei palazzi furono costruiti acquedotti e strade; e l'Albergo dei Poveri, destinato ad ospitare migliaia di cittadini privi di mezzi di sostentamento, è stato definito da Antonio Ghirelli "un'idea bizzarra, che rispecchia in modo emblematico la paternalistica ma generosa preoccupazione di Carlo per la felicità del suo popolo".

Gli investimenti in opere pubbliche concorsero a creare benessere e sviluppo, alimentarono l'atmosfera di rinnovamento e fecero pensare, conclude Canale, che Carlo di Borbone fosse il sovrano giusto per un regno che aveva conquistato per via dinastica il diritto all'autonomia e che poteva finalmente cominciare a dare basi solide al sospirato stato nazionale.

Scrive Silvio De Majo che l'aspetto più noto del regno di Carlo di Borbone fu il rinnovamento monumentale, dovuto "a quella magnificenza spagnola che portava a spendere anche al di sopra delle possibilità della corona o dello Stato", ed il programma, imponente, finanziato con il debito pubblico, creò occupazione e mise in moto il sistema economico, dando respiro anche nel campo urbanistico ad una capitale congestionata che cominciò a guardare al di là della sua cinta muraria, alleviando gli effetti provocati dal fenomeno della sovrappopolazione. Ed il moto di rinnovamento intellettuale fece della Napoli settecentesca una grande capitale della cultura europea.

"Sommate le maggiori opere di quel quarto di secolo - testimonia Michelangelo Schipa - il regno di Carlo si trovò le costruzioni nuove; un esercito e una piccola marina propria, con nuovi istituti per la loro istruzione; si trovò un'accademia di disegno e, quantunque ancora in embrione, un nuovo grande museo ed una nuova grande biblioteca. Vide finalmene assoggettato il clero all'imposta catastale, benché assai meno di quanto il bisogno e l'equità imponessero. Strade vennero aperte o riattate; fu costruito un ponte sul Volturno; furono restaurati e ampliati il Palazzo Reale, la Reggia di Capodimonte, la Reggia di Caserta e quella di Portici; furono costruiti l'Albergo dei Poveri ed il Teatro S. Carlo".

I giudizi sul governo di questo sovrano, nipote del Re Sole e figlio dell'italiana Elisabetta Farnese, sono ancora oggi discordanti, ma la critica è generalmente orientata verso una favorevole valutazione del regno di Carlo. Senza dubbio il migliore dei Borbone di Napoli, scrive Umberto Caldora, il quale aggiunge che il re trovò un paese immiserito e prostrato dalla bisecolare amministrazione vicereale, spagnola prima e austriaca poi; la nobiltà era decaduta rispetto all'epoca angioina e aragonese, ma aveva accresciuto la superbia ed il lusso, pur continuando a vivere nell'ozio e nell'ignoranza; gli ecclesiastici accentravano nelle loro mani una grossa quantità delle rendite dello Stato e godevano di immunità personali ed esenzioni fiscali; il ceto medio, composto in prevalenza da funzionari e dalla gente del foro, quelli che il popolo chiamava con ironia paglietta in riferimento al cappello che portavano, non era ancora in grado di costituirsi come forza autonoma e capace di esprimere energie innovatrici; le classi umili vivevano nella miseria, divise fra i pezzenti della Capitale ed i contadini delle campagne; il sistema feudale controllava quattro quinti della popolazione, sparsa in duemila città e terre feudali governate da baroni esosi e prepotenti, molti dei quali vivevano a Napoli e non avevano mai messo piede nei loro feudi.

Due furono i problemi fondamentali che Carlo si trovò ad affrontare una volta seduto sul trono di Napoli: la trasformazione della struttura dello Stato da feudale in amministrativa e la definizione dei rapporti tra il Regno e la Chiesa.

Nello scontro tra il trono e l'altare vinse il trono, e dopo l'invasione armata dello Stato Pontificio del 1736 si arrivò al Concordato del 1741, che poneva fine al potere senza limiti del clero. Bernardo Tanucci, sceso a Napoli nel 1734 in qualità di consigliere del re, ministro degli esteri nel 1755 e capo del Consiglio di Reggenza alla partenza di Carlo per la Spagna, operò per dare allo Stato la giurisdizione su aspetti della vita civile ed economica monopolizzati o gestiti dal clero. Egli riuscì a sottoporre a tributi i beni ecclesiastici e a limitare il diritto d'asilo che privava lo Stato della possibilità di giudicare gli imputati e rendeva le chiese "piene di ladri e di omicidi, che vi vivevano, vi bivaccavano, vi ricevevano donne, vi depositavano al sicuro refurtive e contrabbandi, uscivano a commettere altri reati, per poi ritornarvi impuniti", come ha testimoniato R. Ajello. Il giurista toscano emise provvedimenti che restrinsero pure le immunità locali e personali ed aumentarono i requisiti richiesti per il conseguimento degli ordini religiosi, rendendo più difficile la carriera di prete.

"Durante il viceregno austriaco - ricorda Benedetto Croce - il sovrano aveva ordinato che per le cause di fede si procedesse per la via ordinaria come negli altri delitti e cause criminali ecclesiastiche, ma il Sant'Ufficio era continuato praticamente, finché nel 1746, quando l'arcivescovo Spinelli cercò di ripresentarlo sotto mutato nome, venne radicalmente abolito. Il negato omaggio della chinea, cioè l'aperto riconoscimento della relazione di vassallaggio del regno di Napoli verso la Santa Sede, sembrò suggellare l'opera fino allora eseguita e prometterne il compimento".

Se il governo carolino riuscì ad operare efficacemente contro l'ingerenza ecclesiastica, scrive Silvio De Majo, non ottenne analoghi successi nei confronti della feudalità, caratterizzata, quest'ultima, non tanto o non solo dai grandi possedimenti fondiari, quanto soprattutto dall'esercizio della giurisdizione sulla gran parte dei territori del Regno. In effetti, scrive Pasquale Villani, l'esercizio della giurisdizione assicurava vantaggi incalcolabili, non per i proventi tratti dall'amministrazione della giustizia, ma per il potere e il prestigio dei feudatari, per la posizione di dominio che la giurisdizione assicurava al signore, ponendolo in una condizione di privilegio, di favore, di arbitro, e addirittura di monopolio nella gestione delle attività economiche del feudo.

Mancava, a parere dello storico, una borghesia cosciente dei suoi autonomi interessi di classe, e gli articoli della prammatica del 1738, che tendevano a limitare gli abusi nella giurisdizione feudale, furono revocati nel 1744. E "al termine del regno di Carlo - scrive Michelangelo Schipa - il barone, come tutore nel suo distretto della giustiza, dell'ordine pubblico, dell'azienda conservava intero il potere dei tempi vicereali".

Il sistema della tassazione era privo del più elementare principio di equità e ciò spinse il governo ad avviare un nuovo catasto, detto onciario perché l'unità di misura dell'imponibile era data dall'oncia, la moneta appena coniata dai Borbone nel regno di Napoli . La riforma segnò indubbiamente un progresso rispetto al precedente sistema, se non per i tributi - osserva Villani - almeno per l'uniformità nel rilevamento dei dati, ma il catasto rimase ancora lontano dai princìpi di equità che erano vigenti in Lombardia e Piemonte, per cui nelle terre del regno di Napoli più si era ricchi e meno, in proporzione, si pagava.

La novità, però, era rappresentata dal fatto che sia gli ecclesiastici sia i beni del clero venivano tassati, e ciò ha fatto scrivere a Villani che "fin dall'inizio il riformismo borbonico conseguì notevoli successi quasi unicamente nella lotta contro i privilegi ecclesiastici... Le condizioni politiche ed economiche della società napoletana non permettevano una lotta a fondo contro entrambi gli aspetti più rilevanti dell'antico regime, i privilegi ecclesiastici e il sistema baronale".

Meno considerevoli, aggiunge Caldora, furono i risultati nel riordino dello Stato, poiché i tempi e le condizioni del Regno non consentivano, come altrove, di operare rapidamente radicali trasformazioni.

Nel 1739 era stato creato il Supremo Magistrato di Commercio con la finalità di ravvivare i commerci e rinnovare le vecchie strutture del viceregno e nel 1740 era stato stipulato un trattato di pace, navigazione e commercio tra il Regno di Napoli e l'Impero Ottomano. Nello stesso periodo fu avviato l'allestimento di una flottiglia leggera che aveva il compito di difendere le coste dalle incursioni dei pirati barbareschi, e ciò costituì l'atto di fondazione della marina napoletana, visto che la precedente flotta aveva abbandonato il Reame e si era messa al seguito degli Austriaci.

La politica riformista nel Regno di Napoli continuò pure dopo la partenza di Carlo, e sotto il governo del figlio Ferdinando, nel 1767, la Compagnia di Gesù fu bandita dal Regno ed i Gesuiti, già cacciati dal Portogallo, dalla Francia e dalla Spagna, furono espulsi dalle terre del Napoletano; i loro beni, con una rendita di circa 200 mila ducati, furono devoluti ad iniziative laiche per la pubblica istruzione ed il 1773 l'Ordine fu soppresso. Molti conventi furono chiusi, ristrette le decime ecclesiastiche, estesa la giurisdizione laica a danno di quella ecclesiastica e, cosa molto importante per l'epoca, l'applicazione delle bolle pontificie fu condizionata al regio assenso. L'erosione del potere ecclesiastico, testimonia Giuseppe Brasacchio, culminò nel 1788 con il negare l'omaggio della chinea, un cavallo bianco dotato di settemila ducati che i re di Napoli consegnavano ogni anno al Pontefice, rinnovando una tradizione di vassallaggio che risaliva al 1059, al tempo in cui il Papa era considerato signore feudale del Regno di Sicilia, oltre che sovrano temporale del Patrimonio di Pietro.

Pure nel campo militare Ferdinando proseguì la politica paterna, ed alle Accademie di Marina, di Artiglieria e del Genio fondate da Carlo affiancò una Reale Accademia Militare contraddistinta da metodi educativi di eccezionale modernità. La fondazione di collegi e di altre istituzioni militari consentirono la creazione di un esercito nazionale, che non esisteva al tempo del governo vicereale spagnolo e che aveva preso l'avvio da alcuni battaglioni locali messi insieme proprio dal padre di Ferdinando nei primi anni di regno.

