Alberi del bosco



CILIEGIO SELVATICO

(Prunus avium L.)
FAM. ROSACEAE Gen. Prunus
Denominazioni dialettali: Serésa salvadega; Fransiga (Cr.sco); Marena salvadega, Càlem; Saréess (Cr.).

DESCRIZIONE:
Albero alto sino a 12-15m. Tronco dritto, cilindrico. Chioma ampia di forma piramidale-ovata. Corteccia da grigio-brunastra a bruno-rossastra, si lacera in bande orizzontali; secrezione gommosa fuori uscente dalle ferite. Rami eretti, i giovani lisci e glabri.
Foglie semplici, alterne, a lamina sottile, obovato-ellittica (5-8x12-15cm), margine dentellato, base cuneata ed apice acuto, generalmente pendule. Picciolo (2-5 cm) glabro, portante due ghiandole rosse verso il lembo fogliare, stipole lineari, caduche.
Fiori ermafroditi in corimbi pauciflori penducolati (3-5 cm), calice glabro, petali bianchi, rotondato-smarginati.
Frutto (drupa) globoso, rosso scuro, lucido (1-2 cm), a polpa dolce.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Specie mediamente eliofila, il ciliegio selvatico predilige posizioni marginali al bosco di latifoglie, o terreni decisamente aperti, amando suoli freschi e profondi, quantunque si adatti anche a substrati argillosi o decisamente ciottolosi.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale compare qua e là in boschi residui, lungo gli argini dei cavi irrigui, specialmente nella zona dei fontanili. Localmente diviene più frequente fino ad apparire comune, come nei relitti boschivi del Pianalto di Romanengo.

OSSERVAZIONI:
Questa essenza sembrerebbe normalmente presente dove la mano dell'uomo è intervenuta con meno prepotenza e lo si ritrova spesso associato alle specie tipiche del sotto bosco del querceto. Tuttavia rimane assai difficile stabilire fino a che punto si debba considerare inselvatichito e quando, invece, no.

USI:
Il legno del ciliegio, di colore giallo-rossastro o rosso-brunastro, è duro e omogeneo, di facile lavorabilità e politura e trova impiego in lavori di falegnameria, di tornio e di ebanisteria come materiale di elevato pregio.
E' pure un ottimo combustibile, grazie all'alto potere calorifico. La specie selvatica funge da portainnesto per le varietà di ciliegi coltivati.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica per seme, posti in terra a maturità dei frutti, dopo averlo liberato accuratamente delle parti molli. Germina la primavera seguente.
Altri consigliano invece la semina in autunno dopo aver stratificato per qualche mese i semi. Si effettua il trapianto a 2 anni e la posa a dimora a 4.





CASTAGNO

(Castanea sativa Miller)
FAM. FAGACEAE Gen. Castanea
Denominazioni dialettali: Castègna.

DESCRIZIONE:
Albero alto sino a 20m e più. Tronco eretto e massiccio. Chioma densa ed espansa. Corteccia brunastra o grigio-rossigna, liscia e lucida con lenticelle trasversali da giovane e poi profondamente solcata in senso longitudinale e con andamento spiralato con l'invecchiamento.
Foglie semplici, alterne, grandi (7-9x18-20 cm), oblungo-Ianceolate, a margine sinuato-dentato con denti mucronati rivolti verso l'apice, base lievemente cuneata ovvero subcordata; 18-23 paia di nervature ben rilevate. Picciolo breve (1-2 cm).
Fiori monoici: i maschili in amenti eretti (5-15 cm); i femminili solitari o a gruppi di 2-3, posti alla base delle infiorescenze maschili, protetti da brattee saldate che crescendo formeranno la cupola a riccio. Questa è formata da 4 valve irte di aculei.
Il frutto (castagna) è un achenio globoso-compresso con pericarpo lucido e coriaceo, bruno scuro (marrone) con cicatrice (ilo) alla base.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Il castagno è specie eliofila ed ossifila, pertanto predilige terreni acidi o, comunque, neutri anche magri, purché umiferi, e posizioni aperte o il margine dei boschi, quando vi si trovi a vivere in associazione con altre specie.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale rimangono pochi esemplari, residui di popolazioni presumibilmente più abbondanti, sui terreni argillosi del Pianalto di Romanengo, dislocati in almeno tre punti diversi, dove si verificano ancora casi di propagazione spontanea. Qualche grande esemplare è tutt'ora coltivato in taluni parchi privati (Soncino, Crema, ecc).

OSSERVAZIONI:
Questo albero dai numerosi meriti, come specie sia agraria sia forestale, fu nel Medioevo assai diffuso in tutto il territorio qui considerato, come produttore di frutti e di legname. Ancora nel secolo scorso risulta documentata la sua coltivazione nel Cremasco, dove veniva per lo più governato a ceduo per la produzione di pertiche, pali e legname da opera.

USI:
Attualmente l'esiguità numerica e la totale sporadicità dell'albero, così come si presenta da noi, non induce alcuna utilizzazione degna di nota.

PROPAGAZIONE:
Si seminano le castagne non appena i frutti sono maturi, oppure si stratificano durante l'inverno, sistemandole nella sabbia ben asciutta, per seminarle nella primavera successiva. In passato c'era chi faceva germogliare le castagne durante l'inverno, tenendole nella sabbia umida, per trapiantarle già nella primavera seguente. I semenzali si mettono a dimora nell'autunno del terzo anno.





OLMO MINORE o CAMPESTRE

(Uimus minor Miller)
FAM. ULMACEAE Gen. Ulmus
Denominazioni dialettali: Ulmo, Ulme (Cremasco); Ulm, Ulmesiin (Cremonese).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 25-30m. Tronco dritto, slanciato e possente. Chioma densa e distesa. Corteccia bruno-grigia e liscia da giovane, più scura e assai screpolata con l'età. Rami disposti regolarmente quasi su un unico asse ed opposti, i giovani pressoché glabri o sovente con ali suberose.
Foglie semplici, alterne, a lamina obovato-ellittica, ad apice acuminato e base asimmetrica (2-5x4-8cm); margine doppiamente dentato; scabre superiormente, nervature secondarie sovente bifide verso il margine esterno.
Fiori ermafroditi in mazzetti sessili o quasi, rosso-porporini. Frutto alato (samara) ad apice smarginato con seno raggiungente il seme.

FIORITURA: Febbraio-Marzo.

ECOLOGIA:
Dotato di larghe possibilità rispetto alle qualità del suolo, l'olmo minore sembra tuttavia preferire i suoli fertili e profondi, con predilezione per quelli a falda abbastanza superficiale ed a reazione basica.

DISTRIBUZIONE:
Presente ovunque nel territorio provinciale è particolarmente abbondante nelle golene fluviali, dove forma, in associazione ad altre essenze arboree boschi misti, accogliendo nel sottobosco numerose specie arbustive ed erbacee.

OSSERVAZIONI:
Questo albero, un tempo ampiamente coltivato soprattutto come tutore della vite, è oggi gravemente minacciato da una parassitosi fungina, la grafiosi, che ne sta decimando le popolazioni in tutto l'areale di diffusione.
Per questo motivo sono sempre più rari gli esemplari arborei di una certa età, mentre più resistenti si rivelano i soggetti in forma arbustiva.

USI:
Il legno è semiduro, di facile lavorabilità, pesante ed elastico, di colore bruno-rossastro, assai durevole. Dopo alcuni anni di stagionatura può essere impiegato per lavori che comportino un costante contatto con l'acqua.
Era, un tempo, il legno preferito dai carradori.
Le fronde possono fornire un buon foraggio agli animali domestici e selvatici.

PROPAGAZIONE:
Semina immediata delle samare alla loro caduta (giugno) per ottenerne la germinazione dopo pochi giorni. I semenzali si trapiantano ad 1 anno e si pongono a dimora a 4.





PIOPPO TREMULO

(Populus tremula L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Populus
Denominazioni dialettali: Tìdol; Alberèla (Cremasco).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 20m, da noi mai superante i 12-15m. Tronco sovente contorto o ginocchiato. Chioma più densa verso l'apice. Corteccia chiara, grigio-giallognola o bianco-verdastra, liscia. Rami patenti o anche penduli.
Foglie terminali piuttosto grandi (8-10x10-14cm), triangolari-ovate, troncate o cordate leggermente alla base, glabre di sopra, tomentose di sotto. Picciolo cilindrico o poco compresso.
Foglie adulte (brachiblastali), più piccole (3-7x3-8cm), suborbicolari, talora acuminate all'apice e a base tronca, crenato-dentate ai margini, glabre su entrambe le pagine, con picciolo lungo quanto la lamina, appiattito così da rendere le foglie tremule ad ogni alito di vento.
Fiori in amenti: i maschili di 8-10cm, con 6-10 stami ad antere porporine; i femminili lunghi fino a 12cm con stimmi rossi, sericei. Cassula glabra.

FIORITURA: Marzo-Maggio.

ECOLOGIA:
Il pioppo tremulo è specie lucivaga per eccellenza, come tutte le specie pioniere, alla cui categoria si può senz'altro ascrivere. Indifferente al substrato si stabilisce preferibilmente su suoli argillosi leggermente acidi, forti e compatti. All'interno del bosco non tollera l'aduggiamento di altri alberi e si dispone, dunque, più facilmente ai margini, o forma boschetti puri nelle radure.

DISTRIBUZIONE:
In provincia è presente in forma spontanea sui suoli argillosi del Pianalto di Romanengo, dove lo si rinviene, tuttavia, abbastanza localizzato. Un'altra stazione, lungo il canale Vacchelli, in comune di Bagnolo Cremasco, sembra essere di impianto artificiale. E' senz'altro da considerarsi specie sporadica, localizzata e rara per la provincia di Cremona.

OSSERVAZIONI:
Può darsi che in passato fosse più diffuso da noi di quanto non mostri di esserlo oggi. Il pioppo tremulo ha una spiccata capacità pollonante e le sue radici sono in grado di emettere polloni fino a notevole distanza dalla ceppaia ed anche dopo diverso tempo dalla morte del soggetto.

USI:
Data la sua scarsissima presenza da noi, non si hanno notizie di particolari usi applicati a questa specie.

PROPAGAZIONE:
Alla semina (che comunque deve essere immediata, appena i semi sono maturi) si preferisce la moltiplicazione per talee e piantoni che vanno preparati ed infitti nel terreno dopo la caduta delle foglie oppure alla fine dell'inverno. I polloni radicati possono essere messi a dimora già a 3 anni d'età, ma anche più tardi (fino a 10 anni).





MORO o GELSO NERO

(Morus nigra L.)
FAM. MORACEAE Gen. Morus
Denominazioni dialettali: Mur; Murù (Cremasco); Muròon néghér (Cremonese).

DESCRIZIONE:
Albero alto sino a 10-15m. Tronco robusto. Corteccia giallastra da giovane, più scura e fessurata con l'età. Rami giovani ruvidi.
Foglie semplici, alterne, a lamina ovata, (6-12x8-18cm), decisamente cordata alla base, indivisa o 3-5 lobata, a margine inegualmente denticolato, ruvida di sopra, tomentosa di sotto, piuttosto rigida e coriacea. Picciolo (1-1,5cm) appena scanalato.
Fiori monoici in amenti: cilindrici i maschili; più globosi i femminili. Infruttescenza (sorosio) subsessile, (2-2,5cm), nera e acidula, dolce solo a maturità.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Ama i terreni mediamente fertili, ricchi di humus, profondi e ben drenati, mal sopporta i ristagni d'acqua. Da noi le tecniche e le cure colturali hanno spesso saputo diffondere l'albero anche su terreni "difficili".

DISTRIBUZIONE:
Coltivato qua e là nella provincia fino a qualche decennio fa, ora si trova sporadicamente inselvatichito, ricalcando la distribuzione della trascorsa coltura.

OSSERVAZIONI:
Originario dell'Asia minore, il moro fu introdotto e coltivato in Italia fin dall'epoca romana, soprattutto per il frutto. Nella stragrande maggioranza dei casi risulta governato a capitozza.

USI:
Il legno, di eccellente qualità, venne usato per diversi lavori di falegnameria, per fame vasi vinari e per lavori di carradore. I rami forniscono pali e pertiche. E' pure da considerarsi un buon combustibile. Le foglie possono fornire foraggio di discreta qualità.

PROPAGAZIONE:
Si preferisce la moltiplicazione per talee primaverili. Un anno dopo si trapiantano i polloni radicati.



FRASSINO MAGGIORE(Fraxinus excelsior L.)
FAM. OLEACEAE Gen. Fraxinus
Denominazioni dialettali: Fràssèn.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 25-30m e più. Tronco dritto, slanciato, poco ramificato, a corona ampia, poco densa, cilindrico-cupuliforme, Corteccia grigio-bruniccia chiara, minutamente solcata in età. Rami giovani grigio-verdognoli portanti gemme nere, vellutate.
Foglie opposte, imparipennate (fino a 25cm) per 9-15 foglioline sessili, ellittico-Ianceolate ed oblunghe (2-4x5-1Ocm), a margine minutamente seghettato, ad apice acuto e base cuneata, più chiare di sotto e talora pelose.
Fiori in pannocchie ascellari, erette e brevi, nascenti prima delle foglioline, calice e corolla assenti, antere porporine.
Frutto (samara) lanceolato-lineare, bruno e lucido, a maturità con ala ottusa o smarginata all'apice. Seme unico.

FIORITURA: Marzo-Aprile.

ECOLOGIA:
Il frassino maggiore predilige i terreni freschi, profondi e sciolti con buona disponibilità idrica. Specie moderatamente ombrivaga in gioventù ed eliofila da adulta, partecipa alla formazione di boschi ripari, non troppo densi o si dispone ai margini esterni delle formazioni più fitte.
Da noi lo si trova però anche sui terreni subaridi, nettamente alcalini, magri e grossolanamente ghiaiosi delle alluvioni fluviali dell'Adda (Rivolta d'Adda).

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale risulta presente in relativa quantità solo nei boschi fiancheggianti l'alto corso dell'Adda (Rivolta d'A.-Spino) e lungo il Po (Stagno Lombardo), altrove compare sporadicamente, isolato o in piccoli popolamenti di dubbia spontaneità, soprattutto su alcuni terreni della Ghiara d'Adda (Spino d'Adda, Pandino) e lungo il Serio Morto (S. Bassano).

OSSERVAZIONI:
Si deve ritenere che i soggetti allignanti nella golena padana mostrino caratteri morfologici che si discostano leggermente da quelli tipici di F.excelsior, tanto da far pensare a ibridi tra questo e F.oxycarpa Bieb., ovvero ad esemplari appartenenti decisamente a questa specie che ha distribuzione più meridionale, ma che è ampiamente interfeconda con F.excelsior, in particolar modo nei punti di contatto tra i diversi areali, i cui confini, peraltro, non risultano ancora ben conosciuti.

USI:
Il legno del frassino maggiore, semiduro, elastico e resistente trova impiego nella fabbricazione di mobili ed in lavori di tornio, soprattutto per la lavorazione di attrezzi sportivi.

