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| Capitolo 1 : Nascita del Lawn Tennis.
1.1 Il primo tentativo di regolamentazione. Molte varianti del gioco del tennis che conosciamo oggi, già
si giocavano sui prati delle ville inglesi nei primi dell'ottocento. La
parola tennis ha radici etimologiche nella parola francese teez (trasformatasi
poi in tenetz) che veniva impiegata dai giocatori prima di servire, per
assicurarsi che l'avversario fosse pronto ed era già usata al tempo
del Jeu de Paume. Il primo a cui venne in mente di regolamentare definitivamente
questo gioco fu Walter Clopton Wingfield nel 1873. Proprio in quell'anno
egli infatti scrisse un piccolo manuale di istruzioni per quello che chiamò
Lawn Tennis. Questa prima regolamentazione del gioco però, non ebbe
affatto successo, fu molto criticata e, addirittura, tacciata di plagio.
In effetti quel lawn tennis aveva veramente poco in comune con l'attuale
gioco; il campo era a forma di clessidra, la rete molto più alta,
c'erano anche delle piccole reti triangolari che delineavano i limiti laterali
del campo, come punteggio era stato preferito quello del croquet con qualche
variazione piuttosto che quello del court tennis. Wingfield, oltre al primo
regolamento, creò anche la prima cassetta contenente tutta l'attrezzatura
per il gioco: palline, racchette, reti, paletti, e, ovviamente, il suo
regolamento.
Bisognerà aspettare fino al 1877 per avere delle nuove e "corrette" regole. L'occasione fu il passaggio di uno dei più famosi club di croquet di Londra, l'All England Croquet Club, fondato nel 1870 da J.W.Walsh e Henry Jones, a club di croquet e lawn tennis; il circolo fu anche ribattezzato come All England Croquet and Lawn Tennis Club. Lo stesso anno Henry Jones decise di organizzare il torneo di inaugurazione del nuovo sport. Per fare un torneo però, ci vogliono regole chiare e in quegli anni la confusione sulle regole del lawn tennis non era certo diminuita. Così Jones chiamò alcuni esperti e insieme scrissero nuove regole per il gioco, questa volta molto simili a quelle attuali: si stabilì che il campo fosse rettangolare, esattamente 68 piedi per 27, come punteggio si adottò quello del court tennis (15, 30, 40), si definì l'importante divisione in punti, giochi e set. Il nuovo regolamento ebbe così successo che in pochi giorni ne vendettero settemila copie. Per conoscere inoltre che tipo di palline furono usate in questo primo torneo bisogna fare un passo indietro, infatti già nel 1874 un vecchio campione di real tennis, John Mayer, scoprì che le palline se ricoperte di flanella saltavano meglio sull'erba e i colpi erano più facilmente controllabili. Quindi nel 1877 si giocò il primo torneo su erba di lawn tennis, con palline ricoperte di flanella bianca cucita a mano con filo di tappeto non candeggiato, nella località di Wimbledon. Gli ultimi ritocchi alle regole del lawn tennis furono effettuati nel 1883. Capitolo 2 : Il tennis arriva in Italia. 2.1 Inizialmente si gioca nelle ville. Lo sbarco del tennis in Italia non si fece attendere, già l'anno
dopo la sua definitiva regolamentazione si costruirono i primi campi e
quindi si cominciò a giocare. Il 1878 coincide infatti con la nascita
del primo circolo privato d'Italia fondato a Bordighera. C'è da
sottolineare però che questo circolo non fu fondato da italiani,
ma da un lord inglese il quale durante le sue vacanze in Italia non voleva
rinunciare al suo sport preferito. In un primo periodo, il gioco del tennis
venne conosciuto, apprezzato e giocato nelle grandi ville e in piccoli
circoli familiari. A parte eccezioni, dovettero passare parecchi anni prima
che si cominciassero ad organizzare club cittadini.
Il primo circolo di tennis cittadino, (o più esattamente tennis
club viste le origini), nacque nel 1880 a Torino, fondato dal conte Enrico
di Cigala; anche qui l'influenza anglofona fu fondamentale, infatti la
madre del conte ara inglese e il conte aveva spesso occasione di recarsi
in Inghilterra. Questo club aveva 10 soci e nessun campo proprio, per giocare
adattavano sommariamente la superficie di un campo di pallone concesso
per tre ore alla settimana da una società di calcio di Bracciale.
Questo sodalizio però, data anche la diversa natura dei due sport,
non riuscì a durare a lungo e quanto riuscì a resistere ad
un ambiente completamente ostile fu merito della tenacia del conte Cigala.
Le difficoltà che incontrò il conte ad aprire un circolo
non furono certo l'eccezione, ma semmai la regola di quegli anni pionieristici
per chi si cimentava in una tale impresa; nonostante i pochi appassionati
erano tutti nobili e facoltosi i club incontrano enormi difficoltà
a nascere e svilupparsi, spesso erano costretti a cambiare sede e, a volte,
anche a chiudere. Un altro esempio fu il club che nacque a Milano nel 1893
su un terreno concesso dal municipio in via Mario Pagano, nonostante le
buone premesse fu cacciato dieci anni dopo, nel 1903, da una neo eletta
giunta radicale che non riteneva il club degno di quel terreno; il circolo
emigrò prima in via Alberto da Giussano, poi di nuovo nel 1908 alla
Cagnola e infine, nel 1914 in via Domodossola dove aveva cinque campi,
tanti quanti ne aveva venti anni prima. Altri circoli cittadini
che sorsero in quel periodo, nonostante, tutto furono quello di Torino,
nel 1890, che nacque sulle ceneri dello storico club di Bracciale, questa
volta con sede propria; uno a Roma, sempre nel 1890, ed aveva un solo campo,
poi nacquero circoli a Genova (1893), Viareggio (1896), Firenze (1898),
Palermo (1899), Arezzo (1899).
Il 16 aprile del 1894 a Roma fu istituita la prima associazione italiana
del gioco del tennis, tra i club fondatori ci furono quelli di Roma, Torino,
Genova e Milano. Lo scopo di questa associazione era quello di promuovere
e sviluppare il gioco con tutti i mezzi ritenuti idonei, organizzare campionati
nazionali, concedere premi. Primo presidente di questo embrione di federazione
fu il conte Gino de Martino. La vita della prima associazione nazionale
fu molto breve, infatti questa si sciolse nel 1898, dopo solo quattro anni
di attività. Il problema probabilmente fu che i dirigenti si trovarono
, data la sempre maggiore complessità che richiedeva organizzare
le attività dell'associazione, a dover scegliere tra il dover organizzare
i tornei e il parteciparvi, essendo anche giocatori, ovviamente optarono
per la seconda ipotesi.
Il conte fu anche il primo campione italiano. Membro della nobiltà
romana, De Martino era un vero atleta e un vero sportivo, appassionato
e praticante di molti sport, eccelleva nel tennis; fu anche il primo giocatore
a vincere il campionato italiano sia in singolare che in doppio con il
fratello Uberto che si disputò per la prima volta a Roma nel 1895.
L' importanza storica del conte de Martino non è solo quella di
essere stato il primo campione nazionale, ma anche di essere stato competitivo
a livello internazionale, arrivando anche a battere campioni indiscussi
come Wilding . Il suo stile era pulito e possedeva uno splendido dritto
che riusciva anche a seguire a rete, come caratteristiche di gioco fu poi
anche paragonato al grande Lacoste. Un altra impresa storica del conte
de Martino fu quella di rivincere gli assoluti a sedici anni di distanza
dal suo primo titolo; egli si ritirò dall'attività sportiva
quando ancora era all'apice della sua carriera, comunque trasmise la sua
arte ai figli James e Gingi i quali successivamente riuscirono a vincere
i campionati Italiani. Degli assoluti organizzati successivamente al primo
vinto da de Martino a Roma non si hanno molte notizie, comunque nel 1896
furono disputati a Genova, nel 1897 a Milano, nel 1898 a Torino, furono
vinti tutti e tre dal conte Lionello de Minerbi appartenente al club romano.
Sempre nel 1898 veniva pubblicata la traduzione in italiano del manuale
di tennis Lawn Tennis di Vilfrido Baddeley, l'anonimo traduttore però
era anche a conoscenza di ulteriori informazioni sulla situazione del tennis
italiano che non mancò di aggiungere nel testo tradotto; particolare
rilevanza storica hanno le frasi che qui seguono: "credo che, tutti sommati,
i privati e i sociali, i belli e i brutti, quelli (non i più) di
dimensioni regolamentari e gli altri (troppi) in cui le dette dimensioni
non sono rispettate, i molti in terra battuta, in ghiaia, cemento ecc.
e i pochissimi a prato; credo, dico, di non andare discosto dal vero nell'indicarne
la cifra fra i cinquecento e i settecento. E' qualcosa, o almeno il principio
di qualche cosa. Farò solo osservare che di questi, più di
sei decimi sono disseminati nelle città dell' Alta Italia (specie
nella regione dei laghi), due decimi nella regione centrale da Firenze
a Roma, e per gli altri due decimi infine nel mezzodì d'Italia.
Il giuoco, in questi ultimi anni, ha fatto sensibili progressi dovuti in
buona parte all' associazione italiana, che ha sede in Roma...".
Anche se l'associazione nazionale si era sciolta, le attività
dei club tennistici negli anni successivi continuarono energicamente, in
particolare si svolsero importanti tornei cittadini e a volte tornei di
carattere regionale e interregionale. L'attività tennistica ufficiale
in campo femminile ebbe inizio, come in tutti i paesi, con qualche anno
di ritardo. In particolare il primo torneo femminile a livello cittadino
fu giocato a Firenze nel 1902, la vincitrice fu la signorina L.Ranney.
Da quell'anno i tornei femminili cominciarono ad apparire ed a svilupparsi
in tutti i club cittadini. Si sarà certo notato come il tennis in
Italia nasce come uno sport d'elite, a conferma di ciò basta pensare
ai nomi esclusivamente aristocratici dei pochi giocatori e dirigenti citati.
3.1 L'Associazione Nazionale di Lawn Tennis risorge dalle sue ceneri. Grazie ad un opera di mediazione tra i vari circoli nazionali effettuata
dal circolo di Firenze, l'associazione nazionale del tennis fu rifondata
il 18 maggio del 1910 e fu chiamata Federazione Italiana di Lawn Tennis
(FILT). Il primo presidente della nuova federazione fu il marchese Piero
Antinori, il quale però, non rimase molto in carica.
Nel 1911 ripresero le edizioni dei campionati d'Italia il cui primo
vincitore fu il conte de Martino, il quale aveva anche vinto l'edizione
del 1895. Fu nello stesso anno che il conte arrivò in finale al
torneo di Territet, dopo aver battuto il forte giocatore Wilding e aver
lottato cinque set prima di cedere al fortissimo Williams, quindi decidere
di avere il cuore debole e ritirarsi con questa scusa dall'attività
agonistica. I primi 10 anni di attività della FILT non produssero
giocatori e quindi risultati a livello internazionale, servirono solo a
gettare le radici in Italia di uno sport giovane e poco conosciuto. I giocatori
e le giocatrici non avevano maestri, ne alcun tipo di supporto finanziario.
Dopo il ritiro di de Martino passarono anni in cui qualsiasi inglese venisse
a giocare in Italia un qualsiasi torneo aveva la vittoria assicurata, di
andare a giocare importanti tornei oltre confine nemmeno se ne parlava,
la trasferta più azzardata dei nostri giocatori era sui campi in
Costa Azzurra.
In questi anni pre bellici i giocatori di spicco a livello nazionale
furono Alberto Suzzi e Mino Balbi di Robecco. Il primo vinse i campionati
italiani nel 1912 e l'anno successivo, Balbi nel 1914, prima dell'interruzione
a causa della guerra. Nonostante le due vittorie Suzzi non fu un campione
in singolare, piuttosto fu un ottimo doppista che con buon tempismo riuscì
a colmare quel vuoto causato dal precoce ritiro di de Martino. Balbi invece
fu un grande sportivo, eclettico e perfezionista. Fu lui a portare in Italia
i nuovi schemi basati su servizio e rete, fu anche il primo ad imparare
il servizio tagliato che allora veniva definito "all'americana". La sua
carriera fu interrotta dal periodo bellico, durante il quale sarebbe stato
indiscutibilmente il campione d'Italia, comunque riprese brillantemente
nel dopoguerra vincendo ancora gli assoluti negli anni 1921, 1922 e 1927.