La marina napoletana, che al tempo di Carlo - ricorda Croce - aveva ripreso con successo la guerriglia contro i barbareschi, fu creata dall'Acton con la costruzione di navi e con la preparazione di un corpo di ufficiali, in parte addestrati sulle navi inglesi e francesi nella guerra d'America. E lo storico Maresca annota che "nel 1789, per opera della marina nazionale, i pirati erano tenuti lontani dall'Adriatico, dal Tirreno e dalle acque contigue ai regni di Napoli e di Sicilia, per quanto era possibile; anzi, assaliti qualora se ne incontravano, ne rimasero sempre vittoriosi i napoletani".

Nello stesso periodo fu istituita la Giunta degli abusi, allo scopo di dare maggiore impulso all'azione riformatrice, anche se poi le riforme attuate, e la conseguente vendita dei beni dei religiosi, finirono per ingrossare il patrimonio dei grandi proprietari terrieri anziché andare a beneficio dei contadini; ma di questo ci occuperemo in un prossimo capitolo di questa storia.

Nel 1782 fu istituito il Supremo Consiglio delle Finanze e furono abolite le imposte indirette appaltate agli arrendatori. Tra il 1786 ed il 1788 furono abolite le imposte sulla carta, sui libri stranieri e sui lavori in ferro; nello stesso periodo fu resa libera la circolazione dell'olio. Nel tentativo di favorire il commercio nel regno furono abolite molte dogane interne e furono stipulati trattati di navigazione con il Piemonte, con Genova e con la Russia, dove nel 1703 lo zar Pietro il Grande aveva avviato la costruzione di San Pietroburgo ricongiungendo diverse isole alluvionali. Nel 1792 furono aboliti in tutto il Regno i diritti di passo e di pedaggio, difesi ad oltranza anche dalla feudalità calabrese. Si cercò, allora, di rendere più libera la circolazione dei beni e a Napoli, dove risiedevano grandi speculatori e mercanti, affluivano in grande quantità i prodotti della Calabria: seta, olio, vino, grani e latticini.

Nel campo delle opere pubbliche continuò il programma avviato da Carlo, e fu assecondata la ripresa del commercio, che fu notevole. Furono riassestati i porti di Brindisi, Baia e Miseno; fu creata la Borsa di Commercio; furono aperti il Teatro Mercadante e quello di S. Ferdinando; fu fondata l'Accademia di Scienze e Belle Lettere. Nel giardino della Reggia di Caserta, opera di Luigi Vanvitelli, fu piantata nel 1760 la prima camelia giunta in Italia. Nel 1778 fu imposta una tassa per la le strade ed iniziò la costruzione, poi sospesa, di alcuni spezzoni di arterie; nel 1786 fu fondato il Collegio militare della Nunziatella.

Francesco Pacifico scrive che Ferdinando IV, pur di avere drapperie preziose, nel 1789 trasformò il casino di caccia di San Leucio nel più grande opificio serico del Mezzogiorno; e ai contadini di Piedimonte Matese e di Campobasso, convertiti in tessitori, diede persino una Costituzione e il titolo di sudditi di "Ferdinandea", la Real Repubblica Indipendente di San Leucio. Le attività, iniziate verso il 1778 nei quartieri operai progettati da Francesco Collencini, primo aiutante di Vanvitelli nella realizzazione della vicina Reggia di Caserta, furono così trasferite nella nuova sede, e la colonia di tessitori cominciò a godere dell'assistenza medica per tutti, della pensione alle vedove e dell'istruzione obbligatoria e gratuita.

L'esperimento non riuscì compiutamente e la struttura abitativa che lo doveva ospitare fu realizzata solo in parte, ma ciò che resta, scrive Pacifico, invita ad una lettura meno conformistica degli orientamenti culturali e politici dei Borbone per quanto riguarda il tardo Settecento, aggiungendo che ancora oggi, duecento e più anni dopo, a San Leucio si lavora con la stessa cura - e in parte con le stesse tecniche - di allora. Dai laboratori della zona continuano ad uscire chilometri di stoffe tutte tessute e mai stampate. "Pezze - dice Pacifico - come le chiamano qui, che ormai si usano solo nell'arredamento, per tende, fodere di divani, copriletti; non più abiti per monarchi, ma ornamenti per i salotti di dimore spesso prestigiose: il Quirinale, la Casa Bianca, il Cremlino".

Bernardo Tanucci prestò la sua opera come primo segretario di Stato fino al 1776, anno in cui l'uomo di governo fu sostituito dal marchese della Sambuca, il quale continuò gli indirizzi della politica estera legata prevalentemente alla Spagna. Ma - scrive de Majo - l'uscita di scena del Tanucci privava il regno di Napoli di un amministratore di grandi capacità, e qualche anno dopo, nel 1789, la carica di primo ministro fu affidata all'irlandese John Acton, chiamato a Napoli nel 1778 e diventato amico e consigliere della regina Maria Carolina, figlia di Francesco Stefano di Lorena e dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Acton rivestiva già la carica di ministro della marina e della guerra, e con la nomina a primo ministro si trovò a gestire un potere vastissimo. Fu allora che la politica estera napoletana venne sganciata dalla Spagna ed orientata verso l'Austria e l'Inghilterra, ed i legami con la Corte di Vienna furono consolidati tramite una serie di matrimoni.

Il nuovo corso del governo napoletano imprimeva all'opera riformatrice della corte borbonica una battuta d'arresto, nonostante l'adozione di provvedimenti che preparavano il terreno per l'abolizione della feudalità, come, per esempio: la soppressione del divieto di vendere i prodotti della terra prima che il barone avesse venduto i suoi; l'abolizione di passi e pedaggi; il sostegno alle rivendicazioni delle Università; la proposta di divisione delle terre demaniali.

"Pareva - scrive Benedetto Croce - che tutto il sistema feudale fosse ancora in piedi; ma, senza dire che coi vecchi nomi si chiamavano ormai semplici esazioni in denaro e poche prestazioni di derrate e alcuni monopoli di molino e di taverna, lo spirito feudale era caduto al pari di quello clericale, e non grande sforzo occorreva a far cadere anche l'involucro".

Invece tutto si arrestò. Ferdinando IV, scrive Armando Saitta, depose ogni volontà riformatrice alleandosi, per il quietismo conservatore, con l'altra corte borbonica, quella di Parma, ove il nuovo duca Ferdinando, appena uscito di minorità, si era affrettato a licenziare il riformista francese Guglielmo Du Tillot e, nel 1786, aveva ripristinato il tribunale dell'Inquisizione.

Debole di carattere e, perciò, ridondante di contraddizioni e di stabili umori, scrive Caldora, Ferdinando verrà travolto dagli avvenimenti rivoluzionari della Francia, e la sua politica sarà orientata solo dalle passioni e dalle ambizioni della moglie Maria Carolina, il cui volere arriverà a sopraffarlo.

 

 

 

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LA CALABRIA E L'EUROPA

NELLA PRIMA META' DEL SETTECENTO

 

 

Lo spostamento del centro del commercio internazionale dal Mediterraneo all'Atlantico, il grande afflusso di metalli preziosi dall'America all'Europa e le due grandi invenzioni dell'epoca - la stampa e l'artiglieria - avevano provocato lo sconvolgimento di tutto un modo di pensare e di sentire, vecchio, ormai, di molti secoli, e la rivoluzione che ne era seguita aveva portato all'affermarsi della mentalità illuministica e del concetto di "progresso" nella storia umana.

In particolare la conoscenza di nuovi mondi aveva indotto gli Europei a cercare di delineare più chiaramente i propri caratteri, in contrapposizione a quelli altrui. "E ci si sentirà, ora, sempre più Europei e non cristiani - scrive Federico Chabod - e si insisterà vieppiù sulle differenze culturali, politiche, morali, di costumi, a preferenza di quelle religiose: sia perché il formarsi di comunità cristiane oltre i mari toglie al fattore cristiano quella sua equivalenza con l'Europa, sia anche perché l'ideale della cristianità svanisce rapidamente, perde il suo imperio sugli uomini".

Gli stessi rapporti tra il Papato e gli Asburgo assumono un significato particolare: non c'erano stati incontri personali tra il Papa ed i sovrani di Casa d'Austria dai tempi di Carlo V, i contatti epistolari tra il pontefice ed i sovrani erano caratterizzati da un rigido cerimoniale, gli effettivi contatti politici erano rinviati alla sfera dei nunzi e dei ministri e - scrive Elisabeth Garms-Cornides - lo scontro settecentesco tra gli Asburgo ed il Papato rappresentò l'ultimo round della secolare lotta tra le due potenze universali. Non a caso personaggi condannati dal Sant'Ufficio o dalla Congregazione dell'Indice, come Giannone e Garofalo, aggiunge la studiosa, trovarono rifugio e appoggio proprio a Vienna, così come a Vienna furono sostenute e finanziate le ricerche storiche e gli scritti riformatori di Ludovico Antonio Muratori.

Ormai la politica esigeva, per gli Asburgo, scelte esulanti da una logica confessionale. Il contributo dato dall'imperatrice Maria Teresa alla soppressione dell'ordine dei Gesuiti (frutto dell'alleanza politica asburgo-borbonica, intervenuta dopo quasi trecento anni di inconciliabile ostilità tra le due Case, in lotta per l'egemonia in Europa) e la grande crisi iniziata nel 1780, che porterà la Chiesa dell'Impero sull'orlo dello scisma, sono la conferma che anche nella "cattolica" Austria l'ideale della cristianità stava cambiando, ed il progressivo "laicizzamento" del pensiero determinava lo staccarsi dell'ideologia dalla grande idea di "cristianità".

Se il Cinquecento ha distinto nettamente fra la civiltà e la primitività, negli anni che vanno dalla fine del Seicento all'inizio del Settecento - ha scritto Federico Chabod - gli scrittori distingueranno ulteriormente, nel senso della stessa civiltà, separando una civiltà da un'altra civiltà, e dando così maggiore precisione di contorni al volto dell'Europa. Se nel Medioevo le realtà sociali e politiche nelle quali si concretava l'idea d'Europa erano state da un lato la Chiesa e all'altro gli stati feudali e gli stati di città, aggiunge Raffaello Morghen, nell'Età Moderna lo Stato, le monarchie nazionali e l'individuo come creatore di civiltà e di storia, divennero i protagonisti delle vicende della nuova Europa.

Molteplicità di Stati in Europa, dunque; necessità di tenere in piedi siffatta molteplicità per salvare la libertà e impedire l'avvento di una monarchia universale che avrebbe significato la fine di quella libertà; necessità di un continuo lavorìo diplomatico per mantenere tra i vari Stati una bilancia uguale di poteri...Da tutto ciò usciva con contorni sempre più netti un'immagine dell'Europa che Chabod ha definito "come un corps politique, unitario per certi principi comuni, anche se diviso in vari organismi statali". E momento essenziale della civiltà era la città. Città - precisa Chabod - che significa trionfo dell'agricoltura sulla pastorizia, inizio del commercio e dell'industria, stabile assetto politico, vita religiosa continua, che significa cultura e arti, belle "fabbriche", cioè palazzi, chiese, teatri e discussioni di società e studi e costumi ingentiliti e raffinati.

