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La transizionalità nel rapporto terapeutico

Prof. Antonio Maria Favero

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9° incontro.


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Noi eravamo arrivati a questo punto della storia. Marlene va in terapia da questa analista, che dovrebbe sanare questo quadro, diventando un oggetto più ammirante della madre, ma non troppo come il marito, perché era debole, ferito e forse un po' troppo invasivo. Un'ultima cosa, l'agorafobia era un tipo d'angoscia in cui l'attacco di panico aveva questa fantasmatica: “io svengo, perdo i sensi, quindi perdo il controllo di me e perdo materia fecale”. In sostanza quando gli oggetti- sé non creano una rete assolutamente compatta di identificazione anche l'idea della pelle, la divisione sé- non sè viene meno. Questo lo vediamo nell'accesso psicotico e nei fenomeni di spersonalizzazione. Ruggiero appunto consigliava di dare sempre delle indicazioni, di sottolineare la pelle, chiamandosi allo specchio o per nome.
R: L'atteggiamento della madre di rifiuto delle feci è solo l'epifenomeno di un generale rifiuto materno nei suoi confronti. La ragazza è molto pulita. Ha concentrato la sua paura nell'odore delle feci in qualche cosa che interveniva saltuariamente. Il rifiuto della madre per la figlia è divenuto manifesto nel momento in cui la bambina ha avuto l'enterite. La madre si sforzava di essere una , buona madre, ma quando la figlia vomitava o aveva la diarrea, emergeva il suo disgusto. Però la paziente si è sentita rifiutata dalla madre. Ma quel che avviene dopo, non può essere determinato da un solo episodio, come spesso si credeva nella psicanalisi classica. Si passa sempre di più dall'idea di una terapia che deve scoprire qualcosa a una terapia che funziona in quanto clima terapeutico prolungato. Ciò che conta è l'atmosfera generale in cui il bambino cresce. Quindi ora abbiamo la prova che la paziente non è stata veramente accolta dalla madre. Vi ridico la distinzione tra claustrofobia e agorafobia. Un'altissima percentuale di persone ha questi sintomi. Vi capitera.nno anche prima che iniziate la professione che amici e amiche vi chiederanno consigli perché studiate psicologia, per esempio “Ho l'attacco di panico. Cosa devo fare?” Quindi sono discorsi che dovete maneggiare bene, perché sono più diffusi di quanto si creda.
Si può dire che l'agorafobia sia la sensazione che gli altri siano troppo lontani, quindi oggetti- sè mancanti Per esempio, uno sta su un vaporetto a Venezia, e ci comunica che prova la paura di un imminente perdita di quel controllo psicologico che in questa paziente determina il panico E' una contrazione intestinale per la quale potrebbe perdere le feci. Però non sappiamo se la paziente sa che in quel momento sta affrontando il mondo. Si sente tra gente estranea ed abbandonata dall'oggetto da cui si sente protetta. E' ciaustrofobia se è dovuto al fatto che la folla le sta troppo addosso. Tanti attacchi di panico vengono dove non si può scendere. Di solito questi pazienti hanno tutte e due le sindromi. Se si è estremamente deboli, cioè vuoti di oggetto e si teme che gli altri ci ignorino, ci siano ostili ed estranei, siamo di fronte ad un sintomo agorafobico. Se invece si pensa che gli altri ci vogliano troppo bene ci siano troppo vicini, si aspettino molto da noi, si tratta di claustrofobia, perché ci può essere anche l'angoscia di un oggetto troppo grosso, cioè non ci sentiamo liberi, ci sentiamo appiccicati, e un sentirsi soffocati. In ognuna di queste situazioni possiamo aiutare il paziente a mettere in atto delle tecniche estemporanee per salvarsi dal pericolo imminente. Se in una data situazione una persona si sente claustrofobica, possiamo per esempio consigliarle di sviluppare un atteggiamento più distaccato, di non dare corda agli altri, di non permettere agli altri di attaccare discorso. Se invece il paziente vive un'emozione prevalentemente agorafobica potremo vedere se può, per esempio, attaccare discorso con qualcuno, rivolgere la parola a qualcuno, in modo da sentire che la trattano bene e che non è completamente abbandonata. Questo è il cosiddetto parametro di Eissler che è una grossa trasgressione alla regola analitica. L'analista deve astenersi dal dare consigli, deve solo interpretare. D'altra parte è anche vero che per conquistarsi la fiducia del paziente, per favorire il clima empatico, bisogna rompere queste regole. Eissler, nel '53- '54, presidente della Società Psicanalitica di Chicago e anche grosso autore, teorizzò una serie di indicazioni, che chiamò parametri, ora noti come “parametri di Eissler”. Consistevano in questo:
1. si può trasgredire alla regola,
2. si può dare consigli,
3. si può tirare su il paziente dal Iettino e parlare a vìs-a-vis, se questo serve alla prosecuzione della terapia

L'importante però è che tutti questi elementi parametrali vengano poi interpretati e capiti. Quindi quella volta le ho dato quel consiglio perché per me era importante aver la sua fiducia, dopo di che il parametro viene fatto rientrare. Ruggiero dice: per poter entrare in questa logica, che permetterà l'internalizzazione trasmutante, è necessario anche dare consigli. Ad esempio che quando il paziente ha l'attacco di panico provi ad attaccare discorso col vicino, e passa, la cosa funziona. Capirete quindi che il potere del terapeuta aumenta notevolmente, si può ammirare. L'importante è non usare la suggestione fino alla fine della terapia.
