Svetonio (70-126 d.C. circa)

 

Ultimo aggiornamento: 03/10/2009  -  Autore: Gianluigi Bastia

 

 

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1. Il riferimento a Chresto nella Vita Claudii

 

 

Gaio Svetonio Tranquillo ricoprì cariche molto importanti, fu archivista, segretario personale e bibliotecario di Adriano, imperatore dal 117 al 138 dopo Cristo. Svetonio fu anche amico e corrispondente di Plinio il Giovane e fu al suo seguito quando divenne governatore della Bitinia. Verso il 126 dopo Cristo venne allontanato dalla corte imperiale da Adriano, per motivi non chiari. Scrisse due opere importanti, il De viris illustribus (lett.: i personaggi famosi), nella quale analizza le figure delle personalità famose del suo tempo, suddividendole in cinque categorie: poeti, oratori, storici, filosofi e grammatici (o retori); di quest'opera ci è pervenuto molto poco, non restano che alcuni commenti e ritratti biografici come quelli di Terenzio, Orazio, Lucano e Virgilio; la seconda opera di Svetonio, quella che interessa l'argomento della presente trattazione, è il De Vita Caesarum (le vite dei dodici Cesari) che comprende, nell'ordine, i ritratti biografici di Giulio Cesare, Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano. Nel libro dedicato alla vita dell'imperatore Claudio, il cui regno si svolse dal 41 al 54 d.C., Svetonio riferisce di una espulsione di Giudei che creavano disordini a Roma per istigazione di un certo "Cresto". Riportiamo il passo in latino così come scritto da Svetonio nella Vita Claudii:

 

Svetonio, Vita Claudii, 23.4 - "Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit". La traduzione in italiano è: "Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine" #[1]

 

La storicità di questo breve riferimento non è mai stata messo in discussione. Tuttavia esso presenta alcune difficoltà quando lo si vuole ricollegare alla storia del Cristianesimo. Innanzitutto Svetonio non parla di espulsione dei cristiani ma di giudei. Inoltre, il testo contiene la parola Chrestus invece che Christus. Svetonio scrive Chresto e non Chrestus a motivo della costruzione grammaticale della frase latina, se avesse fatto riferimento a Cristo avrebbe dovuto scrivere Christo invece che Christus. E' possibile pertanto interpretare il passo come un riferimento ad un decreto di espulsione dei cristiani che in nome di Cristo (Chrestus nel testo di Svetonio) avevano creato dei disordini a Roma, nel periodo di Claudio; ma è anche possibile sostenere che in quel periodo vennero semplicemente espulsi da Roma dei Giudei, guidati da un certo istigatore (lat. impulsore) di nome Chrestus che non sarebbe il Gesù Cristo condannato a morte in Palestina durante il regno di Tiberio ma un ebreo vivente al tempo di Claudio. La presenza di queste ambiguità di fondo fa pensare che ben difficilmente il passo sia frutto di una interpolazione cristiana: sarebbe difatti altamente improbabile che un falsario di mentalità cristiana abbia parlato di Giudei e di "Cresto" anziché espressamente di "Cristo" (cfr. Tertulliano, Apologeticum, Cap. III).

 

 

2. Provvedimenti di espulsione dei Giudei secondo gli storici antichi

 

 

Ricostruire la storia dei rapporti tra il regno di Claudio e i Giudei o Cristiani di Roma e del resto dell'impero non è affatto semplice a causa di varie divergenze tra le fonti storiche. Quanto segnalato da Svetonio sembra coincidere perfettamente con il passo degli Atti degli Apostoli in cui si accenna all'esistenza di un ordine dell'imperatore Claudio che prevedeva l'allontanamento da Roma tutti i Giudei:

 

At. 18,1-2 - Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo, chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, a causa dell'ordine di Claudio (di¦ tÕ diatetacšnai KlaÚdion cwr…zesqai) che allontanava tutti i Giudei da Roma (p£ntaj toÝj 'Iouda…ouj ¢pÕ tÁj `Rèmhj).

 

Aquila, citato in questo passo, è un Giudeo espulso da Roma per ordine di un decreto di Claudio. Aquila è amico di Paolo e lo ospita in casa sua, a Corinto, quindi egli potrebbe essere un cristiano, sebbene il passo degli Atti non lo affermi esplicitamente né dica che Aquila era stato convertito da Paolo o da qualcun'altro e avesse aderito alla nuova religione cristiana. Nel Capitolo 18 degli Atti è raccontato che Paolo a Corinto predica tra i Giudei ottenendo risultati in parte positivi e in parte negativi, Aquila potrebbe quindi essere semplicemente uno dei Giudei che aveva ospitato Paolo per un limitato periodo di tempo, forse entrando anche in disaccordo con le dottrine da lui insegnate: ai vv. 18:6 e 7 è difatti raccontato che Paolo entra in contrasto con alcuni giudei che rifiutavano la sua predicazione e che egli abbandona la casa di Aquila e si stabilisce in quella di Tizio Giusto. Quindi Aquila poteva non essere un cristiano, ma un ebreo espulso da Roma e trasferitosi a Corinto. Ma al successivo v. 18:18 troviamo Paolo in viaggio verso la Siria, in compagnia di Aquila e di sua moglie Priscilla; al v. 18:26 Aquila e Priscilla istruiscono Apollo, un giudeo che aveva appena iniziato ad accostarsi al cristianesimo. Questi due episodi dimostrano quindi che Aquila e sua moglie Priscilla a un certo punto divennero cristiani e quindi non sono da annoverare tra quei Giudei che avevano rifiutato la predicazione di Paolo quando si trovava ancora a Corinto. Non è chiaro, comunque, se Aquila e Priscilla fossero cristiani quando si trovavano a Roma - quindi Paolo trovò a Corinto due adepti di fatto già cristiani - oppure se siano stati convertiti solo in  seguito da Paolo a Corinto. La prima ipotesi in linea di principio è la più probabile, dal momento che sembra logico che Paolo a Corinto si sia trasferito da Giudei già convertiti al cristianesimo. Anche disponendo di questa informazione, tuttavia, non è possibile stabilire se Aquila e Priscilla furono espulsi da Roma in quanto giudei o in quanto espressamente cristiani. Nel complesso l'utilizzo del termine "giudei" nel passo degli Atti, coerentemente con lo stesso termine utilizzato da Svetonio, fa intuire che il provvedimento era rivolto ai giudei e non specificamente ai cristiani: in assenza di quell'ambiguo termine "Cresto" nella frase di Svetonio, che fa pensare alla setta dei cristiani, concluderemmo senza problemi che Claudio ordinò l'espulsione dei giudei in generale e non dei soli cristiani #[2].