In un contesto così definito si inserisce la storia dell'Italia, o meglio la storia dei vari stati che formavano allora la penisola italiana. Il Paese, che negli ultimi secoli era stato per vita civile e cultura il primo d'Europa e che ai primi del Seicento era ancora alla testa delle nazioni più progredite (superato solo dai Paesi Bassi che avevano fatto registrare una spettacolare crescita della produttività), a partire dalla metà del Seicento era stato rapidamente superato dalla Gran Bretagna, e quando Giacomo Watt costruì, nel 1763, la prima macchina a vapore, la rivoluzione industriale inglese assestò il colpo di grazia alla decadente economia italiana.

Così, all'inizio del Settecento, mentre volgeva al termine l'egemonia spagnola e prendeva vigore quella austriaca, l'Italia si presentava all'appuntamento del nuovo secolo come "un Paese di secondo piano, scrive Giuseppe Galasso, arretrato nell'economia, nelle scienze, nella tecnica, nello sviluppo del pensiero e dello spirito moderno e totalmente dipendente dalla politica delle grandi potenze". E Gregory Hanlon, nella sua Storia dell'Italia moderna edita da Il Mulino, afferma che a metà del Settecento l'Italia appariva "sempre più arcaica" ai nord europei. Non un'Italia separata dal contesto europeo, precisa Galasso, ma un'Italia sempre più attardata, sempre più lontana dalla vetta prima occupata, nonché di minore rilievo demografico.

Un Paese, comunque, non estraneo ai mutamenti che avvenivano in Europa, che riesce a trasformare anche il suo Sud, dove l'arcaicità è più forte, perché è proprio nel Mezzogiorno d'Italia che Hanlon vede un progresso consistente "almeno in parte nel fatto che una percentuale rilevante di persone prese a vivere, oltre che in famiglia, in comunità sempre più allargate e articolate (borghi e villaggi) e che lo Stato moderno, la religione controriformata, una morale più civile fecero uscire gli italiani dalla logica delle fazioni per inserirle in più ampie entità politiche e sociali".

La ripresa settecentesca nel Meridione, soprattutto nelle regioni tirreniche e nelle aree più vicine a Napoli, appare precoce - scrive Pasquale Villani - ed il movimento di espansione si fa più sicuro alla fine del primo ventennio del Settecento. Salvo alcune eccezioni, continua lo storico, fino al 1759 tutta l'economia del Regno si espande con ritmo non travolgente, ma regolare. Nel 1759 si scatena la crisi, che assume, per la carestia del 1764, aspetti drammatici e fa sentire i suoi effetti immediati almeno fino al 1766. Dopo la crisi vi è una notevole ripresa demografica e produttiva, per poco più di un decennio, fino al 1780 circa; segue poi un periodo piuttosto convulso e confuso, che sbocca nella gravissima crisi degli anni Novanta, complicata dal crollo delle finanze e dalla minaccia degli eserciti rivoluzionari francesi.

Mentre i paesi più avanzati facevano grandi passi verso il superamento delle vecchie strutture economiche, continua però Villani, mentre essi partecipavano alla così detta rivoluzione commerciale e, nel caso inglese, si preparavano al decollo verso l'industrializzazione, proprio in quegli anni veniva ribadito il carattere subalterno e coloniale del mercato napoletano.

Il passaggio dei regni meridionali nel 1734/35 dagli Asburgo ai Borbone aveva tolto alla diplomazia un fronte di attrito continuo, causato dalla ferma politica giurisdizionalista che i viceré austriaci avevano cercato di realizzare con l'appoggio intellettuale del ceto forense napoletano, e la pace di Aquisgrana del 1748, firmata per porre fine alle guerre di successione, aveva sancito ancora una volta il principio dell'equilibrio, garantendo alla Penisola un assetto territoriale destinato a durare circa mezzo secolo.

In questo contesto, i primi sessant'anni del Settecento rappresentarono un periodo favorevole per l'economia napoletana. Fu uno sviluppo quasi naturale - osserva Villani - che si fondò soprattutto sull'aumento della popolazione e su una serie di buone annate agricole, che non mise in moto alcun meccanismo di profondo rinnovamento, ma fu uno sviluppo al quale pure la Calabria era chiamata a dare il suo contributo.

Una Calabria, ha scritto Augusto Placanica, dove geografia e storia si sono strettamente legate per conferire forza decisiva alle permanenze rispetto al mutamento. Anzitutto, prosegue lo storico catanzarese scomparso di recente, per troppo lungo tempo risultò determinante la marginalità della vita complessiva della Calabria, con un mare che solo di rado agevolava i commerci e piuttosto apriva la strada ai temutissimi saraceni; d'altra parte, l'angustia degli spazi e la difficilissima condizione dei collegamenti, con strade pressoché inesistenti e con itinerari faticosissimi tra dimora familiare e luoghi di lavoro, rendeva difficile la vita dei calabresi, sia in termini di produzione che di generi di vita. La produzione era limitata quasi completamente al comparto agricolo, mentre l'isolamento e l'arretratezza culturale, anche sotto l'aspetto della convivenza civile, sottraevano occasioni e agevolezze di incontri socializzanti. Piazze senza forma, architetture senza identificabile gerarchia e senza luoghi deputati all'incontro, solo la chiesa e la casa destinate a consolare della fatica dura d'una giornata intera: questo, secondo Placanica, per troppi secoli, il contristante scenario del mondo calabrese.

Una testimonianza preziosa sulla regione ci viene da Giacomo Casanova, l'avventuriero veneziano assiduo frequentatore delle corti di Parigi e Pietroburgo, il quale si trovò in Calabria nel 1743, e così descrisse il viaggio che lo portò da Cosenza a Martirano: "Contemplavo stupito un paese rinomato per la sua fertilità nel quale, malgrado la prodigalità della natura, vedevo soltanto gli aspetti più deprimenti della miseria, la mancanza assoluta di quel piacevole superfluo che rende la vita sopportabile...Questa è la Terra dove sembra che tutti odino il lavoro, dove tutto si compra a prezzo vile, dove i disgraziati abitanti si sentono sollevati da un fardello quando trovano qualcuno che sia disposto a prendersi i frutti che la terra elargisce quasi spontaneamente e con troppa abbondanza e dai quali, non avendo alcun mercato di sfogo, non ricaverebbe nulla".

Casanova era atteso dal vescovo Bernardo de Bernardis, che doveva guidarlo verso una brillante carriera ecclesiastica, ma il giovane visitatore, dopo essersi guardato intorno, disse di non sentire la vocazione di morire martire in quella città: "Mi benedica - chiese al vescovo - e mi lasci andare; o meglio, parta con me: le prometto che faremo fortuna altrove". Il vescovo rimase, e due anni dopo morì a soli 36 anni, mentre l'avventuriero veneziano, morto in Boemia nel 1798, nelle sue memorie lascerà scritto: "La casa in cui viveva Sua Eccellenza era spaziosa, epperò mal costruita e mal tenuta. Era così male arredata che, per potermi far preparare un lettuccio in una camera vicina alla sua, il povero vescovo fu costretto a cedermi uno dei suoi materassi! Il pranzo fu pessimo, e mi limito a definirlo così: molto osservante delle regole del suo ordine, quel giorno Monsignore mangiava di magro, e l'olio era detestabile. Ma Monsignore era un uomo intelligente e, quel che più conta, onesto. Mi disse, e ne fui molto sorpreso, che il suo vescovado, che pure non era uno dei più piccoli, gli rendeva solo cinquecento ducati all'anno e che, per colmo di sventura, egli era indebitato per seicento. Aggiunge, sospirando, che la sua sola fortuna era quella di essere uscito dalle grinfie dei frati, la cui persecuzione era stata per quindici anni il suo vero purgatorio. Tutte queste confidenze mi mortificarono perché, rivelandomi che non era quella la terra promessa della mitra, mi facevano sentire quanto gli sarei stato di peso. Mi resi conto che anche lui era mortificato del misero regalo che mi aveva fatto. Gli chiesi se avesse dei buoni libri, una cerchia di gente colta, una scelta compagnia con cui passare piacevolmente qualche ora. Mi rispose sorridendo che in tutta la sua diocesi sicuramente non v'era alcuno che potesse vantarsi di saper scrivere bene e ancor meno di avere buon gusto e una vaga idea della buona letteratura; che non c'era nemmeno un vero e proprio libraio e che nessuno dimostrava un particolare interesse per i giornali. Mi promise, tuttavia, che avremmo fatto delle buone letture insieme quando fossero arrivati i libri che aveva chiesto a Napoli".

Questa era la Calabria nella prima metà di un secolo che è stato protagonista di profonde trasformazioni economiche e sociali, attraversato da eventi di portata mondiale, fra i quali ci piace ricordare la Dichiarazione d'indipendenza americana del 1776, alla quale seguì la Costituzione del 1787, e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, approvata dall'assemblea nazionale francese nel 1789.

Un secolo che ha portato novità che si sono diffuse rapidamente e che sono diventate abitudini della nostra vita quotidiana. Con gli Olandesi che cominciarono ad usare il cacao per realizzare le uova di Pasqua, sostituendo quelle di gallina e di altri volatili usate in precedenza nel mondo cristiano per simboleggiare la Resurrezione di Cristo. Con il primo quotidiano uscito in Inghilterra nel 1702, a cui seguì nel 1785 il primo giornale d'opinione, il "Times"; e proprio su un giornale di Londra il veneziano Antonio Canal - conosciuto come Canaletto - fece pubblicare nel 1745 un annuncio in cui invitava i cittadini ad ammirare i suoi quadri. Con il primo ristorante della storia, aperto a Parigi nel 1763. Con la grande diffusione avuta dalla vodka, il liquore portato in Russia da alcuni mercanti genovesi nel 1386 sotto forma di "aqua vitae" e rilanciato nel 1785 da Caterina II, la zarina che concesse la licenza di distillazione alla classe nobiliare. Con Milano prima città italiana a illuminarsi materialmente con un sistema di lampade a olio sospese, e ad adottare la denominazione delle strade e la numerazione delle case. Con il termine "savoiardi" apparso per la prima volta nel 1722 in una nota spese a Venezia, dando così il nome ai tipici biscotti a base di farina preparati per la prima volta nelle cucine dei duchi di Savoia in occasione di un banchetto allestito per una delle rare visite del re di Francia. Con la Lombardia che avviò l'industria dei latticini, azionò ad acqua il primo filatoio e conobbe le prime sommosse operaie. Con Giovanni Targioni Tozzetti, naturalista, che nel 1756, a Firenze, esperimentò per la prima volta un vaccino contro il vaiolo su sei trovatelli, ospiti dell'antico istituto medievale Innocenti, costruito nel Quattrocento con il denaro di un banchiere pratese, Francesco Datini, passato alla storia per aver inventato la cambiale. Con l'ora legale, le cui origini risalgono al 1725, quando la sua convenienza fu intuita da Benjamin Franklin, uomo politico, pensatore e scienziato americano, delegato alla Costituente degli Stati Uniti, inventore del parafulmine e padre di una nota teoria sull'elettricità. E, infine, con il dollaro, adottato dagli USA come moneta nazionale nel 1792; quello stesso dollaro che trae il nome dal "thaler" (tallero), moneta che i conti tirolesi fecero coniare nel 1519 nella loro zecca privata in Boemia e che attraverso la Germania e i Paesi Bassi era poi passata in Spagna, trasformandosi in "dollar", nome dato alle piastre in argento usate dagli spagnoli nelle colonie americane.