PROPAGAZIONE: Si seminano le samare in autunno, ma i semi non germineranno che dopo 18 mesi. Per questo motivo si possono stratificare 1 anno prima della semina. I semenzali si trapiantano dopo 2 anni e si mettono a dimora a 4.





ACERO CAMPESTRE

(Acer campestre L.)
FAM. ACERACEAE Gen. Acer
Denominazioni dialettali: Ope (Cr.sco, Sonc.); Opi (Cr.); Opol (Ostiano); Upi (Soresina).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 10-15m, o anche arbusto. Tronco eretto, tozzo, nodoso e molto ramificato. Chioma densa, di forma globosa od ovata. Corteccia grigio-rosata e venata di rosso da giovane, diviene più scura e fratturata in placche con l'età. Rami giovani talora alati per creste suberose.
Foglie semplici, alterne, lamina palmata (4-8x5-10cm) con 3-5 lobi a margine irregolarmente e grossamente dentato-crenato, base cordata, pagina inferiore appena vellutata con nervature in rilievo. Picciolo (3-9cm) sovente porporino.
Fiori poligami, verdicci, in corimbi terminali, sviluppantisi con le foglie.
Frutto (samara) in corimbi penduli, con ali divaricate orizzontalmente sullo stesso asse, verdi, rossigne o più decisamente rossicce a tarda estate.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Pianta abbastanza rustica, l'acero campestre pur preferendo terreni profondi e ben drenati si adatta bene anche a suoli poveri, sabbiosi o ghiaiosi, preferibilmente a reazione alcalina.
Mediamente eliofila questa essenza sopporta anche posizioni di mezza ombra e spesso si dispone ai margini delle formazioni boschive.
Accompagna irregolarmente le specie tipiche del querco-olmeto, comportandosi più sovente come pianta pioniera di radure aperte e solatie.

DISTRIBUZIONE:
Presente in tutto il territorio provinciale, compare nelle formazioni boschive lungo l'Adda (Rivolta, Credera-Rubbiano, Pizzighettone), il Po (Stagno Lombardo) e l'Oglio (Castelvisconti-Bordolano), altrove è più o meno frequente nelle siepi. Particolarmente comune si mostra nel Casalasco, probabilmente a seguito della grande diffusione, in passato, della viticoltura che ne vedeva in posizione privilegiata l'impiego come tutore vivo della vite.

OSSERVAZIONI:
Oltre al primario merito economico detenuto da questa essenza legnosa nei secoli passati, oggi l'acero campestre può validamente entrare nel novero delle specie vegetali adatte a lavori di ripristino di ambienti degradati o alla ricostituzione di siepi intercalari alle colture, data la sua frugalità e le naturali doti di pianta pioniera, la densità e la bellezza delle fronde (colore giallo acceso, in autunno), la non grande statura, la resistenza alle potature, ecc.

USI:
Il legno bianco-giallastro o più o meno rosato è omogeneo, semiduro e compatto, di facile lavorabilità. Se ne fanno oggetti di uso corrente, domestico, agricolo, ma è richiesto anche per lavori di tornio, di ebanisteria e di liuteria. E' da ritenersi pure un ottimo combustibile. Le fronde sono appetite dal bestiame minuto.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica facilmente per seme, effettuando la semina in autunno. Le pianticelle possono essere trapiantate a 2 anni e messe a dimora a 4-5 anni. Si può moltiplicare anche per propaggine interrando i rami più bassi.

ALTRE SPECIE:
Talora, ma piuttosto raramente, è possibile rinvenire, soprattutto lungo l'alto corso provinciale dei fiumi Adda e Oglio qualche esemplare di 
ACERO DI MONTE (Acer pseudoplatanus L.).
Si tratta in genere di soggetti giovani, riconoscibili dalle foglie grandi (15-20x12-16cm) palmate con 5 lobi acuti e dentati irregolarmente, di colore verde scuro di sopra e verde glauco o porporino e pubescenti di sotto. Picciolo (fino a 15cm) scanalato e porporino superiormente.
Fiori giallo-verdicci in racemi penduli sviluppantisi dopo l'emissione delle foglie.
Frutto (samara) ad ali disposte a V capovolta, strette alla base e dilatate all'estremità opposta (3-6cm).

FIORITURA: Aprile-Maggio.

DISTRIBUZIONE:
Oltre che nelle adiacenze dei fiumi se ne possono rinvenire esemplari sporadici, qua e là nel territorio, spontanei, derivati presumibilmente da soggetti coltivati in parchi e giardini. Ama stazioni ombreggiate.

PROPAGAZIONE:
Si seminano le samare in autunno. Trapianto a 2 anni e collocazione a dimora a 4.

ALTRE SPECIE

Va diffondendosi con grande rapidità un po' dovunque l'ACERO NEGUNDO (Acer negundo L.) di origine nord americana e introdotto da noi verso la fine del XVIII secolo ed ormai naturalizzato in vari punti.
Si riconosce facilmente per i rami giovani, assai lunghi e vigorosi di colore verde brillante, lisci e un po' pruinosi.
Foglie composte (15-20cm) imparipennate per 3-5 o 7 foglioline ovato-ellittiche, acuminate all'apice, cuneate alla base, a margine irregolarmente dentato. Spesso le tre foglioline apicali confluiscono in un unico segmento. Pianta dioica: i fiori maschili in corimbi, i femminili in amenti penduli, emessi prima delle foglie.
Frutto (samara) con ali disposte a V capovolta (3 cm).

FIORITURA: Aprile-Maggio.

DISTRIBUZIONE:
Presente qua e là, in forma arborea od arbustiva, soprattutto in ambienti ruderali, al margine di strade e corsi d'acqua. E’ una specie in forte e rapida espansione in luoghi abbandonati e lungo i fiumi: Serio (Madignano, Crema, Ripalta Arpina), Adda (Pizzighettone, Formigara), Po (Stagno Lombardo, Pieve d'Olmi), Oglio (Azzanello), e certamente anche altrove.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica con estrema facilità seminando le samare in autunno. I semenzali si trapiantano al primo anno e si pongono a dimora al terzo anno.





ONTANO NERO

(Alnus glutinosa (L.) Gaertner)
FAM.BETULACEAE Gen. Alnus
Denominazioni dialettali: Unéss; Unìss; Ogn (Ostiano).

DESCRIZIONE:
Albero alto sino a 20-25m. Tronco eretto e slanciato con ramificazione regolare eretto-patente, formante una chioma a profilo piramidato. Corteccia bruno-grigiastra o verdastra, lucida nei soggetti giovani, punteggiata da lenticelle trasversali, sempre più ruvida con l'età fino a divenire decisamente fessurata.
Rami giovani glabri e attaccaticci, come le giovani foglie, per la presenza di numerose ghiandole.
Foglie semplici, alterne, a lamina obovata od orbicolare, o largamente ellittica (6-8x9-11 cm), cuneata alla base, ottusa e smarginata all'apice ovvero quasi tronca o incisa, grossamente sinuato-dentata o doppiamente dentata ai margini con 5-8 paia di nervature secondarie, assai evidenti, provviste di peli bianco-giallastri all'ascella, verdi scure di sopra, più chiare di sotto. Picciolo di 1-2,5cm, stipole prontamente caduche.
Fiori monoici in amenti: i maschili cilindrici e penduli in gruppi di 3-5 in posizione apicale, sono già presenti in inverno ed hanno colore bruno-violaceo; i femminili ovoidi (1-3cm), peduncolati, a gruppi di 3-5, verdi e serrati, lignificando con il procedere della stagione danno origine a piccoli strobili, a squame alla fine aperte, da cui si liberano i semi (acheni) compressi, ovali e strettamente alati.

FIORiTURA: Febbraio-Marzo.

ECOLOGIA:
L'ontano nero si mostra legato ad una costante presenza d'acqua nel suolo che, a sua volta, si deve mostrare ricco di sostanza organica e, non di rado, con caratteri di acidità. Pertanto le formazioni di ontano nero, che possono riuscire pure (alneti), allignano nei tratti più maturi delle lanche fluviali da tempo colmate per naturale evoluzione, oppure al piede dei terrazzi morfologici, dove la risorgenza di acque freatiche ne mantiene il terreno costantemente intriso.
Uguali condizioni si verificavano normalmente nei secoli passati, all'interno della fascia dei fontanili, dove gli alneti erano assai diffusi. Più comunemente si trova oggi l'ontano nero coltivato lungo i cavi irrigui e di colo della campagna dove, governato soprattutto a ceduo, ha l'importante funzione di raffrenare le sponde. E' specie mediamente lucivaga.

DISTRIBUZIONE:
Coltivato un po' dovunque nella campagna della provincia risulta però piuttosto scarso nella golena padana e negli ambiti fluviali del basso corso dell'Adda e dell'Oglio. Assai frequente risulta invece nell'area cremasca.
Rari esempi di alneti spontanei si trovano al piede dei terrazzi morfologici dell'Adda (Montodine, Moscazzano, Credera-Rubbiano, Casaletto Ceredano, ecc.), dell'Oglio (Genivolta, Azzanello, Bordolano, ecc.) del Po (Cremona) e del Serio Morto (Castelleone) o nella zona dell'ex Moso (Crema, Bagnolo, Cremosano e Trescore Cremasco), mentre un bell'esempio di alneto allagato è visibile alle sorgenti del Morbascolo (Casanova del Morbasco).

USI:
Il legno dell'ontano nero, di colore giallo intenso appena tagliato, assume, seccando, un colore rosso-mattone. Semiduro, omogeneo e dolce può servire a lavori di intaglio e tornitura. Se permanentemente sommerso conserva per lunghissimi tempi resistenza e imputrescibilità, tanto da essere preferito per la costruzione di palafitte.
Mediocre combustibile, brucia però senza fumo e senza quasi crepitare e perciò fu il legno preferito dai vetrai e dai fornai.
L'albero, coltivato a ceppaia lungo i corsi d'acqua irrigui, fornisce pali e pertiche. Ma la sua funzione principale è quella di sostenere le ripe. La sua presenza accelera la bonifica di terreni umidi o paludosi, essendo l'ontano nero in grado di assorbire grandi quantità di acqua e di eliminarla per evapotraspirazione.

PROPAGAZIONE:
Si spargono i semi in primavera, ottenendone la germinazione dopo 3-6 settimane. La moltiplicazione per via vegetativa può avvenire anche tramite barbatelle che si producono interrando un ramo di 2-3m a 10cm di profondità. I ricacci che si formeranno possono essere rilpicchettati alla fine dell'inverno successivo.



SPINO DI GIUDA

(Gleditsia triacanthos L.)
FAM. LEGUMINOSAE Gen. Gleditsia
Denominazioni dialettali: Spì del Signùr (Cremasco); Spéen del Signùur (Cremonese).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 25m e più. Tronco dritto, slanciato, irto di spine (come i rami) di colore rosso-bruno, lunghe fino a 5-7cm le maggiori, spesso accompagnate alla base da due spine più brevi e divergenti, ovvero ramificate e riunite a mazzetti. Rami giovani lucidi, bruno chiari, a decorso un po' zigzagante.
Foglie alterne, pennate, con foglioline in numero pari o anche dispari, lanceolato-allungate, sessili, (0,5-1x2-2,5), appena pubescenti sulle nervature nella pagina inferiore.
Fiori poligami, piccoli e profumati, in racemi spiciformi ascellari, bianco-verdicci, 3-5 petali.
Frutto (Iegume) assai compresso lateralmente, variamente falcato o spiralato, bruno-rossastro scuro, lucido, grande (20-40cm), racchiudente numerosi semi assai duri ed una polpa dolciastra.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Da noi lo spino di giuda mostra di preferire terreni sciolti, freschi e profondi, scarpate instabili, terreni di riporto, ambienti ruderali. Tuttavia non si arresta davanti ai suoli argillosi oppure a quelli prevalentemente ghiaiosi con falda superficiale, Specie eliofila ama gli spazi aperti.

DISTRIBUZIONE:
Albero coltivato a scopo ornamentale o come fissatore di terreni instabili lo si trova qua e là inselvatichito, anche in discreta quantità (Genivolta) e talora in esemplari di notevoli dimensioni (Izano, Castelleone, Sergnano, Credera-Rubbiano, Bordolano, ecc.).

OSSERVAZIONI:
Specie di origine nordamericana centro-orientale, lo Spino di Giuda fu introdotto e coltivato in Italia nel XVIII secolo. Venne utilizzato per la creazione di siepi o come elemento di alberate suburbane anche per la produzione di legname. Si trova coltivata anche la var. inermis, priva di spine.

USI:
Il legno, duro, compatto e pesante, si usa in falegnameria ed in carpenteria, resiste bene all'umidità e risulta essere un combustibile di ottima qualità. Le fronde giovani, quando cioè le spine sono ancora tenere, vengono appetite dal bestiame. Soprattutto in forma arbustiva, questa essenza legnosa si rivela un efficace raffrenatore di terreni instabili.

PROPAGAZIONE:
I semi possono essere posti nel terreno sia in autunno sia in primavera, previo periodo di ammollo di qualche ora in acqua tiepida. Essendo le piantine sensibili al freddo, conviene effettuare la semina in posizione riparata o in vaso. I semenzali si ripicchettano l'anno seguente e si mettono a dimora a 3 anni.





MACLURA

Maclura pomifera (Rafin.) L. Schneider)
FAM. MORACEAE Gen. Maclura
Denominazioni dialettali: nessuna

DESCRIZIONE:
Albero alto sino a 15-20m. Tronco eretto, ramificato e corona folta. Corteccia bruno-aranciata, profondamente fessurata con l'età. Rami spinosi (spine ascellari di 1-3cm).
Foglie semplici, alterne, a lamina ovato-Ianceolata od ovato-acuminata (4-10x5-16cm), a base cuneata o tronca, a margine intero, lucide e glabre di sopra, pelose di sotto, soprattutto da giovani. Picciolo di 1,5-3cm.
Fiori dioici: i maschili in amenti cilindrici, peduncolati e penduli; i femminili in capolini subsferici, con breve peduncolo. Infruttescenza subglobosa, grossa quanto un'arancia (10cm ca.) ed a questa piuttosto somigliante, non commestibile, dura, verde dapprima e giallo-aranciata a maturazione.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
La maclura preferisce terreni sciolti, anche subaridi, e stazioni con buona esposizione al sole.

DISTRIBUZIONE:
In provincia se ne conoscono alcuni esemplari, presumibilmente inselvatichiti, in territorio di Pizzighettone e soprattutto in località Ferie, sulle scarpate che definiscono il solco abduano. Non è da escludere, tuttavia, la sua presenza anche altrove.

OSSERVAZIONI:
Originario dell'America settentrionale (Stati Uniti centro-occidentali) questo albero venne introdotto in Italia nella prima metà del secolo scorso, a scopo evidentemente ornamentale.
Grazie alla spinescenza diffusa fu utilizzata per creare siepi protettive pressoché invalicabili.

