"Matteo e Giovanna"
Richiesta di interessamento, solidarietà ed aiuto.


Esponiamo la nostra situazione attuale per la quale chiediamo un aiuto.
A tale proposito riportiamo:
a)Lettera aperta alle istituzioni, ai cittadini, allo Stato
b)Un articolo di giornale, uscito nel 2007,  che riporta la nostra storia
c)Un estratto del primo esposto, che ci ha dato tante noie
d)Alcune prove relative alla scomparsa dei nostri esposti e denunce all'interno degli uffici pubblici.

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A) Lettera aperta di richiesta di aiuto
         



Esistono situazioni, tipicamente italiane, in cui nessuno è competente e a farne le spese è sempre il cittadino e la famiglia.
Abbiamo  subito delle minacce, alcune delle quali provenienti all’interno della nostre famiglie di origine. Avevamo fiducia nello Stato italiano e nella giustizia, tanto da affidarci alle forze dell'ordine e alla magistratura. Ma scoprimmo che non vi erano leggi che potevano tutelarci, e i lunghi tempi della magistratura da una parte e la “burocrazia” dall'altra, hanno fatto il resto, e ci hanno ridotti in miseria.
Non essendovi leggi, ci sono situazioni in cui per difendersi occorre scappare, ed è stato proprio il nostro caso. Solamente che l’ambiente veneto, per annullare le nostre testimonianze, alzò un gran vento di chiacchiere e diffamazioni utilizzando tutto quel che poteva e alcuni canali “eccellenti” legati al mondo del calcio. Tutto questo veleno ci causò danni a non finire e coinvolse in qualche maniera pure le forze dell’ordine.
 
1-L’aspetto generale:
Avevamo scelto di costruire la nostra vita in modo staccato dalle nostre famiglie d’origine, per essere estranei al loro modo di vivere ed al loro circuito di amicizie, in cui avevamo visto e subito molte cose.  Questo non fu accettato da quell’ambiente e ci fecero una “guerra invisibile” . Ad un certo punto fummo costretti a chiedere aiuto alle forze dell’ordine. I carabinieri ci convinsero ancora nel 2004, a fare degli esposti, ma le cose invece di migliorare, peggiorarono, e ci trovammo a subire vari reati tra i quali violazioni di domicilio, privacy, intimidazioni e minacce. Siccome la cosa era seria, e tra questa rete di amicizie vi erano persone con giri di affari a Roma, spedimmo tutto l’incartamento prodotto alla Procura di Roma[1], chiedendo che venisse giudicato tutto assieme, ritenendo che i vari fatti erano strettamente correlati. A Roma accadde che le nostre “carte” sparirono più volte ancora prima di essere assegnate al magistrato: gli esposti e le denunce non ebbero seguito proprio perché scomparse. Un fascicoletto integrativo di 11 pagine, al contrario degli altri,  non sparì e questo permise ad un  magistrato di iscrivere il reato 616 c.p. nel registro delle notizie di reato per quanto riguardava lo smarrimento o sottrazione della documentazione precedente non pervenuta. Il magistrato però preferì chiudere subito l’indagine chiedendo l'archiviazione del procedimento penale dopo solamente alcuni giorni[2]. Tutto fu archiviato di gran fretta, senza che la Procura  entrasse in possesso del materiale non pervenuto, senza un colloquio, un dibattimento ….

A Marzo 2006 entrammo in possesso di elementi che mostravano che il magistrato di Roma aveva occultato lui stesso del materiale[3], e che aveva dunque compiuto degli illeciti e abusi. Ritenendo allora che le principali interferenze all’interno della Procura di Padova e Roma provenivano da un alto quadro della federazione Nazionale Giuoco Calcio (FIGC), amico di un nostro parente, presentammo richiesta di intervento presso la Procura della Repubblica di Napoli, ipotizzando che l’indagine poteva agganciarsi a quella sul giuoco calcio, già aperta presso tale Procura ( titolari dell'inchiesta dott. Beatrice, dott. Narducci).
Fu aperto un procedimento d’urgenza e assegnato il giorno stesso al magistrato Borrelli della D.D.A.  Pochi giorni dopo le nostre carte furono trasferite  per competenza alla  Procura di Perugia. Quando ci recammo a Napoli per parlare con il magistrato, il procedimento era già stato trasferito, parlammo comunque anche con il dottor Beatrice, uno dei titolari dell’inchiesta sulla FIGC. Beatrice ci fece alcune domande e si copiò del materiale, ci rassicurò e ci invitò ad andare a chiedere urgentemente un colloquio con il magistrato di Perugia.   A Perugia però le cose non andarono bene come a Napoli, perché cominciarono a capitare le stesse cose di Roma, per questo intervenne successivamente la Procura di Firenze e di Genova.  Tuttavia risultò evidente, con il tempo, che nessun magistrato o Procura volesse prendersi questa patata bollente, lasciandoci completamente in balia di quei poteri che ci avevano rovinato la vita.

Ci rendemmo conto con il tempo che eravamo entrati, senza volere, semplicemente per essere nati in quel posto, in una cosa irrisolvibile, e di non poter contare nemmeno sul diritto e sulla giustizia. Eppure noi volevamo solamente vivere una vita dignitosa e vivere del nostro lavoro...

Recentemente il “Manifesto”[4] ha pubblicato un articolo sui risultati delle indagini effettuate a Napoli dal PM Beatrice e dal PM Narducci su “Calciopoli”. I magistrati riferiscono, nell’articolo, che l’organizzazione che sta alla base del fenomeno ha le caratteristiche della mafia e della P2.
Ci fa piacere che tali magistrati sono arrivati alle stesse nostre conclusioni, che avevamo  esposto nel 2004, dove delineavamo come la rete delle amicizie dei nostri parenti, legate al mondo del calcio nazionale, stabilivano il bello e cattivo tempo tanto da  definire tale ambiente di tipo mafioso-massonico; avevamo ragione a non volerci avere a che fare per nulla.
All’epoca però eravamo più giovani e tante cose sulla realtà italiana e del paese dove eravamo nati non le sapevamo. Avevamo ingenuamente fatto i nomi di alcune persone eccellenti e non sapevamo nemmeno che erano così influenti. Noi lo avevamo fatto per descrivere una situazione e non per fare querele o denunce, cercavamo una forma di protezione, di aiuto dallo Stato. Invece ci siamo trovati completamente isolati.

