Luciano di Samòsata (120-180 d.C. circa)

Aggiornamento: 06/05/2012  -  Autore: Gianluigi Bastia

 

de morte peregrini (testo completo, trad. dal greco G.B.) (file PDF)

 

Luciano fu uno scrittore, filosofo e retore della cosiddetta seconda sofistica vissuto nel II secolo dopo Cristo. Nacque a Samòsata, città sul fiume Eufrate e capitale della Commagene, l'estrema regione nord orientale della provincia romana di Siria. L'anno di nascita è incerto, comunque oscilla in un arco di tempo ristretto, tra il 119 e il 126 d.C., deducibile dalle sue opere. Per un accenno al decesso e alla divinizzazione dell'imperatore Marco Aurelio presente nell'Alessandro, la sua morte viene datata dopo il 180.

Una delle sue opere minori, La Morte di Peregrino (nota col titolo latino de morte Peregrini), composta in greco, la lingua in cui scriveva Luciano e in cui sono pervenute tutte le sue opere, è il resoconto del suicidio volontario sul rogo, davanti a molti spettatori, del filosofo cinico Peregrino Proteo, che Luciano critica e deride aspramente per tutta l'opera, considerandolo un fanatico e un arrivista innamorato della gloria personale, piuttosto che della virtù e di validi principi etici. L'opera, uno scritto in forma epistolare indirizzato a un certo Cronio, riporta la testimonianza diretta di Luciano, che assistette di persona al rogo avvenuto, secondo quanto si è potuto ricostruire dal testo di Luciano e da altre informazioni, proprio al termine dell'Olimpiade del 165 d.C., in una località poco distante da Olimpia.

Peregrino Proteo è un personaggio storico realmente esistito e di lui parlano diverse fonti. Oltre a Luciano, che peraltro lo menziona anche in altre sue opere, ricordiamo tra le principali testimonianze: (i) Aulo Gellio (125-166 d.C. c.a), che lo conobbe di persona, in Noctes Atticae 12, 11, 1-7; (ii) l’apologista cristiano Atenagora (133-190 d.C. c.a.), che nella “supplica in favore dei cristiani”, scritta nel 177 d.C., dodici anni dopo la morte di Peregrino, riferisce che nella città natale di Pario era stata eretta una statua in onore di Proteo (Legat. de Christian., 26); (iii) lo storico Ammiano Marcellino (330-391 d.C. c.a.) in Storie 29, 137-139. Il resoconto più esteso e dettagliato della sua vita è proprio quello, fortemente critico e derisorio, di Luciano nel de morte Peregrini. Gellio, invece, dice (Noct. Att., XII, 11) espressamente dì avere visto e conosciuto di persona Peregrino “virum gravem et constantem”, allorché soggiornò ad Atene, di averlo trovato “in quodam tugurio extra urbem”, di avergli fatto molte visite e di averlo udito parlare intorno a molte cose “utiliter et honeste”. Ammiano Marcellino lo chiama “philosofus clarus” (filosofo illustre) e accenna alla sua morte con toni encomiastici, paragonandola a quella del giovane filosofo Simonide, che fu vittima della persecuzione di Valente nel 370.

Luciano scrive nel de morte Peregrini che in una fase della sua vita Peregrino Proteo si era trasferito in Palestina ed era diventato cristiano, acquisendo un ruolo di notevole rilevanza nella comunità cristiana. A un certo punto finì addirittura in carcere per la sua militanza tra i cristiani. L'occasione fornisce a Luciano il pretesto per poter riportare alcune succinte informazioni sul cristianesimo del suo tempo e per accennare a Gesù, mai nominato direttamente nel testo ma indicato come "quell'uomo che fu crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova dottrina (= il cristianesimo) nel mondo".

 

Allorché, (Peregrino Proteo) apprese anche la straordinaria sapienza dei cristiani poichè incontrò in Palestina i loro sacerdoti e interpreti (delle scritture). E, difatti, che cosa successe? In breve li rese bambini mentre lui solo era profeta, capo di comunità, intermediario e tutto: interpretava e rendeva chiari alcuni libri (sacri) e lui stesso ne compose anche parecchi. Quelli (= i cristiani) lo onoravano come (un) dio, lo consideravano un legislatore e lo scelsero come (loro) guida, almeno dopo quello che ancora venerano, quell’uomo che fu crocifisso in Palestina perché introdusse questa nuova dottrina nel mondo.

