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Intervista
CHE COS'E' LA NORMALITA'
Giovanni Jervis
JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis. Sono medico psichiatra e insegno
Psicologia dinamica all'Università di Roma. Oggi parliamo di Cos'è la
normalità e, per prima cosa, vedremo una scheda filmata.
Il concetto di normalità può essere declinato in diverse direzioni. Può
avere un significato puramente statistico, per indicare la maggior frequenza
di un certo evento oppure l'attesa che un certo evento abbia luogo. Così le
convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano
sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi
è normale. Ma il concetto di normalità possiede altre connotazioni relative
non ai comportamenti, che di fatto hanno luogo, ma a quelli che dovrebbero
accadere.
Ciò che è normale è ciò che dovrebbe regolare la condotta naturalmente. E
tuttavia è accaduto che il significato, che attiene al dovere, morale o
religioso o sociale, si è spesso mascherato nel concetto di normalità. La
suddivisione tra normale e anormale può apparire puramente scientifica, ma
nasconde spesso l'appello a un criterio di valore, che esprime un giudizio
sulla condizione di esclusione sociale di alcuni. E' soprattutto a partire
dal secolo scorso, che la regolazione sociale dei comportamenti ha
cominciato a usare il linguaggio, apparentemente scientifico, della
normalità, quello inaugurato da discipline come la medicina, la psichiatria
e la psicologia. Il crimine e il comportamento irregolare non sono più solo
una trasgressione della legge, ma una deviazione dalla norma. Ma con ciò
essi perdono la loro possibile ricchezza di significato e diventano
eccezioni del comportamento normale. E' possibile restituire al concetto di
normalità un uso scientifico, che non diventa allo stesso momento uno
strumento di discriminazione e di esclusione?
STUDENTESSA: Professore noi abbiamo scelto, come oggetto per rappresentare
la normalità e la follia, un filo spezzato da un paio di forbici, perché il
filo dovrebbe rappresentare la normalità, una vita normale e lineare, e le
forbici, che lo spezzano, fanno subentrare la follia. Lei è d'accordo con
questa nostra scelta?
JERVIS: Qualche volta sì qualche volta no. Cioè qualche volta quello che noi
chiamiamo "follia" irrompe nella vita di una persona e in qualche modo
costituisce una rottura. Altre volte invece si tratta di qualcosa di più
subdolo e non sempre chiaramente delimitabile. Quindi è a volte vero, e a
volte no.
STUDENTESSA: Professore, abbiamo visto nella scheda come la follia possa
essere un concetto astratto, relativo. Secondo Lei è possibile trovare una
definizione più scientifica della follia?
JERVIS: Guardi il termine "follia" è un termine tutto sommato generico e un
po' impreciso. Quando si dice "follia", si allude a quelli che sono chiamati
"comportamenti psicotici", cioè le psicosi, ovvero i disturbi mentali più
gravi. Quando si parla di follia, quindi, ci si riferisce solo a una parte
della patologia mentale o delle problematiche di sofferenza mentale. La
follia è in qualche modo anche però un paradigma, è uno stereotipo. "Quello
è pazzo", ecco. Da un punto di vista scientifico, queste distinzioni - pazzo
o non pazzo, folle o non folle - spesso sfumano, perché sono distinzioni
basate sul linguaggio comune, che, non di rado, è un po' grossolano e taglia
un po' le cose con l'accetta.
STUDENTESSA: Spesso noi associamo al concetto di normalità quello di
aspettativa, cioè la convinzione che gli altri si debbano comportare in un
determinato modo che per lui è normale. Si potrebbe definire follia il non
aderire a questa aspettativa?
JERVIS: No, nel senso che, quando noi parliamo di "comportamento normale",
noi di solito contrapponiamo al comportamento normale quei comportamenti che
chiamiamo "anormali", o più precisamente "comportamenti devianti". Ora i
"comportamenti devianti", non sono sempre folli. Possono essere
comportamenti, per esempio, di tipo criminale. Anche le criminalità hanno
forme di devianza. Oppure possono essere comportamenti, diciamo strambi,
originali. Ci sono persone, di solito una piccola minoranza, che, senza
essere né folli né criminali, hanno dei comportamenti originali, dei
comportamenti fuori, dall'ordinario. Ora la cosa interessante è che noi
tutti, fin da bambini, impariamo a comportarci secondo certe regole. Cioè il
bambino, fin da molto piccolo, cerca di capire cos'è che si fa e cos'è che
non si fa. Ma per capire cos'è che si fa, cioè quello che è, fra virgolette,
"giusto", il bambino ha anche bisogno di avere un'idea di quello che non si
fa, cioè di quello che non è, fra virgolette, "normale" di quello che è
deviante. Quindi l'immagine della devianza, l'immagine di ciò che è fuori
dalla norma, di ciò che è per certi lati sbagliato o folle oppure contro le
regole ci serve per capire dov'è il confine fra ciò che ci si aspetta che
noi facciamo e ciò che invece non dovremmo fare. Perciò, in qualche modo,
l'immagine della devianza è un'immagine di cui abbiamo bisogno.