"Ricordo un paziente- dice Ruggiero- che si sentiva costretto ad abbandonare la macchina e correre al bagno, in un bar, per una scarica diarroica. Sono delle situazioni che richiedono delle misure di pronto soccorso. L'emozione è terribile. Trovarsi per strada, dove non ci sono bagni, e sentire che bisogna evacuare, e se non si fa in tempo, si perdono le feci. Prima di togliere la gravità di quest'angoscia, bisogna dare dei consigli pratici." Questa è la posizione di Karen Horney e di Ruggiero. Nel caso di Marlene questo marito le ha permesso di superare la sensazione di essere ripugnante accogliendola, facendola sentire bella, pulita e profumata. Piano piano però ha cominciato a non funzionare più. E' accaduto qualcosa, il contatto con lui non era più efficace come prima, e lei ha iniziato a sentire che da sola non migliorava. A questo punto la terapeuta di Marlene dice questo:
"E' vero, infatti la paziente descrive un periodo molto doloroso dopo la nascita della figlia. Pur essendo una coppia apparentemente unita, la crisi più grossa avviene due anni dopo la nascita della figlia- si tratta di un episodio che rasenta lo scompenso psicotico."
"-Anche qui dobbiamo chiederci che cosa e intervenuto- Finché la bambina era molto piccola era del tutto dipendente, e questo valorizzava indubbiamente il senso della sua validità di mamma. Lei andava in ufficio e badava anche alla bambina, inoltre poteva avere anche la gratificazione che la bambina, da piccola, funzionava per lei come oggetto- sé. A 2 anni la bambina inizia a camminare e forse si interessa un po' meno alla mamma" (Ruggero)
E' intervenuta anche un'altra cosa in quel periodo. Marlene e stata operata per un prolasso urogenitale, e questo l'ha sconvolta. -a volte l'intervento sul corpo ha proprio un effetto altamente scompensante-. Lei, così giovane, si è trovata ricoverata accanto a persone anziane che subivano lo stesso suo intervento. Ha sentito come se il suo corpo non tenesse più, non funzionasse.
"Ha avuto una caduta dell'illusione nello schema corporeo. Lei faceva affidamento sugli organi genitali, cioè sulla sua avvenenza e sul fatto che il marito la potesse desiderare sessualmente. Ma proprio quest'organo, che aveva una finzione così strategica, è stato messo in dubbio- praticamente la porta di comunicazione tra il suo mondo interno, gli oggetti-sé significativi e il marito, che la stava risalendo dai deficit materni, era essenzialmente la sfera sessuale. La malattia colpisce proprio questa sfera, un prolasso urogenitale. Per lei è un momento terribile
-. Ha pensato a cosa le sarebbe accaduto quando avrebbe perso la sua avvenenza, la sua capacità di attrarre suo marito. Si trattava della copertura di disturbi più gravi e delle identità personali. Ella riusciva a compensare il disturbo del sé sul piano della persona totale valorizzando, come spesso succede, il suo aspetto di oggetto sessuale che può attirare gli uomini, illudendosi di coprire con l'attività sessuale la debolezza che riguarda il sé totale. E questo mi ricorda molto Boss, lo studioso che si è occupato di adolescenti, il quale diceva che era questa la base di certi atteggiamenti promiscui nell'adolescenza. Ad esempio certi adolescenti al di sotto dei 12 anni scappano di casa, certe ragazze escono di casa e hanno tante avventure sessuali. Ecco, l'interfaccia sessuale, la relazione sessuale, la sessualizzazione delle relazioni serve per compensare l'Io, per compensare determinati vuoti, determinate angosce, che nell'adolescenza sono messe fortemente in gioco."
