montytest.gif (13254 byte)adtf.gif (7561 byte) A.S. AMICI DEL TENNIS  adtf.gif (7561 byte) Aperte le iscrizioni alla stagione 2002-03 - Aperte le iscrizioni Torneo a squadre Sociale - Tabellone e Prezzi aggiornati per la stagione estiva

STORIA DEL TENNIS ITALIANO

LAVORI IN CORSO

  
INDICE  

1  Nascita del Lawn Tennis.  

Il tennis arriva in Italia.   3 Nascita della Federazione italiana di lawn tennis.   4 I primi risultati internazionali.   5 Il tennis nel periodo fascista.   6 Dal dopoguerra al boom economico.   7 La prima crisi: qualche commento d'epoca.   8 L'era open e gli ultimi anni di gloria.   9 Gli ultimi 15 anni, ne campioni ne risultati. 44   10 Qualcosa da dire sul tennis al femminile. 54   11 E la Federazione stava a guardare. 57    12 Una crisi di carattere politico e morale investe la FIT negli anni 80. 65   

NOTE

13 Riferimenti bibliografici 

14 L'AUTORE DEL TESTO: Danilo Martarelli

COMMENTI 

TORNA al BENVENUTO


   
Capitolo 1 : Nascita del Lawn Tennis. 

1.1 Il primo tentativo di regolamentazione. 

Molte varianti del gioco del tennis che conosciamo oggi, già si giocavano sui prati delle ville inglesi nei primi dell'ottocento. La parola tennis ha radici etimologiche nella parola francese teez (trasformatasi poi in tenetz) che veniva impiegata dai giocatori prima di servire, per assicurarsi che l'avversario fosse pronto ed era già usata al tempo del Jeu de Paume. Il primo a cui venne in mente di regolamentare definitivamente questo gioco fu Walter Clopton Wingfield nel 1873. Proprio in quell'anno egli infatti scrisse un piccolo manuale di istruzioni per quello che chiamò Lawn Tennis. Questa prima regolamentazione del gioco però, non ebbe affatto successo, fu molto criticata e, addirittura, tacciata di plagio. In effetti quel lawn tennis aveva veramente poco in comune con l'attuale gioco; il campo era a forma di clessidra, la rete molto più alta, c'erano anche delle piccole reti triangolari che delineavano i limiti laterali del campo, come punteggio era stato preferito quello del croquet con qualche variazione piuttosto che quello del court tennis. Wingfield, oltre al primo regolamento, creò anche la prima cassetta contenente tutta l'attrezzatura per il gioco: palline, racchette, reti, paletti, e, ovviamente, il suo regolamento. 
 
  

  1.2 Nasce Wimbledon e insieme il tennis. 
Bisognerà aspettare fino al 1877 per avere delle nuove e "corrette" regole. L'occasione fu il passaggio di uno dei più famosi club di croquet di Londra, l'All England Croquet Club, fondato nel 1870 da J.W.Walsh e Henry Jones, a club di croquet e lawn tennis; il circolo fu anche ribattezzato come All England Croquet and Lawn Tennis Club. Lo stesso anno Henry Jones decise di organizzare il torneo di inaugurazione del nuovo sport. Per fare un torneo però, ci vogliono regole chiare e in quegli anni la confusione sulle regole del lawn tennis non era certo diminuita. Così Jones chiamò alcuni esperti e insieme scrissero nuove regole per il gioco, questa volta molto simili a quelle attuali: si stabilì che il campo fosse rettangolare, esattamente 68 piedi per 27, come punteggio si adottò quello del court tennis (15, 30, 40), si definì l'importante divisione in punti, giochi e set. Il nuovo regolamento ebbe così successo che in pochi giorni ne vendettero settemila copie. Per conoscere inoltre che tipo di palline furono usate in questo primo torneo bisogna fare un passo indietro, infatti già nel 1874 un vecchio campione di real tennis, John Mayer, scoprì che le palline se ricoperte di flanella saltavano meglio sull'erba e i colpi erano più facilmente controllabili. Quindi nel 1877 si giocò il primo torneo su erba di lawn tennis, con palline ricoperte di flanella bianca cucita a mano con filo di tappeto non candeggiato, nella località di Wimbledon. Gli ultimi ritocchi alle regole del lawn tennis furono effettuati nel 1883.     

Capitolo 2 : Il tennis arriva in Italia. 

2.1 Inizialmente si gioca nelle ville. 

Lo sbarco del tennis in Italia non si fece attendere, già l'anno dopo la sua definitiva regolamentazione si costruirono i primi campi e quindi si cominciò a giocare. Il 1878 coincide infatti con la nascita del primo circolo privato d'Italia fondato a Bordighera. C'è da sottolineare però che questo circolo non fu fondato da italiani, ma da un lord inglese il quale durante le sue vacanze in Italia non voleva rinunciare al suo sport preferito. In un primo periodo, il gioco del tennis venne conosciuto, apprezzato e giocato nelle grandi ville e in piccoli circoli familiari. A parte eccezioni, dovettero passare parecchi anni prima che si cominciassero ad organizzare club cittadini. 
  

  2.2 Nascita dei primi circoli.  

Il primo circolo di tennis cittadino, (o più esattamente tennis club viste le origini), nacque nel 1880 a Torino, fondato dal conte Enrico di Cigala; anche qui l'influenza anglofona fu fondamentale, infatti la madre del conte ara inglese e il conte aveva spesso occasione di recarsi in Inghilterra. Questo club aveva 10 soci e nessun campo proprio, per giocare adattavano sommariamente la superficie di un campo di pallone concesso per tre ore alla settimana da una società di calcio di Bracciale. Questo sodalizio però, data anche la diversa natura dei due sport, non riuscì a durare a lungo e quanto riuscì a resistere ad un ambiente completamente ostile fu merito della tenacia del conte Cigala. Le difficoltà che incontrò il conte ad aprire un circolo non furono certo l'eccezione, ma semmai la regola di quegli anni pionieristici per chi si cimentava in una tale impresa; nonostante i pochi appassionati erano tutti nobili e facoltosi i club incontrano enormi difficoltà a nascere e svilupparsi, spesso erano costretti a cambiare sede e, a volte, anche a chiudere. Un altro esempio fu il club che nacque a Milano nel 1893 su un terreno concesso dal municipio in via Mario Pagano, nonostante le buone premesse fu cacciato dieci anni dopo, nel 1903, da una neo eletta giunta radicale che non riteneva il club degno di quel terreno; il circolo emigrò prima in via Alberto da Giussano, poi di nuovo nel 1908 alla Cagnola e infine, nel 1914 in via Domodossola dove aveva cinque campi, tanti quanti ne aveva venti anni prima. Altri circoli cittadini che sorsero in quel periodo, nonostante, tutto furono quello di Torino, nel 1890, che nacque sulle ceneri dello storico club di Bracciale, questa volta con sede propria; uno a Roma, sempre nel 1890, ed aveva un solo campo, poi nacquero circoli a Genova (1893), Viareggio (1896), Firenze (1898), Palermo (1899), Arezzo (1899). 
  

  2.3 Nasce la prima associazione nazionale di Lawn Tennis.  

Il 16 aprile del 1894 a Roma fu istituita la prima associazione italiana del gioco del tennis, tra i club fondatori ci furono quelli di Roma, Torino, Genova e Milano. Lo scopo di questa associazione era quello di promuovere e sviluppare il gioco con tutti i mezzi ritenuti idonei, organizzare campionati nazionali, concedere premi. Primo presidente di questo embrione di federazione fu il conte Gino de Martino. La vita della prima associazione nazionale fu molto breve, infatti questa si sciolse nel 1898, dopo solo quattro anni di attività. Il problema probabilmente fu che i dirigenti si trovarono , data la sempre maggiore complessità che richiedeva organizzare le attività dell'associazione, a dover scegliere tra il dover organizzare i tornei e il parteciparvi, essendo anche giocatori, ovviamente optarono per la seconda ipotesi. 
  

  2.4 Gino De Martino, primo campione nazionale.  

Il conte fu anche il primo campione italiano. Membro della nobiltà romana, De Martino era un vero atleta e un vero sportivo, appassionato e praticante di molti sport, eccelleva nel tennis; fu anche il primo giocatore a vincere il campionato italiano sia in singolare che in doppio con il fratello Uberto che si disputò per la prima volta a Roma nel 1895. L' importanza storica del conte de Martino non è solo quella di essere stato il primo campione nazionale, ma anche di essere stato competitivo a livello internazionale, arrivando anche a battere campioni indiscussi come Wilding . Il suo stile era pulito e possedeva uno splendido dritto che riusciva anche a seguire a rete, come caratteristiche di gioco fu poi anche paragonato al grande Lacoste. Un altra impresa storica del conte de Martino fu quella di rivincere gli assoluti a sedici anni di distanza dal suo primo titolo; egli si ritirò dall'attività sportiva quando ancora era all'apice della sua carriera, comunque trasmise la sua arte ai figli James e Gingi i quali successivamente riuscirono a vincere i campionati Italiani. Degli assoluti organizzati successivamente al primo vinto da de Martino a Roma non si hanno molte notizie, comunque nel 1896 furono disputati a Genova, nel 1897 a Milano, nel 1898 a Torino, furono vinti tutti e tre dal conte Lionello de Minerbi appartenente al club romano. 
  

  2.5 Già 500 campi prima del 1900. 

Sempre nel 1898 veniva pubblicata la traduzione in italiano del manuale di tennis Lawn Tennis di Vilfrido Baddeley, l'anonimo traduttore però era anche a conoscenza di ulteriori informazioni sulla situazione del tennis italiano che non mancò di aggiungere nel testo tradotto; particolare rilevanza storica hanno le frasi che qui seguono: "credo che, tutti sommati, i privati e i sociali, i belli e i brutti, quelli (non i più) di dimensioni regolamentari e gli altri (troppi) in cui le dette dimensioni non sono rispettate, i molti in terra battuta, in ghiaia, cemento ecc. e i pochissimi a prato; credo, dico, di non andare discosto dal vero nell'indicarne la cifra fra i cinquecento e i settecento. E' qualcosa, o almeno il principio di qualche cosa. Farò solo osservare che di questi, più di sei decimi sono disseminati nelle città dell' Alta Italia (specie nella regione dei laghi), due decimi nella regione centrale da Firenze a Roma, e per gli altri due decimi infine nel mezzodì d'Italia. Il giuoco, in questi ultimi anni, ha fatto sensibili progressi dovuti in buona parte all' associazione italiana, che ha sede in Roma...". 
  

  2.6 1902, nasce il tennis al femminile in Italia.  

Anche se l'associazione nazionale si era sciolta, le attività dei club tennistici negli anni successivi continuarono energicamente, in particolare si svolsero importanti tornei cittadini e a volte tornei di carattere regionale e interregionale. L'attività tennistica ufficiale in campo femminile ebbe inizio, come in tutti i paesi, con qualche anno di ritardo. In particolare il primo torneo femminile a livello cittadino fu giocato a Firenze nel 1902, la vincitrice fu la signorina L.Ranney. Da quell'anno i tornei femminili cominciarono ad apparire ed a svilupparsi in tutti i club cittadini. Si sarà certo notato come il tennis in Italia nasce come uno sport d'elite, a conferma di ciò basta pensare ai nomi esclusivamente aristocratici dei pochi giocatori e dirigenti citati. 
  

  Capitolo 3 : Nascita della Federazione italiana di lawn tennis  

3.1 L'Associazione Nazionale di Lawn Tennis risorge dalle sue ceneri. 

Grazie ad un opera di mediazione tra i vari circoli nazionali effettuata dal circolo di Firenze, l'associazione nazionale del tennis fu rifondata il 18 maggio del 1910 e fu chiamata Federazione Italiana di Lawn Tennis (FILT). Il primo presidente della nuova federazione fu il marchese Piero Antinori, il quale però, non rimase molto in carica. 
Già nel 1912 cominciava ad emergere un personaggio che avrebbe poi avuto un ruolo molto importante e duraturo nella FILT, questa persona era Beppe Croce di Genova, ex buon giocatore, aveva dedicato la sua vita al tennis. Nel 1912 gli fu affidato l' importantissimo compito di riorganizzare la struttura della federazione, di riscrivere lo statuto e i regolamenti. Il sedici febbraio del 1913 , nell'assemblea federale fu approvato il nuovo statuto e il nuovo regolamento e fu eletto come nuovo presidente ovviamente Croce il quale rimase in carica fino al 1928; durante la presidenza di Croce la federazione ebbe sede a Genova. In questi anni i bilanci della F.I.L.T. e si aggirano su poche decine di migliaia di lire. 
  

  3.2 Riprendono i campionati d'Italia.  

Nel 1911 ripresero le edizioni dei campionati d'Italia il cui primo vincitore fu il conte de Martino, il quale aveva anche vinto l'edizione del 1895. Fu nello stesso anno che il conte arrivò in finale al torneo di Territet, dopo aver battuto il forte giocatore Wilding e aver lottato cinque set prima di cedere al fortissimo Williams, quindi decidere di avere il cuore debole e ritirarsi con questa scusa dall'attività agonistica. I primi 10 anni di attività della FILT non produssero giocatori e quindi risultati a livello internazionale, servirono solo a gettare le radici in Italia di uno sport giovane e poco conosciuto. I giocatori e le giocatrici non avevano maestri, ne alcun tipo di supporto finanziario. Dopo il ritiro di de Martino passarono anni in cui qualsiasi inglese venisse a giocare in Italia un qualsiasi torneo aveva la vittoria assicurata, di andare a giocare importanti tornei oltre confine nemmeno se ne parlava, la trasferta più azzardata dei nostri giocatori era sui campi in Costa Azzurra. 
  

  3.3 I primi campioni italiani.  

In questi anni pre bellici i giocatori di spicco a livello nazionale furono Alberto Suzzi e Mino Balbi di Robecco. Il primo vinse i campionati italiani nel 1912 e l'anno successivo, Balbi nel 1914, prima dell'interruzione a causa della guerra. Nonostante le due vittorie Suzzi non fu un campione in singolare, piuttosto fu un ottimo doppista che con buon tempismo riuscì a colmare quel vuoto causato dal precoce ritiro di de Martino. Balbi invece fu un grande sportivo, eclettico e perfezionista. Fu lui a portare in Italia i nuovi schemi basati su servizio e rete, fu anche il primo ad imparare il servizio tagliato che allora veniva definito "all'americana". La sua carriera fu interrotta dal periodo bellico, durante il quale sarebbe stato indiscutibilmente il campione d'Italia, comunque riprese brillantemente nel dopoguerra vincendo ancora gli assoluti negli anni 1921, 1922 e 1927. Un altro giocatore che caratterizzò quel periodo fu il marchese Negrotto Cambiaso, ma non tanto per la sua carriere sportiva o per il suo talento, piuttosto perché era capace anche durante i più animati scambi di mantenere incastrato il suo monocolo all'occhio. Nell'ambito femminile i campionati italiani iniziarono solo nel 1913, insieme ai tornei di doppio e doppio misto, l'albo d'oro si apre con il nome di Rhoda de Bollegarde, la quale vinse anche l'anno successivo. La de Bollegarde non fu solo una buona giocatrice, ma anche un eroina, si arruolò come crocerossina nella grande guerra e purtroppo morì sul campo, per questo fu decorata come medaglia d'oro alla memoria. In questi anni il tennis femminile era veramente agli albori, le donne quando iniziavano a giocare lo facevano molto tardi, la norma era almeno dopo i venti anni, erano costrette in vestiti assurdi, il loro tennis non andava oltre i colpi fondamentali e magari, come unica arma, il pallonetto. Un altro evento da ricordare è la stampa del primo manuale di tennis interamente italiano scritto e pubblicato dai milanesi Alberto Bonacossa e Porro Lambertenghi nel 1914, Bonacossa inoltre lavorò nell'organizzazione federale e fu un vero e proprio mecenate del tennis. In ultimo osserviamo che i scarsi progressi ottenuti dalla FILT nel suo prima decennio di vita furono anche dovuti agli enormi problemi causati dalla prima guerra mondiale, in quel periodo molti circoli chiusero ed una ripresa effettiva di tutte le attività ci fu solo nel 1919. 
  

  Capitolo 4 : I primi risultati internazionali. 

4.1 L'Italia comincia a giocare in Coppa Davis.  

Solo nel secondo decennio di attività della FILT si cominciarono ad ottenere risultati a livello internazionale e la federazione cominciò ad assumere delle caratteristiche e prerogative più articolate. In particolare il 1922 fu un anno importante, da un punto di vista organizzativo furono costituite le Delegazioni di Zona, cominciarono ad essere redatte e pubblicate le prime classifiche, finalmente l'Italia comincia a giocare in Coppa Davis. A partire sempre da quest'anno la Federazione prese importanti iniziative allo scopo di promuovere il tennis in Italia; vennero invitati ad esibirsi i massimi campioni dell'epoca, fu organizzata in Italia una turnè con le mitiche Susan Langlen e Helen Wills sulle quali all'epoca era polarizzata l'attenzione di tutto il mondo; in particolare ricordiamo la Langlen come la più grande giocatrice di tutti i tempi insieme, forse, a Martina Navratilova. 
  

  

4.2 I campioni del primo dopoguerra.

I primi risultati a livello internazionale li ottennero Balbi, che vinse i tornei di Cannes, Beaulieu e Montecarlo nel 1921 e il barone Huberto de Morpurgo che vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Per rendersi conto in quale clima, ancora nel 1924, i nostri giocatori e giocatrici affrontavano competizioni così importanti, basti pensare che a de Morpurgo fu presentata la sua compagna di doppio misto, (la Perelli), solo pochi minuti prima di scendere in campo. Nel dopoguerra in Italia c'erano cinque campioni di livello nazionale, (Mino Balbi, Cesare Colombo, Riccardo Sabbadini, Clemente Serventi, Carlo D'Avalos), che si divisero i titoli di tutti i più importanti tornei italiani, tra cui gli assoluti; contemporaneamente però avevamo due campioni di livello internazionale (Huberto de Morpurgo, Giorgio de Stefani), indiscutibilmente più forti degli altri, che però giocarono poco in Italia privilegiando il circuito internazionale. 
     4.3 Cinque piccoli campioni nazionali.  