Mentre era in pieno svolgimento la fase di crescita economica delle province del Regno, il governo napoletano, con provvedimento del 1740, istituì in Calabria due Consolati di mare, uno a Reggio e l'altro a Crotone, ed i villaggi costieri, assecondando la domanda estera, continuarono ad esportare frutta secca, vino, olio, grano, uva, legna, agrumi, essenze e liquerizia. Amantea, Monteleone e Reggio erano sede degli ufficiali doganali e Crotone si imponeva sugli altri villaggi per il porto. Da Nicastro, Vibo e Gioia partivano olio, ferro e legno; dalla costa jonica le granaglie e la seta; dal porto di San Lucido la pece nera, quella bianca navale e le pelli di animali silani.

Nel 1731 nacque a Rossano "La Fabbrica di liquirizia" voluta dagli Amarelli, una famiglia di origini longobarde che ha affidato alla storia personaggi come Alessandro, morto nelle Crociate al tempo di Goffredo di Buglione, e come Francesco, che si distinse nella battaglia d'Otranto contro i Turchi. Un primo nucleo proto-industriale cominciò così a lavorare i rami sotteranei di una pianta che nasce spontanea sulla costa jonica, e dalla pressatura delle radici con una mola di pietra veniva estratto il succo di liquirizia, il quale, attraverso la successiva fase di concentrazione, produceva i classici bastoncini e la spezzata. L'azienda ha continuato l'attività nel corso dei secoli ed oggi, con una trentina di dipendenti, produce oltre un milione di scatolette all'anno, utilizzando ancora il raccolto della piana di Sibari, dove - secondo l'Enciclopedia Britannica - nasce la migliore liquirizia del mondo.

Sul versante nord orientale della provincia di Reggio nel 1736 Carlo ordinò la costruzione della prima fabbrica statale di armi del Regno delle Due Sicilie, chiamata Regia Fonderia Cannoni della Città di Stilo. L'opera, affidata all'impresario Lamberti, fu completata nel 1746 ma non diede i frutti sperati, e da quel fallimento nacque l'intervento pubblico nel campo dell'industria siderurgica. Un intervento che diede vita alla fabbrica d'armi di Torre Annunziata, alla quale seguirono in Calabria - dopo l'abbandono delle ferriere di Stilo, chiuse intorno al 1754 per l'esaurirsi delle disponibilità di legname - il complesso siderurgico di Mongiana nel 1770 e poi quello di Ferdinandea, avviato nel 1798 a seguito della riattivazione delle vecchie ferriere di Stilo.

In questo settore il governo napoletano si impegnò molto, e lavorò per ampliare e migliorare la produzione di ferro, per il quale il Regno era in gran parte tributario dell'estero, in quanto importava il minerale dall'isola d'Elba, dalla Svezia e dalla Moscovia. La necessità di rendersi autonomi nella fabbricazione di artiglieria e di attrezzature militari faceva aumentava il fabbisogno annuo, e le miniere e le fabbriche calabresi potevano diventare il nucleo più importante del Regno, sia per la vicinanza degli stabilimenti ai luoghi di estrazione dei minerali sia per la presenza di folti boschi che fornivano il combustibile per gli altiforni. Ma molte iniziative restarono allo stato di progetto e gli studiosi di mineralogia, istruiti in Germania a spese del governo, non riuscirono ad attuare il loro piano di costituire un vero e proprio distretto industriale razionalmente organizzato, riferisce Pasquale Villani, il quale aggiunge che le miniere di Pazzano non erano solamente prossime all'esaurimento, ma le stesse apparivano rovinate dagli scavi intrapresi senza alcun criterio e senza ordine, con uno sfruttamento di rapina. E non era certo migliore, conclude lo studioso, lo stato della ferriera della Mongiana.

Dalle miniere di Longobucco fu estratto il metallo utilizzato per la coniazione dei carlini, una moneta d'argento che ebbe corso legale fino alla fine del regno borbonico e che affiancò il ducato, l'antica moneta introdotta da Ruggero II nel Regno di Sicilia, coniata per la prima volta dalla Repubblica di Venezia e poi battuta dagli altri stati italiani. Il giacimento calabrese continuò così una tradizione che risaliva al tempo dei Greci e dei Romani, quando il minerale argentifero veniva utilizzato per le monete di Siri, Turio, Crotone e Roma; tradizione che continuò nel Medio Evo, con gli Svevi che considerarono le miniere patrimonio dello Stato e con l'imperatore asburgico Carlo V che concesse il giacimento a Cesare Fieramosca, fratello di Ettore, il capitano che aveva guidato gli italiani nella celebre disfida di Barletta.

E sempre in Calabria Citra proseguiva un'altra fiorente tradizione artigiana, quella della creazione di strumenti musicali, portata avanti da gente operosa che della costruzione di chitarre, mandolini e di altri strumenti aveva fatto un'arte. Bisignano, nella media valle del fiume Crati, aveva iniziato il cammino nel Cinquecento, e nel corso dei secoli i suoi liutai avevano perfezionato una tecnica risultata poi tra le migliori del mondo. Intere famiglie si tramandavano il mestiere da padre in figlio, e fra tutte si distinse la famiglia De Bonis, presente nel Dizionario Universale della Liuteria fin dal 1720; una dinastia - com' è stata definita - che ancora oggi mantiene la tradizione nella bottega del rione Giudecca e che ha fornito la chitarra a Domenico Modugno, i violini ad Angelo Branduardi e gli strumenti musicali ai fratelli Bennato.

Intanto continuava la positiva fase economica del Regno. L'incremento nel settore agricolo, dovuto sia alla crescita spontanea della produzione nelle campagne e sia alla maggiore disponibilità di manodopera, alimentava l'espansione dei consumi legati all'aumento della popolazione, ed in questo circolo virtuoso si inseriva la crescita del commercio interno, specialmente verso Napoli, una capitale sempre più bisognosa di approvvigionamenti e di derrate alimentari. Un primo consistente nucleo di borghesia si andava formando in Puglia ed in Campania, però pochi furono i miglioramenti agrari nella gestione dei fondi ed i sistemi di lavorazione e di commercializzazione restarono legati agli schemi del passato, incapaci di provocare un migliore livello di qualità e di produttività, e quindi incapaci di determinare cambiamenti significativi nella società.

Ma a partire dal 1759 produttori, commercianti e consumatori conobbero una serie di annate negative, che determinarono un rialzo improvviso dei prezzi, il blocco delle esportazioni, la fuga dalle campagne e la penuria di generi alimentari, e la carestia durò fino al 1764, anno in cui si scatenò una crisi che assunse aspetti drammatici e che fece sentire i suoi effetti fino a tutto il 1766. E dalla carestia del 1764 prenderemo le mosse per iniziare il prossimo capitolo di questa nostra storia.

 

 

 

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LA CALABRIA NELLA SECONDA META' DEL SETTECENTO

 

La carestia del 1764 interessò tutto il Regno e costituì un ostacolo all'incremento demografico delle province, poiché l'azione del governo fu protesa a fronteggiare la penuria di generi alimentari nella sola Napoli, onde evitare che nella città risorgesse lo spirito di Masaniello, sacrificando così le terre periferiche al bene della capitale.

A Cosenza oro e argento venivano venduti per acquistare generi di prima necessità, ed ovunque i prezzi salivano vertiginosamente. Nelle campagne imperversavano i ladri di vettovaglie. Nei Casali della città bruzia gli abitanti rimasero senza pane e si nutrirono di erbe selvagge, e quando con la successiva annata agricola la situazione alimentare sembrò migliorare, un'epidemia di peste colpì le terre dei casali e si diffuse rapidamente nei paesi del Vallo, causando la morte di migliaia di persone. Umberto Caldora scrive che in quel periodo il popolo, per via della carestia, per fare il pane ricorse ai lupini, alle cicorie, al finocchio selvatico e ad altre erbe, e quegli espedienti rimasero in auge in ogni tempo, presso tutti coloro che non avrebbero potuto altrimenti sfamarsi.

In occasione della carestia il popolo affamato insorse in Amantea. Il sindaco fu rinchiuso nel castello, e solo gli interventi del governatore e del predicatore quaresimale riuscirono ad evitare il diffondersi della rivolta. Gli assalti ai magazzini ed ai forni si susseguirono con frequenza ed in molte zone della Calabria rifiorì il brigantaggio, con le bande di Pietro Capello di Malito e di Trincheo di Conflenti. A Scigliano e Crotone i cittadini difesero con le armi le scorte di grano che i governanti avevano destinato altrove. A Cosenza i reclusi nel carcere furono lasciati morire per mancanza di pane. Ed il Tanucci, in un dispaccio dell'aprile del 1764, segnalò al Re di Spagna la presenza di tumulti a Nola, Taranto, Crotone e Rossano, aggiungendo che "ogni popolazione sta al passo per attrappare li grani che passino o per Napoli o per altri paesi del Regno".

Responsabile della carestia - secondo Augusto Placanica - era anche il clima del tempo, ultima propaggine della little ice age, la cosiddetta piccola età glaciale moderna, subentrata a quell'optimum climatico medioevale che con il considerevole aumento dell'irradiazione solare aveva favorito la poderosa crescita delle terre italiane tra il 1000 ed il 1300.

