Elementi di Papirologia

 

 

Ultimo aggiornamento: 25.02.2007 - © All Rights Reserved - Autore: Gianluigi Bastia

 

 

 

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Il papiro come materiale scrittorio

Il passaggio dal rotolo al codice

Cuoio e pergamena

 

Datazione dei manoscritti: paleografia

Datazione dei manoscritti: radiocarbonio

Link utili

 

 

 

Il papiro come materiale scrittorio

 

 

Il papiro era un supporto per la scrittura molto utilizzato nell’antichità. Il termine deriva dal latino “papyrus” (plurale: “papyri”) e dal greco p£puroj, termini probabilmente derivati dall’egiziano “per-perâ”. Veniva preparato utilizzando il midollo, cioè la parte più interna sotto la scorza, della pianta del papiro egiziano (Cyperus Papyrus). In greco p£puroj designa proprio la pianta, alla quale ci si riferisce anche con i termini bÚbloj oppure bibloj. In figura abbiamo alcuni esempi di piante di papiro. Questa pianta cresce abbondantemente in modo spontaneo nelle zone umide e molto calde come le acque basse del Nilo, anticamente soprattutto nella zona del Delta mentre oggi più a sud, in Abissinia e in altre zone dell’Africa settentrionale e della Palestina. Necessita di acque molto pulite che fluiscano lentamente in modo che le radici possano usufruire di una ossigenazione continua e costante. Le piante di papiro sono caratterizzate da un fusto a sezione triangolare alto da 1 a 3 m e relativamente sottile (dai 5 ai 10 cm alla base) che sull’estremità superiore ha un caratteristico ombrello composto da infiorescenze piumose. In Europa il papiro oggi cresce spontaneamente soltanto in Sicilia, nella zona del fiume Ciane in provincia di Siracusa. Proprio a Siracusa esiste un centro di produzione della carta ottenuta dal papiro secondo le tecniche più antiche, riscoperte studiando antichi trattati e riproducendo esperimenti in laboratorio perché le metodologie dettagliate della lavorazione del papiro sono andate perdute attorno al XVI secolo circa in seguito all’introduzione della carta ottenuta dagli stracci. Una descrizione sommaria di come veniva lavorato il papiro ai suoi tempi è raccontata da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia Naturale (XIII, 74-82). Il papiro di alta qualità destinato alla produzione dei rotoli e dei codici veniva probabilmente coltivato in apposite piantagioni; poiché nel corso della storia sono stati rinvenuti papiri di qualità diversa evidentemente ci sono stati vari periodi di affinamento e di miglioramento delle tecniche di lavorazione. Non sappiamo in quale periodo dell’anno anticamente si raccogliessero le piante e se erano preferite mature o meno.

 

Il midollo ricavato dal fusto triangolare del papiro togliendone la corteccia veniva tagliato in tante strisce molto sottili della stessa lunghezza e della stessa larghezza. Le strisce venivano tagliate nel senso della lunghezza del tronco. Le varie strisce venivano quindi lavate e lasciate a bagno nell’acqua a macerare. Il lavaggio è una fase molto importante in quanto consente la fuoriuscita del succo della pianta che agisce come una colla capace di tenere assieme le varie strisce affiancate l’una all’altra. Gli Egiziani pensavano che fosse essenziale utilizzare l’acqua sacra del Nilo ma in realtà si può utilizzare benissimo anche altra acqua ed ottenere ugualmente lo stesso identico risultato. La composizione e le impurità presenti nell’acqua utilizzata in questa fase hanno comunque un ruolo fondamentale in quanto se esse non sono appropriate la carta si deteriora soltanto dopo pochi anni. La differenza tra un buon papiro e un cattivo papiro consiste molto nel tempo di conservazione del materiale. A Siracusa ci sono voluti anni e anni di studi e ricerche ed affinamenti per mettere a punto una tecnica di lavorazione del papiro ed ottenere risultati soddisfacenti. Con le strisce del papiro così trattate si costruiva prima uno strato affiancando verticalmente tante strisce. Sopra questo strato veniva poi disposto un secondo strato, composto da tante strisce sottili disposte orizzontalmente. Si otteneva così un foglio che aveva all’incirca le dimensioni del formato A4. Gli scrittori e gli storici antichi ci hanno tramandato le varie dimensioni caratteristiche dei fogli di papiro e i nomi dei vari tipi di carta secondo la qualità della medesima. Il foglio veniva quindi posto sotto una pressa tra due panni di materiale assorbente (come il feltro) per alcuni giorni, fino a quando il foglio non si era seccato per bene. La fase di essiccazione veniva poi probabilmente completata lasciando asciugare al sole le pagine. La superficie del foglio ottenuto era certamente ancora un po’ ruvida e quindi veniva levigata per esempio battendola con delle pietre. L’immagine sopra riprodotta mostra alcune piante di papiro, dal caratteristico ciuffo presente sullo stelo sottile.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Rotolo e codice

 

 

 

 

 

  

Sopra: piante di papiro (cyperus papyrus)

 

Il metodo più semplice per mettere assieme più fogli di papiro era quello di incollarne tanti uno a fianco dell’altro in modo da ottenere un rotolo, che generalmente veniva scritto solo su un lato, quello in cui le fibre avevano andamento orizzontale, detto anche recto; il lato in cui le fibre avevano andamento verticale e dove solitamente non si scriveva veniva invece denominato verso. Il rotolo scritto su entrambi i lati – decisamente molto raro – è detto opistografo (dal greco óphisten = dietro). In greco il rotolo pronto per la scrittura (ma non ancora utilizzato) veniva indicato con i termini tÒmoj e c£rthj. Il rotolo poi veniva avvolto attorno ad un bastoncino di legno o di avorio, con la parte “recto”, contenente la scrittura, chiusa all’interno e quindi maggiormente protetta. Il testo veniva scritto da un amanuense che lo suddivideva in tante colonne affiancate, disposte lungo il lato corto. Spesso alla fine del rotolo lo scriba riportava le indicazioni relative a quanto aveva scritto (numero di colonne, numero di linee per colonna, ecc…) che venivano utilizzate per fissare il compenso per il suo lavoro. Il rotolo veniva letto srotolandolo con una mano da un lato e riavvolgendolo dall’altro con l'altra mano, mentre la lettura procedeva. In greco il termine utilizzato per riferire un rotolo scritto, adatto ad essere letto, è bibloj (lo stesso nome della pianta del papiro) oppure bibl…on (questo termine invece non è mai applicato alla pianta). In latino, invece, il rotolo scritto veniva chiamato volumen. I più lunghi rotoli mai ritrovati arrivano al massimo a dieci metri di lunghezza, anche se antiche testimonianze affermano che potevano raggiungere i 40 metri di lunghezza. I primi rotoli che si conoscono risalgono al III millennio avanti Cristo e sono stati rinvenuti in Egitto, la “patria” del papiro. L’Egitto aveva praticamente il monopolio nella produzione dei papiri ed Alessandria era il principale mercato di questo materiale. In Grecia l’uso del papiro si diffuse soltanto a partire dal IV-V secolo avanti Cristo. Papiro e pergamena erano supporti per la scrittura molto costosi e preziosi. Nel caso del papiro il costo della materia prima incide pochissimo sul costo finale della carta ma la tecnica di lavorazione è molto laboriosa e quindi costosa. Per questo gli scribi ottimizzavano lo spazio cercando di occuparne il meno possibile. Le parole venivano scritte una attaccata all’altra, secondo la tecnica detta della scriptio continua e senza accenti o segni di interpunzione per risparmiare fogli. Questo non agevolava certo la lettura dei rotoli e dei codici. Il passaggio dal rotolo al codice consentiva poi di dimezzare lo spazio occupato da un testo. Le colonne erano costituite da un certo numero di linee, l’allineamento delle singole linee era sempre perfetto nel margine sinistro della colonna del testo mentre la lunghezza delle linee poteva variare. Occasionalmente la regola della scriptio continua veniva violata dallo scriba per evidenziare l’inizio di versi, paragrafi o Capitoli dell’opera. Così tra una parola e l’altra si può trovare a volte uno spazio bianco di qualche lettera, che può essere accompagnato o meno da un segno grafico (di solito una lineetta orizzontale nota come paragraphos) posto immediatamente a sinistra dell’inizio della linea contenente lo spazio oppure addirittura all’interno dello spazio stesso.