I cinque "piccoli" campioni provenivano da club cittadini diversi, (Milano, Genova, Roma e Napoli) e forse il loro più grande merito fu quello di accrescere l'interesse attorno al tennis in tutta Italia e in particolare nella rispettive città di provenienza. Di Balbi come tennista si è già parlato, non abbiamo però parlato di lui come pioniere dell'aeronautica: arrivò addirittura a costruirsi un aeroplano da solo, il veicolo però anche se non aveva troppi problemi in fase di decollo spesso lo costringeva ad atterraggi affrettati e molto pericolosi. Il tennis di Cesare Colombo fu molto simile a quello di Balbi, moderno, proiettato all'attacco, il suo più grande difetto fu il nervosismo che lo portò a sciupare importanti occasioni; fu il primo vincitore dei campionati italiani del dopoguerra, nel 1919, li vinse ancora nel 1922 e arrivò in finale nel 1923, nel 1924 arrivò quarto alle Olimpiadi, solo un gradino più in basso di de Morpurgo. Fu Riccardo Sabbadini a vincere gli assoluti nel 1920, il suo colpo migliore era il rovescio, tanto da esser lui definito "il più bel rovescio d'Italia", fu di nuovo campione d'Italia nel 1923 dopo un interminabile finale contro Colombo. In quella partita Sabbatini finse di farsi male con lo scopo di distrarre l'avversario che in quel momento stava vincendo, l'ingenuo Colombo, come nelle previsioni del suo avversario, si distrasse. Clemente Serventi vinse i campionati nel 1924 e nel 1929, sportivo eclettico fu anche un campione di canottaggio; nel tennis la sua arma era la regolarità, giocava bene tutti i colpi senza eccellere in nessuno, fu incredibile la sua vittoria del 1929 quando contro ogni previsione, lui ultra quarantenne, sconfisse tutte le giovani e fresche promesse che allora si stavano facendo strada. Infine il principe napoletano Carlo D'Avalos, fu il campione d'Italia nel 1925, era dotato di un fisico eccezionale e grande volontà, il suo gioco era caratterizzato da un dritto tagliatissimo molto efficace. Il dominio a livello nazionale dello splendido quintetto era ovviamente destinato a finire, l'inizio della stagione del tramonto avvenne nel 1928, quando fu la più precoce delle nuove leve, Emanuele Sertorio , a vincere gli assoluti; poi ci fu solo un ultima fiammata nel 1929 con Serventi, ma è propri qui che può ritenersi chiusa una stagione di grande equilibrio, e quindi molto avvincente, che caratterizzò il periodo post bellico. 
  

  4.4 Due grandi campioni internazionali.  

Un capitolo a parte meritano i primi due campioni italiani di livello internazionale, il barone Huberto de Morpurgo e Giorgio de Stefani. A proposito della loro mancata partecipazione alle edizioni dei campionati italiani di quel periodo non c'è da meravigliarsi infatti, a parte il nome altisonante, era solo un torneo itinerante di livello nazionale, in uno sport che da subito ebbe carattere internazionale; queste defezioni non impedirono certo a de Morpurgo di essere il primo nelle classifiche nazionali che, giustamente, non davano particolare rilevanza alla vittoria negli assoluti. Inoltre spesso questo torneo si svolgeva in concomitanza di ben più importanti tornei internazionali, o addirittura della Coppa Davis, appuntamenti irrinunciabili per i due campioni. 
  

  4.5 Huberto de Morpurgo.  

Huberto de Morpurgo, nato a Trieste, era cittadino asburgico con passaporto italiano, la sua brillante carriera iniziò prestissimo, fu infatti campione junior in Gran Bretagna nel 1911 e campione studentesco a Parigi nel 1915. La sua nobile estrazione sociale, la sua grande cultura e la sue eccezionali doti sportive formarono in lui un enorme ego che, da una parte lo tenne lontanissimo dalle piccole rivalità del nostro piccolo tennis di quegl'anni, ma dall'altra rese il suo carattere impossibile e insopportabile. Un illuminante esempio a questo proposito fu il suo comportamento al termine della prima partita persa contro il suo allievo de Stefani, quando arrivò il momento di stringersi la mano il barone preferì invece schiaffeggiarlo sonoramente, lasciando così il povero Giorgio impietrito in mezzo al campo. 

Sempre grazie al suo caratteraccio, i rapporti tra de Morpurgo e la federazione, usando un eufemismo, non erano dei più amichevoli. Queste incomprensioni arrivarono al punto che nel 1922, nell'incontro di Coppa Davis, la federazione preferì schierare i nettamente più deboli Balbi e Colombo piuttosto che lui, ovviamente l'Italia perse cinque a zero. Dall' anno dopo nessuno osò più impedire al barone di giocare la Coppa, anzi era lui a dettare le regole, cioè nessun allenatore e nessun accompagnatore ufficiale; in realtà se fosse stato possibile de Morpurgo avrebbe pure giocato tutti gli incontri da solo, ma anche lui nel doppio , nonostante fosse molto bravo, sarebbe andato incontro ad insormontabili difficoltà tecniche. Il barone dovette comunque aspettare l'arrivo sulla scena tennistica di de Stefani e Placido Gaslini per riuscire a vincere per due volte, nel 1928 e nel 1930, la zona europea di Coppa Davis, per poi perdere onorevolmente la finale interzone sempre dagli Stati Uniti. In classifica mondiale de Morpurgo rimase tra il 1928 e il 1930 tra i primi dieci del mondo, oscillando tra l'ottava e la decima posizione; purtroppo non riuscì mai ad affermarsi in un torneo del Grande Slam, dove però spesso era nella rosa dei favoriti. 

Una partita da ricordare è la finale dei primi internazionali d'Italia giocati a Milano tra il grande Bill Tilden e De Morpurgo nel 1930, in quell'occasione il barone dovette ridimensionare la grande opinione che aveva del suo gioco, infatti raccolse solo cinque giochi in tre set con l'aggravante di giocare di fronte al suo pubblico. Un episodio particolare caratterizzò poi quel match, accadde che Tilden a fine partita regalò la sua racchetta a un bel raccattapalle che aveva notato durante la veloce finale e gli predisse un brillante futuro, si chiamava Renato Bossi e giocò poi in Davis otto anni dopo. 
  

  4.6 Giorgio de Stefani e Placido Gaslini.  

Anche se il gioco di de Stefani aveva più di un punto debole tra cui l'incapacità di scattare in avanti, i colpi alti, riuscì comunque ad ottenere degli ottimi risultati; tra le migliori affermazioni c'è da ricordare la finale raggiunta al Rolan Garros, dove però perse facilmente dal moschettiere Henri Cochet; molto importanti furono poi i numerosi e insostituibili apporti negli incontri di Coppa Davis accanto a de Morpurgo. L'anno in cui fece il militare, non potendo recarsi all'estero, giocò i campionati italiani e li vinse sbaragliando tutti gli avversari. Per quanto riguarda il suo stile, De Stefani aveva un tipo di gioco a dir poco originale e forse inedito per i suoi tempi, egli riusciva a giocare due tipi di diritto, uno dalla parte destra del corpo e uno da quella sinistra. Un altro giocatore importante per il tennis italiano di quel periodo fu Placido Gaslini, il suo contributo fu determinante in Davis dove vinse insieme a de Stefani e de Morpurgo per due volte la zona europea; era un grande atleta e nelle sue migliori giornate giocava uno splendido tennis, ma fu molto discontinuo, al contrario di quanto dica il nome la sua personalità era tutt'altro che tranquilla, estroverso, egocentrico e confusionario in campo, creava spettacolo anche al di la del tennis. In una partita contro de Morpurgo arrivò a minacciarlo di spaccargli la racchetta in testa se non la smetteva di schiacciarli tutti i pallonetti e il barone, spaventato, smise. 
  

  4.7 Le campionesse del dopoguerra.  

In campo femminile la campionessa del dopoguerra fu Rosetta Gagliardi, vinse gli assoluti dal 1919 al 1922 e ancora nel 1924, la seconda giocatrice del periodo fu Giulia Perelli che vinse i campionati nel 1923 e nel 1925. Fino a questo momento le giocatrici, ancor più dei giocatori, erano campionesse solo a livello nazionale e a parte eccezioni come le Olimpiadi del 1924 neanche prendevano in considerazione l'idea di giocare i grandi tornei internazionali. 
  

  4.8 La prima campionessa internazionale, Lucia Valerio.  

Il salto di qualità del tennis femminile italiano, da sport chiuso e provinciale a sport internazionale avvenne grazie a Lucia Valerio, la prima campionessa di livello internazionale in Italia. A dimostrazione della sua superiorità a livello nazionale ricordiamo che nel 1926 cominciò una serie di 10 successi consecutivi a i campionati italiani, record ancora imbattuto. Il segreto dell'incredibile rendimento della Valerio, oltre che nel talento naturale, risedeva nella sua completa dedizione al gioco; si racconta che alcune sue colleghe si preoccuparono molto circa la sua condizione fisica dopo aver visto, cosa inconcepibile, che per sei giorni non si era allenata. Il suo gioco era basato su due buonissimi fondamentali, su una incredibile resistenza, sia fisica che mentale e anche su buoni colpi al volo che usava per chiudere i punti. In classifica mondiale ella riuscì ad arrivare alla soglia delle prime dieci, inoltre arrivò nei quarti a Wimbledon dove per due volte vinse il plate, trofeo che andava alla vincente del torneo di consolazione. In Italia vinse anche l'edizione degli internazionali del 1931, raggiunse poi la finale altre tre volte su un totale di sei partecipazioni. 
  

  4.9 Qualche numero sulla FILT degli anni venti. 

A conclusione della storia di questo secondo e positivo periodo di evoluzione del nostro tennis ricordo alcuni dati presenti nella relazione che Beppe Croce presentò durante la sua ultima assemblea federale da presidente: gli enti affiliati alla federazione erano 94 con circa 7000 soci, di questi poco più del dieci per cento con tessera FILT, 56 i tornei importanti svolti quell'anno più tre campionati di cui due a squadre; per l'avvenire si approvava l'uscita del primo annuario federale, e che lo svolgimento dei campionati sarebbe stato suddiviso in più categorie. C'è un preciso momento in cui possiamo mettere la parola fine a questa fase storica ed è la destituzione di Croce da presidente, avvenuta nei primi mesi del 1929, al quale subentra Augusto Turati; finisce qui anche l'ultima gestione di tipo "familiare" della nostra Federazione. 
  

  Capitolo 5 : Il tennis nel periodo fascista.  

5.1 Augisto Turati, presidente FILT del periodo fascista.  

Il partito fascista si accorse presto dell'esistenza del tennis e della relativa Federazione, e volle quindi estendere il suo controllo anche su questa. Il già citato cambio di presidente della FILT nel 1929, dove a Croce fu preferito Augusto Turati, e lo spostamento della sede a Roma, fu voluto dal partito. 
  

  5.2 Mussolini cambia opinione.  

L'opinione di Mussolini su questo sport ebbe modo di cambiare radicalmente. L'occasione fu una sfilata svoltasi sulla terrazza del Tennis Parioli dove il duce espresse la scarsa opinione che aveva del tennis dicendo: "è un gioco che non mi piace e che non capisco", allora il presidente Turati rispose:"forse non vi piace perché non lo capite". La stessa settimana Mussolini diede ordine di costruire un campo da tennis nella sua villa. Pochi anni dopo, all'inaugurazione del Foro Italico il commento del duce fu: "bello sport lo pratico anch'io". L'interesse di Mussolini per il tennis ovviamente giovò allo sport, anche se lui non divenne mai un buon giocatore. Egli aveva vari allenatori e giocava quasi tutte le mattine, ma anche se aveva un buon diritto mancava completamente di rovescio. Quando una mattina un allenatore gli consigliò di allenarsi sul rovescio, lui perentorio disse: "noi tireremo diritto". Nel periodo fascista, alla presidenza Turati seguirono altri due presidenti, Lessona e Fontana. Il secondo, fascista tutto di un pezzo, creò non pochi problemi in federazione. Voleva cambiare la parola tennis in pallacorda, provò a costringere i giocatori a giocare con la rete più alta così negli incontri regolamentari si sarebbero trovati meglio. In questo periodo fu anche introdotto il saluto romano a fine incontro. 
  

  5.3 I campioni del "fascismo".  

Gli anni a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del secolo non solo furono un periodo di transizione e grandi cambiamenti in ambito federativo, ma lo furono anche per quel che riguardava il tennis giocato e i suoi protagonisti. Assolutamente transitoria, e motivata anche da grandi assenze, fu la vittoria di Oscar de Minerbi negli assoluti del 1931, il quale non fu mai in campione nemmeno a livello nazionale. Fu sempre nei campionati di quell'anno che si fece notare per la prima volta il diciottenne Augusto Rado, grande talento dotato di un gioco rapidissimo e spettacolare, forse sarebbe divenuto un grande campione se non fosse incorso in un misterioso trauma che lo costrinse a giocare solo con i colpi della parte sinistra del corpo fino, addirittura, a farlo servire con il rovescio. 
  

  5.4 Giovanni Palmieri, il primo campione povero.  

Durante la gestione fascista ebbe modo di emergere il primo forte giocatore non proveniente da ambienti nobili, o per lo meno ricchi, Giovannino Palmieri. I primi risultati li ebbe solo a venticinque anni, ma fin da bambino aveva passato la vita sui campi del Parioli come raccattapalle, fino a diventarne custode ed allenatore. Il continuo contatto con i migliori giocatori italiani fece migliorare costantemente la sua tecnica. Fu il presidente Lessona a scoprirlo, a riqualificarlo come dilettante e a lanciarlo nel circuito internazionale. A livello nazionale fu il dominatore dei campionati italiani dal 1932 al 1936. Giocò in Coppa Davis solo nel 1932, perché poi fu introdotta appositamente contro di lui, una nuova norma per la quale i giocatori ex professionisti non potevano più giocarci. Questo fu solo uno dei tanti colpi bassi inferti dall'aristocrazia tennistica ai giocatori di bassa estrazione che in quegli anni cominciavano ad emergere. L'anno dell'ultima vittoria di Palmieri ai campionati italiani fu anche quello in cui vennero interrotti gli Internazionali d'Italia su ordine del partito, ormai impegnato nella fase prebellica. L'anno successivo iniziò il rapido declino della carriera di Giovannino. 
  

  5.5 I migliori e le migliori degli anni pre bellici.  

All'egemonia incontrastata di Palmieri seguì un periodo in cui molti giocatori lottavano ad armi pari, tra questi ricordiamo i vincitori dei campionati nazionali: Valentino Taroni (1937), Vanni Canepele (1938,1939), Marcello Del Bello (1940), Gianni Cucelli (1941), Francesco Romanoni (1942). 
Tra questi fu Romanoni a possedere il miglior talento tennistico, ma le vicissitudini storiche non gli permisero di diventare un campione a livello internazionale, comunque fu il miglior italiano dal 1940 al 1943, anche lui come Palmieri era di bassa estrazione sociale. Fu il 1942 l' ultimo anno dei campionati italiani del periodo bellico. 

In campo femminile, oltre Lucia Valerio che concluse la sua attività nel 1936, emerse Vittoria Tanolli, forse il miglior talento dopo quello della Valerio, che vinse i campionati nel 1936 e nel 1940. La vincitrice delle ultime due edizioni del periodo bellico fu Annaliese Ullstein che è tuttora l'unica italiana ad essere riuscita ad entrare tra le prime dieci del mondo. 
  

  5.6 Stime relative ai praticanti tennis nel periodo 1935 - 1942.  

Molto interessante il grafico che il giornalista N.Porro (NOTA 1) riporta nel suo ultimo libro (1995). Grazie ad una stima sono riusciti a ricostruire l'andamento del numero di praticanti tennis nel periodo che va dal 1935 al 1942. Come vediamo con l'approssimarsi della guerra il numero di tennisti va progressivamente diminuendo fino quasi a rischiare "l'estinzione" nel 1940. 
 

Stime relative ai praticanti tennis nel periodo 1935-1942 (N.Porro, 1995)
 

Se Mussolini, con la sua giovane passione per il tennis, nel primo periodo della sua dittatura rese il tennis più popolare di quanto non lo era precedentemente (ricordiamo a questo proposito la costruzione del Foro Italico), in seguito, "con la sua passione per la guerra", fece quasi scomparire questo sport dal nostro paese. 
  

  Capitolo 6 : Dal dopoguerra al boom economico.  

6.1 Gli anni della guerra.  

I campionati italiani e in generale tutte le attività della federazione furono ovviamente interrotte nel 1943 e 1944. Già nel settembre del 1945 però, con un grande sforzo organizzativo, si ripresero a giocare gli assoluti. Durante la guerra la FIT fu trasferita a Milano e li rimase anche nel dopoguerra. Il presidente in quei terribili anni fu Alberto Vaselli, ma dato il periodo, poco poté fare per lo sport. Il primo presidente del dopoguerra fu Aldo Tolusso, (1946), il quale gestì la federazione, nonostante il periodo travagliato, con fair-play e indulgenza verso i giocatori. 
  

  6.2 Gianni Cucelli e i fratelli Del Bello.  

Fu Gianni Cucelli il campione italiano del dopoguerra, egli era di Fiume, aveva già vinto gli assoluti nel 1941 e si riconfermò dal 1945 al 1948 nel singolare e dal 1946 al 1948 vinse anche il doppio. Aveva uno gioco personalissimo, stilisticamente non bello, ma efficace. Fu un grande atleta e un gran lottatore, giocava soltanto per vincere e per questa sua determinazione fu anche il beniamino del pubblico. In campo internazionale vinse grandi partite contro i primi giocatori del momento, ma fu molto discontinuo. Insieme a Cucelli bisogna ricordare i fratelli Del Bello, in particolare Marcello che fu il valido antagonista e compagno di Coppa Davis di Gianni. Marcello aveva un bel gioco ma il suo difetto era nel carattere, timido, introverso, pavido, tanto da essere soprannominato "lacrima". Insieme Cucelli e del Bello vinsero la zona Europa della Davis nel 1949, sul due a due Gianni vinse uno storico incontro su Bernard rimontando da due set a uno e lasciandogli solo un gioco negli ultimi due set. I campionati del 1949, data anche l'assenza di Cucelli e Del Bello, furono vinti ancora, dopo dieci anni, da Canepele. L'anno successivo il vincitore fu Rolando Del Bello proprio sul fratello, che uscì dal campo in lacrime. In campo femminile continuò il dominio di Annelies Ullstein che vinse ancora gli assoluti nel 1946 e nel 1949. Un' altra vincitrice di quegli anni fu Bossi Lucia Manfredi. 
  

