"Il mostro di Firenze"

PIETRO PACCIANI IL MAGGIOR INDAGATO
Nato ad Ampinana (frazione di Vicchio di Mugello) il 7 gennaio 1925, morto il 22 febbraio 1998
MA.......
FIRENZE VUOLE LA VERITA'!
L'OMICIDIO
DI
BARBARA LOCCI e ANTONIO LO BIANCO
La vicenda del "mostro di
Firenze" è iniziata una sera d'estate di trentaquattro anni fa. Barbara Locci,
32 anni, nata in provincia di Cagliari, viveva a Lastra a Signa, in Toscana, con
il marito Stefano Mele e il figlio Natalino. Barbara era conosciuta in paese
perché le piaceva frequentare gli uomini; era soprannominata "l'Ape Regina". La
sera del 21 agosto 1968 Barbara era uscita con il suo nuovo amante Antonio Lo
Bianco portandosi dietro Natalino. Dopo aver trascorso la serata in un cinema, i
due avevano raggiunto un luogo isolato nei pressi del cimitero. Mentre il
bambino si era addormentato sul sedile posteriore, si stavano spogliando quando
qualcuno era apparso nel buio e aveva iniziato a sparare contro di loro.
L'assassino aveva poi preso il bambino sulle spalle, e lo aveva portato davanti
al un casolare. Erano le due di notte; Natalino aveva bussato alla porta: "La
mamma e lo zio sono morti", aveva detto all'uomo che gli aveva
aperto.
Due bossoli calibro 22 erano stati trovati all'interno della
macchina - una Giulietta bianca targata Arezzo - e altri due accanto all'auto,
sul ciglio della strada. Chi ha ucciso i due amanti, e perché? Ancora oggi non è
ancora stato chiarito fino in fondo quanto accadde quella notte. Gli otto colpi
che uccisero gli amanti furono sparati dalla stessa pistola con cui il "mostro"
ucciderà tutte le sue vittime.
Tra le sei e le sette di mattina una
pattuglia dei Carabinieri aveva raggiunto l'abitazione di Stefano Mele, marito
di Barbara, e l'aveva trovato vestito di tutto punto con una valigetta in mano.
L'uomo, 48 anni, è originario di Fordongianus, un paese in provincia di
Cagliari. In Sardegna aveva fatto per trent'anni il servo pastore tra le
montagne della Barbagia. Con i genitori e le sorelle si era trasferito in
Toscana nel 1958.
La stessa mattina del 22 agosto era iniziato
l'interrogatorio; per prima cosa Stefano Mele aveva indicato il suo alibi: già a
partire dal pomeriggio precedente era rimasto a casa perché non si sentiva bene,
e due persone erano andate a trovarlo. Si trattava di Carmelo Cutrona e di
Antonio Lo Bianco, entrambi amanti di sua moglie. Durante l'interrogatorio Mele
aveva fatto il nome di Francesco Vinci, un altro amante di sua moglie. Vinci era
stato arrestato nel novembre del 1967 a seguito della denuncia per concubinato
fatta da sua moglie: la donna lo aveva accusato di aver abbandonato lei e i
figli per vivere con Barbara Locci. Uscito dal carcere Vinci aveva ripreso
subito la relazione con l'amante, tornando anche a vivere a casa sua. Tutti a
Lastra erano a conoscenza della gelosia morbosa di Francesco nei confronti di
Barbara, e del disprezzo che provava nei confronti di Stefano
Mele.
L'interrogatorio era ripreso il giorno dopo, il 23 agosto del 1968;
in questa occasione era presente anche Piero Mucciarini, l'unico toscano del
gruppo, marito di Antonietta Mele, sorella di Stefano.
Piero
Mucciarini, poche settimane prima del delitto, aveva accompagnato Stefano Mele a
Prato per incassare mezzo milione di rimborso da un'assicurazione. Aveva voluto
stargli accanto per evitare che l'uomo desse i soldi a sua moglie; in effetti
Barbara Locci era solita sottrarre soldi alla famiglia per darli ai suoi amanti.
L'ultima cifra che la donna aveva fatto sparire era proprio di circa mezzo
milione, equivalente all'epoca a sei mesi di stipendio del marito che lavorava
come manovale. La maggior parte di questi soldi era finita nelle mani del suo
amante storico Salvatore Vinci, fratello di Francesco.
Barbara era stata
amante in tempi diversi dei tre fratelli Vinci: Giovanni, Salvatore e Francesco.
Sardi, di Villacidro, erano emigrati in Toscana nei primi anni
Sessanta.
Improvvisamente, dopo
aver indicato agli inquirenti i diversi amanti della moglie come possibili
autori del delitto, Stefano Mele ha confessato di essere stato lui stesso ad
uccidere Barbara e Antonio Lo Bianco.
Nonostante la confessione, non si
è mai creduto che Stefano Mele abbia raccontato tutta la verità. L'uomo non ha
voluto dire che fine aveva fatto l'arma del delitto, che non è mai stata
ritrovata.
Ai Carabinieri Stefano Mele comincia a raccontare
di essere stato aiutato da
Salvatore Vinci. Dice che lui lo
ha accompagnato sul luogo e gli ha
fornito l’arma del delitto.
Ecco la sua prima versione. Alle le 23 e 20 del 21 agosto, non avendo visto
rientrare la moglie e il figlio, si
era recato a cercarli.
Arrivato nella piazza principale di
Lastra a Signa, aveva incontrato proprio Salvatore Vinci, al quale aveva riferito che Barbara era
andata al cinema con Antonio Lo Bianco portandosi dietro anche il
bambino.
Salvatore a quel punto gli aveva detto di farla finita ma lui gli aveva risposto
dicendo: “Come faccio senza nulla in mano? Antonio ha pure praticato la
boxe.”
Vinci gli aveva risposto che lui aveva una piccola arma. Dopodiché lo aveva fatto salire a bordo della
sua vettura e insieme erano andati a
Signa.
La Giulietta del Lo Bianco era parcheggiata nei
pressi del cinema Giardino Michelacci.
Dopo aver atteso l’uscita del cinema, vide Antonio Lo Bianco con la moglie che aveva il bambino in braccio. Lui e Salvatore
salirono in macchina e li
seguirono sino dove la vettura si fermò, appena fuori di
Lastra nei pressi del cimitero.
A questo punto Salvatore tirò fuori da una borsa la pistola e gli disse:
“Guarda, ci sono otto colpi”.
Stefano Mele raggiungeva l’autovettura e dopo aver visto
sua moglie e Antonio che si abbracciavano scaricava su di loro gli
otto colpi della pistola. Suo
figlio non si era svegliato durante
gli spari ma subito dopo.
