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                                                               Rassegne


                                Appello alla Convenzione europea per una Costituzione federale europea

Pubblichiamo, come contributo al dibattito e alla riflessione sui temi europei, il testo di questo appello per una Costituzione federale europea. Facciamo doverosamente notare ai nostri lettori che, su questo argomento, esistono, fra i federalisti europei, posizioni e prospettive diverse, come si può evincere anche da interventi proposti in altre sezioni di questo fascicolo o da articoli apparsi nei numeri precedenti.

In Europa e nel mondo, la sicurezza, la libertà, il benessere e la pace sono in pericolo. L'ordine internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale non consente di affrontare le sfide del XXI secolo: i conflitti etnici, il terrorismo, l'intolleranza, la proliferazione degli armamenti, l'instabilità finanziaria, le tensioni fra paesi ricchi e poveri, la distruzione sistematica dell'ambiente.

Noi non ci rassegniamo al declino cui la storia ci condannerà se resteremo divisi. L'Europa deve assumersi le sue responsabilità. All'Unione monetaria deve accompagnarsi la realizzazione di una Unione politica, economica e sociale. L'Unione europea deve divenire una vera Federazione di cittadini e di Stati, che coinvolga progressivamente l'intero continente.

Noi cittadini europei chiediamo perciò alla Convenzione europea le seguenti riforme indispensabili per rendere l'Unione democratica e capace di agire efficacemente:

1. elaborare un progetto unico di Costituzione federale europea che incorpori la Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione europea;

2. sottoporre tutta la legislazione dell'Unione e il bilancio alla codecisione del Parlamento europeo e del Consiglio trasformato in Camera degli Stati;

3. trasformare la Commissione europea in un "Governo dell'Unione" fornito della pienezza dei poteri esecutivi e legittimato democraticamente dall'elezione del suo Presidente da parte del Parlamento europeo, subito dopo le elezioni europee;

4. affidare alla Commissione europea la politica estera, di sicurezza e di difesa comune, e attribuire all’Unione europea adeguate risorse finanziarie proprie;

5. abolire il diritto di veto sia nella Convenzione sia nella procedura di adozione e di revisione della Costituzione federale europea.

Noi cittadini europei chiediamo, infine, che la Costituzione federale venga approvata con un referendum europeo in occasione della elezione europea del 2004 e invitiamo tutti i membri della Convenzione, il Parlamento europeo, la Commissione europea, tutti i membri dei Parlamenti e dei Governi dell’Unione europea e dei paesi candidati a sostenere queste richieste.

Federalisti europei a congresso

Il Movimento Federalista Europeo venne fondato a Milano, in clandestinità, presso l’abitazione del mazziniano e valdese Mario Alberto Collier il 27 e 28 agosto del 1943. Da allora agisce avendo come riferimento la costruzione della Federazione europea, intesa come primo "tassello" del sistema mondiale di Federazioni vagheggiato da Kant.

Nei giorni 31-22-23 marzo del 2003 si svolge il XXI Congresso nazionale del MFE sul tema: "Un governo federale per il Popolo europeo sovrano".

Carlo Azeglio Ciampi per una legge sull’informazione

Il Presidente Ciampi, ricevendo al Quirinale i vertici dell’Ordine dei giornalisti, ha ribadito i punti salienti di un messaggio da lui indirizzato alle Camere nel luglio scorso. In particolare ha insistito sulla necessità che venga emanata una legge sull’informazione: "Il pluralismo va garantito. Una democrazia compiuta si basa su un’opinione pubblica informata." "In una società democratica - ha precisato il presidente della Repubblica – senza una informazione ampia e responsabile non può formarsi una opinione pubblica critica e consapevole ed il danno è grave per il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche."

Ugo La Malfa a 100 anni dalla nascita
 
 

Il 16 maggio di 100 anni fa nasceva a Palermo Ugo La Malfa. Fin dal 1924 si oppose al fascismo, aderendo all’Unione nazionale di Giovanni Amendola e, successivamente, al movimento "Giustizia e Libertà". Economista, lavorò molti anni nell’ufficio studi del Banco di Sicilia e della Banca Commerciale Italiana. Nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione rappresentandolo, dal 1943 al 1945, nel Comitato di Liberazione Nazionale. Nel 1946 fu eletto alla Costituente e, a partire dal 1948, fu sempre eletto in tutte le legislature.