Il fenomeno diede luogo allora a significative variazioni climatiche; le estati divennero più fredde e le temperature si allinearono alle medie autunnali; il freddo forte e le piogge violente fiaccarono la coltura del grano, che aveva bisogno di caldo per la maturazione. Il cereale raggiunse prezzi doppi e tripli rispetto alle quotazioni degli anni precedenti e folle di miserabili - scrive Placanica - spinti dalla fame ad emigrazioni faticose e inconcludenti, si disperdevano e s'incrociavano dappertutto, arrivando fin nella capitale, dov'erano inesorabilmente destinate a perire. Il pane scarseggiava e si affermarono l'orzo, l'avena, la segala e il granturco, produzioni a rendimento non elevato e con scarso potere nutritivo. Pane e pasta di grano entrarono solo nelle case dei ricchi e dei forestieri, mentre ai poveri era riservato il pane scuro, fatto con grani inferiori o misti o addirittura con segale, orzo, mais e persino con farina di castagne.

Quella del 1763/64 - continua lo studioso di Catanzaro - fu la prima grande crisi di sussistenza che, per via delle incredibili dimensioni e della diffusione in ogni più remoto angolo del Regno, spingesse autorità e pubblicisti a pensare seriamente a riforme di struttura che accrescessero, e di molto, la produzione e la produttività dell'agricoltura meridionale. E Aurelio Lepre aggiunge che il 1764 diventò il punto di riferimento di tutte le polemiche, sia favorevoli alla liberalizzazione, sia contrarie. Tutte le disposizioni annonarie che furono date dopo quell'anno dovettero tenere conto della carestia e degli effetti che essa aveva avuto, accrescendo nelle masse popolari il timore della fame e rendendo più difficile, di conseguenza, l'adozione di riforme. Da quell'anno, inoltre, gli amministratori comunali furono costretti a fare ingenti approvvigionamenti di viveri, e ciò pesò fortemente sui bilanci, appesantendo le deboli finanze locali.

Nel frattempo continuava in Calabria la lunga serie di eventi funesti e di catastrofi, e la regione veniva interessata da una lenta degradazione, favorita dalle caratteristiche orografiche del territorio.

Nel 1767 un terremoto colpì molti paesi della Valle del Crati, a nord di Cosenza, arrecando gravi danni alle attività economiche, alla raccolta del grano e alla sericoltura. Nel 1782 i rioni della Cavallerizza e di Torre Vecchia a Nicastro furono spazzati dalla furia delle acque del torrente Piazza; l'alluvione provocò più di cento morti, i danni furono calcolati in un milione di ducati e gli abitanti del quartiere Cavallerizza furono costretti a trasferirsi altrove, dando origine al rione Bella.

Nel 1783 si verificò il grande terremoto, al quale dedicheremo un intero capitolo di questa storia, e nel 1785 una pestilenza a carattere vaioloso portò ancora lutti e rovine in quelle terre già duramente provate dalla furia della natura. In quest'ultima occasione il medico Giuseppe Bruni riuscì a diffondere nella popolazione superstiziosa e ignorante la nuova pratica della vaccinazione, sicché nel 1787 l'infezione si poteva dire praticamente scomparsa. Nel 1790 un'epidemia colpì Monteleone; nell'ospedale furono ricoverati 1.200 infermi e la popolazione fu quasi dimezzata. L'anno dopo, il 13 ottobre 1791, una nuova scossa colpì la parte interna della Calabria centro meridionale, e nella notte tra il 28 ed il 29 ottobre un mare di pioggia cadde su quasi tutte le terre colpite dal terremoto, i fiumi si gonfiarono, strariparono e allagarono i campi e le case, causando cinquanta morti.

Nel 1786 le inondazioni avevano toccato Soriano e Bagnara, e nel 1790 l'Ancinale aveva arrecato danni ai centri vicini. Nel 1793 un'altra grande alluvione si abbattè su Reggio e provocò sia la perdita di 400 vite umane che danni alle proprietà per due milioni di ducati. Due anni dopo le acque del Calopinace strariparono di nuovo e travolsero le abitazioni del rione San Filippo.

Intanto altre piccole carestie avevano colpito le terre della regione, ed un notaio nel 1798 scrisse che "tutti gli individui di Aiello e Casale delli Terrati tentarono di provedersi in altri luoghi, e specialmente nell'altra provincia di Calabria Ultra, ma essendovi ivi impedito il commercio per li grandi assassini che si commetterono sono stati costretti ad assaggiar la fame...si sono totalmente estenuati dalla fame, che sono arrivati a vivere, con far uso delli fiori delle fichi crude".

In questo contesto i prezzi del grano continuarono a salire, ed i produttori spostarono le colture di cereali sempre più in alto, mentre i proprietari di animali andavano alla ricerca di nuovi pascoli. I Calabresi - scrive Giovanni Sole - lentamente, ma progressivamente, si allontanavano dal mare per attestarsi su zone impervie ma facilmente difendibili. Vennero allora messi in discussione gli usi civici praticati sulle terre demaniali e feudali, il seminativo si incuneò dappertutto, e dove non si seminava il grano si impiantavano gli alberi di ulivo.

La trasformazione dei boschi in seminativi, scrive Giuseppe Brasacchio, fu il mezzo più comune per espandere la cerealicoltura e la pastorizia: più che la scure furono gli incendi - le "cesine" di antica memoria - a distruggere parte dei secolari boschi appenninici e la superstite macchia mediterranea del collepiano. Mentre per Emilio Sereni è la ricerca del profitto capitalistico che comincia a divenire il motore e il regolatore decisivo del ritmo dei dissodamenti.

La Sila fu la prima montagna della Calabria a soffrire, perché, oltre a fornire spazi per il grano, doveva rispondere alla richiesta di legname, pece e resine per l'edilizia e per le costruzioni navali, mentre l'Aspromonte riuscì a conservare meglio le sue strutture economico-pastorali, limitandosi a rispondere ai fabbisogni del tempo solo con la produzione di olio. E dal momento che il 75% della popolazione calabrese viveva in centri dell'entroterra ubicati tra 250 e 750 metri di quota, la ricerca di nuove terre da disboscare e dissodare si manifestò tra i 400 metri di quota e la zona climatica del castagno: oltre i mille metri, spiega Brasacchio, le condizioni erano sfavorevoli per le colture, mentre le terre della marina non erano praticabili per la presenza della malaria che era padrona di un paesaggio desolante e spopolato.

Per avere terre da coltivare e legna per riscaldarsi - citiamo ancora Sole - gli abitanti tagliavano boschi e foreste, pregiudicando gravemente la situazione idrogeologica. Le acque, senza essere convogliate negli antichi corsi, cominciarono ad allagare e impaludare il litorale e le spiagge. Terre prima popolate e coltivate si trasformarono via via in lande desolate in cui diventa padrona incontrastata la malaria...ed il mare, se prima era temuto e tenuto a distanza, ormai cominciava a sparire dalla cultura e dalla vista stessa della maggior parte dei calabresi.

Un male endemico, quello della malaria, che contribuiva a frenare il decollo demografico della Calabria e che interveniva a definire lo stato degli insediamenti umani, i tracciati stradali, la localizzazione delle attività economiche. L'uso della corteccia della china, una pianta introdotta per la prima volta in Europa nel 1640 dalla moglie del governatore del Perù, non aveva prodotto ancora un effetto determinante sulla cura delle febbri malariche, e già nel 1753 il vescovo di Isola lamentava l'abbandono della Diocesi e la desolazione delle sue terre, dove quasi tutti i vescovi si ammalavano ed erano costretti a lasciare vacante la sede per molti anni.

Quelle del Settecento furono scelte che ebbero effetti sinistri sull'equilibrio idrogeologico del territorio, ricorda Brasacchio, ed i fenomeni regressivi si manifestarono prima con lentezza, e poi, quando l'azione dell'uomo si accentuava, essi crebbero di intensità. Il fenomeno del disfacimento del territorio non sfuggì agli studiosi del tempo, e nella relazione di Giuseppe Zurlo troviamo scritto che "le pendici aspre dei monti sono dalla natura destinate a nutrire alberi, e non a soffrire lo squarciamento dell'aratro", mentre il cosentino Giuseppe Spiriti, acuto osservatore dell'economia regionale, denunciava che "si sono sboscati i monti per voglia di avere terre migliori da coltivare" ed ammoniva che "in pochi anni i monti deludono le mire dell'avarizia, han mostrato la loro nuda e sterile calvizia e i piani sottoposti sono stati messi in rovina da' torrenti, che hanno trascinato seco col terreno le arene e i sassi della montagna".

La composizione della piattaforma geologica (graniti in montagna, argille e sabbie in basso nel collepiano), la configurazione orografica (con la dorsale appenninica che attraversava la regione in tutta la sua lunghezza, con quote che raggiungono i 2.000 metri, interposta tra i due mari a breve distanza), ed il regime delle piogge (concentrate spesso in brevi e limitati periodi di tempo) furono i fenomeni che favorirono l'erosione del suolo e la degradazione del prato, ed il dissesto idrogeologico della Calabria, avviato nel Settecento, è ancora oggi sotto i nostri occhi.

Ma la storia della Calabria è fatta assai più di permanenze che non di mutamenti: e se è vero che la storia economica e sociale si alimenta di trasformazioni indotte nel corpo della società, bisogna riconoscere che la Calabria ha subìto dei condizionamenti così grevi da parte delle strutture ambientali che il mutamento economico e sociale, dice Placanica, è stato così lento da apparire inesistente, almeno fino alle soglie dell'Ottocento ed oltre. E per mutamento economico e sociale si intende la lenta crescita delle classi umili, uscite fuori dalle secche dell'autoconsumo.

Esemplare è la vicenda della seta, il cui ciclo produttivo si iniziava con la coltura del gelso e l'allevamento e trattamento del baco nelle campagne, e si concludeva nei telai cittadini.

Nei primi anni del Settecento la Calabria aveva contribuito ancora in maniera notevole alla produzione totale del Regno, anche se la qualità, per il tipo di lavorazione "a mangano", risultava inferiore a quella del Piemonte, dove veniva praticata la lavorazione a telaio. Nella regione, però, il governo di Napoli aveva sospeso nel 1751 i privilegi fiscali concessi all'industria di Catanzaro, e la produzione, diventata di scarsa qualità, era caduta sotto il controllo dei gabellieri e si era mostrata inadeguata a sostenere la concorrenza di altre regioni d'Italia, dove erano stati introdotti nuovi macchinari ed erano sorti veri e propri stabilimenti.