Dopo aver sparato, lui aveva aperto lo sportello dal lato guida, sostenendosi con la mano sinistra sul volante,
e nel farlo aveva toccato la leva della
freccia che così era stata
messa in azione. Aveva afferrato la
moglie per le vesti e l’aveva tirata su,
ricomponendola.
Quando i Carabinieri chiedono a Stefano Mele della pistola, lui risponde di
averla buttata via dopo aver sparato e di aver ottenuto per tutta risposta da
Salvatore, quando glielo aveva detto: “Pazienza”.
Il giorno successivo, il 24 agosto 1968, mentre i
carabinieri cercano dappertutto la pistola, senza ottenere risultati, Stefano
Mele viene sentito dal magistrato che gli legge quanto il giorno prima
aveva dichiarato. Mele conferma
ogni cosa escluso un particolare, quello
della pistola.
Messo di fronte a Salvatore Vinci piangendo gli
chiede perdono per le accuse che
gli ha rivolto. Poi, di colpo, comincia
ad accusare il fratello di Salvatore, Francesco Vinci. Dice che Francesco è il
proprietario dell’arma e che ha ucciso
sua moglie Barbara e che dopo il
delitto proprio Francesco ha accompagnato Natalino fino al casolare. Per ultimo
ricorda che Francesco gli aveva ordinato: “Il bambino non deve parlare”.
Per tre giorni, dal 22 al 24 agosto, Stefano Mele dice tutto e il contrario di tutto.
Una cosa però è certa Stefano Mele era lì, sul
luogo del delitto quella notte non solo perché lo ammette ma perché dice cose
che solo chi era presente poteva sapere: che la Giulietta aveva una freccia
accesa, che il Lo bianco aveva perso una scarpa e che i colpi sparati erano
stati otto.
Quella sera prima di andare a
vedere il film erano passati in un
bar. Tanto al bar che al botteghino del cinema ricorda Natalino, aveva pagato
sempre sua madre.
Una volta arrivati
lungo una strada buia, Antonio aveva fermato la macchina. A quel punto sua madre era scesa dalla macchina per fare
cambio di posto con lui, che aveva
tirato giù lo schienale. I due si erano parlati ma lui non ricorda cosa si erano detti.
Quando gli fu
chiesto di dire chi aveva sparato
Natalino rispose: lo zio Piero.
Dal suo racconto non si può escludere che potesse
esservi anche una terza persona che
non ha veduto e di cui però raccontò di aver sentito il rumore tra le
canne.
Il processo per il delitto del 68 si svolse due anni dopo. Sul banco degli imputati della corte d’assise di Firenze sedette il solo Stefano Mele, che inaspettatamente si dichiarò di nuovo innocente. Questa volta, però, furono i suoi stessi avvocati a consigliarlo di cambiare versione. Solo ammettendo di essere stato presente, infatti, avrebbe potuto tentare di scaricare le responsabilità maggiori su un eventuale complice.
Mele tornò ad accusare Francesco Vinci che, alla
prova del guanto di paraffina, era però risultato negativo.
In aula
sfilarono tutti i protagonisti della vicenda, ma fece sensazione l’apparizione
di Salvatore Vinci. Il sardo ebbe l’arroganza di sedersi sulla sedia dei
testimoni sfoggiando al dito un vistoso anello: era l’anello di fidanzamento che
Stefano Mele aveva donato a Barbara Locci. Gli fu chiesto il perché di quel
gesto e lui rispose che la donna glielo aveva a sua volta regalato e che lui ci
teneva particolarmente.
Fu ascoltato anche Natalino, ma questa volta il
bambino, che era stato affidato proprio allo zio Piero Mucciarini e alla zia
Antonietta, disse di ricordare che quella notte aveva visto solo il babbo e
nessun altro.
Stefano Mele fu condannato come unico responsabile del duplice omicidio a soli quattordici anni di carcere, perché riconosciuto seminfermo di mente. Gli fu data anche una pena accessoria: fu riconosciuto colpevole di avere calunniato Francesco e Salvatore Vinci, gli amanti della moglie.

L'OMICIDIO DI
STEFANIA PETTINI e PASQUALE GENTILCORE
Domenica 15
settembre 1974, a Borgo S. Lorenzo, in località Sagginale, vengono rinvenuti i
corpi senza vita di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Lei aveva 18 anni ed
era segretaria d'azienda, lui 19 e lavorava in un bar. Borgo San Lorenzo si
trova a neanche 40 km da Castelletti a Signa, dove si è consumato il delitto del
1968 di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
A mezzanotte circa della notte
precedente i due giovani, a bordo di una 127, avevano deciso di fermarsi, per
cercare un po' di intimità, lungo una strada sterrata che costeggia il fiume
Sieve. I due si erano spogliati; i loro vestiti erano stati poi trovati vicino
alla macchina. Mentre erano intenti nei preliminari amorosi l'assassino aveva
sparato contro di loro dieci volte. Aveva colpito Pasquale con sei colpi di arma
da fuoco, poi l'aveva pugnalato due volte al torace. Stefania, colpita da
quattro colpi, era stata sollevata dall'assassino, portata fuori dalla macchina
e adagiata a terra. Poi il mostro l'aveva colpita con 96 pugnalate: 70 nella
zona pubica, le restanti sul seno.
I carabinieri l'avevano trovata,
nuda, vicino alla macchina. L'autoradio della 127 era ancora accesa, dentro la
cassetta stava girando a vuoto. La borsetta era stata ritrovata col contenuto
rovesciato per terra.
Le indagini si erano concentrate su: Bruno Mocali
di 53 anni, un sedicente guaritore; Giuseppe Francini, uno psicolabile che si
era autoaccusato del delitto, presentandosi spontaneamente ai carabinieri; Guido
Giovannini, un guardone, riconosciuto da alcuni testimoni mentre spiava le
coppiette nella stessa zona del delitto. I tre uomini erano stati poi
rilasciati.
L'OMICIDIO DI
CARMELA DE NUCCIO e GIOVANNI FOGGI
Sabato 6
giugno 1981, intorno alla mezzanotte, in Località Mosciano di Scandicci, a bordo
di una Fiat Ritmo color rame targata Firenze ci sono Carmela De Nuccio di 21
anni e Giovanni Foggi di 30, anche loro come Pasquale Gentilcore e Stefania
Pettini stanno per incominciare a fare l'amore, quando qualcuno da fuori
dell'auto spara otto colpi. Tre proiettili colpiscono Giovanni Foggi e cinque
Carmela De Nuccio, mentre dalla stessa mano omicida partono cinque coltellate:
tre alle spalle per Giovanni e due al collo per Carmela. Carmela viene tirata
fuori dall'auto, non trascinata, ma sollevata; viene adagiata in un fosso dietro
la macchina e le viene asportato il pube, proprio quella zona anatomica che otto
anni prima l'omicida aveva soltanto delimitato con 70 pugnalate alla povera
Stefania Pettini.