Dopo la scissione del Partito d’Azione, fu tra i fondatori, con Parri, del Movimento democratico repubblicano che confluì, successivamente, nel Partito repubblicano italiano di cui fu segretario politico a partire dal 1965 e presidente a partire dal 1975.

Ministro dei Trasporti al governo Parri, resse il Ministero del commercio con l’estero nel primo Governo De Gasperi e, tra il 1951 1953, inaugurò la politica italiana di liberalizzazione degli scambi, fondamentale per la nascita delle prime strutture europee.

Fin dall’inizio degli anni Sessanta fu tra i fautori delle esperienze di centro-sinistra, mantenendo tuttavia sempre un posizione critica all’interno della coalizione dei partiti alleati, auspicando un rigoroso contenimento della spesa pubblica e dei consumi (da commisurare, secondo il suo pensiero, comunque sempre alle risorse disponibili).

Ministro del Bilancio nel governo Fanfani dal 1962 al 1963 e ministro del Tesoro nel governo Rumor (1973-1974), fu vicepresidente del Consiglio nel quarto gabinetto Moro (1974-76). Durante gli anni Settanta sostenne l’esigenza di coinvolgere il Partito Comunista Italiano nella direzione politica dell’Italia.

Numerose le sue opere: saggi, articoli, libri. Proverbiali le sue appassionate battaglie politiche, condotte fino all’ultimo anno di vita (1979). Si è sempre battuto per la costruzione dell’Europa, nella fedeltà verso il Patto atlantico.
 
 

Cultura e scienza non si boicottano

Pubblichiamo il testo di un appello che ha, tra i primi firmatari, Anna Bravo, Gian Enrico Rusconi, Fabio Levi, Chiara Saraceno dell’Università di Torino. Adesioni all’appello possono essere inviate al forum aperto sul sito Internet del quotidiano "La Stampa" ( www.lastampa.it ).
 

Da qualche tempo sta circolando anche in Italia una petizione, promossa da alcuni docenti universitari e sostenuta dal Consiglio di facoltà di Parigi VII, che invita al blocco di tutti gli accordi di collaborazione fra le università europee e quelle israeliane.
Pur avendo opinioni diverse sul conflitto israeliano-palestinese, riteniamo questa iniziativa abnorme e dannosa.
Il boicottaggio degli scambi culturali contrasta con la vocazione storica dell'università, che è creare rapporti liberi fra persone e fra gruppi, non quella di erigere barriere aggiuntive o usare la cultura come strumento di pressione impropria..
Il boicottaggio addita come implicitamente responsabili della situazione attuale docenti e ricercatori israeliani, colpendo la comunità intellettuale di Israele con una ritorsione, l'isolamento culturale, mai applicata in altre realtà.
Indebolisce le già vulnerabili componenti moderate dei due schieramenti, in particolare rende ancora più difficile il lavoro di quei docenti e studenti israeliani e palestinesi che si stanno sforzando di costruire insieme una storia e un sapere svincolati dalle ideologie nazionaliste e militariste. Sono spesso loro che si giovano di triangolazioni con università di paesi europei.
Svaluta agli occhi degli stessi studenti europei la strategia del dialogo e della "diplomazia dal basso", embrione fragile e prezioso di una convivenza fra popoli.
Non possiamo che concordare con quanto scritto dall’intellettuale arabo Khaled Fouad Allam sulla "Stampa": "Io, che sono arabo e musulmano, dissento totalmente da una strategia politica di questo tipo: non perché difendo Sharon e il suo governo, la sua politica che conduce alla catastrofe; ma perché considero estremamente pericoloso un tale uso della cultura a fini politici."
Chiediamo, pertanto, che gli accordi fra università israeliane e europee siano onorati e intensificati, e che sui nostri media si dia più spazio alle iniziative di collaborazione israeliano-palestinese in atto e in progetto.
 

Laicità garanzia di libertà

L’Associazione nazionale del libero pensiero "Giordano Bruno", aderente all'Union Mondiale des libres penseurs, sezione di Roma, ha organizzato un convegno sul tema "Laicità: garanzia di Libertà", svoltosi a Roma, domenica 16 febbraio 2003, presso la Sala Pietro da Cortona, dei Musei Capitolini in Piazza del Campidoglio. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle politiche culturali.

