Casella di testo:    ILEONI DI MESSAPIA II   
Casella di testo: Epopea eroica del SALENTO e della MAGNA GRECIA del IV sec. a. C.
Casella di testo: CULTI E CREDENZE A TARAS E NELLA JAPIGIA MESSAPICA
Casella di testo: Casella di testo:   
  Brano tratto dal libro

 I Leoni di Messapia II
 IL CERCHIO DI FUOCO 


Le Dionisiee, feste gioiose in cui si trangugiava molto vino e si ballava alla maniera delle Ménadi, erano molto attese dagli abitanti della colonia lacedemone e duravano tre giorni e tre notti; mentre le Eleuthiee, manifestazioni religiose in onore della dea eleusina Demetra,  ritempravano lo spirito ascetico degli adepti. Molto seguite erano anche le Amiclee o Jakintiee, durante le quali si ringraziava Apollo per avere protetto l’eroe Phàlantos nel fondare la spartana Taras. Offerte d'ogni genere erano consegnate nelle mani dei gelosi custodi che le deponevano ai piedi del simulacro marmoreo del dio, che troneggiava sul poggio Kikalones. Il monumento sacro, che era puntualmente assediato da numerosi adoratori, si trovava sulla destra della grande porta Theménides, quasi adiacente alla riva occidentale del bacino interno del porto naturale della Città del Golfo.
     Il culto particolare di Zeus Kataibatès, d'origine cretese, prevedeva, invece, sacrifici annuali davanti alla stele che recava incisi i nomi di coloro che avevano violato la sacra dimora del dio durante il saccheggio della japigia Carbina nel 500 a.C. I Tarantini criticavano le genti sallentine per avere perduto il ricordo della loro origine minoica e permesso all’elemento illirico di dominare la loro cultura. L’adorazione del padre degli dei era alquanto diffusa non solo a Taras,  ma  anche  in  Messapia.  
   Nella  colonia  lacedemone,  si  venerava  Zeus  sotto i diversi appellativi di Agoraios, Soter ed altri; nella Sallentina, oltre ai culti di Zýs Dodonaios ed Eleuterios nelle zone costiere meridionali, c’erano anche quelli di Zàvaos Menzanas, Thàotor e Mourkos che erano molto seguiti dalla gente comune.
   Zeus Soter fu rivestito di grande importanza nella società pitagorica, che riteneva che egli fosse principio e signore della creazione e fuoco centrale che s’irradiava in tutto l’universo.
     Zàvaos Menzanas era, invece, principalmente venerato nella città messapica di Manduria, dove, all’inizio della primavera, i sacerdoti sacrificavano un cavallo in suo onore e ne facevano bere il sangue ai giovani guerrieri, allo scopo di renderli più forti e rinvigorire il loro spirito guerriero. La statua antropomorfa di Menzanas, dalla testa equina, si ergeva nei pressi della grande agorà ed era sempre presidiata dalle sentinelle che custodivano il sacro fuoco che si sprigionava da un grosso braciere ai piedi del nume. In quei giorni di celebrazione, tutta la città era preda di una festosa frenesia. Una tradizionale sfilata di cavalieri era seguita da un corteo di fanciulle inghirlandate che manifestavano la loro gioia gettando fiori di ginestra su di un sontuoso carro che trasportava il Curione verso il luogo del sacrificio solenne, che avveniva fra ritmi musicali e grida inneggianti all’esecuzione dell’esemplare scelto. La scena era cruenta, ma rispettava le usanze dei primi colonizzatori illirici, che fecero dell’allevamento degli equini una delle loro più importanti risorse. Dopo il rito propiziatorio, era nominato un cerimoniere per l’inaugurazione dei giochi che caratterizzavano la parte culminante dei festeggiamenti. Essi si disputavano intorno alle mura della città e chi vinceva la corsa del tiro a tre deteneva per un anno intero il titolo di campione ippico ed era osannato da tutti con l’appellativo di Menzaneos, tributato in onore della sua destrezza nel cavalcare il guizzante sturnum messapico.