Anche questa volta è come se non volesse mai toccare il
corpo della ragazza, i cui pantaloni infatti pur essendo facilmente sfilabili
vengono tagliati col coltello con il quale poi infierisce sul suo corpo. Nessuna
traccia, nessun testimone, anche questa volta la borsetta della ragazza è
rovesciata a terra.
Ci sono tre elementi in comune tra i diversi omicidi,
oltre alla pistola e alle cartucce usate dall'assassino: le vittime avevano
trascorso l'ultima serata in discoteca, ed erano state uccise a poca distanza
dal locale.
L'assassino preferisce colpire di sabato notte, e quando
non c'è la luna. A quest'ultimo particolare si può attribuire una spiegazione di
tipo esoterico, o più banalmente è riconducibile all'accortezza dell'uomo, che
in questo modo rende più difficile il suo riconoscimento. Ogni volta l'omicida
fruga nella borsetta della vittima, forse cercando qualcosa da portar via come
macabro souvenir.
Il delitto viene collegato a quello avvenuto sette anni prima, si comincia a parlare del Mostro di Scandicci.
La vera novità è che questa volta finalmente c'è un indagato: si tratta di Enzo Spalletti, un occasionale guardone: qualcuno aveva visto la sua vecchia Ford rossa parcheggiata vicino al luogo del delitto. Il sospettato fornisce agli inquirenti un alibi sconclusionato; ciò che comunque convince gli inquirenti a lasciarlo in carcere è il fatto che lo Spalletti aveva parlato alla moglie dei due cadaveri e della Ritmo color rame già alle 9,30 del mattino dopo, dicendogli di averlo appreso dai giornali, che in realtà avrebbero dato la notizia solo il giorno successivo al ritrovamento.
Enzo Spalletti resterà in carcere sino al 20 giugno del 1982.
L'OMICIDIO DI
SUSANNA CAMBI e STEFANO
BALDI
Sono passati solo quattro mesi dall'ultimo delitto. E' la notte di giovedì 23 ottobre 1981. E' sempre una notte di novilunio, sono le 23 e 30 circa, a bordo di una Golf nera targata Firenze, parcheggiata in località Travalle di Calenzano, Stefano Baldi di 26 anni e Susanna Cambi di 24 si stanno scambiando effusioni amorose.
I due fidanzati non faranno in tempo ad arrivare ad un congiungimento carnale vero e proprio. Anche questa volta, qualcuno destinato a restare nell'ombra sopraggiunge all'improvviso: esplode diversi colpi d'arma da fuoco, sempre con la ormai tristemente famosa Beretta calibro 22, poi infligge delle pugnalate sul corpo di entrambe le vittime per avere la certezza della loro morte.
Porta i due cadaveri fuori dalla macchina, e pratica sulla giovane il macabro rituale dell'escissione.
L'OMICIDIO DI
ANTONELLA MIGLIORINI e PAOLO MAINARDI
E' il 19
giugno 1982, sabato notte, sono le 23,45 circa a Montespertoli - Località
Baccaiano, piazzola vicino alla Provinciale "via nuova Virgilio". Antonella
Migliorini di 20 anni, operaia in una ditta di confezioni, e Paolo Mainardi,
operaio meccanico di 22 anni, sono nella loro macchina, una Seat 127 blu targata
Firenze, hanno appena finito di fare l'amore, qualcuno sopraggiunge ed
incomincia a sparare.
Antonella muore, Paolo rimane in vita, anzi
riesce a rimettere in moto l'auto, ad accendere i fari e ad innescare la
retromarcia. Purtroppo la macchina finisce in una cunetta e Paolo non riesce a
uscirne; il mostro è padrone assoluto della scena, mantiene i nervi saldi, anzi
spara subito ai fari, ricreando il buio necessario per poter agire, dopo di che
spegne il motore e strappate le chiavi dal cruscotto le scaraventa molto
lontano.
Ma la strada è trafficata e deve desistere dal triste rituale
delle escissioni. Ad un certo punto l'assassino decide addirittura di scappare
senza accorgersi nemmeno che Paolo Mainardi è ancora in vita. Il giovane
comunque morirà la mattina dopo in ospedale senza più riprendere
conoscenza.
Nella tarda
mattinata stessa in cui fu scoperto il nuovo duplice omicidio, il 20 giugno
1982, il sostituto procuratore della Repubblica Silvia Della Monica, incaricata
dell'indagine, convocò nel suo ufficio i cronisti di tutte le testate e chiese
loro di scrivere una piccola bugia: che Paolo Mainardi era arrivato ancora vivo
in ospedale e che, forse, aveva avuto il tempo di dire qualcosa sul suo
assassino prima di morire. Tutti accettarono.
Lo scopo, o meglio la speranza,
era che l'assassino, preoccupato, facesse una mossa falsa.
A uno dei soccorritori della Croce Rossa che avevano accompagnato Paolo Mainardi all'ospedale arrivarono effettivamente due telefonate da parte di una persona che prima disse di essere della procura, poi cambiò versione sostenendo di essere proprio lui l'assassino: voleva sapere che cosa avesse detto il giovane prima di morire. Nel 1984 l'uomo ricevette un'altra telefonata, in una pensioncina di Rimini dov'era in villeggiatura. Chi poteva sapere che si trovava lì?
Dopo qualche giorno dal delitto, il maresciallo dei Carabinieri Francesco Fiore si ricorda dell'omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, commesso nel '68 quando era in servizio a Signa e lo mette in relazione con i delitti del Mostro. Viene eseguita la comparazione tra i bossoli, e si scopre che i proiettili di marca Winchester con impressa sul fondello la lettera H sono stati sparati tutti dalla medesima arma, una Beretta calibro 22. Le cartucce risultano provenire da un'unica scatola da cinquanta pezzi.
La pistola
usata dal mostro è dunque la stessa che aveva ucciso nel 1968 Barbara Locci e
Antonio Lo Bianco.
Da quella scoperta sarebbe nato un nuovo filone
d'indagine che sarebbe poi stato conosciuto come la pista sarda.
