Mimmo Mainardi
Cronista di una città di «Provincia»
"il Ponte", n. 04, 2002

Il 7 dicembre 2001 ci ha lasciati Flaminio Mainardi, cronista d'antica data, da quando Rimini era una città completamente diversa da quella di oggi, anche giornalisticamente parlando. La sua stagione d'oro è stata sul finire degli anni ’50 e nel corso di quelli ’60, con un settimanale, «La Provincia», che aveva impostato e curava con vivacità e molta attenzione. Il titolo voleva rivendicare una promozione per Rimini, e nello stesso tempo delineare una specifica identità culturale ed economica che lo Stato avrebbe riconosciuto soltanto molto più tardi.
«La Provincia» per molti anni agitò le acque della vita nel circondario riminese, tenendo sveglia l'attenzione dei lettori e dei politici. Non parlo delle scelte che il foglio compiva, di numero in numero, collocandosi sempre (per dirla con una formula antica) contro "i compagni". Mi riferisco al modo con cui Mainardi (Mimmo per gli amici) confezionava il prodotto giornalistico.
Sempre parlando di questo aspetto tecnico, va aggiunto che «La Provincia» era l'unica voce della città al di là della dogmatica stampa 'rossa' e delle cronache del «Carlino», che aumentarono di spessore proprio negli anni ’60 con l'edizione riminese che riservava per sei giorni alla settimana un'intera pagina alla nostra città. «L'Avvenire d'Italia» aveva invece un'edizione romagnola con un breve notiziario da Rimini, confezionato da Carlo Granaroli che, se fosse vissuto altrove, sarebbe diventato una grande firma nazionale.
Mimmo Mainardi, che era nato il 26 settembre 1921, aveva innato il gusto della provocazione giornalistica, sapeva presentare le notizie. Ebbe anche un ruolo ben preciso: attorno alla sua figura ruotò un gruppo di giovani collaboratori, essendo il suo foglio l'unico (non di partito) disposto a pubblicare testi di sconosciuti. Fu così che anch'io scrissi il mio primo articolo (1959) per Mimmo: l'anno dopo mi avviai al fondamentale tirocinio del «Carlino» (dove incontrai il professor Amedeo Montemaggi, capopagina, Gianni Bezzi, suo vice, e il maestro Duilio Cavalli, mitico corrispondente da Riccione). Erano i tempi in cui si faceva la regolamentare gavetta. Adesso, basta che uno entri dalla porta di una redazione, perché si creda subito un Montanelli o Biagi in ventiquattresimo.
Proprio durante le ultime vacanze natalizie, alla ricerca inutile di un poco di spazio all'interno di uno dei tanti armadi dove ho raccolto le mie carte d'archivio, ho ritrovato un numero della «Provincia» del 1959, con un'inchiesta sulle scuole riminesi: era la puntata dedicata a noi delle Magistrali (allora comunali). E mi è venuto a mente che l'anno dopo, l'idea gliela abbiamo copiata al «Carlino»: per alcune settimane Gianni Bezzi, il fotografo Davide Minghini ed io girammo per gli istituti cittadini. Gianni, indimenticabile e generoso amico purtroppo precocemente scomparso, faceva la storia della scuola visitata, ed a me toccavano le interviste.
Spesso ci si incontrava con Mainardi nella libreria diretta da Giorgio Bresciani, davanti al Tempio: ed erano occasioni per scambi di commenti divertenti se non pettegoli, nei quali Mimmo era specializzato. E in cui aveva un solo rivale, altrettanto arguto, don Domenico Calandrini, canonico e soprattutto ottimo giornalista.
Sulla «Provincia» debuttò Italo Cucci, e credo che abbia scritto pure Achille D’Amelia (che si divertiva a fare il dandy), prima di approdare alla Rai di Bologna grazie ad Enzo Biagi.
Non c'è nulla di più effimero di un giornale: tranne che per pochi appassionati raccoglitori, è destinato a finire tra i rifiuti con i resti dell'insalata o la segatura del gatto. Ma dietro quel prodotto di carta, si nascondono tante passioni culturali e politiche, tante fatiche per la ricerca di una notizia, od anche il gusto semplice, primordiale forse, di vedere il proprio nome stampato in coda ad un articolo.
Sia quello che voglia essere, un giornale è anche qualcosa che sopravvive nella memoria dei suoi lettori, ed in quella collettiva di una città: ed è giusto, ora che Mimmo Mainardi se n'è andato silenziosamente, ricordarlo per quanto egli ha fatto con le sue pagine, nella Rimini di quando, a bazzicare le redazioni, si era in pochi, ma sempre amici, nonostante le forti differenze ideologiche personali, e le dure polemiche con cui ci punzecchiavamo sulle nostre rispettive testate per ineludibile obbligo di ruolo.
Antonio Montanari

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