STUDENTE: Ogni epoca ha avuto diversi tipi di follia. Quindi possiamo dire
che ogni società ha prodotto follie diverse. Che rapporto potrebbe esserci
tra follia e società?
JERVIS: E' un rapporto meno relativo di quello che si pensa. L'esempio che
Lei ha fatto, quello dell'isteria, è un esempio molto particolare, perché
effettivamente l'isteria, che non è una vera follia, è un disturbo psichico,
ma di solito non viene catalogato fra i disturbi psichici gravi, cioè fra le
psicosi o follie. L'isteria è un disturbo particolare, perché, più di altri,
risente di fattori sociali: essenzialmente è un disturbo legato a fattori di
suggestione e molto spesso anche di imitazione. In generale però le forme
principali e più classiche di disturbo mentale o di follia, non sono così
variabili come si crede attraverso le società e le epoche. Cioè in tutte le
società esistono delle persone che hanno, per esempio, dei disturbi che noi
chiamiamo schizofrenia. Poi naturalmente ci sono anche delle variazioni, ma
sono meno grandi di quelle che si può pensare.
STUDENTE: Quanto incide la predisposizione genetica nella follia?
JERVIS: Intanto direi che parlare di follia al singolare forse è un po'
improprio. Bisognerebbe parlare di "disturbi psichici", che sono molto
diversi gli uni dagli altri - non sono tutti uguali- e anche a volte di
"disturbi psichici gravi" o "psicosi, quelli che noi chiamiamo "follia".
Bisogna tenere conto di un fatto, che, nella maggior parte dei casi e nella
maggior parte dei disturbi, non c'è una causa unica, c'è un insieme di cause
per cui a un certo punto, per sfortuna si può dire, ma molto spesso anche
per caso, una persona si trova a vedere sommarsi delle predisposizioni
genetiche, degli eventi di vita, delle difficoltà a fare fronte a nuove
situazioni, come per esempio a situazioni di maggiore autonomia, quando uno
cresce, oppure situazioni come la vecchiaia. Ecco in questa situazione, in
questi casi avviene uno scompenso. Questo scompenso è ciò che noi chiamiamo
"disturbo psichico". Fra le cause di questi "disturbi psichici" le cause
genetiche hanno una certa importanza. Oggi si ritiene che abbiano più
importanza di quanto non si pensasse venti o trent'anni fa.
STUDENTESSA: Che cosa separa un nevrotico da uno psicotico?
JERVIS: Questa è una domanda che intanto ci permette di entrare nel merito
di certi problemi di psichiatria. Il nevrotico è una persona essenzialmente
disturbata dall'ansia. Il problema dell'ansia è un problema che il nevrotico
identifica bene. Dice: "Io sono io e l'ansia è come un corpo estraneo che mi
disturba". Invece lo "psicotico" ha un problema un po' più profondo, cioè la
sua stessa capacità di giudizio è alterata, il suo io non funziona più bene.
Quindi non c'è questa separazione fra "io che sono sano" e l'ansia che mi
disturba. C'è invece un io che non è sano e che quindi ha difficoltà a
capire come stanno le cose e anche difficoltà a capire qual è il proprio
problema.
STUDENTESSA: Abbiamo letto ne Le metamorfosi di Kafka, che il protagonista
un giorno si risveglia trasformato in un insetto. Secondo Lei chi è quell'insetto
e perché la metamorfosi di Gregor Samsa è irreversibile?