USI:
Non si conoscono usi particolari di quest'albero da noi. Il suo legname durevole e compatto non ne esclude un valido impiego in lavori diversi ed anche in carpenteria, ovvero come buon combustibile.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica per seme messo a vivaio in primavera, ma si producono più facilmente margotte o talee radicali.



FARNIA

(Quercus robur L.; sinonimi: Q. pedunculata Ehrh)
FAM. FAGACEAE Gen. Quercus
Denominazioni dialettali: Rùer; Giànda (Soncinese); Lùer (Cremasco).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 30m e più. Tronco eretto, possente, con grosse ramificazioni spesso contorte, portanti numerosi rami minori ed il fogliame. Chioma distesa, a densità media. Corteccia grigia, liscia e lustra nei rami giovani, con rade lenticelle trasversali; bruno-nerastra e fortemente screpolata con l'età.
Foglie semplici (5-8x9-12cm), alterne, a lamina glabra, cuneatooblunga od obovata, base auricolata ed apice arrotondato, margini profondamente lobati, con lobi arrotondati, decrescenti verso la base. Picciolo brevissimo (O,5cm), con stipole precocemente caduche.
Fiori monoici: i maschili in amenti lassi e penduli (2-4cm); i femminili riuniti in gruppi di 2-5 o solitari, lungamente peduncolati, circondati da un involucro di squame embricate che, crescendo, formeranno la cupola del frutto.
Il frutto è un achenio (ghianda) ovato-oblungo (1-2x2-4cm), ricoperto per 1/4 e fino a 1/2 dalla cupola formata da squame rombiche.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
La farnia predilige i terreni fertili, ricchi di humus, profondi, aerati e ben drenati, specialmente se a falda superficiale. Questa essenza arborea sopporta comunque un'ampia variabilità di umidità del suolo, cosi come sa adattarsi bene a terreni con diversa reazione chimica.
Specie mediamente eliofila, segnatamente da giovane, forma la principale componente dei boschi planiziali, in associazione a svariate altre latifoglie, a seconda delle stazioni e grazie alle sue ampie possibilità ecologiche.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale è presente ovunque, isolata, tra i campi, o in associazione, nei boschi, soprattutto nelle valli fluviali. Di una certa importanza i boschi lungo l'Adda (Rivolta, Spino, Credera-Rubbiano, Pizzighettone) e lungo l'Oglio (Soncino).

OSSERVAZIONI:
In associazione con il carpino bianco, soprattutto, si ritiene che nei secoli passati costituisse la massima copertura silvestre della Pianura Padana (Ouerco-carpinetum).

USI:
Il legno, duro e compatto, ha caratteristiche di buona lavorabilità e durevolezza ed è ricercato per lavori di falegnameria, per farne mobili, tavole da pavimento, travature, rivestimenti, ecc.
Come combustibile possiede un alto valore calorifico e fornisce un ottimo carbone. I grossi alberi solitari che si elevano tra i campi conferiscono al paesaggio agrario un carattere, purtroppo sempre più raro, solenne ed antico.

PROPAGAZIONE:
Awiene per semina delle ghiande, preferibilmente in autunno, ma anche in primavera (marzo) dopo averle conservate tra strati di sabbia asciutta.





BAGOLARO o SPACCASASSI

(Celtis australis L.)
FAM. ULMACEAE Gen. Celtis
Denominazioni dialettali: Ermiglia; Erminia (Romanengo-Soncino); Remiglia; Frütiglia (Cremonese); Armiglia.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 20 m e più. Tronco dritto, poco slanciato ma robusto, assai ramificato, forma una densa corona cupuliforme. Corteccia grigio-cenere, liscia, con striature orizzontali. Rami giovani pubescenti.
Foglie semplici, alterne, obliquamente ovate od oblungo-Ianceolate (2-6x5-12 cm), lungamente acuminate, a margine doppiamente dentato, appena ruvide di sopra, sparsamente pubescenti di sotto. Tre nervature principali. Picciolo breve (1-1,5 cm), peloso.
Fiori ermafroditi o unisessuali, solitari o a piccoli gruppi, ascellari, peduncolati (2-4 cm).
Il frutto (drupa) è subsferico (0,8-1,2 cm), dapprima biancastro e bruno a maturazione, con polpa dolciastra.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Il nome "spaccasassi" attribuito a questa essenza arborea indica quali siano le stazioni preferite dall'albero che, in effetti, è specie assai frugale: qualità che unita alla decisa eliofilia e ad una certa xerofilia lo rende adatto ad allignare sulle pendici aride o sassose dell'area mediterranea ed insubrica. Da noi cresce invece su terreni sciolti e ben drenati, anche piuttosto poveri.

DISTRIBUZIONE:
Piuttosto infrequente nel territorio provinciale, in tali condizioni questa specie deve essere considerata esclusivamente come sporadicamente naturalizzata in alcune stazioni più aride ed esposte in genere verso sud o sud-ovest, come argini o scarpate morfologiche. Così, ad esempio, è rintracciabile lungo il canale Vacchelli (Izano), lungo le coste dell'Adda (Formigara), dell'Oglio (Corte de' Frati e Gabbioneta), del Serio (Madignano, Ripalta Arpina), del Po (Torricella del Pizzo), nella valle del Serio Morto (Castelleone, S.Bassano, con grossi esemplari) e certamente altrove.

OSSERVAZIONI:
Gli esemplari naturalizzati sono in genere assai giovani e molto spesso non riescono a superare nemmeno i primi anni di vita.

USI:
L'albero è impiegato con notevole frequenza nelle alberature stradali e come pianta ornamentale in parchi e giardini.
Il legno, di notevole qualità per la resistenza e l'elasticità, non ha da noi alcun valore economico se non come combustibile, peraltro ottimo, in occasione dell'abbattimento di qualche esemplare.
Il frutto, edule, è mangiato talvolta per puro trastullo o curiosità da chi, forse, vi ritrova nel sapore dolciastro un ricordo d'infanzia.

PROPAGAZIONE:
Seminati in autunno (settembre-ottobre) i semi germinano in marzo-aprile, purché si scelga una posizione riparata. Le pianticelle si ripicchettano a 2 anni e si collocano a dimora a 4. Buoni risultati offre anche il trapianto dei polloni radicati di 2-3 anni.

NOTE:
In territorio provinciale si rinviene anche Celtis occidentalis L., spontaneizzatosi sporadicamente qua e là (Pizzighettone, Sesto Cr., Genivolta) ovvero piantato deliberatamente nelle siepi arboree interpoderali o lungo i cavi irrigui.
E' un albero alto fino a 10–12 m, dalla corteccia bruno-grigiastra cosparsa di prominenze bitorzolute.
Le foglie sono lisce e lucide di sopra e glabre di sotto, salvo sulle nervature ricoperte da una fitta peluria; la lamina ha forma ovato-acuta evidentemente asimmetrica a margine irregolarmente dentato, tranne che nella parte basale.
I frutti sono bacche di colore giallo-aranciato che diviene porporino-scuro a maturazione.
Quest'albero, originario dell'America nord-occidentale, venne introdotto in Italia nel XVIII secolo come specie ornamentale e lo si trova talora piantato a formare le alberature stradali.



MELO SELVATICO

(Malus sylvestris Miller)
FAM. ROSACEAE Gen. MalusDenominazioni dialettali: Pomm salvadeg.

DESCRIZIONE:
Alberello alto fino a 3-6m. Tronco esile contorto e spesso nodoso. Rami distesi e spinescenti all'apice, i giovani tomentosi.
Foglie alterne, semplici, a lamina ovata (2-4x3-6cm) e margine dentellato o crenulato minutamente, brevemente acute all'apice e con base arrotondata o cuneata; tomentose da giovani ma presto glabrescenti o appena pelose di sotto sulle nervature, coriacee. Picciolo (2-3cm) con stipole caduche.
Fiori ermafroditi, appariscenti, in corimbi di 3-7; calice a 5 lacinie lanceolato-triangolari, un poco tomentose, petali bianchi o sfumati di rosa, obovati (1-2cm). Il frutto (pomo) ovato o globoso, ombelicato alla base, (2-3cm), ha polpa asprigna e colore verdastro, giallo o rosso.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Specie rustica e di larga adattabilità al substrato, forma una sporadica presenza nei boschi di latifoglie, spingendosi anche in terreni periodicamente inondati. Ama suoli a reazione alcalina e stazioni in penombra.

DISTRIBUZIONE:
Piuttosto infrequente, se non addirittura rara, nel territorio provinciale questa specie è rinvenibile in modo del tutto sporadico in qualche bosco golenale lungo Adda (Credera-Rubbiano) e Oglio (Soncino, Genivolta) o in aree ex boscate e in terreni marginali, come lungo il Serio Morto (S.Bassano) e altrove.

USI:
Il legno di questo alberello è ricercato per lavori di tornio e di ebanisteria. La specie funge usualmente da portainnesto per le varietà gentili del melo.

PROPAGAZIONE:
Si semina in autunno, ma anche in primavera dopo aver conservato i semi stratificati durante l'inverno. I semenzali si ripicchettano ad 1 anno e si pongono a dimora a 3.







TIGLIO NOSTRANO

(Tilia platyphyllos Scop.)
FAM. TILIACEAE Gen. Tilia
Denominazioni dialettali: Tèi.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 20m e più. Tronco dritto e tozzo. Corteccia bruno-grigiastra, liscia da giovane, più scura e screpolata con l'età.
Foglie semplici, alterne, a lamina cuoriforme (3-10x4-12cm), ad apice acuto, asimmetrica e cordata alla base, a margini seghettati, con ciuffi di peli bianco-giallastri alle biforcazioni delle nervature nella pagina inferiore. Picciolo pubescente.
Fiori a 2-5 in cime pendule, profumati, giallognoli.
Frutto (achenio) legnoso, globoso e duro, con 5 coste salienti, con peduncolo terminante in un'ala membranacea lineare-ellittica ottusa.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Specie di larga adattabilità nei confronti del substrato, mediamente ombrivaga, mostra caratteri più termofili rispetto alle specie congeneriche. Sembra sopportare senza difficoltà le periodiche inondazioni fluviali, ma esige suoli ben drenati e preferibilmente calcarei.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale se ne rinvengono scarsi esemplari lungo il corso settentrionale dell'Adda, in comune di Rivoltad'Adda, nel bosco ripariale di latifoglie.

OSSERVAZIONI:
Allo stato attuale delle conoscenze risulta assai arduo stabilire se si tratti di soggetti derivanti da una propagazione spontanea veicolata dalla corrente fluviale o se, invece, siano da considerarsi individui subspontanei originati da esemplari coltivati nei dintorni a scopo ornamentale. Analogamente a quanto segnalato per le stazioni lungo l'Adda, si deve rilevare che anche lungo l'Oglio, poco più a monte del confine provinciale (Torre Pallavicina) si rinviene qualche esemplare della stessa specie.

USI:
Oltre all'uso ornamentale che se ne fa, si deve ricordare che quest'albero produce fiori dalle rinomate qualità mellifere. Il suo legno non è particolarmente apprezzato, sebbene se ne facciano lavori di tornio e intaglio o piccoli oggetti di uso domestico.

PROPAGAZIONE:
La semina può avvenire in autunno, a maturità dei frutti, oppure in primavera dopo aver conservato i semi stratificandoli. Tale operazione, secondo alcuni, va prolungata fino al secondo anno. La germinazione avviene comunque dopo 1 anno. Per tale motivo si preferisce moltiplicare la pianta attraverso margotte o propaggini.



CARPINO BIANCO

(Carpinus betulus L.)
FAM. CORYLACEAE Gen. Carpinus
Denominazioni dialettali: Càrpen.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 20m o più. Tronco eretto, a sezione irregolare, spesso compresso, attorcigliato o scanalato. Corteccia liscia, grigio-cenerina. Rami giovani leggermente tomentosi, bruno-rossastri.
Foglie semplici, alterne a lamina ovato-ellittica (3-4x6-8 cm), acuta all'apice e tronca o subcordata alla base (non di rado anche cuneata), doppiamente e fittamente dentata al margine. Nervature evidenti (10-15 paia). Picciolo breve (fino a 1,5 cm).
Fiori in amenti: i maschili cilindrici, penduli, (2-6 cm); i femminili più brevi, terminali, danno origine ad un'infruttescenza pendula.
Il frutto (nucula) duro, ovoide e solcato, verdognolo, è posto all'ascella di una brattea trilobata, di consistenza papiracea, con il lobo mediano 2-3 volte più lungo dei laterali.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Sapendo adattarsi bene ai più diversi tipi di terreno, il carpino bianco occupa spesso stazioni assai differenti, sia su suoli sciolti, profondi e ben drenati, sia su suoli argillosi e compatti, purché ricchi di humus.
La tendenza generale è di costituire associazioni boschive con altre specie arboree, soprattutto con la quercia farnia.
Ama stazioni ombreggiate e sopporta agevolmente l'aduggiamento di strati arborei più elevati.
Nei secoli passati si ritiene che costituisse formazioni arboree climatogene in gran parte della pianura padana in associazione con la farnia (Querco-Carpinetum).

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale la specie si è fortemente rarefatta rispetto a possibili situazioni passate ed è ora presente, in forma spontanea, solo nella sua parte settentrionale.
Le scarse popolazioni scampate alla totale distruzione sono rintracciabili sui terreni grossolani e sciolti della Ghiara d'Adda (Rivolta d'Adda, Spino d'Adda, Agnadello), nonché lungo il corso di fontanili (Soncinasco), oppure sulle ripide scarpate morfologiche che definiscono le valli fluviali dell'Oglio (Genivolta, dove crescono gli esemplari di maggiori dimensioni) dell'Adda (Formigara) e del Serio Morto (S. Bassano).
La popolazione più numerosa alligna sui suoli argillosi del Pianalto di Romanengo e in particolare sulle coste che si sviluppano attorno al Naviglio di Melotta.

USI:
Il legno tenace, duro e pesante, era usato preferenzialmente per farne manici di attrezzi da lavoro (mazze, picconi, scuri).
L'eccellente potere calorifico ne costituiva comunque la migliore proprietà, per cui il legno di carpino godeva di considerazione come ottimo combustibile.
L'albero è oggi frequentemente coltivato a scopo ornamentale nei giardini o lungo le strade urbane.
In passato la specie era assai apprezzata per la costruzione di siepi e di gallerie di frescura, grazie alla sua capacità di sopportare frequenti potature e di assumere le forme più straordinarie.

PROPAGAZIONE:
La moltiplicazione per seme del carpino si rivela abbastanza difficoltosa. Seminati nell'autunno dello stesso anno della maturazione, i semi germogliano spesso solo dopo 18 mesi ed in percentuale piuttosto bassa. Pertanto è consigliabile stratificare i semi per 6-8 mesi o, meglio ancora, fino alla primavera del secondo anno dopo la raccolta. Il trapianto si effettua al secondo anno e la collocazione a dimora al terzo.