 

 

In figura: esempio di come veniva scritto un rotolo

 

Sul finire del I secolo d.C. si ebbe gradualmente il passaggio dal tradizionale rotolo ad un nuovo formato editoriale, il codice, che sostanzialmente era ricavato nel modo in cui vengono costruiti i libri anche oggi. Si comprese che era più semplice consultare un testo che si potesse sfogliare anziché srotolare come nel caso del rotolo. Inoltre era anche più comoda la scrittura e il testo poteva essere scritto in fronte e retro, ottimizzando così la quantità di papiro necessaria. Il testo veniva scritto su grandi fogli rettangolari che venivano poi piegati in due o quattro parti. Questi fogli venivano poi cuciti assieme a formare il codice. Per ottenere una maggiore uniformità tra le pagine i fogli venivano sovrapposti alternando “recto” e “verso” in modo che le fibre si presentassero, sulle due pagine affiancate, o tutte orizzontali oppure tutte verticali. Alcuni codici sono costituiti da un’unica grande colonna di testo, altri sono suddivisi in due, tre o quattro colonne. I Romani chiamarono il nuovo libro in formato di codice con i termini liber, libellus, caudex, codex. Si tratta di termini in uso presso i Romani fin da tempi molto antichi, prima dell'invenzione del codice, quando venivano utilizzate delle tavolette lignee per scrivere appunti, registrazioni o discorsi. In seguito alla nascita del codice, tra il I e il II secolo dopo Cristo, questi termini vennero applicati al nuovo formato editoriale in contrapposizione al termine volumen che designava il classico rotolo. Si discute ancora oggi animosamente sul periodo in cui il formato del codice iniziò a soppiantare il più antico formato del rotolo. Anche la reale convenienza economica del codice rispetto al rotolo è spesso stata messa in discussione (1). Un tempo si pensava che i rotoli fossero pressoché tutti su papiro mentre i codici fossero essenzialmente pergamenacei ma i ritrovamenti hanno invece dimostrato che esistono anche rotoli su pergamena (vedi ad esempio i manoscritti di Qumran) e codici papiracei come ad esempio tutti i papiri neo testamentari dal II secolo dopo Cristo in poi. Tra i frammenti più antichi in assoluto di codice segnaliamo P.Yale 1, papiraceo, scritto tra l’80 e il 100 d.C. e P.Oxy. I 30, codice pergamenaceo in latino scritto attorno al 100 d.C. circa; il primo è un frammento della Genesi, il secondo un'opera latina sconosciuta. E' importante osservare che sebbene esistano esempi di codice datati alla fine del I secolo d.C. e tutti i frammenti e manoscritti del Nuovo Testamento appaiono in questo formato fin dall'inizio del II secolo dopo Cristo, la diffusione del formato del codice per tutte le altre opere avviene più tardi, verso il III-IV secolo dopo Cristo: nel I, II, III secolo dopo Cristo le opere greco-romane (non cristiane) continuano a essere trascritte massicciamente su rotolo anziché su codice.

 

 

 

 

P.Yale 1 recto (a sinistra) e verso (a destra) uno dei più antichi frammenti di codice che si conoscano, datato tra l’80 e il 90 d.C. Contiene parte del Cap. 14 della Genesi secondo la versione greca dei LXX.

 

Rotoli e i codici di papiro, se sono di buona qualità, si conservano molto bene nei climi secchi per questo dopo migliaia di anni è stato possibile rinvenire molti papiri in luoghi come l’Egitto e la Palestina. Poiché l’Egitto fu il luogo di principale produzione del papiro, qui è stato ritrovato il maggior numero di documenti antichi. Pare che la grande biblioteca di Alessandria contenesse circa settecentomila rotoli di papiro. Nei climi più umidi i rotoli tendono invece a deteriorarsi per questo in Grecia e in Italia i manoscritti su papiro sono andati quasi tutti distrutti tranne casi eccezionali. La conservazione dipende poi anche in maniera determinante dalla qualità della carta. In alcuni casi fortunati i papiri si sono conservati in zone in cui ordinariamente si sarebbero disfatti molto prima grazie a condizioni molto particolari, come a Pompei ed Ercolano dove sono stati ritrovati numerosi papiri preservatisi grazie alle ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che li ha protetti.

 

 

Il passaggio dal rotolo al codice

 

 