A rileggere quattordici anni dopo il delitto del '68 fu subito evidente che Stefano Mele, il marito della donna assassinata, non poteva essere mostro, perché sia nel '74 che nell'81 si trovava in carcere. A quel punto gli investigatori pensano che davvero Stefano Mele doveva avere avuto un complice, un uomo che poi continuò ad uccidere.

L'OMICIDIO DEI DUE GIOVANI TEDESCHI
Nel luglio
del 1982 c'è una svolta nelle indagini. Scoperto che tutti i delitti, dal 1968
al 1982, erano stati consumati con la stessa arma, è evidente che Stefano Mele
non poteva essere "il mostro", visto che nel 1974 e nel 1981 si trovava in
carcere. Dunque è chiaro che la notte in cui furono uccisi Barbara Locci e il
suo amante, Mele doveva aver avuto un complice.
Nel 1982 Stefano Mele torna
ad accusare Francesco Vinci. Dice che suo figlio Natalino gli aveva confidato
che quella notte, mentre Francesco Vinci dopo l'omicidio lo stava accompagnando
fino alla casa del De Felice, gli aveva detto di non dire niente a nessuno
altrimenti avrebbe ucciso lui e suo padre. La stessa minaccia che Stefano Mele -
mentre si trovava in carcere - avrebbe ricevuto da Francesco Vinci se non avesse
ritrattato l'accusa contro di lui e non si fosse addossato il delitto. Francesco
Vinci viene arrestato il 15 agosto del 1982. Gli inquirenti trovano un elemento
che lo collegherebbe a uno dei delitti: una segnalazione che proveniva dai
carabinieri di Civitella Paganico. Il 20 giugno del 1982, all'indomani del
duplice delitto Mainardi-Migliorini, era stata notata la Renault 4 di Franesco
Vinci "infrascata" sulla strada che da Montespertoli in linea d'aria portava
verso Grosseto.
Francesco Vinci risponde all'accusa dicendo che con la
Renault 4 stava andando a Grosseto, la macchina si era rotta e lui l'aveva
abbandonata. Antonio Vinci, il nipote prediletto di Francesco, recentemente
racconta però un particolare inedito: "quella notte c'ero anche io a nascondere
la macchina, lo facemmo per una storia di donne sposate e di mariti gelosi...".
Perché Francesco Vinci non lo aveva chiamato in causa come testimone?
Il
9 settembre del 1983 si consuma il quinto delitto del mostro. A via di Giogoli,
in località Galluzzo, due giovani uomini tedeschi - Whilhelm Horst Meyer di 24
anni e Uwe Rusch Jeans - si sono accampati in una piazzola con il loro furgone
camper Wolkswagen. E' una notte senza luna, alle undici e mezzo i due giovani
stanno dormendo quando l'assassino comincia a sparare, prima attraverso i vetri,
poi entra nel camper e li finisce. Uno dei ragazzi, dalla corporatura esile e
con i capelli lunghi, probabilmente è stato scambiato dal mostro per una donna.
L'assassino sembra avere acquisito una incredibile sicurezza: a poche decine di
metri dal luogo del delitto quella notte si stava svolgendo una festa all'aperto
in una villa, con moltissimi invitati.
Ma il 9 settembre Francesco Vinci si
trova in carcere: non può essere stato lui a sparare. Il suo avvocato presenta
un'istanza di scarcerazione, che viene respinta. Gli inquirenti pensano a un
complice che ha agito su mandato del Vinci per scagionarlo. Una settimana dopo
il delitto viene arrestato per detenzione di armi Antonio, suo nipote. Il
processo è celebrato per direttissima, Antonio viene scagionato dall'accusa di
essere il complice dello zio.
Alla fine del gennaio 1984 si assiste a un
nuovo, clamoroso colpo di scena.
Lo stesso giorno in cui viene scarcerato
Francesco Vinci, il nuovo giudice istruttore Mario Rotella fa arrestare Giovanni
Mele e Piero Mucciarini, il fratello e il cognato di Stefano. Il giudice Rotella
li riteneva implicati nel delitto del 1968. Dai verbali degli interrogatori
risultava che Natalino, il figlio di Stefano, la notte del delitto aveva visto
uno zio, di cui non ricordava il nome, e lo aveva descritto: era piccolo, aveva
una figlia di nome Daniela e lavorava di notte. Disse di averlo visto sparare.
La descrizione corrispondeva a quella di Piero Mucciarini, che faceva il fornaio
e quella notte aveva chiesto di essere libero. Negli interrogatori successivi
Natalino disse di avere visto anche uno zio paterno; ne aveva uno solo, e si
trattava di Giovanni Mele.
Il Giudice Rotella a quel punto decide
di rinterrogarli tutti. Il primo ad essere ascoltato è Natalino Mele. Natalino
riferisce che sua zia, Maria Mele, la sorella più grande del padre, lo aveva
consigliato di dire che la notte del delitto dormiva e che quindi non era in
grado di riferire nulla. Interrogata a sua volta, Maria appare reticente. I
telefoni dei Mele vengono messi sotto controllo e si scopre che tutti, Maria,
Teresa, Antonietta e Giovanni, erano preoccupati per i quei nuovi
interrogatori.
Non vogliono la revisione del
processo.
Paradossalmente preferiscono che un loro fratello rimanga con
il marchio di essere un assassino piuttosto che si vada a rinvangare su quella
vecchia storia nella quale il giudice Rotella vorrebbe
coinvolgerli.
Durante una visita a Stefano il fratello Giovanni si fa
sorprendere a passargli un bigliettino nel quale gli suggerisce che cosa dire ai
giudici circa la presenza di Mucciarini nei fatti del '68. Dopo gli
interrogatori e le intercettazioni telefoniche il giudice Rotella ritiene di
avere raccolto elementi sufficienti per sostenere che l'omicidio del 68 fu un
delitto di clan.
Proprio in quei giorni Stefano Mele, adeguandosi
alla volontà del clan Mele, torna ad ammettere la sua responsabilità per
l'omicidio dei due amanti, Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, accusando sempre
di correità Francesco Vinci.

L'OMICIDIO DI
PIA RONTINI e CLAUDIO STEFANACCI
Sono le
21:40 di domenica 29 luglio 1984, è una notte di novilunio, in località "La
Boschetta" sulla provincia Sagginalese tra Dicomano e Vicchio, Pia Rontini,
commessa di diciotto anni e Claudio Stefanacci, studente universitario
ventunenne, a bordo di una Fiat Panda celeste, sono intenti nei preliminari
amorosi.