Per migliorare la qualità si cercò di correre ai ripari tentando nuove sperimentazioni e favorendo lo scambio di maestri ed esperti; nel 1790 a Villa San Giovanni furono impiantate due filande ad aspo lungo. Non si ebbero, però, buoni risultati e qualche anno dopo la crisi dell'arte della seta divenne generale. La produzione di tessuti stranieri di qualità più corrente, con cotoni e lane provenienti dalle Americhe, si fece più intensa e l'economia concentrata della fabbrica ed i bassi costi della produzione industriale sostituirono la manifattura a domicilio, esercitata dalla maggioranza delle famiglie calabresi per secoli. In Italia solo Lombardia, Liguria e Toscana riuscirono a reggere le tensioni del mercato.

E' in questo periodo, scrive Placanica, che le città maggiori di Calabria cominciano a perdere la connotazione semi-industriale che, grazie alla produzione di tessuti, finora hanno avuta: a cominciare da Catanzaro, da sempre capitale della seta, a Cosenza, fino a Reggio, dove almeno resiste la produzione delle essenze agrumarie, oggetto di esportazione. Inevitabilmente, intorno ad ogni città, le campagne cominciano ad assistere al declino delle colture a gelso, dell'allevamento del baco e dell'allestimento della materia prima da destinare alla città. L'alternativa è rappresentata dall'impianto massiccio di alberi di olivi al posto dei gelsi, non solo per soddisfare una più accentuata richiesta alimentare, ma per incrementare la produzione di quel lubrificante da fornire alle macchine inglesi e di quella materia grassa richiesta dai saponifici francesi. Gran parte dell'olio calabrese, infatti, risultando di bassa qualità, veniva acquistato dai mercanti come materia prima per il famoso sapone di Marsiglia, che in Francia era ancora prodotto secondo le antiche regole dettate da Luigi XIV nel l688.

La crisi della seta, divenuta ormai irreversibile, assieme ad una maggiore richiesta di olio e di farina, furono avvenimenti che determinarono l'abbandono della coltura del gelso; al suo posto, come abbiamo visto, venne piantato l'ulivo e, nello stesso tempo, venne dato l'assalto al bosco. E, secondo alcuni studiosi, furono proprio i disboscamenti, effettuati dai contadini per ricavare il necessario alla sussitenza, a far uscire il Regno di Napoli dalla crisi che lo aveva colpito dal 1759 al 1766 e a far conoscere una nuova fase di ripresa demografica e produttiva. Lo sviluppo fu notevole e durò fino al 1780, per poi arrivare ad una nuova crisi, quella degli anni Novanta, complicata dal dissesto finanziario del bilancio dello Stato e dalla minaccia degli eserciti rivoluzionari francesi.

Il fenomeno dell'aumento della superficie coltivabile - scrive Silvio De Majo, continuò nel corso dei decenni successivi, reso indispensabile dal costante incremento demografico dopo la crisi del 1764, ma la produzione di grano non era affatto sufficiente e nelle campagne i contadini dovevano fare sempre più ricorso alla produzione di cereali alternativi più facilmente coltivabili, come il mais.

Alla fine dei cicli altalenanti di sviluppo e di regresso la popolazione del Regno era passata da tre milioni di abitanti nel 1734 a quattro nel 1771 ed a cinque nel 1793. Dopo Napoli, le città più popolate erano Bari, L'Aquila e Reggio Calabria.

Uguale sviluppo si ebbe nel campo della produzione agraria e negli scambi, ed anche il reddito fondiario, negli ultimi cinquant'anni del secolo, raddoppiò. Alcune produzioni divennero pure pregiate: come la pece di San Giovanni in Fiore, dove erano attive quattro fornaci che fornivano il Regio Arsenale di Napoli; come le essenze nel reggino, la liquerizia ai confini settentrionali con la Lucania, il cuoio a Tropea e le distillerie tra Gioia Tauro e Briatico; come i fucili ed i cannoni per l'esercito prodotti nel cuore dell'Appennino calabrese e spediti dalla marina di Pizzo; come il vino di Cirò, prodotto sui terreni disboscati verso la marina e venduto nella Fiera istituita con Real Diploma del 1785, nella quale operavano i mercanti di Scilla, i droghieri di Bagnara, gli orefici di Cosenza, i mercanti di panno di Positano.

Pece e liquerizia meritano qualche parola in più. Per la pece, scrive Placanica, la Sila, posta a pochi chilometri dai casali cosentini, era fortissima fornitrice della materia prima, l'albero del pino. La pianta trovava uno dei suoi principali destini nella cantieristica navale e nell'industria edilizia della capitale, ed i mercanti importavano a ritmo incessante tronchi e tavole dalla foresta bruzia. Lo sfruttamento del pino laricio per la produzione delle essenze interessava, invece, le popolazioni di tutto l'agglomerato presilano della Calabria settentrionale, dai casali di Cosenza a San Giovanni in Fiore, da Taverna nel Catanzarese a Carlopoli nel Nicastrese. La lavorazione cominciava ad ottobre e gruppi di lavoratori procedevano all'incisione o allo scavo nel tronco della pianta; a primavera l'oleoresina cominciava a trasudare nella cavità e da liquida diventava spessa e densa; la resina veniva così prelevata, riscaldata in caldaie e distillata. La raccolta durava tutta l'estate ed i prodotti della lavorazione erano l'acquaragia e la pece bianca, usati per vernici, mastici, adesivi, lubrificanti ed in farmacia. La pece nera, detta anche pece navale, si ricavava dal legno resinoso in schegge di pino e dopo tre anni di scavo lo stesso albero, non più utilizzabile, veniva abbattuto o abbandonato.

La coltivazione della liquerizia, un arbusto alto oltre un metro, era invece diffusa intorno alla vasta piana di Sibari, nelle zone del litorale ionico della Calabria settentrionale e nel basso versante ionico delle Serre e dell'Aspromonte. Un sistema di stabilimenti provvedeva alla lavorazione della radice che, dopo l'estrazione, veniva macinata e polverizzata, oppure ammollata e fatta macerare in acqua bollente fino ad ottenere un impasto denso e rigido. La pianta nasceva in zone scarsamente popolate o addirittura soggette a fenomeni di impaludamento, in terreni acquitrinosi e freddi, prossimi al mare, e verso la metà di ottobre schiere fitte di lavoratori, ricorda ancora Placanica, scendevano dalle pendici della presila e dai casali di Cosenza verso le marine ioniche della Calabria per andare a lavorare come coglitori e cavatori della radice, ed il ciclo si concludeva con la fase dell'impasto e della confezione del prodotto, affidata alle donne.

Ma il commercio ed i traffici di questi prodotti erano costantemente disturbati dalle incursioni dei corsari, ed anche se con l'avvento di Carlo III le operazioni sulla costa si erano diradate, la pirateria sui mari perdurava, e la presenza dei corsari fu segnalata di continuo sulla rotta tra Scilla e Castella, ed anche al largo di Punta Stilo. Il trattato del 1740 con la Turchia aveva fallito l'obiettivo di mettere fine alle azioni dei Barbareschi, le Reggenze continuavano a minacciare i traffici marittimi e per sorvegliare i mari furono utilizzate le navi da guerra.

In quel periodo la marina napoletana era interessata da una fase di grande evoluzione, grazie anche all'opera del ministro Acton, e nelle intenzioni della regina Maria Carolina la flotta del Regno, composta da 39 navi che portavano 962 cannoni, doveva arrivare ad eguagliare gli splendori legati alle tradizioni normanne, sveve ed angioine, favorendo l'espansione del Mezzogiorno d'Italia verso il Levante.

Ma verso la fine del Settecento la pirateria aveva ripreso a imperversare pure sui litorali e sui mari della Calabria, e la marina borbonica fu impegnata a fronteggiare le navi corsare e a scoraggiare le imprese dei pirati. Tutti gli stati europei erano riusciti ad ottenere il rispetto delle loro coste e delle loro navi da parte dei corsari, grazie all'uso della forza o alla stipula di trattati . Ma Napoli, dopo Venezia, era stata l'ultima a firmare accordi di pace con le reggenze barbaresche, e negli anni a cavallo tra la fine del secolo e l'inizio dell'Ottocento più della metà delle navi catturate dagli algerini battevano bandiera napoletana, e la maggior parte degli schiavi era di origini siciliane, calabresi, pugliesi e campane.

La rinascita della corsa barbaresca, con i carichi delle navi catturati e venduti e la massa degli schiavi concentrati in terra maghrebina in attesa del riscatto al miglior prezzo, dopo aver toccato l'apice nell'ultimo decennio del Settecento, si arrestò quasi completamente nel 1806 in virtù del trattato del 1799 tra Napoli e Tunisi, e dopo gli accordi del 1812 i battelli dei corsari cominciarono a commercializzare pacificamente le loro merci anche nei porti dell'Italia meridionale.

 

 

 

 

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IL TERREMOTO DEL 1783

 

Nel 1783 un professore di Cambridge, John Michell, pubblicò un saggio sulla rivista della Royal Society in cui sosteneva che una stella di massa e densità sufficientemente grandi avrebbe avuto un campo gravitazionale così forte che neppure la luce sarebbe riuscita a sfuggirne. E' l'idea di quelli che noi oggi chiamiamo "buchi neri", quel vortice cosmico capace di crescere sempre più, inghiottendo altra materia e la luce del suo orizzonte, un fenomeno definito da Piero Bianucci uno dei frutti più curiosi della fisica moderna.

Lo stesso anno, alle ore 12,45 del 5 febbraio, la terra tremò in Calabria ed una prima, forte scossa di due minuti, con epicentro a Terranova, diede inizio ad uno sconvolgimento durato diversi giorni. Le repliche avvennero a Mileto con 154 scosse lievi in circa 18 ore. Seguì la scossa del 6 febbraio al largo tra Scilla e Bagnara, decimo grado, che fece crollare nello Stretto mezza montagna di Campalà, e la massa di terra, cadendo nel mare profondo, causò un moto delle acque che, trasformate in una grande ondata, spazzarono tutto sulla costa. Le repliche furono di 33 scosse in circa 24 ore, sempre a Mileto. Si inserì Catanzaro-Musofalo con una scossa di settimo grado, ed il 7 febbraio una terza scossa, di undicesimo grado con epicentro Soriano, rase al suolo la cittadina. Si inserirono l'area dello Stretto, Castelmonardo, Pianopoli e ancora Catanzaro. Il 1 marzo una scossa di nono grado si abbattè nei pressi di Polia, e le repliche interessarono per 27 giorni l'area di Mileto, Monte Covello e Catanzaro, fino a giungere alla scossa del 28 marzo, un decimo grado con epicentro una contrada tra S. Floro e Borgia, che distrusse Borgia, Cortale, Girifalco, Caraffa di Catanzaro e danneggiò gravemente Maida, Curinga, S. Pietro e Vena di Maida. Complessivamente le scosse furono 939 e si susseguirono per oltre due anni.