Il passaggio dal rotolo al codice naturalmente non avvenne in maniera netta ed uniforme in tutto il mondo, ma in funzione delle varie zone geografiche. Si può comunque dire che tale passaggio iniziò lentamente a prendere corpo tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo dopo Cristo. Verso il 90 d.C. il poeta romano Marziale (40-104 d.C. circa) sembra alludere in un suo scritto al fatto che alcune sue composizioni circolavano su codice (lat. libellus) anziché su rotolo (2). In questo periodo, tuttavia, il classico rotolo di papiro, chiamato volumen in latino, è ancora di gran lunga il formato di gran lunga più diffuso per le opere letterarie classiche, come dimostrano i ritrovamenti papirologici. Un dato interessante è che i manoscritti più antichi del Nuovo Testamento greco che sono stati ritrovati e datati dall’inizio del II secolo d.C. in avanti sono tutti frammenti di pagine di codici papiracei e nessuno di questi appartiene ad un rotolo, non considerando il frammento di rotolo 7Q5 rinvenuto a Qumran la cui attribuzione al passo di Marco 6:52-53 non è univocamente accettata dalla comunità scientifica internazionale. Comunque, se questa osservazione è valida per tutti i frammenti del Nuovo Testamento, abbiamo tuttavia alcuni esempi di frammenti di rotolo di opere cristiane apocrife, o di scritti patristici. Il frammento di Oxyrhynchus P.Oxy. XLI 2949 pubblicato nel 1972 potrebbe effettivamente appartenere ad un rotolo cristiano, dal momento che è scritto solo nella porzione recto e contiene, chiaramente leggibili, le parole: filoj (amico), Peilaton (Pilato) e tafhn (sepoltura). J.D. Crossan ha proposto di identificarlo con il Vangelo apocrifo di Pietro, ma l'attribuzione resta comunque una speculazione, sono molte le varianti che si debbono introdurre rispetto al testo: non sapendo esattamente quale fosse il testo del papiro e del Vangelo di Pietro è quindi possibile che il frammento appartenesse proprio all'ultima pagina del codice, priva di scrittura nel retro. Lo stesso si può dire di altri frammenti che sembrano provenire da rotoli di qualche Vangelo apocrifo cristiano: sfortunatamente essendo il testo sconosciuto se non per quanto attestato da questi frammenti è difficile stabilire se essi appartenevano davvero in origine a rotoli oppure all'ultima pagina di un codice, vuota sul retro. Più seria invece la attribuzione dei frammenti P.Oxy. LXIX 4705 e 4706 ad altrettanti rotoli del Pastore di Erma, per opera di N. Gonis (i frammenti sono databili al II-III sec. d.C.). Questa importante scoperta è stata pubblicata solo nel 2005, nel volume n. 69 della serie dei papiri di Oxyrhynchus editi dalla Egypt Exploration Society. La grande quantità di lettere che si sono conservate e la conoscenza dettagliata che abbiamo del testo completo del Pastore, conservato ad esempio nel Codice Sinaitico e nel P. Bodmer XXXVIII, rende certa ed inequivocabile l'attribuzione di N. Gonis, così questi frammenti di Oxyrhynchus sono rarissimi esempi di frammenti di rotoli tratti da un'opera cristiana, sebbene non appartenente al Nuovo Testamento. Ma per quanto il Pastore di Erma fosse un'opera conosciuta e anche apprezzata in alcuni circoli cristiani, uno scritto che per poco non è entrato a far parte del Canone cristiano ed è contenuto nel Codice Sinaitico, esso rimane sempre uno scritto non canonico, escluso dal canone finale del Nuovo Testamento: pertanto il dato di fatto è che tutti i frammenti del Nuovo Testamento che oggi conosciamo sono su codice e non su rotolo, sebbene il codice si sia diffuso massicciamente per le altre opere greco-romane soltanto qualche secolo dopo la nascita del movimento cristiano.

 

Per queste ragioni si è sempre pensato che sia esistito uno speciale legame tra la diffusione dei primi codici e il Nuovo Testamento. Tra i frammenti più antichi di codice che si conoscono in assoluto ricordiamo il papiro di Rylands P52 = P.Ryl. Gk. 457 che attesta alcuni vv. del Vangelo di Giovanni: questo resto di codice è stato datato per via paleografica all’inizio del II secolo dopo Cristo; lo stesso P.Yale 1 di cui abbiamo parlato poco prima è un frammento della Genesi, secondo il testo della LXX, quasi certamente di fabbricazione cristiana, dal momento che gli Ebrei continuarono ad utilizzare il rotolo per i loro libri sacri anche nei secoli successivi al I d.C. Altri piccoli frammenti e papiri più estesi del Nuovo Testamento greco datano tra il II e il IV secolo d.C. per cui possiamo dire che gli scritti cristiani, soprattutto il Nuovo Testamento greco, sono stati di fatto la prima opera dell’antichità ad essere trasmessa sistematicamente su codice. Questo fatto non può essere del tutto casuale ma potrebbe essere frutto di una precisa volontà da parte di qualche autorità cristiana nei primi secoli, forse per distinguere i libri cristiani dai classici rotoli degli ebrei o dei pagani, come hanno sostenuto ad esempio T.C. Skeat e C.H. Roberts. Se per i documenti cristiani dal II secolo d.C. in poi il formato per eccellenza è esclusivamente quello del codice, tranne esempi più unici che rari, per le altre opere non cristiane il codice riesce ad imporsi in modo massiccio e a sostituire il rotolo solo tra la fine del III e l’inizio del IV secolo dopo Cristo.

 

Nel 1955 C.H. Roberts ha calcolato per la letteratura pagana la seguente distribuzione, sulla base dei manoscritti ritrovati fino a quell'anno:

 

II secolo d.C. codici 2,31% (il restante 97,69% erano quindi rotoli);

II-III secolo d.C. codici 2,90%;

III secolo d.C. codici 16,80 %;

III-IV secolo d.C. codici 48,14%;

IV secolo d.C. codici 73,95%.

 

Questi dati mostrano chiaramente che il passaggio dal rotolo al codice per la letteratura non cristiana avviene solo dal IV secolo dopo Cristo in poi. Invece tutti i documenti del Nuovo Testamento greco sono scritti su codice, fin dall’inizio del II secolo dopo Cristo. I manoscritti dell’Antico Testamento sembrano essere su rotolo (vedi Qumran) quando sono di chiara fattura ebraica, su codice quando sono opere di copisti cristiani. Nel seguente articolo proponiamo una investigazione sul problema dell'esistenza di rotoli cristiani; la pubblicazione dei frammenti dei rotoli del Pastore di Erma è recentissima, essendo avvenuta solo nel 2005:

 

      Sono esistiti rotoli del Nuovo Testamento? (PDF 162 KB)

 

Sul problema del passaggio dal rotolo al codice scrive E.G. Turner nel suo manuale di papirologia:

 