JERVIS: Dunque, questo racconto, che è un bellissimo classico della
letteratura moderna, è un racconto, in un certo senso, sull' anormalità,
cioè una specie di parabola dell' anormalità. Racconta la storia di uno, che
si sveglia una mattina e dice: "Trasformatemi in un insetto mostruoso". Ma
la cosa interessante del racconto è come i familiari trattano questa
persona. E i familiari - si vede benissimo dalla descrizione - che sono
incerti fra riconoscere questo insetto come sempre lui -malgrado sia
trasformato in un insetto- e, invece, trattarlo come un insetto e quindi
come qualche cosa che non conta più, che non ha più dignità umana. Alla
fine, pessimisticamente si vede che prevale questa seconda tendenza, quindi
a trattare questo poveretto, che si chiama Gregorio Samsa, non più come una
persona, ma come un insetto. Questa in un certo senso è una metafora
pessimistica di quello che può succedere. Però noi possiamo vedere anche
atteggiamenti di questo tipo in molti film. C'è un film molto bello, che è
Mani di forbice, e noi ne vedremo un pezzo, in cui si parla proprio di
questo tipo di discriminazione.
PEGGY: Non ti devi nascondere, sono Peggy Boxer sono la tua rappresentante
locale, sono più innocua di una torta di ciliegie. Oddio! Mi rendo conto di
disturbare, ora me ne vado è tardi.
EDWARD: No, non andare.
PEGGY: Le tue mani! Ma cosa ti è successo?
EDWARD: Non mi ha finito!
PEGGY: Oh, mettile giù, non ti avvicinare. Ti prego! Ti prego! Ti prego.
Jim: L'hai tagliata!
PEGGY:È appena un graffio, Jim. Non l'ha fatto apposta.
JIM: Allontanati. Se la tocchi un'altra volta, ti uccido!
PEGGY: Non è grave! Ma non è nulla! Non è una cosa grave!
JIM: Chiami un dottore.
PEGGY: No, lui non mi ha ferito.
JIM: Devi stare lontano da lei! Hai capito? Distruggi sempre quello che
tocchi. Ma perché non te ne vai? Eh?
STUDENTESSA: Ritornando a La metamorfosi di Kafka, la morte del
protagonista, alla fine del racconto, che avviene senza un apparente scopo
salvifico, può rappresentare un rifiuto della società, che lui avverte?
JERVIS: Mi sembra di ricordare che nel racconto lui venga abbastanza
maltrattato, e c'è questa progressiva separazione fra lui e i suoi
familiari. Bisogna tenere conto del fatto che Kafka non è soltanto un autore
pessimistico, ma è anche, in qualche modo, un autore grottesco. Quindi, in
questa storia, c'è una immagine di dissoluzione, di morte, che però viene
anche restituita in una maniera tale da fare riflettere sull'incongruità di
quello che succede, sull'assurdità della vita quotidiana, che entra in gioco
e si manifesta di fronte a eventi eccezionali.
STUDENTESSA: Secondo Lei, quale posto hanno occupato Freud e la psicoanalisi
nella cultura del Novecento?
JERVIS: Un posto enorme. Oggi si dice che la cultura del nostro secolo, che
sta finendo, è stata in larga misura vivificata e fecondata dalla
psicoanalisi, soprattutto la media cultura, il modo di trattare i bambini,
il modo di considerare la problematica sessuale, per esempio, il modo di
considerare il rapporto fra normalità psichica e follia o devianza. Freud ha
rappresentato un grosso punto di svolta per tanti motivi: perché ci ha
aiutati a considerare la sessualità in modo più normale, perché ci ha
aiutati a vedere i bambini in modo diverso, perché ha aiutato a considerare
l'educazione in modo meno autoritario. Inoltre io credo che abbia giocato
molto a favore della psicoanalisi, nel rendere meno retriva e meno bigotta,
l'educazione sessuale. Quindi ha avuto una grossa importanza sulla media
cultura, sul modo comune di vedere le persone. Ha avuto anche importanza dal
punto di vista scientifico, però forse un po' meno.
STUDENTESSA: Abbiamo visto che molti autori della letteratura di fine
Ottocento, inizio Novecento, affrontano il tema della perdita di integrità
dell'io, come ad esempio Oscar Wilde con Il ritratto di Dorian Grey e
Stevenson con Il dottor Jekyll e Mister Hyde. Secondo Lei, per quale motivo,
proprio in questo periodo storico, la letteratura ha avuto l'esigenza di
affrontare questo tema.