I paesi più colpiti furono quelli del versante occidentale dell'Aspromonte, ma il terremoto era stato talmente imponente da dilatare gli effetti ad un territorio vastissimo, verso l'area dello Stretto e verso il Catanzarese. Giovanni Vivenzio, che nella qualità di direttore degli ospedali militari del Regno aveva visitato la regione dopo il sisma, scriveva nel 1788: "In una parola, nel termine di due minuti primi, che durò questo primo orribile terremoto, che formerà epoca nell'Istoria d'Italia, cagionò la quasi totale distruzione dell'ulteriore Calabria: distruzione, che fu indi maggiormente accresciuta dal fuoco, che si accese ne' diroccati paesi, e che per due giorni in alcuni, per tre in altri continuamente vi si mantenne. La prima scossa da sotto in su, fu sì subitanea, che sembrò uno scoppio di sotterranea mina, e in un momento per tutti i paesi di quella prospettiva non si vide che fumo..."

Un autentico cataclisma, scrive Gaetano Cingari, accompagnato da una fortissima mortalità. Morti ce ne furono dappertutto, oltre 30 mila, di cui 630 a Messina e il resto quasi per intero nella Calabria meridionale. Ma se Reggio ne aveva contato 119, alcuni paesi della Piana avevano subìto una vera e propria falcidia. Così Terranova con il 77 per cento di morti, Santa Cristina con il 54, e così altri centri di quell'area, con percentuali dal 40 al 50. Bagnara fu tra le più colpite, il 59 per cento, anche per il concorso del maremoto che accentuò la mortalità; e ciò richiama pure il caso di Scilla, che nella scossa del 5 febbraio aveva perduto 150 abitanti, ma ne perdette ben 3.181 nel maremoto della notte successiva. Purtroppo, dice lo storico reggino, gli scampati avevano cercato riparo soprattutto tra Marina Grande e Chianalea, e qui li aveva sorpresi e decimati il maremoto conseguente ad una nuova scossa.

W. Hamilton, un nobile che visitò i luoghi del disastro nel maggio di quell'anno, in uno scritto pubblicato dalla Stamperia della Rovere di Firenze testimoniò che "la somma totale dei morti nelle due Calabrie e nella Sicilia, per cagione dei soli terremoti, secondo le relazioni inviate all'Uffizio della Segreteria di Stato di Napoli, ascende a 32.367: io però ho buone ragioni per credere, che compresivi gli estranei, il numero dei morti sia considerevolmente maggiore, e che senza esagerazione si possano computare, a mio credere, da 40.000 morti".

E Pietro Colletta, nella sua Storia del Reame di Napoli del 1831, scrisse: "Quando nella estate, per fetore de' cadaveri ed acque stagnanti, meteore insalutari, penurie, dolori, sofferenze, si manifestò ed estese nelle Calabrie morbo epidemico, il quale aggiunse morti alle morti, e travagli ai travagli di quel popolo. Tanto miseramente procedè quell'anno; ed al cominciare del 1784, fermata la terra, spenta l'epidemia, scordati i mali o gli animi rassegnati alle sventure, si volse indietro il pensiero a misurare con freddo calcolo i patiti disastri. In dieci mesi precipitarono duecento tra città e villaggi, trapassarono di molte specie di morte sessantamila calabresi; e in quanto a danni, non bastando l'arte o l'ingegno a sommarli, si dissero meritatamente incalcolabili: furono al giusto i nati, non pochi e maravigliosi i matrimoni, i delitti molti ed atroci; i travagli, le lacrime, infiniti".

Lo scenario di devastazione e di morte durò a lungo e suscitò impressione nei viaggiatori stranieri che in quel periodo erano soliti visitare la Penisola.

Johann Heinrich Bartels, borgomastro di Amburgo, teologo e giurista, in un libro del 1787 che Carlo Carlino ha definito forse il testo più interessante del Settecento riguardante la nostra regione, parlando degli abitanti di Pizzo, scrisse: "Un'altra grande disgrazia causata dal terremoto fu la precarietà delle baracche, dove erano esposti all'umidità e al freddo; la temperatura era terribilmente rigida sia per gli effetti collaterali del terremoto sia per il freddo invernale; questa situazione uccise molti uomini e quasi un terzo della popolazione cadde sotto la falce della morte...Ebbi un senso di tristezza quando al mio arrivo un gruppo di abitanti si riunì intorno a me... Esclamavano quasi in coro 'Abbiamo perso la nostra gioventù migliore'. Poi un vecchio tremante pianse di nuovo i suoi tre figli che la morte gli aveva sottratto; e uno piangeva il fratello perduto, l'altro l'amico scomparso. Più di 1.500 persone furono travolte e la maggior parte di loro erano giovani tra i venti e i trent'anni". E da Seminara annotò: "Più mi addentro nel paese, più aumentano gli orrori della catastrofe. La Calabria si è profondamente inabissata, e qui regna lo spettro della distruzione che supera ogni immaginazione e ci vorranno molti anni prima che la regione si risollevi dai danni causati da questa terribile calamità".

Ed il 2 luglio 1791 Federico Leopoldo von Stolberg iniziò da Amburgo il suo viaggio in Europa. Il conte tedesco arrivò in Italia il 24 ottobre; dopo Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze e Pisa giunse a Roma, da dove, il 2 febbraio 1792, riprese il cammino verso il Sud. A Napoli si fermò tre mesi, per poi arrivare in Puglia e, finalmente, in Calabria. Nella regione trascorse 13 giorni, dal 17 al 30 maggio 1792, ed una volta concluso il lungo viaggio attraverso la Germania, la Svizzera e l'Italia, Stolberg diede alle stampe un pregevole libro scritto sotto forma epistolare. Sara De Laura, che ha tradotto in italiano il volume, dice che Stolberg si imbattè in una Calabria ancora sconvolta dal terremoto, segnata dalla miseria secolare, corrosa dall'ingiustizia e dal malgoverno. Uno scontro con una realtà inaspettata. Da Catanzaro scrisse: "Gli abitanti a cui è crollata la casa, e quelli che ne temono il crollo per scosse future, si sono costruiti delle piccole casette in un luogo alberato vicino alla vecchia città". Da Monteleone: "Durante il terremoto del 1783 crollò quasi tutta la città. Adesso è composta per la maggior parte di baracche in legno, ma anche di case in calce e mattoni con un'intelaiatura di travi". Dalla nuova Oppido, costruita "a tre miglia dalla antica città, che è completamente crollata; più precisamente è stata inghiottita da una voragine apertasi nella terra": "Il terremoto qui è stato terrificante in quanto le montagne, composte di terra argillosa compatta, hanno fatto resistenza alla forza sotterranea che tiene il terreno unito. Abbiamo visto montagne spaccate in due dalla cima ai piedi, che hanno riempito vecchie valli e ne hanno create delle nuove". Ed ancora: "Alcuni torrenti vennero strappati al loro corso; dei terrapieni, formatisi con lo smottamento della terra, improvvisamente li hanno trasformati in laghi. Questi corsi d'acqua, ormai divisi dal corso originario, hanno provocato il ristagno delle acque, le cui esalazioni mefitiche contagiavano l'aria. Ho visto molti di questi laghi... Il terremoto creò un effetto incredibilmente strano sugli organi umani, tale che nei due anni seguenti le donne non concepirono, oppure ebbero parti prematuri di nascituri morti. Quando generarono nuovamente, molti dei neonati morirono".

Le dimensioni del terremoto furono, dunque, molto ampie e le distruzioni estese ed ingenti. Come abbiamo visto, il ciclo sismico, iniziato nella giornata del 5 febbraio nella Piana di Gioia Tauro e nel versante tirrenico dell'Aspromonte, si era sviluppato col passare del tempo cambiando direzione. I danni agli edifici nella sola Calabria furono calcolati in diverse migliaia di ducati. Effetti devastanti in 182 paesi, scrive Francesco Pugliese, distruzioni in altri 117; fra questi ultimi, 33 dovettero essere ricostruiti in luoghi diversi. Danni incalcolabili subì, ovviamente, il patrimonio artistico e monumenale calabrese, e fra tutti, il convento domenicano di Soriano - primo del Regno per rendita e prestigio - che disponeva di una tipografia e di una delle più importanti biblioteche di tutto il meridione d'Italia e che patrocinava ogni anno una fiera del libro; e poi le cattedrali di Mileto, Squillace, Nicastro, Oppido, Catanzaro, Reggio, e la Certosa di Serra San Bruno, l'abbazia benedettina della Trinità a Mileto, il monastero basiliano di Sinopoli e la chiesa di Santa Maria della Valle di Galatro.

Lo sconvolgimento fu così violento da provocare gravi dissesti oroidrografici, facendo spuntare addirittura laghi e laghetti. "Tutti i laghi prodotti dal tremuoto ascendono tra grandi e piccoli nella ulteriore Calabria al numero di cinquanta" scrive Vivenzio; di fatto, precisa Cingari, erano stati di più, se vi si aggiungono quelli minori spuntati qua e là a seguito di grandi frane e di rottura di alvei superficiali o sotterranei. L'attività sismica arrivò a mutare i tratti del territorio calabrese, colpito da frane colossali che si muovevano continuamente, da spaccature lunghe e profonde, da avvallamenti e sconvolgimenti, e lo scorrimento a valle del terreno segnò profondamente la vita di molte comunità.

"Lo spazio e il suo uso - ha scritto Piero Bevilacqua - erano dunque assai spesso condizionati, quando non dominati, dal territorio e dai suoi incontrollabili eventi... E così il tempo, la velocità dei trasporti, della circolazione delle merci, del denaro, degli scambi fra gli uomini, il tempo del mercato come delle idee aveva un ritmo scandito dalle possibilità materali e tecniche consentite da quegli spazi". La catastrofe determinò pure un rivolgimento sociale della comunità. "D'un colpo - continua lo storico - la complessa normalità dei rapporti consolidati era spazzata via. L'organizzazione familiare, i rapporti di proprietà, le gerarchie sociali e ideologiche, le forme del diritto, le consuetudini mai discusse, i quadri più statici della mentalità collettiva, venivano inesorabilmente travolti..."

"Qualcuno, condizionato dall'economicismo dei nostri tempi, può pensare che i terremoti abbiano tolto alla Calabria una parte delle sue attrattive turistiche" ha scritto di recente Domenico Ficarra. "In effetti, il danno è ben maggiore se la progressiva scomparsa dei nostri monumenti contribuisce alla perdita della memoria storica e, quindi, della nostra identità regionale: se cioè una vanificazione fisica produce una vanificazione psicologica e spirituale... Ogni popolo è il risultato del suo processo storico, per cui perdere il rapporto con le proprie radici impedisce di conoscere se stessi, di autodefinirsi in rapporto al tempo ed allo spazio, può produrre cioè una crisi esistenzale".