Questa volta l'assassino arriva puntuale all'appuntamento, spara
subito su i due, proprio mentre stanno per congiungersi,
Non c'è nessuna
reazione, Claudio viene ucciso con 4 colpi d'arma da fuoco e 10 pugnalate, Pia
viene raggiunta da due colpi di pistola e due pugnalate alla testa. L'assassino
scende un altro gradino della scala dell'orrore: alla ragazza, trascinata fuori
dalla macchina, oltre al pube amputa anche il seno sinistro.
In
quel momento in prigione ci sono Giovanni Mele e Piero Mucciarini; l'opinione
pubblica rimane sorpresa dalla decisione del giudice Rotella di non scarcerarli
dopo quel delitto. Usciranno dal carcere solo alcuni mesi dopo.
Nel 1984
gli inquirenti e il giudice Rotella pensavano che la Beretta non potesse essere
uscita dalla cerchia delle persone coinvolte nell'uccisione di Barbara Locci e
Antonio Lo Bianco.
Quindi in quel momento l'attenzione degli investigatori si
concentrò su Salvatore Vinci, l'ultimo non ancora inquisito del gruppo del
'68.
Questo non impedì che all'inizio del settembre 1985 avvenisse un
nuovo duplice omicidio del "mostro di Firenze", l'ultimo.
L'OMICIDIO DI
NADINE MAURIOT e JEAN MICHEL KRAVEICHVILJ
E' la notte di domenica 8 settembre del 1985, la luna è all'ultimo quarto, sono quasi le 24 nella piazzola degli Scopeti, sulla via degli Scopeti a San Casciano Val di Pesa, Jean Michel Kraveichvilj, musicista di 25 anni, e Nadine Mauriot, commerciante di 36, stanno dormendo all'interno di una tenda. Sono due turisti francesi e si sono fermati lì piazzando la tenda vicino alla loro automobile, una Golf bianca. L'assassino taglia la tenda dalla parte opposta all'entrata, e comincia a sparare. Jean Michel scappa, e viene finito a coltellate. Il suo corpo è stato ritrovato a più di dieci metri dalla tenda, coperto da rami e barattoli. Sulla donna l'assassino pratica le escissioni, poi rimette il cadavere nella tenda.
La
particolarità di questo omicidio è che l'assassino nasconde i corpi delle
vittime: getta Jean Michel in un dirupo e lo copre con rami e vecchi barattoli
di vernice, chiude Nadine dentro alla tenda dopo averle praticato le escissioni.
Perché si comporta così, perdendo più tempo e rischiando di farsi vedere da
qualcuno? Probabilmente questo delitto - l'ultimo - era stato concepito nella
sua mente come un'orrenda beffa agli inquirenti.
Dopo aver commesso i
delitti, l'assassino sale in macchina, percorre sessanta chilometri in piena
notte, arriva a San Piero a Sieve e imbuca una lettera in una cassetta della
posta. Sulla busta, composto con letterine ritagliate dal settimanale "Gente" e
poi incollate, c'è il nome del destinatario: "dott. Della Monica Silvia, Procura
della repubblica di Firenze". Dentro alla busta bianca si trova un piccolo lembo
del seno di Nadine.
Se tutto fosse andato secondo i piani dell'assassino, gli
inquirenti avrebbero avuto in mano la prova tangibile che da qualche parte
intorno a Firenze, nascosto in un bosco, si trovava un cadavere. Ma dove?
Avrebbero dunque dovuto cercare la vittima - o le vittime - prima
dell'assassino.
Ma le cose vanno diversamente: mentre la lettera è ancora in
viaggio, un uomo scopre il cadavere di Jean Michel. Nel frattempo, tra l'altro,
non è più la dottoressa Della Monica ad occuparsi del caso. Le indagini sono ora
coordinate da Pier Luigi Vigna e da Paolo Canessa.
La busta è stata chiusa
con la colla - e non con la saliva -; anche il francobollo è stato incollato: in
entrambi i casi, non si trattava della stessa colla utilizzata per attaccare le
lettere che componevano l'indirizzo del destinatario.
La psicosi sale
alle stelle, il ministro degli Interni fissa una taglia di mezzo miliardo sul
"mostro di Firenze", la più alta in Italia, viene inoltre attivato un numero
verde per tutte le segnalazioni, con la garanzia dell'anonimato. Il procuratore
Pier Luigi Vigna si convince che la pista sarda è sbagliata, e deve essere
abbandonata.
Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella proscioglie tutti gli
imputati ritenuti coinvolti nell'omicidio del 1968, e in quelli successivi:
tutti gli indizi raccolti non hanno portato a prove concrete.
SALVATORE VINCI
Per il
giudice Rotella la strada da percorrere per scoprire l'identità del mostro
doveva comunque passare per l'omicidio del 1968. Nell'istruttoria di quel
delitto, una pagina era stata tralasciata, quella che Rotella titola: "Salvatore
Vinci". In quella pagina Stefano Mele, ritrattando le accuse contro Francesco
Vinci, aveva detto: "Anche Salvatore era un poco di buono. In Sardegna la moglie
gli morì con il gas, ma anche lì il bambino fu salvato. Lui aveva la macchina a
quattro ruote".
Il particolare della macchina non è da poco. Non si era mai
capito infatti come Stefano e gli altri potessero essere arrivati da Signa sul
luogo del delitto e poi ripartire, perché nessuno aveva un'auto. Salvatore Vinci
era l'unico ad averne una. Rotella suppone che Stefano abbia indirizzato le
accuse contro Francesco Vinci per allontanare i sospetti da Salvatore che pure
in un primo momento aveva accusato.
Si torna a rivedere il ruolo di
Salvatore Vinci nel delitto del '68.
Fu Salvatore
a cominciare a dirigere i sospetti sul fratello Francesco.
Sta di fatto che
Stefano Mele proprio dopo le insinuazioni che Salvatore aveva suggerito agli
inquirenti, ritrattò le accuse contro Salvatore e piangendo gli chiese perdono.
Da quel momento anche lui cominciò ad accusare Francesco. Perché Salvatore aveva
tanto ascendente su Stefano?
Correva
voce, e la stessa Barbara se ne vantava, che Natalino non era figlio di Stefano,
ma di Salvatore. Ma questo da solo non era un motivo sufficiente. Mele cercava
di nascondere il vero motivo: "Se questo esisteva - scrisse il giudice Rotella -
doveva essere assai più forte dell'odio, della paura e del sacrificio degli
affetti familiari mostrati da Stefano".
Il motivo delle bugie di Stefano Mele
fu scoperto quando si fece luce sulla sconvolgente personalità di Salvatore
Vinci: era la vergogna.
