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Aforismi
IL FANTASMA DEL MANICOMIO
Sergio Piro
PIRO: Mi chiamo Sergio Piro e sono uno psichiatra, benché
questo termine non mi piaccia molto. Sono qui per discutere con Voi di
argomenti che ci stanno tanto a cuore e che forse, meglio di me, potrà
introdurre una scheda filmata.
"Io stessa sono stata col camicione di forza. Sapete cosa facevo? Siccome
ero tanto mingherlina, la malattia mi aveva resa molto magra, cosa facevo?
Quando mi avevano legato qui al collo - vi dico anche com'ero legata: qui al
collo e ai polsi e qui alla vita - facevo tanto che sgattaiolavo come un
serpentello - avete visto?- e lasciavo come uno spauracchio questa camiciola
di forza vuota nel letto".
L'idea che i folli dovessero essere rinchiusi in luoghi speciali, cominciò
ad avere grande diffusione nel XVII secolo, soprattutto tra il 1620 e il
1650, quando sorsero istituti che avevano lo scopo di internare quelli che
ora noi chiameremmo "individui asociali": oziosi che gravavano sulle
famiglie che erano incapaci di sfamarli, prostitute, vagabondi. Ma un evento
importante ha luogo alla fine del secolo successivo: in Francia, in piena
Rivoluzione Francese, nel 1792, Philippe Pinel diventa medico alla
Salpêtrière, una di queste case di reclusione. Apre le celle e decide che
non funzionerà più come una prigione, ma come un ospedale. Libera un gran
numero di persone, condannate essenzialmente per motivi morali o sociali e
trattiene nell'Ospedale quelli che riconosce come "malati di mente". Una
legislazione apposita per gli ospedali pschiatrici verrà varata in Francia
nel 1838, in Gran Bretagna nel 1844 e in Italia nel 1904. Nasce in questo
modo la figura del "malato di mente". Ma non viene modificata la percezione
della malattia mentale come esclusione da qualche ordine di legittimazione
sociale, né viene abbandonato l'ideale repressivo e integrante. È invece a
partire dagli anni Cinquanta che, con la scoperta degli psicofarmaci e la
maturazione di un movimento culturale anti-istituzionale, il concetto di
manicomio viene sottoposto a critica radicale. In Italia, Basaglia negò la
validità terapeutica del manicomio-lager, fino al varo della legge 180 del
1978, con cui il manicomio fu abolito.
PIRO: Credo che questa scheda sia stata chiara, precisa, che ci abbia
spiegato l'argomento. Non credo che una scheda porti ad una comprensione di
qualcosa che è al di là della spiegazione. Per cui c'è un solo modo, poi,
per arrivare ad una comprensione, che è quello che ci si parli, che Voi
facciate delle domande, se l'argomento, come io credo, Vi interessa. Ecco
che possiamo dunque aprire questo dibattito.
STUDENTESSA: Nell'introduzione al Suo libro: Parole di follia, Lei giudica
anacronistico il termine: "malato mentale". Ma quale potrebbe essere un
termine alternativo?
PIRO: Io credo che il fatto che noi non troviamo un termine alternativo sia
una buonissima cosa. Dovunque le persone sono definite in maniera precisa si
crea sempre violenza, tanto se si tratti di malati mentali tanto se si
tratta di etnia, di razze o altro di questo genere, di sessi differenti. È
chiaro: dobbiamo essere attenti a non farci intrappolare dalle parole. La
categoria "malato mentale" è una trappola.
STUDENTESSA: Lei separa i nevrotici dagli psicotici, questi ultimi
cosiddetti malati mentali. Ma così come i nevrotici sono consapevoli della
propria nevrosi, gli psicotici sono consapevoli della propria psicosi?
PIRO: Ci sono tesi diverse su questo punto. Si può dire che dovunque ci sia
anche grande sofferenza, anche apparente turbamento intenso delle varie
attività psichiche della coerenza, della logica, il sentimento della
sofferenza, ma è anche il sentimento della diversità negativa, non si
estingua mai. Bisogna arrivare solo a condizioni gravemente menomative
perché questa consapevolezza cada.
