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Alessandro Baricco |
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Naturalmente tutti chiedono di Abbado, e dei Berliner, e se davvero siano la meraviglia che si dice, e tu rispondi sì, sono la meraviglia che si dice, e allora loro dicono: in che senso? |
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Già, in che senso? Mi vengono in mente tre cose. La prima è la forza. La musica beethoveniana è una macchina che produce forza. Lo fa spesso, con una frequenza quasi maniacale, e lo fa perché dietro c'è una precisa idea: gli uomini sono eroi, se vogliamo raccontare gli uomini dobbiamo raccontare degli eroi. La vita è una sfida epica, se vogliamo raccontare la vita dobbiamo raccontare un'epopea. Pronunciare la forza, era un modo di dire il nome dell'uomo. Beethoven sapeva farlo da dio. Il trucco era: niente forza gratuita, slogan vuoti, esplosioni orchestrali senza fondamento. Lui non gridava la forza: la costruiva. Costruiva delle fondamenta, poi incominciava a tirare su il muro, e così via, fino a ottenere la diga, immane. La forza, in lui, non era mai un'esplosione irrazionale: era sempre il risultato di un teorema. Ti
arriva addosso, alla fine, quando è chiaro che nient'altro potrebbe
succedere che quello, quell'orchestra lanciata a razzo, a squartare, con
eleganza solenne, il paesaggio sonoro. Questo modo di lavorare dava a
qualsiasi inflessione eroica, epica, un irresistibile sigillo di
inevitabilità, di certezza: dava alla forza, una forza sconosciuta. Storia siamo noi, è solo un verso di una canzone di De Gregori, ma adesso ho capito cosa voleva dire - risvegliarsi con la Storia addosso. Che vertigine. Neanche sappiamo esattamente cosa è successo. Ma certo la sensazione è precisa: molte cose non saranno mai più come prima. E molte cose non saranno più, tout court. Invidio l'intelligenza e la lucidità di chi è capace, qui e adesso, di capire quali e di dircelo. Aspetto fiducioso. E intanto non riesco a non ripensare alla frasetta che tutti pronunciano, ossessivamente, senza paura di essere banali: è come un film. E' ovvia, eppure tutti la ripetono, e ci deve essere qualcosa lì dentro che vogliamo dire ma non riusciamo a capire, qualcosa che abbiamo in mente, e che è importante, ma che tuttavia non riusciamo a tirar fuori. Me la rigiro nella testa, la frasetta, e arrivo a capire che c'è qualcosa, in quello che vedo alla televisione, che non quadra, e non sono i morti, la ferocia, la paura, è ancora qualcosa d'altro, qualcosa di più sottile, e mentre vedo per l'ennesima volta quell'aereo che vira e centra il totem sberluccicante nella luce del mattino, capisco quello che mi sembra, davvero, incredibile, e anche se mi sembra atroce dirlo, provo a dirlo: è tutto troppo bello. C'è un'ipertrofia irragionevole di esattezza simbolica, di purezza del gesto, di spettacolarità, di immaginazione. Nei diciotto minuti che separano i due aerei, nello sgranarsi degli altri veri e falsi attentati, nella invisibilità del nemico, nell'immagine di un Presidente che se ne parte da una scuoletta della Florida per andare a rifugiarsi nel cielo, in tutto questo c'è troppa maestria drammaturgica, c'è troppo Hollywood, c'è troppa fiction. La Storia non era mai stata così. Il mondo non ha tempo di essere così. La realtà non va a capo, non concorda i verbi, non scrive belle frasi. Noi lo facciamo, quando raccontiamo il mondo. Ma il mondo, di suo, è sgrammaticato, sporco, e la punteggiatura la mette che è uno schifo. E allora perché la storia che vedo accadere in quel televisore è così perfetta? Perché è già perfetta prima che la raccontino, nello stesso istante in cui accade, senza l'aiuto di nessuno? Allora mi sembra di capire qualcosa di quella frasetta ripetuta ossessivamente, è come un film. La ripetiamo perché lì dentro stiamo cercando di pronunciare una paura ben precisa, una paura inedita, mai avuta prima: non è il semplice stupore di vedere la finzione diventare realtà: è il terrore di vedere la realtà più seria che ci sia accadere nei modi della finzione. Ti immagini l'uomo che ha pensato tutto quello e puoi forse sopportare la ferocia di quello che ha pensato, ma non puoi sopportare l'esattezza estetica con cui l'ha pensato: come l'ha fatto è spaventoso almeno quanto quello che ha fatto. Ne siamo terrorizzati perché è come se qualcuno, improvvisamente e in modo così spettacolare, ci avesse portato via la realtà: è come se ci informasse che non ci sono più due cose, la realtà e la finzione, ma una, la realtà, che ormai può accadere soltanto nei modi dell'altra, la finzione: e non solo per scherzo, nelle trasmissioni televisive in cui veri uomini diventano falsi per far finta di essere veri, ma anche nelle curve più reali, atroci, clamorose e solenni dell'accadere. Sembrava un gioco: adesso non lo è più. Non so. Chi sa mi spiegherà cos'è successo l'11 settembre 2001, e cosa è cambiato per sempre, ieri. Io sto giusto pensando che, tra le altre cose, è anche successo che è andato in corto circuito il raffinato meccanismo con cui la nostra civiltà da tempo scherzava col fuoco e drogava la realtà spingendola verso le performences che sarebbero solo a portata della finzione. Credevamo di poter mantenere un sufficiente dominio su quel giochetto. Ma qualcuno, da qualche parte, ha perso il controllo. A nome di tutti. Adesso è facile chiamarlo pazzo, ma è evidente che è pazzo di una pazzia assai diffusa in famiglia. L'abbiamo coltivata allegramente: adesso eccoci qui, con il televisore davanti che ci srotola quella storia smerigliata e perfetta, eccoci qui, col vago sospetto di essere lo show del sabato sera di qualcuno. Qui a guardarci intorno impauriti, giusto per verificare che tutto questo è vita, magari morte, ma non un film. La Repubblica, 14 febbraio 2001. |
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_____________________________________ Ultimo Aggiornamento_Last Update: 10 Nov. 2001 |