E' vero, Marlene mi diceva spesso di non volere il coito. Ne aveva il terrore, come se la deteriorasse. Queste cose ci ricordano tante volte l'anoressia, come se si dovesse essere anima e basta. 11 corpo è un elemento non riconosciuto, per questo negato. Questo perché non avendo interiorizzato sufficientemente gli oggetti- sé, i limiti tra interno ed esterno sono troppo vaghi, quindi vanno o accentuati o negati. Ruggiero innanzitutto dice ai suoi pazienti questa frase: “per quanto riguarda le teorie di Winnicott, devo dire che a mio parere, hanno fatto deragliare la psicoanalisi”. Lui è fortemente antiwinnicottiano. Dice praticamente che Winnicott è troppo legato a questa dinamica osservatore- osservato. E' troppo legato alla visibilità, alla narrabilità. Anche se aveva introdotto il tema della transizionalità, Winnicott è troppo biologo. Dice che è un biologo, non uno psicanalista, perché lo psicanalista deve farsi carico del suo mondo interno, delle sue dissonanze empatiche, mentre ciò che fa Winnicott è biologico. Comunque sono posizioni personali. Winnicott ha costituito un deragliamento per la comprensione del paziente. Credo che le verità debbano essere cose semplici. Qui bisogna considerare problemi tecnici, noi non possiamo limitarci a dare rassicurazioni al paziente. Nel caso di Marlene la paziente va aiutata a superare la vergogna e la diffidenza. Deve essere lei stessa a chiedere se proviamo ripugnanza per lei. Tutte le dinamiche di questa Marlene sono elementi transferali. Se c'è una continuità tra vissuti interni, oggetti interni, proiezioni, identificazione proiettiva e transfert, come entra in gioco l'analista in tutto questo? Indubbiamente questa paziente dovrà verificare se l'analista si comporta come la madre, forse in quel momento tenderà, per coazione a ripetere, a costruire un analista molto accettante, oppure cercherà, di ripetere l'antica identificazione con l'aggressore, per farsi rifiutare dall'analista perché, per quanto sia brutto il noto, 11 ripetitivo è sempre più rassicurante dell'ignoto. Certamente per noi è molto difficile immedesimarci in una situazione come questa, cioè pensare di poter veramente fare schifo a un'altra persona. Per noi non è semplice provare l'intensità delle emozioni che prova questa paziente; dobbiamo cecare di immaginare una situazione simile, I'empatia è proprio questo. Ruggiero in quel famoso viaggio Mestre- Venezia durato 5 minuti in tutto diceva che quando il paziente ci racconta qualcosa noi dobbiamo cercare di immaginare, dentro di noi, la situazione più simile a quella che lui ci racconta. Dobbiamo immaginare cosa abbiamo vissuto, cosa abbiamo provato, cosa avremmo voluto sentirci dire, cosa non avremmo voluto sentirci dire in quel momento, cosa ci ha aiutati a uscirne.., entrare nei panni. Questo è il primo passo per un'immersione empatica, altrimenti non si capisce l'altro. Pensate che senza essere medico questa donna si è introdotta nell'ano una sostanza senza saperne l'azione caustica. Io ho conosciuto altre persone che hanno fatto altrettanto, come per grattarsi via qualcosa di intollerabile. Quando un'analisi è molto avanti ci possono essere dei momenti in cui è necessario mettere una mano sulla spalla della paziente, per esempio nel momento in cui la si accompagna alla porta. Però tenete presente che queste cose sono proibite nel rapporto terapeutico.
Questo è un modo per farle capire che stiamo bene col suo corpo. Capite che razza di agito è questo? E' un agito terrificante accompagnarla alla porta, è come dirle: “Il tuo corpo non mi fa schifo”. Può anche capitare che io qualche volta dia del tu al paziente. Lo do anche a pazienti a cui solitamente do del lei. Psicolo2icamente dare del tu ad una persona è come toccarla, darle del lei è tenerla a distanza. I casi che ci appaiono molto complessi, caotici, sembra che contengano tantissimi aspetti, ma noi dobbiamo capire se questi aspetti possono essere collegati tra loro alla luce della psicologia del Sé. Questa è propaganda. In rapporto con la paziente occorre comunque una profonda e prolungata immersione empatica per capire il grado di ripugnanza che lei crede di suscitare negli altri. Se a me è venuto in mente di mettere una mano sulla spalla è per comunicarle, al di là delle parole, che non provo ripugnanza, che mi posso avvicinare a lei fino a toccarla.
Kohut dice che 1' empatia consiste di due fasi:
1.        una comprensione empatica intrapsichica (il terapeuta che capisce e coglie)
2.        e un'azione empatica che porta il rimedio.
Quindi quando io ho capito empaticamente l'altro devo anche agire, devo far capire che ho capito. Lui dice che la madre compie un'azione empatica, invece l'azione empatica dell'analista è solo l'interpretazione. E' giusto che sia così. E' giusto che scriva così. Però ci sono delle emozioni che
in una paziente come questa non possono essere risolte con le parole. Lei ci potrebbe dire: “Tutte chiacchiere. E' inutile che lei mi dica che sono bella, profumata, che non è vero che sono così. Sono tutte chiacchiere. Lei deve darmi una prova concreta.” E lui l'abbraccia. Questo è l'elemento di azione empatica. Fra l'altro Winnicott, in un momento molto drammatico dell'analisi con Margareth Little, lui prende la testa della paziente, che era distesa sul divano, e gliela tiene. E racconta come per lunghe fasi della terapia lui, pur essendo seduto nella poltrona e la paziente distesa, le porgeva la mano e la paziente gliela teneva. Questa è una cosa assolutamente proibita, improponibile, ma Winnicott lo faceva, perché attraverso questo contatto corporeo si creava l'integrazione del Sé del paziente. Dopo di che la cosa si seppe e fu oggetto di grande dileggio. Generalmente queste cose si fanno ma non si devono mai dire, quindi se vi capita non ditelo mai. Ora, sul caso di Marlene, c'è un punto che volevo fare prima di concludere che riguardava un altro sintomo. Ma ora parla l'analista.