Questo il calendario dei lavori:

Saluto del presidente nazionale avv. Bruno Segre; Introduzione della presidente della sezione romana, prof.ssa Maria Mantello;

Relazioni:

Scienza e Libertà: prof.ssa Margherita Hack; La Persona e la sua Libertà: prof. Paolo Chiozzi; Libertà e Creatività scientifica: prof. Francesco De Martini; Libertà dell'Arte della Scienza ed Istituzioni che ne garantiscono l'esercizio: prof. Gianni Ferrara; L'Ethos della Laicità: prof. Franco Voltaggio; L'identità laica della nuova Europa: prof. Federico Coen; La Laicità contro vecchi e nuovi confessionalismi: prof. Mario Alighiero Manacorda.

Gli organizzatori hanno chiaramente motivato l’iniziativa come volta a fermare "l'attacco costante e arrogante alla laicità dello stato italiano, ma anche a quello della laicità della Costituzione Europea", contro "i rigurgiti di confessionalismo e integralismo".

A conclusione dei lavori del Convegno è stato redatto questo appello di "resistenza laica":



APPELLO

Negli ultimi tempi assistiamo con preoccupazione ad una serie di iniziative legislative e amministrative gravemente lesive dei principi di laicità previsti e sanciti dalla nostra Costituzione: la legge che consente l'immissione nel ruolo dello Stato degli insegnanti di religione cattolica, che scelti dai vescovi ma pagati dallo Stato, con un trattamento di favore rispetto alla normativa vigente per gli altri docenti, andranno a ricoprire progressivamente anche altre cattedre d'insegnamento, determinando una clericalizzazione della scuola statale; la legge sulla procreazione medicalmente assistita concepita in un ottica gradita alla Chiesa cattolica, come pure gli indirizzi di bioetica nella ricerca scientifica; le sovvenzioni a pioggia da parte di Regioni, Province e Comuni a favore delle parrocchie; l'esposizione del crocefisso nelle scuole e negli edifici pubblici reintrodotta a cura di numerosi enti locali…

Sono tutti episodi che testimoniano una deriva clericale che sta investendo il nostro Paese e che rischia di estendersi anche all'Europa, grazie anche al sostegno offerto alla pretesa vaticana di mettere il sigillo della religione nella Carta Costituzionale europea.

A fronte di tutto questo e per scongiurare l'abrogazione nei fatti dei principi di laicità garantiti dalla Costituzione, chiediamo a tutti coloro che siano interessati a salvaguardare questo irrinunciabile valore di democrazia a mobilitarsi testimoniando il proprio impegno con la firma di questo appello.

(la sottoscrizione deve portare la dicitura: firmo l'appello RESISTENZA LAICA

si può inviare per fax o alle seguenti e-mail linc@marte.aerre.it    mmantello53@virgilio
 
 
 
 

Storia società scienze sociali

L’Università degli Studi di Firenze (Corso di laurea in Scienze sociali), il 23 gennaio 2003, presso la Facoltà di Scienze Politiche "C. Alfieri", ha organizzato un incontro su "Storia società, scienze sociali". Sono intervenuti Marcello Verga (Università di Firenze): Storia sociale ed età moderna; Alberto M. Banti (Università di Pisa), Storia sociale e storia culturale; Paolo Giovannini (Università di Firenze), Scienze sociali e storia sociale. L’incontro, introdotto e presieduto da Fulvio Conti (Università di Firenze) era organizzato in occasione della uscita del numero 10/2002 della rivista "Memoria e ricerca" ("Le metamorfosi della storia sociale") e in occasione della nascita della rivista "Histoire&Sociétés. Revue européenne d’histoire sociale" di cui sono stati pubblicati i primi quattro numeri: n. 1, "La modernisation de l’Europe occidentale dans les années vingt" - n. 2, "Où en est l’histoire de l’Europe du XIXe siècle"- n. 3, "L’homosexualité à l’épreuve des représentations"- n. 4, "Experts et construction de l'expertise". Ne hanno discusso: Giovanni Contini (Sovrintendenza Archivistica per la Toscana); Tommaso Detti (Università di Siena); Dario Ragazzini (Università di Firenze); Raffaele Romanelli (Università di Roma - La Sapienza)

Simonetta Soldani (Università di Firenze).
 