Un altro giocatore che caratterizzò quel periodo fu il marchese
Negrotto Cambiaso, ma non tanto per la sua carriere sportiva o per il suo
talento, piuttosto perché era capace anche durante i più
animati scambi di mantenere incastrato il suo monocolo all'occhio. Nell'ambito
femminile i campionati italiani iniziarono solo nel 1913, insieme ai tornei
di doppio e doppio misto, l'albo d'oro si apre con il nome di Rhoda de
Bollegarde, la quale vinse anche l'anno successivo. La de Bollegarde non
fu solo una buona giocatrice, ma anche un eroina, si arruolò come
crocerossina nella grande guerra e purtroppo morì sul campo, per
questo fu decorata come medaglia d'oro alla memoria. In questi anni il
tennis femminile era veramente agli albori, le donne quando iniziavano
a giocare lo facevano molto tardi, la norma era almeno dopo i venti anni,
erano costrette in vestiti assurdi, il loro tennis non andava oltre i colpi
fondamentali e magari, come unica arma, il pallonetto. Un altro evento
da ricordare è la stampa del primo manuale di tennis interamente
italiano scritto e pubblicato dai milanesi Alberto Bonacossa e Porro Lambertenghi
nel 1914, Bonacossa inoltre lavorò nell'organizzazione federale
e fu un vero e proprio mecenate del tennis. In ultimo osserviamo che i
scarsi progressi ottenuti dalla FILT nel suo prima decennio di vita furono
anche dovuti agli enormi problemi causati dalla prima guerra mondiale,
in quel periodo molti circoli chiusero ed una ripresa effettiva di tutte
le attività ci fu solo nel 1919.
4.1 L'Italia comincia a giocare in Coppa Davis. Solo nel secondo decennio di attività della FILT si cominciarono
ad ottenere risultati a livello internazionale e la federazione cominciò
ad assumere delle caratteristiche e prerogative più articolate.
In particolare il 1922 fu un anno importante, da un punto di vista organizzativo
furono costituite le Delegazioni di Zona, cominciarono ad essere redatte
e pubblicate le prime classifiche, finalmente l'Italia comincia a giocare
in Coppa Davis. A partire sempre da quest'anno la Federazione prese importanti
iniziative allo scopo di promuovere il tennis in Italia; vennero invitati
ad esibirsi i massimi campioni dell'epoca, fu organizzata in Italia una
turnè con le mitiche Susan Langlen e Helen Wills sulle quali all'epoca
era polarizzata l'attenzione di tutto il mondo; in particolare ricordiamo
la Langlen come la più grande giocatrice di tutti i tempi insieme,
forse, a Martina Navratilova.
4.2 I campioni del primo dopoguerra.I primi risultati a livello internazionale li ottennero Balbi, che vinse i tornei di Cannes, Beaulieu e Montecarlo nel 1921 e il barone Huberto de Morpurgo che vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Per rendersi conto in quale clima, ancora nel 1924, i nostri giocatori e giocatrici affrontavano competizioni così importanti, basti pensare che a de Morpurgo fu presentata la sua compagna di doppio misto, (la Perelli), solo pochi minuti prima di scendere in campo. Nel dopoguerra in Italia c'erano cinque campioni di livello nazionale, (Mino Balbi, Cesare Colombo, Riccardo Sabbadini, Clemente Serventi, Carlo D'Avalos), che si divisero i titoli di tutti i più importanti tornei italiani, tra cui gli assoluti; contemporaneamente però avevamo due campioni di livello internazionale (Huberto de Morpurgo, Giorgio de Stefani), indiscutibilmente più forti degli altri, che però giocarono poco in Italia privilegiando il circuito internazionale.4.3 Cinque piccoli campioni nazionali. I cinque "piccoli" campioni provenivano da club cittadini diversi, (Milano,
Genova, Roma e Napoli) e forse il loro più grande merito fu quello
di accrescere l'interesse attorno al tennis in tutta Italia e in particolare
nella rispettive città di provenienza. Di Balbi come tennista si
è già parlato, non abbiamo però parlato di lui come
pioniere dell'aeronautica: arrivò addirittura a costruirsi un aeroplano
da solo, il veicolo però anche se non aveva troppi problemi in fase
di decollo spesso lo costringeva ad atterraggi affrettati e molto pericolosi.
Il tennis di Cesare Colombo fu molto simile a quello di Balbi, moderno,
proiettato all'attacco, il suo più grande difetto fu il nervosismo
che lo portò a sciupare importanti occasioni; fu il primo vincitore
dei campionati italiani del dopoguerra, nel 1919, li vinse ancora nel 1922
e arrivò in finale nel 1923, nel 1924 arrivò quarto alle
Olimpiadi, solo un gradino più in basso di de Morpurgo. Fu Riccardo
Sabbadini a vincere gli assoluti nel 1920, il suo colpo migliore era il
rovescio, tanto da esser lui definito "il più bel rovescio d'Italia",
fu di nuovo campione d'Italia nel 1923 dopo un interminabile finale contro
Colombo. In quella partita Sabbatini finse di farsi male con lo scopo di
distrarre l'avversario che in quel momento stava vincendo, l'ingenuo Colombo,
come nelle previsioni del suo avversario, si distrasse. Clemente Serventi
vinse i campionati nel 1924 e nel 1929, sportivo eclettico fu anche un
campione di canottaggio; nel tennis la sua arma era la regolarità,
giocava bene tutti i colpi senza eccellere in nessuno, fu incredibile la
sua vittoria del 1929 quando contro ogni previsione, lui ultra quarantenne,
sconfisse tutte le giovani e fresche promesse che allora si stavano facendo
strada. Infine il principe napoletano Carlo D'Avalos, fu il campione d'Italia
nel 1925, era dotato di un fisico eccezionale e grande volontà,
il suo gioco era caratterizzato da un dritto tagliatissimo molto efficace.
Il dominio a livello nazionale dello splendido quintetto era ovviamente
destinato a finire, l'inizio della stagione del tramonto avvenne nel 1928,
quando fu la più precoce delle nuove leve, Emanuele Sertorio , a
vincere gli assoluti; poi ci fu solo un ultima fiammata nel 1929 con Serventi,
ma è propri qui che può ritenersi chiusa una stagione di
grande equilibrio, e quindi molto avvincente, che caratterizzò il
periodo post bellico.
Un capitolo a parte meritano i primi due campioni italiani di livello
internazionale, il barone Huberto de Morpurgo e Giorgio de Stefani. A proposito
della loro mancata partecipazione alle edizioni dei campionati italiani
di quel periodo non c'è da meravigliarsi infatti, a parte il nome
altisonante, era solo un torneo itinerante di livello nazionale, in uno
sport che da subito ebbe carattere internazionale; queste defezioni non
impedirono certo a de Morpurgo di essere il primo nelle classifiche nazionali
che, giustamente, non davano particolare rilevanza alla vittoria negli
assoluti. Inoltre spesso questo torneo si svolgeva in concomitanza di ben
più importanti tornei internazionali, o addirittura della Coppa
Davis, appuntamenti irrinunciabili per i due campioni.
Huberto de Morpurgo, nato a Trieste, era cittadino asburgico con passaporto italiano, la sua brillante carriera iniziò prestissimo, fu infatti campione junior in Gran Bretagna nel 1911 e campione studentesco a Parigi nel 1915. La sua nobile estrazione sociale, la sua grande cultura e la sue eccezionali doti sportive formarono in lui un enorme ego che, da una parte lo tenne lontanissimo dalle piccole rivalità del nostro piccolo tennis di quegl'anni, ma dall'altra rese il suo carattere impossibile e insopportabile. Un illuminante esempio a questo proposito fu il suo comportamento al termine della prima partita persa contro il suo allievo de Stefani, quando arrivò il momento di stringersi la mano il barone preferì invece schiaffeggiarlo sonoramente, lasciando così il povero Giorgio impietrito in mezzo al campo. Sempre grazie al suo caratteraccio, i rapporti tra de Morpurgo e la federazione, usando un eufemismo, non erano dei più amichevoli. Queste incomprensioni arrivarono al punto che nel 1922, nell'incontro di Coppa Davis, la federazione preferì schierare i nettamente più deboli Balbi e Colombo piuttosto che lui, ovviamente l'Italia perse cinque a zero. Dall' anno dopo nessuno osò più impedire al barone di giocare la Coppa, anzi era lui a dettare le regole, cioè nessun allenatore e nessun accompagnatore ufficiale; in realtà se fosse stato possibile de Morpurgo avrebbe pure giocato tutti gli incontri da solo, ma anche lui nel doppio , nonostante fosse molto bravo, sarebbe andato incontro ad insormontabili difficoltà tecniche. Il barone dovette comunque aspettare l'arrivo sulla scena tennistica di de Stefani e Placido Gaslini per riuscire a vincere per due volte, nel 1928 e nel 1930, la zona europea di Coppa Davis, per poi perdere onorevolmente la finale interzone sempre dagli Stati Uniti. In classifica mondiale de Morpurgo rimase tra il 1928 e il 1930 tra i primi dieci del mondo, oscillando tra l'ottava e la decima posizione; purtroppo non riuscì mai ad affermarsi in un torneo del Grande Slam, dove però spesso era nella rosa dei favoriti. Una partita da ricordare è la finale dei primi
internazionali d'Italia giocati a Milano tra il grande Bill Tilden e De
Morpurgo nel 1930, in quell'occasione il barone dovette ridimensionare
la grande opinione che aveva del suo gioco, infatti raccolse solo cinque
giochi in tre set con l'aggravante di giocare di fronte al suo pubblico.
Un episodio particolare caratterizzò poi quel match, accadde che
Tilden a fine partita regalò la sua racchetta a un bel raccattapalle
che aveva notato durante la veloce finale e gli predisse un brillante futuro,
si chiamava Renato Bossi e giocò poi in Davis otto anni dopo.
Anche se il gioco di de Stefani aveva più di un punto debole
tra cui l'incapacità di scattare in avanti, i colpi alti, riuscì
comunque ad ottenere degli ottimi risultati; tra le migliori affermazioni
c'è da ricordare la finale raggiunta al Rolan Garros, dove però
perse facilmente dal moschettiere Henri Cochet; molto importanti furono
poi i numerosi e insostituibili apporti negli incontri di Coppa Davis accanto
a de Morpurgo. L'anno in cui fece il militare, non potendo recarsi all'estero,
giocò i campionati italiani e li vinse sbaragliando tutti gli avversari.
Per quanto riguarda il suo stile, De Stefani aveva un tipo di gioco a dir
poco originale e forse inedito per i suoi tempi, egli riusciva a giocare
due tipi di diritto, uno dalla parte destra del corpo e uno da quella sinistra.
Un altro giocatore importante per il tennis italiano di quel periodo fu
Placido Gaslini, il suo contributo fu determinante in Davis dove vinse
insieme a de Stefani e de Morpurgo per due volte la zona europea; era un
grande atleta e nelle sue migliori giornate giocava uno splendido tennis,
ma fu molto discontinuo, al contrario di quanto dica il nome la sua personalità
era tutt'altro che tranquilla, estroverso, egocentrico e confusionario
in campo, creava spettacolo anche al di la del tennis. In una partita contro
de Morpurgo arrivò a minacciarlo di spaccargli la racchetta in testa
se non la smetteva di schiacciarli tutti i pallonetti e il barone, spaventato,
smise.
In campo femminile la campionessa del dopoguerra fu Rosetta Gagliardi,
vinse gli assoluti dal 1919 al 1922 e ancora nel 1924, la seconda giocatrice
del periodo fu Giulia Perelli che vinse i campionati nel 1923 e nel 1925.
Fino a questo momento le giocatrici, ancor più dei giocatori, erano
campionesse solo a livello nazionale e a parte eccezioni come le Olimpiadi
del 1924 neanche prendevano in considerazione l'idea di giocare i grandi
tornei internazionali.
Il salto di qualità del tennis femminile italiano, da sport chiuso
e provinciale a sport internazionale avvenne grazie a Lucia Valerio, la
prima campionessa di livello internazionale in Italia. A dimostrazione
della sua superiorità a livello nazionale ricordiamo che nel 1926
cominciò una serie di 10 successi consecutivi a i campionati italiani,
record ancora imbattuto. Il segreto dell'incredibile rendimento della Valerio,
oltre che nel talento naturale, risedeva nella sua completa dedizione al
gioco; si racconta che alcune sue colleghe si preoccuparono molto circa
la sua condizione fisica dopo aver visto, cosa inconcepibile, che per sei
giorni non si era allenata. Il suo gioco era basato su due buonissimi fondamentali,
su una incredibile resistenza, sia fisica che mentale e anche su buoni
colpi al volo che usava per chiudere i punti. In classifica mondiale ella
riuscì ad arrivare alla soglia delle prime dieci, inoltre arrivò
nei quarti a Wimbledon dove per due volte vinse il plate, trofeo che andava
alla vincente del torneo di consolazione. In Italia vinse anche l'edizione
degli internazionali del 1931, raggiunse poi la finale altre tre volte
su un totale di sei partecipazioni.
