Due parole sul prossimo Congresso
_______________________________________________________________________________________________________________________________Ci Ci attende un Congresso importante e, nello stesso tempo, rischioso. L’importanza deriva dal fatto che l’Ami, in questi anni, è cresciuta in autorevolezza e visibilità, grazie agli sforzi di tutti, e del suo Presidente in particolare. Essa, inoltre, è divenuta un punto di riferimento sempre più importante per quel mondo di tradizione laico-democratica che, in questo momento, si trova oggettivamente privo di strumenti di riflessione culturale accessibili. Il nostro "Pensiero Mazziniano", grazie all’intelligenza del suo direttore, ha svolto in modo egregio questa funzione.
E il rischio? Il rischio è duplice: uno interno, l’altro esterno. Comincio dal secondo. Il rischio esterno sta tutto nel capitale ideale dell’Ami. Un capitale ideale fino ad una decina d’anni fa non particolarmente appetibile, perché i partiti – tutti i partiti – producevano in proprio, più o meno artigianalmente, una base ideologica di riferimento; ma che oggi, in virtù dell’impoverimento delle classi dirigenti e dell’evoluzione delle antiche "scatole" organizzative in partiti-comitato leggeri e poco costosi, è divenuto un bocconcino allettante. La coperta dell’Ami, tessuta con la seta onesta e pulita degli eredi di Giuseppe Mazzini, riscalda e legittima chi vi si accuccia dentro. Dunque, è preziosa. Dunque, vale la pena battersi per conquistarla.
Il nostro capitale ideale non è il risultato del caso. È il frutto di un processo storico ben preciso. Il neo-mazzinianesimo, risorto in piena Resistenza per affermare il messaggio democratico del Risorgimento, rimase appannaggio di una parte della cultura repubblicana, a partire dagli anni Cinquanta piuttosto marginalizzata a causa della maggiore importanza assunta – in quella temperie politica – dal liberalismo tecnocratico e sociale di un’élite impegnata a gestire il welfare state e lo sviluppo industriale. Il neo-mazzinianesimo risultò prevalente in alcune aree storiche del partito repubblicano, la cui incidenza in termini di voti scese progressivamente dal 51,3% del 1958 al 45% del 1963, al 34% del 1968 (fino a toccare poco più del 26% nel 1983), e soprattutto all’interno delle generazioni mediamente meno giovani. L’appannamento definitivo del repubblicanesimo mazziniano fu scongiurato dall’Ami e, in primo luogo, da Giuseppe Tramarollo. Egli seppe conservare la memoria della tradizione comune ed alimentare contestualmente, in virtù di una totale dedizione alla causa e di un istintivo intuito pedagogico, la debole rete associativa ancora superstite. Grazie a lui, ed anche alla sua intransigenza, l’Ami riuscì a superare la prova più difficile: la grande trasformazione delle mentalità collettive all’epoca del boom industriale e dei consumi di massa. Una cultura politica elaborata nell’Italia arretrata e contadina degli inizi del XIX secolo bucava il muro dell’oblio e sopravviveva dignitosamente in una società incomparabilmente più ricca e molto più articolata sotto il profilo sociale.
Certo, si trattava di una difesa più che di un’offensiva. E la tentazione della riserva indiana sedusse molti, a quel tempo: in fondo, potevamo bastare a noi stessi, discutere nei nostri congressi, scrivere sui nostri giornali, compiacerci reciprocamente per quello che dicevamo, per come "eravamo bravi". Tramarollo, per la verità, ebbe sempre chiaro il senso di un apostolato permanente: mentre molti circoli restavamo ambienti di adepti più o meno chiusi, poco aperti ad un "esterno" comunque ostile, lui, tempra d’insegnante, non si stancava di far passare qualche elemento di mazzinianesimo dove poteva, nelle forme che gli erano più congeniali, dall’opuscolo alla conferenza. (Ed è forse giunto il momento di dedicare un seminario a questo grande maestro, nella sua patria d’elezione, la Lombardia: un modo per fare il punto sull’Ami e sulle sue trasformazioni nel secondo dopoguerra).