La paziente un giorno mi disse spontaneamente che da sola non era in grado di spendere oltre una certa cifra. Quando va fuori a fare acquisti, se è sola, non può spendere oltre un importo di denaro che corrisponde pressappoco al prezzo di una seduta. E' come se non potesse contravvenire a una sorta di divieto superegoico familiare. La sua famiglia ha sempre tenuto in gran conto i soldi e i beni solidi. ha vissuto nella più stretta economia pur di comperare la casa. Anche il fatto di aver preso il diploma magistrale dopo lo scientifico aveva anche a che fare con la mancanza di possibilità lavorative offerte dalla maturità liceale. La sorella maggiore aveva lasciato la scuola e aveva iniziato a lavorare di nascosto da tutti gli altri fratelli. Praticamente la sorella diceva che andava a scuola e in
realtà lavorava. E' come se Marlene si fosse accollata l'onere di prendere anche il diploma che la
'~ sorella non aveva preso.
"Pensavo a queste ragazze che sentono che la famiglia, a torto o a ragione, non le può reggere. Pensano di doversi sposare a tutti i costi anche con una persona che non amano, per alleggerire il senso di rifiuto che deriva dal fatto che a casa loro si sentono a malapena sopportate. Finche erano piccole venivano mantenute, ma una volta divenute grandi, vivono l'ulteriore rifiuto della famiglia che non può nemmeno sostenere i loro studi. Si può spiegare il sintomo di non poter spendere oltre una certa cifra come se lei, da sola, temesse di provare, impulsivamente, il desiderio di fare molti acquisti, quasi per compensare il fatto che prima si era dovuta sacrificare." E' bella questa cosa perché ha implicazioni molto più interessanti di qualìto non sembra. Da sola si era imposta un limite alle spese. Bastava però la semplice presenza di un altro per farla sentire più forte nel controllare
i suoi impulsi e quindi a rinunciare ai limiti che si era imposta. Anche l'agorafobia, più in generale, potrebbe essere connessa alla sensazione di non riuscire a controllare l'impulsività. Questa è l'ipotesi che faceva Freud sull'agorafobia Questo caso ci dà l'opportunità dì collegare quello che diceva Freud con le teorie di Kohut sull'agorafobia. Ci può essere l'agorafobia di cui parlava Freud, ossia un fatto reale attraverso il quale queste persone potevano provare l'incontrollato impulso per esempio di fermare un uomo per strada e fare delle offerte amorose. Quindi l'angoscia si concentrava su questi fatti. Quando però dietro c'era il problema di un sé fragile che cercava, attraverso l'impulsività erotica, ogni possibilità verso gli acquisti per sopperire al senso di debolezza del proprio se, la paziente non si sentiva sufficientemente sicura di sé per poter comperare quello che voleva. Di conseguenza aveva posto un limite di spesa invalicabile, che le serviva per stare al sicuro. Però anche questo veniva sentito come un peso claustrofobico. Questo è interessante per vedere il parallelismo Freud-Kohut. Per Freud era questa la teoria dell'agorafobia. Lui si rifaceva ancora ad una visione pulsionale e diceva che l'agorafobia era un classico sintomo nevrotico, quindi sarebbe un conflitto fra l'Es e il Super-io. Per quel momento storico l'Es cercava promiscuità sessuale, c'era tutta una storia di Edipo non risolto per cui la paziente desiderava accoppiarsi con molti uomini; questo era l'impulso dell'Es, che però contrastava col Super-io, che invece diceva: “Questo è proibito. Questo non è morale”. Quando la paziente esce da sola- stiamo parlando di una paziente degli anni '20, con l'ombrellino quindi una paziente freudiana- ha degli stimoli, vede degli uomini per strada, si sente ammirata da certi uomini- qui c'è una certa suggestione con questa parte- quindi il suo Es viene evocato: “E se io strizzassi l'occhio'?”, oppure “Se mi fermassi?”, “Se cominciassi a civettate?”. A questo punto interviene il Super-Io, ma non è abbastanza forte, non è abbastanza interiorizzato. E qui Kohut avrebbe qualcosa da dire. Quindi non ci sono oggetti-sé superegoici sufficientemente forti, di conseguenza occorre un sintomo. Cosa c'è di meglio di un sintomo che dice: “Ho il terrore di uscire fuori di casa da sola. Ho un grande terrore. Quindi o esco accompagnata o non ce la faccio. Mi viene l'attacco di panico, lo svenimento, ho paura ecc.”