 

La filosofia è politica: incontro sulla giustizia in onore di J. Rawls

Il Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università degli Studi di Milano ha organizzato il 31 gennaio scorso un incontro seminariale in onore di John Rawls sul tema "La filosofia è politica".

Il programma prevedeva i seguenti temi:

La giustizia come equità: uno sguardo d’insieme, con interventi di Elisabetta Galeotti (nel ruolo di presidente della sessione), Flavio Baroncelli (Università di Genova), Antonella Besussi (Università degli Studi di Milano), Elena Granaglia (Università degli Studi della Calabria), Paolo Martelli (Università degli Studi di Milano), Giovanna Procacci (Università degli Studi di Milano).

La giustizia come equità: estensioni e complicazioni, con interventi di Antonella Besussi (nel ruolo di presidente della sessione); Persio Tincani (Università degli Studi di Milano) sul tema Indovina chi viene a cena. Un criterio di accesso alla posizione originaria, discussant Valeria Ottonelli (Università di Genova); Maria Paola Ferretti (Istituto Universitario Europeo-Firenze) sul tema Il giusto e il bene: continuità o discontinuità? discussant Elisabetta Galeotti (Università del Piemonte orientale); Fabrizio Sciacca (Università degli Studi di Catania) sul tema Senso di ingiustizia e diritti umani; Ingrid Salvatore (L.U.I.S.S. – Roma) sul tema Il genere della giustizia.

L’Associazione Res Publica

È nata nei giorni scorsi l’Associazione Res Pubblica, con sede a Forlì in corso della Repubblica 92.
Scopo dell’Associazione è promuovere e diffondere la cultura del repubblicanesimo in campo storico, politico, filosofico, scientifico e ricreativo, per contribuire alla crescita dei valori di libertà, di giustizia e civili con spirito laico, nella realtà forlivese e in quella nazionale.
L’Associazione, presieduta da Mariaconcetta Schitinelli, si è presentata ufficialmente alla città di Forlì con un omaggio alla figura di Aldo Spallicci nel 30° Anniversario della sua scomparsa, il 13 Marzo alla Sala Santa Caterina di Forlì. Questo il programma della serata:
Mariaconcetta Schitinelli: Presentazione dell’Associazione "Res Publica";
Widmer Valbonesi: Introduzione;
Elio Santarelli: "Il sodalizio tra Aldo Spallicci e Benito Mussolini (1908 - 1923), il distacco e la rottura nel Ventennio";

Vittorio Mezzomonaco: "Marzo 1933: il fascismo sopprime La Piê";
Roberto Balzani: "Aldo Spallicci e il regionalismo romagnolo";
coordinatrice Roberta Brunazzi.
 
 
 
 

Gli inni nazionali dalla "Marsigliese" a "Fratelli d’Italia"

Il corso sulla "storia del Novecento: i luoghi della memoria" che l’Università per la formazione permanente degli adulti "Giovanna Bosi Maramotti" organizza a Ravenna in collaborazione con la Fondazione "Casa di Oriani" sono stati aperti da una lezione del prof. Maurizio Ridolfi, dell’Università della Tuscia, sul tema "Gli inni nazionali dalla "marsigliese" a "fratelli d’Italia". L’incontro si è svolto il 30 gennaio 2003.

Risorgimento italiano: costruzione della Patria, illuminismo e laicismo

Su iniziativa della Casa Matha di Ravenna è stato organizzato nel mese di febbraio un ciclo di incontri sulla storia del Risorgimento italiano. Due lezioni sono state tenute dal prof. Sauro Mattarelli, della Fondazione "Oriani" sul tema "Costruzione della Patria: il laboratorio romagnolo e la dimensione europea". Altre due lezioni sono state svolte dal dott. Sergio Gnani, storico ravennate, sul tema "Illuminismo, laicismo e Unità nazionale".
 
 
 
 

Diverse culture, diverse identità, diverse nazioni: stessa libertà, stessa democrazia, stessi diritti dell’uomo

"Diverse culture, diverse identità, diverse nazioni: stessa libertà, stessa democrazia, stessi diritti dell’uomo". Questo il titolo della tavola rotonda organizzata il 21 settembre 2002 dal Grande Oriente d’Italia. Palazzo Giustiniani. Ai lavori hanno partecipato Morris L. Ghezzi, sociologo del diritto, Rigoberta Menchù Tum, premio Nobel per la pace, Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, Paolo Chiozzi, antropologo, Piero Craveri, storico del diritto, Massimo Teodori, storico e politologo, Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani.
 