2-Il problema
Le persone menzionate in quelle carte scomparse, ci riempirono di diffamazioni, rendendoci la vita impossibile e non facendoci più trovare lavoro. Dopo l’invio dei primi esposti seguirono varie minacce e intimidazioni, anche sotto casa. A maggio del 2005, per salvarci la pelle, ce ne siamo andati da Padova, sperando in una soluzione del caso a breve,ma non fu così..   Nel 2006 giungemmo in Umbria, sfiniti, e dovemmo chiedere aiuto ai servizi sociali e alla Caritas. Purtroppo questo non fece altro che crearci altri problemi. Qualcuno della Caritas andò a contattare, a nostra insaputa le nostre famiglie di origine, quasi sicuramente per ottenere una retta (le spese per mantenerci al centro di accoglienza). Ma né il comune né le famiglie avrebbero mai sborsato un centesimo.  Perciò ci rimisero in strada, brutalmente, dicendo di tornare in Veneto perché là avevamo le nostre famiglie con tanto di case e averi. Continuammo a girare l’Umbria, ma quel contatto aprì l’abisso veneto, che attraverso varie amicizie umbre, ci fecero terreno bruciato, impedendo il ritorno ad una vita normale. Ad esempio, un comune umbro si stava interessando alla nostra situazione, in sinergia con la Caritas, ma arrivò un prete veneto, e fermò il progetto. Perciò cambiammo zona varie volte, ed alla fine riuscimmo a trovare gli elementi chiave umbri, ma non riuscimmo a fermarli, anzi questi si prodigarono in modo che non ottenessimo aiuto da nessuna parte.

Tuttavia a Terni, grazie all’interessamento di un ispettore della Polizia, uscì un articolo di giornale sulla nostra vicenda, sul Corriere dell’Umbria. Una giornalista della RAI ci invitò nella trasmissione “Piazza Grande” e fu fatto un appello in diretta per risolvere la nostra situazione. Tale interesse mediatico ci permise di resistere a Terni per vario tempo, ma dopo alcuni mesi sfumò tutto. In queste condizioni Matteo si ammalò gravemente e fu ricoverato d’urgenza all’ospedale, mentre Giovanna si logorò fisicamente, anche per il suo lavoro in nero (ti sfruttano poi quando non rendi più ti mandano via). Dopo l’uscita dall’ospedale, entrambi fummo minacciati di morte verbalmente e con intimidazioni di altra natura. Ricevemmo molte pressioni per uscire dalla città. Tenemmo informato l’ispettore, ma ci disse di non potere far nulla per questa situazione, per alcuni fatti facemmo pure un esposto. A Terni non si mosse né il comune né la Caritas per risolvere la situazione, anzi ricevemmo delle pressioni per uscire dalla regione, mentre notammo che tali enti intervennero in molti altri casi. Infine La Caritas di Terni ci diede 150 Euro,  dicendo di provare a trovare aiuto da qualche parte fuori Umbria, perché in Umbria non vi erano soluzioni e loro ci avevano già provato per noi. Ci diedero alcuni depliant sui dormitori di Firenze..

3 Oltre Terni...
Dopo la fine del lavoro a Terni, non siamo riusciti a trovarne altri, e nell’ultimo periodo vissuto lì  non avevamo più soldi, mangiavamo molto poco e così con i 150 Euro della Caritas  abbiamo deciso di partire a cercare un aiuto in altra regione. Siamo rimasti dieci giorni nel capoluogo di un'altra regione dormendo il primo giorno in un B&B e nei giorni successivi in vari istituti di suore. Mangiando alla mensa dei poveri. All’inizio la Caritas del capoluogo ci diede tre notti pagate da loro presso le suore , poi  dal Venerdì Santo ci dovemmo arrangiare perché per le vacanze di Pasqua la Caritas rimase chiusa sei giorni. Riuscimmo a trovare posto, per misericordia, un giorno di qua e di là, passando e bussando, sotto la pioggia, per tutti gli istituti di suore  e frati della città. Ci eravamo recati pure ad un  giornale locale,  che ci aveva promesso l’uscita in due e tre giorni, di un articolo su di noi, cosa che però poi non avvenne. Il sabato santo lo abbiamo passato in albergo grazie alla colletta fatta da alcuni studenti stranieri, ai quali ci eravamo rivolti in piazza per chiedere aiuto.  La Caritas riaprì mercoledì 26 marzo ci trovò, attraverso un  signore, una soluzione  in un altra città nel dormitorio; quel signore era convinto che  comunque  avremmo trovato aiuto e sostegno anche per il lavoro. In quei dieci giorni passati nel capoluogo abbiamo girato parecchio, ma non abbiamo trovato nessun lavoro e nessun aiuto per un alloggio provvisorio. Parlando con alcuni stranieri, abbiamo scoperto che loro erano stati aiutati concedendo loro degli appartamenti o una stanza. Ci siamo rammaricati, invece per noi, italiani non vi è mai posto.. 
Nell'ultima città...
C’e’ vario movimento, e le possibilità lavorative molteplici. Abbiamo già lavorato in un ristorante ad Assisi e in un albergo a Terni, oltre ai lavori per noi consoni che facevamo in Veneto nel campo dell’informatica e del marketing…Ricordiamo che Giovanna ha una laurea breve in Statistica conseguita all’università di Padova e alcuni Master di specializzazione in marketing e gestione d'impresa. Matteo è perito tecnico commerciale, con alcuni anni di ingegneria elettronica, e dieci anni di esperienza nel settore informatico…

Qui però non riusciamo ad uscire da questa situazione di povertà. Al dormitorio vi si può entrare solamente alle 20.00 e uscire entro le 8 di mattina. Si deve rimanere fuori tutto il giorno e non siamo certo in condizioni ottimali, siamo invece esausti e sfiniti e questo lo si vede pure guardandoci in faccia.
Eravamo riusciti a trovare qualche lavoretto in pizzeria, ma è risultato impraticabile perché il limite massimo di entrata, sempre nel dormitorio è alle 22.00 di sera. Abbiamo tentato di interessare alcuni preti e parrocchie ma purtroppo ci troviamo le porte chiuse, soprattutto perché siamo italiani. Poi senza soldi non si può telefonare, mandare fax con i curriculum,  o semplicemente essere presentabili per un lavoro. Qualcuno comunque ci ha aiutato interessandosi del caso, per ora senza soluzione.
La Caritas ti aiuta solo per trovare lavoro come badante, in genere 24h, quel lavoro dove la persona resta giorno e notte a badare ai  vecchietti. Ma così si distrugge l’unica cosa che ci è rimasta: la nostra famiglia.  Inoltre  per vari giorni, pur essendoci posto in una struttura migliore, siamo stati messi all'interno di due container, separati,  isolati, dove ci siamo ammalati. Soluzione che abbiamo visto viene adottata generalmente per mancnza di posto nelle altre strutture o per le persone che hanno gravi problemi. Insomma ci viene pure il sospetto, che  i trattamenti subiti in Umbria,  siano arrivati anche qua, forse per il solo fatto che la Caritas, essendo una struttura unica,  chiede informazioni  agli altri centri. Ma in Umbria le cose, per noi erano andate diversamente, per il fatto che quel mondo veneto che abbiamo lasciato aveva i suoi collegamenti all'interno di tale struttura. Se così fosse, non avremò mai pace in queste strutture di aiuto ai poveri. Noli speriamo che non sia così e vi siano stati solamente dei malintesi e fraintendimenti.

