Le dimensioni della partecipazione
Appunti sul ruolo di una rivista trimestrale di cultura politica
Non è cosa semplice, oggi, fare uscire una rivista trimestrale di cultura politica. Non parliamo di costi o di strutture, ma della caratteristica stessa del "prodotto". Nell’epoca dell’usa e getta, della cronaca sovrapposta alla storia, l’orizzonte temporale è scandito sul quotidiano e, a volte, perfino uno scarto di poche ore assume dimensioni abissali. Raramente programmiamo le attività basandoci su tempi settimanali o mensili. Le distanze trimestrali, per non parlare di quelle annuali o pluriennali, risultano quasi totalmente impraticabili e vengono un po’ considerate come anacronistiche curiosità nell’epoca di internet e della perpetua diretta TV. Passato e futuro sono così appiattiti in un eterno (orwelliano?), presente dove anche le manipolazioni più rozze della memoria non sono ormai nemmeno percepite.
Scommettere sulla dimensione trimestrale, come si ostina a fare questa rivista, è dunque, di per sé, una sfida. Implica un "taglio", un’impostazione, un metodo di analisi che sta diventando estraneo, oltre che a vasti strati della popolazione, anche a determinati ceti "colti". Eppure la nostra scommessa sta proprio nel cercare di individuare valori, etiche, che resistano nel tempo e costituiscano, in qualche modo, un riferimento, non solo attraverso la meritoria opera di salvaguardia della memoria e dell’identità, ma anche come semplice gesto a protezione della nostra libertà individuale, che viene fatalmente lesa in un mondo privo di "profondità" e, paradossalmente, reso, nel contempo, altamente complesso dalla globalizzazione e dalla materiale impossibilità di gestire "in linea" il passato, il presente e il futuro di un intero pianeta.
L’interazione continua di milioni di individui presuppone infatti la messa a punto di meccanismi di semplificazione che, come stanno dimostrando innumerevoli studi, pongono in discussione il significato pratico di termini come democrazia, giustizia, pace, libertà, indipendenza. Queste categorie sono state concettualmente snaturate in un brevissimo lasso di tempo, grazie alle rapide trasformazioni avvenute: da cittadino a semplice consumatore; dalla libertà di commercio a un mercato senza regole; dalla certezza del diritto a una proliferazione di leggi senza riferimento, né spaziale, né temporale, né quantitativo, né logico; e via dicendo. La stessa dittatura dell’immagine alimenta mostri impensabili pochi anni fa, scanditi dalla necessità di dovere apparire a tutti i costi, sotto pena di "non esistere" e quindi sotto l’incubo concreto di essere privati da un momento all’altro di ogni potere. Così, se non si possiedono i mezzi di trasmissione di massa, si ha l’obbligo di "occuparli" in qualche modo: con la volgarità, col gesto eclatante, o cruento (non escluso il terrorismo e la morte); quasi che tesi e antitesi si alimentino direttamente a vicenda, col risultato che l’informazione falsa, o cattiva, scaccia inevitabilmente quella buona, o vera, creando i presupposti di una paurosa caduta etica e di una cronica mancanza di "religione civile".
In questo quadro appare davvero arduo il compito di coloro che ritengono che categorie come la pace, la giustizia sociale, la libertà costituiscano un "tutt’uno" e si preservino inserendosi nel tessuto sociale attraverso il dialogo e la partecipazione. Eppure è necessario, vitale, che qualcuno ambisca a svolgere questo ruolo oppositivo, "di resistenza": comunicazione (bidirezionale) opposta a trasmissione (unidirezionale); studio e comprensione opposti a vuoti slogan propagandistici. Rifiuto di subire le verità quotidiane telecomandate dunque: non in nome di un atteggiamento passatista, teso a inseguire vacue chimere nostalgiche, ma per l’intima convinzione che sapere "maneggiare" le varie dimensioni dell’informazione e della partecipazione, avere ancora la forza di volontà per approfondire, possedere la curiosità per ricercare siano condizioni indispensabili per continuare a credere nella libertà e per esorcizzare il sempre attuale motto siloniano secondo cui "non c’è peggiore schiavitù di quella che si ignora". Valeva per il totalitarismo stalinista e comunista, vale oggi; non senza aver doverosamente premesso la radicale diversità fra la società odierna e quella di trenta, quaranta anni fa.