A conclusione della storia di questo secondo e positivo periodo di evoluzione
del nostro tennis ricordo alcuni dati presenti nella relazione che Beppe
Croce presentò durante la sua ultima assemblea federale da presidente:
gli enti affiliati alla federazione erano 94 con circa 7000 soci, di questi
poco più del dieci per cento con tessera FILT, 56 i tornei importanti
svolti quell'anno più tre campionati di cui due a squadre; per l'avvenire
si approvava l'uscita del primo annuario federale, e che lo svolgimento
dei campionati sarebbe stato suddiviso in più categorie. C'è
un preciso momento in cui possiamo mettere la parola fine a questa fase
storica ed è la destituzione di Croce da presidente, avvenuta nei
primi mesi del 1929, al quale subentra Augusto Turati; finisce qui anche
l'ultima gestione di tipo "familiare" della nostra Federazione.
5.1 Augisto Turati, presidente FILT del periodo fascista. Il partito fascista si accorse presto dell'esistenza del tennis e della
relativa Federazione, e volle quindi estendere il suo controllo anche su
questa. Il già citato cambio di presidente della FILT nel 1929,
dove a Croce fu preferito Augusto Turati, e lo spostamento della sede a
Roma, fu voluto dal partito.
L'opinione di Mussolini su questo sport ebbe modo di cambiare radicalmente.
L'occasione fu una sfilata svoltasi sulla terrazza del Tennis Parioli dove
il duce espresse la scarsa opinione che aveva del tennis dicendo: "è
un gioco che non mi piace e che non capisco", allora il presidente Turati
rispose:"forse non vi piace perché non lo capite". La stessa settimana
Mussolini diede ordine di costruire un campo da tennis nella sua villa.
Pochi anni dopo, all'inaugurazione del Foro Italico il commento del duce
fu: "bello sport lo pratico anch'io". L'interesse di Mussolini per il tennis
ovviamente giovò allo sport, anche se lui non divenne mai un buon
giocatore. Egli aveva vari allenatori e giocava quasi tutte le mattine,
ma anche se aveva un buon diritto mancava completamente di rovescio. Quando
una mattina un allenatore gli consigliò di allenarsi sul rovescio,
lui perentorio disse: "noi tireremo diritto". Nel periodo fascista, alla
presidenza Turati seguirono altri due presidenti, Lessona e Fontana. Il
secondo, fascista tutto di un pezzo, creò non pochi problemi in
federazione. Voleva cambiare la parola tennis in pallacorda, provò
a costringere i giocatori a giocare con la rete più alta così
negli incontri regolamentari si sarebbero trovati meglio. In questo periodo
fu anche introdotto il saluto romano a fine incontro.
Gli anni a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del secolo non
solo furono un periodo di transizione e grandi cambiamenti in ambito federativo,
ma lo furono anche per quel che riguardava il tennis giocato e i suoi protagonisti.
Assolutamente transitoria, e motivata anche da grandi assenze, fu la vittoria
di Oscar de Minerbi negli assoluti del 1931, il quale non fu mai in campione
nemmeno a livello nazionale. Fu sempre nei campionati di quell'anno che
si fece notare per la prima volta il diciottenne Augusto Rado, grande talento
dotato di un gioco rapidissimo e spettacolare, forse sarebbe divenuto un
grande campione se non fosse incorso in un misterioso trauma che lo costrinse
a giocare solo con i colpi della parte sinistra del corpo fino, addirittura,
a farlo servire con il rovescio.
Durante la gestione fascista ebbe modo di emergere il primo forte giocatore
non proveniente da ambienti nobili, o per lo meno ricchi, Giovannino Palmieri.
I primi risultati li ebbe solo a venticinque anni, ma fin da bambino aveva
passato la vita sui campi del Parioli come raccattapalle, fino a diventarne
custode ed allenatore. Il continuo contatto con i migliori giocatori italiani
fece migliorare costantemente la sua tecnica. Fu il presidente Lessona
a scoprirlo, a riqualificarlo come dilettante e a lanciarlo nel circuito
internazionale. A livello nazionale fu il dominatore dei campionati italiani
dal 1932 al 1936. Giocò in Coppa Davis solo nel 1932, perché
poi fu introdotta appositamente contro di lui, una nuova norma per la quale
i giocatori ex professionisti non potevano più giocarci. Questo
fu solo uno dei tanti colpi bassi inferti dall'aristocrazia tennistica
ai giocatori di bassa estrazione che in quegli anni cominciavano ad emergere.
L'anno dell'ultima vittoria di Palmieri ai campionati italiani fu anche
quello in cui vennero interrotti gli Internazionali d'Italia su ordine
del partito, ormai impegnato nella fase prebellica. L'anno successivo iniziò
il rapido declino della carriera di Giovannino.
All'egemonia incontrastata di Palmieri seguì un periodo in cui
molti giocatori lottavano ad armi pari, tra questi ricordiamo i vincitori
dei campionati nazionali: Valentino Taroni (1937), Vanni Canepele (1938,1939),
Marcello Del Bello (1940), Gianni Cucelli (1941), Francesco Romanoni (1942).
In campo femminile, oltre Lucia Valerio che concluse la sua attività
nel 1936, emerse Vittoria Tanolli, forse il miglior talento dopo quello
della Valerio, che vinse i campionati nel 1936 e nel 1940. La vincitrice
delle ultime due edizioni del periodo bellico fu Annaliese Ullstein che
è tuttora l'unica italiana ad essere riuscita ad entrare tra le
prime dieci del mondo.
Molto interessante il grafico che il giornalista N.Porro (NOTA
1) riporta nel suo ultimo libro (1995). Grazie ad una stima sono riusciti
a ricostruire l'andamento del numero di praticanti tennis nel periodo che
va dal 1935 al 1942. Come vediamo con l'approssimarsi della guerra il numero
di tennisti va progressivamente diminuendo fino quasi a rischiare "l'estinzione"
nel 1940.
Se Mussolini, con la sua giovane passione per il tennis, nel primo periodo
della sua dittatura rese il tennis più popolare di quanto non lo
era precedentemente (ricordiamo a questo proposito la costruzione del Foro
Italico), in seguito, "con la sua passione per la guerra", fece quasi scomparire
questo sport dal nostro paese.
I campionati italiani e in generale tutte le attività della federazione
furono ovviamente interrotte nel 1943 e 1944. Già nel settembre
del 1945 però, con un grande sforzo organizzativo, si ripresero
a giocare gli assoluti. Durante la guerra la FIT fu trasferita a Milano
e li rimase anche nel dopoguerra. Il presidente in quei terribili anni
fu Alberto Vaselli, ma dato il periodo, poco poté fare per lo sport.
Il primo presidente del dopoguerra fu Aldo Tolusso, (1946), il quale gestì
la federazione, nonostante il periodo travagliato, con fair-play e indulgenza
verso i giocatori.
Fu Gianni Cucelli il campione italiano del dopoguerra, egli era di Fiume,
aveva già vinto gli assoluti nel 1941 e si riconfermò dal
1945 al 1948 nel singolare e dal 1946 al 1948 vinse anche il doppio. Aveva
uno gioco personalissimo, stilisticamente non bello, ma efficace. Fu un
grande atleta e un gran lottatore, giocava soltanto per vincere e per questa
sua determinazione fu anche il beniamino del pubblico. In campo internazionale
vinse grandi partite contro i primi giocatori del momento, ma fu molto
discontinuo. Insieme a Cucelli bisogna ricordare i fratelli Del Bello,
in particolare Marcello che fu il valido antagonista e compagno di Coppa
Davis di Gianni. Marcello aveva un bel gioco ma il suo difetto era nel
carattere, timido, introverso, pavido, tanto da essere soprannominato "lacrima".
Insieme Cucelli e del Bello vinsero la zona Europa della Davis nel 1949,
sul due a due Gianni vinse uno storico incontro su Bernard rimontando da
due set a uno e lasciandogli solo un gioco negli ultimi due set. I campionati
del 1949, data anche l'assenza di Cucelli e Del Bello, furono vinti ancora,
dopo dieci anni, da Canepele. L'anno successivo il vincitore fu Rolando
Del Bello proprio sul fratello, che uscì dal campo in lacrime. In
campo femminile continuò il dominio di Annelies Ullstein che vinse
ancora gli assoluti nel 1946 e nel 1949. Un' altra vincitrice di quegli
anni fu Bossi Lucia Manfredi.
Al campione Cucelli, ormai al tramonto, seguì un altro campione, Fausto Gardini. Egli esplose già nel 1951, quando contro ogni previsione vinse i campionati italiani. A chi all'epoca parlò di vittoria casuale e isolata, Gardini rispose vincendo gli assoluti per altri quattro anni consecutivi, eguagliando il record di Palmieri. La tecnica di Gardini era al quanto approssimativa e il suo stile assolutamente sgraziato, il suo colpo migliore era il dritto giocato in maniera del tutto personale. La sua vera forza però era la resistenza nervosa e fisica unita ad un enorme capacità di soffrire e a notevoli doti di recupero. Anche lui come Cucelli entrando in campo aveva come parola d'ordine "vittoria" e per raggiungerla era disposto a tutto, anche a barare. Nel suo circolo milanese, era praticamente imbattibile, aiutato anche da un tifo e da giudici assolutamente scorretti. In campo internazionale Gardini guidò per due volte la squadra italiana alla vittoria nella zona europea della Coppa Davis, nel 1952 con Cucelli e Del Bello riuscendo a lottare ad armi pari sull'erba contro gli U.S.A nella finale interzone. E nel 1955 con Merlo, Pietrangeli e Sirola, in questo caso la sconfitta nella finale interzone fu secca. Sempre nel 1955 Gardini si sposò e decise di ritirarsi, aveva solo venticinque anni. Riprese successivamente l'attività nel 1961 e riuscì ancora a vincere per due volte gli assoluti, battendo in entrambe le occasioni Nicola Pietrangeli. Sempre nel 1961 Partecipò di nuovo alla Coppa Davis, battendo a Milano in un indimenticabile incontro lo svedese Ulf Schimidt. In quell'occasione il pubblico, ma soprattutto l'arbitro, furono così
di parte e scorretti, che fu proprio dopo quel match che la Federazione
Internazionale decise che in Davis il giudice arbitro doveva essere di
nazionalità neutrale.
Gardini ebbe un valido rivale in Beppe Merlo, ma le loro battaglie sul
campo si risolvevano sempre con la vittoria del primo; solo dopo il primo
ritiro di Fausto, Merlo riuscì ad emergere a livello nazionale.
Merlo diventò un buon giocatore non tanto per passione, quanto per
tentare di risolvere i suoi problemi economici. Come Gardini aveva uno
stile personalissimo e non bello , il suo colpo migliore era il rovescio
a due mani, (uno dei primi visti nel circuito anche se molto diverso da
quelli moderni), un altra sua particolarità era quella di tenere
la racchetta per colpire il dritto a metà manico; il suo colpo più
debole era il servizio, però aveva una grande resistenza fisica.
Al contrario di Gardini che sul campo arrivava ad essere cattivo, Merlo
fu un giocatore umile remissivo e persona molto tranquilla; questo suo
atteggiamento anzichè portargli antipatie da parte del pubblico
italiano, ebbe l'effetto contrario e infatti fu sostenuto dal suo pubblico
quasi come lo stesso Gardini. Merlo conquistò per quattro volte
gli assoluti, nel '57 in finale sconfisse Pietrangeli, nel '58 Sirola,
conquistò ancora il titolo nel '60 e '63. Ottenne buoni risultati
anche a livello internazionale, arrivò due volte in semifinale a
Parigi e perse in una storica finale al Foro Italico proprio da Gardini;
riuscì inoltre a battere quasi tutti i grandi nomi dell'epoca, tra
cui Drobny, Seixas, Patty.
