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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 23/03/98
La Repubblica

EDIMBURGO - Folate di fritto con venature al curry, ginocchia rispettabili e pelose che spuntano da kilt elegantissimi, pub che traboccano umani con pinte di birra in mano, persone a migliaia che scolano giù dalla città verso la periferia, guance che scoppiano a suonare cornamuse, cielo grigio su tutto, in grembo a una domenica che sarebbe qualunque.

Però l'animalone di odori suoni persone si sposta, e quando si ferma c'è uno stadio a risucchiarlo. Si chiama Murrayfield. Non è uno stadio: è un tempio. Dentro ci sono settantamila posti e un prato. Righe di gesso e pali strani. È una gran macchina che respira rugby. Sta trattenendo il fiato.

NON È una domenica qualunque: ancora mezz'ora, e poi: Scozia-Inghilterra.

Scozia-Inghilterra è qualcosa di più di una partita. È più di un secolo che la giocano, ogni anno, guerre escluse. E prima che iniziassero loro, la storia del rugby non ricorda altre sfide. Non per caso, gli inglesi qui hanno un soprannome che resiste: il vecchio nemico. C'entra il rugby, ma non solo. Scozzesi e inglesi se le sono date per secoli con una ferocia e una costanza che hanno pochi paragoni nella Storia. Adesso è tutto un valzer, con Blair che è nato a Edimburgo, e un referendum che da poco ha restituito alla Scozia il suo Parlamento. Ma la Storia lascia qualcosa sotto la pelle. Anche sotto quella, dura, dei rugbisti. Non a caso la mitologia del rugby tramanda il seguente pistolotto, attribuito a tal Phil Bennet: "Guardate che cosa hanno fatto al Galles questi inglesi bastardi. Hanno preso il nostro acciaio, la nostra acqua, il nostro ferro. Comprano i nostri cavalli per divertirsi quattro giorni ogni dodici mesi. Che cosa ci hanno dato in cambio? Assolutamente nulla. Siamo stati espropriati, derubati, controllati e puniti dagli inglesi. E noi giochiamo contro di loro questo pomeriggio". Difficile immaginare gli scozzesi più concilianti dei gallesi. Di certo, il "vecchio nemico", lo sopportano poco. E quando parlano della sfida contro gli inglesi, che dura da 127 anni e non finirà mai, usano una bella espressione: la caccia al pavone.

La caccia al pavone si tiene ogni anno in occasione del Torneo delle Cinque Nazioni. E qui bisogna spiegare. In Europa si gioca molto a rugby. Ma quando si tratta di stabilire, una volta all' anno, chi lo gioca meglio, allora è una faccenda che si risolve in dieci partite. Il Cinque Nazioni. Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda e Francia. Non si dilungano in partite di andata e ritorno: uno scontro e via. Per decenni non si sono neanche presi la briga di mettere in palio una coppa, un trofeo qualunque, anche solo una targa. Niente. Quattro partite ciascuno, e alla fine una classifica che entra nella storia. Il Cinque Nazioni è quello.

In Italia, il Cinque Nazioni è, da sempre, il sogno dei rugbisti nostrani. Che, evidentemente, sono gente tosta. Hanno fatto anticamera per degli anni, prendendo batoste e imparando. Poi hanno chiesto di entrare nel club, come sesta nazione. Gli altri hanno smesso di ridere quando hanno iniziato a buscarle. Allora, con la morte nel cuore, si sono rassegnati. Nel Duemila il Cinque Nazioni diventerà il Sei Nazioni. E per vincerlo dovranno venirselo a prendere in posti come Rovigo o Padova. Sono soddisfazioni. Tra l'altro, per superare l'esame, gli azzurri han dovuto passare proprio sugli scozzesi: 25- 21, a Treviso. L'indomani, da queste parti, la cosa era già nota come "la disfatta". Gli bruciava talmente che hanno rispedito a casa l'allenatore e ne hanno scelto uno nuovo. Si chiama Jim Telfer, una vecchia gloria, soprannome di battaglia Old Grey Fox. Ieri gli hanno chiesto come si sentiva a poche ore dallo scontro con gli inglesi. "Impaurito", ha risposto lui, candido. Ha aggiunto che se i suoi non imbroccano la giornata giusta vanno incontro a una sonora legnata ("right hammering", per la precisione). Gli allibratori condividono: a puntare sulla Scozia vincente rischi di portare a casa una fortuna. D'altronde i risultati parlano chiaro: disfatta con la Francia, sconfitta con i gallesi, vittoria per un punto con gli irlandesi, che non vanno in meta neanche se preghi. Con gli inglesi, gli scozzesi perdono, regolarmente, da otto anni. Gli restano ottanta minuti per stupire tutti, se stessi compresi. Detto così suona retorica da bar: ma lo stadio si è incendiato, e sull'orologio c'è scritto che quegli ottanta minuti sono qui e adesso. Visti da così vicino sembrano minuti capaci di qualsiasi cosa.