STUDENTE: "L'orizzonte epocale", quale è inteso come capacità di
decodificazione, interazione e comprensione con il mondo in cui viviamo, è
appannaggio delle persone "normali". Ma il malato mentale perde questo
"orizzonte epocale"?
PIRO: Ma io credo che lo possa perdere o guadagnare in maniera esasperata.
Non so se è chiaro. Poi, anche se lo sente in maniera molto forte, il senso
dell'epoca o il senso negativo dell'epoca, da questo noi non possiamo dire
che è un malato mentale. Forse in qualche cosa e per quel solo particolare
sta meglio di noi.
STUDENTESSA: Nella scheda introduttiva abbiamo parlato di manicomio. Ma il
manicomio ha mai avuto un intento curativo, cioè ha mai cercato di curare
queste persone cosiddette "malate di mente", o ha solo avuto il compito di
allontanarle dalla società?
PIRO: Questa risposta prenderebbe un po' di tempo e noi cercheremo di
svolgerla con semplicità. Nel campo di questa condizione di sofferenza
umana, che chiamiamo variamente "malattia mentale" od altro, molte cose son
nate per guarire o per liberare e poi son diventate delle prigioni o dei
fattori nocivi. L'abbiamo visto poco fa: tipicamente il manicomio, il "frenocomio"
- come si diceva nelle prime versioni - nasce come antitesi all'ospedale
generale, che era quest'enorme, orribile lazzaretto, dove venivano
incatenati o gettati nelle celle ogni sorta di sofferenti, di emarginati, di
vagabondi, di rachitici scrofolosi, prostitute e così via. Dico: in questo
caso, quando Pinel li libera dalle catene e li porta in una sede solo loro,
è un atto di liberazione autentico, vero. Infatti produce anche molte
guarigioni inattese. Ma a quel punto, deve necessariamente chiudere le mura
- necessariamente per i suoi tempi - chiudere le mura intorno, sostituire
alla catena la camicia di forza, di stoffa, molto meno oppressiva, ma
diventa anche quello, poi, un luogo di repressione, di staticità, di
immobilità. Assumiamo come base che ciò che si muove, che cambia, che
continuamente diviene, è terapeutico e liberatorio e tutto ciò che si ferma,
che comprime, non lo è. Faccio questa digressione e poi Vi restituisco la
parola: per esempio, perché l'adolescenza è la fase della vita che dovremmo
conservare per sempre? Perché è quella in cui veramente l'uomo cambia,
acquista, modifica gli schemi, fa una serie di rivoluzioni personali e
partecipa anche a tante altre cose. Ecco, l'adolescenza come libertà è
un'antitesi alla malattia mentale. Voglio dire ancora un'ultima cosa: quando
tanti anni dopo si introdurranno gli psicofarmaci e si toglieranno le
camicie di forza, sembrerà che questo sia un atto terapeutico e liberatorio.
In realtà i pazienti, sotto psicofarmaci, sono bloccati, inibiti e Voi avete
già in qualche modo considerato il film "Qualcuno volò dal nido del cuculo"
e quindi avete già la risposta a questa mia disgressione.
STUDENTESSA: Nel 1904 fu varata in Italia una legge che istituì i primi
ospedali psichiatrici. E ne furono costruiti più di cinquanta. Ma allora
prima dell'apertura di questi ospedali, i cosiddetti "malati mentali" dove
venivano curati? E perché si è sentito solo all'inizio del nostro secolo
l'esigenza di aprire questi ospedali?
PIRO: Nel'ambito delle Nazioni, degli Stati che hanno poi costituito la
Nazione italiana, v'erano già moltissimi manicomi. Il Regno delle Due
Sicilie, per esempio, aveva un enorme manicomio ad Aversa che serviva quasi
tutta la popolazione dell'Italia Meridionale peninsulare, ma vedete con che
carattere di estensione. In Sicilia ce n'era un altro. Poi ce ne erano altri
più piccoli disseminati. La legge del 1904, come quella francese del 1838 e
quella inglese, sono delle razionalizzazioni dell'esistente che era nato
dopo la Rivoluzione Francese, cioè è la regolamentazione degli ospedali
psichiatrici. Intanto prendono il nome di "Ospedale Psichiatrico", in luogo
del manicomio o frenocomio o altri modi pittoreschi che si usavano
precedentemente. E dà un ordinamento a questi istituti, dà un quadro, delle
regole che sono necessarie per ricoverare i pazienti, per dimetterli, per
gestirli, chi può e chi non può essere ricoverato. Ecco perché sono
importanti. Ma il manicomio esisteva prima. Nasce con la Rivoluzione
Francese, migliorando la condizione di emarginazione ancor più grave
dell'epoca precedente.