Con difficoltà, ma solo nel 1985, Stefano Mele
confessa a Rotella di avere avuto insieme a sua moglie Barbara rapporti etero,
ma anche omosessuali con Salvatore Vinci. Non solo: aggiunse di essere stato con
lui, con la moglie e con il figlio Natalino alle Cascine dove Salvatore faceva
congiungere sua moglie con altri uomini.
Solo quando nel 1985 Stefano Mele ha il coraggio di confessare al giudice la verità dei rapporti sessuali suoi e della moglie e si libera di quel peso, ritorna 17 anni dopo a ripetere quella che, come uno sfogo, fu la prima versione dei fatti data la notte stessa del delitto: "Con me c'era Salvatore Vinci".
Rotella va a
rivedere l'alibi di Salvatore Vinci per la notte del delitto del
68.
Salvatore aveva detto di avere passato il tempo a giocare a
biliardo con due amici, un certo Nicola Antenucci e Silvano Vargiu, suo servo
pastore, nonché suo amante. Antenucci già allora aveva detto di essersi
sbagliato di giorno e fu scartato come teste. Restava Silvano Vargiu, il quale
alla fine ammise che aveva detto solo quello che Salvatore gli aveva chiesto di
dire.
Ma c'è di più: quando Stefano Mele, due giorni dopo il delitto del '68,
fu condotto sui luoghi per la ricostruzione dei fatti, arrivato davanti alla
casa alla cui porta Natalino aveva suonato, apparentemente si sbagliò e indicò
la casa accanto. Allora gli investigatori pensarono a un'imprecisione di
Stefano. Invece la casa indicata era proprio quella di Silvano Vargiu,
dell'uomo, insomma, che aveva fornito il falso alibi a Salvatore Vinci. Era
Vargiu l'ombra, lo sconosciuto, di cui aveva parlato Natalino?
E un altro
indizio cominciò a pesare su Salvatore: poco prima che lasciasse il suo paese di
Villacidro in Sardegna, qualcuno aveva rubato a un suo anziano parente una
Beretta calibro 22 comprata in Olanda.
L'ipotesi di Rotella era che tra i
Mele e Salvatore Vinci, che doveva loro molti soldi, fosse nato un accordo:
Salvatore li avrebbe liberati definitivamente di Barbara e loro avrebbero
azzerato il suo debito. Salvatore avrebbe preteso la presenza di Stefano per
farlo poi passare come unico colpevole. I Mele avrebbero mandato due loro
rappresentanti, Giovanni e Piero Mucciarini, a controllare che Salvatore non
rubasse il mezzo milione che pochi giorni prima Barbara aveva preso e che
speravano di recuperare quella notte stessa nella Giuletta di Antonio Lo
Bianco.
Nel giugno del 1985 Stefano Mele dichiara a Rotella che era stato Salvatore Vinci a prospettare l'idea di uccidere Barbara. La donna, nauseata dai loro rapporti omosessuali, non si concedeva più ai due uomini. Salvatore non la sentiva più sua. Mele racconta che Salvatore aveva organizzato tutto; aveva anche deciso che Stefano doveva prendere l'arma per ultimo, in modo da fargli restare i residui della polvere da sparo. Dice che quella notte per primo ha sparato Salvatore, poi Giovanni Mele e alla fine lui, Stefano, che però aveva mirato in alto per non colpire il bambino. La pistola, dice Stefano, apparteneva a Salvatore Vinci.
Salvatore
Vinci viene arrestato per la vicenda della prima moglie, Barbarina Steri, morta
asfissiata con il gas nel 1961 in Sardegna. Rotella era convinto che la giovane
donna non si fosse suicidata, ma che fosse stata assassinata dal
marito.
Nell'aprile del 1988, tre anni dopo, il processo per la morte di
Barbarina si apre nell'aula della corte di assise di Cagliari, competente per
territorio.
E' a tutti evidente che il fine reale dell'accusa non era tanto
quello di far condannare Salvatore Vinci per la morte della moglie avvenuta 28
anni prima, quanto quello di dimostrare, attraverso una condanna, che l'uomo era
in grado di uccidere e che, quindi, poteva essere teoricamente anche il "mostro
di Firenze". Fu chiamato a testimoniare anche il figlio Antonio, ormai adulto,
che rifiutò di rispondere. Per tutta la durata dell'udienza figlio e padre si
fissarono con odio, ma nessuno dei due disse niente. Tanto odio era
probabilmente causato dal fatto che Salvatore non considerava Antonio suo
figlio, ma lo credeva il frutto del rapporto tra Barbarina e il suo
amante.
Il ritratto
di Vinci era impressionante, ma era il ritratto del "mostro di Firenze"?
La
ricostruzione del presunto omicidio della moglie Barbarina, a quasi 30 anni di
distanza, risultò molto problematica. Vinci fu rilasciato. Da Cagliari andò per
qualche giorno a Villacidro. Poi fece perdere le proprie tracce. Secondo alcuni
parenti era andato prima in Venezuela, poi in Spagna, precisamente in Andalusia.
Nel 1995 ritornò per qualche mese a Villacidro, accompagnato da una donna
spagnola. Poi se ne persero le tracce. Qualche tempo dopo giunse la voce -
diffusa dai familiari - che lì era morto, ma la notizia non poté mai trovare una
conferma.
Durante la trasmissione ha telefonato Davide Cannella, un investigatore privato di Lucca. Secondo informazioni da lui raccolte - "ancora tutte da verificare" - Salvatore Vinci potrebbe essere vivo e vegeto: lo scorso anno l'uomo avrebbe telefonato diverse volte a Villacidro, in Sardegna.
LA BERETTA CALIBRO 22
L'enigma
della pistola rimane irrisolto. Il 24 agosto del 1968 Stefano Mele aveva
confessato di aver gettato l'arma del delitto in un fosso. Ma la pistola,
nonostante le minuziose ricerche, non era mai stata trovata. Mele dunque aveva
ritrattato, dicendo di aver riconsegnato la Beretta al suo legittimo
proprietario, Salvatore Vinci, che - interrogato - aveva detto di non saperne
niente. Della Beretta si erano perse le tracce fino a quando nel 1974 era
tornata a sparare. Tutte le perizie avevano stabilito che le pallottole usate
dall'assassino - perlomeno le prime cinquanta - provenivano tutte dalla stessa
scatola. E' questo particolare a rendere improbabile che durante la notte del 21
agosto tra le campagne di Catelletti a Signa sia avvenuto il passaggio dell'arma
e dei proiettili. Secondo i Carabinieri era impossibile che l'assassino si fosse
portato dietro una scatola con cinquanta colpi: troppi. Ma allora chi aveva
preso la pistola? Era possibile credere che un estraneo alla cerchia delle
persone coinvolte nel primo omicidio avesse trovato "per caso" la pistola e la
scatola di munizioni, e avesse deciso - sei anni dopo - di commettere delitti
simili al primo, con l'aggiunta di agghiaccianti rituali? Forse la pistola era
stata rubata? Fu accertato che in Toscana erano state legalmente vendute
quattordicimila pistole simili a quella. La ricerca era stata resa ancora più
difficile dall'alluvione del 1966, che aveva distrutto molti registri delle
armerie e dei commissariati.