JERVIS: Questa è una domanda molto difficile. Certamente succede questo, fra
gli ultimi due decenni dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, avviene una
grande crisi nel modo di concepire la natura umana. Di questa crisi fanno
parte filosofi come Nietzsche, fanno parte anche Freud per esempio. Quella
che era apparsa, per buona parte dell'Ottocento, come una natura umana
compatta - noi diciamo una natura umana "autolegittimata" -in cui il modello
della persona era data dal gentiluomo educato, maschio, non femmina, perché
le femmine non contavano molto e il selvaggio era considerato inferiore.
Insomma c'era una sorta di modello generale, che, per una buona parte
dell'Ottocento è rimasto valido. Era il modello della persona che sa quello
che fa, è perfettamente consapevole di sé, è perfettamente responsabile, è
colta, è civile, eccetera. E alla fine dell'Ottocento, per effetto di tanti
fattori, come certi residui della ideologia romantica, le avanguardie
artistiche e certi filosofi che introducono una critica a questo concetto
dell'unità della persona umana, si comincia a pensare e a parlare di
identità che si spezza, di identità che entra in crisi, di un io che non è
così compatto. In Freud stesso, l'io, il soggetto non è più unitario, è
qualche cosa che si scompone; Questa è una crisi molto interessante, che poi
determinerà molti aspetti della cultura del Novecento.
STUDENTESSA: Italo Svevo considerava la psicoanalisi come uno strumento
conoscitivo, quindi più utile ai romanzieri che per la cura dei malati. Qual
è la sua opinione in merito?
JERVIS: La psicoanalisi, e in generale le idee che vengono da Freud e da
Yung, sono state molto importanti per modificare il nostro modo di vedere le
malattie mentali, i disturbi psichici, in quanto ci hanno aiutato a capire
che ogni persona normale contiene in sé degli aspetti di nevrosi e anche di
follia, e, viceversa, ogni persona, etichettata come "folle" ha più aspetti
normali di quello che sembra all'inizio. In questo senso il contributo è
stato enorme. Il contributo però è stato molto grande anche per quanto
riguarda la cultura letteraria e, ripeto, soprattutto per quanto riguarda la
media cultura, cioè il modo di trattare i bambini, di educare, di vedere i
problemi sessuali, eccetera. Quindi credo che sia stato un contributo
nell'insieme di impostazione, più che di scoperta di singoli fattori, e
nell'insieme molto importante e positivo.
STUDENTE: La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, si conclude col ribaltamento
di salute, e di malattia. Il protagonista critica la società dei cosiddetti
"sani" perché li ritiene intrappolati nelle loro condizioni, mentre giudica
se stesso (vivendo comunque nel dubbio visto che si pone continuamente
domande) più libero, più creativo, più evoluto. Lei può, alla luce della Sua
esperienza, confermare che la situazione mentale dei cosiddetti folli può
essere considerata più libera, più creativa?
JERVIS: La risposta a quest'ultima domanda, se vogliamo prenderla alla
lettera, è no, nel senso che ci sono state molte persone creative con
problematiche psichiatriche. Esiste certamente un rapporto, per lo meno
statistico, fra la creatività, in particolare la creatività artistica, e un
certo tipo di disturbo, che è la psicosi maniaco-depressiva. Questo però non
significa che la follia di per sé provochi creatività o dia accesso a
superiori illuminazioni. Detto questo, però, bisogna precisare che fin
dall'inizio dell'Ottocento la tradizione romantica ha in qualche modo
rivalutato, e anche rivalutato in modo fecondo, in modo, potremmo dire,
dialettico anche, in modo polemico, quegli aspetti di saggezza che sono
contenuti nella persona ingenua, nel bambino, nel folle, nel primitivo,
eccetera. E questa rivalutazione ha avuto un ruolo importante nella nostra
cultura. Però è una rivalutazione che non va presa alla lettera. La follia è
essenzialmente sofferenza, non è saggezza.
STUDENTESSA: Secondo Lei i disturbi somatici come quelli accusati da Zeno
possono essere considerati come la conseguenza della malattia stessa o sono
un mezzo attraverso il quale il malato esprime agli altri il proprio disagio
psichico?