STUDENTESSA: Negli anni Cinquanta, come Lei ha già detto, sono stati
scoperti i più importanti psicofarmaci. Ma questi psicofarmaci contribuivano
ad isolare il malato oppure attenuavano realmente le sofferenze?
PIRO: Se Lei sta un po' ansiosa e si prende qualche goccia di Valium, va
dove deve andare, ad una festa, a studiare e si sente meglio. Se lei di
gocce di Valium ne prende il doppio o il triplo le viene sonno ed è
infelice. Non so se è chiaro. Allora certamente, Lei che può scegliere,
sceglierebbe di prendere poche gocce. E in questo caso lo psicofarmaco è una
cosa meravigliosa. Se invece lo psicofarmaco fosse usato dai suoi familiari,
dai professori di scuola per farla stare buona, per non rompere le scatole,
per non creare turbamento, per non essere pericolosa per sé e per gli altri,
per non farla essere di pubblico scandalo, lo scopo non è più quello
esistenziale suo, ma è uno scopo sociale, in questo caso negativo, perché si
ottiene la propria comodità, sacrificando la libertà altrui. Quindi lo
psicofarmaco, come gran parte delle armi, tranne quelle belliche, che
costruisce l'uomo, sono strumenti a doppia faccia: sono buoni se sono a
servizio di una intenzionalità socialmente positiva, sono invece, secondo
me, da considerare pessimi strumenti se servono a creare uno svantaggio di
colui che li subisce a vantaggio di colui che li infligge. Le bombe e i
missili, secondo me, non hanno l'uso buono, hanno solo quello pessimo.
STUDENTESSA: A partire dalla fine degli anni Sessanta, alcuni psichiatri,
tra cui Basaglia, hanno cominciato a sperimentare una psichiatria
alternativa, che ha portato poi nel '78 all'abolizione degli ospedali
psichiatrici e all'istituzione delle strutture interne territoriali. Volevo
chiederLe: in che tipo di contesto culturale è maturata questa nuova
esigenza di cura e cosa è cambiato realmente nell'approccio alla malattia
mentale ?
PIRO: Questa è un'altra risposta che sarebbe lunga, cercherò invece di
rispondervi velocemente, anche perché il primissimo gruppo di psichiatri che
volle fare questo esperimento era un gruppo piccolo e insieme a Basaglia,
Pirella, Casagrande, Giovanni Jervis e qualch'altro, c'era anche chi Vi sta
parlando in questo momento. Tanto che in Campania l'esperimento della Mater
Domini di Nocera Superiore fu il secondo dopo quello di Gorizia. Negli anni
Sessanta ci furono solo quello di Gorizia e quello nostro e che il fotografo
Giuliano D'Alessandro ha fissato anche in certe immagini precise. Da questo
punto di vista posso rispondere che il clima in cui nacque fu di una
molteplice insofferenza, di una insofferenza grave per quello che era la
psichiatria e non solo perché rinchiudeva i pazzi e li legava, ma anche per
quello che era di avvilente sul piano culturale, scientifico e umano, di
insofferenza per lo stato della società, di ribellione alla guerra del
Vietnam, di riconsiderazione del senso che aveva la scuola: l'insegnamento,
il ruolo dei giovani, il ruolo di subordinazione in cui erano tenuti. Io
credo che da questo punto di vista, per quel momento, per il senso che ha
quel momento, varrebbe la pena di vedere l'altra scheda filmata che abbiamo,
che vi dà una precisa indicazione di quello che si andava facendo in quel
periodo.