FICO

(Ficus carica L.)
FAM. MORACEAE Gen. Ficus
Denominazioni dialettali: Fich.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 8-1Om. Tronco spesso contorto e presto ramificantesi in una corona ampia e rada. Corteccia grigio-cenerina, sottile, liscia. Rami fragili; i giovani, come del resto i piccioli ed i frutti immaturi, trasudano un lattice bianco se spezzati.
Foglie semplici, alterne, a lamina palmato-Iobata per 3-5 lobi, irregolarmente crenulati verso l'apice, a base cordata o tronca, scabra di sopra, finemente vellutata di sotto. Nervature assai evidenti e rilevate. Picciolo (3-9cm) ruvido.
Fiori monoici, contenuti in un ricettacolo piriforme, carnoso, di varie dimensioni (2-5cm) e colore, entro cui si sviluppano anche i frutti veri e propri (acheni).

FIORITURA: Giugno-Settembre.

ECOLOGIA:
Pianta coltivata, da noi, in orti e giardini, può così disporre di terreni fertili, umiferi e ben drenati.
Tuttavia il fico, anche alle nostre latitudini, quando inselvatichisce, predilige stazioni in qualche modo simili ai versanti rocciosi o sassosi, subaridi e soleggiati che costituiscono l'habitat privilegiato nella fascia mediterranea, dove probabilmente cresce spontaneo da sempre. Pertanto lo si trova radicato nelle muraglie sgretolate ed anche su alcuni vecchi edifici in posizione riparata.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale è possibile rinvenire, qua e là, qualche individuo inselvatichito, non solo nei pressi di orti o giardini o su edifici urbani, ma anche in campagna (Soncino) radicato su ponti in laterizio (Salvirola), al margine di concimaie, lungo strade anche di primaria importanza (Casalmaggiore), in posizione soleggiata o riparata. Generalmente però rimane in forma arbustiva.

USI:
Oltre alla coltivazione delle innumerevoli varietà, per la produzione dei fichi, questo albero non sembra avere altre utilizzazioni da noi, poiché anche come combustibile il suo legno risulta di assai modesto valore.

PROPAGAZIONE:
La moltiplicazione più semplice avviene per via vegetativa, tramite polloni radicati di 2-3 anni forniti di una buona quantità di radici oppure tramite propaggini ottenute da getti di 2 anni che si spiccano l'anno seguente.







PIOPPO BIANCO

(Populus alba L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Populus
Denominazioni dialettali: Taernèl (Cremasco), Bèdul (Soncino), Bèdol (Cremonese).

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 30m e più. Tronco dritto. Chioma ampia, tendente ad assumere forma globosa. Corteccia grigio-biancastra, più o meno liscia nelle parti superiori, nerastra e scabra verso la base. Rami giovani densamente bianco-tomentosi o ragnatelosi, mai vischiosi.
Foglie turionali a lamina palmato-Iobata (5-9x8-10 cm e più) a 3-5 lobi, grossolanamente dentati ai margini, dapprima bianche sulle due pagine e poi verdi scure e lucide di sopra; bianco cotonose di sotto. Picciolo lungo (5-7cm e più) e cilindrico.
Foglie dei brachiblasti a lamina da ovata a lobata o partita, sinuata, ottusamente dentata ai margini, verde scuro di sopra e bianco-lanose di sotto, con picciolo variamente compresso lateralmente (2-3cm).
Fiori in amenti laterali: i maschili anteriori alla fogliazione, cilindrici (8-10cm) a 6-8 stami con antere dapprima porporine e poi gialle; i femminili più brevi (3-6cm) con stimmi giallo-verdastri. Cassula glabra.

FIORITURA: Febbraio-Marzo.

ECOLOGIA:
Il pioppo bianco predilige stazioni soleggiate con terreno ricco di scheletro, profondo, fresco, permeabile, decisamente fertile, mediamente umifero, presenti lungo i fiumi maggiori o corsi d'acqua secondari.
Naturalmente si consocia con altre latifoglie ripicole quali Populus nigra, Salix alba, Fraxinus excelsior, ma non è infrequente trovarlo a marcare il passaggio tra il bosco ripariale ed il bosco evoluto a legno forte.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale appare distribuito lungo i fiumi maggiori, con frequenza variabile, ma le popolazioni più numerose sono rintracciabili lungo l'alto e medio corso dell'Adda e nella golena del Po. Più localizzato appare lungo il Serio e l'Oglio.

OSSERVAZIONI:
Esemplari monumentali, superanti il secolo di età, sono presenti in aree golenali nei comuni di Stagno Lombardo, Motta Baluffi e Torricella del Pizzo. Le radici sono in grado di produrre grandi quantità di polloni anche a parecchi metri di distanza dal ceppo principale.
Specie di grande effetto ornamentale è spesso coltivata nei giardini, lungo i viali o nei parchi pubblici. Ciò ha contribuito a diffondere l'albero oltre i confini dell'areale originario.

USI:
Oltre all'impiego ornamentale, il pioppo bianco fornisce legname di valore piuttosto modesto, utilizzato in falegnameria, per imballaggi, per fabbricarne fiammiferi, oppure nell'industria cartaria. Le fronde possono fornire foraggio di soccorso per il bestiame.

PROPAGAZIONE:
Alla semina (che comunque deve essere immediata, appena i semi sono maturi) si preferisce la moltiplicazione per talee e piantoni che vanno preparati ed infitti nel terreno dopo la caduta delle foglie oppure alla fine dell'inverno. I polloni radicati possono essere messi a dimora già a 3 anni di età, ma anche più tardi (fino a 10 anni).



PLATANO

(Platanus hybrida Brot.)FAM. PLATANACEAE Gen. Platanus
Denominazioni dialettali: Plàten; Plàtena.

DESCRIZIONE:
Albero alto fino a 30m e più. Tronco dritto, slanciato, anche in grado di raggiungere diametri superiori al metro. Rami distesi a formare un'ampia e densa corona cupuliforme. Corteccia verde-grigiastra da giovane, si sfalda con l'età in placche grigio-brune, scoprendo lo strato sottostante biancastro o grigio-giallastro chiaro, liscio. Rami giovani tomentosi.
Foglie semplici, alterne, a lamina palmato-Iobata (10-15x20-25cm) per 3-5 lobi, margine intero, interrotto da pochi denti grossolani, base tronca o profondamente cordata dove l'attaccatura del lembo raggiunge il punto di biforcazione delle nervature primarie, tomentoso-vellutate di sopra, glabre di sotto. Picciolo tomentoso (3-6crn), con stipole fogliacee, denticolate, connate e caduche.
Fiori in capolini globosi unisessuali (2-3cm), penduli e lungamente peduncolati, a gruppi di 2-4. A maturità i capolini si sfaldano disperdendo gli acheni pelosi.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
Quando cresce su terreni fertili, profondi e freschi il platano mostra un'elevata rapidità di crescita. Specie eliofila, mal si adatta a crescere nei boschi preferendo posizioni isolate o sistemazioni a filare.

DISTRIBUZIONE:
Nel territorio provinciale il platano si trova coltivato ovunque, lungo i canali irrigui, le strade, le separazioni poderali, ecc. Talora lo si può rintracciare, in pochi esemplari, anche nei punti più aperti dei boschi ripariali. Risulta pure coltivato in plataneti razionali, piantati a sesto regolare, per la produzione di legname.

OSSERVAZIONI:
Pianta dai caratteri variabilissimi, Platanus hybrida è essenza legnosa dalle origini incerte: ritenuto da taluni l'ibrido fertile e fissato tra P.orientalis e P.occidentalis, per altri è da considerarsi semplicemente un cultivar di P.orientalis. Sembra che da noi il momento di maggiore diffusione colturale abbia avuto inizio a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quantunque si debba credere che l'albero vi fosse coltivato, forse in minore quantità, già da lungo tempo.

USI:
Piantato a filare e governato a ceppaia o a capitozza lungo i canali irrigui e di colo, questo albero ha l'irnportante funzione di raffrenare le ripe ed irnpedirne il franarnento. Assai diffuso è il suo impiego nelle alberature stradali, o come maestoso albero ornamentale troneggiante in parchi e giardini pubblici e privati e, pertanto, la sua presenza assume notevole importanza paesaggistica. Il legno del platano è di buona qualità: compatto, pesante e semiduro. Anche se poco duraturo è usato per lavori di falegnameria, carpenteria, di tornio e di intaglio. E' un buon combustibile, poiché possiede elevato potere calorifico. Le fronde possono fornire un discreto foraggio al bestiame.

PROPAGAZIONE:
La semina avviene in primavera dopo aver tenuto a mollo i semi per 12 ore in acqua tiepida, ma l'alta percentuale di semi vuoti limita i risultati. La moltiplicazione per via vegetativa prevede la predisposizione di talee da rametti dell'anno con un tallone di legno di 2 anni. Si possono ottenere anche propaggini interrando rami di un anno che si spiccano l'anno successivo.

NOTE:
Si incontrano da noi anche esemplari che mostrano i caratteri di Platanus orientalis L., originario dell'Asia minore e dell'Europa sudorientale, ma introdotto nelle nostre regioni fin dall'epoca romana ed in seguito naturalizzatosi. Questa specie si distingue dalla precedente soprattutto per la foglia divisa in lobi da seni più stretti e profondi e dal lobo centrale decisamente più lungo che largo, a margine sinuato-dentato con numerosi dentelli rivolti verso l'apice e mucronulati.
La base può essere di varia foggia: cuneata, tronca o cordata ed il punto di inserzione del lembo sul picciolo può coincidere con il punto di diramazione delle nervature primarie oppure essere più basso rispetto a questo. Non sembra comunque quest'ultimo un carattere sicuro di discriminazione tra le due specie, almeno da noi, dove probabilmente esiste un'infinità di forme intermedie difficilmente definibili.
Le infruttescenze sono simili a quelle di p.hybrida ma solitamente raccolte a 3-4(6) sullo stesso peduncolo.
Talora è possibile scoprire in qualche parco di antico impianto anche qualche esemplare di Platanus occidentalis L., di origine nord americana, con foglie divise in tre lobi poco distinti, tanto da assumere una forma quasi pentagonale, e capolini fiorali solitari.



BIANCOSPINO

(Crataegus monogyna Jacq.)
FAM. ROSACEAE Gen. Crataegus
Denominazioni dialettali: Spì bianc; Pimparulì (Sonc.); Marendina (Cr.sco); Bianchespéen (Cr).
I frutti: Pierète (Cr.sco); Cagapìr (Romanengo, Sonc.); Cagapùi (Cr.).

DESCRIZIONE
Arbusto o alberello alto sino a 4-5m. Fusto contorto. Corteccia grigio-rossastra, liscia. Rami giovani glabri e spinescenti.
Foglie semplici, profondamente divise in 3-7 lobi allungati, interi, dentellati verso l'apice, verdi, lucide di sopra, più chiare di sotto. Stipole denticolate.
Fiori in corimbi semplici o composti, multiflori, corolla bianca.
Frutto (drupa) rosso vivo o rosso scuro, globoso, con un solo seme, a polpa farinosa e piuttosto insipida.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA
Specie lucivaga, il biancospino occupa di preferenza i margini del bosco o le radure interne a questo. Più frequentemente lo si incontra nelle siepi, nei terreni degradati, nei cespuglieti. Abbastanza indifferente al substrato, si adatta bene a vari tipi di suolo, anche assai magri e aridi.

DISTRIBUZIONE
Questo arbusto appare comune in tutto il territorio provinciale, soprattutto dove più diffuse si sono conservate le siepi intercalari ai coltivi o le formazioni boschive residue, i cespuglieti, ecc. Localmente si riscontra con particolare frequenza e talora può mostrarsi persino abbondante, in particolare nel caso in cui subentri, insieme ad altre specie arbustive, al bosco quando questo sia stato drasticamente tagliato o degradato. In tale situazione di regresso vegetazionale il biancospino, unitamente ad altri arbusti come il prugnolo, la rosa selvatica, i rovi, la lantana, rappresenta la risposta naturale all'azione di disturbo intervenuta, partecipando attivamente alla fase di ripresa evolutiva tendente nuovamente al bosco.

OSSERVAZIONI
Insieme ad altre numerose specie arbustive, anche il biancospino meriterebbe di essere diffuso più di quanto già non lo sia, per la leggiadria delle sue fioriture primaverili e la gaiezza delle abbondanti fruttificazioni color corallo. Per le sue caratteristiche di frugalità, è specie adattissima a lavori di recupero di ambienti degradati. Con i fiori essiccati si preparano infusi ad azione sedativa, antispasmodica e cardiotonica. I frutti, farinosi e insipidi, costituiscono una preziosa risorsa alimentare per diversi animali e soprattutto per varie specie di uccelli, durante tutto l'autunno ed il primo inverno.

PROPAGAZIONE
Si semina subito dopo la raccolta dei frutti, dopo aver lasciato macerare la polpa in acqua per qualche giorno. Poiché la facoltà germinativa non supera il 30-40%, si può praticare la propagazione vegetativa per talea.



LIGUSTRO

(Ligustrum vulgare L.)
FAM.OLEACEAE Gen. Ligustrum
Denominazioni dialettali: Martèll sélvàdègh; Martelina (Cr.sco, Cr.).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 3m. Corteccia di colore bruno-olivastro, liscia, con lenticelle trasversali. Rami prostrati o reclinati.
Foglie semplici, opposte, a lamina ellittica o lanceolata (1-1,5x3-4cm), coriacea, lucida, a margine intero, caduche durante l'inverno, tranne quelle apicali che generalmente vengono mantenute. Picciolo assai breve (2mm).
Fiori in pannocchie terminali dense, profumati; calice e coroIla tetrameri, petali bianchi.
Frutto (bacca) subgloboso (6-8mm), nero e lucido a maturità.

FIORITURA: Aprile-Maggio.

ECOLOGIA:
II ligustro, pur preferendo suoli calcarei, ben drenati, in posizione riparata, non sembra disdegnare situazioni piuttosto differenti da quelle ottimali, insediandosi su suoli argillosi o sabbiosi anche mediamente umidi. E' specie che sopporta assai bene l'ombreggiamento e sovente cresce in abbondanza nel sottobosco, nonostante sia più consueto trovarla al margine delle formazioni boschive, ovvero nelle siepi.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale il ligustro si rinviene soprattutto nei boschi esistenti lungo i fiumi maggiori, dove può divenire anche assai abbondante, ma non manca nel resto della campagna, nelle siepi, sugli argini boscati, nelle aree marginali. La sua distribuzione è comunque irregolare, con ampie lacune in corrispondenza della campagna più intensamente coltivata.
La presenza di questa specie arbustiva nelle siepi marginali è un sicuro indizio della trascorsa esistenza, negli stessi luoghi, del bosco. Sovente si accompagna a specie come l'orniello, la lantana, l'emero, il pungitopo che indicano gli spiccati caratteri di termofilia cui anche questo arbusto appare, di preferenza, legato.