“Lenta e faticosa è stata la conquista di una base solida per ricostruire la storia dello sviluppo e precisare una data alla nascita del codice. Il cambiamento delle nostre opinioni su questo argomento non è risultato soltanto dall’accrescimento del numero di esemplari, ma da una sempre maggiore fiducia nella possibilità di retrodatare la scrittura di esemplari importanti. Naturalmente basare la datazione soltanto sulla scrittura comporta dei rischi. Per lungo tempo si sostenne come dogma che i codici non fossero esistiti prima del IV secolo d.C. e che il papiro in forma di codice era una stranezza a cui in epoca tarda i poveri ricorrevano al fine di imitare la pergamena. Contro questa opinione generale, F.G. Kenyon sin dall’inizio attribuiva ad un codice in pergamena di Demostene del British Museum la datazione del II secolo d.C.; W. Schubart attribuiva allo stesso periodo un foglio di un codice pergamenaceo, in piccolo formato, dei Cretesi di Euripide e anche Grenfell e Hunt proposero datazioni relativamente alte per vari codici, sebbene tendessero – sotto l’influenza di quel dogma – a porre la scrittura in una data più recente di quella a cui l’avrebbero attribuita se si fosse trattato di un rotolo. Può anche darsi che ora l’oscillazione del pendolo sia stata troppo ampia e che la tendenza moderna sia quella di datare i nuovi esemplari in epoche troppo antiche, ma la posizione ora diffusamente accolta è ancorata su un solido fondale ed è confortata da un numero sufficiente di esemplari, per i quali esiste un buon grado di datazione oggettiva. Nel 1955 C.H. Roberts, quando pubblicò la sua persuasiva relazione sullo sviluppo del codice, fermò l’attenzione sul fatto che nessuno dei primi esemplari del Nuovo Testamento greco, a noi conosciuti, era stato scritto sul recto di un rotolo. Dei 111 esemplari di manoscritti biblici in greco allora conosciuti, datati prima della fine del IV secolo d.C., 99 erano codici; di questi 99 quelli che erano cristiani e potevano essere assegnati al II secolo o al periodo tra il II e il III erano tutti codici di papiro. Roberts scrive così: “Quando la Bibbia cristiana – per usare un termine leggermente anacronistico – fa la sua prima apparizione nella storia, i libri di cui si compone sono sempre scritti su papiro e in forma di codice”. Dal 1955 numerosi nuovo esemplari di letteratura cristiana, alcuni dei quali di antica data, sono venuti alla luce in Egitto e l’affermazione di Roberts è ancora vera.[…] Egli [C.H. Roberts] presenta una suggestiva ipotesi sulla causa di questi fatti. Rilevando una distinzione nell’uso linguistico latino tra membrana al singolare per il materiale e membranae al plurale per “taccuini fatti in pergamena”, egli reca prove che tali quaderni di pergamena erano usati da uomini di legge e da uomini d’affari. E appunto in un ambiente di mercanti e di piccoli negozianti venne a trovarsi l’evangelista Marco a Roma. Ben conoscendo l’uso ebraico di scrivere gli insegnamenti rabbinici su tavolette o superfici lisce, egli trascrisse sui quaderni di pergamena il suo resoconto dei detti di Gesù. Un Vangelo, una volta entrato in circolazione in questa forma, fece sì che, in parte per l’autorità del testo, in parte per motivi sentimentali e simbolici, la forma propria delle scritture cristiane fosse il codice e non il rotolo. La letteratura classica seguì poi questo uso, ma lentamente e forse dapprima per ragioni economiche.” (E.G. Turner, Papiri greci, Carocci, Roma, 1984, pp. 30-32).

 

Naturalmente queste considerazioni devono tenere conto del fatto che la grande massa dei papiri antichi proviene pressoché tutta dall’Egitto, dove esiste il clima più favorevole alla conservazione dei documenti papiracei. Se è dall'Egitto che proviene la grande massa dei papiri che oggi si sono conservati, le considerazioni statistiche sulla distribuzione del rotolo e del codice nei vari secoli dovrebbero tenere conto anche di questa osservazione. Poiché abbiamo solo ritrovamenti occasionali di papiri in occidente, come nel caso di Pompei ed Ercolano, dove l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha conservato per secoli e secoli i manoscritti che altrimenti si sarebbero decomposti a causa del clima umido, non sappiamo con precisione quando ebbe luogo il passaggio dal rotolo al codice in occidente. Se ad esempio il codice fu una invenzione dei Romani, è possibile che esso abbia iniziato a diffondersi prima nella capitale dell'impero fin dalla fine del I secolo d.C., come del resto le allusioni di Marziale sembrano confermare, quindi lentamente abbia conquistato il resto del mondo, in particolare l'oriente e l'Egitto. Nell'ambito di un simile scenario si può anche ipotizzare che la grande massa dei documenti cristiani del II secolo sia stata prodotta a Roma, in occidente, dove fu inventato il codice e di qui esportata nel resto del mondo diventando la base della documentazione che in seguito fu chiamata Nuovo Testamento. La filologia in parte smentisce questa concezione, distinguendo tra testo occidentale e testo alessandrino, con il secondo ritenuto più antico e primitivo del primo, sorto in area orientale: il cristianesimo, quindi, avrebbe invaso l'occidente da oriente e non viceversa, come del resto le vicende storiche e le testimonianze letterarie dimostrano. Inoltre una simile teoria richiederebbe che i codici siano stati materialmente fabbricati a Roma e trasportati in oriente, il che sembra inverosimile.

 

Purtroppo, quindi, non abbiamo molti elementi papirologici provenienti da aree diverse da quella egiziana che possano essere ricondotti senza ambiguità al Cristianesimo tra il II e il IV secolo d.C. La scoperta dei rotoli del Mar Morto, a Qumran, Nahal Hever e altri siti in territorio israeliano o palestinese non ha portato elementi chiaramente riconducibili ad opere dei primi cristiani o al Nuovo Testamento greco. A Qumran sono stati ritrovati alcuni frammenti papiracei scritti in greco e su rotolo che potrebbero appartenere a una piccola porzione del Vangelo di Marco (si tratta del frammento 7Q5) o di una lettera di Paolo (si tratta dei frammenti 7Q4,1&2). Ritrovamenti del genere, se confermati, sconvolgerebbero l’ipotesi della nascita dei primi documenti cristiani e sarebbero i testimoni più antichi di questa categoria di manoscritti, essendo stati datati paleograficamente tra il 50 a.C. e il 50 d.C. (e vi sono anche solide motivazioni storico-archeologiche a sostegno di questa datazione). Purtroppo questi frammenti sono molto piccoli e non coincidono perfettamente con il testo greco oggi noto, la loro identificazione ha scatenato un dibattito che dura dal 1972 e la proposte di attribuzione a passi del Nuovo Testamento non sono state accettate da tutta la comunità scientifica internazionale. In questo sito è possibile consultare la sezione su “Qumran” dove si entra nel dettaglio delle problematiche inerenti i frammenti 7Q5, 7Q4,1 e 7Q4,2. L'analisi di questi frammenti qumranici è uno degli argomenti principali di questo sito web, si rinvia pertanto alla sezione relativa a Qumran.