 
 
 

European Days

L’Association Européenne des enseignants, in collaborazione con il comune di Faenza e "Punto Europa" di Forlì, ha organizzato nel mese di marzo una serie di incontri nell’ambito dell’esperienza "European Days", al fine di sensibilizzare insegnanti, studenti, amministratori locali sui temi più attuali dell’evoluzione dell’Unione europea.

Le lezioni si sono svolte a Faenza secondo il seguente programma:

"La nascita dell’Unione europea" – docente prof.ssa Giuliana Laschi dell’Università di Bologna, sede di Forlì;

"La cittadinanza europea, la Carta dei Diritti, la Convenzione" – docente prof. Marco Balboni dell’Università di Bologna, sede di Forlì;

"L’allargamento e la nuova Unione Europea" – docente prof. Francesco Privitera dell’Università di Bologna – sede di Forlì.

Pace e globalizzazione
 
 

A Castel Bolognese (RA) il Comitato Castellano contro la Guerra, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, ha organizzato, martedì 11 marzo 2003, un incontro/dibattito sul tema: Diritti umani e libertà civili. Relatori:  Claudio Giusti (Comitato 3 luglio 1849 - Forlì, attivista contro la pena di morte e per i diritti umani), Sandro Mezzadra (docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna).

L'iniziativa si inserisce nell'ambito del ciclo di incontri/dibattito su "Pace e Globalizzazione", promosso dal Comitato Castellano contro la Guerra, allo scopo di riflettere sull’attuale situazione politica mondiale.

L’Italia vista dall’esterno

Cosa succede in Italia? È una domanda che ricorre sempre più spesso sulla stampa e sui mezzi di informazione internazionali. Ultima, a dicembre, la stazione televisiva pubblica franco-tedesca Arté ha dedicato all’Italia una serata intera (Le "serate a tema" sono frequenti su Arté) dove il primo servizio è stato un lungo documentario dal titolo "L’inarrestabile ascesa del Sig. Berlusconi". Il contenuto per un italiano è abbastanza scontato: le proprietà televisive, le vittorie elettorali del 1994 e del 2001, e poi l’anno e mezzo di governo, la legge Cirami, la vicenda Rai, il capitolo dei presunti rapporti con la Mafia. Ma a colpire lo spettatore è stata soprattutto la presentazione della serata: "Succedono cose inquietanti in Italia" ha esordito il giornalista, ed ha continuato affermando che il capo del governo mette tutti i poteri al suo servizio. Il messaggio del programma era chiarissimo: l’Italia sta diventando un paese autoritario, le regole di una democrazia occidentale si stanno sfaldando.

Lo stesso messaggio che, con altrettanta chiarezza, arrivava l’estate scorsa dalle pagine della tedesca Zeit, settimanale liberal. Sotto il titolo "Bella Berlusconia" il giornale scriveva che "in Italia è iniziato un regime autoritario". Quando muore una democrazia? Si domandava l’articolista. Una democrazia muore quando i poteri si confondono e non c’è più uno stato di diritto. Questo è il caso della legge Cirami. Anche l’annunciato presidenzialismo, in un Paese dove il governo prevale sul Parlamento e dove un politico ha il 90 per cento dei media elettronici, porterà, secondo il giornalista tedesco, a un solo risultato: la creazione di un nuovo Paese. Che si chiamerà propriamente Berlusconia.

Solo qualche settimana prima, sempre la Zeit pubblicava un articolo sull’Italia, nell’ambito di un’ampia inchiesta sul populismo europeo. "Oggi l’Italia – concludeva l’articolista – vive il passaggio ad una democrazia postliberale e autoritaria".

Arté è una stazione seria, lontana dal sensazionalismo della televisione commerciale, non solo italiana. Come è seria la tedesca Zeit (vi scriveva Darhendorf tanti anni fa), entrambi esempi di quei media di qualità e di televisione pubblica frequenti in Europa.

Sorge allora spontanea una domanda: cosa succede veramente in Italia? Stiamo veramente scivolando lungo la china pericolosa di un autoritarismo di nuovo tipo (post-liberale appunto), senza che ce accorgiamo pienamente? Con l’impoverimento della nostra struttura industriale assistiamo – impotenti – alla trasformazione della struttura politica del paese?