  6.3 Fausto Gardini, l'idolo della folla.  

Al campione Cucelli, ormai al tramonto, seguì un altro campione, Fausto Gardini. Egli esplose già nel 1951, quando contro ogni previsione vinse i campionati italiani. A chi all'epoca parlò di vittoria casuale e isolata, Gardini rispose vincendo gli assoluti per altri quattro anni consecutivi, eguagliando il record di Palmieri. La tecnica di Gardini era al quanto approssimativa e il suo stile assolutamente sgraziato, il suo colpo migliore era il dritto giocato in maniera del tutto personale. La sua vera forza però era la resistenza nervosa e fisica unita ad un enorme capacità di soffrire e a notevoli doti di recupero. Anche lui come Cucelli entrando in campo aveva come parola d'ordine "vittoria" e per raggiungerla era disposto a tutto, anche a barare. Nel suo circolo milanese, era praticamente imbattibile, aiutato anche da un tifo e da giudici assolutamente scorretti. In campo internazionale Gardini guidò per due volte la squadra italiana alla vittoria nella zona europea della Coppa Davis, nel 1952 con Cucelli e Del Bello riuscendo a lottare ad armi pari sull'erba contro gli U.S.A nella finale interzone. E nel 1955 con Merlo, Pietrangeli e Sirola, in questo caso la sconfitta nella finale interzone fu secca. Sempre nel 1955 Gardini si sposò e decise di ritirarsi, aveva solo venticinque anni. Riprese successivamente l'attività nel 1961 e riuscì ancora a vincere per due volte gli assoluti, battendo in entrambe le occasioni Nicola Pietrangeli. Sempre nel 1961 Partecipò di nuovo alla Coppa Davis, battendo a Milano in un indimenticabile incontro lo svedese Ulf Schimidt. 

In quell'occasione il pubblico, ma soprattutto l'arbitro, furono così di parte e scorretti, che fu proprio dopo quel match che la Federazione Internazionale decise che in Davis il giudice arbitro doveva essere di nazionalità neutrale. 
Un grande merito di Gardini, anche grazie al suo incredibile carattere, fu quello di divenire un idolo della folla, facendo conoscere e apprezzare il tennis ad un grandissimo numero di persone, ma sempre grazie a lui si rafforzo nel mondo l'immagine che vedeva il pubblico italiano rumoroso e disonesto. 
  

  6.4 Beppe Merlo, l'eterno secondo.  

Gardini ebbe un valido rivale in Beppe Merlo, ma le loro battaglie sul campo si risolvevano sempre con la vittoria del primo; solo dopo il primo ritiro di Fausto, Merlo riuscì ad emergere a livello nazionale. Merlo diventò un buon giocatore non tanto per passione, quanto per tentare di risolvere i suoi problemi economici. Come Gardini aveva uno stile personalissimo e non bello , il suo colpo migliore era il rovescio a due mani, (uno dei primi visti nel circuito anche se molto diverso da quelli moderni), un altra sua particolarità era quella di tenere la racchetta per colpire il dritto a metà manico; il suo colpo più debole era il servizio, però aveva una grande resistenza fisica. Al contrario di Gardini che sul campo arrivava ad essere cattivo, Merlo fu un giocatore umile remissivo e persona molto tranquilla; questo suo atteggiamento anzichè portargli antipatie da parte del pubblico italiano, ebbe l'effetto contrario e infatti fu sostenuto dal suo pubblico quasi come lo stesso Gardini. Merlo conquistò per quattro volte gli assoluti, nel '57 in finale sconfisse Pietrangeli, nel '58 Sirola, conquistò ancora il titolo nel '60 e '63. Ottenne buoni risultati anche a livello internazionale, arrivò due volte in semifinale a Parigi e perse in una storica finale al Foro Italico proprio da Gardini; riuscì inoltre a battere quasi tutti i grandi nomi dell'epoca, tra cui Drobny, Seixas, Patty. 
  

  6.5 Un grande talento, un grande campione: Nicola Pietrangeli.  

Sempre nei primi degli anni '50 comincia a splendere la stella più luminosa che il tennis italiano abbia mai avuto, Nicola Pietrangeli. Una conferma di livello internazionale a questa forte affermazione viene dal fatto che Pietrangeli è l'unico italiano che è stato ammesso nell'Hall Of Famme di Newport dove sono presenti tutti gli immortali del gioco. Nicola nasce a Tunisi da una famiglia benestante, il padre era italiano mentre la madre era nata in Russia. Ad avvicinare Pietrangeli al tennis non fu la passione per il gioco, ma fu il padre che, letteralmente, lo trascinò sui campi in terra. La sua indole era e rimase profondamente pigra, inoltre Pietrangeli da ragazzo preferiva di gran lunga il calcio al tennis; fu solo l'insistenza e la costanza del genitore a far emergere quel grandissimo talento da campione predestinato che aveva. La sua carriera fu brillante lunga e piena di soddisfazioni ma il suo carattere, la sua indifferenza verso il gioco, il suo amore per la bella vita non gli permisero di raggiungere tutti i traguardi che avrebbe potuto ottenere; essenzialmente la sua fu mancanza totale di professionismo, preferì sempre una serata in discoteca ad una seduta di allenamento o a un buon riposo prima di una partita. A questa sua mancanza di dedizione al gioco supplì una naturale e straordinaria solidità atletica che gli permetteva di sfruttare al massimo tutte le sue energie rendendolo instancabile. Una volta prima di una finale contro l'australiano Bowrey giocò un ora a pallone nel prato di una villa di proprietà della moglie del giornalista ed ex tennista Gianni Clerici a Bellaggio, dopodiché si fece trainare do un motoscafo per alcuni chilometri fino ad un famoso ristorante dove mangiò per due, infine sempre sugli sci sbarcò a Como dove distrusse il povero australiano. La sua solidità atletica era seconda solo al suo senso della palla e alle sue incredibili doti di giocoliere; queste sue caratteristiche gli permettevano, anche in condizioni atletiche appena sufficienti, di esprimere il suo miglior tennis. Pietrangeli non fu mai un attaccante, ma era un grande incontrista, possedeva inoltre dei passanti straordinari la cui direzione ere difficilissima da interpretare per i suoi avversari, infine competere con lui in regolarità, specie sul rosso, era il più delle volte improponibile. A diciotto anni Nicola si trovò a dover scegliere tra la nazionalità italiana e quella francese, ma la sua vita e forse anche la sua indole erano romane tanto che la possibilità di non preferire l'Italia fu probabilmente solo teorica. Il primo risultato del giovane Pietrangeli fu la conquista del titolo italiano juniores a diciotto anni nel 1951. A questo seguì nel '54 la conquista del primo titolo di doppio negli Assoluti in coppia con Giorgio Fachini, questo fu il primo di una innumerevole serie di titoli italiani che Pietrangeli vinse in doppio, anche se non fu con il suo storico compagno Orlando Sirola. 
  

  6.6 Orlando Sirola, grande giocatore di Davis. 

Qui è necessario aprire una parentesi su questo importante nome del tennis italiano; Sirola iniziò presto ad impugnare la racchetta con promettenti risultati, però sfortunate circostanze causate dai tempi di guerra lo tennero lontano dai campi per diversi anni. Solo nel 1951 riprese la racchetta in mano, ad un'età, quella di ventitré anni, in cui iniziare a giocare e diventare competitivi era ed è molto difficile, ma Sirola fu l'eccezione alla regola. In breve passò dalla terza alla prima categoria, già nel 1955 fu inserito come doppista nella squadra di Davis dove, fino al suo ritiro, mantenne il suo posto in doppio, in più di un occasione giocò anche come singolarista e diede spesso contributi fondamentali alle numerose vittorie dell'Italia in quegl'anni. Sirola, alto quasi due metri, era un gigante del tennis, aveva nei suoi colpi una potenza straordinaria e aveva un buon gioco d'attacco; il difetto che non gli permise mai di diventare molto forte come singolarista a livello internazionale era la sua scarsa mobilità causata anche dalla sua mole, comunque anche in singolare ebbe i suoi buoni momenti, riuscì a raggiungere le semifinali al Roland Garros e specialmente in Davis riuscì quasi sempre a dare il meglio. Questi due grandi tennisti insieme formarono il più forte doppio che il tennis italiano ricordi, vinsero il titolo italiano dal 1955 al 1965 con la sola eccezione del 1961, in Davis furono per lungo tempo imbattibili, in particolare nella zona europea dove vinsero trentadue incontri consecutivamente, e ve ne disputarono la bellezza di quarantuno. Nel 1959 vinsero il Roland Garros e furono finalisti a Wimbledon nel 1956. 
  

  6.7 Le grandi vittorie di Pietrangeli.  

Come singolarista Pietrangeli vinse gli Assoluti per la prima volta nel 1958, successivamente si riconfermò campione italiano in altre sei edizioni e l'ultima vittoria fu nel 1969. A livello internazionale fu tra i primi del mondo, il suo massimo lo raggiunse nel biennio 1959, 1960 quando vinse per due volte a Parigi, in quel periodo fu il più forte giocatore sulla terra al mondo. Arrivò ancora in finale al Roland Garros nel 1961, dove perse in una storica partita contro Emilio Santana nella quale condusse per due set a uno, fu ancora in finale nel 1964; inoltre vinse per due volte gli internazionali d'Italia ed è tuttora l'unico italiano ad aver raggiunto le semifinali a Wimbledon. Un altro splendido capitolo della carriera di Nicola è stato la Coppa Davis, egli cominciò a far parte della squadra dal 1955 e ne fu il punto di riferimento fino al suo ritiro nel 1970. Ovviamente oltre che in doppio con Sirola, ebbe anche un ruolo fondamentale come singolarista, intorno a lui si formarono diverse squadre e si avvicendarono diversi compagni, come Merlo, Gardini, Sirola, Maioli, Tacchini. In particolare arrivò alla finale interzone nel 1955,'56,'58,'59, e addirittura al Challenge Round nel 1960 e '61, Pietrangeli detiene inoltre il record assoluto di incontri disputati in Coppa Davis, ben 164 di cui 110 come singolarista. 
  

  6.8 1960, il primo Challenge Round.  

Fu nel 1960 che arrivammo ad un passo dalla coppa e non fu tanto la sfortuna a non farci vincere quanto una federazione non certo all'altezza dei suoi giocatori, che comunque avevano molto bisogno di una buona guida. La finale interzone era contro gli Stati Uniti e si giocò fuori casa. Quell'anno la squadra si riassumeva in due nomi, Pietrangeli e Sirola, i nostri giocatori erano assistiti da Jaroslav Drobny e furono raggiunti solo all'ultimo momento dal capitano Vanni Canepele perché il cassiere della Federazione solo all'ultimo gli fece il biglietto. L'incontro iniziò subito con due sconfitte, anche se quella di Pietrangeli contro Mc Kay fu molto sfortunata, addirittura Nicola giocò ben otto match points e dopo l'interruzione per la notte perse 11/13 al quinto. I nostri rientrarono in gara vincendo il doppio e Pietrangeli pareggiò in un altro incredibile match di cinque partite. Il punto decisivo sarebbe stato un vero e proprio scontro tra Titani, infatti sia Sirola che Mc Kay erano alti quasi due metri e basavano il loro gioco sulla potenza. In quell'occasione l'americano, allibito, trovò qualcuno che tirava più forte di lui e non riuscì a conquistare nemmeno un set. Ovviamente a questa grande vittoria seguirono grandi festeggiamenti, però non sembrerà esagerato considerarli eccessivi sapendo che durarono fino alla vigilia della finalissima che si disputò a Sydney solo due settimane dopo; ancor più grave fu l'attiva partecipazione al lungo party da parte dell'allenatore Drobny che, invece di responsabilizzare i giocatori, era ben felice di bere con loro. Due settimane bastarono a Sirola per perdere la sua magnifica forma e l'amarezza cresce ricordando che Hop, l'allenatore australiano, decise di schierare Fraser decisamente fuori forma. Persi i primi due singolari, Pietrangeli da Laver, persero anche il doppio da una coppia che avevano dominato poche settimane prima; ad incontro risolto Nicola dimostrò battendolo Fraser l'effettiva cattiva forma dell'australiano, ma era tardi. 
  

  6.9 Arriviamo di nuovo alla finale di Davis. 

Anche nel 1961 si arrivò alla finalissima, ma in condizioni completamente diverse. Sirola aveva dei problemi al braccio e venne sostituito in singolare da Gardini rientrato proprio quell'anno nel circuito, già nella fase europea rischiammo di perdere a Monaco e nell'incontro contro la Svezia tenutosi nella Milano di Gardini, dove il fattore campo fu fondamentale. Nella finale interzone incontrammo ancora gli U.S.A., questa volta però schierarono una squadra di riserve e l'incontro si svolse a Roma; nonostante la favorevole situazione rischiammo di perdere, anche grazie al nuovo allenatore Migone non certo migliore di Drobny; anche qui fu fondamentale il fattore campo e in particolare qualche giudice di linea un "po'" di parte. La finalissima, fu sempre contro l'Australia, ma non ci fu praticamente partita e perdemmo cinque a zero. L'anno successivo si ritentò la scalata alla finalissima, ma se i giocatori erano sempre gli stessi il loro tennis no e così fummo eliminati malamente dalla Svezia. Nel 1963 Gardini si ritirò definitivamente e con lui Sirola, Pietrangeli all'età di trent'anni si trovò praticamente da solo a difendere i colori italiani e non fu certo sufficiente. 
  

  6.10 Niente di buono dal tennis femminile.  

Purtroppo bastano poche righe per raccontare le vicissitudini del tennis femminile di quegli anni, che al contrario di quello maschile che ottenne buoni risultati, non ottenne nessun risultato di livello internazionale. In campo femminile la nostre giocatrici erano ancora nella situazione di dover imparare come autodidatte, costruendosi in questo modo un tennis a dir poco artigianale; se le scuole maschili erano insufficienti e poco aggiornate, quelle femminili erano praticamente inesistenti. Questa situazione fece sì che le giocatrici di spicco a livello nazionale non erano assolutamente competitive fuori dai confini. 
  

  6.11 Le piume di Lea Pericoli, le avventure di Silvana Lazzarino.  

Non si può comunque proseguire senza ricordare le due giocatrici che caratterizzarono il tennis italiano dell'epoca: Lea Pericoli e la sua compagna di doppio nonché amica inseparabile Silvana Lazzarino. La Pericoli in Italia non ebbe rivali e vinse innumerevoli volte gli assoluti, però il suo tennis da autodidatta basato sull'antica arma del pallonetto non era proprio sufficiente in competizioni internazionali; nonostante ciò riuscì a conquistare una notevole notorietà all'estero, specialmente nel Regno Unito; grazie alle sue arditissime e sconvolgenti mise fatte di piume, pizzi, tulle e lamé, otteneva sempre la prima pagina dei tabloid inglesi la domenica prima dell'inizio della competizione. La Lazzarino non fu meno forte della sua amica, come la Pericoli amava l'arma del pallonetto, era piccola e velocissima e anche lei non era nota solo per il suo gioco ma anche per i suoi grandi amori nel mondo del tennis. Insieme formarono un doppio affiatatissimo, sicuramente più forte e competitivo del loro rispettivo valore come singolariste; a Roma riuscirono a battere coppie straniere sulla carta infinitamente più forti di loro. Solo nel 1963 nasce una competizione femminile a squadre equivalente alla Coppa Davis chiamata Federation Cup, anche se ha regole e modalità molto diverse; le nostre amazzoni vi parteciperanno dalla prima edizione, ma non andranno mai oltre i quarti. 
  

  Capitolo 7 : La prima crisi del tennis italiano: qualche commento d'epoca.  

7.1 L'Italia si trova improvvisamente senza campioni.  

Teoricamente la Federazione, consapevole che i campioni non durano per sempre, durante gli anni costellati dai successi di Pietrangeli, Sirola e Gardini avrebbe dovuto preparare il terreno affinchè si creassero le condizioni adatte per la nascita e la crescita di una nuova generazione di buoni tennisti, invece si comportò come se i campioni di allora dovessero durare per sempre. Si passò così da anni molto brillanti, quasi eccezionali, ad anni se non bui almeno mediocri, nel giro di un biennio. A questo punto per poter provare a capire quello che successe in quegli anni è necessario aprire una finestra su quella che era la reale situazione del tennis in Italia sia considerando il livello tecnico che le strutture. 
  

  7.2 De Stefani, un nobile presidente ancorato al passato.  

Presidente della Federazione per tutta "l'era Pietraangeli" fu uno dei grandi campioni del passato, Giorgio De Stefani. Egli fu a capo della FIT sia negli anni di gloria sia in quelli di crisi. Fu eletto nel 1956 durante un assemblea tenutasi a Verona, nella quale si decise anche di trasferire la Federazione da Milano, sede della FIT nel periodo bellico, a Roma. De Stefani, grande tennista ai suoi tempi, fu forse meno adatto al ruolo di Presidente; persona di grande stile e molto volenterosa basava le sue decisioni su idee forse nobili ma assolutamente fuori dalla realtà. Considerò la creazione di un'associazione dei giocatori come uno schiaffo da parte di questi, osteggio fino all'ultimo l'avvento del tennis open, cioè aperto ai professionisti, quando era più che evidente che un tennis dilettantistico non aveva più senso; inoltre consapevole che non c'era alcun nome per sostituire i campioni dell'epoca, non fece di più che chiedersi come mai molti giovani sembravano molto promettenti agli inizi e poi, puntualmente, si perdevano per strada, senza andare ad analizzare a fondo le ragioni del perchè questo avveniva. 


 

     7.3 Una Federazione a conduzione familiare.Un Presidente con tali caratteristiche era perfetto per la Federazione di allora che avremmo potuto definire a "conduzione familiare". I nostri dirigenti, spesso buoni giocatori ai loro tempi, erano fermi alla realtà degli anni 30 e 40 sia riguardo la tecnica di gioco sia la struttura organizzativa. Gianni Clerici in un articolo del 1963 si domandava come avrebbero impostato i nostri dirigenti una discussione riguardo la struttura e le nuove tecniche di gioco delle due più importanti scuole dell'epoca, quella U.S.A. e quella Australiana, sicuro della loro assoluta ignoranza sul tema. Sottolineava inoltre l'assurdità di come dirigenti nazionali non sentissero affatto la necessità di andare a vedere cosa succedeva nei templi del gioco quali Wimbledon e Forest Hills. Un altro esempio sulla "qualità" della struttura federativa si intuisce dai contenuti delle annuali assemblee nazionali della FIT, la quali di solito si riducevano ad un incontro tra vecchi amici e come tali tutti insieme approvavano la relazione del presidente di turno senza critiche o commenti. In particolare nella diciannovesima assemblea della Federazione tenutasi nel 1963, anno in cui la crisi era stata toccata con mano, il presidente trovò il modo di rallegrarsi perché nell'ultimo anno il numero dei campi era aumentato di quasi un centinaio e anche il numero dei soci dei club era aumentato, dando poca importanza alla stabilità del numero di tesserati che rimanevano intorno alla esigua e quasi ridicola cifra di 10.000. Inoltre nella stessa assemblea non ci fu alcuna proposta concreta per affrontare la crisi in corso, ma fu ritenuto sufficiente continuare a lavorare, magari con più impegno, sulla strada già tracciata. 
     7.4 Qualche commento d'epoca.  