È per questo motivo che coloro che ambiscono ad affrontare questa battaglia civile si astengono "a priori" dalle schematizzazioni semplicistiche, banali e volgari: siccome sanno che un obiettivo e il mezzo utilizzato per conseguirlo finiscono per coincidere, puntano piuttosto alla individuazione e alla costruzione di forme sociali che consentano, senza trucchi, il mutuo scambio di esperienze ed emozioni; il controllo e l’applicazione delle leggi a tutela di tutti; il mantenimento dei servizi di base al fine di evitare ai più sfortunati di dover ridursi al rango di servi o di elemosinanti; la razionalizzazione e la distribuzione delle risorse a livello planetario. Percorsi di questo tipo impongono dei passaggi obbligati, non tollerano scorciatoie. Sennonché le nuove frontiere dell’agire comunicativo diventano davvero mete utopiche in un panorama ove i mercati dei capitali sono globali, ma i movimenti degli uomini no; dove le merci circolano liberamente solo in determinate direzioni e in determinati sensi (vedi i paradossali protezionismi del terzo millennio eretti a "difesa" delle economie più forti); dove la libertà di ricerca scientifica è condizionata da barriere religiose e dal dovere di finalizzare la scienza ad attività immediatamente redditizie; dove l’istruzione viene confusa con l’addestramento (quando va bene); ecc. Che fare?
Uscire in punta di piedi dalla storia? Adattarsi e arrendersi all’evidenza?
Gli interventi con cui abbiamo aperto questo numero della rivista indicano un’altra direzione. Sono opera del presidente e del vice presidente vicario dell’Associazione Mazziniana Italiana, Maurizio Viroli e Roberto Balzani, e ci sottopongono un bilancio e, insieme, il programma-progetto di un’attività possibile, svolta e da svolgere in nome e nel solco delle radici repubblicane che contrassegnano il mazzinianesimo. Un impegno civile severo e inderogabile.
L’intervento che segue (anticipato a suo tempo, con lievi modifiche sul "Corriere della sera") è opera di un intellettuale a noi molto vicino e costituisce il vero editoriale di questo numero. L’autore, Claudio Magris, offre un esempio pratico di "corretto uso" della memoria, con una proposta viva e vivificante che incarna lo spirito mazziniano nella sua essenziale profondità.
Di grande interesse e utilità molti saggi successivi: da quelli stimolanti e illuminanti di Michel Ostenc e Andrea Chiti Batelli sulla storia e sulle prospettive europee, ai percorsi "trasversali" di confronto con altre culture e ideologie proposti da studiosi e giovani ricercatori: emblematici gli interventi di Michele Ainis e Nicola Tranfaglia, opportunamente introdotti da Renzo Brunetti, che costituiscono gli atti di un importante convegno organizzato a Roma dall’AMI nel novembre scorso, fino al "Silenzio dei teleutenti" descritto nel saggio di Michelangelo Bovero e, soprattutto, ai saggi di Marina Tesoro e Fulvio Conti, proposti come anticipazione di un importante volume, Almanacco per la Repubblica, in uscita presso Bruno Mondadori a cura di Maurizio Ridolfi.
La nostra rivista si è configurata insomma come un "laboratorio" e non tanto come un "oracolo", né come un semplice "archivio notarile". Che abbia risposto a una domanda, "nascosta ma diffusa", non vi sono dubbi e lo testimonia l’incremento degli abbonati (soprattutto giovani) e il gradimento dei soci AMI che la ricevono.
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Questo numero esce in un momento difficile, mentre spirano paurosi venti di guerra e dopo che lo scenario si è diviso, al solito, in modo spettacolare, manicheo e semplicistico fra "pacifisti" e "guerrafondai", secondo interessi e convinzioni cui fa da sfondo un ormai collaudato schema mediatico, ben attento a target grossolanamente individuati.
I mazziniani sono costruttori di pace. La cosa non implica né l’antimilitarismo assoluto, estremo e, in quanto tale, unidimensionale ed utopistico, né la rinuncia al diritto-dovere di resistenza e di difesa. Nello stesso tempo è ovvia la decisa opposizione a guerre "fuori dal diritto dei popoli" e non "santificate da un principio", come avrebbe detto Mazzini.