. Quindi l'attacco di panico, la paura, lo svenimento, il sintomo agorafobico, non è altro che la difesa estrema per far fronte a un impulso dell'Es. Allora come si supera l'agorafobia? Classicamente tutti gli agorafobici con cui verrete a contatto vi diranno che se escono accompagnati non succederà loro niente”. L'accompagnatore funge da oggetto edipico garante che l'Es non tirerà fuori questi elementi seduttivi. Ecco perché l'agorafobia è molto più femminile che maschile, proprio perché in questo caso il conflitto col Super-io è più forte, mette in gioco un valore sociale e morale più che intenso. Se esco con la mamma e se esco col fratello maggiore allora sono sicura che non civetterò con gli uomini. In un caso, invece, 50 anni dopo Marlene, non è tanto in gioco la questione sessuale, quanto qualcosa che ha a che fare con altri valori, più ampi. Certamente lo spendere ha un'equivalenza con l'investimento libidico. Comprare l'oggetto, desiderarlo, non è una pulsione aggressiva, una pulsione libidica, però è una variante dello stesso tema. Se si esce per compensare quelle privazioni, che non erano le privazioni economiche di una famiglia umile, che giustamente con la saggezza del buon padre di famiglia diceva alle figlie: “Mi raccomando ragazze non spendete tanto. Il mio stipendio è quello che è. Cercate di essere risparmiatrici, parsimoniose”, ma erano svalutative. Era una famiglia in cui “Voi non valete niente. Noi vi tolleriamo. Avete anche le velleità di andare a studiare alle scuole supeiiori. Va beh per stavolta studiate alle scuole superiori, però prendete un diploma che qua non c'è tempo da perdere. I soldi vanno messi via. I soldi servono per comprarsi la casa, per comprare beni materiali. Se spendo per la scuola è perché vi darà un lavoro, e quindi i soldi ci tornano indietro”. Quindi, dietro a questa filosofia di vita familiare, c'è una grande profonda svalutazione. Buco questo che corrisponde al fattore ammirante.




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Allora il fatto di dire" ho £ 2.000.000 di paga nel portafoglio e me li spendo tutti" è un sintomo
dell'Es che contrasta col sintomo superegoico familiare. Ecco perché Marlene si dà un limite e non può uscire di casa da sola, perché altrimenti spenderebbe tutto, altrimenti ci sarebbe un'inondazione delle parti dell'Es e questo non va bene. Ha bisogno di uscire accompagnata. Per me dal punto di vista metapsicologico è interessante questa dinamica, perché coniuga bene l'aspetto freudiano con l'aspetto kohuttiano dell'oggetto-sé carente, del bisogno di oggetti-sé esterni che compensino certe carenze esterne. Nella famiglia c'è l'idea che ci si salva se si spende poco, se non si fanno sogni, se non si cerca l'amore per 10 anni. C'è l'idea che è meglio sistemarsi subito, che è meglio non andare all'Università, perché poi uno si mette a studiare ma non concluda niente. La maturità scientifica rende poco, è inutile che Marlene spenda altri 4 anni, che si prenda pure la maturità magistrale e che concluda. In questa famiglia c'è la generale sfiducia che si possa educare l'emotività e avere la forza di realizzare le mete ambiziose. Ma questo rifiuto della famiglia, questi valori, sono un'altra volta un epifenomeno di una più vasta avversione verso la speranza, verso la fede che si possa lottare e vincere. Quindi costringere una ragazza di 20 anni a trovarsi un posto di impiegata riflette l'idea di una famiglia che ha poca speranza che la gente possa crescere. Questa è una famiglia benestante, quindi questi non sono valori di chi deve tirare la cinghia. A proposito del denaro, si vedono molto frequentemente delle persone che si alzano la mattina e invece di andare a lavorare vanno a comprarsi un abito, oppure dei libri che non leggeranno mai. Quante ne conosciamo di queste persone? Poi tornano a casa e si rendono conto che l'atto è stato compiuto perché provavano un senso di depersonalizzazione Si dice che il comprare sia il migliore antidepressivo. E' vero. Sono oggetti-sé anche quelli, sono oggetti che diventano significativi, anche se hanno un valore 'temporaneo.




Il senso dei nostri incontri e' stato quello di condividere con degli studenti, l'utile ed essenziale della mia esperienza terapeutica e clinica.
Oggi chi vuole praticare la clinica deve levarsi dalla testa di essere il dottore neutrale, il soggetto che dal suo sapere, vede diagnostica e inquadra gli altri, ma deve essere un attore che entra nel rapporto terapeutico, in senso gruppale o di coppia, con un elemento al pari dell'altro. Non propriamente al pari perché' il terapeuta, non sta male, non soffre come il paziente , ma e' nella posizione di chi riceve una domanda d'aiuto, quindi da un certo punto di vista e' in un ruolo diverso, ma quanto il paziente, partecipa alla costruzione di quel campo relazionale, quella zona intermedia , transizionale, come direbbe Winnicott, che non appartiene ne' all'uno ne' all'altro, ma si crea nell'incontro tra i due.
Nell'incontro con il paziente si crea qualcosa che non e' di nessuno ma di entrambi.
