Marco Cornelio Frontone (160 d.C. circa)

Aggiornamento: 16/08/2006  -  Autore: Gianluigi Bastia

 

 

Questa testimonianza deriva da quanto scritto in un'opera di Minucio Felice, un padre della Chiesa vissuto nel II secolo dopo Cristo, le cui informazioni biografiche non sono note in modo esaustivo. Scrisse due opere, l'Octavius e il De Fatus dove quest'ultimo non è giunto fino ai nostri giorni. L'Octavius è un dialogo fra tre personaggi: il pagano Cecilio, fermamente contrario al cristianesimo, il cristiano Ottavio (da cui deriva il titolo dell'opera) e Minucio Felice, l'autore del dialogo. Ottavio rimprovera il pagano e politeista Cecilio per aver adorato la statua del Dio Serapide, tra i due nasce un dibattito e si stabilisce di assumere Minucio Felice come giudice imparziale della controversia. Cecilio e Ottavio preparano ognuno due orazioni a sostegno del proprio di vista, da sottoporre all'esame di Minucio Felice. Alla fine, nel corso del racconto, il giudizio di Minucio Felice non sarà necessario in quanto Cecilio si renderà conto da solo della infondatezza delle proprie tesi. Siamo quindi davanti ad un'opera fortemente apologetica a completo sostegno del cristianesimo. Nell'opera le argomentazioni di Cecilio sono attinte da una Orazione contro i cristiani che Minucio Felice sostiene essere stata pronunciata da Marco Cornelio Frontone (100-166 d.C. circa); si pensa che questa orazione sia stata scritta nel periodo 162-166 dopo Cristo. Frontone fu un personaggio di rilievo nel mondo romano, celebre oratore al tempo di Adriano fu console al tempo di Antonino Pio. Nel 1815 il cardinale Angelo Mai ritrovò un palinsesto a Bobbio contenente alcune delle opere di questo intellettuale romano, comprendenti un epistolario (a Marco Aurelio e ad altri personaggi), un trattato sulla guerra partica, i Principia Historiae (nei quali Frontone delinea le caratteristiche che a suo modo di vedere deve avere la storiografia), l'opera Laus fumi et pulveris costituita da scherzi sofistici e il Laus Negligentiae, una serie di esempi di oratoria fittizia. Riportiamo i passi dell'Octavius riconducibili all'Orazione contro i cristiani di Frontone.

 

Essi, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scellerataggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte.

Minucio Felice, Octavius, VIII,4-IX,7

 

 

"Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza..." Nell'immagine sopra: graffito del colle Palatino nel quale compare un uomo crocifisso con una testa d'asino. La scritta in greco Alexamenoj sebete qeon significa: Alessameno adora il suo Dio. Il graffito proviene dal Paedagogium, la scuola degli schiavi imperiali che si trovava sul colle Palatino vicinissima al Circo Massimo. Il Paedagogium è stato eretto al tempo di Domiziano (81-96 d.C.) ma il graffito è di età severiana (200 d.C. circa).

 

 


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