Nuraghi e pozzi sacri

 

 

La sardegna fu popolata in epoche antichissime da genti provenienti prima dall'Africa, poi dalla Spagna e quindi anche dalla Liguria e dalla Corsica. Le prime tracce del Neolitico, che risalgono al 7000-3700 a.C, si trovano nel Sulcis ove sono stati scoperti in una grotta alcuni scheletri e vari arredi funerari.

Più tardi le sepolture si trasformarono nelle famose domus de janas ("le case delle streghe"), grotticelle scavate artificialmente dotate anche di varie sculture parietali.

L'agricoltura e l'allevamento erano le principali risorse di queste antiche genti neolitiche che, appartenenti alla cultura di Arzachena e a quella di Ozieri, fondarono i primi villaggi. In queste epoche vi furono anche molti scambi commerciali con i popoli orientali. 

Il grande monumento di Monte d'Accoddi, uno tra i più antichi di tutta l'isola, appartiene a questa fase della cultura sarda.

Attorno al 1500 a.C. appaiono i primi tholoi, cioè camere di forma circolare dotate di un tetto a cupola formato da pietre aggettanti; essi rappresentano i precursori dei nuraghi, cioè di quelle imponenti costruzioni in pietra a secco di forma tronco conica, la cui parte sommitale è formata da strati di pietre aggettanti che si restringono verso l'alto in modo da chiudere in una falsa cupola la costruzione. I nuraghi, numerosissimi in tutta l'isola (se ne contano oltre 7000)  secondo alcuni archeologi, dovevano servire come difesa anche se, a causa della loro architettura, solo in pochi casi consentivano un rifugio sicuro. 

In quest'epoca (il secondo millennio a.C.) le comunità erano formate da pastori-guerrieri che frequentemente erano in guerra tra loro. Si svilupparono allora i primi villaggi fortificati, come il classico Barumini, nei quali un grande nuraghe formava il nucleo e attorno ad esso si sviluppava un grosso villaggio fortificato.

Verso la fine del II millennio furono costruite le prime "tombe dei giganti", grandi tombe collettive, derivazione probabile dei dolmen che numerosi si trovano in tutta l'isola. Ad un certo punto dell'evoluzione culturale dei sardi si estese nella parte centrale dell'isola il culto delle acque, che architettonicamente s'è espresso con i cosiddetti "pozzi sacri" e con vari altari in pietra. 

Verso l'inizio del primo millennio a.C. incominciano le invasioni dei fenici, poi dei cartaginesi ed infine dei romani, i quali nel III secolo a.C. conquistano e romanizzano definitivamente la Sardegna.

I nuraghi sono stati i primi monumenti che hanno formato l'oggetto d'indagine degli archeoastronomi in Sardegna. 

Negli anni Settanta, due ricercatori dell'Università di Cagliari, Edoardo Proverbio, astronomo, e Carlo Maxia, un archeologo, hanno iniziato una ricerca sugli orientamenti delle entrate di una estesa serie di nuraghi. Molte misure furono fatte in loco, altre invece furono desunte dalle mappe disegnate dagli archeologi. 

Poiché si trattava di un lavoro statistico, anche certe misure non perfette potevano essere utili per avere delle indicazioni sulla tendenza generale di questi orientamenti. I dati utilizzati - oltre 270 misure - hanno evidenziato il fatto che le entrate dei nuraghi generalmente puntano a sud, forse per poter sfruttare la luce del Sole; però molte sono dirette anche sulla levata del Sole al solstizio invernale o dove levava la stella Sirio, la principale della costellazione del Cane Maggiore, e Rigil, la stella alfa della costellazione del Centauro che in quell'epoca (tra il 2000 ed il 1000 a.C.) era visibile anche alla latitudine della Sardegna, a causa della precessione degli equinozi. 

Questi dati hanno fatto supporre ai due ricercatori che in quelle epoche esistessero dei particolari riti a carattere astrale nei quali era importante sia l'osservazione del Sole che quella di alcune stelle. 

Un altro oggetto dell'indagine di questi due archeoastronomi furono i pozzi sacri, dei quali s'è detto poc'anzi. Questi monumenti (quello di Santa Cristina a Paulilatino è l'esempio più noto anche perché è stato molto ben restaurato) sono formati da uno o più recinti in pietra di forma ovale che circondano un grande foro il quale comunica con una profonda cavità sotterranea; sul suo fondo v'è uno strato d'acqua più o meno profondo. All'esterno, gradini scavati sulla roccia e orientati esattamente a sud conducono fino al livello dell'acqua, probabilmente per consentire ai sacerdoti di portare le loro offerte agli dei.

Doveva esserci un legame tra il culto delle acque e la Luna, come indicato dalle misure prese sul pozzo di Santa Cristina e sull'altro di Santa Vittoria di Serri. I due ricercatori sardi hanno trovato infatti che l'angolo tra la verticale e la linea che congiunge l'estremo limite nord del fondo del pozzo con il lembo dell'apertura superiore, è pari a 11°,5, vale a dire lo stesso angolo che intercorre tra la direzione della Luna e la verticale del luogo quando l'astro raggiunge, nel suo ciclo di 18,6 anni, la massima declinazione e passa proprio al meridiano. N

ei rari momenti nei quali avviene questo fenomeno, è possibile allora vedere a mezzanotte, nei mesi di dicembre e di febbraio, la Luna piena riflettersi sull'acqua. Certamente questa peculiare manifestazione dell' astro delle notti può aver generato una notevole impressione tra coloro che legavano il culto delle acque con certi fenomeni celesti.

 

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