La situazione che ci troviamo davanti è questa:

a)Il comune di residenza veneto: presentammo i moduli necessari per chiedere un aiuto (autodichiarazione, ISEE). Nonostante fossimo nel diritto non ottenemmo mai un euro dal comune, e nessuna forma di aiuto, nemmeno morale per quanto ci era accaduto.
b)Gli altri comuni italiani: “voi non siete residenti in questo comune, dunque per legge non possiamo aiutarvi” (a parte quel comune umbro ben disposto, poi bloccato dalla stessa Caritas).
c)I Carabinieri: “Noi presentiamo la denuncia al magistrato,  il resto spetta al  magistrato ”. Noi non possiamo fare niente.
d)Le strutture di accoglienza, casa famiglia, …: la maggior parte delle strutture richiede per l’accesso di essere presentati dai servizi sociali del comune. Questo perché in genere, la retta di mantenimento viene pagata, dal comune. Il nostro comune di residenza non vuole sborsare un soldo, e negli altri comuni non siamo residenti e dunque non sono competenti. Oppure, come a Firenze, ci si può accedere tramite la Caritas, perché, come ci disse un operatore fiorentino, la Caritas accoglie chi vuole e può pagare le strutture. Anche a Terni, la Caritas poteva prendersi una persona sotto la propria tutela, come abbiamo visto per alcune donne.
f)La magistratura: il magistrato di Perugia, ci rispose per iscritto, che non è competente per le questioni “sociali”.


La questione di emarginazione che stiamo vivendo ci sta logorando.

Con questa lettera chiediamo un aiuto e intervento.















[1] Di seguito  riportiamo  l'elenco delle lettere inviate.

[2] Nel documento riportiamo la richiesta di archiviazione avanzata dal magistrato di Roma.



[3] Un fascicolo proveniente dalla Procura Militare..


[4] Edizione di Domenica 30 Marzo 2008.




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B) Articolo di giornale con la nostra vicenda




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C) Un estratto del primo esposto del 2004, di 13 pagine...


..." Giovanna
Sono nata nel 1971, ho una sorella nata nel ’74, e con i miei genitori siamo vissuti assieme ai nonni paterni fino alla morte di mio padre nel ’85, a in provincia di Vicenza.
In verità buona parte della nostra vita si è svolta in un paese a 3 Km,  nella casa di mio zio materno, scapolo, che viveva con la nonna-matrigna ed una sorella di mia nonna.
La mia vera nonna è morta molti anni fa, lasciando i figli piccoli: mio nonno poco dopo ne ha sposato la sorella, “per mettere al riparo la famiglia dalle donnacce che aspiravano a mio nonno” (questo, si narra, fosse il motivo del matrimonio).
Mia madre, con la scusa di affidarci alle cure di mia nonna-matrigna,  non si è mai staccata dalla famiglia d’origine, ed ha sempre tenuto un legame morboso con suo fratello.

Mio padre è morto nell’85, di tumore: si era ammalato due anni prima, con scarse possibilità di guarigione, ed era stato operato. Mia madre, non so come, ha convinto l’intero staff medico di Vicenza a non dire nulla a mio padre: diceva che il dottor Z......  era stato così bravo ad inventare spiegazioni, che per poco non ci credeva pure lei.
Ha convinto i medici  a non parlare, anche quando mio padre stava morendo, ha imposto ai fratelli il silenzio, e l’ha imposto pure a me. Pure il medico di famiglia, amico d’infanzia di mio padre, non ha mai detto nulla, convinto sempre da mia madre.

Avevo quasi 14 anni, mio padre capiva in cuor suo che c’era qualcosa che non andava nella sua malattia, ma sentendosi tradito da tutti soffriva ancora di più perché non poteva parlarne con nessuno, neppure con sua moglie. Alla fine non ho più mentito a mio padre, e non l’ho più illuso: così mio padre mi ha confidato che, convinto da mia madre e mio zio, aveva prestato i suoi soldi ad un amico di mio zio, e che non li avrebbe più visti.

Mio nonno paterno ha saputo la verità sulla malattia di mio padre solo alcuni mesi dopo la sua morte, fortuitamente da un radiologo che aveva telefonato a casa. Mio nonno dopo aver saputo la verità se ne andava sconvolto per il paese, ad urlare ai quattro venti che suo figlio era morto e che era stato ingannato. Non dico che ai miei nonni si dovesse dire tutto e subito, perché sarebbe stato difficile sopportarli, ma almeno in fase terminale era inutile nascondere.
Anche altri miei parenti non ne sapevano quasi nulla. Ricordo una cugina di mio padre, emigrata in Francia: era passata per l’Italia, come faceva spesso in estate, e l’hanno portata fuori dalla stanza di mia padre di peso e in lacrime. Mia madre non voleva processioni e piagnistei, specie di parenti sciacalli, però mio padre era sinceramente affezionato a quella cugina; sin da bambini avevano vissuto nella stessa casa, dividendo anche quello che avevano nel piatto. Era peggio negare il conforto e la presenza di volti amici, veramente dispiaciuti.
Mia madre mi ha vietato di andare a giocare a pallavolo, (la squadra era in serie A) perché mio padre non avrebbe potuto seguirmi nelle trasferte, se la malattia peggiorava e non dovevo dargli un dispiacere. Mio padre aveva parlato con l’allenatrice, ed era più entusiasta di me: al mio rifiuto, per “motivi di studio”, mi sgridò: aveva paura che gli crescesse una figlia deficiente, fanatica per lo studio. In realtà mia madre voleva solo che non giocassi a pallavolo, ed ogni mezzo era lecito.
Sono stata un po’ colpevolizzata riguardo la morte di mio padre: secondo mia madre Dio ascolta le preghiere delle ragazzine brave, perciò o ero una disgraziata o pregavo poco. Diciamo che queste frasi, dette in momenti di lutto, a 13-14 anni, fanno un brutto effetto.