Trent’anni fa Ugo La Malfa metteva in guardia dalla "sindrome sudamericana". Non vorremmo che, a quasi un quarto di secolo dalla morte, le sue premonizioni si trasformassero in amara realtà.

Agostino Pendola
 
 
La difesa della lingua italiana

Per una bibliografia dell’Accademia della Crusca

Fra i tanti volumi su cinema, registi, attori, film che affollano gli scaffali delle nostre librerie – dove, anticamente, in prevalenza erano collocati libri di storia e politica letteratura, poesia: i primi nostri amori – un posto di rilievo l’hanno conquistato due bei volumi di Giovanni Grazzini, Scrittori al cinema, Edizioni Cadmo, 2000, una fascinosa e documentata indagine sui rapporti tra scrittori e cinema, fra cinema e letteratura (tema non certo nuovo, ma affrontato da Grazzini sagacemente e con aperture innovative e originali) e Gli ultimi divi, edizioni Gremese, 2001: quaranta profili che comprendono interpreti e registi molto popolari, la cui storia è servita a Grazzini per ricostruire nelle sue pieghe più nascoste il fenomeno del "divismo".

Giovanni Grazzini non è solo uno storico e critico del cinema, ma anche un giornalista di valore: abbiamo cominciato a leggerlo sulla "nazione" di Firenze, sul "Mondo" di Pannunzio, sulla "Nuova Antologia" e sul "Corriere della Sera". Abbiamo letto con grande interesse la sua succosa introduzione al denso volume Di Crusca in Crusca. Per una bibliografia dell’Accademia, pubblicato da Pacini Editore nel 2001 a cura di Rosaria Di Loreto, che ha corredato il volume con una puntuale nota, intitolata Un primo passo, che ci aiuta ad apprezzare meglio, come è doveroso, la meritoria fatica di Grazzini e della Di Loreto stessa, nel raccogliere od ordinare con scrupolosi metodi scientifici, le numerose schede riguardanti l’Accademia. Entrambi, con la passione e la tenacia di appassionati e dotti cruscanti, ci hanno offerto un volume che va al di là dello specifico interesse scientifico.

Grazzini scrive a chiare note che un "saggio di bibliografia dell’Accademia della Crusca, vuole essere un richiamo alla memoria nazionale e alla purezza della lingua", confessando di avere seguito i consigli di Giacomo Devoto, Bruno Migliorini, Giorgio Pasquali, illustri e autorevoli studiosi della materia. Il citato volume vuole essere – lo dice bene ancora Grazzini – un’opera aperta, soprattutto un sistematico inventario delle interazioni avvenute fra la crusca, la cultura letteraria e la società civile. La stessa brava curatrice Di Loreto, rileva, con troppa modestia, che il volume non è una Bibliografia della Crusca, ma una sorta di "avviamento bibliografico", un primo passo che potrà essere proseguito. Vero: Di Crusca in Crusca si palesa come "Work in progress", ma è qualcosa di più di un sistematico inventario, né una nutrita compilazione di tutte le opere pubblicate e curate dall’Accademia della Crusca dal 1923; ha l’ossatura di uno strumento indispensabile sia per lo studioso che per l’appassionato cultore della storia della lingua italiana che in questi ultimi anni – come scrive bene Grazzini - è stata soggetta, per varie ragioni, all’assalto dei forestierismi (e, aggiungiamo noi, di ondate di imbarbarimento) rischiando di perdere la propria identità.

Proprio tenendo conto di questo e anche della naturale evoluzione della lingua "l’uscita di un saggio di bibliografia dell’Accademia della Crusca" – scrive Grazzini - vuole essere un richiamo (e, aggiungiamo ancora noi, un "monito") alla memoria nazionale. Questa memoria nazionale, la difesa della purezza della lingua italiana – pur tenendo conto della evoluzione della società e della stessa lingua in connessione anche con le nuove invenzioni ed espressioni tecnologiche, sofisticate e avanzate –, vanno coltivate massimamente con la scrupolosità scientifica, la passione, la tenacia, la bravura mostrate da Giovanni Grazzini e Rosaria Di Loreto.