[Luciano, de morte Peregrini, 11 - trad. dal greco di G. Bastia].

 

Infatti, questi sventurati (= i cristiani) si sono convinti che saranno immortali e vivranno per l’eternità e in base a ciò disprezzano la morte e la maggior parte (di loro) si consegnano consenzienti (alla morte). Inoltre, il loro primo legislatore li ha convinti che sono tutti fratelli l’uno con l’altro, una volta che, dopo aver trasgredito, rifiuteranno gli dèi greci, mentre invece (essi) si prostrano davanti a quello stesso sofista che fu crocifisso e vivono conformemente alle sue norme. Dunque, disprezzano ugualmente tutto e governano (beni) comuni, avendo accettato tali (dottrine) senza una certa fiducia scrupolosa, (fiducia) che un imbroglione, un truffatore capace di servirsi delle circostanze, (che giungesse) presso di loro potrà ingannare per diventare molto ricco in poco (tempo), facendosi beffe di persone semplici.

[Luciano, de morte Peregrini, 13 - trad. dal greco di G. Bastia].

 

Questo il testo greco (a cura di A.M. Harmon per l'edizione della Loeb Classical Library):

 

 

ὅτεπερ καὶ τὴν θαυμαστὴν σοφίαν τῶν Χριστιανῶν ἐξέμαθεν, περὶ τὴν Παλαιστίνην τοῖς ἱερεῦσιν καὶ γραμματεῦσιν αὐτῶν ξυγγενόμενος. καὶ τί γάρ; ἐν βραχεῖ παῖδας αὐτοὺς ἀπέφηνε, προφήτης καὶ θιασάρχης καὶ ξυναγωγεὺς καὶ πάντα μόνος αὐτὸς ὤν, καὶ τῶν βίβλων τὰς μὲν ἐξηγεῖτο καὶ διεσάφει, πολλὰς δὲ αὐτὸς καὶ συνέγραφεν, καὶ ὡς θεὸν αὐτὸν ἐκεῖνοι ᾐδοῦντο καὶ νομοθέτῃ ἐχρῶντο καὶ προστάτην ἐπεγράφοντο, μετὰ γοῦν ἐκεῖνον ὃν ἔτι σέβουσι, τὸν ἄνθρωπον τὸν ἐν τῇ Παλαιστίνῃ ἀνασκολοπισθέντα, ὅτι καινὴν ταύτην τελετὴν εἰσῆγεν ἐς τὸν βίον.

(Luciano, de morte peregrini, 11).

 

πεπείκασι γὰρ αὑτοὺς οἱ κακοδαίμονες τὸ μὲν ὅλον ἀθάνατοι ἔσεσθαι καὶ βιώσεσθαι τὸν ἀεὶ χρόνον, παρ᾽ ὃ καὶ καταφρονοῦσιν τοῦ θανάτου καὶ ἑκόντες αὑτοὺς ἐπιδιδόασιν οἱ πολλοί. ἔπειτα δὲ ὁ νομοθέτης ὁ πρῶτος ἔπεισεν αὐτοὺς ὡς ἀδελφοὶ πάντες εἶεν ἀλλήλων, ἐπειδὰν ἅπαξ παραβάντες θεοὺς μὲν τοὺς Ἑλληνικοὺς ἀπαρνήσωνται, τὸν δὲ ἀνεσκολοπισμένον ἐκεῖνον σοφιστὴν αὐτὸν ^ προσκυνῶσιν καὶ κατὰ τοὺς ἐκείνου νόμους βιῶσιν. καταφρονοῦσιν οὖν ἁπάντων ἐξ ἴσης καὶ κοινὰ ἡγοῦνται, ἄνευ τινὸς ἀκριβοῦς πίστεως τὰ τοιαῦτα παραδεξάμενοι. ἢν τοίνυν παρέλθῃ τις εἰς αὐτοὺς γόης καὶ τεχνίτης ἄνθρωπος καὶ πράγμασιν χρῆσθαι δυνάμενος, αὐτίκα μάλα πλούσιος ἐν βραχεῖ ἐγένετο ἰδιώταις ἀνθρώποις ἐγχανών.