Morto mio padre, i suoi beni sono stati divisi 1/3 a mia madre, ed il rimanente diviso tra me e mia sorella, minorenni. È intervenuto un responsabile del tribunale dei minori, per verificare che ai minori non fosse sottratto nulla. I soldi che mio padre aveva prestato a quel tizio non risultavano da nessuna parte, perché non c’era alcun documento scritto.
Nel caso in cui il responsabile dei minori avesse proposto un tutore, mi è stato imposto di dare la preferenza al fratello di mia mamma. Io avrei preferito un fratello di mio papà, che era disponibile, però non lo potevo dire: alla fine non ci fu bisogno di nessun tutore.
Non tolleravo mio zio materno. Mio padre, specie negli ultimi anni della sua vita non lo sopportava più: con la scusa di aiutarci nei campi, si presentava a casa nostra con i suoi amici, gente che bestemmiava e faceva battute molto volgari. E mia madre non si è mai opposta.
Dopo che mio padre è morto la situazione è peggiorata: eppure io lavoravo nei campi, e non c’era bisogno dei suoi amici per mandarli avanti. Ci si poteva arrangiare in casa, con l’aiuto anche di un “corteggiatore” di mia mamma, che ci aiutava nei lavori di aratura.
Nei campi si lavorava il mais ed il tabacco: da sola ci avrei messo qualche giorno in più, ma per me non era un problema.
Era meglio che lavorassi io di più (in estate non avevo la scuola), piuttosto che dover essere servizievole e riconoscente con questi suoi amici, intrusi, che avranno lavorato qualche ora gratis, ma poi si rimpinzavano di bistecche alla brace, serviti e riveriti. Pure io mi alzavo presto, lavoravo nei campi, tornavo per preparare il pranzo a mia mamma e mio zio, poi tornavo nei campi. Nemmeno mia madre era molto entusiasta, ma alla fine accettava tutto, perché, diceva che era una povera vedova, e non voleva inimicarsi nessuno.
Mio nonno paterno non vedeva di buon occhio queste intrusioni: diceva che mio zio voleva farsi padrone, ed in effetti è andata così. Mio zio, con la scusa di aiutare, di essere buono, di volerci bene come se fossimo sue figlie, sfoggiava un ruolo che non era suo: si era accaparrato il ruolo di padre, di tutore e proprietario dei beni, senza farsi carico dei sani doveri del buon padre di famiglia.

La situazione è peggiorata dopo che è morta mia nonna-matrigna materna: mia madre decise che la zia, sorella di mia nonna, non poteva essere lasciata sola, e che mio zio, doveva essere libero di andare fuori a cena con gli amici od al bar, o per i fatti suoi.
Così io e mia sorella ci siamo trasferite,  per far compagnia alla vecchia zia, e mia mamma andava a dormire da sola nella casa di famiglia, per far compagnia alla nonna paterna. In verità, non faceva chissà che compagnia, perché mia nonna alle 10 di sera era a letto, e alle sette mia madre si alzava per andare al lavoro. Forse mia madre voleva salvare la facciata.
Eppure la nostra casa  era grande, era ancora abitabile, e con qualche modifica, si poteva far trasferire mia zia là, invece che spaccare la mia famiglia.

Poi ho iniziato l’università, ma si sono accentuati i problemi in famiglia e le mie condizioni di salute, già in peggioramento dopo la morte di mio padre, hanno subito gravi contraccolpi.
Alla morte di mio padre ho sofferto di molte improvvise allergie: il semplice deodorante, utilizzato fino a poco prima, mi faceva gonfiare. Poi ho sofferto di dermatiti, curate con grossi quantitativi di cortisone, che mi ha fatto altri danni; d’altra parte avevamo pochi soldi. E crampi allo stomaco, curati da mia mamma con le sue medicine, il librax, che è una sorta di “droga”.
Poi soffrivo di squilibri ormonali, e di forte perdite di sangue durante il ciclo e fuori dal ciclo: avevo 23 anni e sembravo un cadavere. C’era gente che chiedeva a mio zio che cosa mi fosse successo, tanta era l’impressione. Mio zio, irritato, pretendeva spiegazioni da me, come se si vergognasse delle brutte figure. Mia madre attribuendo tutte le disgrazie a fenomeni di natura paranormale, non voleva che andassi dal medico: perciò mi portarono da pranoterapeuti (vedi maghi), uno anche famoso perché è un architetto,  che riceveva il lunedì a XXXXX (PD).
Mia madre mi ha portato anche da un vecchio frate francescano, persona degna di essere ascoltata: peccato che mia madre fece il contrario di quanto consigliato dal frate.

Di nascosto me ne andai da un famoso ginecologo di Padova, il dottor Gianpietro Masin, che era anche direttore sanitario del Poliambulatorio San Giovanni a Padova.
Il dottore fu molto gentile, gli raccontai tante cose, anche non solo del suo specifico settore: il dottore mi curò, mi diede consigli anche per altri problemi miei e di famiglia, e mi fece pagare solo poche visite. Infatti, io avevo una somma di soldi mensile, e, nonostante le visite, dovevo far quadrate i conti. Non ho mai portato vestiti di lusso, non ero mondana né festaiola, avevo imparato a cucirmi qualche gonna e qualche abito. Così riuscivo a tirare avanti, senza chiedere niente in più. Mia zia ogni tanto mi regalava 100.000 lire, dicendomi di non dire nulla a nessuno.
Raccontai a mia madre di questo professore, della cura, del rischio elevato di cancro all’utero; mia madre ebbe una reazione molto violenta, al punto da non sembrare vera. Fui trattata come una sgualdrina, una donnaccia che non avrebbe trovato più marito e nessuno l’avrebbe voluta.
Molto sconvolta, ribattei che se non reagivo alla cura ci sarebbe stato il mio funerale, e non il mio matrimonio, e che di questi uomini che mi consideravano donnaccia non sapevo che farne.
Tra l’altro già conoscevo Matteo, e non capivo perché dovevo preoccuparmi di questi uomini, visto che Matteo era terrorizzato dalla mia malattia, e mi avrebbe mandato da 100 dottori.
Poi anche mia sorella andò dal ginecologo ma stranamente nessuno si arrabbiò, e mia sorella non si prese della donnaccia. Perciò la reazione di mia madre apparve ancora più inspiegabile.
Il dottor Masin mi mandò da una sua collega, che lavorava assieme ad un team di psicologi, perché aveva capito che qualche cosa non quadrava. Pure questa dottoressa aveva capito che qualche cosa non andava: a me aveva proposto di insegnarmi esercizi di rilassamento, però serviva una “azione di forza” per valutare i problemi di famiglia, visto che mia madre sembrava una pazza scatenata, mia sorella anoressica, e mio zio troppo opprimente.
C’era all’epoca un’équipe di psichiatri che lavorava all’ospedale di Brusegana, che si occupava di terapie familiari. Non davano farmaci, tentavano di risalire in radice ai mali dell’individuo.
Inutile dire che la mia proposta fu bocciata, e l’idea che anche mio zio facesse quei colloqui aveva suscitato scandalo ed indignazione: come avevo potuto fare un simile affronto a mio zio?
Eppure volevo solo fare un paio d’incontri, di prova, in ospedale, non in chissà che centro di dubbia fama: si poteva anche interrompere tutto…
Alla fine hanno voluto che facessi i miei bravi esercizi di rilassamento con la dottoressa, perché i problemi ce li avevo solo io (come se l’anoressia di mia sorella non contasse).
Peccato che il dottor Masin, dopo qualche anno ebbe problemi a causa delle morte di una gemellina, durante un parto molto difficile, e tale morte fu imputata al suo non tempestivo intervento: molte persone a Padova non si spiegavano come fosse accaduto, e comunque gli avrebbero accordato la loro fiducia, perché varia gente gli doveva la salute od anche la vita.