 

Un punto di vista interessante relativamente all'adozione del codice per i manoscritti del Nuovo Testamento greco è espresso in un articolo comparso sulla rivista tedesca ZPE (Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik) n. 102 del 1994 (pp. 263-268) per opera di T.C. Skeat, un importante papirologo di fama mondiale, coautore con C.H. Roberts del libro The Birth of the Codex, pubblicato nel 1983. Skeat, nel suo articolo su ZPE, parte dalla considerazione che il papiro più antico contenente per certo tutti e quattro i Vangeli canonici è il papiro di Chester Beatty P45, databile alla metà del III secolo d.C. (il manoscritto contiene inoltre anche gli Atti degli Apostoli). Il testo di questo codice, limitatamente ai quattro Vangeli canonici, se fosse stato trascritto su rotolo anziché su codice avrebbe richiesto un rotolo lungo ben 30 metri, una misura eccessiva e improponibile: secondo Skeat, infatti, al massimo la lunghezza di un rotolo in quel periodo poteva raggiungere i dieci metri o poco più (3). Il codice papiraceo P75, più antico di P45, contiene i Vangeli di Luca e Giovanni ma non sappiamo se in origine contenesse anche Marco e Matteo: se fosse stato così, anche questo documento, qualora fosse stato scritto su di un rotolo, avrebbe raggiunto una lunghezza eccessiva. Il perno del ragionamento di Skeat è che volendo trascrivere su di un rotolo il testo completo dei quattro Vangeli canonici da Matteo alla fine di Giovanni si otterrebbero rotoli di lunghezza eccessiva, per cui l'adozione del codice, che non risente di questi problemi e può contenere molto più testo rispetto ad un rotolo, sarebbe stata necessaria quando ad un certo punto si iniziarono a trascrivere i quattro Vangeli canonici assieme. Se consideriamo uno dei libri più lunghi di tutto l'Antico Testamento, il libro del profeta Isaia, nella versione greca (LXX) esso contiene circa 136.800 caratteri, senza contare le spaziature (gli antichi utilizzavano infatti la tecnica della scriptio continua): si noti che il rotolo di Isaia ritrovato completo a Qumran, scritto però in aramaico e non in greco, era lungo 7,35 metri. Il rotolo dei Profeti Minori, 8Hev. XII Gk., ritrovato a Nahal Hever contiene il testo greco di Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo e Zaccaria, senza contare gli spazi tra una parola e l'altra conta "soltanto" 64.400 caratteri circa, più o meno la metà del testo di Isaia. Ma il testo greco completo di Matteo + Marco + Luca + Giovanni viene a contenere ben 325.500 caratteri circa, sempre senza contare gli spazi tra una parola e l'altra, un numero molto elevato, pari a circa 2 e volte e mezzo il testo di Isaia e a cinque volte il testo dei sette "Profeti Minori". Ne segue che una simile opera non poteva essere trascritta con efficacia su di un rotolo, questo sarebbe infatti risultato troppo lungo, ingombrante e scarsamente maneggevole. 

 

Secondo Skeat il periodo cruciale che portò alla definizione del codice per i Vangeli cristiani fu la pubblicazione del Vangelo di Giovanni, che egli colloca verso il 100 dopo Cristo. Prima della nascita di questo Vangelo canonico è possibile che alcuni Vangeli (canonici e/o apocrifi) circolassero singolarmente su rotolo. La pubblicazione, avvenuta nel 2005, dei frammenti di rotolo del Pastore di Erma, in un certo senso, conferma questa ipotesi di Skeat. Con Giovanni le prime comunità cristiane dovettero discutere a lungo e arrivare alla conclusione di "congelare" il canone evangelico con i quattro libri di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, arrivando poi a produrre copie - necessariamente su codice, data la lunghezza del testo - che contenevano tutti e soli questi libri. In questo modo tutti, consultando e diffondendo queste copie, potevano prendere visione del canone della Chiesa che diveniva, nei quattro Vangeli, uno standard della letteratura cristiana. In seguito tutti gli altri libri, copie di un Vangelo soltanto, si sarebbero uniformati al formato del codice che era diventato il formato per eccellenza del Nuovo Testamento. E' inoltre interessante osservare che l'adozione del codice poteva anche agevolare il trasporto dei libri durante i viaggi e gli spostamenti dei predicatori cristiani, invece che portare con sè ingombranti rotoli in grande quantità i primi cristiani potevano usufruire della stessa quantità di testo in libri meno voluminosi e assai più compatti, oltre che meno costosi (ma per la questione dei costi si veda la nota 1). L'ipotesi di Skeat richiede che ad un certo punto, all'inizio del II secolo e comunque al tempo della stesura del Vangelo di Giovanni o comunque del più recente tra i quattro Vangeli canonici, la Chiesa abbia preso la decisione di "congelare" il canone e trasmettere simultaneamente in alcune copie i quattro Vangeli. Purtroppo, come lo stesso Skeat sottolinea, non esiste alcuna prova documentale, storica o anche solo letteraria di una simile decisione, che rimane dunque soltanto postulata. Skeat evidenza quindi come la scoperta, per ora soltanto auspicata, di un frammento di codice contenente con sicurezza tutti e quattro i Vangeli canonici, ovvero un documento del tipo di P45, databile all'inizio del II secolo dopo Cristo, possa essere una prova diretta a sostegno della sua tesi. Skeat, nel suo articolo, insiste essenzialmente sui quattro Vangeli canonici. Ma è importante osservare che anche le lettere di Paolo, nella versione più antica attestate da P46, ci sono state tramandate su codice e non su rotolo. L'articolo originale di Skeat pubblicato nel 1994 su ZPE è disponibile al seguente link:

 

  T.C. Skeat, The Origin of the Christian Codex, ZPE, 102, 1994, pp. 263-268 (PDF 45 KB) 

 

T.C. Skeat, Origine del Codice Cristiano (traduzione in italiano, PDF 42 KB)

 

 

Oltre ai codici e ai rotoli sono noti anche documenti molto particolari, detti palinsesti. Il palinsesto è un manoscritto che è stato scritto sopra un testo preesistente che è stato cancellato in qualche modo. Ci sono varie spiegazioni per giustificare l’esistenza dei palinsesti. Quella più ovvia è legata al risparmio del papiro o della pergamena: quando si doveva scrivere un nuovo testo si utilizzava un manoscritto precedente cancellandolo. Un’altra spiegazione è legata alla cancellazione delle tracce di libri pagani o di scritti che in qualche modo si voleva emendare od occultare, sostituendoli con altri documenti. Poiché le tecniche per la cancellazione erano alquanto rozze in molti casi è possibile risalire al testo più antico di un palinsesto. Un esempio di palinsesto su pergamena è il Codex Ephraemi Rescriptus (detto anche codice C) oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi: nell’XI o nel XII secolo il testo biblico originario (scritto attorno al V secolo d.C.) è stato cancellato e sostituito da una versione greca dei trattati di Sant’Efraim. Per decifrare il contenuto del testo sottostante – oggi di maggiore interesse – vennero utilizzati dei reagenti chimici i quali però con il tempo hanno annerito completamente la pergamena rendendola illeggibile ad occhio nudo. Oggi questo manoscritto è leggibile nelle trascrizioni che vennero fatte (Tischendorf pubblicò  il testo nel 1845) oppure attraverso tecniche che utilizzano i raggi ultravioletti. Infine si segnala che in alcuni casi interi papiri sono stati ritrovati nella composizione del cartonnage delle mummie egiziane, lo strato di carta di papiro pressata che ricopriva i corpi mummificati.