Siamo partiti da una visione mentalistica, positivstica della psicanalisi, dove c'era questa netta contrapposizione tra un soggetto osservante, il terapeuta, e un soggetto osservato, il paziente, oggetto di una diagnosi, della detenzione di un sapere; ma via via la storia della psicanalisi ha portato a questa sorta di confusione. Oggi ci si occupa di qualcosa che e' comune ad entrambi.
Abbiamo visto i vari passaggi dalla visione di un paziente che e' una monade dentro la quale avvengono processi di rimozione, meccanismi di difesa, situazioni che sono solo sue, a una impostazione in cui colui che osserva, non può fare a meno di influenzare l'osservato.
Infatti ,come in questa sequenza, troviamo dei sistemi di difesa che emergono dal soggetto .
Un esempio e' l'identificazione con l'aggressore, in cui la mia difesa, non sono io ma diventa l'altro, utilizzo l'altro, quindi il suo corpo, la sua immagine, la sua personalità', il suo modo di essere per imitarlo, per farlo mio, per diventare lui cosi' da sanare, le mie angosce. Quindi non e' più' un processo intrapsichico ma un processo relazionale.
Abbiamo poi l'identificazione produttiva, dove questo fenomeno di uso transazionale dell'altro, quale mio meccanismo di difesa, e' ancora più' forte , in quanto introduciamo nell'altro elementi nostri.
Sandler ha parlato poi d'induzione di ruolo, per la quale chi abbiamo vicino ci spinge in tutti i modi ad interpretare una parte, un certo ruolo, (nell'identificazione produttiva forse a sentire in un certo modo); a seconda della persona con cui ci troviamo, siamo diversi; e' innegabile che ognuno di noi e' diverso a seconda di colui con cui si trova. Questa diversità' può' essere condizionata da fattori sociali , relazionali; ad esempio se uno di voi viene a parlare con me difficilmente mi trattare' come suo amico, per motivi di opportunista', ma al di la' di questo aspetto sociale, c'è un aspetto psicologico molto più' a monte, per cui noi induciamo nell'altro degli atteggiamenti .
Per esempio se uno parte da una posizione masochistica, concedetemi il termine, e' probabile che indurrà' nell'altro una posizione sadica e quindi l'induzione di ruolo e' proprio utilizzare l 'altro affinché' diventi agente di ciò' che mi serve. Se ho bisogno di scontare dei peccati , infastidirò' l'altro affinché' lui ad un certo punto mi ripagherà' della stessa moneta. Se io sono un seduttore, che ha bisogno di sedurre, indurrò' nell'altro quegli aspetti di vittima sacrificale che servono a me per essere appagato.
Sono concetti che trovate nella vostra vita quotidiana ed io non insisterò' mai abbastanza nel dire che la situazione terapeutica e' una situazione ne' più' ne' meno uguale a quelle in cui vi trovate, nella vita quotidiana., per cui il vostro libro di lettura, il vostro sillabario, dovrebbe essere proprio chi vi sta vicino. La miglior formazione in psicoterapia e' l'osservazione degli altri.
Una delle definizioni più' complete ed essenziali di psicoterapia e' " stare insieme, di due persone in cui una si chiede che cosa sta succedendo ad ambedue"; Una relazione psicoterapica differisce da una relazione amicale od amorosa perché' non ci si chiede che cosa stia succedendo tra noi ma si vive la relazione, senza molte metacomunicazioni.
Chi si diletta in questioni epistemologiche, riconoscerà', nell'idea che l'osservante influenzi l'osservato, la tendenza della fisica contemporanea , della fisica quantistica del principio d' indeterminazione per cui lo scienziato contemporaneo, l'astrofisico non crede piu' che il suo osservare sia la fotografia di una realtà' oggettiva che pre-esiste a lui, ma sa che si crea una realtà' sempre diversa a seconda della teoria con cui noi la si osserva. Quindi il soggetto osservante cambia, muta l'oggetto osservato. Se questo e' vero per gli astri, per i quark o per certe entità' astrofisiche lo e' ancor più' quando il nostro interlocutore e' l'uomo , che ha delle aspettative e proietta su di noi delle cose e sul quale pure noi proiettiamo. In questa sequenza appunto la dinamica del transfert e del contro-transfert e' fondamentale. Quindi il transfert e' ciò' che il paziente proietta sul terapeuta, ma la risposta terapeutica non e' solo un rimpallo di ciò' che il paziente ha proiettato perché' anche il terapeuta vive un transfert sul suo paziente.
Se il paziente mi ricorda uno zio, piuttosto che un compagno di scuola, il mio oppormi piu' o meno consapevole sarà' differente; quindi esiste anche un transfert del terapeuta;
Sono tutti fenomeni relazionali, transizionali che via via nella storia del movimento psicanalitico portano a questa progressiva dissoluzione del rapporto soggetto-oggetto e creano questo campo relazionale.