OSSERVAZIONI:
I frutti sono appetiti da diversi uccelli. In passato se ne ricavava una tintura nerastra utilizzata in vario modo, mentre il carbone del suo legno trovava impiego nella fabbricazione di polvere da sparo.
Con i giovani rami, assai flessibili e tenaci, si intrecciavano cesti e corbe.
Oggi, grazie anche ad estemporanee e diseducative distribuzioni di materiale vivaistico curate da enti pubblici, si sono diffuse alcune specie esotiche di ligustro: Ligustrum japonicum, L. ovalifolium e L. lucidum, tutte originarie dell'Asia orientale, sempreverdi o semispoglianti che mostrano una certa tendenza a spontaneizzarsi.

PROPAGAZIONE:
Si semina in autunno subito dopo la raccolta dei frutti; l'eventuale semina primaverile va preceduta da 2-3 mesi di stratificazione. Si possono trapiantare i polloni radicati o propagare talee in primavera.



GINEPRO COMUNE

(Juniperus communis L.)
FAM. CUPRESSACEAE Gen. Juniperus
Denominazioni dialettali: Zenér (Sonc.); Zanèer (Genivolta, Azzanello); Zenéver (Pizzighettone).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 4m. Corteccia di colore bruno-rossastro, tendente ad ingrigire nei rami più vecchi nei quali si desquama in lunghe strisce longitudinali. Poco ramoso.
Foglie aghiformi, rigide, pungenti, (1-1,5x10-15mm), con una striatura glauca superiormente, crescenti in verticilli di 3.
I fiori maschili e femminili sono portati da individui diversi.
Frutti (pseudobacche), detti coccole, carnosi, subglobosi, di colore nerastro o, più normalmente, bluastro a maturazione, 4-5mm.

FIORITURA: Febbraio-Aprile.

ECOLOGIA:
Il ginepro comune preferisce terreni asciutti o ad umidità più o meno variabile, ma ben drenati, poveri di sostanze nutritive, a reazione neutra o leggermente acida, sui quali si comporta come specie pioniera di primaria importanza. Indifferente alla tessitura ed alla granulometria del suolo, ama, invece, posizioni soleggiate. Per tale motivo i pochi esemplari, presenti da noi unicamente nelle alluvioni fluviali dei fiumi Oglio e Adda, ormai sopraffatti dal bosco, non sopportandone l'aduggiamento, soccombono via via nel corso di pochi anni.

DISTRIBUZIONE:
Un tempo assai più diffuso di quanto non lo sia ai giorni nostri, il ginepro costituiva probabilmente una presenza comune nelle aree ripariali aperte e solatie dei nostri fiumi maggiori. Oggi è ridotto a pochi esemplari in alcune stazioni lungo i fiumi Oglio e Adda, in territorio cremonese, bresciano e lodigiano.

OSSERVAZIONI:
In passato le fronde del ginepro comune vennero usate come combustibile di pronto utilizzo e come materia prima per il confezionamento di economiche decorazioni allestite in occasione di feste paesane e di ricorrenze religiose.
I frutti, che impiegano due anni per giungere a maturazione, sono ben conosciuti come ingrediente aromatizzante di diverse vivande e bevande alcoliche.

PROPAGAZIONE:
Si semina in autunno subito dopo la raccolta dei semi, stendendo poi sul terreno uno strato di materiale isolante (foglie, paglia o altro). Altri consigliano la semina primaverile dopo aver stratificato i semi per 2-5 mesi. E' opportuno eliminare accuratamente la polpa delle coccole: operazione che viene facilitata facendole macerare per qualche giorno in acqua tiepida. Nel primo anno di sviluppo è bene riparare le pianticelle da eccessiva insolazione.



SALICE GRIGIO

(Salix cinerea L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Salix
Denominazioni dialettali: Góra (Cr.sco).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 4m e più. Rami giovani grigio-tomentosi, come quelli dell'anno precedente. Questi, sotto la corteccia, mostrano delle sottili striscie rilevate, simili a creste.
Foglie oblanceolate o lanceolato-ovate, (2-3,5x5-7cm), ad apice strettamente acuminato, margine irregolarmente ondulato-dentato, verdi-grigiastre e opache di sopra, grigio-tomentose di sotto. Stipole spesso persistenti.
Fiori in amenti precedenti la fogliazione: i maschili (2x5cm) ovoidali, gialli con stami a filamento peloso alla base; i femminili (1,5x6-8cm) verdastri. Cassula di O,8cm, tomentosa.

FIORITURA: Febbraio-Aprile.

ECOLOGIA:
Il salice grigio predilige i terreni torbosi, sempre intrisi d'acqua, ricchi di humus, anche mediamente acidi e, pertanto, si insedia di preferenza lungo i rami morti dei fiumi, contribuendo al loro immarginamento, fino ad occupare sovente l'intera superficie ormai interrita, in associazione con l'ontano nero. Forma, in tal modo, arbusteti assai densi che spiccano inconfondibilmente nei paesaggi golenali. Esige posizioni in piena luce.

DISTRIBUZIONE:
Presente in gran parte del territorio provinciale è più abbondante lungo il corso centro-meridionale dell'Adda e dell'Oglio e nella valle del Serio Morto. Meno frequente o raro altrove.

OSSERVAZIONI:
Il salice grigio, specie di grande importanza nell'opera di immarginamento di stagni e paludi, ha subito negli ultimi tempi pesanti decimazioni, parallelamente all'eliminazione di numerosi ambienti palustri, la cui eventuale nuova formazione è oggi impedita o resa assai difficile dalle progressive arginature dei fiumi e dalla loro parossistica canalizzazione.
La specie è particolarmente adatta a fornire ricetto a gran parte dell'avifauna paludicola ed è prediletta da alcune specie di ardeidi come luogo di nidificazione.
Le fronde possono costituire un eccellente foraggio, soprattutto per il bestiame minuto. I rami fioriti vengono commerciati a scopo ornamentale. L'arbusto viene spesso propagato come specie consolidatrice di terreni acquitrinosi e, in alcune aziende faunistico-venatorie, come specie edificatrice di rifugi per la fauna.
Il salice grigio si può ibridare con S. triandra, S. viminalis, S. eleagnos e S. purpurea. Normalmente si incrocia con S. caprea.

PROPAGAZIONE:
La moltiplicazione per via vegetativa è la più semplice, mettendo a dimora talee o piantoni ottenuti da legno di varia età, da 1 a 3 anni.



PRUGNOLO

(Prunus spinosa L)
FAM.ROSACEAE Gen. Prunus
Denominazioni dialettali: Brügnól; Brügnöl (Romanengo, Sonc.).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto sino a 2-3m. Fusto contorto, assai ramoso. Corteccia grigio-bruna o nerastra, lucida. Rami giovani brunicci e pubescenti, spinosi per degenerazione di rametti brevi.
Foglie semplici, alterne a lamina ovato-ellittica, obovata od ovato-orbicolare, (1,5-2x3-5cm), acuta, a margine finemente dentato, glabra di sopra e pelosa di sotto (almeno lungo le nervature principali).
Fiori per lo più solitari, molto numerosi, a corolla bianca, antecedenti alla fogliazione.
Frutto (drupa) globoso (1-1,5cm), blu-nerastro, coperto da una leggera pruina blu-cerosa a maturazione, brevemente peduncolato (0,5cm), a polpa aspra, contenente un nocciolo leggermente compresso.

FIORITURA: Marzo-Aprile. Qualche ramo può rifiorire parzialmente in ottobre.

ECOLOGIA:
Il prugnolo si adatta ad ogni tipo di terreno, purché sufficientemente drenato; data l'eccezionale frugalità si insedia con facilità in aree degradate, comportandosi come specie precorritrice e preparatrice l'avvento del bosco. La spiccata eliofilia la porta a dislocarsi in aree aperte o tutt'al più nella vegetazione del manto boschivo.

DISTRIBUZIONE:
Da frequente a comune in gran parte del territorio provinciale, può talora mostrarsi localmente abbondante a seguito di particolari condizioni ambientali.
Ampie lacune distributive si rilevano in corrispondenza di quelle aree agricole dove più massiccia è stata l'eliminazione delle siepi intercalari ai coltivi, come nella campagna cremonese-casalasca.

OSSERVAZIONI:
Le caratteristiche di frugalità e di adattabilità ad ogni tipo di substrato fanno di questa essenza legnosa un elemento di primario merito per il recupero di aree degradate, soprattutto su suoli instabili che il prugnolo, grazie anche alla grande capacità pollonante, riesce efficacemente a raffrenare.

PROPAGAZIONE:
Si può effettuare una semina autunnale previa eliminazione della polpa, oppure primaverile dopo qualche mese di stratificazione.



SAMBUCO NERO

(Sambucus nigra L.)
FAM. CAPRIFOLIACEAE Gen. Sambucus
Denominazioni dialettali: Sambüch; Schitàcc (Cr.sco); Sambüuch (Cr., Casal.).

DESCRIZIONE:
Arbusto o piccolo albero alto fino a 6-7m. Chioma espansa, densa. Corteccia suberosa, bruno-giallastra, profondamente solcata. Rami vecchi spesso procombenti, i giovani eretti, a corteccia giallo-verdognola con lenticelle longitudinali verrucose e abbondante midollo bianco e spugnoso.
Foglie composte (20-30cm), opposte, imparipennate, con 5-7 foglioline a lamina ovata, ellittica od obovata (specialmente quella apicale), acuminate all'apice (3-6x5-11cm), seghettate ai margini, glabre.
Fiori in densi corimbi ombrelliformi spianati, terminali, profumati; calice e corolla pentameri, petali bianchi. Frutto (bacca) nero-violaceo a maturità, lucido (5-6mm), in corimbi ombrelliformi reclinati; polpa succosa dal sapore agro-dolce e aromatico.

FIORITURA: Aprile-Giugno.

ECOLOGIA:
Il sambuco nero ama suoli profondi, poveri in scheletro, ben aerati, con sufficiente strato umifero, mediamente fertili e freschi e, pertanto, si insedia in luoghi umidicci o solo temporaneamente asciutti, in posizione di penombra, poco esposti, quali le scarpate, gli argini, i boschi di ripa, le sponde dei cavi irrigui.
Tuttavia, non essendo specie pienamente ombrivaga, mal sopporta l'aduggiamento totale da parte delle chiome più alte.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale il sambuco nero è comune ovunque nelle siepi, lungo i corsi d'acqua, al margine di strade e campi.

OSSERVAZIONI:
Per la bellezza delle festose ed opulente fioriture, questo bellissimo arbusto merita di essere diffuso anche come specie ornamentale. La sua estrema rusticità lo fa apprezzare per qualsiasi intervento di ricostituzione vegetale di terreni spogli o degradati.
I frutti rappresentano un importante alimento per numerose specie di uccelli. Il legno del sambuco è da sempre conosciuto, da noi, come materia prima per immanicare badili ed altri attrezzi agricoli. I rami giovani, privati del midollo, hanno fornito a generazioni di bambini economiche cerbottane, nonché sonori fischietti. La corteccia ha proprietà diuretiche e con i frutti si possono preparare marmellate e sciroppi. I fiori, inoltre, che contengono un olio essenziale, vengono impiegati in medicina come diaforetico e diuretico.

PROPAGAZIONE:
Si semina in autunno dopo la raccolta dei frutti. La germinazione di parte dei semi può avvenire anche a distanza di diciotto mesi.
Facile è la propagazione per talea, in autunno, utilizzando rami dell'anno con un tallone di legno di 2 anni.





ROVO COMUNE

(Rubus ulmifolius Schott)
FAM.ROSACEAE Gen. Rubus
Denominazioni dialettali: Rüìde; Raìde (Cr.sco); Ràse (Cr.); Ruéda, Móra (Sonc.)

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 2m e più. Fusti arcuato-ricadenti e radicanti.
Giovani polloni pruinosi, scanalati ed ornati di spine dritte o adunche sulle coste, spesso venati di rosso.
Foglie formate da 3-5 foglioline con rachide e nervature principali spinose, lamina ovato-acuta, obovata od ellittica, (3-3,5x5-6cm), acuminata, con base spesso asimmetrica, margine irregolarmente ed anche doppiamente dentato, verde scura e subglabra di sopra, bianco-glaucescente e tomentosa di sotto.
Fiori in pannocchie ad asse spinoso, sepali bianco-tomentosi, riflessi nel frutto, corolla rosea.
Frutto (mora) composto da numerose drupeole, nero, compatto e lucido, edule.

FIORITURA: Maggio-Luglio.

ECOLOGIA:
Indifferente al substrato, di larga adattabilità anche nei riguardi della disponibilità idrica, il rovo comune si insedia dovunque vi sia spazio libero, nei terreni abbandonati, negli incolti, lungo strade, cavi irrigui, ecc. Specie lucivaga si dispone al margine delle formazioni boschive e ne può invadere massicciamente la superficie solo in seguito al taglio degli alberi.

DISTRIBUZIONE: Abbondante in tutto il territorio.



ROVO BLUASTRO

(Rubus caesius L.)

DESCRIZIONE: Arbusto di 1-1,5m, ampiamente diffuso nel nostro territorio, più gracile del precedente, presenta fusti cilindrici, pruinosi, di colore glaucescente, arcuato-eretti o ricadenti, frustiformi, con spine sottili ed acute. Foglie composte da tre foglioline di forma ovato-Ianceolata, ad apice acuto e margine grossamente dentato.
Fiori in corimbi, corolla bianca, calice a lacinie erette attorno al frutto.
l frutto è formato da poche drupeole, (8-10), di colore bluastro-ceruleo, evidentemente pruinose.

FIORITURA: Maggio-Agosto.

ECOLOGIA:
A differenza del congenerico Rubus ulmifolius, questo rovo predilige i luoghi umidi, ricchi di sostanza organica, spingendosi, insieme ad altre specie nitrofile, nei boschi umidi e nelle zone circumpalustri delle golene fluviali.

DISTRIBUZIONE:
Assai comune nelle nostre aree perifluviali boschive e non, il rovo bluastro è tuttavia frequente anche lungo i corsi d'acqua che solcano tutta la provincia, sugli argini, sulle coste umide ombrose, nelle forre, ecc.
In territorio provinciale si rinviene anche Rubus canescens DC. riconoscibile dalle foglie dei polloni a 5 segmenti, glabre sopra e tomentose sotto, mentre quelle dei rami fioriferi, a tre segmenti, sono grigio-feltrose di sopra, bianche e densamente tomentose di sotto.
Spine ricurve verso il basso, petali bianchi come gli stami.

OSSERVAZIONI:
I frutti dei rovi, detti more, sono assai conosciuti ed apprezzati. Vengono consumati sia freschi sia sottoforma di marmellate e gelatine.
Dalla loro spremitura si traggono anche sciroppi per uso alimentare e medicinale.

PROPAGAZIONE:
Si spargono i semi, liberati della polpa per macerazione in acqua, in autunno o, dopo stratificazione di 2-3 mesi, in primavera.
Facile la moltiplicazione per via vegetativa tramite talee e propaggini.