Il tempo del ripiegamento trascorse. Il decennio Novanta è stato un periodo di ripresa e di crescita per l’Ami e per il suo capitale ideale. Esso, grazie agli sforzi dei fondatori, era passato pressoché incontaminato attraverso le varie crisi della Repubblica e si presentava, agli occhi dell’opinione pubblica e della classe dirigente politica, come un rispettabile contributo alla costruzione della cultura politica nazionale. La maggiore capacità di penetrazione dell’Associazione, in termini di consenso potenziale, visibile già ai tempi della presidenza Cavazza, è cresciuta esponenzialmente sotto la presidenza Viroli. Lo smantellamento parallelo delle strutture ideologiche o para-ideologiche dei partiti tradizionali, insieme al proliferare dei trasformismi e all’attenuarsi di una componente laica in seno allo schieramento parlamentare, hanno enfatizzato ruolo e dignità dell’Associazione. Il "Pensiero Mazziniano" si è trasformato, da foglio "interno" di un piccolo sodalizio, in una rivista di dibattito prestigiosa.
Tutto questo, però, ha comportato una pressione crescente sull’Ami. Partiti e gruppi di area laica, repubblicana e liberal-democratica, hanno cominciato a considerare i nostri circoli come un bel bocconcino: i nostri soci non sono certo una massa disciplinata, ma esistono, sono veri (contrariamente agli iscritti virtuali o volatili dei partiti), credono in qualcosa, sono spesso disponibili ad una militanza attiva. Le iniziative svolte in tutta Italia testimoniano la credibilità dell’Associazione, sovente inserita autorevolmente negli ambienti culturali cittadini. Ora, è chiaro che l’Ami è divenuta anche, in seguito all’implosione dei vecchi partiti laici, come l’estremo approdo di molti delusi, l’ambiente confortevole in cui si può ancora parlare di un mondo che non esiste più, fra persone che si capiscono, pur avendo fatto scelte individuali assai diverse. Questo è un bene, ovviamente. L’Ami deve esprimere non una linea politica, ma un quadro di valori culturali condivisi: all’interno di essi, è giusto e sacrosanto che si sviluppino dibattiti e anche contrasti. "La fede è santa, l’eresia è sacra", non dimentichiamolo. L’Ami deve restare soprattutto una grande casa comune per tutti coloro che – dal punto di vista ideale, filosofico, economico – hanno come punto di riferimento la tradizione repubblicana e la "scuola sociale" italiana (come si diceva una volta). Se così non sarà, la nostra Associazione verrà contaminata dalla politicizzazione, diventerà un campo di battaglia fra marionette i cui fili sono mossi da decrepiti "stati maggiori" di destra o di sinistra, perderà il suo connotato più vero ed autentico, si frazionerà, si dissolverà.
Per questo, personalmente, sono recisamente ostile a disegnare un profilo politico dell’Ami e ad impegnarla su terreni nei quali la fedeltà dei singoli alle bandiere militanti può finire per avere il sopravvento sulla fedeltà ai valori culturali comuni. Tutte le volte in cui scivoliamo lungo questa china, noi togliamo un mattone alla nostra casa. Sono anche convinto che l’Ami non debba inseguire per forza l’attualità politica, ma debba percorrere una strada tutta sua, imponendo talvolta ai suoi interlocutori esterni (mondo dei partiti, del Parlamento o altro) temi che considera importanti e decisivi. La presidenza Viroli ha dimostrato che ciò non è più solo un sogno pazzesco: può essere, in certi casi, la realtà. Il rischio esterno è, dunque, quello della colonizzazione dell’Ami da parte di schegge dell’antico universo politico laico-repubblicano, la decadenza da un ruolo autonomo benché minimo ad uno ancillare, servile, strumentale. Mai come in questo momento la classe dirigente del paese – tutta la classe dirigente – ha bisogno di legittimazione. L’Ami, per quanto ciò possa apparire bizzarro, è uno dei canali attraverso i quali passa questa legittimazione: non già per la sua dimensione di massa, quanto per la tradizione pulita e presentabile che veicola. Dobbiamo essere coscienti di questa nostra particolare condizione, che è del tutto nuova, perché – ripeto – ai tempi di Tramarollo i partiti utilizzavano altri mezzi per ottenere questa fondamentale risorsa della politica. Ecco il motivo per cui, quando andiamo a presentare i nostri progetti presso sindaci e istituzioni, quasi mai ci sentiamo sbattere la porta in faccia: in un’Italia materialista come la nostra, la fede (anche quella laica) merita sempre un po’ di rispetto.