 

Nella sua Storia di Roma lo storico romano Dione Cassio (155-235 d.C.) riporta che al tempo dell'imperatore Claudio furono presi provvedimenti contro i giudei, sebbene non riguardanti una espulsione dalla città: "Egli (Claudio) non li scacciò ma ordinò loro di non tenere più riunioni, pur continuando nel loro tradizionale stile di vita" (Hist., LX, 6, 6). L'informazione fornitaci da Dione Cassio è, dunque, sostanzialmente diversa sia da quella riportata da Svetonio che dal brano degli Atti degli Apostoli: ai giudei, secondo Dione, è soltanto imposto di non riunirsi. Inoltre, Dione Cassio non accenna a Cresto o Cristo quale istigatore o ispiratore di rivolte o tumulti. Pertanto è probabile che egli faccia riferimento ad un provvedimento diverso da quello menzionato da Svetonio, così come è anche possibile che per qualche motivo si sia creata una certa confusione attorno a questo episodio e gli storici lo abbiano riportato in una forma significativamente diversa. Gli Atti degli Apostoli e Dione Cassio, comunque, non sono concordi circa le finalità del provvedimento anti giudaico emanato da Claudio, tuttavia affermano che tale provvedimento non era espressamente diretto contro dei cristiani in quanto tali, ma contro i giudei. Atti 18:2 parla infatti di Giudei (p£ntaj toÝj 'Iouda…ouj).

 

Svetonio, gli Atti degli Apostoli e Dione Cassio, sebbene da prospettive differenti, alludono ad una situazione di rapporti non facili tra l'imperatore Claudio e i Giudei di Roma. Soprattutto nel caso di Svetonio è possibile che in realtà ci si riferisca non agli ebrei della comunità di Roma ma a giudeo-cristiani. Il quadro che emerge dalla lettura di Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio è invece totalmente diverso, in quanto Claudio è ivi presentato come un sovrano estremamente benevolo nei confronti degli ebrei e Giuseppe non cita alcun provvedimento negativo preso nei loro confronti, né all'inizio né alla fine del regno di Claudio. Divenuto imperatore nel 41 in seguito alla morte di Caligola, nei primi mesi del suo regno Claudio non solo confermò Agrippa come sovrano della ex tetrarchia di Filippo e di quella di Lisania (Agrippa fu fatto re da Caligola, cfr. Ant. 18, 237), ma aggiunse ai suoi possedimenti anche le importanti regioni di Giudea e Samaria (Ant. 19, 274-275). Si ricostituì così per volere di Claudio un grande regno ebraico governato da un unico sovrano, come ai tempi di Erode il Grande, nonno di Agrippa. Il regno ebraico durò tuttavia molto poco, fino al 44, anno della morte di Agrippa. Inoltre, sempre all'inizio del suo regno, Claudio risolse l'annoso problema della comunità ebraica risiedente in Alessandria (Egitto), da sempre in lotta con la maggioranza dei cittadini greco-egiziani. Al tempo di Caligola, quando fu prefetto dell'Egitto Aulo Avilo Flacco, nominato nel 32 e destituito nel 41, i cittadini pagani di Alessandria, appoggiati dalla politica del prefetto romano, perseguitarono duramente gli ebrei che risiedevano ad Alessandria, abbiamo notizia di questi fatti attraverso Filone di Alessandria (cfr. In Flaccum e Legatio ad Caium) e alcuni cenni in Giuseppe Flavio (Ant. 18,257). Quando morì Caligola e Flacco perdette il suo incarico, i Giudei di Alessandria a loro volta si riarmarono e si opposero alle vessazioni che avevano subito durante l'epoca di Flacco (Ant. 19,278). Secondo Giuseppe Flavio, Claudio, oltre ad imporre il ristabilimento della pace nella grande città egiziana, promulgò due editti che confermavano i diritti che i Giudei di Alessandria avevano conquistato nel corso dei secoli (Ant. 19,279). Uno di questi decreti era specifico per la città Alessandria ed è citato in Ant. 19,280-285, mentre l'altro circolò per tutto il resto l'impero ed è citato in Ant. 19,287-291. Nel testo di questi editti così come vengono riportati in Giuseppe Flavio non vi è alcun aspetto negativo nei confronti dei Giudei. Per esempio nel decreto specifico per Alessandria è scritto: "Io voglio che nessuno dei diritti dei Giudei vada perso per la pazzia di Gaio, non solo, ma che siano preservati anche gli antichi privilegi, purché non si discostino dalle loro usanze; e ad ambedue le parti comando che pongano la più grande preoccupazione affinché, dopo l'affissione del mio editto, non sorga una qualsiasi agitazione." (Ant. 19,285). Il decreto all'ecumene può essere riassunto nella frase: "Perciò è bene che i Giudei, in tutto il mondo a noi sottoposto, custodiscano gli usi dei loro padri, senza alcuna opposizione." (Ant. 19,290). Non vi è dubbio che appena salito al potere Claudio trattò in modo benevolo i Giudei in Palestina, Alessandria e molto probabilmente anche nel resto dell'Impero, almeno secondo la versione di Giuseppe. Nel resto del libro XIX di Antichità Giudaiche non vi è alcun cenno a provvedimenti negativi nei confronti dei Giudei di Roma o di qualunque altra parte dell'Impero, in anni successivi al 41. Queste notizie di Giuseppe non possono non essere confrontate con le indicazioni di segno opposto che sopra abbiamo riportato: gli Atti e Svetonio parlando di espulsione di Giudei o Giudeo-Cristiani da Roma mentre Dione Cassio accenna a una proibizione imposta agli ebrei di Roma di riunirsi liberamente. Purtroppo la sezione degli Annales di Tacito dedicata al regno di Claudio è andata perduta, così non si può stabilire se il grande storico romano abbia parlato di un provvedimento di espulsione dei Giudei al tempo di quell'imperatore o se, al contrario, l'imperatore agì in modo conciliante nei confronti della comunità ebraica di Alessandria come voluto da Giuseppe Flavio. Tacito registra invece negli Annales un provvedimento di espulsione dei Giudei al tempo di Tiberio:

 

Tacito, Annales, 2.85.4 "Si discusse anche sull'opportunità di sopprimere i culti egiziani e giudaici e per decreto del senato quattromila liberti contaminati da quelle credenze superstiziose e in età di portare le armi furono trasferiti in Sardegna per reprimervi il brigantaggio. E si riteneva che, se vi fossero morti per l'insalubrità del clima, sarebbe stata una perdita di poco conto. Tutti gli altri seguaci di quei culti dovevano lasciare l'Italia a meno che, entro una data stabilita, avessero rinunciato ai loro riti profani."   

 

Sulla base degli episodi storici che egli precedentemente menziona, questo provvedimento di espulsione è databile al 19 d.C., l'anno della morte di Giulio Cesare Germanico, figlio di Nerone Claudio Druso e fratello del futuro imperatore Claudio. Un provvedimento di espulsione dei Giudei sotto Tiberio è menzionato anche da Giuseppe Flavio, il quale però sembra collocarlo al tempo di Pilato, quindi tra il 26 e il 36 dopo Cristo. Scrive Giuseppe:

 

G. Flavio, Ant. 18.83-84. [83] "Saturnino, sollecitato dalla moglie Fulvia, riferì tutto a Tiberio, suo amico; per tale motivo egli ordinò a tutta la comunità giudaica di abbandonare Roma. [84] I consoli redassero un elenco di quattromila di questi Giudei per il servizio militare e li inviarono nell'isola di Sardegna; ma ne penalizzarono molti di più, che per timore di infrangere la legge giudaica, rifiutavano il servizio militare. E così per la malvagità di quattro persone, i Giudei furono espulsi dalla città."

 

Questo episodio è inserito da Giuseppe Flavio dopo il racconto del raggiro di una matrona romana, Fulvia, moglie di Saturnino, e dopo l'episodio di Decio Mundo e Paolina, uno scandalo che coinvolse i sacerdoti del tempio di Iside a Roma. Apparentemente l'episodio dei sacerdoti di Iside non ha nulla a che vedere con la storia giudaica ed è del tutto incomprensibile il motivo per cui Giuseppe Flavio lo riporti in Antichità Giudaiche: l'episodio si svolge a Roma, inoltre non vede coinvolto alcun giudeo direttamente o indirettamente, al contrario del raggiro di Fulvia narrato subito dopo. E' probabile che la chiave di volta per comprendere il motivo dell'inserzione dell'episodio di Paolina e Decio Mundo sia costituito da Annales 2.85.4, in cui Tacito menziona proprio i culti egiziani e giudaici, oltre ad importanti analogie con il racconto dell'espulsione di Ant. 18.83-84, in particolare la menzione dell'isola della Sardegna e del numero di quattromila giudei che vi furono inviati con la forza. Tacito e Giuseppe Flavio sono tuttavia in disaccordo sulla collocazione temporale di questo evento. Come abbiamo detto Tacito lo fissa al 19 d.C., all'epoca della morte di Germanico (2.85.1 inizia con "Eodem anno", in quello stesso anno). Giuseppe, invece, sembra collocarlo comunque all'epoca della prefettura di Tiberio, sebbene utilizzi nell'incipit di Ant. 18.65 la formula kaˆ ØpÕ toÝj aÙtoÝj crÒnouj, risulta difficile pensare che Giuseppe, dopo la narrazione di due eventi che riguardano in specifico Pilato e il testimonium flavianum, sia tornato indietro fino al 19 d.C., nonostante l'ambiguità di crÒnoj e i continui flash-back che Giuseppe adotta in tutta la sua opera. Poiché, dunque, Tacito e Giuseppe Flavio conoscono un provvedimento di espulsione dei Giudei da Roma al tempo di Tiberio, potrebbe sorgere il sospetto che in realtà Svetonio abbia inteso alludere a quel medesimo provvedimento, sbagliando (oppure correggendo sulla base di altre informazioni in suo possesso) la datazione del provvedimento anti-ebraico. Questa ipotesi, tuttavia, appare infondata nel momento in cui si osserva che Svetonio conosce e cita l'episodio di espulsione menzionato da Giuseppe e da Tacito, come si evince dal Cap. XXXVI del Tiberius:

 

Svetonio, Tib., XXXVI - Egli [Tiberio] soppresse i culti stranieri, e i riti Egiziani e dei Giudei, obbligando tutti quelli che praticavano quel tipo di superstizione a bruciare i loro paramenti e tutti i loro utensili sacri. Egli inviò la gioventù dei Giudei, sotto l'obbligo del servizio militare, nelle province note per il loro clima inospitale, e allontanò dalla città il resto di quella nazione così come tutti coloro che facevano proseliti in quella religione, sotto minaccia di morte. 

 

L'informazione, come si vede, concorda nella sostanza con quelle di Tacito e Giuseppe Flavio pertanto Svetonio non può aver confuso il provvedimento di Claudio con quello del tempo di Tiberio. Svetonio, pertanto, deve aver fatto riferimento ad un altro provvedimento anti-ebraico, ignorato da Giuseppe Flavio.

 

La data del 41 ricorre in una lettera di Claudio ai cittadini di Alessandria (Egitto) di cui al British Museum è conservata una copia su papiro che fu scoperta nel 1924 (P. Lond. 1912 = CPJ II 153). Si tratta di un documento importante in quanto ha gettato una nuova luce sui rapporti tra Claudio e i Giudei smentendo, in particolare, l'idea di un rapporto così idilliaco come appare dalla lettura di Giuseppe Flavio. Il testo della lettera di Claudio agli Alessandrini può essere suddiviso in due parti: nella prima l'imperatore risponde a questioni che riguardano la cittadinanza greco-egiziana di Alessandria, mentre la seconda parte della lettera è dedicata alla questione ebraica. Claudio conferma i diritti dei Giudei a seguire il loro culto così come stabilito dai sovrani e dai prefetti precedenti, d'altro canto impone loro di non rivendicare altre concessioni creando disordini e incidenti, minacciando severe punizioni. Viene poi imposto il divieto di espandersi alla comunità ebraica di Alessandria e gli stessi Giudei sembrano descritti come "una piaga del mondo":

 

P.Lond. 1912 (= CPJ II 153), Col. V, ll. 95-100, 41 d.C. - "Non si facciano entrare o avvicinare da Siria o Egitto Giudei naviganti verso terra, o ciò mi farà prendere sospetti più grandi: altrimenti in tutti i modi mi opporrò a loro come quelli che alimentano una piaga del mondo." (mhd ™pagesqai À pros…esqai ¢pÕ Sur…aj À A„gÚp<t>ou katapleontaj 'Iouda…ouj ™x oØ me…zonaj Øponoiaj ¢nagkasqhsomai lamb£nein, e„ d m» p£nta tropon aÙtoÝj ™pexeleÚsomai kaq£per koin»n tina tÁj o„koumšnhj nÒson ™xege…rontaj). Il testo greco completo del P.Lond. 1912 è disponibile nel database del sito Perseus. 

 

I toni degli editti riportati in Giuseppe Flavio sono indubbiamente più positivi di quanto riportato nel testo di CPJ II 153, un documento la cui attendibilità è molto elevata e di gran lunga superiore a quella di Giuseppe Flavio. E' possibile che Giuseppe Flavio oppure, più verosimilmente, la fonte che egli seguì (infatti Giuseppe non fu testimone diretto di quelle vicende storiche, essendo nato nel 37: dovette, dunque, basarsi su documenti) abbia distorto il testo degli editti di Claudio oppure taciuto le parti negative nei confronti dei Giudei per fini apologetici, volti a sostenere la causa ebraica. Si pensa anche a un repentino mutamento di Claudio nei confronti dei Giudei il quale, dopo aver promulgato decreti effettivamente favorevoli ai Giudei subito all'inizio del suo regno, scrisse la lettera agli Alessandrini qualche mese dopo, rispondendo anche alla nuova situazione che si era venuta a creare, in cui anche i Giudei, sottomessi negli anni precedenti, ora si ribellavano agli alessandrini (cfr. Ant. 19, 278). Una trattazione del problema della divergenza tra Giuseppe e CPJ II 153 si trova in: Marina Pucci, Miriam Pucci ben Zeev, Jewish Rights in the Roman World: The Greek and Roman, Mohr Siebeck, 1998, 520 pp., ISBN:3161470435, da pag. 295 (Cap. 28, Ant. XIX, 280-285 41 CE), disponibile anche su Google Books; in questo testo si parla in part. del papiro P.Lond. 1912 confrontato con gli editti citati da Giuseppe Flavio, a pp. 306-307. Si veda anche: Josephus’s Ambiguities: His Comments on Cited Documents, Miriam Pucci ben Zeev, Ben Gurion University, Beersheva, http://www.josephus.yorku.ca/pdf/ben-zeev2003.pdf Il testo greco di P.Lond. 1912 = CPJ II 153 è reperibile nel Data Base del sito Perseus: http://www.perseus.tufts.edu/hopper/  Una traduzione in inglese del testo della lettera si trova in: Hans-Josef Klauck, Daniel P. Bailey, Ancient Letters and the New Testament, Baylor University Press, 2006, ISBN:1932792406, pag. 86, testo disponibile su Google Books.