JERVIS: Non saprei rispondere esattamente a questa domanda. Direi che non a
caso non so rispondere. Direi che molto spesso succede quello che Lei ha
detto, cioè che il modo di esprimersi e il modo di esprimere un disagio e il
modo di vivere questo disagio sia espressione del disagio stesso,
espressione del tentativo di superare il disagio e di gestire il disagio,
sia anche espressione del modo di comunicare agli altri, qualche cosa che è
il proprio disagio, ma è anche il senso della propria dignità. Se una
persona soffre, ha bisogno contemporaneamente di dire agli altri: "Guardate
che soffro", e però anche di dire: "Guardate però che sono come Voi". Quindi
c'è in questo senso un tipo di comunicazione, un tipo di esigenza che è
complesso e anche molto affascinante. Ha una grande dignità. Questo si vede
bene anche in Svevo, che spesso ha dei toni ironici su questo, peraltro.
STUDENTESSA: Le volevo chiedere: come mai il problema della follia,
affrontato in molti film come Psyco, Rain man, è così sentito nella nostra
società?
JERVIS: Questo non lo saprei dire! Io credo che ci sia un fattore diciamo
anche di trasformazione culturale, nel senso che nelle società tradizionali,
che erano società in cui ognuno obbediva più facilmente e più spontaneamente
alla propria tradizione, alla tradizione della famiglia, i confini fra ciò
che si fa e ciò che non si fa, fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato,
fra ciò che è normale e ciò che è folle, questi confini erano tracciati in
una maniera chiara e semplice, che non veniva messa in discussione. Cioè
nelle società tradizionali, in qualche modo, nella maggior parte dei casi, i
figli crescevano e si sviluppavano e invecchiavano nella stessa ideologia,
nella stessa mentalità, spesso facendo lo stesso mestiere dei genitori. La
società moderna è caratterizzata - quella che si chiama "società
post-tradizionale", non a caso -, è caratterizzata dal fatto che i figli
sono messi a confronto con idee, valori e possibilità di scelta molto
maggiori e molto più vari di quanto non siano quelli della propria famiglia
di origine in senso tradizionale. Uno può scegliere di più. Potendo
scegliere di più, c'è una varietà di offerte di comportamenti. Diventando
grandi si può decidere meglio, non soltanto che mestiere fare, rispetto al
mestiere tradizionale, ma anche che tipo di persona essere. Questo comporta
una difficoltà, cioè comporta la difficoltà di orientarsi in un mondo dove i
confini fra le cose abituali e le cose non abituali, le cose normali e le
cose eccezionali sono confini più vari, più mobili, messi in discussione più
facilmente, di quanto non avvenisse un tempo. Allora il problema
dell'anormalità psichica come problema del confine, come problema di ciò che
delimita la normalità, ovviamente oggi si ripropone con più forza, perché è
meno facile capire che cosa si fa, cosa non si fa.
STUDENTE: Potrebbe spiegare il perché della scelta degli oggetti che ha
portato qui in trasmissione?
JERVIS: Sì, se ne potevano scegliere tanti altri. Noi abbiamo scelto un
tatuaggio perché si potrebbe discutere, per esempio sui tatuaggi, come anche
sul piercing, sugli anelli alla lingua e cose di questo genere. E' chiaro
che si tratta di comportamenti, che alcuni considerano normali, e anzi -
comportamenti e scelte auspicabili, altri considerano invece anormali, e,
come dire, da condannare. E' un esempio tipico di un punto che segna la
relatività di certi aspetti del concetto di normalità, anormalità. Poi
abbiamo scelto una zucca, laggiù, perché si fa riferimento a una cosa che ci
viene dalla cultura americana, cioè le zucche di Ognissanti. Tutti i bambini
hanno letto la storia del grande cocomero, delle strisce dei fumetti di
Penatus. Ecco, questo è un punto anche interssante, perché Ognissanti, in
molti paesi, viene celebrato come la Festa delle Streghe, ed è una di quelle
ricorrenze calendariali, come il carnevale anche, in cui si crea una sorta
di parentesi, in cui si invertono i ruoli. Per esempio nel carnevale il
povero fa il re e il re deve ubbidire agli altri. E in qualche maniera si
affronta una sorta di ribaltamento dei concetti abituali di normalità e di
devianza. Il significato antropologico e psicologico di queste ricorrenze
calendariali - troppo complicato da spiegare qui - sono, come nel caso di
Ognissanti, ricorrenze che hanno a che fare col problema della morte come
limite, come scandalo. Abbiamo difficoltà ad accettare la morte, che in un
certo senso è l'anormalità, per lo meno così ci sembra, anche se è un
fenomeno invece naturale, e ci sono molte maniere, anche collettive, con cui
noi affrontiamo questo problema e affrontiamo anche certi temi inquietanti -
i fantasmi e le streghe che sono legati alla tematica della morte.