Il giornalista Bruno Tucci, sempre nel 1963, a seguito della drammatica sconfitta contro la Svezia in Coppa Davis, scriveva chiaramente quella che era, secondo lui, la reale situazione del nostro tennis: "Non c'è da meravigliarsi se non abbiamo più campioni, perché con l'attrezzatura tennistica che si ha in Italia non potevamo sperare ancora nella fortuna che già in passato ci aveva più volte baciato."..."è da poco che la nostra federazione a aperto gli occhi e a tentato di far apprezzare il nostro tennis, è da poco che sono stati istituiti dei veri e propri corsi per ragazzi. Fino a qualche anno fa queste iniziative non si conoscevano, non venivano nemmeno prese in considerazione. Ecco perché diciamo che il nostro tennis non è in crisi, diciamo piuttosto che è rientrato nei ranghi, che oggi occupa il posto che merita."..." ci si è svegliati troppo tardi dal lungo torpore, si è vissuto per anni sul velluto credendo forse che Pietrangeli e Sirola fossero immortali." (NOTA 2)  

Della stessa opinione era un' altro giornalista, Alberto Ballarin, che scriveva: "Un grande campione solitamente è l'espressione di una scuola, il miglior prodotto di una generazione folta e ben addestrata, l'esponente principale che ha però alle spalle dei validissimi rincalzi. Ciò avviene in ogni nazione; prova ne sia che l'Australia e Gli Stati Uniti non soffrono quando grandissimi tennisti come Rosewall, Hoad o Trabert, abbandonano l'agonismo dilettantistico e si dedicano al professionismo. In Italia, invece, dove non esistono vivai degni di questo appellativo, dove non ci sono scuole organizzate e dove i giovani sono abbandonati a loro stessi, il fatto che sboccino campioni come Pietrangeli ha del miracoloso."..." Crisi di campioni d'accordo, ma anche e soprattutto crisi di idee, di organizzazione, di dirigenti."..." il tennis, in Italia, è sport ancora riservato a pochi, anche se in sicuro progresso: gli appassionati del tennis sono infatti poco più di diecimila e soltanto un cinque per cento di questi si dedica a competizioni regolari, a tornei e a campionati di categoria, muovendo un capitale complessivo che neppure sfiora il mezzo miliardo. Non ci sono scuole per giovanissimi (intendiamo scuole sovvenzionate dalla FIT), le nuove leve sono curate in maniera approssimativa." (NOTA 3) 
  

  7.5 Mancanza di campioni? Adottiamo uno straniero.  

Col passare degli anni la crisi si fece sempre più seria e le colpe sempre più evidenti, così la Federazione non sapendo più cosa fare pensò bene di giocare la carta dello straniero: adottò in fretta e furia Martin Mulligan, un forte giocatore australiano trasferitosi in Italia, ma questo non proprio ortodosso espediente non portò alcun risultato, almeno per quanto riguarda la Coppa Davis, competizione in cui il giocatore non si trovò assolutamente a suo agio non ottenendo così alcun risultato. 
  

  7.6 A Formia il primo Centro Tecnico Nazionale.  

Un altro dei suoi poco riusciti tentativi di rilanciò del nostro tennis la FIT lo fece aprendo un college federale a Formia nel quale sarebbero dovute entrare le migliori promesse del nostro tennis e uscire dei veri campioni. L'idea era quella di un isola felice fuori dal mondo dove far crescere e maturare nuovi campioni, un idea assolutamente fuori della realtà in uno sport in cui prima ancora di imparare la tecnica bisogna saper affrontare la fortissima e prolungata tensione nervosa di una vera partita o peggio di un intero torneo. 

Se poi questa idea è realizzata con strutture insufficienti (due soli campi), con gruppi troppo numerosi e selezionati ad un età troppo alta, se la preparazione atletica è la stessa indipendentemente dalle diverse caratteristiche fisiche dei giocatori, se infine gli allenatori e in particolare il direttore tecnico Mario Belardinelli non sa nulla del tennis giocato nel mondo negli ultimi quindici anni, allora non ci stupiamo se da Formia non uscirono molti campioni. 

A questa drammatica situazione bisogna poi aggiungere la confusione che regnava a livello mondiale grazie all'insensata divisione tra tennis dilettantistico e professionistico. Questa situazione aveva in particolare l'effetto di non dare prospettive economiche sicure o per le quali valeva la pena rischiare a chi si avvicinava seriamente al gioco, scoraggiando molti a continuare. 
  

  7.7 Due onesti giocatori nel periodo di crisi.  

Gli unici due giocatori che in questo periodo di crisi si fecero notare, almeno a livello nazionale, furono Giordano Maioli e Sergio Tacchini, giocavano sicuramente un onesto tennis, buono per le competizioni riservate ai connazionali ma non certo competitivo fuori dai nostri confini, la conferma sta nel fatto che, nonostante l'età, Nicola rimase il numero uno italiano fino al 1970. Delle due nuove leve solo Maioli riuscì a vincere un titolo italiano, proprio contro Pietrangeli nel 1966, togliendogli la possibilità di migliorare il record di 5 vittorie consecutive detenuto da Gardini e Palmieri. Nicola comunque, anche negli ultimi anni della sua lunga e brillante carriera, anche se meno solido e potente, continuò a giocare un buonissimo tennis, anzi riuscì quasi completamente ad eliminare quei cali di rendimento improvvisi che lo caratterizzavano. De Stefani lasciò la presidenza nel 1969, a lui subentrò Gigi Orsini, purtroppo però anche se il nome era cambiato la mentalità rimase la stessa. Per avere di nuovo risultati non rimase che attendere una nuova situazione astrale favorevole e questo avvenne solo negli anni settanta con l'avvento di Adriano Panatta. 
  

  8 L'era open e gli ultimi anni di gloria.  

8.1 Il difficile passaggio dal dilettantismo al professionismo.  

Il 1968 fu un anno molto importante per il tennis mondiale, finalmente alcuni tornei organizzati dalle varie federazioni nazionali furono aperti ai tennisti professionisti oltre che ai dilettanti, iniziava l'era Open. Fino a quell'anno il tennis mondiale era diviso in due distinti circuiti, quello dilettantistico che comprendeva tutti i più importanti tornei tra cui quelli dello Slam e quello professionistico. Questa distinzione nel tempo aveva portato a forti storture nella struttura del gioco a livello internazionale e nazionale. Innanzi tutto non era possibile avere dei campioni assoluti di livello mondiale, inoltre qualsiasi giocatore di livello internazionale, anche se dilettante, per rimanere tale ormai doveva passare la gran parte del suo tempo sui campi e se molti lo facevano non era certo solo per la gloria, nella realtà i dilettanti di un certo livello esistevano solo di nome; addirittura la Federazione Internazionale aveva creato, per evitare fughe verso il professionismo, una particolare categoria di dilettanti che potevano ricevere premi. Queste due problematiche risultano ancora più evidenti facendo un paio di esempi: se è vero che Pietrangeli ha ottenuto risultati tali da essere considerato il miglior tennista italiano di sempre, è anche vero che lui non ha mai dovuto e potuto incontrare alcuni dei più forti tennisti della sua epoca, tra cui nomi del calibro di Rosewall, Hoad, Trambert, perché professionisti. Una volta sempre al nostro campione gli fu chiesto di passare al professionismo assicurandogli un contratto di oltre trenta milioni più i premi in un anno e lui rifiutò, come dilettante guadagnava molto di più. Successivamente, in pochissimi anni tutti i tornei diventarono Open e quindi svanì la distinzione tra dilettanti e professionisti, più esattamente il tennis divenne uno sport di professionisti. Adriano Panatta si affaccia alla ribalta nazionale due anni dopo l'inizio dell'era Open, nel 1970. 
  

  8.2 Il passaggio di consegne tra Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta.  

In quell'anno di inizio decennio tra Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta ci fu un vero e proprio passaggio delle consegne: i due si trovarono di fronte nella finale dei Campionati Italiani che si giocò nel campo centrale del Virtus Bologna il 27 settembre. In quella partita, che forse fu la più bella finale giocata negli assoluti, attraversando la rete si faceva un salto di diciasette anni, il giovane di belle speranze si incontrava con il vecchio campione che non voleva mollare quello che ormai riteneva suo. Fu un match mozzafiato rimasto aperto fino all'ultimo minuto, addirittura nel quinto set Pietrangeli si trovò avanti per quattro a uno, alla fine però si dovette arrendere alla giovane vitalità del suo avversario. Pietrangeli però pieno ancora di energie e voglia di vincere non si diede per vinto e l'anno dopo era ancora la, in finale, pronto a riprendersi quello che ero stato suo; Panatta però non aveva nessuna intenzione di lasciare quel titolo che aveva appena conquistato e dopo un anno di esperienza era ancora più sicuro dei suoi mezzi. In quella finale Nicola lottò su ogni colpo, voleva vincere a tutti i costi, riuscì ancora a portare Adriano al quinto, ma ancora e questa volta definitivamente dovette arrendersi alla superiorità di Panatta e forse più che a questa al tempo. 
  

  8.3 Due generazioni nella stessa squadra.  

Tra i due campioni non ci fu solo rivalità ma furono anche compagni di squadra in Coppa Davis nel 1970; in quell'incontro, per un errore di formazione del capitano Sirola, (non schierò in doppio Panatta insieme a Pietrangeli), perdemmo per tre a due contro la Cecoslovacchia al primo turno. I due campioni si trovarono ancora insieme l'anno successivo per un, veramente infelice, incontro con la Jugoslavia: Adriano perse un match contro Tiriac in cui era favorito, da questo scaturirono forti contrasti tra lui e Sirola che, per la prima volta nella storia della Davis italiana, decise di rispedirlo a casa prima della fine dell'incontro. Alla fine dello stesso anno, permesso anche dalle dimissioni di Sirola da capitano, Panatta e Pietrangeli si ritrovarono per disputare la Coppa Del Re dove, grazie anche all'inedito doppio Adriano - Nicola e a ancora brillanti prestazioni del nostro vecchio giocatore, vincemmo la coppa. Pietrangeli si ritirò definitivamente l'anno successivo, dopo aver disputato il suo ultimo incontro in Davis a Bucarest in doppio proprio con Panatta; anche in questa occasione come nelle precedenti Adriano giocò sotto le sue possibilità e perse incontri in cui era nettamente favorito. 
  

  8.4 I primi passi di un futuro campione.  

Adriano Panatta nasce a Roma nel '50 e, più che lui a scegliere il tennis, fu il tennis a scegliere lui, un po' come era accaduto a Pietrangeli precedentemente. Il padre faceva il factotum al tennis Parioli, fu così naturale per lui diventare raccattapalle del circolo e anche se quel gioco non lo entusiasmava più di altri era sua consuetudine giocare e il più delle volte vincere con i suoi giovani amici. Nello stesso circolo ebbe l'occasione di far notare il suo grande talento e di trovare insegnanti adeguati per la sua crescita come giocatore. Cresciuto viziato e coccolato dai genitori, Adriano ebbe come suo grande limite un carattere pigro e incapace di sacrifici e se a questo aggiungiamo che non si innamorò mai del suo sport è facile capire come mai la sua permanenza nei vertici internazionali fu così breve. Adriano fu inoltre uno dei primi giocatori promettenti ad allenarsi nel centro tecnico di Formia. A questo proposito bisogna dire che nei primi anni di attività da Formia uscirono buoni giocatori tra i quali spicca il nome di Panatta; purtroppo però a questi primi positivi risultati (facilitati dal talento naturale dei giovani selezionati) non ne seguirono più altri. 
  

  8.5 Si ritira Pietrangeli, ma arrivano i rinforzi.  

Fortunatamente dopo il ritiro di Pietrangeli arrivarono giovani e valide leve a sostenere Panatta nella difesa dei colori italiani, in particolare negli incontri di Davis. Il primo dei rinforzi fu Paolo Bertolucci il quale, avendo come padre un maestro di tennis si trovò indipendentemente dalla sua volontà, come accadde a Panatta, con la racchetta in mano fin da bambino. Paolo riuscì ad apprendere dal padre uno splendido stile anche grazie al suo talento naturale, purtroppo però il padre non riuscì a trasmettergli ne il suo fisico da atleta ne la voglia di sacrificarsi negli allenamenti, considerata poi la sua passione per la buona tavola non fu mai in grado di giocare ad alti livelli in singolare come avrebbe potuto, fu comunque un ottimo doppista. Fu proprio Bertolucci a sostituire Pietrangeli nel singolare in Davis e dopo il ritiro del vecchio campione giocò anche il doppio con Panatta; già nel '74 dovette cedere il posto da singolarista ad un giocatore di superiore tenuta atletica e solidità, Corrado Barazzutti. Corrado, di tre anni più giovane di Panatta, non possedeva la classe di Bertolucci ne tantomeno quella di Panatta, aveva però quello che a loro mancava: la solidità atletica, la voglia di sacrificarsi, la continuità. Giocò molto bene sia in Davis che nel circuito internazionale, nella prima ottenne risultati in percentuali migliori di quelli di Panatta, mentre nello Slam arrivò in semifinale a Parigi ed è l'unico italiano ad aver raggiunto le semifinali negli U.S. Open. L'ultima delle giovani promesse fu Tonino Zugarelli il quale, però, anche se coetaneo di Panatta ci mise qualche anno in più per emergere. Zugarelli era un valido atleta e sul campo si muoveva benissimo, purtroppo non riuscì a sfruttare al meglio le sue ottime potenzialità a causa di una piccola ma fondamentale menomazione fisica, Tonino infatti aveva perso la falange del pollice e se questo difetto era compensabile sul rovescio e sulla battuta, non lo era per il dritto. Questo problema fu parzialmente superato da Zugarelli inventando un colpo personalissimo che consisteva nel colpire la palla a mezzovolo con un movimento rapidissimo e con un determinante aiuto delle ginocchia; questo colpo però doveva essere giocato senza esitazione ne paura cose che nel tennis è difficile tenere lontano. 

Per queste sue caratteristiche fu riserva in Davis per parecchi anni, a parte l'eccezione del 1973, per poi riuscire spesso a farsi largo e a conquistare il posto in singolare, specialmente sulle superfici veloci che preferiva al contrario dei suoi compagni, dove giocò ottime partite. 
  

  8.6 La Davis "anomala" del 1973.  

La nuova squadra di Davis ci mise qualche anno per maturare e quindi sfruttare le sue potenzialità. Se il 1972 non fu esaltante il 1973 fu un anno molto particolare: l'associazione internazionale dei giocatori per protestare contro la squalifica inflitta dalla sua federazione allo jugoslavo Pilic decise di disertare Wimbledon a meno di una revoca di quel provvedimento, questo non avvenne e oltre settanta giocatori aderirono alla protesta. Tra questi c'erano anche Panatta e Bertolucci, i quali per un altro assurdo provvedimento, questa volta della Federazione Italiana, non poterono partecipare alla Davis di quell'anno, cosicché Barazzutti, ancora non presente nelle classifiche e Zugarelli, si trovarono ad affrontare a Torino la Spagna che però non si presentò al completo essendo stati squalificati i sui giocatore di punta, Orantes e Munoz, per un analogo provvedimento preso dai dirigenti spagnoli. In quell'incontro Corrado giocò uno splendido tennis riuscendo a vincere entrambi i suoi singolari, il terzo punto venne da Zugarelli. Nella finale europea contro la Cecoslovacchia le nostre riserve non bastarono per battere una squadra in cui figurava il campione di Wimbledon di quell'anno. 
  

  8.7 Nel 1974 si tenta il bluf per vincere.  

La Davis del 1974 è da ricordare non tanto per il risultato quanto per un nuovo esempio di comportamento scorretto della nostra Federazione. Dopo aver battuto con difficoltà la Svezia a Baastad e la Romania a Mestre, avremmo dovuto affrontare il forte Sud Africa nella finale interzone fuori casa; a questo punto la nostra Federazione tentò in tutti i modi di farsi assegnare un campo neutro con la scusa che il governo non avrebbe dato il permesso di giocare in un paese non democratico e razzista. Il trucco non funzionò perché il noto giornalista Rino Tommasi scrisse un articolo in cui rivelava il bluf come tale dando la possibilità al presidente della Federazione sudafricana di presentarsi alla riunione decisiva per la definizione della sede con la traduzione di quell'articolo, dopodiché la sede scelta fu Johannesburg dove nulla vietò alla nostra squadra di andare a giocare e perdere sonoramente. 
  

  8.8 Un '75 da dimenticare.  

Nel 1975 la nostra avventura in Davis fu decisamente breve, Panatta dimostrò ancora di non riuscire a dare il meglio nel clima della Coppa. Il primo incontro era contro una modesta Francia al Roland Garros, Panatta perse malamente il suo match, passati poi in vantaggio grazie a Barazzutti e al doppio, Panatta avrebbe dovuto chiudere facilmente il suo secondo incontro ma giocò un' altra brutta partita, nella partita decisiva Corrado lottò fino al quinto contro il forte Jauffret ma perse. 
  

  8.9 Anno 1976, il migliore che si ricordi.  

Il 1976 fu un anno glorioso per il nostro tennis, il migliore che si ricordi. La serie dei numerosi successi italiani iniziò con due belle vittorie nei primi due turni di Davis, contro la Polonia a Firenze e contro la Jugoslavia a Bologna, entrambi risolti per cinque a zero, arrivata la primavera avremmo dovuto aspettare l'estate per l'incontro successivo contro la Svezia. Nell'attesa Panatta non perse tempo e realizzo la grande impresa della sua carriere da singolarista vincendo prima Roma e due settimane dopo Parigi. 
  