Quando nel 1982 era stato arrestato
Francesco Vinci, l'indagine si era allargata in Sardegna, per cercare tracce
della pistola. Venne accertato che a Villacidro - paese di origine del Vinci -,
prima del 1968 erano state vendute 11 Berette calibro 22. Dieci proprietari
risposero all'appello, ne mancava uno. Si trattava di Franco Aresti, lontano
parente di Francesco Vinci, morto nel 1963 dopo essere stato in Olanda per
qualche tempo. Ma tra le sue cose la pistola non fu trovata, né a Villacidro né
in Olanda.
Esiste un documento ufficiale, ignorato fino ad oggi dagli stessi
inquirenti, che potrebbe rappresentare un'importante traccia per risalire a chi
prese la pistola. Nel documento - rimasto dimenticato per anni in un archivio -
c'è scritto il nome di chi potrebbe aver rubato l'arma. Si tratta di una
denuncia presentata da Salvatore Vinci. L'uomo nel 1974 abitava a Firenze, in
via Cironi. Nel mese di aprile qualcuno forzò la porta ed entrò a casa sua.
Salvatore presentò denuncia ed aggiunse che non sapeva o non poteva dire se gli
era stato preso qualcosa - ed eventualmente che cosa gli era stato preso. Ma
nella denuncia Salvatore fa nome e cognome di quella persona che si è introdotta
in casa. Ed è sorprendente che questa persona lui la conosceva
benissimo.
Questo ragazzo - che ha successivamente confermato
l'episodio durante un'intervista rilasciata ad un giornalista - lascia Firenze
nel 1985. Quando nel 1980 torna in città Salvatore Vinci - che lo viene a sapere
- si comporta in modo strano: chiede di essere volontariamente ricoverato nel
reparto psichiatrico di Santa Maria Nuova. Ha forse paura?
Nel 1989 su
richiesta del ministero degli Interni l'Fbi ha redatto un profilo psicologico
dell'autore dei delitti. Ci sarebbero alcuni punti in comune tra l'identikit
tracciato dagli esperti e il giovane che si era introdotto a casa del Vinci: il
"mostro" è una persona sola che agisce senza aiuto di nessuno, è un attento
pianificatore, vive in un quartiere della bassa borghesia, vive da solo - o in
compagnia della madre, di una sorella o di una zia -, svolge un lavoro manuale,
non è sposato perché non è in grado di riuscire a mantenere un rapporto stabile
con una donna. Il motivo che lo spinge a commettere i fatti si troverebbe nel
fatto che si sente frustrato perché inadeguato sessualmente. Non conosce le sue
vittime, ma conosce bene i luoghi del delitto; non è mai stato arrestato per
reati contro persone. La sua "firma" si troverebbe in un gesto che fa in ogni
delitto, forse senza rendersene conto, un gesto altrimenti inspiegabile: separa
la donna dall'uomo, come se volesse impedire una congiunzione carnale. Gli
esperti dell'Fbi ipotizzano che dietro a questo gesto ci sia l'idea di
riprendersi con la forza una donna che con la forza gli era stata
strappata.
Il ragazzo denunciato da Vinci ha perso la madre in modo
drammatico.
Probabilmente si tratta solo di coincidenze, sulle quali però,
alla luce del documento finora dimenticato, potrebbe essere interessante
indagare
I COMPAGNI DI MERENDE
Il 31 maggio
1999 la Corte d'Assise d'Appello ha condannato all'ergastolo Mario Vanni e a 26
anni di reclusione Giancarlo Lotti. Pietro Pacciani non era tra i condannati
perché era morto il 22 febbraio 1998 nella sua casa di Mercatale, prima della
fine del processo bis. Ai cosiddetti "compagni di merende" furono attribuiti 4
dei 7 duplici delitti, quelli avvenuti dal 1982 al 1985. La condanna è stata poi
resa definitiva il 26 settembre 2000 dalla Cassazione di
Roma.
Durante il processo ai "compagni di merende" Giancarlo Lotti -
recentemente scomparso -, dopo aver a lungo negato, aveva raccontato di aver
partecipato ai delitti. Delitti compiuti per denaro: un misterioso mandante
avrebbe "ordinato" i feticci in cambio di soldi. Durante la maxiperquisizione a
casa di Pietro Pacciani venne trovato - tra l'altro - nascosto in una nicchia
scavata in un muro, un rotolo di buoni postali per il valore di novantacinque
milioni di lire.
Dal carcere di Sollicciano, dove era recluso, Pietro
Pacciani aveva scritto una lettera a Vanni. Lui dopo averla letta aveva chiesto
all'amico Lorenzo Nesi di essere accompagnato d'urgenza a casa di Pacciani
perché doveva parlare con sua moglie. Arrivati davanti alla casa, Vanni non
aveva voluto che Nesi entrasse. A proposito del contenuto della lettera - che
venne poi distrutta - Nesi riferì ciò che gli aveva detto Vanni: trattava di
"cose grosse, fatti di sangue...".
Lorenzo Nesi compare anche come
testimone del delitto dei due giovani francesi, l'ultimo, avvenuto la notte
della domenica 8 settembre 1985. Nesi quella notte vide passare ad un incrocio
poco distante dal luogo del delitto Pacciani a bordo della sua auto. A
mezzanotte, lungo la superstrada per Firenze un'altra persona lo aveva
riconosciuto mentre guidava in stato di trance, sudato, con la luce
dell'abitacolo accesa. Da quella superstrada si può raggiungere agevolmente San
Piero a Sieve, il luogo dove è stata imbucata la lettera indirizzata al
sostituto procuratore che allora si occupava delle indagini sul "mostro", Silvia
della Monica. La busta conteneva un lembo del seno di Nadine
Mauriot.
Pietro Pacciani, che si è sempre dichiarato innocente, si
era difeso raccontando che quella sera si era recato con le sue figlie a cenare
alla festa dell'Unità che si teneva a Cerbaia. Quando, alle nove meno un quarto,
aveva deciso di andar via, la sua auto non era partita. Così aveva chiesto aiuto
a Marcello Fantoni, un meccanico di Mercatale che però aveva smentito questa
dichiarazione. Ripartita l'auto, Pacciani sarebbe ritornato a casa e si sarebbe
messo a dormire.