STUDENTESSA: Il concetto di normalità può dipendere dalla cultura e dalla
società in cui vive l'individuo?
JERVIS: Dipende molto dalla cultura e dalla società in cui vive l'individuo.
Però ci sono anche degli aspetti universali, nel senso che, per esempio,
certe patologie fisiche o psichiche, quando sono molto nette vengono
considerate qualcosa di anormale in qualsiasi società. In parte si tratta di
una questione di informazioni. Pensate per esempio alle eclissi solari, un
fenomeno naturale. Le eclissi solari sono un fenomeno eccezionale, ma che
noi consideriamo normale, noi nella nostra società, perché le possiamo
prevedere e sappiamo esattamente di cosa si tratta. In una società pre
letterata l'eclissi solare è considerata un fenomeno anormale, cioè un
qualche cosa, che non soltanto è eccezionale, ma è anche inquietante, ci
pone degli interrogativi. Potrebbe essere un segnale di morte. Allora questo
attribuire un significato di anormalità all'eclissi solare è legato al fatto
che non si sa cos'è l'eclissi. Se si cos'è non è più anormale. Questo vale
per molti altri fenomeni. Il giudizio di anormalità, dato che si tratta
sostanzialmente di un giudizio, non di una caratteristica intrinseca è in
larga misura legato alla nostra difficoltà a capire e a accettare qualcosa
che ci appare non soltanto eccezionale, ma anche inquietante. Se lo
conosciamo meglio, ne conserviamo il carattere eccezionale, ma questo
fenomeno perde il carattere di qualcosa di inquietante, diventa qualcosa che
noi capiamo, che interpretiamo. Nella misura in cui lo interpretiamo è meno
anormale.
STUDENTESSA: Prima Lei ha parlato dell'oggetto che ha portato, ovvero i
tatuaggi e i piercing, e ha detto che per alcune persone queste cose possono
essere ritenute normali e per altre invece sono anormali. Ma, secondo Lei,
la motivazione per la quale una persona si fa il tatuaggio, non è magari un
cercare di essere diverso dalla collettività?
JERVIS: Diverso e al tempo stesso simile, perché certe scelte di
caratterizzazione di identità, di identità collettiva per esempio - quelli
che hanno il tatuaggio, quelli che hanno l'anello attaccato da qualche
parte, alla guancia- sono una caratterizzazione, che al tempo stesso, vuole
essere appartenenza, cioè normalità rispetto a un certo gruppo di
riferimento, e polemica. Quindi c'è in qualche modo questa caratteristica,
che ritroviamo sempre in ogni nostro tentativo di definirci, noi ci
definiamo come appartenenti a un certo gruppo e però in qualche maniera
questa definizione di appartenenza acquista significato, pregnanza, acquista
valore maggiore se noi, diciamo, siamo diversi da Voi, non vogliamo essere
come Voi, anzi quello che Voi condannate, io lo ritengo valore. Questo è un
processo, direi necessario, soprattutto nel passaggio dalla dipendenza della
famiglia all'autonomia, cioè nel corso dell'adolescenza, c'è questa sorta di
protesta di diversità, che è un fenomeno valido e vitale
STUDENTESSA: Ci sono categorie più a rischio di malattie mentali, magari per
il lavoro che fanno?
JERVIS: Sì, anche se è difficile definirle con precisione. Possiamo
considerare che ci sono certe situazioni di vita che creano un rischio di
squilibrio psichico. Un esempio banale, ma non tanto banale, che ci riguarda
tutti da vicino: l'emigrazione. Da un lato, una cosa che molti non sanno è
che le persone che scelgono di emigrare in generale sono più sane delle
altre. Cioè chi se ne va non è un malato. Chi se ne va si sente in salute.