  8.10 Adriano espugna il Foro Italico.  

Gli Open italiani in passato ad Adriano non avevano portato fortuna, addirittura non era mai riuscito ad andare oltre il terzo turno. Però quell'anno la fortuna fu dalla sua parte e contribuì non poco, come succede spesso nelle grandi imprese. Nel primo incontro Panatta si trovò di fronte ad un buon giocatore australiano, Kim Warwick, che non solo portò il nostro eroe al quinto ma giocò ben undici match points facendoseli annullare tutti. Anche dopo lo scampato pericolo Adriano non ebbe comunque vita facile e, a parte l'incontro di secondo turno, dovette lottare molto in tutti gli incontri fino alla finale. Nell'ultimo match l'avversario era il terraiolo Guillermo Vilas che col suo gioco arrotato lo mise in grande difficoltà, ma vinto un lottatissimo primo set al tie break la partita fu in discesa. 
  

  8.11 Adriano Re di Parigi.  

Dopo la bella vittoria la Foro Italico Panatta si presentò a Parigi in forma e con grandi speranze, anche qui la fortuna fece la sua parte, anche se il suo contributo fu decisamente minore considerato che Adriano nel primo incontro contro il ceco Pavel Hutka annullò un solo match point. Evitata anche questa volta la doccia, Panatta arrivò facilmente nei quarti di finale dove incontrò Borg il quale veniva da una serie di ben diciotto incontri consecutivi vinti in questo torneo; bastarono quattro set per non fa arrivare il campione svedese a quota diciannove. 

Arrivato in semifinale non ebbe troppi problemi a battere l'arrotino Dibbs, anche in finale si trovò di fronte ad un altro terraiolo, Solly Salomon che però si dimostrò molto più solido, Adriano fu molto bravo a chiudere l'incontro nel tie break del quarto considerato che, completamente sfiancato, nel quinto avrebbe sicuramente perso. 
  

  8.12 La finale europea di Davis.  

Dopo i successi di Roma e Parigi ricominciò l'avventura in Davis, gli azzurri dovevano affrontare sui campi del Foro Italico la Svezia del numero uno Bjorn Borg, fortunatamente per noi il campione svedese preferì non giocare mettendo come scusante un leggero infortunio che si era procurato a Wimbledon, così per noi l'incontro fu tutto in discesa. La finale europea contro l'Inghilterra non preoccupava tanto per la forza della squadra avversaria quanto per la superficie scelta dai nostri avversari, cioè l'erba. Storicamente l'erba è sempre stata la superficie più ostica per i nostri tennisti cresciuti obbligatoriamente tutti, o quasi, sui campi in terra dato che le strutture del nostro paese non permettono spesso un'altra scelta; accadeva questo anche a causa di un totale disinteresse da parte della FIT nel tentare di colmare almeno in parte questa mancanza nonostante l'importanza e il prestigio che l'erba ha nel tennis. Una conferma a questa situazione ci fu proprio quell'anno quando, proprio per l'incontro con l'Inghilterra, il nostro direttore tecnico Mario Belardinelli decise che l'occasione era abbastanza importante per andare per la prima volta nello stato e sui campi che hanno fatto e fanno la storia del tennis. La mossa vincente di questo incontro fu quella di schierare invece di Barazzutti, Zugarelli che aveva un gioco più adatto all'erba. Tonino non deluse, giocò e vinse entrambi i suoi due singolari giocando due splendide partite, il resto poi lo fece Panatta. La semifinale con l'Australia, giocata anche questa sui campi romani, si rivelò poi una finale anticipata: l'altra semifinale era Russia Cile con i primi favoritissimi, ma per motivi politici la Russia rinunciò all'incontro spianando la strada all'avversario. Noi invece ci trovammo di fronte ad un vecchio gigante, il capitano Australiano infatti decise di riporre ancora una volta la sua fiducia nel grande campione Jhon Newcombe vincitore per tre volte di Wimbledon, ma ormai in fase calante. L'incontro fu comunque molto incerto ed emozionante: Barazzutti battè Newcombe ma Panatta perse in tre set da Jhon Alexander. Il giorno dopo però Panatta si prese la rivincita vincendo il doppio insieme a Bertolucci, Alexander poi pareggiò di nuovo battendo Corrado in cinque set; il punto decisivo se lo giocarono quindi Panatta e Newcombe, ma ancora una volta l'australiano dopo una partenza brillante finì per perdere e noi fummo in finale. 
  

  8.13 La politica si immischia nel tennis, rischiamo di perdere la finalissima.  

Quest'ultimo incontro sarebbe dovuto essere quasi una formalità anche se dovevamo giocarlo in Cile, invece sorsero dei problemi di carattere politico che rischiarono di far saltare la finale. Alcuni esponenti dei vecchi PCI e PSI decisero che sarebbe stata una bella lezione per i generali cileni impedire la finale manifestando così il giudizio negativo dell'Italia verso quel regime. Ovviamente questa "battaglia politica" era squisitamente demagogica e propagandistica, non aveva nulla a che fare con il tennis ed era portata avanti da persone che probabilmente non avevano mai visto una racchetta da vicino. La cosa che stupisce è che il CONI e la FIT invece di opporsi fermamente a questa assurdità, facendo magari notare che le esportazioni e le importazioni con il Cile andavano a gonfie vele, si dileguarono e non presero alcuna posizione, addirittura anche alcuni giornali sportivi impugnarono la "causa comunista". Fortunatamente per noi una chiara e coraggiosa posizione fu presa dal capitano Pietrangeli e dalla squadra, Panatta dichiarò che avrebbero dovuto ritirargli il passaporto per non farlo partire. Alla fine i nostri eroi riuscirono a partire e come previsto vinsero, senza crearsi ulteriori problemi sul campo. 
  

  8.14 Una vittoria e tre finali di Davis in cinque anni.  

Questa vittoria in Davis anche se fu l'unica non fu un risultato anomalo o fortunato per la nostra squadra, infatti l'Italia nei quattro anni successivi arrivò per ben tre volte in finale, dove però trovò sempre squadre molto forti e campi avversi. Nel 1977 l'Australia si prese la rivincita sui suoi campi in erba, nel '79 giocammo a San Francisco ma fu un disastro, contro i fortissimi americani non conquistammo nemmeno un set, infine nel 1980 fummo sconfitti dalla Cecoslovacchia del giovani Lendl a Praga per quattro a uno. A questo punto c'è da sottolineare che se nella nostra unica conquista della Coppa Davis la fortuna fece la sua parte, nelle altre cinque finali perse (tutte fuori casa) la sfortuna non fu assente. 
  

  8.15 I presidenti FIT degli anni di gloria.  

I presidenti che guidarono la federazione negli anni di gloria furono due, Luigi Orsini e Giorgio Neri. Il primo, come già è stato accennato, subentrò a Giorgio De Stefani; il cambio della guardia avvenne in una assemblea nazionale della FIT nel gennaio del 1969 a Venezia. Orsini amava profondamente il tennis, fece il suo lavoro con passione e dedizione, però come De Stefani rimase ancorato alle idee della sua generazione riguardo al dilettantismo e al professionismo; vedeva quest'ultimo come una soluzione in cui si perdevano i valori autentici dello sport e quindi fece di tutto per ostacolarlo. Un'altra macchia che la Federazione si procurò durante la sua presidenza fu il caso "Mulligan": i risultati sia in Davis che negli altri tornei internazionali non arrivavano, così si pensò di giocare la carta dello straniero, ma di questo abbiamo già parlato nel paragrafo precedentemente. Orsini lasciò la carica di presidente nel dicembre del 1972 per motivi di salute, a lui subentrò un grande mecenate del tennis italiano, Giorgio Neri. Anche Neri amava moltissimo questo sport, tanto da dare la possibilità a moltissimi giovani, che altrimenti non avrebbero potuto, di praticarlo a su spese, fu anche un buon Talent Scaut. Purtroppo Neri non fu in grado di capire che nonostante i buoni risultati che il tennis italiano ottenne sotto la sue presidenza, questo era dovuto più, o solo, alla fortuna che ad una buona scuola di tennis italiana. Fu comunque sotto la sua presidenza che il tennis ebbe un vero e proprio boom nel nostro paese e lui, vista l'espansione a macchia d'olio di circoli di tennis, fu uno dei promotori del necessario decentramento dello sport su scala regionale. Fu l'ideatore dei centri federali estivi che intitolò a Luigi Orsini, scomparso nel luglio del 1973. Fu sempre lui a volere Pietrangeli come capitano di Davis nel memorabile 1976. Neri lasciò dopo solo quattro anni l'incarico per motivi personali, esattamente nel dicembre del 1976. Dopo di lui fu eletto un giovane avvocato fiorentino, Paolo Galgani, che ancora oggi è al comando della FIT, ma questa è un' altra lunga e travagliata storia. 

Come era già successo nei primi anni 60, passare dalle stelle alla polvere fu questione di un biennio, la finale contro la Cecoslovacchia fu l'ultima nostra impresa in Davis, da allora nemmeno più sfiorata. Inoltre se il buio dopo Pietrangeli durò meno di dieci anni, il buio del dopo Panatta-Bertolucci lo stiamo ancora vivendo. 
  

  Capitolo 9 : Gli ultimi 15 anni, ne campioni ne risultati.  

9.1 In pochi anni dalle stelle alle stalle.  

Per dare un idea di quanto fu rapido il declino dei nostri campioni e quindi del nostro tennis è sufficiente dare alcuni flash sui risultati che seguirono agli anni di gloria ( dal '75 al '77). I tornei del circuito internazionale vinti nel '77 furono sei, nel '78 solo uno e, addirittura, nel '79 nessuno. Considerato che nel tennis professionistico gli unici risultati che contano sono quelli ottenuti nel circuito internazionale, è significativa la caduta verticale dei risultati italiani in queste competizioni. Fino al 1980 il nostro tennis è comunque sostenuto dai risultati ottenuti in Coppa Davis, il 1981 segna anche in questa gara la fine della nostra competitività. Perdemmo al primo turno contro la Gran Bretagna con la quale avevamo un record di imbattibilità di ben 48 anni, incontro in cui eravamo nettamente favoriti. 
  

  9.2 Le profezie di Rino Tommasi.  

Rino Tommasi, in un articolo dell' epoca apparso sulla rivista Matchball, descriveva molto bene sia le cause di quella particolare sconfitta, sia la disastrosa situazione che si andava delineando. "Essendo i nostri tennisti dei professionisti con molti anni di esperienza, sembrava logico lasciar loro ogni responsabilità sulla scelta della preparazione più adatta, ma avevo al tempo stesso sollevato seri dubbi se il metodo migliore fosse quello di rimanere lontani dalle gare ufficiali per tre mesi esatti e limitare l'attività a qualche compiacente esibizione."..."La verità è che nel tennis non bisogna allenare solamente il fisico ed i colpi, bisogna anche allenare il sistema nervoso, le capacità di concentrazione, la tenuta agonistica e questo tipo di allenamento lo fornisce soltanto la gara."..."La morale di questa dolorosa sconfitta, che ci esclude subito dalla Coppa Davis, è molto semplice. Se i nostri giocatori hanno raggiunto la pace dei sensi, almeno in termini agonistici ed economici, non c'è niente da fare anche perché alle loro spalle non ci sono alternative."4 Dopo questa sconfitta l'Italia non è andata mai oltre i quarti di finale, l'unico merito è stato quello di essere stati sempre fortunati nei sorteggi riuscendo così a vincere tutti gli incontri in cui si rischiava la retrocessione in serie B. 
  

  9.3 I Campionati Italiani, un torneo senza senso.  

Un altro sintomo della grave crisi della grave crisi che assale il nostro sport nei primi anni '80 è la totale perdita di significatività dei Campionati Italiani. Questo torneo di livello nazionale già in passato aveva avuto periodi di crisi, basta ricordare che già agli albori del tennis Italiano il nostro primo grande campione, Hubert de Morpurgo, preferiva di gran lunga giocare un torneo internazionale piuttosto che rientrare in Italia a giocare gli Assoluti. Egli aveva già capito una cosa scontata e sacrosanta: in uno sport internazionale come il tennis ha comunque poca importanza chi detiene la leadership nazionale, l'importante è la posizione nella classifica internazionale. 

Nonostante queste premesse, questo antico torneo in passato aveva avuto la sua importanza, spesso era riuscito a polarizzare l'attenzione del pubblico italiano contribuendo non poco alla diffusione dello sport, grazie anche a delle rivalità storiche come ad esempio quella tra Gardini e Merlo che calamitava gli appassionati; si ricordano ancora le due storiche finali del '70 e '71 tra Pietrangeli e Panatta. Negli anni dei record non c'era stato certo bisogno di questo torneo per far parlare di tennis in Italia ed era giusto che i nostri campioni, come già fece il Barone de Morpurgo, lo disertassero per dedicarsi a ben più importanti competizioni. Negli anni '80 però i nostri giocatori ormai in declino, non riuscendo ad ottenere altri risultati, tornarono a giocare gli assoluti non riuscendo però a ricreare l'interesse attorno a questa competizione. Nel 1981 vince il titolo Barazzutti, prevalgono nel doppio i fratelli Panatta e Rino Tommasi scriveva: "Il declino, in termini di classifica del computer e di successi nei grandi tornei, dei nostri più forti giocatori li aveva obbligati a guardare ai Campionati Italiani come ad una gara di consolazione."..."La partecipazione dei giocatori è stata assai inferiore a quella verificatasi l'anno precedente a Prato. Una ragione è che ormai la rivalità tra Panatta e Barazzutti si è consumata, logorata. "..." Ora rischiamo di andare incontro ad un periodo di oscurantismo che minaccia di essere ancora più lungo di quello che ha diviso l'era Pietrangeli dall'era Panatta."5 

Da allora la crisi degli Assoluti non ha fatto che acuirsi, leggendo i nomi dei vincitori degli ultimi dieci anni non si può che dolorosamente notare il "vuoto" tennistico che questi rappresentano. E' notizia recente (fine 1994) l'annullamento dell'edizione '94 dei Campionati per mancanza di sponsor. 
  

  9.4 Analizziamo un po' di risulati.  

A questo punto si può dare un breve sguardo ai risultati ottenuti nel circuito internazionale dai nostri giocatori negli anni '80 e '90, confortati anche da alcuni grafici e tabelle, per dare definitivamente l'idea della mediocrità in cui siamo caduti e da cui non riusciamo a venir fuori. Questa breve analisi dei risultati verrà fatta indipendentemente dai giocatori che li hanno ottenuti, rimandando al successivo paragrafo il profilo dei tennisti che hanno caratterizzato questi ultimi anni. 
  

  9.5 Poche e insignificanti vittorie nel circuito internazionale.  

Come primo input consideriamo una semplice tabella dove dal 1976 al 1994 riportiamo il numero dei tornei del circuito ATP (il circuito professionistico internazionale) vinti dai nostri giocatori. 
 

Tabella 9.1 - Nomero di tornei ATP vinti dai tennisti italiani dal 1977 al 1994.  
Anno
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
N° tornei ATP vinti 
6
1
0
2
0
0
2
2
1
2
1
1
1
0
3
2
1

Anche senza fare paragoni con altre nazioni europee di eguale o minore tradizione tennistica, considerando anche che durante l'anno si giocano un' ottantina di tornei ATP più o meno importanti, è evidente (con l'ovvia eccezione del 1976) la scarsità e a volte nullità dei risultati. C'è inoltre da sottolineare che i tornei ATP non hanno tutti la stessa importanza ma sono divisi a seconda del loro monte premi; i pochi tornei vinti dai giocatori italiani sono quasi tutti della categoria meno importante a parte eccezioni come la vittoria di Omar Camporese a Milano nel 1991. Per quanto riguarda i tornei del Grande Slam, cioè i quattro tornei più importanti dell'anno, purtroppo non c'è bisogno di alcuna tabella. In campo maschile non siamo andati oltre i quarti di finale raggiunti negli Open d'Australia da Cristiano Caratti nel 1991 e due ottavi di finale raggiunti al Roland Garros (l'ultimo solo nel 1994 grazie a Gaudenzi). A parte questi a dir poco modesti risultati, i nostri giocatori la seconda settimana di gara di questi fondamentali tornei l'hanno vista solo come spettatori. 
  

  9.6 Un piccolo paragone con la Spagna.  

Ritornando al numero di tornei ATP vinti dai nostri giocatori ricordo, come unico paragone, che i giocatori Spagnoli, che certo non appartengono ad uno stato con più tradizione e praticanti del nostro, solo nella stagione 1994 hanno vinto 14 tornei tra cui un torneo dello Slam (il Roland Garros dove entrambi i finalisti erano spagnoli). Anche se questa è stata sicuramente un'annata eccezionale per la Spagna, il divario tra i risultati ottenuti è talmente grande da non poter non far riflettere. Esempi, anche se non eclatanti come questo, se ne potrebbero fare molti anche rispetto a nazioni potenzialmente molto inferiori alla nostra sia come tradizione che come numero di praticanti. 
  

  9.7 Uno sguardo alle classifiche internazionali.  

Altri due indicatori che abbiamo preso in considerazione sono: l'andamento della classifica internazionale del nostro primo giocatore negli ultimi anni e l'andamento medio, nella stessa classifica, dei primi cinque giocatori italiani. 
Cominciamo considerando il grafico che riporta la classifica internazionale di quelli che dal 1973 al 1994 sono stati di volta in volta i migliori giocatori italiani. La posizione in classifica è quella che il giocatore aveva a fine anno. I dati sono stati presi dalle classifiche che periodicamente vengono pubblicate su riviste specializzate quali Matchball e Tennis Italiano. 

Grafico 9.1 - Classifica internazionale del primo giocatore italiano dal1977 al 1994
 

Nel grafico 1.9.1 si può notare che non abbiamo più avuto un giocatore italiano tra i primi venti dal 1979 e, per lunghi periodi, nemmeno tra i primi trenta. E' facile invece andare a constatare che non solo nazioni potenzialmente paragonabili alla nostra come Francia, Germania, Spagna, Cecoslovacchia hanno avuto e hanno giocatori non tra i primi venti ma tra i primi dieci, ma circa lo stesso vale per nazioni molto più piccole come Svezia, Austria, Svizzera, Olanda che nonostante gli ovvi limiti sanno fare molto meglio di noi; l'unico stato con tradizione tennistica che ha saputo fare peggio di noi è la Gran Bretagna, ma questo non può certo consolarci. In questi anni solo Omar Camporese ha raggiunto la diciannovesima posizione per poche settimane durante il 1992 per poi precipitare in classifica come una vera e propria meteora del tennis italiano. 

Consideriamo ora il grafico che rappresenta l'andamento del tennis italiano considerando come indicatore non più la classifica del primo giocatore ma la madia delle classifiche dei primi cinque giocatori italiani. 