Sempre nei primi degli anni '50 comincia a splendere la stella più
luminosa che il tennis italiano abbia mai avuto, Nicola Pietrangeli. Una
conferma di livello internazionale a questa forte affermazione viene dal
fatto che Pietrangeli è l'unico italiano che è stato ammesso
nell'Hall Of Famme di Newport dove sono presenti tutti gli immortali del
gioco. Nicola nasce a Tunisi da una famiglia benestante, il padre era italiano
mentre la madre era nata in Russia. Ad avvicinare Pietrangeli al tennis
non fu la passione per il gioco, ma fu il padre che, letteralmente, lo
trascinò sui campi in terra. La sua indole era e rimase profondamente
pigra, inoltre Pietrangeli da ragazzo preferiva di gran lunga il calcio
al tennis; fu solo l'insistenza e la costanza del genitore a far emergere
quel grandissimo talento da campione predestinato che aveva. La sua carriera
fu brillante lunga e piena di soddisfazioni ma il suo carattere, la sua
indifferenza verso il gioco, il suo amore per la bella vita non gli permisero
di raggiungere tutti i traguardi che avrebbe potuto ottenere; essenzialmente
la sua fu mancanza totale di professionismo, preferì sempre una
serata in discoteca ad una seduta di allenamento o a un buon riposo prima
di una partita. A questa sua mancanza di dedizione al gioco supplì
una naturale e straordinaria solidità atletica che gli permetteva
di sfruttare al massimo tutte le sue energie rendendolo instancabile. Una
volta prima di una finale contro l'australiano Bowrey giocò un ora
a pallone nel prato di una villa di proprietà della moglie del giornalista
ed ex tennista Gianni Clerici a Bellaggio, dopodiché si fece trainare
do un motoscafo per alcuni chilometri fino ad un famoso ristorante dove
mangiò per due, infine sempre sugli sci sbarcò a Como dove
distrusse il povero australiano. La sua solidità atletica era seconda
solo al suo senso della palla e alle sue incredibili doti di giocoliere;
queste sue caratteristiche gli permettevano, anche in condizioni atletiche
appena sufficienti, di esprimere il suo miglior tennis. Pietrangeli non
fu mai un attaccante, ma era un grande incontrista, possedeva inoltre dei
passanti straordinari la cui direzione ere difficilissima da interpretare
per i suoi avversari, infine competere con lui in regolarità, specie
sul rosso, era il più delle volte improponibile. A diciotto anni
Nicola si trovò a dover scegliere tra la nazionalità italiana
e quella francese, ma la sua vita e forse anche la sua indole erano romane
tanto che la possibilità di non preferire l'Italia fu probabilmente
solo teorica. Il primo risultato del giovane Pietrangeli fu la conquista
del titolo italiano juniores a diciotto anni nel 1951. A questo seguì
nel '54 la conquista del primo titolo di doppio negli Assoluti in coppia
con Giorgio Fachini, questo fu il primo di una innumerevole serie di titoli
italiani che Pietrangeli vinse in doppio, anche se non fu con il suo storico
compagno Orlando Sirola.
Qui è necessario aprire una parentesi su questo importante nome
del tennis italiano; Sirola iniziò presto ad impugnare la racchetta
con promettenti risultati, però sfortunate circostanze causate dai
tempi di guerra lo tennero lontano dai campi per diversi anni. Solo nel
1951 riprese la racchetta in mano, ad un'età, quella di ventitré
anni, in cui iniziare a giocare e diventare competitivi era ed è
molto difficile, ma Sirola fu l'eccezione alla regola. In breve passò
dalla terza alla prima categoria, già nel 1955 fu inserito come
doppista nella squadra di Davis dove, fino al suo ritiro, mantenne il suo
posto in doppio, in più di un occasione giocò anche come
singolarista e diede spesso contributi fondamentali alle numerose vittorie
dell'Italia in quegl'anni. Sirola, alto quasi due metri, era un gigante
del tennis, aveva nei suoi colpi una potenza straordinaria e aveva un buon
gioco d'attacco; il difetto che non gli permise mai di diventare molto
forte come singolarista a livello internazionale era la sua scarsa mobilità
causata anche dalla sua mole, comunque anche in singolare ebbe i suoi buoni
momenti, riuscì a raggiungere le semifinali al Roland Garros e specialmente
in Davis riuscì quasi sempre a dare il meglio. Questi due grandi
tennisti insieme formarono il più forte doppio che il tennis italiano
ricordi, vinsero il titolo italiano dal 1955 al 1965 con la sola eccezione
del 1961, in Davis furono per lungo tempo imbattibili, in particolare nella
zona europea dove vinsero trentadue incontri consecutivamente, e ve ne
disputarono la bellezza di quarantuno. Nel 1959 vinsero il Roland Garros
e furono finalisti a Wimbledon nel 1956.
Come singolarista Pietrangeli vinse gli Assoluti per la prima volta
nel 1958, successivamente si riconfermò campione italiano in altre
sei edizioni e l'ultima vittoria fu nel 1969. A livello internazionale
fu tra i primi del mondo, il suo massimo lo raggiunse nel biennio 1959,
1960 quando vinse per due volte a Parigi, in quel periodo fu il più
forte giocatore sulla terra al mondo. Arrivò ancora in finale al
Roland Garros nel 1961, dove perse in una storica partita contro Emilio
Santana nella quale condusse per due set a uno, fu ancora in finale nel
1964; inoltre vinse per due volte gli internazionali d'Italia ed è
tuttora l'unico italiano ad aver raggiunto le semifinali a Wimbledon. Un
altro splendido capitolo della carriera di Nicola è stato la Coppa
Davis, egli cominciò a far parte della squadra dal 1955 e ne fu
il punto di riferimento fino al suo ritiro nel 1970. Ovviamente oltre che
in doppio con Sirola, ebbe anche un ruolo fondamentale come singolarista,
intorno a lui si formarono diverse squadre e si avvicendarono diversi compagni,
come Merlo, Gardini, Sirola, Maioli, Tacchini. In particolare arrivò
alla finale interzone nel 1955,'56,'58,'59, e addirittura al Challenge
Round nel 1960 e '61, Pietrangeli detiene inoltre il record assoluto di
incontri disputati in Coppa Davis, ben 164 di cui 110 come singolarista.
Fu nel 1960 che arrivammo ad un passo dalla coppa e non fu tanto la
sfortuna a non farci vincere quanto una federazione non certo all'altezza
dei suoi giocatori, che comunque avevano molto bisogno di una buona guida.
La finale interzone era contro gli Stati Uniti e si giocò fuori
casa. Quell'anno la squadra si riassumeva in due nomi, Pietrangeli e Sirola,
i nostri giocatori erano assistiti da Jaroslav Drobny e furono raggiunti
solo all'ultimo momento dal capitano Vanni Canepele perché il cassiere
della Federazione solo all'ultimo gli fece il biglietto. L'incontro iniziò
subito con due sconfitte, anche se quella di Pietrangeli contro Mc Kay
fu molto sfortunata, addirittura Nicola giocò ben otto match points
e dopo l'interruzione per la notte perse 11/13 al quinto. I nostri rientrarono
in gara vincendo il doppio e Pietrangeli pareggiò in un altro incredibile
match di cinque partite. Il punto decisivo sarebbe stato un vero e proprio
scontro tra Titani, infatti sia Sirola che Mc Kay erano alti quasi due
metri e basavano il loro gioco sulla potenza. In quell'occasione l'americano,
allibito, trovò qualcuno che tirava più forte di lui e non
riuscì a conquistare nemmeno un set. Ovviamente a questa grande
vittoria seguirono grandi festeggiamenti, però non sembrerà
esagerato considerarli eccessivi sapendo che durarono fino alla vigilia
della finalissima che si disputò a Sydney solo due settimane dopo;
ancor più grave fu l'attiva partecipazione al lungo party da parte
dell'allenatore Drobny che, invece di responsabilizzare i giocatori, era
ben felice di bere con loro. Due settimane bastarono a Sirola per perdere
la sua magnifica forma e l'amarezza cresce ricordando che Hop, l'allenatore
australiano, decise di schierare Fraser decisamente fuori forma. Persi
i primi due singolari, Pietrangeli da Laver, persero anche il doppio da
una coppia che avevano dominato poche settimane prima; ad incontro risolto
Nicola dimostrò battendolo Fraser l'effettiva cattiva forma dell'australiano,
ma era tardi.
Anche nel 1961 si arrivò alla finalissima, ma in condizioni completamente
diverse. Sirola aveva dei problemi al braccio e venne sostituito in singolare
da Gardini rientrato proprio quell'anno nel circuito, già nella
fase europea rischiammo di perdere a Monaco e nell'incontro contro la Svezia
tenutosi nella Milano di Gardini, dove il fattore campo fu fondamentale.
Nella finale interzone incontrammo ancora gli U.S.A., questa volta però
schierarono una squadra di riserve e l'incontro si svolse a Roma; nonostante
la favorevole situazione rischiammo di perdere, anche grazie al nuovo allenatore
Migone non certo migliore di Drobny; anche qui fu fondamentale il fattore
campo e in particolare qualche giudice di linea un "po'" di parte. La finalissima,
fu sempre contro l'Australia, ma non ci fu praticamente partita e perdemmo
cinque a zero. L'anno successivo si ritentò la scalata alla finalissima,
ma se i giocatori erano sempre gli stessi il loro tennis no e così
fummo eliminati malamente dalla Svezia. Nel 1963 Gardini si ritirò
definitivamente e con lui Sirola, Pietrangeli all'età di trent'anni
si trovò praticamente da solo a difendere i colori italiani e non
fu certo sufficiente.
Purtroppo bastano poche righe per raccontare le vicissitudini del tennis
femminile di quegli anni, che al contrario di quello maschile che ottenne
buoni risultati, non ottenne nessun risultato di livello internazionale.
In campo femminile la nostre giocatrici erano ancora nella situazione di
dover imparare come autodidatte, costruendosi in questo modo un tennis
a dir poco artigianale; se le scuole maschili erano insufficienti e poco
aggiornate, quelle femminili erano praticamente inesistenti. Questa situazione
fece sì che le giocatrici di spicco a livello nazionale non erano
assolutamente competitive fuori dai confini.
Non si può comunque proseguire senza ricordare le due giocatrici
che caratterizzarono il tennis italiano dell'epoca: Lea Pericoli e la sua
compagna di doppio nonché amica inseparabile Silvana Lazzarino.
La Pericoli in Italia non ebbe rivali e vinse innumerevoli volte gli assoluti,
però il suo tennis da autodidatta basato sull'antica arma del pallonetto
non era proprio sufficiente in competizioni internazionali; nonostante
ciò riuscì a conquistare una notevole notorietà all'estero,
specialmente nel Regno Unito; grazie alle sue arditissime e sconvolgenti
mise fatte di piume, pizzi, tulle e lamé, otteneva sempre la prima
pagina dei tabloid inglesi la domenica prima dell'inizio della competizione.
La Lazzarino non fu meno forte della sua amica, come la Pericoli amava
l'arma del pallonetto, era piccola e velocissima e anche lei non era nota
solo per il suo gioco ma anche per i suoi grandi amori nel mondo del tennis.
Insieme formarono un doppio affiatatissimo, sicuramente più forte
e competitivo del loro rispettivo valore come singolariste; a Roma riuscirono
a battere coppie straniere sulla carta infinitamente più forti di
loro. Solo nel 1963 nasce una competizione femminile a squadre equivalente
alla Coppa Davis chiamata Federation Cup, anche se ha regole e modalità
molto diverse; le nostre amazzoni vi parteciperanno dalla prima edizione,
ma non andranno mai oltre i quarti.
7.1 L'Italia si trova improvvisamente senza campioni. Teoricamente la Federazione, consapevole che i campioni non durano per
sempre, durante gli anni costellati dai successi di Pietrangeli, Sirola
e Gardini avrebbe dovuto preparare il terreno affinchè si creassero
le condizioni adatte per la nascita e la crescita di una nuova generazione
di buoni tennisti, invece si comportò come se i campioni di allora
dovessero durare per sempre. Si passò così da anni molto
brillanti, quasi eccezionali, ad anni se non bui almeno mediocri, nel giro
di un biennio. A questo punto per poter provare a capire quello che successe
in quegli anni è necessario aprire una finestra su quella che era
la reale situazione del tennis in Italia sia considerando il livello tecnico
che le strutture.