Bande, vecchie glorie, cori e cornamuse, i settantamila tutti al loro posto, chissà tradotti in litri di birra che cifra fanno. Inglesi in bianco, scozzesi in blu notte. Pallone che vola nel cielo grigio: è cominciata. Ci provano per primi gli scozzesi, sprecano un calcio piazzato, ripartono, rimbalzano contro la difesa inglese. Il gioco oscilla tra le due linee di meta come un'alluvione indecisa sul da farsi. Reggono gli argini, da una parte e dall'altra, e l'orgasmo della meta vanno a sfiorarlo, ma a toccarlo, mai. Il punteggio va avanti con quel succedaneo della meta che sono i penalties, punti fatti coi piedi, un ripiego. Tre a zero per gli inglesi. Tre a tre. Ancora gli inglesi avanti di tre punti. Ancora gli scozzesi che non mollano e pareggiano. È come l'estenuante attesa di una qualche esplosione. Accende la miccia Derrick Lee, l' estremo scozzese, infilandosi tra le rughe della difesa inglese. Lo seppelliscono a tre metri dalla linea di meta. Fischio dell' arbitro. Mischia. Tutti sull'orlo del baratro, quintalate di giocatori a rubarsi i centimetri. I giocatori scozzesi si voltano verso il pubblico e con un gesto inequivocabile chiedono una mano. Parte un ululato da far paura. Testa giù e spingere, con il pallone ovale che sparisce, poi dal nulla schizza via come una saponetta in bilico tra due bande di scalmanati che la braccano come se dovesse andarne della loro vita. Erano solo tre metri. Basta la saponetta che guizza via da una mano scozzese, e per gli inglesi diventano dieci, e poi campo aperto, e poi partita che si riapre. Il tabellone dice sei pari, quando l' arbitro fischia e il primo tempo finisce.

Intervallo. Pensieri. Rugby, gioco da psiche cubista - deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile (rimbalza sull'erba come una frase di Joyce sulla sintassi) per immettere il caos nell'altrimenti geometrico scontro di due bande affamate di terreno - gioco elementare perché è primordiale lotta per portare avanti i confini, lo steccato, l' orlo della tua ambizione - guerra, dunque, in qualche modo, come qualsiasi sport, ma lì quasi letterale, con lo scontro fisico cercato, desiderato, programmato - guerra paradossale perché legata a una regola astuta che vuole le squadre avanzare sotto la clausola di far volare il pallone solo all'indietro, movimento e contromovimento, avanti e indietro, solo certi pesci, e nella fantasia, si muovono così. Una partita a scacchi giocata in velocità, dicono. Nata più di un secolo fa dalla follia estemporanea di un giocatore di calcio: prese la palla in mano, esasperato da quel titic titoc di piedi, e si fece tutto il campo correndo come un ossesso. Quando arrivò dall' altra parte del campo, posò la palla a terra: e intorno fu un'apoteosi, pubblico e colleghi, tutti a gridare, come colti da improvvisa illuminazione. Avevano inventato il rugby. Qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa. Con ordinata, e feroce, follia.

Questa ricomincia con gli inglesi furibondi. Affettano il campo con sciabolate che fanno male, e schiacciano gli scozzesi nei fatidici ultimi cinque metri. Una mischia. Poi un'altra. Poi una terza. Sempre sull' orlo del baratro. Lo stadio urla uno Scotland Scotland che resusciterebbe un morto. Gli scozzesi resistono. Quarta mischia. Dice un proverbio francese: nel rugby c'è chi suona il pianoforte e chi lo sposta. Adesso è il momento di quelli che lo spostano. Il pallone non esce neppure più da là sotto, è ormai una guerra di forza, tutti a testa bassa, un pacchetto di mischia contro l'altro. Gli scozzesi perdono un passo, s'inchiodano lì, hanno la striscia di gesso dietro ai talloni, e gli inglesi non la vedono ma la sentono, testa bassa, scarpe a mordere l'erba, un altro passo avanti, la linea di gesso sparisce sotto la mischia, qualcosa di invisibile scricchiola e si spezza: gli inglesi portano in meta tutto quanto: pallone, avversario, se stessi.

È come se crollasse una diga. Crolla la Scozia. Una sciabolata dopo l'altra il pavone sale a 34 pu nti, dando spettacolo e facendo la ruota. Due minuti alla fine è aria di disfatta. Ma il rugby è un gioco strano, il pavone forse è stanco, gli scozzesi sicuramente sono incazzati. In due minuti trovano due mete, se le cercano martellando in mezzo al campo, e le trovano con due scosse elettriche sulle ali, due fiondate che lo stadio si beve come una birra dopo un deserto. Così domani i giornali potranno scrivere 34-20, onore delle armi per gli sconfitti, al Murrayfield, nella centotredicesima puntata di una storia che non finirà mai.

La Repubblica, 23 marzo 1998.

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Ultimo Aggiornamento_Last Update: 10 Nov. 2001