Non è facile fare un elenco di quelli che io ritengo i migliori libri che io abbia mai letto..

al momento però me ne viene in mente uno in particolare, e spero che nessuno se la voglia prendere con me se mi sono permessa di copiare in questo sito uno dei racconti più toccanti che abbia mai letto.

Ma prima di iniziare scusatemi se mi dilungo in una breve precisazione.

Come voi tutti ben sapete ci sono fin troppi posti nel mondo dove la vita di ogni uomo viene travolta da quella barbaria che si chiama guerra, a volte per cause di interessi a volte per questioni di odio raziale comunque voi vogliate metterla, non vi è motivo valido che ci dia anche una minima ragione, di decidere sulla vita e la morte di centinaia di migliaia di civili, o per dirla con più umanità, di vite umane.
nonostante questo ci sono uomini e donne, che mettono a repentaglio la loro vita, per aiutare gli innocenti che loro malgrado si trovano a fare le spese della follia dei potenti.
Alcuni di questi uomini sono quelli che lavorano per
Emergency.
E si tratta appunto del libro di Gino strada "Pappagalli Verdi", che vi voglio parlare.
Forse non sono la persona più adatta per parlare di un tema così importante, ma vi assicuro e vi prego fidatevi di me, nessuno che abbia un cuore non può non rimanere colpito dall'intensità delle parole di questo libro.
Ho pensato tanto alla mia vita mentre leggevo quel libro e alle volte che ho creduto che il mio piccolo mondo mi si stesse sgretolando sotto i piedi, e mi veniva da ridere. non posso nemmeno permettermi di paragonare la mia vita normale e agiata con quella di tutte quelle più o meno giovani vite spezzate che si trovano a combattere con il mostro spietato della guerra.
E mentre scrivo queste inutili righe mi chiedo se hanno un'anima tutte quelle brave persone che vivono guadagnando soldi, dalle loro efficentissime mine antiuomo.....

ecco a voi un brano di uno dei libri più belli che abbia mai letto:

"Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell'ospedale di Quetta.

Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall'esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l'emorragia.

"E' stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi" disse Mubarak, l'infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna.

Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.

In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c'era piu, sostituita da un'orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.

Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.

Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All'uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall'esplosione.

"Guarda, questo é un pezzo di mina giocattolo, l'hanno raccolto sul luogo dell'esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi..." e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, e l'estremità dell'ala. "...Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l'autista dell'ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l'anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco."

Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire...

Tre anni dopo ero in Perù. Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso. Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra.

Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate.

Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci. "Per i contadini di qui - mi disse Nestor spiegandomi il retablo - i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi. Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via."

Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica. Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan.

Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre.

E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa.

La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte cosi per una ragione puramente tecnica - affermano i militari - non è corretto chiamarle mine giocattolo.

Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in piu di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.

La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po' di tempo - funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.

Poi esploderà. E qualcun altro fara la fine di Khalil.

Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.

Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall'intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.

I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di quadri e sculture, e di figurine in gesso da colorare. Discorrevamo di guerra e violenza, di repressione e libertà, di diritti umani. Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?

Mentre mi parlava delle tragedie della sua terra, del massacro dei contadini di Huanta che chiedevano solo che i loro figli potessero andare a scuola, avvertivo nelle sue parole, mescolate a un atavico pessimismo, la rabbia soffocata, il desiderio di ribellione.

Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afghanistan. E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c'e piu la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia.

Cosi abbiamo immaginato - sapendo che era tutto maledettamente vero - un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un'officina che ne producono a migliaia, ogni giorno.

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l'abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, che non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti...

Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato.

E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. A1 confronto anche i loros, verdi pappagalli che infestano le Ande, sembrano meno feroci, verrebbe da dire più umani.

Non ho più saputo nulla di Mubarak, da sette anni. Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l'ultimo si chiama Thassim.

Non è afgano, è un ragazzo curdo di quindici anni, è cieco e senza mani. L'ho operato due settimane fa, uno strano intervento chirurgico che trasforma gli avambracci e li rende simili alle chele di un granchio, o a bastoncini cinesi, perché possa afferrare oggetti, mangiare da solo, fumarsi una sigaretta. Gli stiamo insegnando ad adattarsi alla nuova forma del suo corpo, a usare al meglio quel che è rimasto.

Thassim ha raccolto la sua mina, il suo maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna circondato da boschi di querce, rese ancora piu maestose dalla prima neve di novembre.

Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa. E' stanco, e un poco frustrato, per oggi non vuole piu saperne di fare esercizi."

 

.....Due facce della stessa moneta:
E' un uomo quello che racconta questa storia e che cerca di arginare le ferite fisiche e morali di questa gente;
è un uomo quello che si trova li suo malgrado con una mano di meno e che ha molta più dignità del terzo uomo protagonista di questa storia triste,  che ha costruito la mina antiuomo e che ora torna a casa e soddisfatto si guarda intorno e ammira il frutto del suo duro lavoro....
RIFLETTETE GIOVANI MENTI... RIFLETTETE....

 

 

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