Grafico 9.2 - Media delle posizioni in classifica internazionale assunte dai primi 5 giocatori italiani
 

L'andamento è simile a quello del grafico 1.9.1 anche se sembrerebbe che i risultati dei primi 5 giocatori nel 1991 siano stati migliori di quelli ottenuti da Panatta & Co. nello storico 1976. La differenza sta nel fatto che nel '76 il quinto giocatore non era nei primi 150 mentre i primi 4 avevano una ottima classifica (Panatta era numero 7), quindi è il quinto giocatore a fare alzare la media; nel '91 il primo giocatore era solo ventiquattresimo ma le posizioni in classifica degli altri 4 erano tutte comprese tra i primi 75. Comunque quella del 1991 fu purtroppo solo una fiammata. La posizione media dei nostri primi cinque giocatori si mantiene nella più o meno grigia mediocrità con punte di nero quando si è scesi ad una media intorno o superiore a cento. Addirittura per diversi anni il nostro quinto giocatori non rientrava nemmeno nei primi 150. Se, tra le altre cose, il primo grafico ci diceva che non solo negli ultimi 15 anni non abbiamo avuto un fuori classe ma nemmeno un buon atleta portato per il tennis, il secondo sottolinea che non abbiamo avuto nemmeno una squadra di giocatori "medi", spesso dopo i primi due o tre classificati c'è stato il vuoto. 
  

  9.8 In Davis mai oltre i quarti di finale.  

Infine considerando i risultati in Coppa Davis, a cui si è già accennato precedentemente, la musica non cambia. 
 

Tabella 1.9.2 - Turno raggiunto in Coppa Davis dall'Italia dal 1981 al 1994.  
Anno  
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
Turno raggiunto

Dal 1981 non siamo più riusciti ad andare oltre il secondo turno, perdendo spesso da avversari non certo irresistibili. Questo pochezza di risultati non è certo equilibrata dal fatto che non siamo mai retrocessi in serie B; alcuni illustri giornalisti del settore affermano che è certo più significativa una finale giocata, abbinata magari a qualche anno di limbo in B, piuttosto che questo disarmante piattume. 
  

  9.9 Breve storia degli ultimi anni.  

Dopo aver analizzato quali sono stati i risultati ottenuti dal tennis italiano negli ultimi 15 anni è facile rendersi conto che bastano poche righe per sintetizzare la storia del nostro tennis relativa a quest'ultimo periodo. Invece di dare una poco esaltante sintesi degli insuccessi continui che il nostro tennis italiano ha registrato pre tutti gli anni 80, riportiamo di seguito i titoli degli articoli che alla fine di ogni stagione tennistica (dicembre) la rivista Tennis Italiano ha dedicato ai risultati ottenuti dagli italiani. Secondo noi questo è un efficace e sintetico modo per dare una chiara idea riguardo al recente passato del nostro tennis. Nel 1985 il titolo di apertura dell'articolo di critica alla stagione passata era: "Un solo italiano tra i primi 100"; nel 1986 invece era: "Italietta '86 che disastro"; il 1987 è: "L'anno nero del tennis azzurro"; nel 1989 il Tennis Italiano si chiede: "Tennisti italiani ma esistono ancora?". 

Il 1991 si distingue dagli anni precedenti, sembrava, grazie ai buoni risultati ottenuti da più di un giocatore, di stare per uscire dalla mediocrità che ci aveva caratterizzato negli ultimi dieci anni ma purtroppo era un fuoco di paglia. Comunque per la prima volta dopo tanti anni abbiamo cinque giocatori tra i primi 100 del mondo (Camporese 24, Caratti 39, Furlan 52, Pescosolido 69, Pozzi 73), i giocatori italiani in totale vincono tre tornei ATP. 
Il 1993 è storia di ieri, segue la parabola discendente iniziata nella seconda parte del 1992, solo tre giocatori tra i primi 100 (Pescosolido 59, Gaudenzi 60, Furlan 69), nessuno tra i primi 50, un solo torneo ATP vinto. 
  

  9.10 I nostri juniores da professionisti si sciolgono come neve al sole.  

A questi punto aprimo una breve parentesi per analizzare un po' più da vicino quella che è una caratteristica del nostro tennis, cioè che i giocatori promettenti in Italia spesso ci sono stati, hanno ottenuto buoni se non ottimi risultati a livello juniores per poi scomparire o, comunque, trasformarsi in mediocri tennisti nel circuito internazionale. Solo per citare qualcuno dei risultati ottenuti dai nostri juniores, in particolare negli anni '80, ricordiamo le vittorie della Coppa Valerio (competizione internazionale a squadre under 18) dal 1984 al 1986, Claudio Pistolesi vinceva i campionati under 16 nel 1983 e quelli Under 18 nel 1985, nel 1986 è Mordegan campione under 16 e vinciamo anche la Winter Cup, nel 1987 Diego Nargiso vince Wimbledon juniores, il 1988 e il 1989 sono due annate deludenti ma nel 1990 arriva Gaudenzi con le sue due vittorie nel Grande Slam juniores. A parte i mediocri giocatori ai vertici della classifica italiana citati precedentemente nella breve storia relativa agli ultimi anni e che certo non possiamo considerare promesse mantenute, (a parte Furlan e Gaudenzi su cui sospendiamo il giudizio), ce ne sono stati altrettanti considerati buone promesse e che hanno contribuito ad ottenere i risultati su citati, e non solo, che nel momento in cui si sono affacciati al professionismo si sono squagliati come neve al sole, al massimo rimanendo per qualche anno nel limbo tra la posizione 100 e 200 della classifica internazionale. Chi ricorda nomi come Davide Nevio, Ugo Colombini, Alessandro Baldoni, Eugenio Rossi, Simone Colombo, Massimo Bertolini, Mosè Navarra e aggiungerei anche il plurivittorioso Claudio Pistolesi che che puntualmente nei report sulle giovani promesse di fine anno erano citati nei primissimi posti tra gli juniores italiani. Il giornalista Guido Cesura scriveva sull'argomento: "Ho in tempi diversi più volte notato che le nostre squadre juniores ottengono spesso rilevanti successi, aprendo il cuore alla speranza. Ma poi avviene che i vincitori delle competizioni internazionali giovanili si dissolvono prima di compiere il balzo decisivo. Mi sono sempre chiesto per quali ragioni avvenga questo improvviso crollo. Credo che questo sia un settore di indagine ampio e fruttuoso.", a questo quesito provava a rispondere Ettore Ferreri: "E' stato al momento di compiere il grande balzo che tutti questi giovani sono letteralmente caduti nell'anonimato, è chiaro che non erano stati preparati in modo adeguato né sul piano tecnico-pratico, né su quello fisico, né tanto meno erano stati educati all'impegno e al sacrificio."6 Questi stralci di articolo rispecchiano bene il divario che si è creato tra juniores e professionisti negli ultimi 15 anni e che ho cercato brevemente di spiegare, la sorpresa è che sono stati scritti non negli anni novanta come verrebbe da pensare, ma nel 1983, cioè prima del verificarsi dei risultati e dell'avvento dei giocatori prima citati. 
  

  9.11 Consigli e critiche dei giornalisti specializzati sono lettera morta.  

Quindi errori strutturali nella gestione del tennis in Italia presenti forse da sempre su cui le critiche costruttive di validi osservatori (risalenti come abbiamo visto a tempi ormai remoti) sono cadute come lettera morta e ai quali non si è mai tentato veramente di rimediare. Leggendo un bell'articolo di Roberto Lombardi scritto per la rivista Tennis Italiano del 1992, in cui analizza con competenza gli errori strutturali del nostro tennis, sembra di rileggere il Ferreri del 1983: "I giocatori vengono seguiti passo passo fino al diciottesimo anno e costretti a giocare in gare di poco significato invece di anticipare i tempi del professionismo attraverso la partecipazione al circuito minore e poi improvvisamente lasciati al loro destino. Non viene in pratica inculcata in loro la mentalità professionistica, non viene spiegato loro il meccanismo dei punti, delle gare alle quali è meglio partecipare, in una parola non si insegna a diventare professionisti."7 
  

  Capitolo 10 : Qualcosa da dire sul tennis al femminile.  

10.1 Dagli anni '30 agli anni '80 regna la più grigia mediocrità.  

La storia del tennis femminile, come è stato più volte sottolineato, non è stata brillante, tutt'altro. Se in campo maschile periodicamente abbiamo avuto campioni più o meno grandi, in campo femminile ha da sempre regnato la più grigia mediocrità (a parte l'eccezione della campionessa Lucia Valerio) tanto da non essere stati competitivi a livello internazionale per decenni. In conseguenza a ciò a livello internazionale non c'è mai stato paragone tra il livello raggiunto dagli uomini e quello delle donne. Questa costante cade a metà degli anni '80, quando, grazie anche al basso livello raggiunto dal tennis maschile, le donne cominciano ad ottenere risultati costantemente migliori sotto tutti i punti di vista a quelli degli uomini. 

Ancora nei primi anni '80 la nostra migliore giocatrice era Sabbina Simmonds, inglese di nascita, sud-africana di formazione tennistica, accolta volentieri nel nostro paese perché buona promessa del tennis femminile ma che di promesse poi ne ha mantenute poche. Per dare un idea del buio dal quale proveniva il nostro tennis femminile basta ricordare che nella classifica internazionale WTA (Women Tennis Association) di fine anno del 1980 la nostra prima giocatrice era la Porzio con la posizione 148 seguita dalla Simmonds che era a quota 153. 
  

  10.2 Arriva Raffaella Reggi a sollevare le sorti del tennis femminile.  

Da questo baratro, dopo il definitivo e repentino tramonto della Simmonds, compare sulla scena Raffaella Reggi che in breve tempo scala la classifica entrando stabilmente tra le prime 50. Raffaella non ha un grandissimo talento, ma compensa questa mancanza con seri allenamenti e una grande grinta sul campo; quando vide che la FIT non poteva più offrirgli molto non esitò a trasferirsi negli USA per studiare nella famosa scuola di Nick Bollettieri. Nel 1986 la Reggi entra tra le prime trenta del mondo arrivando negli ottavi di finale in due tornei dello Slam (Wimbledon e Flusching Meadows) e vincendo a Lugano. Il panorama femminile però non si esaurisce qui, proprio nell'86 entrano tra le prime cinquanta altre due giocatrici: Sandra Cecchini e Laura Garrone. 
  

  10.3 Due tenniste tra le prime venti del mondo.  

Il 1987 è un anno da ricordare, abbiamo a fine stagione due tenniste tra le prime venti del mondo. La Reggi vince a San Diego e arriva nei quarti di finale al Roland Garros riuscendo a fine anno a qualificarsi per il Master femminile (prima italiana a riuscire in tale impresa), la Cecchini vince a Bastaad e ottiene altri ottimi piazzamenti. Anche la Cecchini non ha mezzi tecnici eccelsi ma sa usare quelli che ha al massimo, ha più talento della Reggi ma nelle occasioni importanti che ha avuto in carriera si è fatta spesso prendere dalla paura. Dopo il 1988, che conferma i risultati dell'87, nel 1989 arrivano i rinforzi: ci troviamo, oltre alle nostre due punte stabilmente tra le prime 30, altre 6 giocatrici tra le prime cento; anche se poi il tempo dirà che purtroppo i "rinforzi" avevano i piedi d'argilla, rimane comunque un ottimo risultato. 
  

  10.4 Laura Golarsa nei quarti a Wimbledon.  

Sempre nel 1989 Raffaella arriva nei quarti agli Australian Open e riesce a qualificarsi ancora per il Master, la Cecchini ha un'annata un' po' opaca, in compenso Laura Golarsa arriva nei quarti di finale a Wimbledon (solo Lucia Valerio 56 anni prima era riuscita in tale impresa) e gioca una memorabile partita contro la grande Chris Evert dove ha rischiato veramente di vincere e di trovarsi in semifinale contro Steffi Graf; purtroppo la grande speranza Golarsa speranza è rimasta. Il 1990 segue la scia del 1989: 4 giocatrici tra le prime 50 e 8 tra le prime 100, la Cecchini è ventesima e raggiunge il traguardo di dieci tornei internazionali vinti in carriera (anche se quasi tutti poco prestigiosi). 
  

  10.5 1991, purtroppo comincia la parabola discendente.  

Già nel 1991 comincia a sgretolarsi l'argilla: 7 giocatrici tra le prime cento e una posizione media di classifica decisamente più bassa, l'unica tra le prime 50 è la Cecchini che è anche l'unica a vincere un torneo internazionale WTA (Katia Piccolini vince a San Marino che in realtà è un torneo internazionale solo di nome); comincia la parabola discendente nella carriera della Reggi, grazie anche a una sfortunata serie di infortuni e le promesse si stanno già sgonfiando. E' già nel '91 che la superiorità dei risultati internazionali del tennis femminile rispetto al maschile è messa in discussione. Il 1992 conferma i mediocri risultati del '91, con una posizione media delle prime 5 giocatrici pressochè invariata, la Cecchini vince un altro torneo internazionale. 
  

  10.6 Dal 1993 è vera crisi.  

Nel 1993 inizia la vera e propria crisi, la Cecchini in fase discendente (anche per motivi anagrafici) non vince nessun torneo, l'unica giocatrice a vincerne uno è Marzia Grossi ma parliamo del torneo di San Marino, per il resto è nebbia. Si scrive che stanno per esplodere le "bombe" Grossi e Bentivoglio ma, purtroppo, qualcuno le disinnesca. L'anno successivo le cose non migliorano affatto, l'unica che riesce ad avere una certa continuità nei risultati è la solita Cecchini che continua ad essere la nostra migliore giocatrice, la cosa drammatica è che dietro c'è il nulla. Al momento non c'è alcuna "promessa" che per carattere, talento o forza sia seriamente competitiva, ne per quanto riguarda il presente , ne per il prossimo futuro. 
  

  Capitolo 11 : E la Federazione stava a guardare.  

11.1 Il "pontificato" di Paolo Galgani.  

La domanda a cui cerco di rispondere in questo paragrafo è: cosa fece, o meglio cosa non fece, la Fit per tentare di risolvere la grave crisi che ormai attanaglia il nostro tennis da almeno quindici anni? 

Presidente della Federazione dal 1976 e presidente ancora oggi è l'avvocato Paolo Galgani, il suo "pontificato", attualmente di 19 anni, è più lungo di quello del nostro ultimo Papa (17 anni), che anche non scherza. Al lettore attento può essere sorta a questo punto una ulteriore domanda: come mai il presidente, che dovrebbe essere il responsabile diretto dei successi e degli insuccessi (e nel nostro caso si parla di quest'ultimi) di una Federazione, rimane saldamente in carica per 19 anni nonostante che ormai da 18 le cose non fanno che peggiorare e lui chiaramente non riesce a porvi rimedio? 

E' come se ci fosse un Presidente del Consiglio che non fa che aggravare la crisi nel paese e non si fa niente per sostituirlo; è vero che in Italia i molteplici governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni sono riusciti proprio in questo, cioè ad aggravare una crisi già in atto, ma almeno il Presidente del Consiglio lo cambiavano, nella Fit non succede nemmeno questo. 
  

  11.2 Tre giocatori tra i primi 15 del mondo o la serie A di Coppa Davis?  

Proprio a proposito di risultati nel 1985, ormai in piena crisi sia tecnica che economica, il presidente Galgani dichiarava: "Premesso che personalmente sono responsabile della Coppa Davis e della Basf Cup (ex Coppa del Re), non posso che essere soddisfatto per quello che passa il convento. Riuscire a rimanere in serie A in Davis e in prima divisione nella Basf Cup, a mio avviso, è un traguardo più che soddisfacente". In questa intervista il presidente dichiarava inoltre che per lui erano evidenti i segni di ripresa, soprattutto per quello che riguardava il numero dei praticanti; se questa ripresa c'è stata, a parte lui, pochi altri l'hanno notata. 

Al presidente risponva lo stesso anno Rino Tommasi: "La Francia, come piace molto ricordare al presidente Galgani, è in serie B di Coppa Davis ma ha tre giocatori tra i primi 15 del mondo. Galgani non lo dirà mai, ma io preferirei il posto dei francesi". 
  

  11.3 Una rielezione bulgara per Galgani.  

Proprio nel febbraio del 1985 Galgani veniva rieletto con voto plebiscitario dall'assemblea dei circoli, per rendere bene il clima che già dieci anni fa regnava intorno a questi importanti avvenimenti riporto alcuni stralci di un interessante commento del giornalista Silvano Tauceri: "Galgani senza avversari, anche per l'abilità del "governo" ad intervenire ed intiepidire certe posizioni interne che stavano lievitando, a prevenire mosse che avrebbero potuto alimentare pericoli di de stabilizzazione. Senza avversari anche per l'incapacità altrui di creargli l'alternativa." ..." Possibile che in tutto questo periodo tutt'altro che breve (8 anni), il tennis italiano non sia stato capace di promuovere un rinnovamento di qualche sostanza, di uomini e di idee? La risposta può avere due origini: Galgani e la sua cordata sono stati così abili da fare vuoto intorno, oppure mancano dirigenti in grado di contrapporre validi programmi e idee moderne." ..." Ci sono episodi che puntualmente si rinnovano ogni quattro anni all'avvicinarsi dell'assemblea elettiva come la strumentalizzazione delle classifiche regionali in cambio di un pugno di voti, come la ricerca esasperata di nuovi suffragi magari in cambio di sponsorizzazioni e contentini personali". 8 Forse quest'ultima frase di Tauceri può rispondere almeno in parte a una domanda che un altro giornalista (Mazzanti) si poneva a fine di un suo articolo scritto nello stesso periodo: "Come è mai possibile che un presidente che gode di consensi così ampi da parte dei circoli abbia contro la maggior parte dei giornalisti specializzati?". 
  

  11.4 Una Federazone in letargo.  

L'anno precedente (il 1984), vista la crisi sempre più drammatica, la Federazione aveva finalmente abbozzato l'intenzione, dopo anni di letargo, di voler reagire prendendo alcune semplici decisioni che quell'anno risuonarono come risolutive e rivoluzionarie. A proposito di letargo, anche per non lasciare nessuna critica ingiustificata, indovinate chi era ancora nell' '84 il direttore tecnico, responsabile dell'importante settore tecnico? Era sempre Mario Belardinelli. Sì, proprio quel Belardinelli che aveva aspettato una vita prima di andare a Wimbledon perché non abbastanza importante da giustificare una trasferta, proprio quel Belardinelli responsabile dell'antiquato centro di Formia, isola infelice del tennis italiano, proprio quell'allenatore che si era fermato al tennis degli anni '60. Nel 1984 la "fucina di campioni", come è stato accennato, era sempre Formia, centro obsoleto insufficiente e fuori dal mondo dalla sua nascita, un centro che nell'84 aveva ancora due soli campi, allucinante ma vero. 
  