Il sisma del 1783 contribuì a rendere più rozzi i costumi dei Calabresi, favorendo un aumento delle azioni criminali, e la successiva soppressione degli antichi enti religiosi inasprì la lotta per la sopravvivenza, visto che nel passato questi enti erano stati fornitori di redditi integrativi alle masse popolari, come ricorda Augusto Placanica, il quale aggiunge: "Quel che stupiva i forestieri era la grande, e spesso giustificata, diffusione della violenza: lo stato, la giustizia, il fisco erano quasi in gara con la feudalità nell'alimentare abusi d'ogni sorta: se gli omicidi aumentavano, è anche vero che spesso gli uomini si gettavano alla campagna per non avere ormai più nulla da perdere: gli episodi di violenza, di corruzione, di abusi, di vendette, erano tanti, e anche tali, da costruire un quadro della Calabria e dei calabresi estremamente inquietante".

Si trattava, continua lo studioso, degli antichi nodi irrisolti, tra i quali primeggiava l'eccezionale disparità nella distribuzione delle ricchezze, unita all'evoluzione tumultuosa assai recente: "Soprattutto nella Calabria meridionale, agli antichi enti ecclesiastici era subentrata una nuova classe di possidenti borghesi, che inaugurarono un'amministrazione ben più impietosa e programmaticamente incurante d'altro che non fosse gestione di rendite e profitti".

Giuseppe Spiriti, nelle sue Riflessioni ecomico-politiche d'un cittadino relative alle due province di Calabria, pubblicate a Napoli nel 1793, parlando dei delitti scrisse che "la loro atrocità induce sul principio certe impressioni di orrore ne' cuori umani, ma se quelle impressioni diventano molto spesse, questi cuori si incalliranno a poco a poco, e cominceranno a guardare con indifferenza non solo ma con piacere ancora gli eccessi più detestabili. Gli uomini in queste circostanze perderanno la loro natura, che diverrà simile a quella de' leoni, e degli tigri". L'indagine dello Spiriti, aggiunge Giuseppe Brasacchio, intesa a rilevare gli omicidi commessi nelle province calabresi, ci offre dati agghiaccianti e tali da considerare la delinquenza un vero e proprio freno all'incremento demografico: nell'Udienza di Cosenza, nel decennio 1782-1792, risultano commessi ben 3.095 omicidi, con una media annua di 309; nella Calabria Ultra il numero sale nel decennio a 5.800, con una media di 580 all'anno. Ma se si tiene conto che una barriera di tenebre ed una enorme confusione occultano molti delitti, la media può essere fissata in circa mille omicidi all'anno.

Umberto Caldora è indotto a pensare che si sia esagerato per ciò che riguarda la criminalità in Calabria, ma il fenomeno ha caratterizzato quell'epoca, ed ancora oggi, a distanza di oltre due secoli, gli omicidi continuano ad influire negativamente sullo sviluppo della regione. Basti pensare che in soli 30 mesi, tra il secondo semestre 2001 e dicembre 2003, sono state 196 le delittuosità registrate in Calabria: 105 omicidi, 45 tentati omicidi, 44 feriti e 2 gambizzati, oltre ad 8 casi di lupara bianca. La provincia con il più alto numero di omicidi è stata Reggio Calabria, seguita da Cosenza, Catanzaro, Vibo e poi Crotone. E al 21 ottobre 2003 nelle varie carceri italiane erano detenuti 3.253 nati nella regione Calabria, di cui 60 donne, con un'età compresa tra tra i 18 e i 40 anni.

La notizia del disastro del 1783, considerato la più grande catastrofe sismica che si sia mai abbattuta in Calabria, giunse a Napoli il 14 febbraio, portata dai marinai della fregata Santa Dorotea della flotta militare borbonica, che era alla fonda nel porto di Messina. E in verità, testimonia Cingari, la risposta del Re e del governo era stata più che rapida, se il giorno successivo il vicario generale maresciallo Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, dotato di poteri assoluti e di una somma di 100 mila ducati per il pronto intervento, poteva partire per il luogo del disastro, portandosi dietro tende, generi di prima necessità, pece per bruciare i cadaveri, tecnici ed ingegneri famosi come il Winspeare e il La Wega.

Accompagnato da truppe scelte, scrive Placanica, il vicario generale del re fissò la sua sede a Monteleone, concesse la libertà ai carcerati più buoni per poi impiegarli nella ricostruzione, fece trasportare a Napoli gli arredi d'oro e d'argento delle chiese, per essere fusi ed usarne i proventi a ristoro dei danni.

Oltre all'immediato invio del Pignatelli, il sovrano ordinò un'imposta straordinaria di 1.200.000 ducati, decretò un indulto generale e dispose il ritorno dei feudatari nelle loro terre, per soccorrere la popolazione colpita. Ma il terrificante disastro richiedeva mezzi eccezionali e ingentissimi, scrive Cingari, e le prime relazioni avvertivano che la stessa emergenza poneva una somma immane di problemi.

Fu allora che si fece strada il progetto di una sorta di riforma agraria fondata sull'esproprio delle proprietà ecclesiastiche. Il papa Pio VI firmò, il 27 maggio 1784, il Breve con il quale si decreteva la soppressione di tutti i luoghi pii e degli ordini religiosi della Calabria Ultra, e furono avviate le pratiche per incamerare le proprietà dei conventi e dei monasteri con meno di 12 religiosi, le proprietà delle congreghe laiche e le rendite delle abbazie e delle mense vescovili vacanti.

Un programma del genere, scrive Placanica, era di un'audacia e di un'ambizione senza pari, e, per l'estensione del regime di sequestro e privatizzazione massiccia, non aveva precedenti nella storia d'Europa. La Calabria divenne un laboratorio politico. Schiere di avvocati pagati dallo Stato furono chiamati ad assistere gratuitamente i Comuni nelle liti contro i feudatari e contro gli usurpatori dei demani, mentre i beni di tutti gli enti ecclesiastici - con esclusione delle parrocchie non vacanti, delle commende e delle mense vescovili - dovevano essere posti sotto sequestro, amministrati, censiti, apprezzati e offerti in vendita col preciso intento di incamerare contante per la ricostruzione e, contemporaneamente, di fornire terra ai contadini nullatenenti "per accrescersi il numero de' proprietari". Era, ricorda Placanica, la concreta messa in opera del programma genovesiano, ed alla sua esecuzione fu preposto un esercito di quasi trecento funzionari, alle dipendenze del Ministero delle Finanze, con i più alti gradi provenienti da Napoli.

Nacque così la Casa Sacra, chiamata ad amministrare le risorse finanziarie provenienti dalla vendita e dall'affitto dei beni ecclesiastici di tutta la Calabria Ultra, con il compito di favorire la formazione di una nuova proprietà coltivatrice e, nel contempo, provvedere alla ricostruzione dei paesi distrutti dal terremoto. Istituito a Catanzaro con decreto del 4 giugno 1784, l'organismo si insediò nel mese di luglio sotto la guida dello stesso vicario generale Francesco Pignatelli, il quale divise la provincia in circa 40 riparti e creò gli ispettorati di Reggio e Monteleone, ai quali si aggiunsero, nel 1786, quelli di Catanzaro e Gerace.

I conventi assoggettati a regime di sequestro, scrive Augusto Placanica, furono 250, con 3.300 tra frati e suore, 2.000 gli altri enti (chiese non parrocchiali, confraternite, congreghe, ma soprattutto cappelle), per un totale di 28.000 fondi rustici e 58.000 partite di credito, rappresentate da censi, canoni e diritti reali di vario tipo. Dei fondi posti sul mercato, continua lo studioso, 5.500 furono venduti all'asta ed entrarono in possesso di quasi 3.000 compratori, con un esborso di 1.600.000 ducati.

Furono redatti i piani urbanistici che prevedevano il riassetto degli abitati, scrive Giuseppe Brasacchio, e gli interventi della Cassa Sacra si articolarono in più direzioni; ad immediato sollievo della popolazione, che viveva in miserabili capanne e baracche improvvisate, fu concesso un sussidio per il restauro delle case rovinate, ma la somma elargita - 100 mila ducati - fu ben poca cosa di fronte alle necessità del momento. Per la ricostruzione delle sole chiese parrocchiali furono stanziati 300 mila ducati; per il restauro delle torri costiere sorte a difesa delle incursioni dei Barbareschi furono spesi 45 mila ducati. Più consistenti gli interventi per bonificare la piana di Rosarno, dove esistevano ben 200 laghi ed acquitrini che infestavano la zona e la rendevano totalmente disabitata; progettista e direttore era l'idraulico Ignazio Stilo, che guidava i lavori di bonifica eseguiti da duemila braccianti cosentini impegnati in opere di colmata, di drenaggio e di costruzione di collettori che durarono fino al 1789. Con il contributo dei Comuni furono potenziati gli ospizi di Reggio, Gerace, Crotone, Seminara, Sinopoli, Melicuccà, Mileto, Tropea e Pizzo. Per assicurare l'attraversamento dei corsi d'acqua furono costruiti ponti a Crotone, Arena, Galatro, Pizzoni, mentre un servizio di traghetto con carri e barche venne istituito a Tacina, Amato, Angitola, Petrace e Rosarno.

Nel 1785 fu fondato un Ospizio centrale per raccogliere i numerosi fanciulli rimasti senza genitori a causa del terremoto e gli altrettanto numerosi trovatelli frutto della coabitazione alla quale erano costretti gli abitanti dei luoghi distrutti.

Nel 1787 un dispacco del re Ferdinando istituiva scuole normali a Crotone, Stalettì, Stilo, Roccella, Scilla, Bagnara, Parghelia, Pizzo e Nicastro, mentre al Liceo di Catanzaro fu inviato come direttore l'abate Gregorio Aracri, un calabrese di Stalettì che si era distinto nel campo della filosofia, della matematica e della letteratura e che a Napoli era amico di Pagano e Filangieri. A Reggio fu istituito un Ginnasio con le cattedre di matematica e fisica, logica metafisica e diritto di natura, giurisprudenza civile e canonica, teologia e morale, ed annessa alla scuola venne creata una biblioteca che dava ospitalità ai libri raccolti nei monasteri soppressi. E con l'istituzione della Cassa Sacra il terremoto in Calabria, dopo aver provocato distruzione e morte, diventò un'occasione di mutamento.

 

Armando Orlando