(Luciano, de morte peregrini, 13).

 

 

 

Gesù, dunque, il cui nome non è mai espressamente menzionato da Luciano, è definito come "sofista" (gr. σοφιστής) in senso negativo, autore cioè di ragionamenti in apparenza logici ma in realtà falsi e capziosi: ad esempio, partendo da nobili ideali (gli uomini sono tutti fratelli) e mettendo in pratica la dottrina della proprietà comune è possibile raggirare il prossimo e approfittarne ("un truffatore capace di servirsi delle circostanze, (che giungesse) presso di loro potrà ingannare per diventare molto ricco in poco (tempo), facendosi beffe di persone semplici"). Nel testo compare anche il riferimento ai "cristiani", in greco οι Χριστιανοι. La crocifissione è qui descritta, per due volte (in 11 e 13), con il medio (con senso passivo) del verbo greco ἀνασκολοπίζειν, che letteralmente significa "appendere sopra un palo", "impalare", ma è usato anche per la tipica crocifissione romana. Si tratta di un verbo mai utilizzato nel Nuovo Testamento greco per la crocifissione di Gesù Cristo, per la quale si usa σταυροω oppure ανασταυροω, dalla stessa radice di σταυρος, che significa palo di tortura o croce intesa come strumento di tortura e anche Luciano utilizza altrove σταυροω/ανασταυροω (cfr. Prometeo 1,12ss.). Tra gli autori cristiani è Eusebio di Cesarea ad utilizzare ἀνασκολοπίζειν per la crocifissione a testa in giù di Pietro (Hist. Eccl. 2,25 e 3,1) e per quella dei martiri dell'Egitto (Hist. Eccl. 8,8). Luciano utilizza con una certa frequenza ἀνασκολοπίζειν nelle sue opere e da un suo passaggio in particolare si deduce con chiarezza che con tale verbo intende proprio la tipica condanna a morte per crocifissione: 

“Gli uomini piangono, lamentano la propria sorte e spesso maledicono Cadmo, perché ha introdotto il tau fra le lettere dell’alfabeto. Dicono infatti che i tiranni, lasciandosi attirare dal suo corpo (σώματι φασὶ ἀκολουθήσαντας ) ed imitando la sua figura (μιμησαμένους αὐτοῦ τὸ πλάσμα), mettono insieme due legni in questa forma (σχήματι τοιούτῳ ξύλα) e vi crocifiggono (ἀνασκολοπίζειν) la gente: e proprio da costui [scil. il tau] è venuto al tristo arnese (ἐπωνυμίαν) il suo tristo nome (scil. σταυρός). Orbene, per tutte queste ragioni quante condanne a morte credete che meriti il tau? Io ritengo che, se vogliamo punirlo secondo giustizia, altro non resti che farlo espiare sullo strumento della sua stessa forma (τῷ σχήματι τῷ αὐτοῦ), che, fatto da costui croce, croce (σταυρός) dagli uomini è denominato (ὑπὸ δὲ ἀνθρώπων ὀνομάζεται)” (Luciano, iudicium vocalium, 12).

Altri autori tratti dalla letteratura greca del I-II sec. d.C. che mettono in relazione ἀνασκολοπίζειν con σταυρος sono Filone di Alessandria, In Flaccum 84 e Caritone, Cherea e Calliroe, 3.4.18. Possiamo, pertanto, ragionevolmente concludere che, pur utilizzando ἀνασκολοπίζειν, un verbo così poco usato dagli autori cristiani in connessione con la crocifissione di Gesù e che non si rintraccia del tutto nel Nuovo Testamento greco, il tipo di morte che Luciano pensava avesse subito Gesù è lo stesso descritto dal Nuovo Testamento greco.