 

 

Cuoio e pergamena

 

 

Tra la fine del III secolo d.C. e l’inizio del IV secolo d.C. il papiro venne pian piano sempre più sostituito dalla pergamena, un materiale scrittorio ricavato dalle pelli degli animali e non dalle piante. Il papiro cadde in disuso per la trascrizione delle opere letterarie, anche se il suo utilizzo proseguì ben oltre questo periodo: fogli di papiro continuarono ad essere usati fino al X-XI secolo principalmente per documenti, lettere private e pubbliche, documenti di archivi, conti. L’ultima bolla papale su papiro risale al 1057 dopo Cristo. Inoltre dal IV secolo non solo i documenti cristiani ma anche le opere “pagane” iniziarono a essere tramandate e copiate su codice, il rotolo cadde progressivamente in disuso. Risalgono al IV-V secolo dopo Cristo i grandi codici onciali pergamenacei cristiani in greco: il Codice Vaticano B, il Codice Alessandrino e il Codice Sinaitico. La pergamena veniva preparata lavando e levigando pelli di animali (pecore, capre, antilopi, vitelli). Secondo Plinio il Vecchio (Storia Naturale, XIII, 11) – che riporta una notizia tratta dallo storico e linguista romano Varrone (116-27 a.C.) – la tecnica di lavorazione venne inventata a Pergamo al tempo del re Eumene II (197-158 a.C.) ma oggi sembra che questa sia soltanto una leggenda e che forse la tecnica della produzione delle pergamene sia stata solo perfezionata e messa a punto in quella città e risalga a tempi ben più antichi. Il suo uso è testimoniato sin dall’inizio del VI secolo a.C., gran parte dei rotoli rinvenuti a Qumran e datati tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. sono pergamenacei. In seguito la tecnica venne importata a Roma e preferita al papiro per i libri: la pergamena ha infatti una durata superiore a quella del miglior papiro. La pelle dell’animale veniva lavata in acqua di calce, rasata dai peli, pulita, essiccata, imbiancata con calce e levigata. Con la tecnica della concia dalla pelle dell’animale così trattata si ottiene, per immersione in una sostanza vegetale contenente tannino, un materiale che viene detto cuoio. La pergamena invece è ottenuta mediante concia fatta di allume e sbiancatura a base di gesso polverizzato. Per definizione il termine “pergamena” si usa per le pelli di pecora e capra mentre il termine “velino” è riservato alle pelli, più fini, di agnello e capretto. Scrive E.G. Turner:

 

“Nel passaggio da rotolo a codice, la sostituzione della pelle al papiro non è il tratto caratteristico essenziale: se è vero che il papiro stesso frequentemente e si potrebbe quasi dire regolarmente, è il materiale dei più antichi codici pervenutici – sebbene questo uso possa forse essere ristretto all’Egitto – in Oriente erano da lungo tempo in uso, come materiale scrittorio, pelli di una o di un’altra qualità. Si dice che il più antico testo in pelle pervenutoci (descritto come ‘cuoio’) sia un rotolo della XII dinastia egiziana, conservato a Berlino. Ctesia dice che “pelli regie” (basilikai difqerai) erano usate dai Persiani per le loro cronache storiche e la sua affermazione è stata conservata dalla scoperta di un archivio del V secolo su ‘cuoio’, appartenente al satrapo persiano d’Egitto Arsam, pubblicato nel 1954: al momento della scoperta l’archivio si trovava ancora nella sua custodia di cuoio. Se poi era necessario più spazio di quello offerto da una singola pelle, diverse pelli erano cucite insieme a formare un rotolo. I famosi rotoli di Qumran (di ‘cuoio’) si presentano esattamente come i rotoli greci, eccetto che gli Ebrei scrivevano da destra a sinistra. Alcuni testi greci su ‘pergamena’ e in molti casi in forma di rotolo provengono dalla città ellenistica e partica di Dura Europos e anche dall’Egitto” (E.G. Turner, Papiri greci, Carocci, Roma, 1984, pp. 28-29).

 

 

Datazione dei manoscritti: paleografia

 

 

La datazione di un manoscritto può essere stabilita per via paleografica oppure tramite tecniche scientifiche quali l’analisi del radiocarbonio C14 o la spettrometria di massa. La paleografia è la scienza che studia le antiche scritture e l’evoluzione dinamica delle stesse. Nel corso dei secoli la scrittura cambia forma e stile così è possibile farsi un’idea del periodo in cui un manoscritto è stato composto analizzandone semplicemente lo stile di scrittura e confrontandolo con quelli di altri documenti simili dei quali è nota la data di scrittura. Nell’esaminare i documenti antichi scritti a mano ci si deve innanzitutto confrontare con la diversa tipologia dei documenti stessi. Il tipo di documento infatti influenza pesantemente anche lo stile di scrittura. Il Bataille distingue ad esempio fra ben quattro “modi” principali di scrittura: il modo “impersonale”, così chiamato in quanto la calligrafia è sempre la più regolare e corretta possibile, si tratta del modo di scrivere di chi scolpisce un’epigrafe o di uno scriba che trascrive un rotolo di un’opera letteraria destinata alla lettura da parte di un vasto pubblico; il modo di “rispetto”, caratteristico di chi scrive a un superiore o ad un ente, nel quale la scrittura è sempre regolare e corretta sebbene lo scrivente possa inserirvi qualche tratto caratteristico e personale; il modo “familiare”, utilizzato ad esempio da superiori nei confronti di sottoposti; infine abbiamo il modo “personale”, caratteristico della corrispondenza privata, nel quale i tratti caratteristici e personali di chi scrive sono esaltati al massimo, si bada meno alla calligrafia, quasi corsiva, e agli errori ortografici. A seconda del tipo di documento quindi occorre tener presente il diverso possibile “modo” di scrittura al fine di stabilire con correttezza una possibile datazione. Un’altra distinzione usuale in paleografia è quella tra scrittura libraria, caratteristica delle opere letterarie e tramandata dalle varie scuole di scrittura e quella documentaria, che compare nei documenti o atti fra privati o fra privati e istituzioni. Si tratta di due tipologie di documenti aventi esigenze e destinatari molto diversi tra loro. Chi trascrive un’opera letteraria o religiosa destinata ad un pubblico relativamente grande ha esigenza di chiarezza, comprensibilità della grafia, assenza di errori ortografici, tutte caratteristiche che non sono esplicitamente richieste, ad esempio, a chi scrive una lettera ad un familiare o ad un amico. Alcuni esempi di papiri greci rinvenuti nel sito di Oxyrhynchus in Egitto e datati attorno al I secolo dopo Cristo sono riportati nella pagina di cui sotto. Due documenti sono lettere private, due frammenti di rotolo di opere importanti ed autorevoli (Callimaco e Aristofane). Si noti la differenza nello stile di scrittura.       

 

Modi di scrittura: cliccare per accedere.