Ed ora passiamo al rischio interno. Il rischio interno, come Proteo, assume più forme: quella del personalismo e quella dell’eterogenesi dei fini. Il personalismo è la "malattia infantile" del repubblicanesimo. Ne siamo affetti dai tempi di Mazzini. Buona parte degli scontri che si sono consumati nel mondo laico, ed anche nella Mazziniana, sono il frutto dell’incapacità di superare la barriera dei difficili rapporti fra gli individui. Il repubblicanesimo, d’altronde, presenta una formidabile galleria di pessimi caratteri: a prescindere da quello del fondatore, Giovanni Conti e Randolfo Pacciardi non erano tipi facili; per non parlare di Ugo La Malfa. Dunque, niente di strano. Ma il personalismo senza un’autentica passione ideale alle spalle, o senza un chiaro disegno politico (nel caso dei partiti), è sterile e disastroso. Nel nostro caso, io non credo che nell’Ami ci siano divergenze sostanziali sotto il profilo dell’identità e del cammino da percorrere. Mi sembra, invece, di assistere spesso ad uno scontro fra "personalità", fra "caratteri" che cercano d’imporsi, talora forzando il rispetto che si deve alle regole della comunità e alla tolleranza del prossimo. Devo essere sincero: io, questi atteggiamenti, non li sopporto. Li trovo irritanti, inutili. Costituiscono una micidiale dissipazione delle nostre già limitate energie. Molte delle accuse di eccessivo dirigismo mosse all’attuale presidenza, ad esempio, non tengono conto del fatto che le direzioni dell’Ami sono paralizzate continuamente da scontri personali, che impediscono di fatto di parlare di progetti, di cultura, di idee. In questo ambiente, reso fragile da conflitti spesso pretestuosi fra esseri umani che (forse) si detestano, il rischio di strumentalizzazione, da parte di forse esterne interessate a condizionare l’Ami, aumenta ad un livello esponenziale.
C’è, poi, l’eterogenesi dei fini. Che cos’è? La dilatazione dei campi in cui l’Ami è presente - grazie, non dimentichiamolo, alla capacità di Maurizio Viroli di coniugare il tema tradizionale del repubblicanesimo mazziniano con la questione della "religione civile" della Patria, della difesa dei principi costituzionali e del Risorgimento -, tende ad aprire spazi impensati alla nostra Associazione. Spazi in cui non troviamo altri sodalizi a pascolare, per il banale motivo che le reti della costruzione del consenso passano, oggi, per altri territori. I campi sconfinati della cultura politica, tuttavia, presentano un rischio: quello, per l’Ami, di fare, poi, politica in forma diretta, o quasi. Spesso senza volerlo, a forza di avere un ruolo, si è tentati di usarlo. Ecco, questa eterogenesi dei fini – si parte con un’idea, si arriva con un’idea molto diversa – è pericolosa quanto il personalismo, e talvolta si fonde con esso. L’Ami ha bisogno di tutto, tranne che di guide eccessivamente ambiziose. Chi vuole pensare ad una "carriera", in Parlamento o altrove, è meglio che di qui non passi neppure. Noi non abbiamo bisogno di amici, anche intelligenti, che "scalino" l’Associazione per tuffarsi da un trampolino ben visibile in mari più pescosi. Ce ne sono stati parecchi, anche in passato. Quasi tutti hanno mollato gli ormeggi, quando capivano che i nostri circoli non potevano offrire loro quello che cercavano. Ma oggi il rischio è più elevato, perché l’Ami non è più così marginale e umbratile come un tempo. Essa rappresenta una vetrina, se non prestigiosa, certamente dignitosa e pulita. Non è poco.
Noi abbiamo bisogno di uomini e di donne che credano in una missione di educazione politica. Punto. Il nostro compito è quello di favore un’alfabetizzazione civile e democratica degli italiani. Punto. La tradizione repubblicana rappresenta, per noi, uno strumento di analisi non convenzionale e non conformista della realtà, da applicare senza pregiudizi per la crescita individuale e collettiva degli italiani. Punto. E, infine, una cosa: non dimentichiamo la fratellanza. È questo il sovrappiù morale che ci distingue da altre "scuole" politiche. La fratellanza è il sentimento dell’Umanità, è la molla della libera associazione, è l’impulso non meccanico, ma pre-politico, che spinge gli individui a capirsi, a sopportarsi, a lavorare insieme. Il nostro mondo ci avvelena con l’egoismo e noi tutti ne siamo, più o meno profondamente contaminati. In primo luogo, io che scrivo. Ma la fratellanza può farci davvero diversi: "miglioramento di tutti ad opera di tutti, progresso di ciascuno a pro’ degli altri". Non è questa la via?
Roberto Balzani