    A Taras, Zeus Agoraios dominava l’immensa agorà, che si estendeva oltre l’istmo peninsulare dell’akropolis. I capolavori scultorei ed architettonici che si ergevano in quello spazio aperto donavano alla città un aspetto monumentale. Lo Zeus Dodonaios fu portato nei lidi meridionali sallentini da antichi colonizzatori che provenivano dalla fascia costiera occidentale ellenico-epirota e la sua forma più tipica consisteva in una piccola statua che reggeva con una mano un’aquila svolazzante e con l’altra un nugolo di folgori, simbolo della sua potenza e maestà. Il culto dodonaico era particolarmente seguito ad Aoxenton, dove, più che in altri insediamenti, si era radicata la sua adorazione. Eleuterios era, invece, l’attributo dato al padre degli dei, perché aveva sconfitto i giganti Leuterni nella lotta per il potere sul mondo. Essi furono smembrati da Herakles e gettati verso il Promontorium Japigium. I loro resti disciolti riaffiorarono poi sotto forma di benefiche acque sulfuree in diversi punti della costa. Sul Monte Eleuterios, nei pressi di Baurota, si ergeva una statua di calcare rosastro del dio, che, simbolicamente, ostentava la sua supremazia sulla Potnya, ovverosia la Meter Theia mediterranea, della quale, proprio in una  delle grotte  sottostanti, era stato esercitato il suo culto per millenni. Adesso, c’era un simulacro di Aprodita nello stesso antro della Potnya a vantare una fervida venerazione da parte delle donne delle zone circostanti.
    Thàotor Andirahas, nume tutelare delle acque e delle sorgenti, oltre che custode delle cavità rocciose, era venerato principalmente in una frequentatissima grotta costiera di Thuria Sallentina. Mourkos era invece un dio autoctono che sovrintendeva alle attività agricole che riguardavano in particolare modo la coltivazione dell’ulivo. Un’altra tradizione lo collegava alle usanze pastorali connesse con la transumanza delle greggi. Da tempo immemore, gli abitanti dell’antica Sallentina usavano rappresentarlo come un uomo nerboruto, dalla ricca chioma riccioluta, che indossava un vello di capra e portava in mano un nodoso bastone da pastore.
  Una funzione particolare rivestì il culto di Zeus Messapios, che si era diffuso in alcune zone della Sallentina. Il rito dell’esposizione dei pani prevedeva che intere famiglie si recassero periodicamente in processione al tempio del dio per donare il pane, appena lievitato,  ai sacerdoti, i quali, dopo averlo fatto cuocere, provvedevano a distribuirlo ai meno abbienti, dopo la benedizione dello stesso alimento. Quel culto predorico era diffuso anche nei pressi di Sparta, dove si ergevano alcuni siti cultuali in onore del munifico dio. Uno di essi spuntava lungo il crinale orientale dell’Eurota, vicino ad una località, denominata Tsakona, non molto distante dal Menelaion, ed un altro, a sud-est della capitale laconica, nella zona di Anthìchora.
     Se Zeus poteva assumere molteplici sembianze e vantare diverse adorazioni, i culti di Demetra e di Persephone, detta Kore (la vergine), erano pressoché identici sia nella cultura ellenica, sia in quella messapica.
    A Baxta, il rito prevedeva una lunga processione di adepte dietro ad un carro trainato da mucche che trasportavano la statua della messapica Damatra che simbolicamente andava in giro per cercare la figlia che era stata rapita da Hades. I partecipanti, dopo aver vagato per tutta la campagna e le strade della città, percorrevano la via sacra che conduceva al tempio di Kore, dove un copioso falò librava altissime fiamme davanti all’ingresso della dimora della dea. 
   Ad Orra, si trovava il più grande tempio di Damatra di tutta la Sallentina. Ad impetrare la dea delle messi, giungevano moltissimi pellegrini, che, speranzosi, rimanevano in attesa del suo responso.

   
Casella di testo: EFFIGIE DELL’ILLIRICO DEW TARVOS

danzatrice orfica

Cratere raffigurante danza dionisiaca - Museo di Mesagne -pubbl. su Il Tempo e le sue Orme - a cura dell’Univ. di Lecce