Piergiovanni Permoli

Percorso cinese

Pubblichiamo questo "percorso" che il nostro collaboratore, ing. Gabriele Martelli, ci ha fatto pervenire nel febbraio 2003 da XI'AN - Cina.

Il massaggio tailandese, chiamato in Cina Tai-She è una combinazione di massaggio muscolare, pressioni mirate nei punti giusti, stretching, ed apertura delle articolazioni, il tutto partendo dai piedi alla testa. Il massaggio del piede è lo Shu-Yu e in Cina il piede è il centro dell'equilibrio, fisico e mentale, ed anche dell'erotismo; il luogo ove tutti i nodi di una persona vengono al pettine, e da dove possono essere curati.

Wo she Odju jren, wo she Italy jren, Wo ái Hi ke, Wo ái zhou ze: la lingua cinese non è semplice da apprendere, ed è difficile anche per loro, tant'è che il prendere fischi per fiaschi è per i cinesi un pane quotidiano, anche se poi rimediano sempre, col loro indecifrabile ma seducentissimo sorriso. Il massaggio cinese, assieme alla cucina, la calligrafia (su carta e su pietra), l'arte figurativa con acquerello, la medicina tradizionale, la musica ed il canto, la poesia, l'architettura tradizionale, le arti marziali - e sopra tutto la loro base filosofica, esoterica ed auto-analitica, espressa dal Chi Gung e dal Tai Chi, della scuola TAO - sono un patrimonio mondiale che la Cina è riuscita a conservare in continuità per circa seimila anni, anche se le enormi difficoltà originanti dagli eventi umani e dalla particolarmente grande dimensione del territorio, e della sua popolazione, hanno provocato, sopra tutto negli ultimi cent'anni, immense distruzioni del patrimonio architettonico ed artistico. La Cina: dal 4000 d.C. fino al 1911 - e per di più in piena continuità - è stata un sistema in cui potere spirituale e temporale erano unificati nella figura dell'imperatore, come a Roma antica. Contrariamente a Roma, la Cina non era però dotata - almeno cosí ho capito finora - di un corpo giuridico vero e proprio, essendo l'imperatore anche il giudice unico, sommo, autonomo, autoctono, delegante ad libitum ai rappresentanti locali (i governatori delle province, quelli delle prefetture, delle contee, i capi, cioè i padroni, dei villaggi agricoli). Un esercito centrale imperiale, coi satelliti formati dalle armate di vigilantes dei signori della guerra locali (gli stessi governatori, prefetti, conti, capi-padrone dei villaggi), con i quali vigeva un patto di alleanza-sudditanza, completava il quadro istituzionale.

Base culturale di tutto ciò, la visione Tao del Tutto e del Cosmo, di tipo eracliteo; seguita, o affiancata, dall'etica socratico-platonica-aristotelica di Confucio, utilizzata a partire dal 500 d.C. circa per la politica gestionale dell'amministrazione pubblica, e per la armoniosa regolazione della vita privata della classe dei Mandarini ed affini; ed infine avente nel buddismo la colla sociologica per mantenere il consenso, piú o meno rassegnato forse, delle immense masse popolari dei servi della gleba.

Cosí è andata dal 4000 d.C fino al 1911, quando più "con un accordo di palazzo" che con battaglie militari sul campo, termina formalmente l'impero e nasce la prima repubblica cinese, quella dell'eroe Sun Yatzen, ancora venerato il giorno della festa nazionale, assieme a Mao, il padre della seconda repubblica.

Il crollo del gigante imperiale fu causato dall'infragilimento dei piedi dovuto al contatto con la "modernitá" tecnologica e di pensiero occidentale, iniziato ai primi del 1800 e divenuto ben presto uno scontro, anche bellico, d'interessi, cui tutto l'occidente, Italia da buona ultima, ha partecipato e contribuito. Pechino subì i primi danni fisici da paese sconfitto alla fine del 1800, quando diverse sue strutture architettoniche - fra le quali il meraviglioso palazzo d'estate - furono distrutte e bruciate dalle armate degli otto invasori, per la sovente barbara arroganza del vincitore.Al caos che seguì mise definitivamente fine Mao, per uno di quei rari giuochi della storia nei quali una rivolta popolare è riuscita a concretizzarsi in un multigenerazionale potere politico; così come del resto pochi anni prima aveva fatto il comunismo russo, prima di cedere alla forse cinica, ma certo spietata, ovvietà. Il comunismo ha invero resistito per ben tre generazioni in Russia e per due in Cina, il che non rappresenta una piccola differenza rispetto alla Comune di Parigi, per non parlare delle prese del potere dei vari Masaniello della storia.