Presidente della Federazione per tutta "l'era Pietraangeli" fu uno dei grandi campioni del passato, Giorgio De Stefani. Egli fu a capo della FIT sia negli anni di gloria sia in quelli di crisi. Fu eletto nel 1956 durante un assemblea tenutasi a Verona, nella quale si decise anche di trasferire la Federazione da Milano, sede della FIT nel periodo bellico, a Roma. De Stefani, grande tennista ai suoi tempi, fu forse meno adatto al ruolo di Presidente; persona di grande stile e molto volenterosa basava le sue decisioni su idee forse nobili ma assolutamente fuori dalla realtà. Considerò la creazione di un'associazione dei giocatori come uno schiaffo da parte di questi, osteggio fino all'ultimo l'avvento del tennis open, cioè aperto ai professionisti, quando era più che evidente che un tennis dilettantistico non aveva più senso; inoltre consapevole che non c'era alcun nome per sostituire i campioni dell'epoca, non fece di più che chiedersi come mai molti giovani sembravano molto promettenti agli inizi e poi, puntualmente, si perdevano per strada, senza andare ad analizzare a fondo le ragioni del perchè questo avveniva. |
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Anche senza fare paragoni con altre nazioni europee di eguale o minore
tradizione tennistica, considerando anche che durante l'anno si giocano
un' ottantina di tornei ATP più o meno importanti, è evidente
(con l'ovvia eccezione del 1976) la scarsità e a volte nullità
dei risultati. C'è inoltre da sottolineare che i tornei ATP non
hanno tutti la stessa importanza ma sono divisi a seconda del loro monte
premi; i pochi tornei vinti dai giocatori italiani sono quasi tutti della
categoria meno importante a parte eccezioni come la vittoria di Omar Camporese
a Milano nel 1991. Per quanto riguarda i tornei del Grande Slam, cioè
i quattro tornei più importanti dell'anno, purtroppo non c'è
bisogno di alcuna tabella. In campo maschile non siamo andati oltre i quarti
di finale raggiunti negli Open d'Australia da Cristiano Caratti nel 1991
e due ottavi di finale raggiunti al Roland Garros (l'ultimo solo nel 1994
grazie a Gaudenzi). A parte questi a dir poco modesti risultati, i nostri
giocatori la seconda settimana di gara di questi fondamentali tornei l'hanno
vista solo come spettatori.
Ritornando al numero di tornei ATP vinti dai nostri giocatori ricordo,
come unico paragone, che i giocatori Spagnoli, che certo non appartengono
ad uno stato con più tradizione e praticanti del nostro, solo nella
stagione 1994 hanno vinto 14 tornei tra cui un torneo dello Slam (il Roland
Garros dove entrambi i finalisti erano spagnoli). Anche se questa è
stata sicuramente un'annata eccezionale per la Spagna, il divario tra i
risultati ottenuti è talmente grande da non poter non far riflettere.
Esempi, anche se non eclatanti come questo, se ne potrebbero fare molti
anche rispetto a nazioni potenzialmente molto inferiori alla nostra sia
come tradizione che come numero di praticanti.
Altri due indicatori che abbiamo preso in considerazione sono: l'andamento
della classifica internazionale del nostro primo giocatore negli ultimi
anni e l'andamento medio, nella stessa classifica, dei primi cinque giocatori
italiani.
Cominciamo considerando il grafico che riporta la classifica internazionale
di quelli che dal 1973 al 1994 sono stati di volta in volta i migliori
giocatori italiani. La posizione in classifica è quella che il giocatore
aveva a fine anno. I dati sono stati presi dalle classifiche che periodicamente
vengono pubblicate su riviste specializzate quali Matchball e Tennis Italiano.
Nel grafico 1.9.1 si può notare che non abbiamo più avuto un giocatore italiano tra i primi venti dal 1979 e, per lunghi periodi, nemmeno tra i primi trenta. E' facile invece andare a constatare che non solo nazioni potenzialmente paragonabili alla nostra come Francia, Germania, Spagna, Cecoslovacchia hanno avuto e hanno giocatori non tra i primi venti ma tra i primi dieci, ma circa lo stesso vale per nazioni molto più piccole come Svezia, Austria, Svizzera, Olanda che nonostante gli ovvi limiti sanno fare molto meglio di noi; l'unico stato con tradizione tennistica che ha saputo fare peggio di noi è la Gran Bretagna, ma questo non può certo consolarci. In questi anni solo Omar Camporese ha raggiunto la diciannovesima posizione per poche settimane durante il 1992 per poi precipitare in classifica come una vera e propria meteora del tennis italiano.
Consideriamo ora il grafico che rappresenta l'andamento del tennis italiano considerando come indicatore non più la classifica del primo giocatore ma la madia delle classifiche dei primi cinque giocatori italiani.
L'andamento è simile a quello del grafico 1.9.1 anche se sembrerebbe
che i risultati dei primi 5 giocatori nel 1991 siano stati migliori di
quelli ottenuti da Panatta & Co. nello storico 1976. La differenza
sta nel fatto che nel '76 il quinto giocatore non era nei primi 150 mentre
i primi 4 avevano una ottima classifica (Panatta era numero 7), quindi
è il quinto giocatore a fare alzare la media; nel '91 il primo giocatore
era solo ventiquattresimo ma le posizioni in classifica degli altri 4 erano
tutte comprese tra i primi 75. Comunque quella del 1991 fu purtroppo solo
una fiammata. La posizione media dei nostri primi cinque giocatori si mantiene
nella più o meno grigia mediocrità con punte di nero quando
si è scesi ad una media intorno o superiore a cento. Addirittura
per diversi anni il nostro quinto giocatori non rientrava nemmeno nei primi
150. Se, tra le altre cose, il primo grafico ci diceva che non solo negli
ultimi 15 anni non abbiamo avuto un fuori classe ma nemmeno un buon atleta
portato per il tennis, il secondo sottolinea che non abbiamo avuto nemmeno
una squadra di giocatori "medi", spesso dopo i primi due o tre classificati
c'è stato il vuoto.
Infine considerando i risultati in Coppa Davis, a cui si è già
accennato precedentemente, la musica non cambia.
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Dal 1981 non siamo più riusciti ad andare oltre il secondo turno,
perdendo spesso da avversari non certo irresistibili. Questo pochezza di
risultati non è certo equilibrata dal fatto che non siamo mai retrocessi
in serie B; alcuni illustri giornalisti del settore affermano che è
certo più significativa una finale giocata, abbinata magari a qualche
anno di limbo in B, piuttosto che questo disarmante piattume.
Dopo aver analizzato quali sono stati i risultati ottenuti dal tennis italiano negli ultimi 15 anni è facile rendersi conto che bastano poche righe per sintetizzare la storia del nostro tennis relativa a quest'ultimo periodo. Invece di dare una poco esaltante sintesi degli insuccessi continui che il nostro tennis italiano ha registrato pre tutti gli anni 80, riportiamo di seguito i titoli degli articoli che alla fine di ogni stagione tennistica (dicembre) la rivista Tennis Italiano ha dedicato ai risultati ottenuti dagli italiani. Secondo noi questo è un efficace e sintetico modo per dare una chiara idea riguardo al recente passato del nostro tennis. Nel 1985 il titolo di apertura dell'articolo di critica alla stagione passata era: "Un solo italiano tra i primi 100"; nel 1986 invece era: "Italietta '86 che disastro"; il 1987 è: "L'anno nero del tennis azzurro"; nel 1989 il Tennis Italiano si chiede: "Tennisti italiani ma esistono ancora?".
Il 1991 si distingue dagli anni precedenti, sembrava, grazie ai buoni
risultati ottenuti da più di un giocatore, di stare per uscire dalla
mediocrità che ci aveva caratterizzato negli ultimi dieci anni ma
purtroppo era un fuoco di paglia. Comunque per la prima volta dopo tanti
anni abbiamo cinque giocatori tra i primi 100 del mondo (Camporese 24,
Caratti 39, Furlan 52, Pescosolido 69, Pozzi 73), i giocatori italiani
in totale vincono tre tornei ATP.
Il 1993 è storia di ieri, segue la parabola discendente iniziata
nella seconda parte del 1992, solo tre giocatori tra i primi 100 (Pescosolido
59, Gaudenzi 60, Furlan 69), nessuno tra i primi 50, un solo torneo ATP
vinto.
A questi punto aprimo una breve parentesi per analizzare un po' più
da vicino quella che è una caratteristica del nostro tennis, cioè
che i giocatori promettenti in Italia spesso ci sono stati, hanno ottenuto
buoni se non ottimi risultati a livello juniores per poi scomparire o,
comunque, trasformarsi in mediocri tennisti nel circuito internazionale.
Solo per citare qualcuno dei risultati ottenuti dai nostri juniores, in
particolare negli anni '80, ricordiamo le vittorie della Coppa Valerio
(competizione internazionale a squadre under 18) dal 1984 al 1986, Claudio
Pistolesi vinceva i campionati under 16 nel 1983 e quelli Under 18 nel
1985, nel 1986 è Mordegan campione under 16 e vinciamo anche la
Winter Cup, nel 1987 Diego Nargiso vince Wimbledon juniores, il 1988 e
il 1989 sono due annate deludenti ma nel 1990 arriva Gaudenzi con le sue
due vittorie nel Grande Slam juniores. A parte i mediocri giocatori ai
vertici della classifica italiana citati precedentemente nella breve storia
relativa agli ultimi anni e che certo non possiamo considerare promesse
mantenute, (a parte Furlan e Gaudenzi su cui sospendiamo il giudizio),
ce ne sono stati altrettanti considerati buone promesse e che hanno contribuito
ad ottenere i risultati su citati, e non solo, che nel momento in cui si
sono affacciati al professionismo si sono squagliati come neve al sole,
al massimo rimanendo per qualche anno nel limbo tra la posizione 100 e
200 della classifica internazionale. Chi ricorda nomi come Davide Nevio,
Ugo Colombini, Alessandro Baldoni, Eugenio Rossi, Simone Colombo, Massimo
Bertolini, Mosè Navarra e aggiungerei anche il plurivittorioso Claudio
Pistolesi che che puntualmente nei report sulle giovani promesse di fine
anno erano citati nei primissimi posti tra gli juniores italiani. Il giornalista
Guido Cesura scriveva sull'argomento: "Ho in tempi diversi più volte
notato che le nostre squadre juniores ottengono spesso rilevanti successi,
aprendo il cuore alla speranza. Ma poi avviene che i vincitori delle competizioni
internazionali giovanili si dissolvono prima di compiere il balzo decisivo.
Mi sono sempre chiesto per quali ragioni avvenga questo improvviso crollo.
Credo che questo sia un settore di indagine ampio e fruttuoso.", a questo
quesito provava a rispondere Ettore Ferreri: "E' stato al momento di compiere
il grande balzo che tutti questi giovani sono letteralmente caduti nell'anonimato,
è chiaro che non erano stati preparati in modo adeguato né
sul piano tecnico-pratico, né su quello fisico, né tanto
meno erano stati educati all'impegno e al sacrificio."6 Questi stralci
di articolo rispecchiano bene il divario che si è creato tra juniores
e professionisti negli ultimi 15 anni e che ho cercato brevemente di spiegare,
la sorpresa è che sono stati scritti non negli anni novanta come
verrebbe da pensare, ma nel 1983, cioè prima del verificarsi dei
risultati e dell'avvento dei giocatori prima citati.
Quindi errori strutturali nella gestione del tennis in Italia presenti
forse da sempre su cui le critiche costruttive di validi osservatori (risalenti
come abbiamo visto a tempi ormai remoti) sono cadute come lettera morta
e ai quali non si è mai tentato veramente di rimediare. Leggendo
un bell'articolo di Roberto Lombardi scritto per la rivista Tennis Italiano
del 1992, in cui analizza con competenza gli errori strutturali del nostro
tennis, sembra di rileggere il Ferreri del 1983: "I giocatori vengono seguiti
passo passo fino al diciottesimo anno e costretti a giocare in gare di
poco significato invece di anticipare i tempi del professionismo attraverso
la partecipazione al circuito minore e poi improvvisamente lasciati al
loro destino. Non viene in pratica inculcata in loro la mentalità
professionistica, non viene spiegato loro il meccanismo dei punti, delle
gare alle quali è meglio partecipare, in una parola non si insegna
a diventare professionisti."7
10.1 Dagli anni '30 agli anni '80 regna la più grigia mediocrità.
La storia del tennis femminile, come è stato più volte sottolineato, non è stata brillante, tutt'altro. Se in campo maschile periodicamente abbiamo avuto campioni più o meno grandi, in campo femminile ha da sempre regnato la più grigia mediocrità (a parte l'eccezione della campionessa Lucia Valerio) tanto da non essere stati competitivi a livello internazionale per decenni. In conseguenza a ciò a livello internazionale non c'è mai stato paragone tra il livello raggiunto dagli uomini e quello delle donne. Questa costante cade a metà degli anni '80, quando, grazie anche al basso livello raggiunto dal tennis maschile, le donne cominciano ad ottenere risultati costantemente migliori sotto tutti i punti di vista a quelli degli uomini.
Ancora nei primi anni '80 la nostra migliore giocatrice era Sabbina
Simmonds, inglese di nascita, sud-africana di formazione tennistica, accolta
volentieri nel nostro paese perché buona promessa del tennis femminile
ma che di promesse poi ne ha mantenute poche. Per dare un idea del buio
dal quale proveniva il nostro tennis femminile basta ricordare che nella
classifica internazionale WTA (Women Tennis Association) di fine anno del
1980 la nostra prima giocatrice era la Porzio con la posizione 148 seguita
dalla Simmonds che era a quota 153.