Un fisioterapista del paese, di fronte alle mie improvvise infiammazioni a muscoli e nervi, un giorno mi disse che i problemi erano ben altri, e ci aveva consigliato di andarcene, lasciando pure i mobili, vendendo tutto: lui ci avrebbe aiutato anche economicamente.
Non so cosa sapesse per dare un simile consiglio, e proporre anche aiuto: questo fisioterapista era un professionista stimato, felicemente sposato, con figli grandi, e non agiva per interessi dubbi. Fiduciosa andai a dirlo a mia madre, che si arrabbiò molto, e mi rispose che il suo posto era accanto alla vecchia zia. Ma per me potevamo andarcene anche con mia zia…

Visto che con i medici non se ne usciva, le mie condizioni fisiche e psicologiche peggioravano, provai anche con i preti e le suore, poiché mia madre era molto religiosa.
C’era suor Pura Pagani, un’anziana superiora della scuola materna di Mozzecane (VR): aveva alcuni carismi, come vedere il cuore delle persone ed altro. Così andai a chiedere aiuto.
Fra le varie cose, la suora aveva consigliato, come “ultima spiaggia”, di prenderci una settimana di vacanza io mia mamma e mia sorella, per ricucire i rapporti, distanti da tutte le interferenze.
Mia mamma era appena andata in pensione, mia sorella in quel momento era in ferie, eravamo a fine settembre, con i costi stracciati in qualsiasi posto: il momento sembrava ottimale, anche perché mia zia era abbastanza autosufficiente; ci si poteva arrangiare.
La risposta fu un ennesimo no secco e brutale, e senza nessun motivo valido.

Poi mia zia subì un ictus, rimase cosciente, con ancora più bisogno di cure. Mia madre si era già stabilita definitivamente in casa di mio zio. La nostra casa di famiglia era disabitata, e in stato di degrado, perché pioveva dal tetto e nelle pareti interne si era formata una sottile muffa.
Avevo proposto di dare un’imbiancata ai muri interni, così mi sarei trasferita là per lavorare ed anche vivere: ce ne saremo occupati io e Matteo, ma sono nate tante liti. Ci voleva il benestare di mio zio, perché per loro eravamo emeriti incompetenti: per ogni cosa bisognava passare per le sue grinfie. La casa andò sempre più peggiorando, tanto che i carabinieri notificarono a mia madre, tra le altre cose, che la casa versava in uno stato di evidente abbandono. Ma non ci stavano soldi…
Un bel giorno, ho scoperto che mia madre aveva in banca più di trecento milioni di lire tra azioni e bot, (quei soldi che mio padre aveva prestato all’amico di mio zio, e di cui non vi era alcun documento scritto e forse anche altri soldi). Sono rimasta sconvolta. E non avevano voluto che avessi nemmeno un motorino usato, od una macchina usata, per cercarmi un lavoro, l’assistenza a mia zia, la casa in abbandono, le visite mediche, la mia salute…
Prima che me ne andassi mia madre fece mettere una delega sul suo conto in banca a me e mia sorella, ma questi “giochi di trasparenza” servono per bella facciata davanti al mondo, come pure altri comportamenti.
La mia vecchia zia, proprietaria della mezza casa , (l’altra mezza di mio zio) e di una vecchia casa in campagna, aveva 50 milioni di lire in banca, un paio di pensioni (la minima, la pensione di guerra, perché le era morto il fratello in guerra), e la pensione di accompagnamento.
Io l’assistenza alla vecchia zia l’ho fatta anche volentieri, e molte cose le rifarei ancora, ma sono stata letteralmente ingannata, credendo ciecamente alle loro parole.
D’altra parte, chi, avendone le possibilità, non aggiusterebbe il tetto di una casa? Infatti poi il tetto è parzialmente crollato, ma prima con pochi milioni si potevano evitare altri danni.
Quando il tetto è crollato, una delle preoccupazioni di mia madre era recintare la zona pericolante, affinchè gli amici di mio zio, che magari andavano a vedere la casa, non prendessero qualche tegola in testa.
Mia madre sosteneva che potevamo avere seri problemi se qualcuno si fosse fatto male: io sostenevo che se qualcuno si fosse fatto male, oltre alla tegola, si sarebbe pure preso la mia denuncia per violazione di proprietà privata, (suscitando l’indignazione di mia madre).
Diciamo che avevo iniziato a svegliarmi un po’, ed a pensare che avevo pure io i miei diritti e che troppe cose non quadravano.

Anche il trattamento che mia sorella aveva ricevuto non quadrava: mia sorella ha lavorato, e dopo il liceo si è messa da parte una trentina di milioni, ed io molto meno. Mia sorella è stata trattata in modo opposto a me: ha fatto poco sia in casa che nei campi, ed ancor meno si è dedicata a questa mia zia.
Quando tornavo dall’università, dovevo farle i temi che l’insegnate le assegnava per casa.
Erano temi difficili, di filosofia anche, e spesso passavo il fine settimana tra i lavori e lo studio di questi temi. Non era giusto, lo sapevo pure io, ma non ne potevo più di sentirmi dire che mia sorella doveva uscire almeno con 42/60 per accedere ai concorsi pubblici, e se non l’aiutavo l’avrei danneggiata molto.
Anche mia sorella comunque ha sofferto, perché in una famiglia o c’è amore per tutti, o non ce n’è per nessuno, ed allora si ragiona a preferenze, alleanze e ricatti.
Anche mia sorella se ne è andata, ma ha mantenuto rapporti strettissimi con mia mamma, perché sono molto simili.