Siccome i difettosi desiderano la compagnia, perché sono personcine piccole
piccole, ecco, hanno bisogno di diventare persone grandi, voi non siete
persone grosse, ma siete persone grandi - avete capito? -, lui ha questo di
lavoro, a un certo momento lui ha questo. Capito? Se nella società o se in
nome della società, nell'Ospedale Civile per esempio, nell'Ospedale Civile,
Voi siete, noi siamo di fronte a persone piccole, piccole, piccole, piccole,
piccole - dal punto di psichico però, eh!, andiamo, non di muscolare -
perché magari .... - piccole, piccole, piccole, da un punto di vista
psichico e voi invece siete, da un punto di vista psichico, grandi, grandi,
grandi, non grossi, non ... eccetera, Voi avete la possibilità di conferire
a loro la loro grandezza, perché avendo ... il loro - supponiamo - è un
processo di maturazione spontaneo!
PIRO: Vedete la grandissima maturità di giudizio di questa persona, che si
esprime in una maniera palesemente eccentrica e che tuttavia mette a fuoco
un qualcosa che ha sperimentato. La conosco molto bene, ma anche
indipendentemente dal conoscere personalmente questa persona, che non so
adesso né dove sia né se ci sia ancora, di fatto ci racconta quello che è
importante: crescere interiormente, trasformarsi interiormente, contestare
la grossezza fisica a favore della grossezza di qualcosa, di un valore che
ci portiamo appresso. Allora, una cosa importantissima, per riprendere e
concludere la domanda che m'era stata fatta precedentemente, è che noi
scopriamo in quel periodo che la malattia mentale non è statica. Io ho
studiato il linguaggio dei pazzi tutta la prima parte della mia vita e ho
scoperto che è diverso se essi sono in manicomio o se essi sono fuori - e
dico i pazzi per mantenere il linguaggio familiare ed è una designazione che
essi stessi talora fanno per se stessi - dicevo che cambiano, sono diversi,
che tirano fuori le risorse più incredibili. E dirò solo questo per poi
riavviare le Vostre domande: gente avvilita, silenziosa, con la testa china,
che passava i giorni gettata in un corridoio, se Voi iniziavate un'assemblea
di reparto, un'assemblea di tutto l'ospedale, rialzavano la testa,
incominciavano a parlare e, quando chiedevano la parola non è per dire una
delle loro follie, ma per chiedere: "Ma perché non miglioriamo il vitto? Ma
perché non cominciamo a uscire fuori?". E questo lo facevano insieme. Ecco
che allora si creava una coscienza. Allora io vorrei che fosse chiaro che la
condizione di sofferenza che noi chiamiamo "malattia mentale", "nevrosi" o
con altri termini brutti di gergo, è una condizione, come tutte quelle
umane, trasformabili, anzi, che dalla trasformazione trae modo di
superamento di se stessa.
STUDENTESSA: Come mai la Legge Basaglia non è stata ancora attuata del
tutto, dato che comunque negli ospedali psichiatrici vi sono ancora dei
"malati di mente"?
PIRO: Una domanda di altissima complessità anche questa e anche qui
cerchiamo delle risposte e punti fermi. Innanzi tutto quella che si chiama
impropriamente Legge Basaglia, perché Basaglia non l'avrebbe mai fatta così,
l'avrebbe fatta un po' meglio, l'ha fatta il Parlamento della Repubblica
Italiana in una situazione abbastanza confusa. Innanzitutto la Legge
Basaglia è una legge-quadro che demanda alle regioni le leggi di
applicazione. Allora Vi sarà chiaro che una legge-quadro dà degli
indirizzamenti di larga massima e le varie Regioni poi debbono fare le loro
leggi. Ora la Legge Basaglia è una legge molto tenue sul piano delle
indicazioni centrali. Quindi le varie Regioni hanno fatto cose differenti.
In secondo luogo questa trasformazione ha avuto una serie di resistenze
enormi, a parte quelle culturali, ideologiche, politiche, ma anche
resistenze professionali. Sono stati smossi moltissimi interessi. Il
manicomio era una cosa costosissima. Dunque c'è stato un rallentamento
gravissimo delle operazioni, tanto che, dopo che il Ministro della Sanità
dispose utilizzando la legge finanziaria del '94 - di imporre finalmente la
chiusura degli ospedali psichiatrici, il tempo assegnato era due anni e
anche nelle sedi dove si è usata la massima buona volontà non si è ancora
arrivati in porto, anche se in tante sedi i manicomi sono stati
fortunatamente chiusi.