Da questo baratro, dopo il definitivo e repentino tramonto della Simmonds,
compare sulla scena Raffaella Reggi che in breve tempo scala la classifica
entrando stabilmente tra le prime 50. Raffaella non ha un grandissimo talento,
ma compensa questa mancanza con seri allenamenti e una grande grinta sul
campo; quando vide che la FIT non poteva più offrirgli molto non
esitò a trasferirsi negli USA per studiare nella famosa scuola di
Nick Bollettieri. Nel 1986 la Reggi entra tra le prime trenta del mondo
arrivando negli ottavi di finale in due tornei dello Slam (Wimbledon e
Flusching Meadows) e vincendo a Lugano. Il panorama femminile però
non si esaurisce qui, proprio nell'86 entrano tra le prime cinquanta altre
due giocatrici: Sandra Cecchini e Laura Garrone.
Il 1987 è un anno da ricordare, abbiamo a fine stagione due tenniste
tra le prime venti del mondo. La Reggi vince a San Diego e arriva nei quarti
di finale al Roland Garros riuscendo a fine anno a qualificarsi per il
Master femminile (prima italiana a riuscire in tale impresa), la Cecchini
vince a Bastaad e ottiene altri ottimi piazzamenti. Anche la Cecchini non
ha mezzi tecnici eccelsi ma sa usare quelli che ha al massimo, ha più
talento della Reggi ma nelle occasioni importanti che ha avuto in carriera
si è fatta spesso prendere dalla paura. Dopo il 1988, che conferma
i risultati dell'87, nel 1989 arrivano i rinforzi: ci troviamo, oltre alle
nostre due punte stabilmente tra le prime 30, altre 6 giocatrici tra le
prime cento; anche se poi il tempo dirà che purtroppo i "rinforzi"
avevano i piedi d'argilla, rimane comunque un ottimo risultato.
Sempre nel 1989 Raffaella arriva nei quarti agli Australian Open e riesce
a qualificarsi ancora per il Master, la Cecchini ha un'annata un' po' opaca,
in compenso Laura Golarsa arriva nei quarti di finale a Wimbledon (solo
Lucia Valerio 56 anni prima era riuscita in tale impresa) e gioca una memorabile
partita contro la grande Chris Evert dove ha rischiato veramente di vincere
e di trovarsi in semifinale contro Steffi Graf; purtroppo la grande speranza
Golarsa speranza è rimasta. Il 1990 segue la scia del 1989: 4 giocatrici
tra le prime 50 e 8 tra le prime 100, la Cecchini è ventesima e
raggiunge il traguardo di dieci tornei internazionali vinti in carriera
(anche se quasi tutti poco prestigiosi).
Già nel 1991 comincia a sgretolarsi l'argilla: 7 giocatrici tra
le prime cento e una posizione media di classifica decisamente più
bassa, l'unica tra le prime 50 è la Cecchini che è anche
l'unica a vincere un torneo internazionale WTA (Katia Piccolini vince a
San Marino che in realtà è un torneo internazionale solo
di nome); comincia la parabola discendente nella carriera della Reggi,
grazie anche a una sfortunata serie di infortuni e le promesse si stanno
già sgonfiando. E' già nel '91 che la superiorità
dei risultati internazionali del tennis femminile rispetto al maschile
è messa in discussione. Il 1992 conferma i mediocri risultati del
'91, con una posizione media delle prime 5 giocatrici pressochè
invariata, la Cecchini vince un altro torneo internazionale.
Nel 1993 inizia la vera e propria crisi, la Cecchini in fase discendente
(anche per motivi anagrafici) non vince nessun torneo, l'unica giocatrice
a vincerne uno è Marzia Grossi ma parliamo del torneo di San Marino,
per il resto è nebbia. Si scrive che stanno per esplodere le "bombe"
Grossi e Bentivoglio ma, purtroppo, qualcuno le disinnesca. L'anno successivo
le cose non migliorano affatto, l'unica che riesce ad avere una certa continuità
nei risultati è la solita Cecchini che continua ad essere la nostra
migliore giocatrice, la cosa drammatica è che dietro c'è
il nulla. Al momento non c'è alcuna "promessa" che per carattere,
talento o forza sia seriamente competitiva, ne per quanto riguarda il presente
, ne per il prossimo futuro.
11.1 Il "pontificato" di Paolo Galgani.
La domanda a cui cerco di rispondere in questo paragrafo è: cosa fece, o meglio cosa non fece, la Fit per tentare di risolvere la grave crisi che ormai attanaglia il nostro tennis da almeno quindici anni?
Presidente della Federazione dal 1976 e presidente ancora oggi è l'avvocato Paolo Galgani, il suo "pontificato", attualmente di 19 anni, è più lungo di quello del nostro ultimo Papa (17 anni), che anche non scherza. Al lettore attento può essere sorta a questo punto una ulteriore domanda: come mai il presidente, che dovrebbe essere il responsabile diretto dei successi e degli insuccessi (e nel nostro caso si parla di quest'ultimi) di una Federazione, rimane saldamente in carica per 19 anni nonostante che ormai da 18 le cose non fanno che peggiorare e lui chiaramente non riesce a porvi rimedio?
E' come se ci fosse un Presidente del Consiglio che non fa che aggravare
la crisi nel paese e non si fa niente per sostituirlo; è vero che
in Italia i molteplici governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni
sono riusciti proprio in questo, cioè ad aggravare una crisi già
in atto, ma almeno il Presidente del Consiglio lo cambiavano, nella Fit
non succede nemmeno questo.
Proprio a proposito di risultati nel 1985, ormai in piena crisi sia tecnica che economica, il presidente Galgani dichiarava: "Premesso che personalmente sono responsabile della Coppa Davis e della Basf Cup (ex Coppa del Re), non posso che essere soddisfatto per quello che passa il convento. Riuscire a rimanere in serie A in Davis e in prima divisione nella Basf Cup, a mio avviso, è un traguardo più che soddisfacente". In questa intervista il presidente dichiarava inoltre che per lui erano evidenti i segni di ripresa, soprattutto per quello che riguardava il numero dei praticanti; se questa ripresa c'è stata, a parte lui, pochi altri l'hanno notata.
Al presidente risponva lo stesso anno Rino Tommasi: "La Francia, come
piace molto ricordare al presidente Galgani, è in serie B di Coppa
Davis ma ha tre giocatori tra i primi 15 del mondo. Galgani non lo dirà
mai, ma io preferirei il posto dei francesi".
Proprio nel febbraio del 1985 Galgani veniva rieletto con voto plebiscitario
dall'assemblea dei circoli, per rendere bene il clima che già dieci
anni fa regnava intorno a questi importanti avvenimenti riporto alcuni
stralci di un interessante commento del giornalista Silvano Tauceri: "Galgani
senza avversari, anche per l'abilità del "governo" ad intervenire
ed intiepidire certe posizioni interne che stavano lievitando, a prevenire
mosse che avrebbero potuto alimentare pericoli di de stabilizzazione. Senza
avversari anche per l'incapacità altrui di creargli l'alternativa."
..." Possibile che in tutto questo periodo tutt'altro che breve (8 anni),
il tennis italiano non sia stato capace di promuovere un rinnovamento di
qualche sostanza, di uomini e di idee? La risposta può avere due
origini: Galgani e la sua cordata sono stati così abili da fare
vuoto intorno, oppure mancano dirigenti in grado di contrapporre validi
programmi e idee moderne." ..." Ci sono episodi che puntualmente si rinnovano
ogni quattro anni all'avvicinarsi dell'assemblea elettiva come la strumentalizzazione
delle classifiche regionali in cambio di un pugno di voti, come la ricerca
esasperata di nuovi suffragi magari in cambio di sponsorizzazioni e contentini
personali". 8 Forse quest'ultima frase di Tauceri può rispondere
almeno in parte a una domanda che un altro giornalista (Mazzanti) si poneva
a fine di un suo articolo scritto nello stesso periodo: "Come è
mai possibile che un presidente che gode di consensi così ampi da
parte dei circoli abbia contro la maggior parte dei giornalisti specializzati?".
L'anno precedente (il 1984), vista la crisi sempre più drammatica,
la Federazione aveva finalmente abbozzato l'intenzione, dopo anni di letargo,
di voler reagire prendendo alcune semplici decisioni che quell'anno risuonarono
come risolutive e rivoluzionarie. A proposito di letargo, anche per non
lasciare nessuna critica ingiustificata, indovinate chi era ancora nell'
'84 il direttore tecnico, responsabile dell'importante settore tecnico?
Era sempre Mario Belardinelli. Sì, proprio quel Belardinelli che
aveva aspettato una vita prima di andare a Wimbledon perché non
abbastanza importante da giustificare una trasferta, proprio quel Belardinelli
responsabile dell'antiquato centro di Formia, isola infelice del tennis
italiano, proprio quell'allenatore che si era fermato al tennis degli anni
'60. Nel 1984 la "fucina di campioni", come è stato accennato, era
sempre Formia, centro obsoleto insufficiente e fuori dal mondo dalla sua
nascita, un centro che nell'84 aveva ancora due soli campi, allucinante
ma vero.
Le decisioni che la Fit prese per tentare di uscire dalla crisi furono proprio quelle di sostituire Belardinelli e di chiudere il centro di Formia aprendone un altro più moderno e attrezzato a Riano Flaminio, un paese vicino Roma. A sostituire Belardinelli alla guida del settore tecnico fu Adriano Panatta che diventò di conseguenza il direttore tecnico del nuovo centro di Riano.
Queste due semplici mosse furono salutate come geniali e risolutrici
di tutti i mali del nostro tennis, il presidente Galgani a tal proposito
dichiarava:
"Riano è uno dei cavalli di battaglia del mio quadriennio presidenziale.
La realizzazione del centro tecnico era indispensabile per tenere il passo
con le mutate esigenze del tennis moderno. Esigenze che hanno determinato
proprio la scelta di Panatta come direttore tecnico in sostituzione di
Belardinelli"9.
Purtroppo alle lodi non seguirono poi i fatti e già dopo pochi
anni, nel 1991, il centro di Riano era entrato in piena crisi e veniva
già messo in discussione. Di risultati non se ne erano visti, si
resero conto di aver costruito un'altra cattedrale nel deserto, magari
più bella ed efficiente di Formia, ma sempre fuori dal mondo; Panatta,
inoltre, nonostante tutti i suoi meriti tennistici non era mai stato un
esempio di spirito di sacrificio e serietà negli allenamenti cose
fondamentali che un allenatore dovrebbe saper trasmettere e infatti non
riuscì a farlo. Uno spaccato della situazione che si andava chiaramente
delineando lo danno alcuni stralci di un articolo di Rino Cacioppo: "Morte
a Riano. O quasi. Lasciando Formia per Riano, affidando ad Adriano Panatta
i compiti che erano stati di Belardinelli, si era pensato di risolvere
con un colpo do bacchetta magica i problemi del tennis italiano. Un impianto
vasto e ben attrezzato cui il tennis avrebbe dovuto togliere l'alea di
"cattedrale nel deserto". Un tecnico dotato di un grande carisma in grado
di impostare un lavoro secondo i più moderni indirizzi tecnici.
Sembrava tutto giusto o quasi, ma non è stato così. Riano
è rimasta "cattedrale nel deserto". Tanto si è fatto tanto
si è detto che si è sbagliato. Ed ecco che il centro che
doveva imitare, anche nei risultati, la scuola svedese, chiude i battenti
agli Over 18, lascia che la preparazione dei nostri migliori giocatori
sia affidata a professionisti privati"10.
Nel 1992 è l'anno della chiusura del pluri attrezzato centro
di Riano e, udite udite, viene battezzato il nuovo centro federale questa
volta a Cesenatico. Ovviamente nell'organizzare questo nuovo Centro i dirigenti
federali dichiaravano che non sarebbe stato fatto nessuno degli errori
fatti per Riano, cioè gli stessi fatti per Formia. Nel frattempo
si scopre che anche il direttore tecnico, "l'asso nella manica" Panatta,
forse non era la persona più adatta per un tale compito. Un articolo
di Ettore inquadra perfettamente la situazione: "Quando non più
di otto anni fa, i nostri massimi dirigenti federali, presidente Galgani
in testa, ci convocarono tutti a Roma per presentarci il nuovo Centro Tecnico
Federale di Riano, ci fu qualcuno che tentò di farci credere che
le vicissitudini del tennis italiano potevano, da quel momento, considerarsi
chiuse. E invece, a quanto pare, non erano ancora cominciate, considerando
che proprio dai problemi scaturiti da Riano si avvertirono quelle fratture
interne che hanno avvelenato l'ambiente. A otto anni di distanza ci si
è accorti che il Centro di Riano (quello che allora definimmo una
cattedrale nel deserto) non è stato affatto la panacea per il nostro
tennis ma, a quanto si è sentito sussurrare a volte dagli stessi
dirigenti federali, una delle cause della mancata crescita agonistica dei
nostri ragazzi. A Cesenatico dove ci siamo recati per la nascita del nuovo
Centro Tecnico Federale, ancora prima di parlare bene di quello appena
nato, si è sparato a zero su quello appena "morto", reo di aver
"alienato" i ragazzi, incolpevoli vittime di un affare di stato tra Coni
Fit e Banca Nazionale del Lavoro"11.