GINESTRELLA

(Genista tinctoria L.)
FAM. LEGUMINOSAE Gen. Genista
Denominazioni dialettali: Eerba de léegor (Cr.); Majalégor (Sonc.).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 1,50m. Fusti legnosi alla base, ascendenti-eretti. Rami erbacei, angolosi o appena scanalati, glabri o poco pelosi verso l'apice.
Foglie semplici, sessili, a lamina oblungo-Ianceolata o lanceolato-lineare, acuta, glabra o ciliata ai margini, intera (3-8x15-35mm), verde scura e lucida di sopra, più chiara di sotto, con venature laterali evidenti.
Fiori in racemi terminali semplici o ramificati, nascenti all'ascella di foglie lineari, numerosi, a corolla gialla.
Frutto (Iegume) glabro o appena vellutato (2,5x20-35mm), contenente fino a 10 semi di colore verde-nerastro.

FIORITURA:
Maggio-Luglio (Agosto). Facile una parziale rifioritura in ottobre.

ECOLOGIA:
La ginestrella si mostra abbastanza indifferente al substrato insediandosi sia su suoli calcarei a scheletro grossolano, sia su quelli argillosi subacidi e compatti, sia su terreni schiettamente sabbiosi. Specie eliofila non sopporta l'aduggiamento di alberi ed arbusti e dunque preferisce i luoghi aperti, le radure, o i margini del bosco.

DISTRIBUZIONE:
Infrequente e del tutto sporadicamente distribuita, la ginestrella compare, in territorio provinciale, in qualche sito lungo l'Adda (Rivolta d'Adda, Credera-Rubbiano), lungo il Serio (Pianengo, Ricengo), in pochi punti nella zona delle risorgive (Soncino), nel Cremonese e nel Casalasco lungo il Po, ma anche in piena campagna (Rivarolo del Re), e sul Pianalto di Romanengo. Probabilmente è da ricercare altrove.

OSSERVAZIONI:
Segnalata come abbondante dal Sonsis, all'inizio del secolo scorso, lungo il Po, e dal Meleri per il Cremasco, questa specie si è rarefatta da noi in modo straordinario e preoccupante. E' una pianta che merita di essere propagata ed utilizzata nei ricuperi e nelle riqualificazioni ambientali, appena se ne offrano le condizioni adatte.

ALTRE SPECIE

In territorio provinciale si trovano altre tre specie di leguminose che possiamo definire come ginestre in senso lato:

  • Ginestra spinosa

  • Citiso irsuto

  • Ginestra dei carbonai

La loro distribuzione è ridotta ad una ristretta area all'interno della riserva naturale del Naviglio di Melotta, sul Pianalto di Romanengo.





CORNIOLO

(Cornus rnas L.)
FAM. CORNACEAE Gen. Cornus
Denominazioni dialettali: Curnàl (Cr.sco, Sonc.); Curnàal (Cr., Casal).

DESCRIZIONE:
Arbusto o alberetto alto fino a 5-6m. Tronco spesso contorto e nodoso. Corteccia di colore grigio-brunastro, con screpolature rossastre e sfaldantesi. Rami giovani bruniccio-rossastri, sovente quadrangolari.
Foglie semplici, opposte, a lamina ovato-acuminata, un po' allungata (3-5x6-10cm), a margine intero ed ondulato, glabrescente di sopra, più chiara di sotto, con ciuffi di peli all'ascella delle nervature che sono ben evidenti.
Fiori in ombrelle ascellari sessili, sviluppantisi prima della fogliazione; calice e corolla tetrameri, petali gialli.
Frutto (drupa), ovato-oblungo e pendulo, di colore rosso-scarlatto, con polpa dolce-asprigna, commestibile.

FIORITURA: Marzo-Aprile.

ECOLOGIA:
Il corniolo ama terreni calcarei e asciutti, ma da noi si adatta a vivere anche su suoli fertili, profondi ed anche mediamente umidi. E' in grado di sopportare condizioni di parziale aduggiamento, quando cresce nel sottobosco. Essendo, tuttavia, specie tendenzialmente lucivaga predilige posizioni aperte o si associa ad altre specie nelle siepi e negli arbusteti.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale, pur mostrandosi infrequente e sporadicamente diffuso, risulta distribuito un po' dovunque, sia nei distretti fluviali che nel resto della campagna, con maggior frequenza nella fascia delle risorgive.

OSSERVAZIONI:
Data la piacevolezza delle sue fioriture e la gradevolezza dei suoi frutti, nonché per la rusticità di cui è dotato, questo arbusto merita certamente di essere diffuso ogni volta che se ne offra la possibilità. Il legno di corniolo, notoriamente duro, tenace ed omogeneo, fu usato in passato per fabbricare i denti degli ingranaggi da mulino: impiego per il quale era pressoché esclusivamente destinato, tanto che nelle pertinenze dei mulini se ne coltivavano sempre diversi esemplari. I frutti, appassiti ed essiccati, venivano consumati, nelle campagne, durante l'inverno.

PROPAGAZIONE:
All'elevato grado di dormienza proprio di questi semi si unisce la relativamente bassa facoltà germinativa. Si preferisce seminare nella tarda estate o nel primo autunno, subito dopo la raccolta previa eliminazione della polpa. Più semplice è la ripicchettatura dei getti dell'anno cresciuti intorno alle piante, ma si possono avere buoni risultati anche da talee ottenute in primavera da giovani rami con un tallone di legno di 2 anni.





CAPRIFOGLIO o MADRESELVA

(Lonicera caprifolium L.)
FAM. CAPRIFOLIACEAE Gen. Lonicera
Denominazioni dialettali: Ligabòsch.

DESCRIZIONE:
Pianta lianosa rampicante, caducifoglia, a fusti volubili e pelosi da giovani, lunghi fino a 5m.
Foglie opposte, glabre, ovali, a margine intero e trasparente, verdi di sopra e glauche di sotto, brevemente picciolate nei fusti sterili, mentre in quelli fertili risultano picciolate solo le foglie inferiori, poiché quelle mediane appaiono variamente congiunte alla base e quelle superiori sono per la gran parte concresciute tra loro e rotondate.
Fiori molto profumati con corolla lunga 3-4cm, porporino-rossastra (ma talora bianco-gialliccia), con stami e stilo sporgenti dalla fauce corallina, raccolti in fascetti sommitali sessili.
Frutti (bacche) ovoidi, rossi a maturità.

FIORITURA: Maggio-Luglio.

ECOLOGIA:
Il caprifoglio abita normalmente i margini del bosco o le siepi, esigendo suoli a medio tenore di umidità, mediamente fertili e umiferi, a reazione alcalina o neutra e posizione non eccessivamente esposta, con sufficienti periodi di penombra lungo la giornata.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale questa lianosa risulta piuttosto infrequente e sporadicamente distribuita in aree ancora boscose od anche diboscate da non lungo tempo, ovvero in alcune siepi di buona composizione, di solida struttura e di antica costituzione. A giudicare dalla compagine vegetazionale che la vede più di sovente ospite, si direbbe maggiormente affine a situazioni di termofilia e si associa allora, facilmente all'orniello, alla lantana, all'emero, al pungitopo. Pertanto la sua distribuzione in provincia di Cremona la vede maggiormente presente nel tratto centro-settentrionale, specialmente lungo i fiumi Adda (Rivolta d'Adda, Spino d'Adda, Credera-Rubbiano, Pizzighettone, ecc.), Oglio (Soncino, Genivolta, Azzanello, Corte de' Cortesi, ecc.) e Serio (Castelgabbiano, Ricengo) e nella fascia dei fontanili in genere (Capralba, Offanengo, Camisano), nonché sul Pianalto di Romanengo. Più raro lungo il Po (Stagno Lombardo, Pieve d'Olmi).

OSSERVAZIONI:
Questa pianta fu usata in passato nella farmacopea popolare che si avvaleva soprattutto dei fiori che contengono principi dai poteri antispasmodici. Le bacche, tuttavia, sono tossiche per l'uomo, quantunque molti animali se ne possano cibare impunemente. Può essere usata come pianta ornamentale.

PROPAGAZIONE:
Si semina in autunno subito dopo la raccolta dei frutti, o in primavera dopo 2-3 mesi di stratificazione. Molto più semplice è la riproduzione per propaggine interrata nella tarda primavera e spiccata durante l'autunno successivo, oppure per separazione del cespo. Si possono produrre anche talee da piantare in agosto.



SPINO CERVINO

(Rhamnus catharticus L.)
FAM. RHAMNACEAE Gen. Rhamnus
Denominazioni dialettali: Spincervì (Cr.sco, Sonc.).

DESCRIZIONE:
Arbusto o alberello alto sino a 4-5m. Fusto molto ramoso e di forma il più delle volte irregolare e scomposta. Corteccia grigio-rossastra scura. Rami spinescenti all'apice.
Foglie semplici, alterne o quasi opposte, a lamina rotondato-ellittica (1,5-2,5x3-4cm), acuminata o cuspidata all'apice, cuneata o troncata alla base, a margine finemente crenato-seghettato, con nervature ben evidenti. Picciolo (1-1,5cm) con stipole lineari caduche.
Fiori in cime ombrelliformi, piccoli e profumati, calice e corolla formati da 4 elementi ciascuno, tetrameri, giallognoli o verdicci.
Frutto (drupa) globoso (5-8mm), dapprima verde e poi nero a maturità, leggermente ombelicato all'apice.

FIORITURA: Aprile-Giugno.

ECOLOGIA:
Specie lucivaga e mediamente xerofila, pur sopportando gradi di umidità variabili, lo spino cervino frequenta stazioni a substrato sciolto e ben drenato, preferendo i suoli coltivati, mentre rifugge i siti eccessivamente umidi. Mal sopporta l'aduggiamento e pertanto si dispone ai margini del bosco, nelle sue radure o nelle siepi.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale questa specie risulta piuttosto infrequente e compare soprattutto tra le formazioni arboree presenti nell'alta provincia, per lo più lungo i fiumi Adda e Oglio, ma lo si rinviene sporadicamente anche in terreni marginali o nella vegetazione che accompagna i corsi d'acqua irrigua.

OSSERVAZIONI:
In passato le bacche dello spino cervino, velenose per l'uomo, erano tenute in considerazione per le note proprietà purgative. Se ne traeva anche un pigmento utilizzato per la preparazione di colori da pittura (verde vescica).
Il legno trova impiego in lavori di tornio e di ebanisteria.

PROPAGAZIONE:
Si seminano i frutti alla fine dell'estate oppure in autunno. Si può moltiplicare anche per talea o per margotta.



MARRUCA

(Paliurus spina-christi MILLER)
FAM. RHAMNACEAE Gen. Paliurus
Denominazioni dialettali: Spì del Signur (Cr.sco); Maròch (Cr).

DESCRIZIONE:
Arbusto spinoso, ramificato, alto sino a 3m, con rami zigzaganti bruno-rossastri da giovani, poi grigio-verdastri.
Spine acutissime, appaiate, di cui una dritta e lunga, l'altra breve e ricurva.
Foglie semplici, alterne, piccole, (1-2x2-4cm), a lamina ovale o lanceolata, coriacea e glabra, con 3(5) nervi quasi paralleli e convergenti verso l'apice e nervi secondari pennati.
Fiori pentameri, raccolti a gruppetti all'ascella delle foglie, giallicci e molto piccoli (2-3mm).
Frutti secchi, lenticolari (samare) di 1-2cm di diametro, che ricordano la forma di piccoli ombrelli o di cappellini a larga tesa ondulata, contenenti tre semi in loculi separati.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Questo arbusto spinosissimo forma talvolta macchie invalicabili accestendo su terreni decisamente asciutti, calcarei, poveri di sostanze nutritive e scarsamente umiferi, a tessitura grossolana, sassosa o pietrosa, ma normalmente in posizione di mezz'ombra, pur sopportando bene anche la piena luce.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale la marruca è presente con alcuni esemplari nei boschi cresciuti sulle alluvioni fluviali dell'Adda nei pressi di Rivolta d'Adda.
Poiché venne coltivata in passato per farne siepi, è possibile che qualche esemplare sia presente altrove.

OSSERVAZIONI:
La marruca è una pianta tipicamente mediterranea che caratterizza, insieme ad altri arbusti, la vegetazione subclimax degli arbusteti o della bassa macchia, risultante dalla distruzione della foresta - detta "schibljak" - prendendo a prestito la definizione usata in area balcanica.
Pertanto la presenza della specie in territorio provinciale è da considerarsi del tutto eccezionale e di origine secondaria, per diffusione da aree più settentrionali tramite fluitazione, relativamente agli esemplari di Rivolta d'Adda, e per inselvatichimento occasionale in altri possibili casi.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica per seme che si disperde nel terreno in primavera dopo 2-3 mesi di stratificazione, oppure per trapianto dei polloni. E’ necessario collocare le giovani piante in posizione riparata poiché soffrono il gelo.





MEZEREO o FIORDISTECCO

(Daphne mezereum L.)
FAM. THYMELAEACEAE Gen. Daphne
Denominazioni dialettali: sconosciute.

DESCRIZIONE:
Piccolo arbusto caducifoglio, dai fusti eretti, alti fino a 1 m, poco ramificati; corteccia grigio-ocracea.
Foglie semplici, ellittiche le inferiori, oblanceolato-spatolate le superiori (8-20x30-80mm), glabre e sottili, verde chiare sopra e glauche sotto, a margine intero, raccolte in ciuffi all'apice dei rami.
Fiori in fascetti laterali ai rami, sessili, a corolla rosso-porporina o rosso pallida con quattro lobi; assai profumati e precedenti la fogliazione.
Frutti (drupe) sferici, rosso corallo, lucidi, carnosi, contenenti un seme, sessili o con peduncolo di 1 mm.

FIORITURA: Febbraio-Aprile.

ECOLOGIA:
Arbusto tipico dei boschi di latifoglie di ambiente montano (faggeti, castagneti), ama suoli ciottolosi o rocciosi, spiccatamente alcalini, mediamente freschi, fertili e umiferi.
Predilige posizioni di mezz'ombra.

DISTRIBUZIONE:
In provincia il .mezereo è alquanto raro e concentrato unicamente sui terreni alluvionali del fiume Adda, in comune di Rivolta d'Adda.
Trattandosi di specie schiettamente montana, la presenza di questo arbusto in ambito planiziario è probabilmente da imputare all'azione di trasporto dei propaguli da parte delle acque fluviali che fungono da veicolo di diffusione verso valle.

OSSERVAZIONI:
Il legno del mezereo è puzzolente, così come la corteccia e le foglie il cui odore ricorda quello del sambuco. Le drupe sono velenose per l'uomo, anche in piccole quantità, ma sembrano costituire un apprezzato cibo per alcuni animali, come i tordi, sebbene si conoscano casi di avvelenamento accaduti a bestiame al pascolo. Dalla corteccia può essere estratta una materia colorante giallastra.
In occasione di inverni particolarmente miti, si può assistere alla fioritura di questa pianta già in gennaio-febbraio, ma in ogni caso le ricche fioriture che possono ricoprire interamente i rami, costituiscono la prima fonte di alimentazione per le api che vi sono attratte, oltre che dai vivaci colori, dal profumo intenso e quasi stordente.