Nel 2000 a XXXXXX, a poca distanza da dove vivevo io è stata uccisa V. R., dal marito. Si erano separati, ed il marito aveva dovuto lasciare la loro casa alla moglie ed alla figlia di quattro anni, secondo quanto deciso dal giudice.
Il marito, benestante imprenditore, non aveva accettato di dover concedere il suo appartamento nuovo alla moglie; non si poteva toccare nemmeno il frigorifero ed i mobili, perché considerava tutto suo, ed almeno su quello doveva mantenere il controllo. Così alla fine ha ammazzato la moglie: è stato un delitto annunciato, perché V.R. era terrorizzata, e lo raccontava a tanta gente. Poi la madre di quest’uomo passava trionfante davanti alla casa della defunta.
Questo attaccamento a casa e cose mi ha molto impressionato, perché è un po’ simile a quello che vedevo in famiglia.
Prima di andarmene volevo donare il mio terzo di proprietà alla famiglia, ma non hanno voluto spendere 3 milioni di lire dal notaio per qualche cosa che era già loro. Mia madre e mia sorella consideravano loro anche il mio terzo di casa e terreno, tanto da rifiutare la mia donazione.

La decisione di andarmene, nel 2002, è stata rinforzata dalla presenza di vetri che con maggiore frequenza trovavo nel pranzo. Mia madre attribuiva questo a fenomeni paranormali, che inspiegabilmente si scatenavano solo su di me. Infatti tutti si mangiavano la loro pastasciutta, convinti che non avrebbero trovato vetri o cose strane: infatti non hanno mai trovato nulla.
Matteo se ne era andato già: solo mia mamma e mia sorella conoscevano il suo indirizzo, e l’hanno comunicato alla sua famiglia d’origine, ben sapendo che era una famiglia “pericolosa”.
A Matteo era arrivata, nella sua nuova casa, una lettera dalla famiglia; l’indirizzo aveva anche il numero di scala interno. Hanno addossato la fuga di notizie al Comune, che però non poteva fornire questa indicazione.
Dopo alcuni mesi di mia insistenza, mia madre ha ammesso la verità.
Me ne sono andata di casa al mattino, prendendo come al solito la corriera delle 7:30 per Padova, con la mia solita borsa, con dentro i documenti e i vestiti che ci potevano stare, come se stessi andando al lavoro normalmente.
Avevo paura a portare i bagagli con me, a far vedere che me ne stavo andando. Anche mia sorella se ne era andata un mese prima, con le valige, ma per lei è sempre stato tutto diverso. Mia sorella tornò brevemente per prendersi il rimanente delle altre cose, ma andò alla casa di famiglia, nonostante la casa non fosse particolarmente ospitale, perché non ne voleva sapere di incontrare mio zio. Mio zio era convalescente dall’incidente in cui si era tagliato mezzo polpaccio (la gamba in cancrena). Dopo quell’incidente si aggirava per la casa con gli occhi sbarrati: sembrava una bestia impazzita, ed io avevo ancora più paura.
Hanno capito che non sarei più tornata, me l’hanno chiesto, ed ho risposto che forse un giorno sarei tornata, ma ne sarebbe passato di tempo. Infatti non siamo più tornati, se non furtivamente, solo per prendere i certificati di battesimo e cresima per il matrimonio.

Con il tempo, dopo essermene andata, ho messo insieme i ricordi e tutto quello che ho visto, per capire dove ero vissuta e cosa era successo.
Ricordo mia zia e la nonna-matrigna che sgridavano mia madre, perché mi lasciava andare nella vecchia casa di mio zio, in campagna, perché mio zio era un vecchio maiale e pure i suoi amici. Mia madre diceva loro di stare zitte, perché erano maliziose.
Ma mia zia insisteva che non mi lasciassi mettere le mani addosso da quell’uomo: invece su mio papà non si è mai permessa di dire nulla di brutto, anzi, era contenta per la presenza di mio padre.
Per questo mia madre non voleva che me ne andassi dal ginecologo: sapeva che qualche cosa di brutto mi era stato fatto, in famiglia, e non voleva che saltasse fuori.
Questo fatto deve risalire a quando io ero piccola, perché ne ho dei vaghi ricordi, ho il senso di terrore e di impotenza, ma la capacità espressiva e di elaborazione sono quelle di chi ha 3 anni ed anche meno.
L’unica parola che ricordo è un “no” lungo e soffocato.
Ho pure pensato che nel paese certe cose sui bambini fossero più diffuse di quello che si pensasse, e che ci fosse una mentalità molto malata.
Non tutti comunque lasciano i figli in balia: un amico di mio zio aveva un nipotino, e lo portava nella vecchia casa. I genitori, quando se ne sono accorti, non hanno più lasciato il figlio in custodia al nonno. Mio zio lo raccontava scandalizzato.

Ho avuto spesso la sensazione che tutto fosse invertito: si scambiava il male per il bene.
Mio zio, poco prima che me ne andassi, si è fatto un grave taglio ad una gamba, tanto da finire in cancrena. Lo hanno messo in una stanza isolata, perché era infetto, e poteva attaccare i microbi alle altre persone operate. Potevamo andarlo a trovare, stando attenti a non infettarci, in caso presentassimo abrasioni, perché l’infezione entrava solo da una ferita.
Gli avevano appena fatta un’iniezione, l’infermiera aveva dimenticato il cotone sul tavolino, e mio zio volle che spostassi il cotone in un contenitore. Io non volevo proprio, perché non so quanto fosse forte l’infezione ed il cotone era sporco di sangue. Così feci più o meno finta di trascinarlo per un angolino, per fortuna arrivò un inserviente che sistemò tutto.
Sapeva benissimo in che condizioni era, e sicuramente il motivo ufficiale era riordinare il comodino.

Mio zio raccoglieva tanti funghi, anche due o tre casse piene, in montagna o in giro per le campagne: poi si dovevano lavare e cucinare, e per un paio di giorni c’erano pentoloni con funghi che bollivano, destinati alle cene. Aveva un congelatore solo per tenere i funghi cotti.
C’era un suo amico che andava a caccia abusivamente in Croazia: tornava pieno di uccellini, che smistavano nei congelatori. Mi faceva pure schifo trovare quei sacchi pieni di uccellini congelati con le piume. Poi mio zio si faceva salami e liquori, conosceva chi smerciava la carne.
Mio zio era amante di cene, che faceva nella vecchia casa di campagna: quello era il covo suo e dei suoi amici, gente di tutte le estrazioni sociali, che non ho mai capito cosa avessero in comune. <>Quella vecchia casa ha subito varie denunce, per degrado e disordine dovuto al via vai di macchine e persone, ma non mi sono mai informata di ciò. So che c’erano delle signore che ci passavano davanti, si facevano il segno della croce, e dicevano che era il covo del diavolo, ma non so chi fossero ed in base a che conoscenze dicessero questo.