Critiche (spesso anche propositive) al metodo del "Centro Federale" ne sono state fatte dai tempi di Formia e sempre non sono state considerate dai vertici Fit; nel 1992 Roberto Lombardi indicava chiaramente in un suo articolo quali erano i principali "mali" del Centro unico e come ad essi si poteva rimediare: "Intanto nel criterio di selezione si commettono errori tesi a valorizzare troppo i giocatori che hanno un buon braccio a discapito di coloro che, invece, pur in possesso di una tecnica artigianale, mostrano doti notevoli di combattenti. Questo si verifica per l'esiguità del numero di posti a disposizione nel Centro nazionale unico e perciò mediamente troppo distante dalle sedi dei giovani giocatori. In un quattordicenne bisogna rispettare l'attaccamento all'ambito familiare e, soprattutto, non si può dire se diventerà bravo. Tra quelli che hanno più doti non si può scegliere a 14 anni perché bisognerebbe avere la palla di vetro. Un altro aspetto importante è quello della scuola: è assolutamente demenziale pensare di togliere dei quattordicenni dall'ambito sociale e scolastico e portarli in un ghetto culturale dove scaldare i banchi di una scuola privata fatta solo per loro. A livello di attività giovanile non ci sono problemi a conciliare l'agonismo con la scuola e poi in questo modo la pressione che si mette sui ragazzi è enorme perché devono riuscire per forza nello sport inteso come professione in età troppo giovane. La disciplina va affrontata con entusiasmo e non con gli stress derivanti dal fatto che non si hanno alternative."..."Non si tratta di fantascienza, ma piuttosto dell'applicazione della scienza alla preparazione. Parole al vento per i nostri dirigenti, i quali sono in grado di capire solo un gioco di basso livello, a parte qualche eccezione".12
Un'altra critica da fare è quella relativa alla gestione dei
fondi della Fit sempre rispetto al settore tecnico e ai Centri federali,
la rivista "il Tennis Italiano" nel '92 pubblicava un "Dossier Italia"
in cui tra l'altro si scriveva: "La Fit si tiene stretta i suoi 15 miliardi
che giacciono alla B.N.L. D'accordo, 8 di quei miliardi sono vincolati
per la creazione del nuovo stadio, che comunque si sa che non verrà
mai costruito: al Foro Italico per via dei vincoli ambientali, altrove
per l'incapacità dell'attuale dirigenza di pensare in termini manageriali.
Ma come è possibile che la Federazione spenda appena 2 miliardi
l'anno per i due settori tecnici insieme a fronte di 20 miliardi di entrate?
Come è possibile che il Coni non abbia niente da ridire su cifre
del genere quando federazioni come la Federatletica hanno diversi centri
tecnici importanti mentre la Fit ne ha uno solo e solo per gli under 18?".
Ancora oggi siamo "nell'era Cesenatico" ma forse basterà qualche
anno e cambieremo ancora, chissà quale sarà la prossima caratteristica
località italiana che ospiterà le nostre promesse, chi sarà
il prossimo D.T. che risolverà tutti i problemi (a proposito nel
frattempo è stato assunto l'asso straniero Tomas Smid che certo
da solo e in questo ambiente riuscirà a fare molto), siamo sicuri
però (e purtroppo) di una cosa: il presidente e i vertici della
Federazione saranno sempre gli stessi. A proposito di Galgani, quando comincerà
a prendersi le responsabilità, come presidente della Fit, rispetto
ai risultati dei suoi ingloriosi "cavalli di battaglia"?
Un altro importante settore che la Federazione non ha saputo gestire negli anni (direttamente o indirettamente) sono le scuole di tennis dei circoli affiliati. Originariamente l'intenzione era quella di creare un fertile tessuto a livello nazionale dove far crescere e sviluppare i nostri giovani tennisti per quindi farli maturare nei Centri Federali appositi (Formia, Riano, Cesenatico...). Per realizzare questo progetto la Fit creò un attestato di riconoscimento per le scuole che rispettavano determinati criteri di qualità e questo riconoscimento fu chiamato SAT (Scuole Avviamento Tennisti)13.
Questa buona idea i primi anni che fu, attuata funzionò e diede
i suoi risultati: per un discreto periodo siamo stati tra i primi nelle
gare giovanili; poi il meccanismo si ruppe e non si fece più nulla
per aggiustarlo. Il giornalista Tiziano Crudeli già a fine anni
'80 scriveva: "Per ottenere il riconoscimento SAT è obbligatoria
una struttura professionale ad alto livello. Tali scuole col tempo hanno
però assunto una rilevanza esclusivamente commerciale che è
andata a discapito dell'osservanza delle regole federali. Adesso è
facile trovare SAT che hanno come direttori semplici allenatori istruttori,
collaboratori "abusivi" senza alcuna specifica conoscenza in materia, mentre
la preparazione atletica viene svolta dallo stesso allenatore istruttore.
Un ulteriore aspetto negativo è dato dall'eccessivo numero di allievi
mandati in campo, con ovvie ripercussioni sull'insegnamento. In passato
i criteri di scelta erano severi, nelle SAT venivano accolti unicamente
gli allievi più dotati, mentre oggi, pur di far numero, si accettano
anche quelli senza nessuna attitudine."..."La diminuzione delle iscrizioni
è quasi ovunque sensibile ma è l'intero settore tennistico
che denota preoccupanti segni di crisi. I comitati regionali che concedono
le autorizzazioni "SAT" chiudono spesso entrambi gli occhi circa i requisiti
che il circolo richiedente dovrebbe avere"14. Sempre nello stesso periodo
rincarava la dose Mauro Meneghini: "E' inconfutabile che il tennis di base,
cioè quello del reclutamento e dell'insegnamento primario, ha raggiunto
livelli così bassi da potermi far dichiarare che la scuola di tennis,
chiamiamola SAT o come vi pare, è fallita. Le cifre parlano chiaro.
La diminuzione in percentuale dei bambini che si avvicinano al tennis è
indicata intorno al 50%. Inoltre prima i limiti di età consigliati
erano rispettati, le regole consigliate dalla scuola maestri seguite, quindi
tra gli allievi ce ne erano molti non accettati o non riconfermati, oggi
si accetta tutto"15.
Un'altra cosa molto grave che la Federazione non è riuscita più
a fare dopo la "scomparsa" dei campioni nazionali è stata la promozione
del nostro sport, specialmente per quanto riguarda i giovani. La scuola
di tennis è importante che funzioni e che sia professionale, ma
se non c'è nessuno a volersi iscrivere (o sono molto pochi) sarà
comunque difficile che darà risultati. Durante gli ultimi 15 anni
le uniche cose che si è tentato di fare sono stati alcuni timidi
tentativi di introdurre il tennis nelle scuole pubbliche, iniziativa giusta,
lodevole e fondamentale ma perseguita con scarso convincimento e scarso
interesse e che quindi è puntualmente, (ogni volta che è
stata proposta), naufragata.
Spesso questo compito così complesso e che ovviamente richiede
un'enorme spiegamento di mezzi è stato affidato, dopo l'ovvia partenza
pubblicitaria in pompa magna, a poche persone a cui venivano dati insignificanti
mezzi per raggiungere lo scopo e come si sa la buona volontà di
poche e isolate persone da sola non basta.
Altre iniziative su questo importante fronte non se ne sono viste, però
si stanno vedendo i risultati di questa assurda politica: se già
a fine anni '80 il numero degli iscritti ai corsi di tennis era calato
del 50% rispetto al boom degli anni '70, ora a quel 50% rimasto bisogna
toglergli almeno un altro 30% e, oggi, dire che la sopravvivenza di molte
scuole è in discussione non è certo un azzardo. La Fit pare
che consideri come sufficiente promozione dello sport gli Internazionali
d'Italia che sicuramente sono un bene e se continueranno ad arrivare i
campioni faranno sempre il tutto esaurito ma per capire come sia errata
questa pretesa basta fare il paragone con il livello del tennis giocato
in Gran Bretagna (penoso) e il successo di pubblico che ha e sempre avrà
Wimbledon la manifestazione più prestigiosa dell'anno, ma che non
basta e non serve a promuovere il tennis in Gran Bretagna a livello della
base. Nonostante la quasi totale assenza di risultati nel primo decennio
di gestione della Fit (1976-1985), Galgani e il suo gruppo dirigente rimanevano
saldamente al comando della Federazione senza sostanziali oppositori. Nell'assemblea
elettiva per il quadriennio 1985-1988 tutto il gruppo fu riconfermato a
larga maggioranza.
12.1 Nasce l'opposizione all'interno del gruppo dirigente.
I primi problemi nascono nel 1987, quando è proprio il, fino
ad allora molto saldo, gruppo dirigente a sfaldarsi. La crisi nei rapporti
tra i dirigenti nasce perché qualcuno si accorge che la politica
che avevano seguito fino ad allora non stava portando risultati e che erano
stati fatti una serie di errori e mancanze a cui non si cercava nemmeno
di porvi rimedio (l'ultimo della serie era Riano). Da questa presa di coscienza
nasce una linea politica diversa, e quindi conflittuale, da quella del
presidente dalla quale scaturirono conflitti, incomprensioni, rotture.
La grave situazione fu risolta dal presidente cacciando i "dissidenti"
che furono puntualmente sostituiti da persone in linea con l'e idee del
vertice, (il caso più eclatante fu quello di Paolo Francia, nel
gruppo dirigente dal 1976, che dopo due soli mesi che era stato eletto,
all'unanimità, a capo del settore tecnico fu destituito perché
non in linea). Qualche passo del commento di Roberto Mazzanti all'apertura
dell'assemblea del 1987 è una buona fotografia di questa intricata
vicenda: "Il gruppo di amici che da molti anni regge le sorti del tennis
italiano si è sciolto come neve al sole e non fa più il gioco
di squadra."..."La stanchezza dei circoli verso l'attuale governo che non
governa è forte e solo qualche equilibrismo assembleare può
mettere un silenzio la protesta."..."Il presidente dovrebbe capire che
le difficoltà non si superano né con una battuta di spirito
né con la politica dell'immagine, né assegnando qualche incarico
a questo o a quel dirigente, lavorando per il consenso politico e non per
il progresso del tennis. Oggi le società anno bisogno di servizi
reali prima ancora che di contributi economici. Hanno bisogno di una segreteria,
efficiente, che gli sperperi siano ridotti al minimo; che le note spese
dei dirigenti o dei professionisti non raggiungano certe cifre astronomiche.
Da due anni almeno Galgani avrebbe dovuto affrontare di petto questi problemi
senza aggirarli cercando il consenso dei circoli. Non lo ha fatto e quando
qualcuno ha avuto iniziative concrete ha preferito non rischiare frenando,
accentrando, estromettendo, facendo politica invece di programmi"16.
Chiusa in qualche modo questa crisi del gruppo dirigente, l'anno successivo
se ne aprì una ben più grave e complessa che fu definita
la questione morale del tennis italiano. L'otto novembre 1988, meno di
un mese prima dall'assemblea elettiva, (3 dicembre), per il quadriennio
1989-1992, il candidato dell'opposizione Giulio Malgara in una conferenza
stampa denuncia l'abnorme aumento dei tesserati Fit che passano da circa
250.000 a ben oltre 400.000 (ricordiamo che i circoli hanno per ogni 10
tessere un voto per l'assemblea elettiva) e sottolinea come questo inspiegabile
aumento è molto più forte nelle regioni politicamente vicine
a Galgani.
Inoltre pochi giorni dopo si scopre che il "secondo boom del tennis",
secondo i dati Fit c'è stato anche per il numero dei campi (che
passano da meno di 27.000 a oltre 32.000) e per i tornei organizzati (passano
da circa 8.500 a quasi 12.000) anche qui le regioni vicine a Galgani fanno
la parte del leone e anche qui ricordiamo che campi e tornei sono altri
due parametri fondamentali per l'assegnazione del numero dei voti ai circoli.
Per chiarire bene quanto fossero inverosimili i dati della Fit per
il 1988 riporto una tabella comparsa sulla Gazzetta dello Sport del 16
novembre (quindi subito dopo lo scandalo) che mette a confronto i dati
dell'ultimo anno con quelli degli anni precedenti.