STUDENTESSA: Ultimamente abbiamo avuto modo di visitare una di quelle
strutture territoriali in cui sono stati trasferiti i "malati di mente", in
seguito alla chiusura degli ospedali psichiatrici e abbiamo notato un certo
miglioramento nel loro trattamento, cioè vengono inseriti in un ambiente più
familiare. Lei crede che questo miglioramento sia avvertito da tutti? Oppure
ci sono casi in cui il cambiamento del contesto sociale non viene neanche
avvertito, casi molto gravi?
PIRO: Intanto ci sono alcune persone che non sono nelle condizioni di
rendersene conto, ma sono una piccola minoranza. La massima parte si rende
benissimo conto e, in genere, come dicevo prima per il passaggio dal vecchio
ospedale generale o dal carcere al manicomio, c'è un miglioramento nel
cambiamento. Ma se quelle strutture diventano statiche, se ricadono dentro
se stesse, com'era il manicomio, si chiudono all'interno e non sono
trampolini di lancio verso la vita, verso la società, verso la
riappropriazione del quartiere, degli spazi verdi, se non è questo, se non
c'è un'intensa opera di riabilitazione, prima nel senso di discussione,
dibattito, spettacolo e così via, ma poi soprattutto di rilancio per i più
giovani verso il lavoro e, per i più anziani, verso un tipo di comunità
diversa da quella della casa, noi avremo ricostruito in brevissimo tempo un
altro manicomio. Il manicomio, tenete conto, ce l'abbiamo noi nella testa,
cioè nella società, nelle cose che facciamo. Quel manicomio lì è un
concentrato di tutto questo. Ma se Voi li chiudete in una casa per venti
posti, è più scomoda che un manicomio, dove almeno ci sono almeno degli
spazi aperti.
STUDENTESSA: Oggi la legge prevede l'inserimento del malato nella famiglia e
nella società. Io vorrei sapere da Lei se questo è sempre possibile e che
garanzie ci sono per il malato e per il contesto in cui vive ?
PIRO: Ma diciamo che grosso modo si tratta di slogan di semplificazione.
Teniamo conto che inserire le persone nella famiglia significa pur sempre
inserirli in qualcosa che molte volte è nocivo. Teniamo conto che dirlo
così, come Lei lo ha detto, certamente nel migliore dei modi, però
diventerebbe uno slogan pericolosissimo e le associazioni dei familiari ci
fanno molta paura, per questo tentativo di rimangiarsi il malato come un
figlio piccolo. Io considero in genere la famiglia come un fatto pericoloso
in sé, da guardare con attenzione e da cercare di liberarsene il prima
possibile. Allora, se reinserimento in famiglia significa ripresa di un
rapporto dialettico con la famiglia, quello che i giovani, gli adolescenti
dovrebbero avere e gli viene tante volte negato, se significa questo va
bene, altrimenti è bene che se ne guardino bene dal reinserirsi in famiglia.
Tante volte il problema è di reinserirsi nella società. Ma in una società
dove le nostre strade sono continuamente percorse da una schiera di
disoccupati, che lo sono e lo saranno per molto tempo, questo reinserimento
nella società rischia di diventare l'inserimento in un circolo parrocchiale
oppure in un luogo di buona accoglienza. Il reinserimento principale è nel
lavoro e questo è negato ai pazzi, come ai sani, in questo momento storico,
dalle parti nostre soprattutto. E certamente per i pazienti, per i pazienti
psichiatrici, che sono passati dal manicomio al territorio, dovrebbero
valere le stesse attenzioni, la stessa intensa cura che si dovrebbe avere
per dare lavoro alle persone che sono disoccupate e alle persone che
arrivano da altre culture, da altri climi, agli emigrati. Non so se è
chiaro. Siamo molto lontani dal potere affrontare seriamente questo problema
del reinserimento della società, se inteso in senso totale, altrimenti tutto
il resto che si fa è un surrogato.