 

Ma qual è lo stile di scrittura dei manoscritti del Nuovo Testamento? Certamente non è la classica scrittura libraria e neppure può definirsi tipicamente impersonale. Per esempio il già citato papiro P52 = P.Ryl. Gk. 457, il più antico frammento del Nuovo Testamento, è stato datato da C.H. Roberts alla prima metà del II secolo dopo Cristo per confronto con i segg. papiri: P. Berol. 6845 (frammento di rotolo dell’Iliade, inizio II secolo d.C.), P. Egerton 2 (frammento di un Vangelo sconosciuto,  metà del II secolo d.C.), P. Fayum 110 (94 d.C.), P. Lon. Inv. 2078 (81-96 d.C.), P. Oslo 2.22 (127 d.C.), B.G.U. 1.22 (114 d.C.) P. Flor. 1.1 (153 d.C.); di questi sette documenti solo il primo è un’opera strettamente letteraria, gli altri sono un testo religioso e tipici documenti del II secolo, lettere, petizioni e sim. La situazione è analoga per gli altri papiri più antichi del Nuovo Testamento, lo stile di scrittura è assai più vicino alla scrittura documentale che non a quella letteraria e impersonale. Si tratta di una seconda caratteristica dei documenti neo testamentari. Non solo documenti scritti su “codice” in un periodo in cui ancora imperversava il rotolo, ma scritti da mano semplice, non quella di uno scriba che trascrive un’opera classica o un libro della Torah ebraica.

 

Per quanto riguarda la conoscenza esatta della data di stesura di un documento è possibile molto spesso trovarla esplicitamente indicata nelle lettere private, nei documenti, negli atti pubblici o privati in quanto spesso questi manoscritti recano scritta appunto la data in cui sono stati compilati. Per i rotoli di opere letterarie, religiose, ecc… quasi sempre manca la data in cui furono scritti così è più difficile proporre una datazione in quanto occorre basarsi esclusivamente sul confronto dello stile di scrittura con altre opere simili già precedentemente datate o delle quali si conosce la datazione in modo certo. Per ipotizzare una datazione possono essere di grande aiuto eventuali stop archeologici. Per esempio un papiro ritrovato semi carbonizzato a Pompei o ad Ercolano sarà stato scritto al più nel 79 d.C., l’anno dell’eruzione del Vesuvio. Un manoscritto rinvenuto nelle grotte di Qumran molto probabilmente sarà stato scritto prima del 70 d.C. in quando esistono motivazioni sia storiche che archeologiche che portano alla conclusione che il sito venne abbandonato al più in quell’anno. La paleografia è per sua natura una scienza in continua evoluzione anche perché anno dopo anno vengono continuamente ritrovati nuovi antichi manoscritti in tutto il mondo che costringono spesso a rivedere e a ridatare manoscritti scoperti precedentemente e datati a volte frettolosamente. Nel caso della scrittura ebraica ed aramaica, poi, prima della scoperta di Qumran esistevano pochissimi manoscritti redatti prima di Cristo, la scoperta dei rotoli delle celebri grotte ha dato un enorme contributo alla conoscenza della scrittura ebraica ed aramaica dal III secolo a.C. al I secolo d.C. Qualora venissero scoperti altri manoscritti di quel tipo in Palestina abbiamo ora la possibilità di confrontarli con i manoscritti di Qumran e datarli in modo più sicuro. La datazione basata sulla paleografia ha sempre un certo margine di precisione, per esempio ± 25 anni, oppure ± 50 anni. Si deve tenere conto infatti di tanti problemi, quali l’incertezza stessa della datazione, il fatto che uno scriba anziano possa avere una scrittura più arcaica di uno scriba più giovane sebbene entrambi possano aver scritto un documento nello stesso giorno, oppure la zona geografica nella quale è stato ritrovato il documento.

 

Per giungere alla datazione di un manoscritto è poi di grande aiuto una analisi lessicale del testo. Il modo di scrivere alcune parole non soltanto da un punto di vista grafico ma da un punto di vista grammaticale, il tipo e la frequenza degli errori commessi dallo scriba sono a volte di grande aiuto per stabilire l’epoca in cui un documento è stato scritto. Per esempio fino al I secolo d.C. era usanza scrivere sempre gli iota ascritti delle parole greche nel testo: così il pronome dativo singolare aÙtù nei manoscritti più antichi veniva scritto come AUTwI mentre in seguito lo iota iniziò ad essere tralasciato per cui si scriveva come AUTw che è la forma stabile dei mss. più recenti. Un‘altra caratteristica del modo di scrivere che può essere correlata con l’epoca di stesura del manoscritto oppure con la zona geografica è lo scambio di consonanti e vocali, fenomeno che spesso è influenzato da influssi dialettali e può cambiare di epoca in epoca. In molti manoscritti greci, ad esempio, si trova regolarmente il cambio kappa gamma: esso è una caratteristica scribale dei papiri più antichi, compare diffusamente nel I secolo avanti Cristo e infatti ne abbiamo esempi nei piccoli frammenti biblici greci 4Q119 = 4QLXXLev a (Qumran, grotta 4, I sec. a.C., qui la congiunzione greca ™k è scritta come ™g) oppure in P.Fouad 266 b (del I secolo a.C.) dove in poche righe compare prima ™gmetr»sousin al posto di ™kmetr»sousin e poi successivamente ™g al posto di ™k. 4Q119 e P.Fouad 266 b sono frammenti della Bibbia greca dei LXX abbondantemente anteriori a Cristo. Altri esempi compaiono nel rotolo del Profeti Minori 8HevXIIGk (inizio era volgare) scoperto nel sito archeologico di Nahal Hever in Palestina e in altri rotoli non espressamente religiosi come quelli che abbiamo citato. Possiamo affermare che in generale i manoscritti fino al I secolo d.C. contengono regolarmente questo cambio fonetico. D’altra parte il cambio kappa gamma scomparve gradualmente nei papiri a partire dall’inizio del II secolo dopo Cristo e cadde presto in disuso, le parole iniziarono da questo periodo ad essere scritte sempre e solo con ek- che è poi la forma definitiva. Questa argomentazione è il pezzo forte utilizzato dal papirologo Young Kyu Kim, in un articolo apparso nel 1988 sulla rivista Biblica, per ridatare il papiro delle lettere paoline P46 alla fine del I secolo dopo Cristo. Questo manoscritto, che contiene numerose pagine e quindi è possibile studiarlo approfonditamente anche da un punto di vista linguistico, è un esempio di come possano cambiare i punti di vista sulle datazioni quando si opera sul piano strettamente paleografico e papirologico. Secondo Kenyon, Roberts e Skeat, autorevoli ed eminenti paleografi e papirologi, P46 è stato scritto verso il 200 d.C.: questa ad oggi è la datazione più probabile ritenuta valida dalla maggioranza degli esperti per il papiro P46. Per Turner, invece, la datazione più verosimile sarebbe il III secolo d.C., leggermente posteriore a quella proposta precedentemente. Infine per Hunger, paleografo dell’Università di Vienna, per P46 si deve prendere in considerazione una data corrispondente al 150 d.C. ± 50 anni. Nel suo articolo sulla rivista Biblica Young Kyu Kim si spinge oltre, notando il cambio regolare da kappa a gamma in alcuni gruppi di parole, per esempio in Ebrei 13:7 ed 1 Cor 10:13 il papiro P46 riporta egbasin anziché la parola oggi ritenuta formalmente corretta scritta con la kappa al posto della gamma: ekbasin. Questo indizio, oltre ad una attenta analisi dello stile di scrittura confrontato con quello di altri papiri, portano a concludere che, secondo Young Kyu Kim, P46 potrebbe essere stato scritto in tempi più antichi di quelli proposti inizialmente, “verso la fine del regno di Domiziano” (81-96 d.C.).