  11.5 La FIT prova a fare qualcosa.  

Le decisioni che la Fit prese per tentare di uscire dalla crisi furono proprio quelle di sostituire Belardinelli e di chiudere il centro di Formia aprendone un altro più moderno e attrezzato a Riano Flaminio, un paese vicino Roma. A sostituire Belardinelli alla guida del settore tecnico fu Adriano Panatta che diventò di conseguenza il direttore tecnico del nuovo centro di Riano. 

Queste due semplici mosse furono salutate come geniali e risolutrici di tutti i mali del nostro tennis, il presidente Galgani a tal proposito dichiarava: 
"Riano è uno dei cavalli di battaglia del mio quadriennio presidenziale. La realizzazione del centro tecnico era indispensabile per tenere il passo con le mutate esigenze del tennis moderno. Esigenze che hanno determinato proprio la scelta di Panatta come direttore tecnico in sostituzione di Belardinelli"9. 
  

  11.6 Il Centro di Riano si rivela "cattedrale nel deserto".  

Purtroppo alle lodi non seguirono poi i fatti e già dopo pochi anni, nel 1991, il centro di Riano era entrato in piena crisi e veniva già messo in discussione. Di risultati non se ne erano visti, si resero conto di aver costruito un'altra cattedrale nel deserto, magari più bella ed efficiente di Formia, ma sempre fuori dal mondo; Panatta, inoltre, nonostante tutti i suoi meriti tennistici non era mai stato un esempio di spirito di sacrificio e serietà negli allenamenti cose fondamentali che un allenatore dovrebbe saper trasmettere e infatti non riuscì a farlo. Uno spaccato della situazione che si andava chiaramente delineando lo danno alcuni stralci di un articolo di Rino Cacioppo: "Morte a Riano. O quasi. Lasciando Formia per Riano, affidando ad Adriano Panatta i compiti che erano stati di Belardinelli, si era pensato di risolvere con un colpo do bacchetta magica i problemi del tennis italiano. Un impianto vasto e ben attrezzato cui il tennis avrebbe dovuto togliere l'alea di "cattedrale nel deserto". Un tecnico dotato di un grande carisma in grado di impostare un lavoro secondo i più moderni indirizzi tecnici. Sembrava tutto giusto o quasi, ma non è stato così. Riano è rimasta "cattedrale nel deserto". Tanto si è fatto tanto si è detto che si è sbagliato. Ed ecco che il centro che doveva imitare, anche nei risultati, la scuola svedese, chiude i battenti agli Over 18, lascia che la preparazione dei nostri migliori giocatori sia affidata a professionisti privati"10. 
  

  11.7 Chiude Riano, si trasloca a Cesenatico.  

Nel 1992 è l'anno della chiusura del pluri attrezzato centro di Riano e, udite udite, viene battezzato il nuovo centro federale questa volta a Cesenatico. Ovviamente nell'organizzare questo nuovo Centro i dirigenti federali dichiaravano che non sarebbe stato fatto nessuno degli errori fatti per Riano, cioè gli stessi fatti per Formia. Nel frattempo si scopre che anche il direttore tecnico, "l'asso nella manica" Panatta, forse non era la persona più adatta per un tale compito. Un articolo di Ettore inquadra perfettamente la situazione: "Quando non più di otto anni fa, i nostri massimi dirigenti federali, presidente Galgani in testa, ci convocarono tutti a Roma per presentarci il nuovo Centro Tecnico Federale di Riano, ci fu qualcuno che tentò di farci credere che le vicissitudini del tennis italiano potevano, da quel momento, considerarsi chiuse. E invece, a quanto pare, non erano ancora cominciate, considerando che proprio dai problemi scaturiti da Riano si avvertirono quelle fratture interne che hanno avvelenato l'ambiente. A otto anni di distanza ci si è accorti che il Centro di Riano (quello che allora definimmo una cattedrale nel deserto) non è stato affatto la panacea per il nostro tennis ma, a quanto si è sentito sussurrare a volte dagli stessi dirigenti federali, una delle cause della mancata crescita agonistica dei nostri ragazzi. A Cesenatico dove ci siamo recati per la nascita del nuovo Centro Tecnico Federale, ancora prima di parlare bene di quello appena nato, si è sparato a zero su quello appena "morto", reo di aver "alienato" i ragazzi, incolpevoli vittime di un affare di stato tra Coni Fit e Banca Nazionale del Lavoro"11. 
  

  11.8 Perchè non va bene un Centro Federale unico.  

Critiche (spesso anche propositive) al metodo del "Centro Federale" ne sono state fatte dai tempi di Formia e sempre non sono state considerate dai vertici Fit; nel 1992 Roberto Lombardi indicava chiaramente in un suo articolo quali erano i principali "mali" del Centro unico e come ad essi si poteva rimediare: "Intanto nel criterio di selezione si commettono errori tesi a valorizzare troppo i giocatori che hanno un buon braccio a discapito di coloro che, invece, pur in possesso di una tecnica artigianale, mostrano doti notevoli di combattenti. Questo si verifica per l'esiguità del numero di posti a disposizione nel Centro nazionale unico e perciò mediamente troppo distante dalle sedi dei giovani giocatori. In un quattordicenne bisogna rispettare l'attaccamento all'ambito familiare e, soprattutto, non si può dire se diventerà bravo. Tra quelli che hanno più doti non si può scegliere a 14 anni perché bisognerebbe avere la palla di vetro. Un altro aspetto importante è quello della scuola: è assolutamente demenziale pensare di togliere dei quattordicenni dall'ambito sociale e scolastico e portarli in un ghetto culturale dove scaldare i banchi di una scuola privata fatta solo per loro. A livello di attività giovanile non ci sono problemi a conciliare l'agonismo con la scuola e poi in questo modo la pressione che si mette sui ragazzi è enorme perché devono riuscire per forza nello sport inteso come professione in età troppo giovane. La disciplina va affrontata con entusiasmo e non con gli stress derivanti dal fatto che non si hanno alternative."..."Non si tratta di fantascienza, ma piuttosto dell'applicazione della scienza alla preparazione. Parole al vento per i nostri dirigenti, i quali sono in grado di capire solo un gioco di basso livello, a parte qualche eccezione".12 

Un'altra critica da fare è quella relativa alla gestione dei fondi della Fit sempre rispetto al settore tecnico e ai Centri federali, la rivista "il Tennis Italiano" nel '92 pubblicava un "Dossier Italia" in cui tra l'altro si scriveva: "La Fit si tiene stretta i suoi 15 miliardi che giacciono alla B.N.L. D'accordo, 8 di quei miliardi sono vincolati per la creazione del nuovo stadio, che comunque si sa che non verrà mai costruito: al Foro Italico per via dei vincoli ambientali, altrove per l'incapacità dell'attuale dirigenza di pensare in termini manageriali. Ma come è possibile che la Federazione spenda appena 2 miliardi l'anno per i due settori tecnici insieme a fronte di 20 miliardi di entrate? Come è possibile che il Coni non abbia niente da ridire su cifre del genere quando federazioni come la Federatletica hanno diversi centri tecnici importanti mentre la Fit ne ha uno solo e solo per gli under 18?". Ancora oggi siamo "nell'era Cesenatico" ma forse basterà qualche anno e cambieremo ancora, chissà quale sarà la prossima caratteristica località italiana che ospiterà le nostre promesse, chi sarà il prossimo D.T. che risolverà tutti i problemi (a proposito nel frattempo è stato assunto l'asso straniero Tomas Smid che certo da solo e in questo ambiente riuscirà a fare molto), siamo sicuri però (e purtroppo) di una cosa: il presidente e i vertici della Federazione saranno sempre gli stessi. A proposito di Galgani, quando comincerà a prendersi le responsabilità, come presidente della Fit, rispetto ai risultati dei suoi ingloriosi "cavalli di battaglia"? 
  

  11.9 Le Scuole di Avviamento per i Tennisti, una buona idea mal gestita.  

Un altro importante settore che la Federazione non ha saputo gestire negli anni (direttamente o indirettamente) sono le scuole di tennis dei circoli affiliati. Originariamente l'intenzione era quella di creare un fertile tessuto a livello nazionale dove far crescere e sviluppare i nostri giovani tennisti per quindi farli maturare nei Centri Federali appositi (Formia, Riano, Cesenatico...). Per realizzare questo progetto la Fit creò un attestato di riconoscimento per le scuole che rispettavano determinati criteri di qualità e questo riconoscimento fu chiamato SAT (Scuole Avviamento Tennisti)13. 

Questa buona idea i primi anni che fu, attuata funzionò e diede i suoi risultati: per un discreto periodo siamo stati tra i primi nelle gare giovanili; poi il meccanismo si ruppe e non si fece più nulla per aggiustarlo. Il giornalista Tiziano Crudeli già a fine anni '80 scriveva: "Per ottenere il riconoscimento SAT è obbligatoria una struttura professionale ad alto livello. Tali scuole col tempo hanno però assunto una rilevanza esclusivamente commerciale che è andata a discapito dell'osservanza delle regole federali. Adesso è facile trovare SAT che hanno come direttori semplici allenatori istruttori, collaboratori "abusivi" senza alcuna specifica conoscenza in materia, mentre la preparazione atletica viene svolta dallo stesso allenatore istruttore. Un ulteriore aspetto negativo è dato dall'eccessivo numero di allievi mandati in campo, con ovvie ripercussioni sull'insegnamento. In passato i criteri di scelta erano severi, nelle SAT venivano accolti unicamente gli allievi più dotati, mentre oggi, pur di far numero, si accettano anche quelli senza nessuna attitudine."..."La diminuzione delle iscrizioni è quasi ovunque sensibile ma è l'intero settore tennistico che denota preoccupanti segni di crisi. I comitati regionali che concedono le autorizzazioni "SAT" chiudono spesso entrambi gli occhi circa i requisiti che il circolo richiedente dovrebbe avere"14. Sempre nello stesso periodo rincarava la dose Mauro Meneghini: "E' inconfutabile che il tennis di base, cioè quello del reclutamento e dell'insegnamento primario, ha raggiunto livelli così bassi da potermi far dichiarare che la scuola di tennis, chiamiamola SAT o come vi pare, è fallita. Le cifre parlano chiaro. La diminuzione in percentuale dei bambini che si avvicinano al tennis è indicata intorno al 50%. Inoltre prima i limiti di età consigliati erano rispettati, le regole consigliate dalla scuola maestri seguite, quindi tra gli allievi ce ne erano molti non accettati o non riconfermati, oggi si accetta tutto"15. 
  

  11.10 Quale è stata la promozione che la FIT ha fatto per il tennis?  

Un'altra cosa molto grave che la Federazione non è riuscita più a fare dopo la "scomparsa" dei campioni nazionali è stata la promozione del nostro sport, specialmente per quanto riguarda i giovani. La scuola di tennis è importante che funzioni e che sia professionale, ma se non c'è nessuno a volersi iscrivere (o sono molto pochi) sarà comunque difficile che darà risultati. Durante gli ultimi 15 anni le uniche cose che si è tentato di fare sono stati alcuni timidi tentativi di introdurre il tennis nelle scuole pubbliche, iniziativa giusta, lodevole e fondamentale ma perseguita con scarso convincimento e scarso interesse e che quindi è puntualmente, (ogni volta che è stata proposta), naufragata. 
Spesso questo compito così complesso e che ovviamente richiede un'enorme spiegamento di mezzi è stato affidato, dopo l'ovvia partenza pubblicitaria in pompa magna, a poche persone a cui venivano dati insignificanti mezzi per raggiungere lo scopo e come si sa la buona volontà di poche e isolate persone da sola non basta. 
  

  11.11 I risultati di una promozione inesistente.  

Altre iniziative su questo importante fronte non se ne sono viste, però si stanno vedendo i risultati di questa assurda politica: se già a fine anni '80 il numero degli iscritti ai corsi di tennis era calato del 50% rispetto al boom degli anni '70, ora a quel 50% rimasto bisogna toglergli almeno un altro 30% e, oggi, dire che la sopravvivenza di molte scuole è in discussione non è certo un azzardo. La Fit pare che consideri come sufficiente promozione dello sport gli Internazionali d'Italia che sicuramente sono un bene e se continueranno ad arrivare i campioni faranno sempre il tutto esaurito ma per capire come sia errata questa pretesa basta fare il paragone con il livello del tennis giocato in Gran Bretagna (penoso) e il successo di pubblico che ha e sempre avrà Wimbledon la manifestazione più prestigiosa dell'anno, ma che non basta e non serve a promuovere il tennis in Gran Bretagna a livello della base. Nonostante la quasi totale assenza di risultati nel primo decennio di gestione della Fit (1976-1985), Galgani e il suo gruppo dirigente rimanevano saldamente al comando della Federazione senza sostanziali oppositori. Nell'assemblea elettiva per il quadriennio 1985-1988 tutto il gruppo fu riconfermato a larga maggioranza. 
  

  Capitolo 12 : Una crisi di carattere politico e morale investe la FIT negli anni 80.  

12.1 Nasce l'opposizione all'interno del gruppo dirigente.  

I primi problemi nascono nel 1987, quando è proprio il, fino ad allora molto saldo, gruppo dirigente a sfaldarsi. La crisi nei rapporti tra i dirigenti nasce perché qualcuno si accorge che la politica che avevano seguito fino ad allora non stava portando risultati e che erano stati fatti una serie di errori e mancanze a cui non si cercava nemmeno di porvi rimedio (l'ultimo della serie era Riano). Da questa presa di coscienza nasce una linea politica diversa, e quindi conflittuale, da quella del presidente dalla quale scaturirono conflitti, incomprensioni, rotture. 
  

  12.2 Galgani caccia i "dissidenti".  

La grave situazione fu risolta dal presidente cacciando i "dissidenti" che furono puntualmente sostituiti da persone in linea con l'e idee del vertice, (il caso più eclatante fu quello di Paolo Francia, nel gruppo dirigente dal 1976, che dopo due soli mesi che era stato eletto, all'unanimità, a capo del settore tecnico fu destituito perché non in linea). Qualche passo del commento di Roberto Mazzanti all'apertura dell'assemblea del 1987 è una buona fotografia di questa intricata vicenda: "Il gruppo di amici che da molti anni regge le sorti del tennis italiano si è sciolto come neve al sole e non fa più il gioco di squadra."..."La stanchezza dei circoli verso l'attuale governo che non governa è forte e solo qualche equilibrismo assembleare può mettere un silenzio la protesta."..."Il presidente dovrebbe capire che le difficoltà non si superano né con una battuta di spirito né con la politica dell'immagine, né assegnando qualche incarico a questo o a quel dirigente, lavorando per il consenso politico e non per il progresso del tennis. Oggi le società anno bisogno di servizi reali prima ancora che di contributi economici. Hanno bisogno di una segreteria, efficiente, che gli sperperi siano ridotti al minimo; che le note spese dei dirigenti o dei professionisti non raggiungano certe cifre astronomiche. Da due anni almeno Galgani avrebbe dovuto affrontare di petto questi problemi senza aggirarli cercando il consenso dei circoli. Non lo ha fatto e quando qualcuno ha avuto iniziative concrete ha preferito non rischiare frenando, accentrando, estromettendo, facendo politica invece di programmi"16. 
  

  12.3 Scoppia lo scandalo delle false tessere.  

Chiusa in qualche modo questa crisi del gruppo dirigente, l'anno successivo se ne aprì una ben più grave e complessa che fu definita la questione morale del tennis italiano. L'otto novembre 1988, meno di un mese prima dall'assemblea elettiva, (3 dicembre), per il quadriennio 1989-1992, il candidato dell'opposizione Giulio Malgara in una conferenza stampa denuncia l'abnorme aumento dei tesserati Fit che passano da circa 250.000 a ben oltre 400.000 (ricordiamo che i circoli hanno per ogni 10 tessere un voto per l'assemblea elettiva) e sottolinea come questo inspiegabile aumento è molto più forte nelle regioni politicamente vicine a Galgani. 
  

  12.4 Lievitano anche il numero dei campi e dei tornei organizzati.  

Inoltre pochi giorni dopo si scopre che il "secondo boom del tennis", secondo i dati Fit c'è stato anche per il numero dei campi (che passano da meno di 27.000 a oltre 32.000) e per i tornei organizzati (passano da circa 8.500 a quasi 12.000) anche qui le regioni vicine a Galgani fanno la parte del leone e anche qui ricordiamo che campi e tornei sono altri due parametri fondamentali per l'assegnazione del numero dei voti ai circoli. 
Per chiarire bene quanto fossero inverosimili i dati della Fit per il 1988 riporto una tabella comparsa sulla Gazzetta dello Sport del 16 novembre (quindi subito dopo lo scandalo) che mette a confronto i dati dell'ultimo anno con quelli degli anni precedenti. 

 
I dati relativi ai campi e ai tornei organizzati sono stati forniti alla Gazzetta dello Sport da segretario della FiIT Annibali. I dati sul numero di tesserati sono quelli ufficiali della FIT. 

Oltre ai clamorosi incrementi che si hanno nel 1988 c'è inoltre da notare che anche nel 1984 abbiamo incrementi sospetti, (considerato anche che siamo già in piena crisi), e questo forse non è un caso se pensiamo che è un anno di rinnovo dei vertici federali. A questo duro attacco Galgani rispose che era vero che l'aumento delle tessere era sospetto ma che valeva per tutte le regioni, anche per quelle favorevoli a Malgara. A questa affermazione seguirono accurate analisi su come gli incrementi sospetti erano divisi per regione e si verificò che tutte le regioni avevano avuto forti incrementi di tesserati, campi e tornei, ma si verificò anche che gli incrementi in percentuale erano di gran lunga più alti nelle regioni favorevoli al presidente. 
  

  12.5 Il CONI nomina un commissario straordinario per la FIT.  

A questo punto intervenne il CONI, (anche grazie ad un forte interessamento della stampa verso questa vicenda), che sciolse il Consiglio della Fit e nominò Mario Pescante (allora segretario del CONI, ora presidente) commissario straordinario della Fit. Pescante prese atto della reale anomalia dei dati e come prima decisione spostò l'assemblea al 18 dicembre, subito dopo annullo le tessere del 1988 considerando valide solo quelle degli agonisti ma non fece nulla circa i campi e i tornei. Malgara si dichiarò non soddisfatto da questi provvedimenti, disse inoltre che se ci doveva essere un azzeramento doveva essere rispetto a tutti i parametri e la sua candidatura era a tutti gli effetti ritirata a meno che non si corresse ai ripari. 
  