 

Accanto a questi provvedimenti ricordati dagli Atti degli Apostoli, da Dione Cassio e dai toni piuttosto duri della lettera dell'imperatore Claudio agli Alessandrini, si colloca, dunque, la testimonianza di Svetonio. Essa molto probabilmente si riferisce ad un episodio storico diverso da quelli riportati in Dione e Atti. Secondo lo storico Paolo Orosio, vissuto nel V secolo,  il provvedimento menzionato da Svetonio fu emesso verso il 49 (cfr. Hist. Adv. Pag., VII, 6, 15-16) e non va confuso con quello ricordato nei due passi che abbiamo precedentemente citato. Della stessa opinione sono anche diversi storici moderni, cfr. ad esempio Giorgio Jossa in: I Cristiani e l'impero Romano, Carocci, Roma, 2000, ediz. 2006, pag. 35. Orosio, tuttavia, afferma che anche Giuseppe Flavio avrebbe menzionato questa espulsione dei Giudei:

 

Paolo Orosio, Hist. Adv. Pag., VII, 6, 15-16 - [15] Nel nono anno dello stesso regno, racconta Giuseppe che per ordine di Claudio i giudei furono espulsi dall'Urbe. Ma più mi colpisce Svetonio, che si esprime così: "Claudio espulse da Roma i Giudei in continuo tumulto per istigazione di Cristo"; [16] dove non si riesce a capire se egli ordinò di infrenare e di reprimere i giudei tumultuanti contro Cristo, oppure se volle che anche i cristiani fossero espulsi con essi, come gente di religione affine.

 

Poiché nelle opere di Giuseppe Flavio, così come ci sono pervenute, non si è conservata traccia di alcun provvedimento di espulsione al tempo di Claudio, l'affidabilità di questo riferimento di Orosio così come la sua datazione sono oggetto di discussione. I motivi del silenzio di Giuseppe Flavio relativamente a un decreto di espulsione dei Giudei da Roma al tempo di Claudio possono essere di due specie: i) Effettivamente il provvedimento citato da Svetonio riguardava dei giudeo-cristiani le cui vicende non erano di diretto interesse nel racconto storico di Giuseppe (libri XVIII e XIX di Antichità Giudaiche); ii) Giuseppe Flavio ha volutamente taciuto per fini apologetici alcuni aspetti della politica di Claudio nei confronti dei Giudei, esaltandone invece i provvedimenti più positivi.

 

 

 

3. Chrestus, nome proprio o confusione linguistica?

 

 

Il nome di persona Chrestus era molto frequente nelle iscrizioni poste sulla via Appia già a partire dalla tarda repubblica, soprattutto sulle tombe e sui muri che si possono vedere a fianco della casa di Rotondo  e della tomba di Cecilia Metella dove si legge di un "Chrestus lictor", ovvero attendente di Cesare. Questo induce a pensare che il Chresto citato da Svetonio sia davvero un nome proprio diverso da Christus, quindi riconducibile ad un personaggio che veramente istigò una rivolta dei giudei al tempo di Claudio. Una ulteriore prova a sostegno di questa tesi è data dall'utilizzo del termine christiani in Vita Neronis, 16, 2 dello stesso Svetonio, che risulta scritto nella forma corretta (vedi Cap. 2). A questo punto è necessario osservare che il nome corretto di "Cristo" in latino sarebbe Christus, che proviene dalla traslitterazione del greco CristÒj. Qualora avesse voluto impiegarlo, Svetonio avrebbe dovuto scrivere Christo, come richiesto dalla costruzione grammaticale della frase latina. Christos è diventato un nome proprio con il diffondersi del cristianesimo, ma in realtà è un aggettivo greco che significa "unto", esprime infatti la traduzione letterale dell'ebraico "Messia", che significa proprio "l'unto". L'unzione, infatti, era il simbolo sacro della consacrazione regale e sacerdotale nel mondo ebraico. CristÒj è dunque un titolo settario cristiano, derivato dalla cultura e religione ebraica. Ora, in greco abbiamo una parola molto simile a questa, si tratta dell'aggettivo crhstÒj che significa "buono" (nel senso di capace, efficiente, valido, anche in senso morale) e differisce dal titolo-appellativo CristÒj per una sola lettera eta al posto di uno iota. Il Vocabolario del greco antico di R. Romizi (Zanichelli, Bologna, seconda edizione, 2005) riporta che crhstÒj è un aggettivo verbale il cui significato può essere connesso con l'uso di un oggetto (utilizzabile, utile, adatto, buono, propizio favorevole) ma anche con una persona (buono, bravo, valente, valoroso; buono, gentile, cortese). E' quindi possibile che Svetonio abbia confuso l'appellativo greco di CristÒj, il vero nome-titolo di Gesù, con un appellativo simile, CrhstÒj, derivante dall'aggettivo greco corrispondente.