Questa posizione, costituisce un esempio pratico a supporto delle considerazioni che abbiamo appena svolto. Per essere compiutamente chiarita avrebbe bisogno di molte pagine, anziché di pochi slogan; in questa sede possiamo permetterci il lusso di accennarla semplicemente perché nei numeri precedenti il problema, direttamente o indirettamente, è stato affrontato con ampio spazio e ora i nostri lettori più attenti sanno a cosa ci riferiamo. Ma questa tipologia di informazione è difficile da tradurre in slogan "telefruibili" e risulta quindi scarsamente praticata, perfino dagli addetti ai lavori
i quali dovrebbero comunque essere almeno convinti che la pace non si nutre di demagogia, ma di partecipazione effettiva e di comunicazione che le nuove tecnologie possono e debbono favorire anziché mortificare e ridurre.
L’azione concreta e praticabile per i comuni cittadini "costruttori di pace" è costretta quindi a percorrere altre vie per sfuggire dalle varie forme di populismo ed essere autenticamente libera e disinteressata e, come tale, acquisire valore. Può comporsi di tanti gesti "anonimi": dal semplice atto di scrivere lettere per la liberazione dei prigionieri di opinione detenuti nelle tante carceri delle tante dittature ancora esistenti al mondo, all’impegno volontario per scalfire il cosiddetto sistema distributivo che penalizza i paesi più poveri, al contributo individuale (culturale) per favorire l’"unione effettiva delle patrie" europee e di altre zone del pianeta (con relativa cessione ragionata di sovranità), all’azione di difesa dei valori in cui si crede, innanzitutto attraverso la preliminare comprensione e tolleranza di valori diversi. È grazie a questo lavoro "oscuro" che il tema della pace diventa uno straordinario argomento capace di riunire sotto un’unica bandiera popoli e ideologie diverse. Ma è indispensabile la consapevolezza che nulla va dato mai per scontato, a partire dalle istituzioni (e questo vale anche per l’Italia, purtroppo) su cui poggiano le leggi che, sole, possono garantire l’effettivo esercizio della libertà dei singoli cittadini e dei popoli.
Certo la forma (anche la forma repubblicana), di per sé, non garantisce l’indipendenza dei cittadini, la giustizia diffusa, la sicurezza, le strutture, i servizi e, in una parola, tutte le componenti entro le quali si racchiude il significato intimo del termine "pace". Occorre:
Questo compito è "trasversale" rispetto ai partiti e alle forze politiche attuali, per la semplice ragione che non esiste in Italia (e nel Mondo) un partito politico che incarni, contemporaneamente tutte queste opzioni e le pratichi effettivamente. Laddove ci sono le dichiarazioni di principio, le "carte", le "convenzioni" manca troppo spesso l’applicazione. Chi possiede i mezzi li usa per garantirsi effimere rendite di posizione scandite dai miopi tempi della politica elettorale. Il nuovo sistema "mediatico" mondiale, poi, sembra poter fare a meno perfino della copertina, dell’esibizione di una serie di buone intenzioni. Nel tempo in cui la storia si può scrivere e riscrivere capovolta, a piacimento; nei giorni della "memoria corta", i regimi possono indossare a seconda dei casi (talvolta contemporaneamente) l’abito più adatto: del benefattore, dell’intransigente, della tolleranza, della intolleranza, della multietnicità e del razzismo. Ma un programma culturale che voglia essere vivificante e incisivo implica liberazione da questo tipo di condizionamento. Scelta, ragionamento e azione al posto del passivo assorbimento di slogan; capacità di opporsi alle mafie locali, ai sistemi "feudali", "mafiosi" o "camorristici" che incrociamo nella vita quotidiana anziché grida inutili e velleitarie contro le mafie (lontane) dei "terroni" o (a seconda dei casi) dei "cinesi".
È ovvio che il solo modo, appannaggio di una rivista repubblicana a bassa tiratura, per tentare di colmare il vuoto immenso tra moralismo predicato e morale praticata, senza ricadere a sua volta in un pontificare patetico, è quello di parlare con le persone ad una ad una, di fomentare la "rivoluzione civica" ovunque sia possibile. Se questo non è cultura politica noi non sappiamo cosa sia la cultura politica. Se questo non è repubblicanesimo noi non sappiamo cosa siano né il repubblicanesimo, né il mazzinianesimo.
Sauro Mattarelli