Cosa si può dire di male di una cena? O di un bicchiere di vino in compagnia?

Penso che, oltre a mangiare e bere, si stringessero alleanze e si costruissero reti di relazioni, che per chi non era come loro, tali reti diventavano lacci.

<>Non erano reti di relazioni nel senso buono del termine, cioè ci si fa un favore a vicenda, ci si fa compagnia, ma strumenti per avere il controllo su persone e situazioni, anche se voleva sembrare un’allegra brigata di amiconi. Chi sgarrava veniva lasciato fuori.

Ci sono misteri che non ho ancora capito, esempio come la telefonata di Tanzi a mio zio.

Tanzi, tra fine ’99- inizio ’00 telefonò a casa di mio zio, perché aveva ricevuto una chiamata da quel numero sul suo cellulare, e voleva saperne il motivo. Io non ne sapevo niente, dissi che mi sarei informata e se mi poteva spiegare chi fosse: disse che era Tanzi, di una grossa società di Parma. Gli chiesi il nome della società, e questi mi fece capire che se non sapevo chi era Tanzi del Parma era meglio smettere di parlare, perché ero proprio ignorante.

Confesso che sono ignorante in molte cose: dopo qualche giorno alla televisione riconosco quella voce sprezzante in Stefano Tanzi, presidente del Parma. In casa si mostrano sorpresi, perché nessuno lo conosce, se non di fama, però il numero era quello di casa, e lui lo aveva ripetuto in automatico.

L’allenatore che portò tanta gloria al Parma, era all’epoca S., che fatalmente viveva vicino al paese , e conosceva mio zio ed i suoi amici, ma Scala non veniva a casa di mio zio per telefonare.

Non ho mai saputo cosa pensare di quella telefonata, se fosse un caso, un errore o altro.

Come riportato prima, a casa di zio telefonò Tanzi, tra fine ’99- inizio ’00

Poi dal paese partì S., come allenatore del Parma: da quello che so, S. non è mai stato particolarmente famoso; dopo che è andato al Parma, il Parma ha vinto di tutto, sia livello nazionale che europeo.

Anche E. G. , persona molto nota nella Federcalcio a livello nazionale, è del paese: mio zio ha sempre vantato un grande livello di amicizia e di favori e di informazioni di qualunque natura.

Mio zio ha subito un incidente in auto, alcuni anni fa, nei pressi di Cittadella (PD). Ci fu una causa legale: mio zio vantava la conoscenza dei documenti segreti della stessa causa, che gli erano comunicati dallo stesso G. E., amico e frequentatore della variegata compagnia di “amiconi”.

Pure mia madre si difende bene, anche se in modo diverso: le sue reti relazionali sono più collegate a preti suore, uffici di collocamento, gente del paese….

Mia madre poi ha un grande ascendete sulle persone; c’era un uomo al quale piaceva, ancora prima che si sposasse (ma mio nonno era contrario). Quando rimase vedova, dopo un po’ iniziò a corteggiarla dall’86 fino al 2002, anno in cui me ne sono andata. Quest’uomo ha aspettato tanto per sentirsi dire che mia madre voleva bene a mio zio, e non l’avrebbe mai lasciato (sembrava che più di parlare del fratello parlasse di un fidanzato, l’ho sentita con le mie orecchie).

Mia madre sosteneva che non gli aveva mai promesso niente, neanche si abbracciavano, ma questo non è vero, perché nessuno è così matto da aspettare senza la minima speranza, (inoltre, mio malgrado, li ho trovati in cucina in atteggiamenti intimi senza che mi notassero).

<>Spero che non ci fosse stato qualche cosa fra loro quando mio padre era in vita, perché mio padre detestava quell’uomo, che si era precipitato in casa nostra, per aiutarci nei campi, appena mio padre si era ammalato. Ovviamente l’aveva portato mio zio.
Mia madre, come mia sorella, è pericolosa, perché sa convincere bene le persone: quando decide una cosa, va dritta per la sua strada, ed in qualunque modo ci deve arrivare.
<>Mia sorella ha fatto di tutto perché io e Matteo ci lasciassimo: dopo anni di tentativi, me l’ha pure detto in faccia e si è chiesta come non ci sia riuscita.
Sono cose da uscirne pazzi.

Ho una casella di posta affittata presso l’ufficio postale, per evitare che qualche lettera arrivi con i miei dati al vecchio indirizzo, ma le Poste mi hanno lo stesso spedito del materiale a casa, è materiale delicato perché dovrebbe riguardare una polizza d’assicurazione.

Mia sorella mi ha inviato un fax, chiedendomi cosa doveva fare della posta. Eppure ho un contratto scritto in cui nulla deve andare all’indirizzo di casa.

Ecco, questi sono alcuni fatti descritti da me medesimo direttamente in questo documento.

Giovanna


Riassumendo

Spero sia chiaro, a questo punto, perché è necessario che viviamo lontano da queste persone, e che né loro né i loro amici ci rintraccino.

Perciò dobbiamo proteggere i nostri dati e la nostra privacy.
<>Ad esempio all’ufficio di collocamento i dati anagrafici si vedono su scala nazionale, perciò se diamo l’indirizzo in poco tempo arrivano subito a noi. Lo stesso problema vale per i consorzi agrari ai quali si può accedere tramite internet e con il solo codice fiscale arrivare ai dati di residenza dei proprietari degli immobili. Problemi naturalmente ci possono essere con il catasto, con tutti i tipi di contratto in genere ove si devono rilasciare i dati. I problemi si sono accentuati in questi ultimi anni perché molti dati anagrafici sono stati inserite in database nazionali e consultabili direttamente da vari uffici. 
Così tra le altre cose abbiamo scoperto che si può avere un indirizzo fiscale diverso da quello anagrafico. Pur esistendo tali leggi e aver chiesto a diversi uffici come operare in tal senso, ci siamo trovati davanti a personale incompetente in merito e che ci ha risposto in maniera insoddisfacente. Oltre naturalmente ad averci fatto saltare da ufficio ad ufficio. Si tratta di pratiche rare ci dicono e non prendono in seria considerazione le nostre problematiche. Ad esempio all’ufficio delle entrate di Venezia, non ti sanno dire dove vanno a finire i dati personali, che visibilità hanno, chi ha accesso ai dati… Chi vuole cambiare l’indirizzo fiscale deve fare domanda in carta bollata, la domanda deve motivare anche cosa ci ricava l’agenzia delle entrate, poi valutano se accettarla. Devi dare tutti i dati, ma non ti dicono chi ne ha accesso, e dove li inviano.
Un addetto dell’agenzia delle entrate nelle Marche mi detto che la privacy è un’illusione e così via. <>

Non desideriamo entrare in contatto con la famiglie d’origine,
né da vivi né da morti.