 

Si trova scritto spesso che la pronuncia di CristÒj in greco sarebbe la stessa di crhstÒj. Questa affermazione richiede una spiegazione. In realtà, in base alla cosiddetta pronuncia "erasmiana" ricostruita del greco classico, la prima parola si pronuncerebbe "chrìstos", la seconda in modo diverso, cioè "chrèstos" #[3]. Ma il greco classico è un fernomeno linguistico anteriore al 500 a.C. La pronuncia del greco koinh nel periodo ellenistico, romano e bizantino mutò significativamente, evolvendosi secolo dopo secolo. Già al tempo di Svetonio la pronuncia dell'eta in greco era identica, da un punto di vista fonetico, a quello dello iota per un fenomeno linguistico noto come itacismo che consiste nel pronunciare "i" la eta greca, pertanto crhstÒj (es. Mt. 11,30) si pronunciava "chrìstos" esattamente come si pronunciava CristÒj. E' solo dal XVI secolo che si è ritornati a distinguere tra eta e iota nella pronuncia, cercando di recuperare alcune differenze esistenti nella pronuncia del greco più antico che erano andate perdute nel corso dei secoli. Gli itacismi sono testimoniati in forma scritta nei papiri del tempo di Svetonio e anche prima, spesso al posto dell'eta veniva scritto uno iota e viceversa, sebbene questo fosse contrario alle regole della buona scrittura e potesse anche dare origine a fraintendimenti delle parole. E' quindi possibile perfettamente possibile sentendo pronunciare una espressione come l'italiano "chrìstos", sapendo che deriva dal greco e corrisponde a un appellativo, a un titolo benevolo, si sia pensato a crhstÒj, che in greco si pronunciava esattamente allo stesso modo e aveva il significato di "buono". Così avremmo Gesù "il buono", o "il capace" anziché Gesù "l'unto", appellativo, quest'ultimo, che peraltro doveva sembrare ben strano e curioso a chi non conosceva la cultura e la mentalità cristiano-giudaica. E' possibile, quindi, che nel passo che abbiamo citato della Vita Claudii Svetonio abbia traslitterato in modo sbagliato dal greco, ingannato dalla pronuncia, ricostruendo così Chrestus al posto di Christus.

 

Un gioco di parole basato su una oscillazione cristÒj - crhstÒj si rintraccia in Giustino (100-165 d.C. circa), Apol. I, 4, 1-5:

 

Giustino, Apologia I, 4, 1-5 - [1] L'appellativo di un nome non si giudica né buono (¢gaqÕn) nè cattivo, senza i fatti che sottostanno al nome stesso; del resto, per quanto attiene al nostro nome che ci viene contestato, noi siamo ottimi (crhstÒtatoi). [2] Ma se, da una parte, non riteniamo giusto chiedere di essere assolti a causa del nome, qualora si dimostri che siamo colpevoli, così, d'altra parte, se non si trovano prove che commettiamo del male a causa del nome con cui siamo chiamati e di come viviamo, è vostro dovere adoperarvi per non dover pagare il fio alla giustizia per il fatto di punire ingiustamente coloro la cui colpevolezza non è provata. [3] Infatti non sarebbe ragionevole che dal nome derivasse una lode o un biasimo, se non si potesse dimostrare dalle opere la bontà o la malvagità di una cosa. [4] Infatti non siete soliti condannare tutti coloro che sono accusati davanti a voi, prima che siano convinti di colpa. Invece, nei nostri confronti, usate il nome come prova, mentre, per quanto riguarda il nome, dovreste piuttosto punire i nostri accusatori. [5] Infatti ci si accusa di essere cristiani (cristianoˆ): ma non è giusto odiare ciò che è buono (tÕ crhstÕn).

 

Notizie riguardanti la disinformazione linguistica sul titolo di Cristo o sulla denominazione dei Cristiani, del resto, hanno un preciso fondamento storico in quanto Tertulliano (150-220 d.C. circa) nel terzo capitolo dell'Apologeticum scrive:

 

Tertulliano, Apologeticum, Cap. III, "Cristiano, per quanto concerne il significato del nome, deriva da unto. E anche quando viene erroneamente pronunciato da voi come Crestiano (giacchè non conoscete neppure accuratamente quel nome che tanto avversate) proviene da dolcezza e da benevolenza."

 

Tertulliano conferma quindi che esisteva una certa confusione nell'utilizzo del termine "cristiano", che veniva confuso dai pagani con "crestiano". Presumibilmente lo stesso accadeva per Cristo, confuso e/o sostituito con Cresto. Si noti che Tertulliano è un autore posteriore a Svetonio, quindi simili confusioni dovevano essere presenti a maggior ragione al tempo di Svetonio, quando i cristiani erano ancora meno noti. Inoltre vogliamo anche soffermare la nostra attenzione agli Annales di Tacito (54-119 d.C. circa), lo storico romano vissuto nello stesso tempo di Svetonio. Sebbene in Annales, XV, 44 la lezione preferita dagli editori di Tacito sia christianos, nel codice più antico contenente il libro XV degli Annales, il manoscritto 68.2 conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, compare il termine chrestianos corretto in christianos da un revisore che molto probabilmente non è la stessa mano che compose il testo originario e ha operato molto tempo dopo la composizione del manoscritto. Dal sito www.christianismus.it traiamo poi la seguente importante informazione:

 

"Ci sono molti esempi nei manoscritti della confusione tra i due termini, sia in greco che in latino. Lo stesso vale per alcune iscrizioni asiatiche e siciliane: Corpus Inscriptionum Graecarum II, add. 2883d; 3857g.p., e Inscriptiones Graecae XIV 78.154.191.196." #[4]

 

Il passo di Tertulliano e l'esistenza di confusioni tra Cristo e Cresto o cristiani e crestiani potrebbe così spiegare l'anomalia del passo di Svetonio e la differenza tra quanto affermato da Svetonio e quanto sostenuto da Dione Cassio. Svetonio potrebbe aver riferito di una espulsione di cristiani, confusi con giudei o chiamati genericamente in questo modo, che si ispiravano a Cristo (confuso con Cresto). Questa espulsione non sarebbe quella registrata da Dione Cassio, il quale avrebbe riferito invece di un'altro provvedimento, che non prevedeva l'espulsione, nei confronti di ebrei romani. Dione Cassio nelle sue opere, che ci sono pervenute incomplete, non parla mai dei cristiani e di Gesù Cristo, quindi il provvedimento riportato da Svetonio relativo ai cristiani non appare in Dione. Tuttavia questa teoria della confusione linguistica dovuta all'itacismo non tiene conto di un aspetto fondamentale: nella Vita Neronis, come vedremo, Svetonio parla ancora dei Cristiani, ma questa volta utilizza la parola latina Christiani e non Chrestiani. Se la teoria della confusione di Cristo con Cresto è valida, sarebbe allora stato assai più naturale ritrovare Chrestiani anche in Vita Neronis, 16.2.

 

 

4. Le persecuzioni dei cristiani nella Vita Neronis

 

 

Lo storico romano Tacito racconta che l'imperatore Nerone perseguitò i cristiani accusandoli dell'incendio che era scoppiato nella capitale nel 64 dopo Cristo, che alcune voci popolari attribuivano a lui stesso (cfr. Annales, XV, 44). Anche lo stesso Svetonio riferisce di una persecuzione neroniana dei cristiani, pur non collegandola mai alla questione dell'incendio di Roma (Vita Neronis, 16.2):

 

Svetonio, Vita Neronis, 16.2 - "Afflicti supliciis Christiani, genus hominum superstitionis novae ac maleficae." - Traduzione italiana: "Sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica #[5]

 

Anche l'autenticità di questo passo non è mai stata messo in discussione, dato il tono profondamente negativo espresso nei confronti dei cristiani, perfettamente in linea con il pensiero di Tacito, Annales, XV, 44. E' interessante notare come Svetonio qui utilizzi la forma corretta Christiani invece che Chrestiani: questo fa supporre che nella Vita Claudii Svetonio abbia realmente inteso utilizzare il termine Chrestos. Come abbiamo detto nel precedente paragrafo, un manoscritto di Tacito, il 68.2, utilizza chrestianos al posto di christianos, sebbene la parola sia stata corretta nello stesso documento. Interessante appare il riferimento alla tribù o razza genus hominum nel testo di Svetonio. La parola genus, in accordo al Vocabolario della lingua latina di L. Castiglioni, S. Mariotti, Loescher, 1990, significa:

 

1) sesso, genere: genus vivorum (Liv., Ov.) o virile, sesso maschile, Cic. e a.; tria genera, i tre generi (machile, femm. e n.), Quint.;

 

2) insieme di più individui della stessa stirpe: popolo, tribù, nazione: Afrorum genus, la razza africana, Cic.; Romanis generis, della razza romana, Cic.;

 

3) genere, specie, classe, categoria: genus humanorum, genere umano, Cic. e a.; hominum genus, genere umano, ma anche = sorta di uomini, Sall. I.17; multa genera ferarum, molte specie di bestie, Caes.; genus vipereum, la razza delle vipere, Verg.; genus omne (animantum), ogni specie vivente, Lucr. 1,4 e 160; omnis generis homines, uomini di ogni condizione, Cic. Dom. 75; militare genus, i soldati, Liv. 24, 32, 2; squamigerum genus, i pesci, Lucr. 1, 162.

 

L'utilizzo di genus da parte di Svetonio potrebbe essere visto in connessione con il Testimonium Flavianum (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 18.3.3) dove viene utilizzato il termine greco fulh (tribù) sebbene nel contesto del passo di Svetonio sembri traducibile più come "sorta di uomini" in senso dispregiativo che come "tribù" intesa come comunità di persone aventi una ben precisa identità.

 

 

5. L'incendio di Roma del 64 dopo Cristo

 

 

Nella Vita Neronis al Cap. 38 Svetonio racconta anche l'incendio che nel 64 dopo Cristo devastò Roma, episodio raccontato anche da Tacito (Annales, libro XV) e da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XVII, 1, 5). Svetonio, che non amava Nerone, accusa l'imperatore di aver ordinato l'incendio della città. Secondo Svetonio l'incendio si protrasse per sette giorni e sette notti, mentre la popolazione cercava riparo come poteva, all'interno di catacombe e in monumenti. Nerone è descritto come un folle che dall'alto della torre di Mecenate contempla con soddisfazione la scena dell'incendio e canta il "sacco di Ilio", forse una sua composizione. Svetonio, tuttavia, non afferma in questo passo che Nerone abbia perseguitato i cristiani a causa dell'incendio, come invece fa Tacito negli Annales. Si pone quindi il problema di stabilire se Svetonio, in Vita Neronis 16.2, e Tacito, in Annales 15.44, hanno inteso riferire uno stesso episodio oppure due vicende diverse, tenuto conto che, come detto, Svetonio parla dei cristiani in un punto diverso della Vita Neronis, al Cap. 38 anzichè al Cap. 16. Scrive Giorgio Jossa:

 

"Poichè Tacito narra della condanna dei cristiani in relazione all'incendio di Roma del 64, mentre Svetonio ne parla in un luogo diverso, e senza fare alcun riferimento all'incendio, che pure conosce e ricorda, si pone anzitutto il problema se i due autori parlino dello stesso episodio e si debba perciò pensare, come fa la stragrande maggioranza degli studiosi, a una sola persecuzione dei cristiani avvenuta a Roma in connessione con l'incendio della città, o se invece, oltre e prima di questa si debba postulare un'altra persecuzione di carattere generale nei loro confronti, come è opinione per esempio di M. Sordi. Il problema naturalmente è importante. Se il motivo della condanna è infatti da vedere nell'incendio di Roma, allora la repressione di Roma ha un carattere puramente locale e non indica necessariamente l'inizio  di una politica di ostilità nei confronti dei cristiani. Se invece l'adozione di misure repressive contro i cristiani è indipendente dall'incendio della città, allora si può pensare che esse abbiano avuto una estensione non limitata a Roma e rispondano a un cambiamento politico significativo. Ma il problema probabilmente non esiste. Poichè infatti Svetonio usa trattare separatamente i provvedimenti buoni di un imperatore e quelli cattivi, non soprende che la persecuzione dei cristiani da parte di Nerone, che egli approva, sia ricordata in un luogo diverso dall'incendio di Roma, che egli attribuisce senza esitazioni all'imperatore e ovviamente condanna. Solo il tentaivo di collegare la persecuzione dei cristiani con la svolta autoritaria della politica di Nerone che tra la fine del 62 e gli inizi del 63 coinvolge Seneca e gli altri stoici costringe in realtà la Sordi a ipotizzare un provvedimento di carattere generale che si aggiungerebbe (precedendolo) a quello preso per la città di Roma. Possiamo perciò essere sostanzialmente sicuri che solo a Roma c'è stata una repressione dei cristiani da parte di Nerone e che questa repressione va posta in relazione con l'incendio della città del 64 d.C." [6]

 

 


 

NOTE AL TESTO

 

[1] Per questa citazione vedi ad esempio: The Life of Claudius, 23.4, in: The Lives of the Twelve Caesars by C. Suetonius Tranquillus, Loeb Classical Library, 1914. Oppure: Vita Claudii, 23.4, ed. H. Ailloud, Paris, 1931. In rete è disponibile la versione latina di Maximilian Ihm, cfr. Suetonius, Divus Claudius, 25.4, http://www.perseus.tufts.edu/

 

[2] Del resto un provvedimento simile contro i giudei è raccontato anche da Giuseppe Flavio nella parte conclusiva del Cap. 18 delle Antichità Giudaiche dove G. Flavio riporta che già l'imperatore Tiberio ordinò l'espulsione degli ebrei e il loro confino in Sardegna (cfr. Ant. 18.3.5). Tacito menziona un provvedimento di espulsione dei Giudei semère al tempo di Tiberio, ma collocato temporalmente prima di quello menzionato da Giuseppe Flavio (cfr. Annales, 2.85.4). Ne parleremo tra breve.

 

[3] La cosiddetta pronuncia erasmiana è quella oggi tipicamente in uso nelle scuole classiche italiane e nella maggior parte delle scuole europee. Essa deriva il suo nome da Erasmo da Rotterdam (1466-1536) che nel 1528 scrisse un trattato sulla corretta pronuncia del greco e del latino, il De recta Latini Graecique sermonis pronuntiatione. Prima che si diffondesse la pronuncia erasmiana veniva utilizzata la pronuncia bizantina, detta anche neogreca, corrispondente in pratica alla pronuncia del greco così come si era evoluta nel corso dei secoli. Secondo tale pronuncia, sviluppatasi progressivamente a partire dal periodo ellenistico, il suono della lettera h veniva pronunciato in modo identico al suono della iota, come una "i" in italiano, così ¢rc» si pronuncia come in italiano "archì" ("archè" nel greco classico ricostruito da Erasmo), 'Ihsoàj si pron. "Iìsus", t¾n si pron. "tìn", fwn¾ si pron. "fonì", 'Iw£nnhj si pron. "Ioànnìs", Ãlqen come "iltèn". Anche il dittongo -ei- è affetto da itacismo, così metanote è pronunciato "metànoìte", bapt…sei "baptisìi", e„j "ìs", eden "ìden". Tale pronuncia "itacistica" è quella correntemente conservatasi anche nel greco moderno.

 

[4] Vedi pagina web: http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=2&page=5

 

[5] Per questa citazione vedi ad esempio: The Life of Nero, 16. 2, in: The Lives of the Twelve Caesars by C. Suetonius Tranquillus, Loeb Classical Library, 1914. Oppure: Vita Neronis, 16.2, ed. H. Ailloud, Paris, 1931.

 

[6] G. Jossa, I cristiani e l'impero romano da Tiberio a Marco Aurelio, Carocci, Roma, 2000, pp. 48-49.

 

 


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