STUDENTESSA: A proposito del linguaggio, di cui Lei prima parlava, nel Suo
libro accenna al linguaggio "schizofrasico", ovvero la sovrapposizione
apparente di termini che non hanno un significato linguistico, ma, come Lei
stesso afferma, hanno un senso comunicativo. Può spiegarci meglio questa Sua
affermazione ?
PIRO: In termini molto semplici, è questo che, fino a qualche tempo fa,
fino, in genere, al periodo subito successivo alla Seconda Guerra Mondiale,
gli psichiatri pensavano che se uno diceva frasi incomprensibili questo
fosse il sintomo di una malattia, come la tosse se abbiamo la bronchite, e
non si preoccupavano minimamente di vedere se si capiva qualcosa di quello
che dicevano. Alcuni invece invece inseguivano quest'ipotesi, ma non erano
mai riusciti a dimostrare che quello fosse un linguaggio difficile e
incomprensibile, ma un linguaggio. Questo tentativo si fa dopo la Seconda
Guerra Mondiale; personalmente ho incominciato nel 1951 a decifrare il
linguaggio dei "malati mentali" come se fosse una lingua straniera, cioè a
usare i metodi della glottologia, i metodi della linguistica sincronica, per
capire. Tutti i linguaggi, anche i più assurdi, anche i più strampalati,
hanno dietro di sé una storia, hanno, attorno a sé, una società e hanno un
significato e dipende da noi se questo significato lo vogliamo cogliere
oppure no. E questo è stato per me la via per sciogliere i matti, perché, se
Voi pensate che quello che è di fronte a Voi non ha un sintomo come la
tosse, ma sta parlando, Voi il primo passo che fate, è cercare di capirlo e
di decifrarlo, poi, se ha la camicia di forza, gliela togliete.
STUDENTESSA: Nel Suo libro parla di rapporto sintelico. Ma qual'è la
differenza tra rapporto sintelico e rapporto terapeutico tradizionale?
PIRO: Forse sarebbe meglio dire rapporto e non rapporto, perché tutti i
rapporti sono "sintelici" quando si instaurano veramente. Se vogliamo fare
una critica al rapporto terapeutico tradizionale, però stando attenti a non
buttar via con questa formula tante cose positive ed una storia importante
della ricerca, il rapporto tradizionale sembra isterilirsi in formule di
interpretazione, di decifrazione, di un presente o di un passato, sepolto
nella nostra archeologia psichica. Il rapporto sintelico è mirato al futuro.
Voi studiate il greco: sun telos significa insieme per uno scopo. Il
rapporto sintelico è quello che ha una squadra di calcio - di dilettanti per
piacere, perché i professionisti hanno un altro scopo, che è quello di
vincere la partita - quello che c'è in un gruppo di amici che si vuol
divertire e nel divertirsi crea un qualche cosa; il rapporto sintelico è
questa percezione netta, che la nostra vita si svolga verso il futuro, che
non c'è il passato se non nelle nebbie sepolte, non c'è un presente, perché
ci sfugge, perché ci sfugge. E che l'unica cosa che veramente ci attrae, ci
fa stare insieme è il futuro. E appunto il rapporto sintelico è la passione
di un viaggio comune. Quello che stiamo facendo ora, per il breve tempo che
abbiamo da stare insieme, è un viaggio in comune, perciò è un rapporto
sintelico.
STUDENTESSA: Ma questo tipo di rapporto non potrebbe creare dipendenza?
PIRO: Non esiste rapporto che non sia dipendenza, dobbiamo stare attenti
alla dipendenza. Noi dipendiamo da ogni cosa nell'Universo. Ogni vita
dipende da tutte le altre vite che sono intorno, oltre che da tante altre
vite che sono più lontane. Ma questa è una dipendenza ed è una cosa buona.