I dati relativi ai campi e ai tornei organizzati sono stati forniti
alla Gazzetta dello Sport da segretario della FiIT Annibali. I dati sul
numero di tesserati sono quelli ufficiali della FIT.
Oltre ai clamorosi incrementi che si hanno nel 1988 c'è inoltre
da notare che anche nel 1984 abbiamo incrementi sospetti, (considerato
anche che siamo già in piena crisi), e questo forse non è
un caso se pensiamo che è un anno di rinnovo dei vertici federali.
A questo duro attacco Galgani rispose che era vero che l'aumento delle
tessere era sospetto ma che valeva per tutte le regioni, anche per quelle
favorevoli a Malgara. A questa affermazione seguirono accurate analisi
su come gli incrementi sospetti erano divisi per regione e si verificò
che tutte le regioni avevano avuto forti incrementi di tesserati, campi
e tornei, ma si verificò anche che gli incrementi in percentuale
erano di gran lunga più alti nelle regioni favorevoli al presidente.
A questo punto intervenne il CONI, (anche grazie ad un forte interessamento
della stampa verso questa vicenda), che sciolse il Consiglio della Fit
e nominò Mario Pescante (allora segretario del CONI, ora presidente)
commissario straordinario della Fit. Pescante prese atto della reale anomalia
dei dati e come prima decisione spostò l'assemblea al 18 dicembre,
subito dopo annullo le tessere del 1988 considerando valide solo quelle
degli agonisti ma non fece nulla circa i campi e i tornei. Malgara si dichiarò
non soddisfatto da questi provvedimenti, disse inoltre che se ci doveva
essere un azzeramento doveva essere rispetto a tutti i parametri e la sua
candidatura era a tutti gli effetti ritirata a meno che non si corresse
ai ripari.
Ulteriore carne al fuoco la mise il quotidiano "L'Unità" che il 16 novembre 1988 scriveva in un suo articolo che durante l'anno in corso il Consiglio Direttivo aveva elargito oltre un miliardo di lire di contributi ai circoli alcuni senza adeguata motivazione e supporto, inoltre sottolineando che una cifra così alta non era mai stata elargita negli anni precedenti consigliava a Pescante di andare infondo anche a questa storia. Anche i due più autorevoli settimanali d'approfondimento italiani ("L'Espresso" e "Panorama") si interessarono alla vicenda, "L'Espresso" tra l'altro raccontava: "Sul finire dell'85 entra in consiglio Alfonso Gambardella. L'avvocato napoletano chiede con insistenza la certificazione dei bilanci e la pubblicazione dei rimborsi spese per i dirigenti. Perché? Perché i bilanci della federazione non sono stati più pubblicati dall'85 e perché Gambardella è venuto a conoscenza di una serie di illeciti amministrativi compiuti dal presidente (viaggi da solo e in "compagnia", come i cinque giorni passati a New York con una spesa di 10 milioni, che gravano interamente sui bilanci federali)."..."Per mantenere il suo potere il presidente è costretto sempre più spesso ad avventurarsi fuori dalle regole federali: si susseguono atti d'imperio e macchinazioni elettorali, finché nell'estate dello scorso anno (la crisi del 1987) Galgani fa decadere l'intero Consiglio (senza dimettersi) e ne fa eleggere un altro a sua immagine e somiglianza. L'ultima denuncia è di quest'anno. Ed è clamorosa. Il vicepresidente Giuliano Gambacurta, responsabile della Scuola Nazionale Maestri del centro tre fontane a Roma, in una lettera al presidente del CONI, Arrigo Gattai, denuncia tutte le marachelle amministrative da lui commesse per ottemperare agli ordini di Galgani. E' uno spaccato esemplare "dell'allegra gestione presidenziale"17.
"Panorama" ci spiega invece come si manovrano i voti elettorali: "La
sicurezza di Galgani si fonda su un vero e proprio "doping della tessera",
denuncia un ex dirigente per lungo tempo ai vertici della Fit. Anzitutto
è il sistema di voto, plurimo, che rende possibili le forzature.
Ogni circolo di tennis ha diritto a un voto per ogni dieci tesserati e
a seconda del numero dei campi esistenti, ma fino a un massimo di 80 tesserati
per campo. Se il circolo non arriva al numero massimo di tessere riceve
miracolosi contributi federali di 2 mila lire a tessera (che poi tornano
alla Federazione) e così si può raggiungere il massimo dei
voti. Inoltre siccome a ogni tessera deve corrispondere un nome e cognome,
spesso per trovare i titolari vengono ampiamente saccheggiati gli elenchi
telefonici. Ulteriori singolarità della gestione Galgani: ogni votante
può disporre fino a 5 deleghe degli assenti e ogni tesserato in
un circolo può anche avere la tessera di tutti gli altri circoli
che vuole, aumentando così la schiera fittizia dei tesserati. La
prova? Basta vedere l'elenco degli iscritti della federazione e le enormi
differenze che ci sono tra gli anni in cui ci sono le votazione e quelli
tranquilli. Un esempio: i tesserati in Toscana (regione vicina a Galgani)
nell'84 erano 38.850. Nell'85 erano scesi a 28 mila e quest'anno che ci
sono di nuovo le elezioni sono diventati 58 mila"18.
Dopo queste prime e pesanti accuse i giornalisti e non solo provarono
a scavare un po' sulla variegata vicenda per capire quanto fosse fondata.,
vennero fuori irregolarità molto pesanti. Circoli di tennis inesistenti
ma votanti, circoli esistenti ma senza campi da tennis (e sempre votanti),
circoli in cui il numero dei campi si era moltiplicato miracolosamente.
Il giornalista Livio Lombardi a questo proposito fece un'indagine molto
interessante che riguardava in particolare i circoli di tennis della provincia
di Torino che avevano ricevuto contributi dalla Fit. Il suo articolo inizia
così: "Io vecchio guardone di tennis, incallito frequentatore di
campi e circoli, non sapevo che Torino avesse più tennis club che
cliniche o basiliche." Prosegue raccontando cosa ha scoperto riguardo ai
circoli più sospetti: "Il Tennis Club "La Magnolia" e il TC "Filadelfia"
abitano l'amena collina Torinese."..."Cerco tra le valli via Seneca. Al
numero 32 scopro una bella e vecchia villa ora condominiale: immerso nel
boschetto adiacente scopro il campo da tennis. Il muschio sulla terra rossa
e la rete un po' smagliata smentiscono assidue frequentazioni. Eppure,
nonostante le apparenze questo è un circolo. Chi conoscesse i soci
tesserati di questo circolo è pregato di segnalarceli. Contributi
federali a pioggia Lit. 1.000.000. Il TC "La Magnolia", che dovrebbe aver
dimora in strada S. Margherita lungo la quale ho cercato il campo da tennis
dichiarato sull'Annuario, ma non trovato. Deve probabilmente trattarsi
di un Tennis Club talmente esclusivo da diventare elusivo tant'è
che sul libro federale non ne viene citato nemmeno il numero civico. Tuttavia
questo circolo è stato egualmente raggiunto dalla provvidenziale
munificenza di Galgani e Frola che gli hanno elargito un bel milioncino."..."Sui
campi di c.so Appio Claudio 116 convivono, suppongo felicemente, ben sei
(dico sei!) Tennis Clubs..."19.
Si calcolò anche che Galgani era costato alla Fit in cinque anni
(1982-1986) circa 400 milioni di rimborsi spese (per fortuna che è
un dirigente dilettante). Della vicenda si occupò anche il parlamento:
l'onorevole Egidio Sterpa nel novembre 1988 rivolse un'interrogazione parlamentare
all'allora ministro del turismo e spettacolo Franco Carraro riguardo le
diverse irregolarità di gestione dei fondi della Fit. Carraro indagò
e riscontrò effettive irregolarità nella gestione sia per
il caso del Centro delle Tre Fontane sia circa i contributi elargiti ai
circoli. A questo proposito l'ex consigliere federale Paolo Caravatti scriveva
in un esposto presentato alla Corte dei Conti: "La Fit non ha mai comunicato
agli enti affiliati i provvedimenti di erogazione dei contributi in modo
che tutti ne venissero a conoscenza. La Fit non ha mai informato gli enti
affiliati dei principi a cui si atteneva nell'erogazione dei contributi
nel 1988; in modo che tutti gli enti potessero essere in condizione di
richiedere dei contributi o contestare le fondatezza dei presupposti in
base ai quali erano stati assegnati".
L'assemblea elettiva fu ulteriormente rinviata al 18 marzo 1989 e nel
frattempo Pescante rinnovò lo statuto della Federazione. Tutto questo
non bastò alla giunta esecutiva del CONI per considerare come principale
responsabile di quello sfacelo Galgani e nonostante le irregolarità
furono confermate, furono considerate non gravi. Precedentemente c'era
già stato un esposto nel 1987 (sempre di Caravatti) su irregolarità
riscontrate nei conti di quell'anno e già allora il CONI confermava
che le irregolarità erano avvenute ma che non erano gravi.
Nonostante la latitanza del CONI lo scandalo era talmente grande e fondato che ormai all'avvicinarsi dell'assemblea del 18 marzo i giornali titolavano: "In aprile nuovo presidente", convinti anche che Galgani non avrebbe mai avuto il coraggio di ricandidarsi, ma, purtroppo, non sapevano quanto erano lontani dal pronosticare il vero. Arrivarono anche nuove richieste di rinvio dell'assemblea, motivate dalla necessità di aver il tempo di fare luce su alcuni punti non ancora chiariti, l'assemblea elettiva non fu rinviata. Segue l'esauriente commento dal titolo "I giochi erano fatti" di Mazzanti apparso su "Matchball" la settimana successiva: "Un presidente ed un consiglio "commissariati" ed al centro di inchieste si ripropongono alla guida del tennis nazionale ed ottengono, nonostante lo sfascio del settore tecnico e senza presentare uno straccio di programma, la fiducia di quasi il 75% delle società rappresentate a Montecatini. Un candidato di opposizione dal nome illustre, Nicola Pietrangeli, mai coinvolto in scandali e da sempre al di fuori delle "beghe" federali, per di più dotato di idee e di un corposo programma per risollevare il tennis nostrano da una crisi sulla quale tutti concordano, viene lasciato clamorosamente fuori dalla porta senza che nessuno si prenda la briga di spiegare perché Nick ed i suoi amici non vanno bene, cosa non convince del suo programma, che rischi correrebbe il nostro sport passando dalle mani "chiacchierate" di Galgani a quelle immacolate di Pietrangeli. L'assemblea di Montecatini ha dimostrato ancora una volta che per condizionare il voto non servono i programmi o le idee, ma la raccolta delle deleghe e che i giochi sono fatti prima ancora che si apra il dibattito. Non è la prima volta che accade ciò e purtroppo non sarà nemmeno l'ultima, ma almeno si sgombri il campo da ogni equivoco e cioè che gran parte dei delegati tutto avevano in mente meno che il futuro del tennis nostrano sempre che quest'ultimo, come credo, sia determinato dalle scelte e dai programmi e non invece dalle semplici conquiste del potere. Mi sarebbe piaciuto che Galgani o qualcuno dei suoi portavoce fosse salito sul palco per dire che tutto ciò che si è scritto e detto in questi mesi è falso per questa e questa ragione. Ci si è limitati invece ad un generico processo alla stampa come se fosse colpa della Gazzetta dello Sport o di Matchball la mancanza di risultati, l'assenza di giustificazioni su centinaia di contributi alle società elargiti con i soldi di tutti. Si è parlato tanto di questione morale senza cancellare dubbi e sospetti."..."Su questo fronte avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale il CONI, ma non l'ha fatto. Non ho capito perché non è intervenuto quando furono denunciati gli scandali, non so perché i revisori dei conti non hanno mai denunciato irregolarità, ignoro infine perché il segretario generale del CONI Pescante si sia comportato da commissario "di parte" cancellando quel poco di credibilità che il Comitato Olimpico ancora manteneva agli occhi dei tennisti..."20.
Non credo a questo punto sia necessario aggiungere altro a questa triste vicenda, anche perché dopo quell'opinabile assemblea a Montecatini i vertici Fit cercarono di dimenticare (e soprattutto di far dimenticare) il passato e oggi possiamo dire che riuscirono perfettamente nello scopo. Galgani e amici sono sempre lì, (rieletti con voto plebiscitario anche nel 1992), non hanno alcuna intenzione di lasciare le loro poltrone ma, cosa ancor più grave, nessuno (a parte alcuni giornalisti che ormai credo siano veramente stanchi di ripetere in quale situazione è il tennis in Ialia e di chi sono le responsabilità) mette seriamente in discussione il loro operato, dopo 18 anni di assenza di risultati, di sfaceli, di "questioni morali", di contributi fantasma, di commercio di voti e via discorrendo.