PROPAGAZIONE:
Si seminano i frutti appena dopo la raccolta oppure si possono produrre talee da mettere in terra in estate. Nonostante la bellezza delle profumate fioriture, si deve mettere in guardia dal coltivare tranquillamente questa pianta in luoghi frequentati da bambini che potrebbero ingerire le pericolose bacche.





SALICE ROSSO

(Salix purpurea L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Salix
Denominazioni dialettali: Strupèl; Strupèi ross (Cr.sco); Sàles ros (Cr.).

DESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 3-4m. Rami maggiori eretto-ascendenti con corteccia di colore grigio-verdastro; rami giovani da rossicci a porporini, glabri, alquanto tenaci.
Foglie lanceolato-oblunghe o lineari-spatolate, (0,5-0,7x5-7cm), con massima larghezza nel terzo superiore, glabre, piane, minutamente seghettate, di colore verde scuro, opache o appena lucide di sopra; glauche e con nervature secondarie pochissimo evidenti di sotto. Picciolo brevissimo (3-5mm).
Stipole nulle, ovvero prontamente caduche. Fiori in amenti sessili, bratteati alla base, appena antecedenti la fogliazione: i maschili eretti (1x4-5cm), con 2 stami saldati fra di loro, tanto da simularne uno solo, antere purpuree o violacee; i femminili (0,5-1x3-6cm) arcuati e densi. Cassula sessile, tomentosa.

FIORITURA: Marzo-Aprile.

ECOLOGIA:
Il salice rosso è una delle più attive specie colonizzatrici dei greti fluviali e dei suoli umidi in prossimità di corsi d'acqua. Esso figura tra le primissime specie arbustive in grado di insediarsi su terreni poveri, mobili ed inospitali per la maggior parte delle essenze legnose.
I suoi rami, trasportati dalla corrente e sepolti da vari centimetri di sedimento, sono in grado di produrre getti vigorosi anche dopo parecchio tempo. Esige piena luce.

DISTRIBUZIONE:
Il salice rosso è presente, talora in considerevole quantità, in tutta la provincia, con particolare frequenza lungo i corsi fluviali maggiori.

OSSERVAZIONI:
Per la tenacia dei suoi rami fu apprezzato, in passato, come materiale da intreccio, per il cui utilizzo venne anche coltivato.
Le prerogative di specie pioniera, particolarmente spiccate, fanno del salice rosso un prezioso strumento da impiegarsi nei lavori di consolidamento di greti e sponde fluviali o di tutti quei substrati instabili, in prossimità dell'acqua, mediante interventi di bioingegneria naturalistica di rapido effetto. Si ibrida con una certa facilità con S. triandra.

PROPAGAZIONE:
Si riproduce per via vegetativa tramite talee e piantoni ottenuti da legno di 2-3 anni.
La semina eventuale deve avvenire subito dopo la maturazione dei semi che conservano facoltà germinativa per breve tempo.



SALICONE

(Salix caprea L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Salix
Denominazioni dialettali: Gàtol, Góra (Cr.sco).

DESCRIZIONE:
Arbusto o alberello alto fino a 7-8m e più. Corteccia di colore grigio e screpolata. Rami giovani glabri, lucidi, brunicci o bruno-rossicci, a legno privo di creste.
Foglie ellittiche od ovato-oblunghe (3-6x7-15cm), con apice acuto, spesso asimmetrico e deflesso, a lamina verde scura e opaca di sopra, tomentosa e glauca di sotto, e margine ondulato-crenato o eroso. Nervature rilevate e ben evidenti.
Picciolo di 1,5-2cm.
Fiori in amenti antecedenti la fogliazione: i maschili (2x2-4cm) gialli, densi ed appariscenti; i femminili (1-1,5x5-10cm) verdastri, più lassi. Cassula provvista di peduncolo, tomentosa.

FIORITURA: Marzo-Maggio.

ECOLOGIA:
Il salicone si mostra assai meno legato alla presenza dell'acqua rispetto agli altri salici nostrani. È possibile rinvenirlo anche su terreni argillosi e compatti mediamente fertili, oppure su suoli spiccatamente asciutti, mostrando, perciò, una notevole adattabilità a vari tipi di substrato.
Specie pioniera, è in grado di colonizzare terreni nudi, scarpate franose, o terre di riporto. Preferisce posizioni in penombra.

DISTRIBUZIONE:
Irregolarmente sparso in tutto il territorio provinciale, il salicone è più facilmente riscontrabile nelle golene fluviali dove rimangono brandelli di vegetazione boschiva residua, aree degradate, cespuglieti, ecc. Qua e là è presente anche lungo gli argini dei cavi irrigui meno manomessi.

OSSERVAZIONI:
Il salicone, governato a capitozza, fornisce pali e pertiche. I rami fioriti trovano commercio per scopi ornamentali.
Si ibrida assai facilmente con S. cìnerea, tanto che gli individui ibridi sono più comuni di quelli puri.

PROPAGAZIONE:
La moltiplicazione per via vegetativa è la più semplice, mettendo a dimora talee o piantoni ottenuti da legno di varia età, da 1 a 3 anni.





FRANGOLA

(Frangula alnus Miller)
FAM. RHAMNACEAE Gen. Frangula
Denominazioni dialettali: Pütìne, Unesìna (Cr.sco, Sonc.).

DESCRIZIONE:
Arbusto o alberetto alto sino a 4-5m, ramoso. Corteccia liscia, di colore grigio-violetto, picchiettata da lenticelle bianche disposte longitudinalmente. Rami non spinescenti, i giovani rossastri e pubescenti.
Foglie semplici, alterne, a lamina obovato-ellittica, a margine intero ed ondulato, cuspidata all'apice e cuneata o rotondata alla base, con nervature ben evidenti. Picciolo rossastro (1-2cm), con stipole caduche.
Fiori in cime ombrelliformi ascellari, calice e corolla pentameri, petali bianchicci o verdognoli.
Frutto (drupa) globoso (6-8mm), dapprima verde, poi rosso ed infine nero a maturità.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Specie abbastanza indifferente al substrato, la frangola cresce su terreni sciolti ed umosi o su terreni compatti, argillosi e poveri di sostanze nutritive, prediligendo tuttavia le stazioni decisamente umide, con suolo neutro o leggermente acido e preferibilmente torboso. Sopporta abbastanza bene l'aduggiamento ed è rinvenibile anche nei boschi di ripa o negli alneti, nonostante mostri di possedere anche spiccate capacità colonizzatrici, soprattutto su suoli argillosi.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale questa specie arbustiva si presenta poco frequente e sporadicamente diffusa soprattutto nei distretti fluviali, in stazioni palustri o ripariali, lungo il medio e basso corso dell'Oglio e dell'Adda o lungo il Po. Sparsa qua e là, è rintracciabile anche nell'alta provincia, lungo i fiumi e nelle siepi fiancheggianti i cavi irrigui e sulle argille del Pianalto di Romanengo. Piuttosto frequente nella campagna casalasca, lungo colatori ed altre raccolte d'acqua (laghi di cava).

OSSERVAZIONI:
Il legno, omogeneo ed a grana fine, leggero e di colore giallo-rossastro vivace, mediamente duro, viene ricercato per lavori di tornio e di intarsio. Con il suo carbone si confezionava un tempo la polvere da sparo. Dalla corteccia della frangola si estraggono sostanze ad azione lassativa. Le bacche velenose per l'uomo, potevano fornire materiale tintorio per la coloratura dei pannilani. Alcuni uccelli se ne cibano.
L'intera pianta ospita le larve di alcuni lepidotteri specifici, come la cedronella (Gonepterix rhamni), i cui maschi hanno le ali di colore giallo limone.

PROPAGAZIONE:
Si seminano i frutti appena raccolti; può germogliare anche dopo due stagioni vegetative. Buoni risultati si ottengono da talee prodotte in primavera, il cui radicamento può essere aiutato da un breve trattamento con ormoni radicanti.





VITALBA

(Clematis vitalba L.)
FAM. RANUNCULACEAE Gen. Clematis
Denominazioni dialettali: Ligabósch, Idàlba, Rampeghina (Cr.sco); Rampugnìna, Cananìglia (Sonc.); Vidàlba (Cr.).

DESCRIZIONE:
Pianta lianosa lussureggiante, a rapido accrescimento, lunga fino a 15m e più, rampicante o reptante, con fusti legnosi volubili, solcati; rami giovani erbacei a sei spigoli, di colore bruno-grigiastro.
Foglie composte, imparipennate, formate da 3-5 elementi ovato-acuminati o lanceolati, a margine dentato o grossolanamente lobato, portati da piccioli spiralati, verde scuri e glabri sopra, più chiari e pelosi sulle nervature sotto.
Fiori profumati, bianco-giallicci con numerosi stami, raccolti in pannocchie multiflore (15-20cm).
Frutti (acheni) fusiformi, pelosi, portanti una resta piumosa (2-3cm) argentea, persistenti durante l'inverno.

FIORITURA: Maggio-Agosto (Settembre).

ECOLOGIA:
Questa vigorosa liana si adatta bene a vari tipi di ambiente preferendo le siepi o i margini del bosco. Predilige terreni freschi alcalini, mediamente fertili e umiferi a tessitura fine; ciò non le impedisce di vegetare sui terreni più difficili, ma il suo ambiente elettivo è il limitare del bosco di latifoglie che invade con autentiche esplosioni vegetative dove questo si apre in seguito a diradamenti troppo drastici. In tal caso la sua ingombrante presenza può risultare dannosa per gli alberi più giovani e per gli arbusti che finiscono per essere soffocati dalla pletora delle sue fronde oppure si schiantano sotto il loro peso, specialmente in occasione di forti nevicate.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale la vitalba è presente ovunque, con massima frequenza nei pressi delle aree boschive o dove maggiormente si sono conservate le siepi marginali ai coltivi o ai canali irrigui.

OSSERVAZIONI:
La ricca massa di vegetazione che la vitalba sa produrre costituisce un provvidenziale rifugio per molti animali che vi collocano sovente anche il nido, come diversi uccelli o il moscardino, piccolo roditore arboricolo della famiglia del ghiro.
I fusti flessibili sono serviti in passato per intrecciare cesti, museruole per i buoi o improvvisati legacci.
Come succede alla gran parte delle specie appartenenti alla famiglia delle Ranunculacee, anche la vitalba deve essere considerata una pianta velenosa in tutte le sue parti, tanto che persino le foglie fresche a contatto della pelle producono irritazioni e vesciche. Ciononostante in alcune località, anche della nostra provincia, i giovani getti primaverili di questa pianta venivano, e talvolta vengono tutt'ora raccolti per essere mangiati, dopo adeguata cottura, come quelli del luppolo, nonostante conservino un sapore amaro e poco gradito. Vale comunque la pena di sconsigliarne l'uso poiché la bassa tossicità dei getti appena spuntati si fa piùpronunciata già pochi giorni dopo.PROPAGAZIONE:
Per seme in primavera o per margotta seppellendo i fusti in terreno mantenuto fresco e spiccando solo dopo due stagioni vegetative. Spesso è assai più semplice dividere i giovani cespi o trapiantare i selvaggioni.



PALLA DI NEVE

(Viburnum opulus L.)
FAM. CAPRIFOLIACEAE Gen. Viburnum
Denominazioni dialettali: Sambüch d'aqua, Sambüsina (Cr.sco); Sambüghìna, Sambüch róss

DESCRIZIONE:
Arbusto molto ramificato, alto fino a 3m, dal portamento aperto con rami esterni divaricati e ricadenti, a corteccia bruno-rossastra da giovane e poi grigiastra; rami giovani angolosi, lucidi e glabri.
Foglie semplici, opposte, evidentemente picciolate (2-5cm), a lamina 3-5lobata (6-12x7-15cm), a margine dentato, verdi scure sopra, più chiare ed appena pubescenti sotto, di colore rosso vivo in autunno.
Infiorescenze ombrelliformi, spianate, con una corona esterna di fiori sterili a corolla bianca e numerosi fiori interni, fertili, poco appariscenti, bianco-giallicci.
I frutti sono drupe tondeggianti (8mm) rosso brillanti, lucidi, con nocciolo compresso.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Questo viburno accompagna fedelmente i boschi umidi, quali gli alneti o i saliceti, ma si trova sovente lungo i canali irrigui quando questi abbiano conservato una minima copertura arborea sulle sponde.
Ama terreni da freschi a umidi con valori variabili di umidità, piuttosto ricchi di sostanza organica e a tessitura preferibilmente fine. Ricerca posizioni di mezz'ombra.

DISTRIBUZIONE:
E' pianta distribuita abbastanza uniformemente in territorio provinciale e talora particolarmente frequente in determinati ambienti, come lungo alcuni fontanili o sulle sponde di diversi colatori della golena padana e del Casalasco.
La vivace capacità pollonante di questo arbusto ne consente una rapida propagazione, tanto che non è difficile incontrare tratti di sponde di corpi idrici popolati, per alcune decine di metri, da cespugli di questa specie. Gli stessi motivi ne consigliano l'utilizzo in opere di ripristino o di riqualificazione ambientale da attuarsi in stazioni di ripa o in zone umide, in associazione all'ontano nero, al salice grigio, alla frangola.

OSSERVAZIONI:
Le belle fioriture e l'intensità dei cromatismi autunnali ne fanno un cespuglio dalle particolari qualità ornamentali. I frutti sono velenosi per l'uomo, ma alcuni animali se ne cibano; rimangono normalmente sui rami anche dopo la caduta delle foglie.
Una forma portante soltanto fiori sterili riuniti in corimbi pressoché globosi è stata selezionata a scopo meramente ornamentale (Viburnum opulus var. roseum L.). Frequente nei giardini.

PROPAGAZIONE:
Si semina non appena i frutti hanno raggiunto la maturità, oppure in primavera dopo qualche mese di stratificazione. Molto facile è la propagazione per talea in primavera o per margotta interrata in primavera e spiccata non prima dell'autunno successivo.



SALICE DA CESTE

(Salix triandra L.)
FAM. SALICACEAE Gen. Salix
Denominazioni dialettali: Sbrì (Sonc.); Brill (Cr.).

DESCRIZIONE:
Arbusto o, meno frequentemente, alberello alto fino a 5-6m. Corteccia grigia che, negli esemplari adulti, si sfalda scoprendo la corteccia nuova sottostante di colore ocraceo.
Rami giovani glabri, giallo-verdognoli o bruno-rossastri.
Foglie oblanceolato-acuminate (3x10-15cm), a base rotondata, margine seghettato e ghiandoloso, appena lucide di sopra, glabrescenti di sotto.
Fiori in amenti contemporanei alla fogliazione o di pochissimo precedenti: i maschili lassi (1x5-8cm), peduncolati con 3 stami e antere gialle; i femminili più esili e brevi (0,8x4-5cm), con ovario a squama persistente. Cassula glabra.

FIORITURA: Marzo-Maggio.