E il comunismo cinese come finirà? Inoltre, finirà? Per ora si può dire che, per riuscire a completare le prime due generazioni, ha cambiato magistralmente linea diverse volte, e si avvia dal congresso del novembre 2002, "ad ingentilire i Cinesi", col nuovo leader Hua Jin Tao, dopo che Mao "li risvegliò", Deng Xiaping "li invitò ad esprimere imprenditoria", e Jang Zemin "rammentò loro che potevano ambire a divenire la seconda (almeno, e per lo meno) potenza mondiale". Il tutto con alle spalle qualche decina di milioni di morti causati dalla rivoluzione (quella culturale inclusa), una cifra che in percentuale è senz'altro dello stesso ordine di grandezza del prezzo che i Paesi più industrializzati hanno pagato nella stessa epoca storica a causa di guerre fra stati.

Ho vissuto in Cina appena otto mesi, e non mi azzarderò - né forse mi azzarderò mai - a fare previsioni sul suo futuro. Quel che mi pare di potere comunque affermare è che la Cina - un insieme culturale e sociale di oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone - è riuscita finora a passare "dal tempo dei Faraoni" a "quello di Internet" senza sgretolarsi; che è riuscita a trasferire nelle città industriali il quaranta per cento della popolazione degli ex-servi della gleba; che entro il 2050 potrebbe riuscire a ridurre la popolazione a poco più della metà, con ciò contribuendo a riequilibrare le differenze sociale esistenti fra contadini e cittadini, ora ancora molto forti. Certo, è vero che le città sono inquinatissime, ma è anche vero che esse sono ora dotate di acqua, elettricità, scuole, ospedali, anche nello storicamente povero occidente del paese, oltre che da un numero vertiginosamente crescente di simboli di consumismo e ricchezza individuale, con case, automobili, abbigliamento, elettrodomestici al primo posto. È altrettanto vero che il boom economico continua al ritmo medio del dieci per cento da oltre vent'anni: la Cina è riuscita a bloccare, a partire dal 1980, l'esplosione demografica, che fu favorita, a partire dal 1930 nel nord-ovest "liberato" dall'Armata Rossa, e dal 1949 in tutto il resto del paese, dal miglioramento delle condizioni di base dei poveri, dalla loro storica ignoranza, dalle scelte socio-politiche di Mao, che ancora credeva nella forza derivante dalla quantità di baionette. Certo, è vero che resta ancora da sistemare una quantità di circa cinque\settecento milioni di persone, il cui tenore di vita - che sarebbe eufemistico definire super minimale sopra tutto perchè l'inverno cinese è duro come quello dell'Europa centrale è restato immutato da ormai tre decenni. Essi possono solo continuare a sperare che un giorno venga il loro turno per partire verso la città, ed un povero, agognatissimo, impiego. Una speranza che è stata finora comunque puntualmente alimentata da vent'anni di continua e puntuale espansione economica.

Certo, è vero che la Cina è governata dalla dittatura di un solo partito, che il comunismo cinese potrebbe in realtà null'altro finire per rivelarsi di essere che la più recente dinastia, che la pratica delle religioni tradizionali del buddismo e del taoismo è ancora guardata con estremo sospetto, che la frenetica ricostruzione dei templi distrutti dalla mancanza di manutenzione e dal vandalismo della rivoluzione culturale viene promossa e finanziata dal governo per pure ragioni turistiche, che gli sguardi della maggioranza dei cittadini spesso mostra "perplessità", se non anche tristezza; ma è anche vero che la trasmissione dei segni e dei simboli del grande patrimonio culturale e scientifico tradizionale è riuscita a sopravivere fino ai nostri giorni, anche se pesantemente decimata, come nel caso dei monaci e filosofi buddisti e taoisti. Credo che il futuro della Cina dipenda più da questi pochi "semi" rimasti, che non dal pragmatismo politico di Huo Jin Tao. O forse, come sempre fra potere ed opposizione, solo dalla capacità di ritrovare un equilibrio fra di loro.

Gabriele Martelli