C'è poi l'iperdipendenza, quando il figlio si attacca solo alla madre,
quando il drogato vive solo per la droga e in tutte quelle forme in cui la
molteplicità in cui noi siamo - che è l'espressione con cui chiamiamo la
complessità degli eventi del mondo - si riduce invece a unicità. Quelle sono
le prigioni. Allora io vorrei dire che un rapporto sintelico è sempre un
rapporto plurale. Noi facciamo la terapia, per esempio, per le cose che dice
Lei, cercando di non essere un curante ed un curato. Abbiamo il gruppo, ma
ci sono più curanti, oppure siamo due o tre curanti con una persona sola,
cioè cerchiamo di evitare il rapporto uno a uno perché è come il rapporto
con l’entità suprema. Il rapporto invece con due curanti sono il papà e la
mamma. Se sono tre sono altre forme di cose. Preferiamo che i curanti
cambino.
STUDENTE: Come mai ha portato quell'oggetto? Mi sembra di vedere una
siringa.
PIRO: Io non amo molto le siringhe, anche avendo dichiarato che gli
psicofarmaci sono utili, se servono a capire, se servono a vivere. Ho
portato il lettino dello psicanalista e la siringa, che sono i due modi
tradizionali con cui la psichiatria si è mossa, diciamo nella prima parte
del XX secolo, fino appunto alla Legge180 o, in genere, nel resto del mondo,
al movimento psichiatrico alternativo. Cioè la siringa, che esprime il
riportare tutto ad accadimenti fisici naturali. Il soffrire è espressione di
una disfunzione del nostro corpo, dei nostri geni, dei nostri enzimi, delle
nostre cose. E l'altro, quello sul lettino, dice: tutto quello che accade
deriva dal fatto che abbiamo avuto problemi individuali passati. Il lettino
significa individuale e passato, perché poi Voi lo sapete che tutto quello
che ci accade nella vita ci può fare soffrire. Allora questo è un modo per
farVi vedere degli oggetti che abbiamo usato, ma anche additarVene il
pericolo, il pericolo delle unilateralizzazioni o il pericolo dell'eternità.
Il rimedio è il libro. Non perché io voglia dire che studiare - se Voi
studiate delle cose antiquate, inutili, terrorizzanti, allora i libri è
meglio non vederli proprio - ma il libro, se è inteso come Cultura, come
Comunicazione, come voglia di superamento, diventa esperienza liberatoria.
Con la Legge 180 e con tutto quello che è preceduto, i poli diventano due.
Ma io non posso portare l'oggetto del terzo polo. Perché un polo è la
siringa, un polo è il lettino, il terzo polo siamo noi. Non può essere
portato come esempio. Volete un oggetto della terza via della psichiatria?
Eccolo qua: siamo noi.
STUDENTESSA: Quale ruolo terapeutico può avere la drammatizzazione?
PIRO: Ritengo che la teatralità come la liricità e l'oratorietà siano
componenti ineliminabili della vita comune, della collettività umana. Anzi
io credo che la civiltà sia stata creata su quello. Quindi fondamentalmente
credo che il teatro non è un'arte creata dagli esseri umani, ma una
manifestazione della vita collettiva. Come il suonare, come la musica, come
il ritmo inizialmente, poi il ritmo e la melodia ed il ritmo e il canto, e
così via. Quindi ritornare a questo significa rilanciare la nostra vita
ripartendo da origini che ci permettano appunto di andare verso il futuro.
Per me ha un valore fondamentale, per cui in quello che io chiamo "scuola
sperimentale", che si fa dove io lavoro, tra le varie forme di esercitazione
gli allievi fanno anche drammatizzazione, in forme nuove, che qui non
possiamo ora proporre.
STUDENTESSA: Lei crede che sia stato un caso che in una società borghese
siano stati proprio gli emarginati, come ad esempio le prostitute, ad essere
rinchiusi in questi manicomi e quindi proprio quelli che si differenziavano
di più dalla società perbenista che i borghesi si erano prefissi di avere?
