Torna alla home
 

                                               Da Rapallo al Far West

                                                   La vita avventurosa di Benedetto Pendola
 



 

Le pepite d’oro che James Marshall scoprì costruendo una segheria nella valle del Sacramento, nella California centrale, nel gennaio 1848, richiamarono sulla costa occidentale degli USA migliaia di persone da tutto il mondo: a partire dal 1849 le carovane di carri che si riunivano in primavera nella città di Saint Louis per la traversata del continente si dirigevano sempre più in quella che sarebbe stata chiamata The Mother Lode(La grande vena). In pochi anni le contee di El Dorado, Calaveras, Toulumne, si popolarono di uomini e donne che avevano lasciato l’Europa in cerca di fortuna. Alcuni però scoprirono presto che potevano trovare l’agiatezza non setacciando le sabbie di un fiume o scavando in una miniera, ma fornendo servizi – e soprattutto cibo - a chi cercava l’oro. Molti di questi erano liguri, specialmente del Tigullio. Gli "orti italiani" – come vennero definiti – furono presto una loro specialità: nel 1880 nella California centrale c’erano circa 1200 orti, che fornivano verdura ad una popolazione in rapida crescita. I nomi dei primi proprietari rivelano una evidente origine delle nostre colline: il Ranch Oneto, gli "Orti Volpone", e poi Podestà, Gardella. I liguri introdussero in California anche la cultura dell’olivo, una tradizione che dura tuttora.

Oltre 150 anni dopo quelle vicende, ritrovare memorie di quegli anni non è facile: se le corsa all’oro attrasse una notevole quantità di americani della costa dell’Est che sapevano leggere e scrivere, per cui abbondano i diari, le lettere e i ricordi, per chi lasciò l’Europa non è la stessa cosa. In gran parte analfabeti, chi ritornò forse raccontò ai figli e ai nipoti le sue avventure, mentre di chi non potè o non volle tornare si è quasi sempre persa ogni traccia. Di qualcuno, invece, per una singolare coincidenza, le pagine di vecchi giornali ci tramandano vicende che potrebbero servire benissimo per far da trama ad un film di avventura. Western beninteso. Come la vita di Benedetto Pendola, nato a San Maurizio di Monti sopra Rapallo, nel 1837, figlio di Maurizio e Maddalena Fravega.

Benedetto lasciò prestissimo la nostra terra: nel 1855 lo troviamo già nella contea di Calaveras (California), dove presenta la domanda di naturalizzazione nel locale Tribunale. Diventerà cittadino americano undici anni dopo, nel 1866. Prima però aveva lavorato come macellaio a Cincinnati, nell’Est; in California lavorò in una miniera (1860), ma non ci restò a lungo. Nel 1870 lo troviamo in Nevada, a gestire un saloon. Sempre in Nevada avrebbe gestito anche un ufficio postale. Ma nel 1872 tornò nella terra dell’oro, ancora in un saloon. Lasciò definitivamente la zona mineraria nel 1884 per spostarsi a sud di Fresno, a Visalia, dove aprì un negozio. Finalmente, l’ultimo spostamento ancora più a sud, a Bakersfield, una cittadina a metà strada tra Fresno e Los Angeles, dove morì nel 1922.

In realtà, la sua vita fu molto più avventurosa di quanto lascino supporre questi pochi dati.

Quando morì – ucciso in un tentativo di rapina al suo negozio - il giornale locale gli dedicò un titolo a tutta pagina e un lungo articolo. Benjamin Pendola (aveva cambiato il suo nome di battesimo al momento della naturalizzazione) era un rispettabile cittadino, perfettamente inserito nella società ( a Visalia aveva anche aderito alla locale loggia massonica) e l’assassinio fece scalpore. Dalle pagine del Bakersfield Californian apprendiamo molti particolari della sua vita.

Era arrivato i California con i primi pionieri – scriveva il giornale – e negli anni della conquista del West Pendola era stato utilizzato molte volte dal governo federale come interprete nelle trattative con i pellerosse. Infatti conosceva ben nove lingue, tra cui diversi dialetti indiani.

A oltre ottant’anni aveva ancora una notevole forza fisica, ed uno spirito allegro. Salutava i conoscenti e gli amici con allegria e un cenno della mano: anche la mattina della sua morte aveva parlato con due poliziotti incontrati durante la passeggiata quotidiana che faceva prima di aprire bottega.

Il giornale si dilunga nella ricostruzione dell’assassinio e nella ricerca (infruttuosa) del colpevole. Benedetto (Benjamin) Pendola fu oggetto di articoli ancora nei giorni seguenti, fino ai funerali che vennero celebrati da un pastore Metodista a Visalia, la città dove aveva vissuto più a lungo e dove vivevano i suoi due figli.

Oggi la valle di San Joaquìn, la lunga valle centrale della California, è una zona depressa. Ben lontana dalle luci e dall’industria aerospaziale di Los Angeles e dall’elettronica di Silicon valley, la sua economia agricola non è riuscita neanche ad inserirsi tra i circuiti californiani del vino di successo (come Napa Valley e Sonoma). I servizi pubblici sono in crisi e licenziano personale, mentre anche il clima, nebbioso, è ben lontano dalle spiagge soleggiate che di solito associamo alla California. Gli anni ruggenti dell’oro sono un ricordo passato, buono per le ricostruzioni giornalistiche e per qualche museo di campagna. Seguendo le strade che una volta percorsero i cercatori ci si può imbattere in villaggi fantasma, abbandonati quando la miniera si era esaurita. Restano i discendenti di chi, centocinquant’anni fa, aveva abbandonato le nostre colline e le nostre valli per una vita migliore. Come Benedetto Pendola: un suo pronipote, Lloyd Pendola abita ancora oggi vicino a Fresno, ed è proprio a lui che dobbiamo il materiale che ha permesso questo articolo.

Agostino Pendola