  12.6 La stampa si interessa al caso e scopre altre irregolarità.  

Ulteriore carne al fuoco la mise il quotidiano "L'Unità" che il 16 novembre 1988 scriveva in un suo articolo che durante l'anno in corso il Consiglio Direttivo aveva elargito oltre un miliardo di lire di contributi ai circoli alcuni senza adeguata motivazione e supporto, inoltre sottolineando che una cifra così alta non era mai stata elargita negli anni precedenti consigliava a Pescante di andare infondo anche a questa storia. Anche i due più autorevoli settimanali d'approfondimento italiani ("L'Espresso" e "Panorama") si interessarono alla vicenda, "L'Espresso" tra l'altro raccontava: "Sul finire dell'85 entra in consiglio Alfonso Gambardella. L'avvocato napoletano chiede con insistenza la certificazione dei bilanci e la pubblicazione dei rimborsi spese per i dirigenti. Perché? Perché i bilanci della federazione non sono stati più pubblicati dall'85 e perché Gambardella è venuto a conoscenza di una serie di illeciti amministrativi compiuti dal presidente (viaggi da solo e in "compagnia", come i cinque giorni passati a New York con una spesa di 10 milioni, che gravano interamente sui bilanci federali)."..."Per mantenere il suo potere il presidente è costretto sempre più spesso ad avventurarsi fuori dalle regole federali: si susseguono atti d'imperio e macchinazioni elettorali, finché nell'estate dello scorso anno (la crisi del 1987) Galgani fa decadere l'intero Consiglio (senza dimettersi) e ne fa eleggere un altro a sua immagine e somiglianza. L'ultima denuncia è di quest'anno. Ed è clamorosa. Il vicepresidente Giuliano Gambacurta, responsabile della Scuola Nazionale Maestri del centro tre fontane a Roma, in una lettera al presidente del CONI, Arrigo Gattai, denuncia tutte le marachelle amministrative da lui commesse per ottemperare agli ordini di Galgani. E' uno spaccato esemplare "dell'allegra gestione presidenziale"17. 

"Panorama" ci spiega invece come si manovrano i voti elettorali: "La sicurezza di Galgani si fonda su un vero e proprio "doping della tessera", denuncia un ex dirigente per lungo tempo ai vertici della Fit. Anzitutto è il sistema di voto, plurimo, che rende possibili le forzature. Ogni circolo di tennis ha diritto a un voto per ogni dieci tesserati e a seconda del numero dei campi esistenti, ma fino a un massimo di 80 tesserati per campo. Se il circolo non arriva al numero massimo di tessere riceve miracolosi contributi federali di 2 mila lire a tessera (che poi tornano alla Federazione) e così si può raggiungere il massimo dei voti. Inoltre siccome a ogni tessera deve corrispondere un nome e cognome, spesso per trovare i titolari vengono ampiamente saccheggiati gli elenchi telefonici. Ulteriori singolarità della gestione Galgani: ogni votante può disporre fino a 5 deleghe degli assenti e ogni tesserato in un circolo può anche avere la tessera di tutti gli altri circoli che vuole, aumentando così la schiera fittizia dei tesserati. La prova? Basta vedere l'elenco degli iscritti della federazione e le enormi differenze che ci sono tra gli anni in cui ci sono le votazione e quelli tranquilli. Un esempio: i tesserati in Toscana (regione vicina a Galgani) nell'84 erano 38.850. Nell'85 erano scesi a 28 mila e quest'anno che ci sono di nuovo le elezioni sono diventati 58 mila"18. 
  

  12.7 Milioni di finanziamenti a circoli fantasma.  

Dopo queste prime e pesanti accuse i giornalisti e non solo provarono a scavare un po' sulla variegata vicenda per capire quanto fosse fondata., vennero fuori irregolarità molto pesanti. Circoli di tennis inesistenti ma votanti, circoli esistenti ma senza campi da tennis (e sempre votanti), circoli in cui il numero dei campi si era moltiplicato miracolosamente. Il giornalista Livio Lombardi a questo proposito fece un'indagine molto interessante che riguardava in particolare i circoli di tennis della provincia di Torino che avevano ricevuto contributi dalla Fit. Il suo articolo inizia così: "Io vecchio guardone di tennis, incallito frequentatore di campi e circoli, non sapevo che Torino avesse più tennis club che cliniche o basiliche." Prosegue raccontando cosa ha scoperto riguardo ai circoli più sospetti: "Il Tennis Club "La Magnolia" e il TC "Filadelfia" abitano l'amena collina Torinese."..."Cerco tra le valli via Seneca. Al numero 32 scopro una bella e vecchia villa ora condominiale: immerso nel boschetto adiacente scopro il campo da tennis. Il muschio sulla terra rossa e la rete un po' smagliata smentiscono assidue frequentazioni. Eppure, nonostante le apparenze questo è un circolo. Chi conoscesse i soci tesserati di questo circolo è pregato di segnalarceli. Contributi federali a pioggia Lit. 1.000.000. Il TC "La Magnolia", che dovrebbe aver dimora in strada S. Margherita lungo la quale ho cercato il campo da tennis dichiarato sull'Annuario, ma non trovato. Deve probabilmente trattarsi di un Tennis Club talmente esclusivo da diventare elusivo tant'è che sul libro federale non ne viene citato nemmeno il numero civico. Tuttavia questo circolo è stato egualmente raggiunto dalla provvidenziale munificenza di Galgani e Frola che gli hanno elargito un bel milioncino."..."Sui campi di c.so Appio Claudio 116 convivono, suppongo felicemente, ben sei (dico sei!) Tennis Clubs..."19. 
  

  12.8 I rimborsi spese di Galgani.  

Si calcolò anche che Galgani era costato alla Fit in cinque anni (1982-1986) circa 400 milioni di rimborsi spese (per fortuna che è un dirigente dilettante). Della vicenda si occupò anche il parlamento: l'onorevole Egidio Sterpa nel novembre 1988 rivolse un'interrogazione parlamentare all'allora ministro del turismo e spettacolo Franco Carraro riguardo le diverse irregolarità di gestione dei fondi della Fit. Carraro indagò e riscontrò effettive irregolarità nella gestione sia per il caso del Centro delle Tre Fontane sia circa i contributi elargiti ai circoli. A questo proposito l'ex consigliere federale Paolo Caravatti scriveva in un esposto presentato alla Corte dei Conti: "La Fit non ha mai comunicato agli enti affiliati i provvedimenti di erogazione dei contributi in modo che tutti ne venissero a conoscenza. La Fit non ha mai informato gli enti affiliati dei principi a cui si atteneva nell'erogazione dei contributi nel 1988; in modo che tutti gli enti potessero essere in condizione di richiedere dei contributi o contestare le fondatezza dei presupposti in base ai quali erano stati assegnati". 
  

  12.9 Per il CONI siamo di fronte a irregolarità non gravi.  

L'assemblea elettiva fu ulteriormente rinviata al 18 marzo 1989 e nel frattempo Pescante rinnovò lo statuto della Federazione. Tutto questo non bastò alla giunta esecutiva del CONI per considerare come principale responsabile di quello sfacelo Galgani e nonostante le irregolarità furono confermate, furono considerate non gravi. Precedentemente c'era già stato un esposto nel 1987 (sempre di Caravatti) su irregolarità riscontrate nei conti di quell'anno e già allora il CONI confermava che le irregolarità erano avvenute ma che non erano gravi. 
  

  12.10 L'assemblea elettiva di Montecatini.  

Nonostante la latitanza del CONI lo scandalo era talmente grande e fondato che ormai all'avvicinarsi dell'assemblea del 18 marzo i giornali titolavano: "In aprile nuovo presidente", convinti anche che Galgani non avrebbe mai avuto il coraggio di ricandidarsi, ma, purtroppo, non sapevano quanto erano lontani dal pronosticare il vero. Arrivarono anche nuove richieste di rinvio dell'assemblea, motivate dalla necessità di aver il tempo di fare luce su alcuni punti non ancora chiariti, l'assemblea elettiva non fu rinviata. Segue l'esauriente commento dal titolo "I giochi erano fatti" di Mazzanti apparso su "Matchball" la settimana successiva: "Un presidente ed un consiglio "commissariati" ed al centro di inchieste si ripropongono alla guida del tennis nazionale ed ottengono, nonostante lo sfascio del settore tecnico e senza presentare uno straccio di programma, la fiducia di quasi il 75% delle società rappresentate a Montecatini. Un candidato di opposizione dal nome illustre, Nicola Pietrangeli, mai coinvolto in scandali e da sempre al di fuori delle "beghe" federali, per di più dotato di idee e di un corposo programma per risollevare il tennis nostrano da una crisi sulla quale tutti concordano, viene lasciato clamorosamente fuori dalla porta senza che nessuno si prenda la briga di spiegare perché Nick ed i suoi amici non vanno bene, cosa non convince del suo programma, che rischi correrebbe il nostro sport passando dalle mani "chiacchierate" di Galgani a quelle immacolate di Pietrangeli. L'assemblea di Montecatini ha dimostrato ancora una volta che per condizionare il voto non servono i programmi o le idee, ma la raccolta delle deleghe e che i giochi sono fatti prima ancora che si apra il dibattito. Non è la prima volta che accade ciò e purtroppo non sarà nemmeno l'ultima, ma almeno si sgombri il campo da ogni equivoco e cioè che gran parte dei delegati tutto avevano in mente meno che il futuro del tennis nostrano sempre che quest'ultimo, come credo, sia determinato dalle scelte e dai programmi e non invece dalle semplici conquiste del potere. Mi sarebbe piaciuto che Galgani o qualcuno dei suoi portavoce fosse salito sul palco per dire che tutto ciò che si è scritto e detto in questi mesi è falso per questa e questa ragione. Ci si è limitati invece ad un generico processo alla stampa come se fosse colpa della Gazzetta dello Sport o di Matchball la mancanza di risultati, l'assenza di giustificazioni su centinaia di contributi alle società elargiti con i soldi di tutti. Si è parlato tanto di questione morale senza cancellare dubbi e sospetti."..."Su questo fronte avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale il CONI, ma non l'ha fatto. Non ho capito perché non è intervenuto quando furono denunciati gli scandali, non so perché i revisori dei conti non hanno mai denunciato irregolarità, ignoro infine perché il segretario generale del CONI Pescante si sia comportato da commissario "di parte" cancellando quel poco di credibilità che il Comitato Olimpico ancora manteneva agli occhi dei tennisti..."20. 

Non credo a questo punto sia necessario aggiungere altro a questa triste vicenda, anche perché dopo quell'opinabile assemblea a Montecatini i vertici Fit cercarono di dimenticare (e soprattutto di far dimenticare) il passato e oggi possiamo dire che riuscirono perfettamente nello scopo. Galgani e amici sono sempre lì, (rieletti con voto plebiscitario anche nel 1992), non hanno alcuna intenzione di lasciare le loro poltrone ma, cosa ancor più grave, nessuno (a parte alcuni giornalisti che ormai credo siano veramente stanchi di ripetere in quale situazione è il tennis in Ialia e di chi sono le responsabilità) mette seriamente in discussione il loro operato, dopo 18 anni di assenza di risultati, di sfaceli, di "questioni morali", di contributi fantasma, di commercio di voti e via discorrendo. 

NOTE:

  1. N.Porro; Identità, nazione, cittadinanza; SEAM, Roma (1995). 
  2. Stralci dell'articolo "Il tennis in Italia" di Bruno Tucci Dal quotidiani "Il progresso Italo Americano" di New York (1963). 
  3. Stralci dell'articolo "Tennis anno zero" di Alberto Ballarin dal quotidiano "Il Secolo XX" di Milano (1963). 
  4. Stralci dell'articolo Tonfo del tennis azzurro di Rino Tommasi apparso su Matchball nel luglio del 1981. 
  5. Stralci dell'articolo I big non sono sufficienti a rivalutare i campionati di Rino Tommasi apparso su Matchball nel settembre del 1981. 
  6. Stralci dell'articolo di di Guido Cesura "Gli juniores si dissolvono prima del grande balzo " pubblicato dalla rivista il Tennis Italiano (1983). 
  7. Dall'articolo: I giocatori Italiani arrivano tardi al professionismo di Ettore Ferreri pubblicato dalla rivista il Tennis Italiano (1983). 
  8. Stralci dell'articolo "Un ciclo si è chiuso si comincia da capo" di Silvano Tauceri apparso su il Tennis Italiano nel marzo dell'84. 
  9. Brano di intervista rilasciata dal Presidente Galgani alla rivista il Tennis Italiano nel 1984. 
  10. Stralci dell'articolo "La cattedrale nel deserto" di Rino Cacioppo apparso su Matchball nel 1991. 
  11. Stralci dell'articolo "Trasloco a Cesenatico" di Ettore Ferreri apparso su il Tennis Italiano nel 1992. 
  12. Stralci dell'articolo "Non ve bene un centro federale unico" di Roberto Lombardi apparso su Matchball nel 1992 
  13. Stralci dell'articolo "La riforma della scuola" di Tiziano Crudeli apparso su il Tennis Italiano nel 1992. 
  14. Stralci dell'articolo "Proviamo con la scuola" di Mauro Meneghini apparso su Matchball nel 1985. 
  15. Stralci dell'articolo "Il gruppo si è sciolto" di Roberto mazzanti apparso su Matchball nel 1987. 
  16. Strlaci dell'articolo "L'allegra gestione presidenziale" pubblicato sul settimanale L'Espresso nel novembre del 1988. 
  17. Stralci dell'articolo "Lo scandalo delle tessere" pubblicato sul settimanale Panorama nel novembre del 1988. 
  18. Stralci dell'articolo "Una storia piemontese" di Livio Lombardi apparso su Matchball nel 1988. 
  19. Stralci dell'articolo "I giochi erano fatti" di R.Mazzanti apparso su Matchball nell'aprile del 1989. 
   
Riferimenti Bibliografici 

Testi di storia del tennis: 

  • G. Clerici; Cinquecento anni di tennis; A.Mondadori, Milano (1987).
  • G. Clerici; Il grande tennis; A.Mondadori, Milano (1982).
  • R. Tommasi; Storia del tennis; Longanesi, Milano (1983).
  • R.Tommasi; La Coppa Davis; Alfredo Cazzola editore, Bologna (1994).
  • R.Morgan; the Tuscan game of palla. A descendant of medieval game of tennis; Stadion, St. Augustin, GDR (1985).
  • R. Bellamy; Tennis set; Cassell, London (1976).
  • G. Cesura; L'invenzione del tennis risale al madioevo; pubblicato sulla rivista il Tennis Italiano in una serie di articoli (1982).
  • R.Atkin; The book of Wimbledon; Cassell, London (1981).
  • Autori vari (tra cui A. Tolusso, L. Orsini, E.Piccardo, V.Canapele); Cinquantenario della F.I.T.; FIT, Roma (1960).
  • A.Fumarola; 63 anni di Davis; pubblicato da il Tennis Italiano (1985).
  • N.Porro; Identità, nazione, cittadinanza; SEAM, Roma (1995).
  • C.O.N.I.(autori vari); I numeri dello sport; Publicazione del CONI edita nel 1986.
Articoli citati: 
  • Articolo: Il tennis in Italia di Bruno Tucci dal quotidiano "Il progresso Italo Americano" di New York (1963).
  • Articolo: Tennis anno zero di Alberto Ballarin dal quotidiano "Il Secolo XX" di Milano (1963).
  • Articolo: Tonfo del tennis azzurro di Rino Tommasi apparso su Matchball nel luglio del 1981.
  • Articolo: I big non sono sufficienti a rivalutare i campionati di Rino Tommasi apparso su Matchball nel settembre del 1981.
  • Articolo: Gli juniores si dissolvono prima del grande balzo di Guido Cesura pubblicato dalla rivista il Tennis Italiano (1983).
  • Articolo: I giocatori Italiani arrivano tardi al professionismo di Ettore Ferreri pubblicato dalla rivista il Tennis Italiano (1983).
  • Articolo: Un ciclo si è chiuso si comincia da capo. di Silvano Tauceri apparso su il Tennis Italiano nel marzo del 1984.
  • Articolo: La cattedrale nel deserto di Rino Cacioppo apparso su Matchball nel 1991.
  • Articolo: Trasloco a Cesenatico di Ettore Ferreri apparso su il Tennis Italiano nel 1992.
  • Articolo: Non ve bene un centro federale unico di Roberto Lombardi apparso su Matchball nel 1992
  • Articolo: La riforma della scuola di Tiziano Crudeli apparso su il Tennis Italiano nel 1992.
  • Articolo: Proviamo con la scuola di Mauro Meneghini apparso su Matchball nel 1985.
  • Articolo: Il gruppo si è sciolto di Roberto Mazzanti apparso su Matchball nel 1987.
  • Articolo: L'allegra gestione presidenziale pubblicato sul settimanale L'Espresso nel novembre del 1988.
  • Articolo: Lo scandalo delle tessere pubblicato sul settimanale Panorama nel novembre del 1988.
  • Articolo: Una storia piemontese di Livio Lombardi apparso su Matchball nel 1988.
  • Articolo: I giochi erano fatti di R.Mazzanti apparso su Matchball nell'aprile del 1989.
  • Vittorio Nava e Antonio Besana; Due milioni di tennisti dimenticati; pubbicato da il Tennis Italiano nell'aprile 1994.
  • Stefano Semeraro e Claudio Malaguti; Quanto costa il tennis; articolo pubblicato da Matchball nel novembre del 1995.
  • Leo Bassi; Il teatro dell'assurdo; articolo pubblicato su Nuovo Tennis, giugno 1994.
  • Elis Calligari; Mai dire 2000; rivista Nuovo Tennis, giugno 1994.

Fonti dei dati:

  • Per ricostruire la storia del tennis italiano dal 1980 al 1994 sono stati inoltre visionati tutti i numeri delle riviste specializzate quali: il Tennis Italiano, Matchball, Tennis, Il Tennis. (Biblioteca dello sport del CONI; centro sportivo dell'Acquacetosa di Roma.) 
  • Le posizioni in classifica intenazionale e i risultati ottenuti dai giocatori italiani sono stati presi dalle classifiche mensili e dalle statistiche di fine stagione che periodicamente sono apparse sulle riviste il Tennis Italiano e Matchball. 
     
   
 
  
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14 L'AUTORE DEL TESTO: Danilo Martarelli

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