Abbiamo visto l'identificazione proiettiva nei suoi aspetti ideali di scambio, di elaborazione, di introiezione, e nei suoi aspetti meno ideali di difesa, di barriera e di tautologia.
Voglio infine congedarmi da voi con degli appunti interessanti riguardo al sintomo dell'agorafobia e dell'attacco di panico, che ho trovato tra le mie carte.
Tra parentesi riguardo alle nevrosi sintomatiche, isteria , nevrosi ossessiva , conversioni di tipo isterico di cui Freud ha parlato nei suoi primi casi, non esistono pressoché più; oggi abbiamo patologie miste, che qualcuno conoscerà, però attenzione spesso sono problemi narcisistici, sono sintomatologie .
Oggi come oggi l'uomo è un pavone , non è più il porco di una volta, infatti Kohut diceva "una volta l'uomo credeva di essere un porco cioè temeva che la sua pulsionalità , la sua animalità prevalesse sulla "buona morale" civile, religiosa, sociale. Allora le nevrosi pure, le nevrosi sintomatiche, una volta scomposte ci mostravano questo conflitto tra una morale e una pulsonalità . Oggi l'uomo non è più un porco ma teme di non essere abbastanza pavone; il problema è quello dell'autostima, un Sé che non si è abbastanza strutturato. La famiglia, la società', la religione hanno perso l'autorita' di allora.
Kohut diceva che il passaggio da una società agricola , artigianale ad una società industriale ha contribuito a questa caduta di autorità , "il figlio che poteva vedere il proprio genitore, artigiano, contadino all'opera , che con le sue mani produceva qualcosa di importante, faceva scaturire dal suo lavoro delle opere, era un padre idealizzabile perché' destava ammirazione .Ora un padre che torna alle dieci di sera, arrabbiatissimo perché' rimproverato dal capoufficio difficilmente potrà' egualmente incarnare quell'ideale da ammirare; quindi motivi storici influiscono su una realtà', una società' che cambia , nella quale c'è sempre meno autorità', meno morale una società' che già' Freud in alcuni scritti anticipava essere, qualcosa in cui sarebbe esistita sempre meno colpa, e forse sempre più' vergogna ; l'importante non e' aver fatto il male , sentirsi in colpa, ma e' non essere scoperti perché' ce ne vergogneremmo.
Tutti questi fattori e forse altri ancora hanno portato a questo progressivo attenuarsi della diffusione delle nevrosi sintomatiche e al prevalere di questi aspetti pseudo-depressivi, che sono le patologie del Se'.
Bergeret suddivide forme di struttura nevrotica , psicotica e organizzazione limite ; pero' ci sono anche episodi o sintomi che possono essere psicotici o nevrotici quindi la questione e' abbastanza complessa; il mio consiglio e' di avere un'infarinatura su queste cose poi pero' dimenticarle e valutare sempre caso per caso; non e' nemmeno tanto importante saper distinguere una nevrosi pseudo-psicotica o psicosi pseudo-nevrotica o un disturbo del Se', credo che ci si perda in labirinti poco interessanti. All'interno dei cosiddetti disturbi del Se' ci possono essere i cosiddetti disturbi di attacco di panico; al di la ' di ogni descrizione sintomatica che si riassume in una classica patologia narcisistica , abbiamo spesso il sintomo attacco di panico, lenibile con l'assunzione farmacologica che agisce rapidamente. Ma e' preferibile una risposta più' adeguata psicoanaliticamente ; la classica e' essenzialmente la non risposta, perché' e' frustrante per il paziente: " Io sto male, tu non rispondi e taci!". L'obiettivo e' quello di spostare l'angoscia, l'elemento frustrante, dal sintomo al rapporto terapeutico.Una presunta neutralità, e' qualcosa di abbastanza aggressivo, che provoca rabbia nel paziente e questi, a poco a poco regredisce spostando la sua conflittualità' da una parte del Se' verso il terapeuta, col quale si può parlare , negoziare, lavorare, interpretare, tutto ciò' non e' possibile con il sintomo. Questo e', secondo me, un pochino anacronistico per quanto corretto ; oggi sono cambiati i pazienti, e' cambiato anche il modo di fare terapia perché e' cambiata la società, si ha fretta e si conducono sedute con una frequenza settimanale sempre minore .Un paziente generalmente non viene mai trattato con più di una o due sedute settimanali. Allora con un trattamento settimanale si deve avere più cautela nel non rispondere, nel frustrare il paziente.
Un autore kohutiano suggeriva di rispondere in modo empatico che non si tratta di dire "vogliamoci bene, sai che ci sono, ti abbraccio", ma di dare la risposta giusta al momento giusto e per farlo bisogna avere in mente una teoria; Kohut dice che l'attacco di panico e' una assenza di oggetto una lontananza dall'oggetto che non e' accessibile, che non ama ; quindi il Se' si struttura attraverso questa relazione oggettuale carente, la messa in atto di questa carenza, di questo vuoto, si manifesta con l'attacco di panico. Allora se io ho in mente questa teoria la risposta giusta, empatica e' quella di far presente al paziente che la sua e' una richiesta di vicinanza.