<>Tra l’altro, lo stesso fratello di Matteo, ha ammesso che verso i 18-20 anni andavano a raccogliere le ossa nei cimiteri, per cui non vogliamo neanche pensare cosa ci debbano fare con un corpo morto, specie con i nostri. Forse queste cose non le fa più, non ne vogliamo sapere nulla. Temiamo che in caso di incidente grave siano avvertite le famiglie d’origine.
Abbiamo fatto di tutto per sanare i rapporti, quando ancora vivevamo con loro, ma ciò ha fatto emergere novità, novità che ci hanno sconvolto, ed altre fatto anche schifo.
La nostra storia non è solo una storia di abusi, di egoismo e di avidità: dentro vi è mescolato il culto dei morti, pratiche magiche ed esoteriche, e non so cosa altro. Io i miei vetri nella pastasciutta me li sono trovati: se me li mettevano i familiari, è bene che me ne vada, se me li mettevano i fenomeni paranormali, come sosteneva mia madre, è bene che me ne vada lo stesso.
Forse uno di noi (o entrambi) è stato iniziato a qualche cosa (culto, setta,…), od offerto a qualche cosa, perciò a maggior ragione la sua vita era già stata decisa.

Il senso che noi abbiamo è che le nostre vite siano in pericolo; alcune persone che ci hanno aiutato, sono state coinvolte in situazioni spiacevoli o incidenti, apparentemente casuali, oppure sono cambiare completamente e ci sono diventati molto ostili. Ricordo che anche Giovanna è stata minacciata gravemente dalla madre di Matteo e che nulla esclude che possano averlo fatto anche con altri.

Riteniamo che da qualche parti esistano delle leggi, ad esempio quelle di protezione per chi esce dai clan mafiosi. Anche noi è come se uscissimo da un clan, con tutti i tentacoli di amicizie a destra e sinistra.
Siamo certi che anche altra gente ha problemi simili.
Abbiamo visto che anche la Curia ha le sue leggi, ad esempio per fare i matrimoni senza pubblicazioni, e per combinare di tutto, solo che spesso i preti di paese non ne sanno niente, eppure le modalità ci sono.
Ci sembra strano che lo Stato italiano non abbia qualche soluzione.

Grazie,

Giovanna e Matteo "









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D) Le Prove della scomparsa delle nostre denunce


Cominciamo con il presentare l'elenco di tutte le raccomandate inviate in Procura ordinaria a Roma:

invio
Numero raccomandata
data invio
data avviso recapito
Risultato
1
12638620060-6
03/11/04
06/11/05
?
2
12359264804-2
30/12/04
04/01/05
scomparsa
3
12243605700-2
28/02/05
Non richiesto
scomparsa
4
12655572160-6
10/03/05
Non richiesto
scomparsa
5
12647252084-5
19/03/05
Non richiesto
scomparsa
6
11870447669-6
15/04/05
19/04/05
scomparsa
-
Deposito ufficio primi atti di piazzale Clodio del  riepilogo della  documentazione precedentemente smarrita (R1-R6), in due plichi di 88 e 52 pagine
19/04/05
19/04/05.
scomparsi
7
12655764443-5
05/05/05
19/04/05
pervenuta





8
12847849428-0
21/11/05
Non richiesto
scomparsa






Di tutti questi atti, il magistrato dichiarerà nella richiesta di archiviazione di esserne pervenuto uno solo, l'aggiornamento R7,  naturalmente sarà archiviato tutto, dicendo che il materiale precedente non è pervenuto. Senza fare indagini e senza nemmeno preoccuparsi di conoscere il contenuto di quanto era scomparso. L'R7  di  11 pagine, spedito il 5/5/5, che conteneva i "riferimenti" di tutto il materiale precedentemente inviato e l'ipotesi del reato di sottrazione di tale documentazione, permise al magistrato di constatare che  effettivamente gli atti precedenti erano scomparsi, e iscrisse per questo nel registro apposito dei reati, il reato 616 del codice penale per smarrimento o sottrazione di documenti. Iscrisse il reato a fine settembre '05, e solamente dopo pochi giorni, il 4.10.05, chiedeva l'archiviazione del caso al GIP, senza indagare e preoccuparsi di entrare in possesso dei documenti scomparsi e senza nemmeno preoccuparsi di constatare la situazione attuale della parte lesa.
 Il magistrato nella prima parte dell'atto diceva che l'esposto avente come oggetto "ulteriori fatti accaduti dopo 25 marzo fino al 1 maggio 2005" è  arrivato, e per questo dunque non è avvenuta la sottrazione. Il magistrato dichiarava che gli atti precedenti non erano pervenuti, e  chiedeva comunque  l'archiviazione dell'indagine perchè non vi erano elementi per stabilire se si era trattata, per i  precedenti atti, di una sottrazione o di uno smarrimento, e nel caso di sottrazione non vi erano elementi per stabilire chi potesse essere stato a compiere tale reato.

ecco la dichiarazione:


Dunque i  documenti, tramite i quali chiedevamo un aiuto ed un intervento, furono tutti  sottratti e/o smarriti ad eccezione di un esposto, che arrivò ad un PM, e diede origine al  fascicolo menzionato sopra. Da ottobre 2004 a Maggio 2005 furono smarrite e/o sottratte 6 lettere raccomandate. In aggiunta furono smarriti due fascicoli riepilogativi, depositati a mano presso l'ufficio apposito della Procura . In Novembre 2005 fu smarrito pure un altro documento, inviato tramite raccomandata: consisteva in un riepilogo cumulativo della precedente documentazione, l'ennesimo tentativo di far pervenire quanto sottratto. In pratica non ci è stato possibile far pervenire denunce ed esposti nelle maniere consentite. Quello che  vi stiamo dicendo è confermato da nostre verifiche fatte a Roma in Marzo e Aprile 2005 e confermato dalle ricevute delle lettere raccomandate, dai timbri apposti per i depositi documenti  effettuati direttamente in Procura, dalla denuncia fatta in Questura nel 2006 E DA UNA REGISTRAZIONE AUDIO, oltre naturalmente da quanto scritto dal PM

Ricevute degli atti inviati e depositati a Roma.