 

Come si può leggere in de morte Peregrini 11 e 13, il riferimento ai cristiani e al loro primo legislatore, Gesù Cristo, ha quindi un tono sostanzialmente negativo nel testo di Luciano, tanto che questo scritto si trovava nell'indice dei libri proibiti. Del resto lo scrittore in alcune opere si dichiara apertamente contrario a ogni sorta di credenza magica o superstiziosa ed esprime grande scetticismo anche nei confronti delle tradizionali divinità greco-romane. Il suo giudizio sui cristiani è, dunque, perfettamente coerente con lo spirito razionalista e dissacratore di Luciano e ben difficilmente ci si sarebbe potuti aspettare una descrizione positiva dei cristiani da parte di Luciano. Nell'opera intitolata Alessandro egli denuncia per esempio le pratiche menzognere di un falso profeta, abile a ingannare le folle per fare quattrini. Il breve dialogo noto come I Patiti della Menzogna raccoglie racconti ed aneddoti riguardanti presunte magie, stregonerie, guarigioni e miracoli, un'insieme di credenze e di superstizioni che il protagonista del dialogo - sotto cui si scorge il pensiero di Luciano - rigetta con disprezzo in nome della ragione: "se si usa il cervello nessuna di queste vuote e stupide menzogne ci può turbare". Nei Patiti della Menzogna troviamo ad esempio il seguente passaggio:

 

Conosci senz'altro, tra gli antichi famosi, Erodoto e Ctesia e, risalendo ancora nel tempo, i poeti e lo stesso Omero, nomi illustri, che si sono serviti della menzogna scritta: in questo modo non solo hanno abbindolato i loro contemporanei, ma le loro favole si sono tramandate attraverso i secoli fino a noi, conservate in versi e metri raffinatissimi. Certo non posso fare a meno di vergognarmi, spesso, per le loro parole, quando raccontano dell'evirazione di Urano, delle catene di Prometeo, della ribellione dei Giganti e di tutti i tragici spettacoli dell'Ade, oppure che Zeus per amore si è trasformato in toro o in cigno e che qualcuna è diventata, da donna che era, un uccello o un'orsa, e ancora Pegasi, Chimere, Gorgoni, Ciclopi e tante altre favole del genere, storielle assolutamente inverosimili, buone tutt'al più per incantare i bambini che hanno ancora paura dell'orco o del lupo cattivo. Ma ammettiamo pure che le favole dei poeti siano forse, sotto un certo punto di vista, accettabili. Però non è ridicolo che città e popoli interi mentano apertamente, pubblicamente, quasi ufficialmente? (da: I patiti della menzogna ovvero lo scettico, trad. di Maurizia Matteuzzi, ed. Garzanti)

 

 

Nella medesima opera, troviamo poi la descrizione sarcastica di un mago palestinese di nome Siro che scaccia i demoni. Potrebbe essere una allusione di Luciano a Gesù Cristo, un palestinese come il mago Siro, che scacciava i demoni (sono numerosi i passi del Nuovo Testamento dove si raccontano episodi del genere, in cui Gesù scaccia i demoni) oppure a qualche discepolo di Gesù che si dedicava alla stessa pratica (vedi ad es. Mt. 10,1 oppure At. 5,16):

 

Mi piacerebbe chiederti cosa ne pensi di chi guarisce gli indemoniati dai loro incubi e allontana, per opera di un incantesimo, le presenze misteriose. A questo proposito - non c'è bisogno che ve li stia a ripetere - conoscete tutti i miracoli del Siro, il palestinese, un vero specialista in questo campo: riceve moltissimi, uomini e donne, che vengono presi da crisi epilettiche davanti alla luna, strabuzzano gli occhi e hanno la bava alla bocca e, nonostante tutto, li rimette in piedi e li manda via, completamente rinsaviti, liberandoli, dietro corresponsione di un buon compenso, dalle loro ossessioni. Quando si mette accanto a un infermo e domanda da dove siano entrati nel corpo i demoni che lo posseggono, l'ammalato tace, ed è invece il demone che risponde - in greco, in lingua barbara, a seconda del luogo da cui proviene - come e quando è entrato nel corpo: il Siro, allora, con invocazioni agli dèi e, se non viene ubbidito, anche ricorrendo alle minacce, scaccia il demone. Io stesso ne ho visto uscire uno, tutto nero, e con la pelle affumicata.

(da: I patiti della menzogna ovvero lo scettico, trad. di Maurizia Matteuzzi, ed. Garzanti)

 

 

 


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