Se io faccio il gatto di porcellana, come si dice in gergo, resto in silenzio, ripeto questa tematica dell'abbandono scatenando un'angoscia che non sempre e' gestibile in una sola seduta terapeutica settimanale. Allora dobbiamo mostrarci presenti ; un modo e' anche quello di dare dei consigli pratici, questo inorridirsce chi viene da una formazione di tipo psicoterapico, analitico, perché il consiglio pratico sembra una soluzione da manuale, da poco; ricordatevi che tutto si puo' dire o fare l'importante e' sapere con cognizione di causa il perché; a volte diventa un aspetto fideistico l'assumere un certo atteggiamento fondato sul nulla, perché se voi date un consiglio, con la falsa consapevolezza che in esso ci sia una verita', " cosi' devi fare, perche' guarirai "state facendo psicologia spazzatura ; ma se voi dite "ti do pure il consiglio perche' in questo momento attraverso di esso io metto in gioco la mia vicinanza con te, e ti do quel calore oggettuale che ti manca," diventa uno strumento , ed acquista una valenza etica, culturale e clinica, assolutamente diversa; non conta quello che fate, ma perche' lo fate. Ecco che allora dare la risposta giusta e' un po' meno vago; e' giusta in relazione a quello che ho in mente io, a quello che secondo me , e' quello che il paziente mi chiede.
Un aspetto puo' essere questo, "cosa posso fare di fronte all'attacco di panico, come posso muovermi, cosa posso pensare?", prima cosa, prova a guardati allo specchio, estrai lo specchietto dalla borsetta, guardati in una vetrina, guarda che ci sei, perche' guardandosi allo specchio, ricomponiamo quell'immagine del Se', perche', come diceva Freud , il Se' e' una struttura essenzialmente corporea, , l'Io e' corpo non e'metapsicologia, non e' spiritualita' , non sono ormoni, non sono neurotrasmettitori, l' Io e' corpo; nel momento in cui noi ristrutturiamo l' Io in tutti i modi possibili ed immaginabili, anche con la propia figura , abbiamo fatto un grosso lavoro.
Perche' quando uno sta male si ha l'istinto di abbracciarlo? perche' gli facciamo sentire la pelle, i confini del suo Io. Roger diceva che nella situazione psicanalitica, e' sconsigliato abbracciare un paziente, tuttavia puo' non essere sconsigliato tendergli un braccio, appoggiargli una mano sulla spalla nel momento del congedo , e' un modo per far sentire la presenza, il confine. Questa e' teoria quotidiana, qualcuno potrebbe dire che non e' appropiata , comunque c'è dietro una teoria, un qualcosa che non e' spontaneismo, ma e' azione terapeutica circonstanziata;
Prova a chiamarti per nome; la nominazione forma l'oggetto, quindi e' un modo per ricompattare questo Se'. L'importanza nel sottolineare la pelle come elemento strutturante per l'Io, la troviamo in tantissime circontanze, come nella pratica della tatuazione, percing,ecc.
Nelle istituzioni psichatriche di stampo ottocentesco, l'avvolgere il paziente in panni umidi, era fortemente sedativo, faceva sentire la pelle ed era ricompattato l'Io, questo metodo terapeutico tradizionale era eccezionale e valeva piu' di cento elettroshocks.
Quindi chiamati per nome, guardati allo specchio e soprattutto cerca la relazione con l'altro. Questi sono consigli pratici che non e' certo che il paziente seguira' ma il solo fatto di averglieli dati, il sapere che qualcuno gli offra delle indicazioni, che ci siano delle cose attuabili e' gia' motivo di aiuto.
Cito sempre una novella di Checov, in cui due ufficiali fecero una scommessa su quanto sarebbero potuti rimanere chiusi in una stanza, ricevendo un compenso di tredici rubli ogni giorno. Questa stanza era chiusa ma in qualsiasi momento, battendo alla porta sarebbero potuti uscire, sarebbe bastato decidere quando. Ebbene la storia di Checov racconta che l'ufficiale che accetto' questa scommessa entro' ventritreenne ed usci quasi ottantenne, perche' il solo fatto di sapere che poteva uscire quando voleva, fece si che egli rimandasse continuamente la sua uscita e' quindi il tempo passo'; se lui fosse stato chiuso da fuori, sarebbe stato un' ergastolo e avrebbe progettato senz'altro un evasione.Questo per dire che noi abbiamo bisogno di punti di fuga, di sapere che se vogliamo possiamo uscire; la condanna piu' grande per l' essere umano e' la vita eterna , perche' non ha punti di fuga.
L'attacco di panico spesso e' determinato dall'idea di non avere punti di fuga, allora che sia il Tavor un vostro consiglio o la possibilita' di telefonarvi sono punti di riferimento che bastano per placare prontamente un apetto sintomatico.

Grazie per l'attenzione a tutti voi.
A presto e buono studio.
A.M. Favero



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