Il risultato dell'autopsia sui cadaveri dei due
giovani francesi, rinvenuti il lunedì 9 settembre nella piazzola degli Scopeti,
aveva collocato la loro morte durante la notte della
domenica.
Ma a dar
credito a una diversa possibilità, ossia che il delitto fosse stato commesso la
notte del sabato 7 settembre, c'era stata la testimonianza di una giovane donna
che alle cinque del pomeriggio della domenica 8 settembre si era recata sul
piazzale degli Scopeti con il fidanzato. Dovevano festeggiare il suo compleanno,
ed avevano portato una torta. Arrivati sul posto avevano visto la tenda e la
macchina dei francesi, ma di loro due, già notati in una festa di paese qualche
giorno prima, nessuna traccia. Intorno alla tenda la ragazza vide molto
disordine. Ben presto, dopo soli venti minuti, i ragazzi avevano deciso di
andar via, a causa del gran puzzo, come di un animale morto, e della gran
quantità di mosche.
"Diversi agenti di polizia e carabinieri - racconta
il giornalista Mario Spezi, che aveva seguito la vicenda - dicevano di aver
notato sui cadaveri, specialmente in quello della donna, larve di mosca
decisamente grosse. Secondo la loro esperienza, giudicarono che avrebbero dovuto
essere lì da più tempo di quanto si diceva". Il procuratore Piero Tony, letto
l'articolo di Spezi pubblicato sulla "Nazione", fece fare dei rapidi
accertamenti al museo naturale di Firenze: "Mi diedero notizie generiche che mi
rassicurarono".
Oggi è
diventato routine per i medici legali identificare la specie, il tipo e il grado
di sviluppo delle larve presenti sui corpi per determinare il momento della
morte. "Chi l'ha visto?" ha sottoposto i risultati dell'autopsia
realizzata nel 1985 sui cadaveri dei giovani francesi dal professor Maurri - e
la relativa documentazione fotografica - al professor Francesco Introna,
dell'istituto di medicina legale di Bari, che ha condotto proprio su questo tema
studi all'avanguardia.
Secondo il professore, le larve presenti sui
corpi dei francesi "avevano già passato la prima fase di sviluppo, erano alla
seconda. Pertanto - sostiene il professore - non potevano essere state deposte
sulla salma da meno di trentasei ore. Di conseguenza l'ipotesi che l'omicidio
possa essere stato commesso la notte dell'8 settembre e che la deposizione sia
avvenuta all'alba del 9 e le foto scattate a dodici ore di distanza - erano le
cinque di pomeriggio -, non trova nessun supporto dal dato entomologico. Il che
fa slittare l'ora della morte al giorno precedente, come minimo il giorno 8 o la
notte tra il 7 e l'8". Ricordiamo che per la notte tra il 7 e l'8
settembre Pacciani non aveva nessun alibi confermato. Durante l'interrogatorio a
cui era stato sottoposto il 19 settembre 1985, aveva dichiarato di aver
trascorso tutta la giornata del sabato 7 nella casa di Piazza del Popolo, quella
intestata alle figlie, per dei lavori, e che poi, alle 19, era tornato presso la
sua abitazione, dalla quale non sarebbe più uscito.
La procura di Firenze, però, non ha dubbi sulla data della morte dei francesi, e contesta l'ipotesi avanzata dal professor Introna. Nel corso dei processi a Pacciani e ai suoi complici, replica la Procura, i periti medico-legali avevano chiarito che "i fenomeni cadaverici" avevano avuto nella donna "una evoluzione sicuramente più rapida" perché il corpo era rimasto chiuso in una tenda battuta dal sole, in un ambiente non ventilato e surriscaldato. Ma, al di là delle valutazioni medico-legali, la data del delitto sarebbe confermata soprattutto da una serie di testimonianze, rese da "numerose persone, che peraltro non si conoscevano l'un l'altra", e che avevano visto la coppia nella zona la mattina dell'8 settembre.
LA MORTE DI PIETRO PACCIANI
Per l'avv.Pietro Fioravanti, suo difensore, Pacciani fu assassinato. Secondo l'anatomo patologo Giovanni Marello, Pacciani è morto per uno scompenso cardiaco legato alle sue condizioni di salute. "Aveva il diabete, a livello piuttosto avanzato. Poi aveva l'arteriosclerosi e quindi la pressione alta. Aveva avuto due infarti e, di recente, un edema polmonare", ha ricordato il criminologo Francesco Bruno. Sabato 21 febbraio 1998, il suo ultimo giorno di vita, Pacciani era solo quando, alle 17,30, ha ricevuto la visita dell'avv. Fioravanti, che si è trattenuto per circa un'ora. Verso le 21 dello stesso giorno, il pittore Celso Barbari ha detto di aver parlato al telefono con Pacciani, che aveva fretta di concludere la conversazione perchè aveva un erborista a casa. Barbari ha detto di avere anche sentito l'ospite chiedere chi fosse al telefono a Pacciani e questi rispondergli. La mattina del giorno dopo il vicino di casa si è accorto che qualcosa non andava ed ha avvertito i Carabinieri. Erano aperte due delle tre porte di casa che Pacciani era molto attento a chiudere regolarmente, anche perchè diceva a tutti di avere paura.
Nel 2001 il Pubblico Ministero dr. Canessa ha ordinato l'esame tossicologico del materiale biologico prelevato dalla salma di Pacciani, chiedendo se erano presenti sostanze che potevano avere causato la morte per avvelenamento e se erano rinvenibili principi attivi di farmaci che potevano essere stati concausa della morte. Nel primo caso la risposta è stata negativa, ma sono state trovate tracce di un antiasmatico, l'Eolus, che poteva aver favorito l'infarto. "Nessun medico cosciente della situazione clinica generale del Pacciani gli avrebbe prescritto l'Eolus", ha commentato Francesco Bruno. Non si è potuto risalire a chi avrebbe fatto la prescrizione, e alla farmacia di Mercatale Val di Pesa escludono di averlo venduto a Pacciani. L'assunzione sarebbe avvenuta pochi minuti prima della morte, vista la presenza della molecola nei succhi gastrici. Due bombolette spray di Eolus sono state trovate nel frigo di Pacciani, ma sembra che negli ultimi mesi di vita non abbia mai fatto uso di questo farmaco, nè che lo avrebbe avuto in casa.
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