LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI.

Piantroromano.jpg (43303 byte)Garibaldi, sbarcato a Marsala, si era subito diretto sopra Salemi, ove giunse il 13 maggio, ed ivi si era proclamato con un auto-decreto, rimasto famoso, dittatore della Sicilia. Quindi, ordinati alla meglio e divisi in compagnie e squadre i suoi uomini, radunati i primi insorti siciliani, i picciotti accorsi ad incontrarlo, saputo che il generale Landi era stato mandato ad incontrarlo con più di 4000 uomini, mosse verso Calatafimi, ove gli era stato detto che il generale borbonico stava preparando uno sbarramento.

Durante la marcia, il cui momentaneo obiettivo era Vita, fermandosi Garibaldi ad abbeverare il cavallo, Il che egli faceva sempre di persona, si vide venire incontro un frate francescano, il quale gli si gettò ai piedi acclamandolo il Messia della Libertà.

Era frate Pantaleo. Chi circondava Garibaldi in quel momento, credette leggere nel suo animo una qualche esitazione, ma subito fu rotta e Il generale disse:

Venite con noi, sarete il nostro Ugo Bassi.

A quel povero frate va attribuito il merito di molti dei successi ottenuti poi dal Generale in Sicilia

La disposizione presa dalla truppa garibaldina era la seguente: In testa un battaglione di Cacciatori delle Alpi, sotto il comando di Carini e formato dalla 9a compagnia, capitano Grizziotti, dall'8a capitano Bassini, dalla 7a (studenti di Padova) sotto il comando di B. Cairoli, la 6a sotto Cianio e la 5a sotto Anfossi.

Seguivano Orsini e Minutelli coll'artiglieria e il genio (vale a dire due cannoni!) e la compagina composta dai marinai del Piemonte e Lombardo, sotto Castiglia.

Chiudeva la formazione il battaglione Bixio, vale a dire la 4a compagnia sotto gli ordini dello Sprovieri, la 3a sotto il barone Stocco, la 2a sotto Forni, la 3a sotto Dezza e i carabinieri genovesi sotto Mosto.

I picciotti siciliani dovevano accompagnare la colonna, fiancheggiandola ai due lati.

Ora ecco come Alberto Mario, testimonio oculare, narra:

Il generale Landi guidava 3500 uomini con 50 cavalli e 4 pezzi, ed occupava, formldabile, il Pianto dei Romani. Garibaldi ne conduceva 1200 circa, computativi 250 siciliani di Coppola e di Sant'Anna ed occupava le alture di Vita.

Scesero i cacciatori regi, accennando ad un attacco: e li sostenevano compagnie in massa. S'assisero i garibaldini dietro un ripiano per riposarvisi e per aspettare gli assalitori. Quando, assorti di repente, traboccarono ad affrontarli sotto un fuoco vivissimo. Al primo cozzo non piegarono i regi, ma, reiterato, indietreggiarono ad una seconda posizione munita, di dove tempestavano i sopravvegnenti. Assetati, trafelati, ma incrollabili, procedevano i garibaldini all'espugnazione del secondo e più elevato riparo. Frattanto giungeva in linea Bixio con le sue quattro compagnie sulla sinistra. Garibaldi splendeva sulla fronte, ed era per i suoi pegno di vittoria. Egli sospingeva la destra di Carini più verso il fianco sinistro dei regi, da metterli in apprensione per la strada ad Alcamo e Palermo. E questo accenno agevolava l'espugnazione della terza, della quarta, della quinta e della sesta posizione successivamente occupate dal nemico, le cui riserve si addensavano alla vetta ad ingrossar la battaglia.

" Alla settima posizione i nostri sostarono, rifiniti dal caldo, dalla sete, dalla fatica. Impossibile fare un passo di più, sparare uno schioppo, vibrare un colpo di baionetta. Garibaldi, appoggiato ad un albero, lasciavali pigliar fiato sotto la mitraglia alquanti minuti e studiava il nemico.

Quand'ecco capitargli di dietro inavvertito un uomo che gli fa:

" - Generale, temo che bisogna ritirarsi.

Si rivolse egli quasi trasognato, e vistosi a tergo il bravo dei bravi, risposegli pacato:

" - Bixio, che dite? Qui si fa 1' unita d'Italia o si muore!

" Quindi, presentatosi sul davanti della legione, così parlò:

- Ragazzi, mi occorre un'ultima carica disperata; vi do altri cinque minuti di riposo.

Trascorsi i cinque minuti, giganteggiando, squillò:

- Alla baionetta!

La miracolosa voce del capitano risuscitò le forze spente di questi eroi, e la disperata carica fu eseguita e il nemico la attese e restituì botta a botta. Ma il furore dei nostri sfondò, in quella mischia orrenda, la linea dei regi, che, sconfitti si ricondussero confusamente in Calatafimi e su quel campo trionfato, Garibaldi augurò l'unione sognata da tanti secoli, dai popoli italiani in una sola famiglia.

Così Alberto Mario.

Sul campo di Calatafimi restarono, fra morti e feriti, 140 napoletani e 70 garibaldini, cifre rilevanti, che diedero ben ragione a Garibaldi di scrivere melanconicamente ad Agostino Bertani:

Calatafimi, 16 maggio 1860.

" C'aro Beirtani,

" Jeri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra italiani. Solita sciagura, ma che mi provo quando si possa fare con questa famiglia, nel giorno che la vedremo unita.

" Il nemico cedette all'impeto delle baionette. dei miei vecchi Cacciatori delle Alpi, vestiti da borghesi ma combattere valorosamente, e non cedette le sue posizioni che dopo accanita mischia a corpo a corpo.

G. Garibaldi

Di fronte a questa serena semplicità del Garibaldi, è ridicolo e grottescamente spavaldo lo stile dei rapporti del generale Landi, descriventi il grandissimo numero dei nemici nel quale si dava per morto il gran (grande per ironia, si intende) comandante degli italiani.

Affermò pure il Landi, nei suoi scritti, di aver presa la bandiera della legione garibaldina, il che è solennissima menzogna, perché la bandiera, o meglio il mozzicone di asta rimasto in potere dei borbonici, non apparteneva al comando della legione, ma bensì al camogliese Schiaffino, il quale la portava di sua volontà e che essendo caduto ucciso nell'assalto agli ultimi ripari dei borbonici, il suo corpo fu conteso con furore dai combattenti e rimase ai nostri e con esso il drappo della sua bandiera, mentre ai borbonici rimase un mozzicone dell'asta.

Le spavalderie non impedirono però al Landi di invocare il tono disperato ajuto, pronto ajuto, e non giungendo questo così sollecito come avrebbe voluto, nella notte pensò essere saggio consiglio ritrarsi da Calatafimi e ripiegare su Palermo.

Giuseppe Garibaldi, ricordando nelle sue memorie autobiografiche la battaglia di Calatafimi, scrive:

" Calatafimi! avanzo di cento pugne, se all'ultimo mio respiro i miei amici mi vedranno sorridere per l'ultima volta di orgoglio, sarà ricordandoti: poiché io non rammento una pugna più gloriosa!

piantorom1.jpg (3169 byte)Il monumento che commemora questa battaglia, e di cui abbiamo già fatto parola, fu inaugurato il 15 maggio 1892, con grande intervento di associazioni popolari e di reduci delle battaglie.

 

 

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