ECOLOGIA:
Come gli altri salici ripicoli, il salice da ceste si insedia sui terreni umidi facilmente inondabili, sia lungo la corrente viva sia sulle sponde dei rami abbandonati. Sembra preferire comunque terreni sciolti, con facile drenaggio, a reazione alcalina, mediamente fertili con un minimo strato umifero. Esige piena luce.

DISTRIBUZIONE:
Presente lungo tutti i fiumi della provincia appare, però, più diffuso nel settore centro-settentrionale.

OSSERVAZIONI:
Si ibrida con S. fragilis, S. alba, S. cinerea, S. viminalis e S. purpurea. I rami, assai flessibili, forniscono ottimo materiale da intreccio e per tale proprietà in passato venne anche coltivato, soprattutto in area cremonese e casalasca.

PROPAGAZIONE:
Per talea, in primavera, poiché i semi conservano facoltà germinativa per breve tempo.

ALTRE SPECIE

In territorio provinciale si possono trovare, talvolta, altre due specie di salici arbustivi, per lo più coltivate ovvero inselvatichite nei luoghi di trascorsa coltivazione

  • salice fragile

  • salice vimine



VITE

(Vitis vinifera L)
FAM. VITACEAE Gen. Vitis
Denominazioni dialettali: Ida, Öa salvàdega (Cr.sco); Vìida (Cr.).

DESCRIZIONE:
Pianta lianosa, alta sino a 4-5(10)m, dal fusto legnoso rampicante con corteccia facilmente sfaldabile in strisce longitudinali; rami glabri, bruno-rossastri, forniti di cirri prensili opposti alle foglie.
Le foglie sono alterne, le inferiori, mentre risultano normalmente opposte ad un cirro o ad un'infiorescenza, le superiorri; lamina cuoriforme, divisa in 3-5 lobi da seni profondi, ma talora appena palmata (5-15cm), glabra o solo leggermente pelosa nella pagina inferiore, lungamente picciolata.
Fiori in pannocchie dense, profumati, verdicci, piccoli (5mm), con calice ridotto a 5 lobi ottusi e petali formanti una sorta di cuffia presto caduca. Il frutto è una bacca, detta acino, oblunga o globosa, di dimensioni e colore assai variabili, contenente 1-4 semi piriformi dal tegumento legnoso.

FIORITURA: Maggio-Luglio.

ECOLOGIA:
Da noi la vite è solo una pianta inselvatichita lungo le siepi, negli incolti o dovunque in passato ne sia stata praticata la coltivazione.
Predilige suoli mediamente freschi e umiferi, ricchi di sostanze nutritive, a tessitura fine e preferibilmente non acidi. Ricerca posizioni di mezz’ombra. Talora costituisce masse vegetali piuttosto consistenti, arrampicate su alberi o, più normalmente intrecciate con le fitte fronde delle siepi arbustive. DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale questa specie è abbastanza diffusa poiché in passato la sua coltivazione venne attuata praticamente ovunque, come importantissimo elemento colturale, indispensabile ad un'economia agricola tradizionalmente promiscua.

OSSERVAZIONI:
L'elevato grado di selezione raggiunto dalle diverse cultivar rende i caratteri fogliari (forma, pelosità) e quelli dei frutti (forma, dimensioni, colore, sapore) quanto mai variabili. Tuttavia da noi è più facile trovare inselvatichite varietà precoci [denominazioni dialettali:

  • Öa de Sant'Ana,

  • Öa russéra,

  • Öàdega (Cr.sco),

  • Üa aliàdega,

  • Üa russèera (Cr)].

I suoi frutti sono particolarmente graditi ad un buon numero di specie animali, soprattutto insetti ed uccelli, mentre nel groviglio delle sue fronde intrecciate con quelle delle siepi arbustive trovano riparo e nidificano diversi uccelli ed il moscardino, piccolo roditore arboricolo parente del ghiro.

ALTRE SPECIE:
Talvolta si rinviene anche Vitis labrusca L., detta VITE AMERICANA o Uva fragola, [denominazioni dialettali:

  • Öa ànesa,

  • Öa americana (Cr.sco),

  • Üa ànesa (Cr)] ovvero l'ibrido naturale tra questa e Vitis riparia, in dialetto Clinto.

PROPAGAZIONE:
Sulla propagazione della vite esiste una bibliografia vastissima, frutto di millenni di esperienza colturale, alla quale si rimanda.





VITE DEL CANADA

(Parthenocissus inserta [KERNER] FRITSCH)
FAM. VITACEAE Gen. Parthenocissus
Denominazioni dialettali: Öa màta, Öa del Canadà (Cr.sco); Vìida del Canadà (Cr.).

DESCRIZIONE:
Pianta lianosa, rampicante o reptante, assai vigorosa, caducifoglia, capace di raggiungere lunghezze ragguardevoli (15-20m), con rami muniti di cirri prensili, opposti alle foglie, ramificati 3-5 volte, spesso ingrossati all'apice.
Foglie glabre, completamente divise in 5(7) foglioline lanceolato-acuminate, a margine seghettato, di cui quella centrale è più grande, mentre le laterali sono progressivamente più piccole, verdi e lucide di sotto, più scure e già arrossate in estate di sopra.
Fiori in pannocchie emisferiche laterali, ciascuna opposta ad una foglia, piccoli e verdastri (3mm). I frutti sono piccole bacche (6mm) globose, nere e pruinose, contenenti 2-3 semi ciascuna.

FIORITURA: Giugno-Luglio.

ECOLOGIA:
Questa lianosa esotica è spesso inselvatichita nelle siepi, negli incolti, lungo i fiumi. Si adatta bene ad ogni tipo di terreno purché sufficientemente fresco, preferendo posizioni di mezz'ombra.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale è sparsamente diffusa un po' dovunque, divenendo localmente abbondante.
I residui delle potature scaricati qua e là in modo selvaggio, insieme agli scarti di ripulitura dei giardini, ne favoriscono la facile dispersione nel territorio, già ampiamente attuata dagli uccelli che si nutrono dei suoi frutti.

OSSERVAZIONI:
L'acceso colore rosso assunto dalle foglie fa di questa lianosa un'apprezzata pianta ornamentale e la rende facilmente individuabile in natura già a partire dalla stagione estiva.
E' pianta originaria del Nordamerica introdotta da noi, insieme alla consimile Parthenocissus quinquefolia, fin dal XVII secolo.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica con estrema facilità per propaggine, in primavera, o per talea, in estate.



ALTRE SPECIE

Molto simile alla specie descritta ed anch'essa variamente inselvatichita nel territorio, è Parthenocissus quinquefolia (L.) PLANCHON, che si distingue dalla precedente per la presenza di cirri più ramificati (4-10 segmenti) e terminanti con un disco adesivo, foglioline più ovato-Ianceolate e grossamente dentate al margine, infiorescenze oltre che laterali, anche in pannocchie apicali.
Talora si può rinvenire, presso gli abitati, anche Parthenocissus tricuspidata (SIEB. et ZUCC.) PLANCHON, specie originaria dell'Asia orientale, con foglie semplici trilobate (da giovani cuoriformi) o anche completamente divise in tre segmenti lanceolati. Cirri molto ramificati terminati da dischi adesivi.





SANGUINELLO

(Cornus sanguinea L.)
FAM. CORNACEAE Gen. Cornus
Denominazioni dialettali: Sànguen, Sanguanì (Cr.sco); Sanguanina (Cr). Disegno dell'essenzaDESCRIZIONE:
Arbusto alto fino a 3m. Fusto assai ramoso. Corteccia bruno-olivastra chiara, screziata di porporino. Rami flessibili rosso-sanguigni, i giovani sparsamente pubescenti.
Foglie semplici, opposte, a lamina ovale, ellittica od ovato-rotondata, acuminata (3-5x5-8cm), margine intero, con 3-4 paia di nervature evidenti, arcuate e quasi confluenti verso l'apice; verde scuro e leggermente scabro-vellutate di sopra, più chiare e glabrescenti di sotto. Picciolo di 1-1,5cm, stipole nulle.
Fiori in cime terminali corimbiformi, calice e corolla tetrameri, petali bianchi. Frutto (drupa) globoso (5-6mm), nero a maturità.

FIORITURA: Aprile-Giugno. Frequente parziale rifioritura in settembre-ottobre.

ECOLOGIA:
Il sanguinello, pur preferendo terreni sciolti, profondi ed umiferi, mostra una generale indifferenza al substrato, adattandosi alle più disparate condizioni edafiche. Specie tendenzialmente eliofila è tuttavia in grado di sopportare un moderato aduggiamento, quando cresce nel bosco. Si trova, comunque, con massima frequenza nelle siepi o al margine del bosco.
Sapendosi comportare da specie pioniera, ricolonizza facilmente, insieme ad altre specie arbustive, aree disboscate, segnando con sicurezza eventuali fasi regressive del bosco di latifoglie. In tal caso costituisce senza fatica vaste associazioni pressoché pure, grazie alla notevole capacità pollonante.

DISTRIBUZIONE:
In provincia il sanguinello è presente e comune ovunque, abbondando anche nelle siepi e nelle zone marginali alle aree agricole.

OSSERVAZIONI:
I vivaci colori delle fronde, che in autunno si tingono di rosso fino a divenire porporino-violacee, e dei rami spogli durante !'inverno, rendono questo arbusto assai decorativo nel contesto paesaggistico nostrano.
Data la sua grande vitalità e l'estrema rusticità, il sanguinello si presta assai bene a lavori di riqualificazione di ambienti degradati quali ex cave o discariche, ovvero come facile elemento di arredo paesaggistico, di riequipaggiamento o di mascheramento in seguito ad interventi di vario genere comportanti denudamento del suolo.
I rami giovani del sanguinello hanno sempre costituito l'indispensabile materia prima per la fabbricazione di ramazze da cortile. Gli stessi forniscono buon materiale da intreccio per la confezione di ceste, graticci e simili. Le fascine di sanguinello costituivano l'esca per l'avviamento dei forni in genere. Famose e temute da tutti i bambini le verghette di sanguinello con cui venivano impartite, in altri tempi, lezioni educative sconosciute alla moderna pedagogia.

PROPAGAZIONE:
Si seminano i frutti in autunno, subito dopo la raccolta e previa immersione per qualche ora in acqua tiepida.
Si moltiplica facilmente per talea radicale ripicchettata in inverno, ma il sistema più rapido è la separazione dei giovani cespi o la ripicchettatura dei polIoni radicati.















EMERO

(Coronilla emerus L.)
FAM. LEGUMINOSAE Gen. Coronilla
Denominazioni dialettali: Curgnóla (Cr.sco); Majalégor (Sonc.).

Disegno dell'essenzaDESCRIZIONE:
Arbusto alto sino a 2m. Fusti legnosi, spesso prostrati o ricadenti ovvero eretti. Rami numerosi, angolosi o striati, pressoché glabri.
Foglie alterne (5-7x12-15crn), composte da 7(9) foglioline obovato-cuneate, ad apice ottuso o smarginato, parzialmente persistenti le apicali anche d'inverno. Rachide scanalato, stipole triangolari (1-2cm), libere, di colore rossiccio.
Fiori in ombrelle 2-4flore, inodori, corolla giallo-citrina, grande (1,7-2crn); calice (5x4mm) rigonfio, a denti brevissirni.
Legumi pendenti, compressi leggermente, a 6-10 articoli, striati.

FIORITURA:
Aprile-Giugno. Talora parziale rifioritura in settembre-ottobre.

ECOLOGIA:
L'emero mostra di preferire terreni magri, sciolti, sufficientemente profondi, ben drenati o con evidenti caratteristiche di aridità; specie mediamente lucivaga, si insedia in luoghi cespugliati, poco ombreggiati, nelle siepi o al margine delle associazioni arboree.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale questa leguminosa risulta distribuita in modo irregolare e rnaggiormente presente nel tratto settentrionale dove ricalca in parte la distribuzione di Fraxinus ornus, Viburnum lantana, Lonicera caprifolium e Ruscus aculeatus con i quali si trova il più delle volte associata. In quest'area può essere localmente frequente, ma ampie lacune separano i vari punti di vegetazione.
Nella parte centrale della provincia segue con grande precisione la valle fluviale morta ora percorsa dal Morbasco (Soresina, Casalmorano, Annicco, Paderno Ponchielli) e, più a meridione ancora, compare nei pressi di Grontardo, ma la sua distribuzione va meglio definita in base a più accurate ricerche.

PROPAGAZIONE:
Per questo argomento specifico vale quanto detto a proposito delle ginestre.





MARRUCA

(Paliurus spina-christi MILLER)
FAM. RHAMNACEAE Gen. Paliurus
Denominazioni dialettali: Spì del Signur (Cr.sco); Maròch (Cr).

Disegno dell'essenzaDESCRIZIONE:
Arbusto spinoso, ramificato, alto sino a 3m, con rami zigzaganti bruno-rossastri da giovani, poi grigio-verdastri.
Spine acutissime, appaiate, di cui una dritta e lunga, l'altra breve e ricurva.
Foglie semplici, alterne, piccole, (1-2x2-4cm), a lamina ovale o lanceolata, coriacea e glabra, con 3(5) nervi quasi paralleli e convergenti verso l'apice e nervi secondari pennati.
Fiori pentameri, raccolti a gruppetti all'ascella delle foglie, giallicci e molto piccoli (2-3mm).
Frutti secchi, lenticolari (samare) di 1-2cm di diametro, che ricordano la forma di piccoli ombrelli o di cappellini a larga tesa ondulata, contenenti tre semi in loculi separati.

FIORITURA: Maggio-Giugno.

ECOLOGIA:
Questo arbusto spinosissimo forma talvolta macchie invalicabili accestendo su terreni decisamente asciutti, calcarei, poveri di sostanze nutritive e scarsamente umiferi, a tessitura grossolana, sassosa o pietrosa, ma normalmente in posizione di mezz'ombra, pur sopportando bene anche la piena luce.

DISTRIBUZIONE:
In territorio provinciale la marruca è presente con alcuni esemplari nei boschi cresciuti sulle alluvioni fluviali dell'Adda nei pressi di Rivolta d'Adda.
Poiché venne coltivata in passato per farne siepi, è possibile che qualche esemplare sia presente altrove.

OSSERVAZIONI:
La marruca è una pianta tipicamente mediterranea che caratterizza, insieme ad altri arbusti, la vegetazione subclimax degli arbusteti o della bassa macchia, risultante dalla distruzione della foresta - detta "schibljak" - prendendo a prestito la definizione usata in area balcanica.
Pertanto la presenza della specie in territorio provinciale è da considerarsi del tutto eccezionale e di origine secondaria, per diffusione da aree più settentrionali tramite fluitazione, relativamente agli esemplari di Rivolta d'Adda, e per inselvatichimento occasionale in altri possibili casi.

PROPAGAZIONE:
Si moltiplica per seme che si disperde nel terreno in primavera dopo 2-3 mesi di stratificazione, oppure per trapianto dei polloni. E’ necessario collocare le giovani piante in posizione riparata poiché soffrono il













Bibliografia :

http://boscodidattico.provincia.cremona.it/

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