Sono più sane sia da un punto di vista fisico, sia da un punto di vista
psichico, molto spesso. Quindi quelli che arrivano, diciamo, sono in qualche
modo una selezione in positivo. Però, d'altro lato il fatto di trovarsi in
un paese nuovo e il fatto di trovarsi di fronte a costumi nuovi, di perdere
certe sicurezze tradizionali, come quando si è in un paese che non si
conosce, crea un effetto di spaesamento, che si traduce in una sorta di
perdita, di identità. Uno non sa più bene chi è. Allora noi osserviamo che
gli immigrati, proprio perché hanno questa crisi di identità, non sono più
quelli di prima, ma non sono ancora appartenenti al nuovo paese, hanno
bisogno di riconfermare in qualche modo le loro appartenenze. Quindi si
ricompattano su religioni, su tradizioni, eccetera. Allora possiamo dire
quindi che la condizione dell'immigrato è una condizione in qualche modo
precaria, che predispone a un disagio psichico e anche in qualche misura a
disturbi psichici. Questo è l'esempio forse più classico e più attuale.
STUDENTESSA: Nell'ambito delle malattie psicotiche, abbiamo parlato di "caratteropatia"
e quindi dell'educazione dei bambini. Mi potrebbe spiegare quanto può
influire l'educazione in un bambino e che risvolti potrebbe avere questo
tipo di malattia?
JERVIS: "Caratteropatia" significa qualcosa di abbastanza particolare.
Parliamo in generale di "disagio psichico", che è un termine che comprende
un po' tutto. L'educazione conta molto. Bisogna dire però che quello che
conta di più sono certe situazioni di prolungato disagio nell'infanzia.
Quando un bambino cresce in un'atmosfera di deprivazioni affettive e di
brutalità, questo certamente ha un'influenza molto negativa sulla sua
psiche. Contano anche altre cose, come per esempio l'atteggiamento della
madre, il fatto che il bambino non deve venire confuso con ordini o
richieste contraddittorie. Però bisogna anche dire che i bambini, da questo
punto di vista, spesso se la cavano molto bene. Quindi non bisogna neanche
esagerare, per quanto riguarda gli errori educativi dei genitori. Bisogna
che questi errori siano molto gravi, per creare realmente sempre dei
disturbi. Altre volte ci possono essere bambini un po' più fragili degli
altri. Ma insomma questo dipende anche da un caso all'altro.
STUDENTE: Il film che abbiamo scelto come esempio in merito all'argomento è
Rain man, in quanto sembra offrire un ottimo esempio del rapporto che può
intercorrere tra un soggetto malato e un altro normale. Un uomo, Tom Cruise,
si sveglia al mattino e viene a sapere di avere un fratello, Dustin Hoffman,
autistico. Vivono insieme per sei giorni, imparano a capirsi e a
rispettarsi. Entrambi maturano e questa esperienza li cambia. Vediamo
appunto sparire sotto i nostri occhi questa differenza tra la normalità e
follia, che è vanificata appunto dalla voglia e dalla capacità di
comprensione e di dialogo. Lei come reputa la nostra scelta?
JERVIS: Io credo che certi film, come Rain man, oltre a essere dei bei film,
hanno anche una funzione: quella di far capire e far riflettere, non tanto
su cos'è la follia o cos'è l'autismo, quanto su cosa succede a noi, quando
entriamo in contatto con persone di questo tipo. Ebbene la cosa che
giustamente alcuni di questi film dicono è che c'è in qualche modo una
scoperta del lato umano e del lato normale anche della persona disturbata.
Cioè si stabiliscono delle forme di comprensione e di dialogo, che non
soltanto permettono di entrare in contatto con l'altra persona e di
aiutarla, ma in qualche modo ci permettono anche di interrogarci noi sulle
nostre abitudini e su quello che abbiamo dato spesso, troppo spesso per
acquisito: si fa così e basta. Si può fare in tanti modi. Ora naturalmente
ci sono alcuni modi che non sono, come dire, del tutto normali, in senso
generale, cioè non sono del tutto sani, però sono spesso più sani di quello
che sembra all'inizio. La distinzione fra normalità e anormalità, fra
normalità e devianza, fra normalità e follia è una distinzione più fluida di
quello che noi siamo soliti pensare. Forse, questo, ci riporta poi
all'inizio del discorso: ognuno di noi per capire ciò che vuole fare, per
capire ciò che deve fare, ciò che per lui è normale ha bisogno di crearsi in
qualche modo un feticcio dell'anormalità e della follia, qualcosa di rigido:
lì non si va, questo non si fa. E invece questo è più discutibile di quanto
non sembri a prima vista e permette di metterci in discussione, cosa che
permette, a sua volta, di ritornare a contatto con gli altri che ci sembrano
diversi e incomprensibili. E questo è un po', diciamo, l'insegnamento
generale che noi possiamo ricavare da questo tema.
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