PIRO: No, non era assolutamente un caso. È una ferma volontà di quell'assetto
sociale. E non a caso la segregazione dei matti nasce nel Rinascimento e
nell'epoca delle riforme, della Riforma Protestante e della Controriforma,
cioè quando la società borghese incomincia a organizzare le sue regole, le
sue discipline, i suoi valori. E da tutto questo gli emarginati sono sempre
più esclusi. In Germania si fa una nave che va girando per i vari canali e
fiumi della Germania, che era già una rete fluviale ricca. Li mettono lì su
e fanno la nave dei folli. Altrove fanno i lazzaretti, gli ospedali generali
e trovano tutte le forme per allontanarli, finché col migliorare della
tecnica, col farsi la borghesia classe dominante con le rivoluzioni borghesi
del 1600 in Inghilterra, del 1700 in Francia e negli Stati Uniti, col farsi
questo la cosa viene regolarizzata e vestita di scienza. Attenzione su
questo punto. È proprio tipico di questo assetto, nel quale noi siamo
vissuti, della Rivoluzione Industriale, della borghesia al comando, del
superamento, è quello di aver bisogno di dare veste scientifica a tutte le
razionalizzazioni statali.
STUDENTESSA: Decretano quindi folle tutto quello che intralciava il loro
cammino?
PIRO: Questo agli estremi naturalmente, perché le società mobili, come sono
le società nate con la rivoluzione borghese di quegli anni, creano
continuamente antitesi al loro interno. Ecco, possiamo vedere l'esempio
della società americana, che ci sembra rigida e spietata per il dominio
stretto e rigoroso del profitto e del capitale, che però crea il Movimento
delle Donne, il Movimento delle Pantere Nere, quindi di liberazione degli
afro-americani, che è il Movimento Studentesco, prima che in Europa, ecco
questi flussi liberatori che ci vengono da un paese, che invece, per assetto
economico, strutturale, sembrerebbe conservatore, rigido, disposto a
bombardare dovunque. Ma forse questa caratteristica non l'ha persa.
STUDENTE: Mi sono fatto l'idea che il comportamento del folle è uno dei
tanti tipi di comportamento possibili, solo che poco convenzionale e meno
diffuso. È giusto?
PIRO: Come tutte le semplificazioni rischia di poter essere applicato solo
in un certo numero di casi, però in questo caso è un'ipotesi forte e può
essere applicata in moltissimi casi. Ecco, ci limitiamo a dire questo:
voglio dire che certamente i comportamenti sono giudicati tali da meritare
il manicomio - parlo per lo meno fino a vent'anni fa - o no, a secondo del
tipo di disturbo sociale che producono. Voglio dire i maschi venivano
ricoverati molto più che le donne, perché le donne, anche se gravemente
sofferenti, erano in grado di fare i servizi di casa - non so se è chiaro -
nella società proprio primordiale. Poi c'è stata una fase del ritorno delle
donne al manicomio. Quando è stato? Quando le donne hanno incominciato a
muoversi - questo è stato soprattutto a cavallo della Seconda Guerra
Mondiale, un po' prima e un po' dopo - a muoversi per la riconquista della
loro libertà, anche di movimento, prima di tutto di uscire sole, di avere
amicizie, eccetera. Non parliamo ancora di libertà sessuale, ma era quello
fondamentalmente. Allora sono messe nuovamente in manicomio. Quindi sono
d'accordo con Lei per dire che, grosso modo, uno può fare le peggiori
stralunatezze, ma se non rompe le scatole ai potenti o ai familiari ricchi o
alle cose così, non viene ricoverato, non viene chiamato pazzo.
STUDENTESSA: Abbiamo scelto come esempio un noto film: "Qualcuno volò sul
nido del cuculo". Questo film vuol essere una vera e propria denuncia verso
il sistema manicomiale, verso questo potere repressivo che assumeva il
personale medico nei confronti dei degenti. E in alcuni casi, questo potere,
riusciva a generare nei pazienti una vera e propria psicosi mentale, oppure
ad aggravare le loro condizioni mentali. Lei è d'accordo con la nostra
scelta?
PIRO: Sono d'accordo con il film e d'accordo con la Vostra scelta.
Fondamentalmente abbiamo lì una dimostrazione di quello che prima si
accennava, che quello che viene pensato come terapia, o subito o dopo
qualche tempo, può rivelarsi come uno strumento di distruzione. Quello che è
invece importante è mantenere sempre, su quello che si fa, la comprensione,
il contatto con gli altri, il rapporto. Per questo io penso che quello che
abbiamo fatto noi oggi è un contributo forte alla lotta contro la sofferenza
psichica e contro le malattie mentali.
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