 

 

Datazione dei manoscritti: radiocarbonio

 

 

Una tecnica più scientifica per stabilire la data di un manoscritto che in teoria sembrerebbe essere più sicura è quella basata sul Carbonio 14, messa a punto negli anni ’50 da W.F. Libby dell’Università di Chicago, premio Nobel per la Chimica nel 1960. In tutti gli organismi viventi (animali e vegetali, quindi anche nei papiri e nelle pergamene) è presente una certa percentuale di carbonio, che viene assorbito dall’atmosfera terrestre. Gli atomi di carbonio sono quindi presenti in ogni essere vivente in tre isotopi aventi diverso peso atomico: C12, C13 e C14. I primi due isotopi sono stabili e non subiscono alcun mutamento mentre l’isotopo noto come C14, radioattivo, è instabile e soggetto a decadimento. Quando un organismo muore cessa di rifornirsi di carbonio e il contenuto di C14 dell’organismo inizia a calare progressivamente secondo una curva nota, l’isotopo C14 infatti si trasforma in un isotopo dell’azoto noto come N14. Poiché il contenuto di C12 e C13 rimane inalterato anche in seguito alla morte dell’organismo, misurando la percentuale di C14 presente nell’organismo in rapporto alla percentuale di C12 e C13 si può determinare da quanto tempo l’organismo è morto: sappiamo per esempio che a 5.730 anni dalla morte dell’organismo il tasso di C14 si è dimezzato rispetto al valore iniziale leggibile dal tasso di C12 e C13; dopo 11.460 il tasso di C14 si è ormai ridotto ad ¼ del valore iniziale, e così via secondo una curva iperbolica ben nota dalla chimica.

 

Il metodo di datazione basato sul radiocarbonio ha sempre un certo margine di incertezza. Nel caso di un manoscritto antico, l’organismo sottoposto alla tecnica del C14 è semplicemente il papiro (vegetale) oppure l’animale dal quale è stata prelevata la pelle per ricavarne la pergamena o il cuoio. Pertanto una prima approssimazione di questa tecnica di datazione è data dal fatto che essa non fornisce certo la data esatta in cui è stato scritto il documento bensì la data in cui è stato raccolto il papiro oppure scuoiato l’animale dal quale si è ricavata la carta per scrivere. Poiché nei tempi antichi i rotoli nuovi potevano rimanere inutilizzati per anni prima della scrittura abbiamo già un primo problema di ordine “pratico” confidando in una datazione di questo tipo. Un secondo problema è poi dato dal fatto che il metodo è corretto solo se si ipotizza che la concentrazione di C14 nell’atmosfera sia sempre rimasta costante e identica in ogni epoca storica. Purtroppo la ricerca scientifica ha dimostrato che questo non è vero e che nel corso dei secoli tale concentrazione è cambiata significativamente, introducendo un errore nel metodo di misura. Abbiamo poi una terza causa di errore legata al tempo di dimezzamento del C14 che non è noto con precisione assoluta. Misure del tempo di dimezzamento sono state eseguite in vari laboratori, oggi sono note due stime, una che dà come risultato 5.730 ± 40 anni, l’altra invece 5.570 ± 30 anni. Fino ad oggi la comunità scientifica non ha stabilito nessuna regola da seguire, salvo quella di specificare a quale stima del tempo di dimezzamento si fa riferimento. Inoltre occorre tenere presente che un reperto organico molto probabilmente può essere affetto da contaminazione: in qualunque momento dopo la morte l’organismo può venire a contatto con carbonio non assorbito volontariamente e a causa di ciò la percentuale di C14 può risultare alterata comportando di fatto un ringiovanimento o un invecchiamento del campione. La contaminazione è generalmente il problema più grave che si riscontra applicando nella pratica il metodo di datazione al radiocarbonio. Durante le stesse operazioni di misura occorre prestare particolare attenzione a non contaminare il materiale con sostanze che potrebbero alterare la quantità di C14 da rilevare.

 

Per queste ragioni la datazione al radiocarbonio C14 va sempre calibrata con altri strumenti alternativi. Uno di questi è la dendrocronologia, la scienza che si occupa di stabilire una cronologia storica basata sull’analisi delle informazioni contenute nei tronchi degli alberi. La dendrocronologia consente in particolare di correggere l’errore dovuto all’assunzione che il tasso di C14 nell’atmosfera sia sempre rimasto costante nelle varie epoche storiche. Leggendo l’accrescimento degli anelli degli alberi è stato possibile costruire una sequenza che risale indietro nel tempo fino ad 8.000 anni fa per l’emisfero settentrionale. Sfortunatamente mancano dati precisi ad esempio per l’area egiziana, tipicamente povera di alberi. E’ noto ad esempio che l’Egitto è poverissimo di legname e nei tempi antichi doveva importarlo dal Libano. Ma per molte zone del mondo esistono informazioni sufficientemente precise. Datando un pezzo di legno con la tecnica del C14 e confrontando la datazione con quella suggerita dalle sequenze note dalla dendrocronologia è possibile farsi un’idea, epoca per epoca, della discrepanza tra i due metodi di datazione e quindi introdurre un fattore correttivo alla tecnica del C14 noto come calibrazione. La calibrazione ottenuta con la dendrocronologia è una scienza relativamente recente, è stata messa a punto a partire dagli anni ’70. Una datazione al radiocarbonio ha pertanto sempre un margine di incertezza scientifico, che può essere di qualche centinaio di anni. Per questo per reperti preistorici la tecnica si rivela eccellente: ad esempio, sapere che un oggetto è stato costruito 10.000 anni fa (le più recenti ottimizzazioni della tecnica del C14 consentono di datare reperti fino a circa 100.000 anni fa) con una tolleranza di 200 anni è un’ottima informazione; ma sapere che un manoscritto cristiano è stato scritto verso il 50 d.C. con una precisione di 200 anni è assai meno entusiasmante perché in un lasso di tempo così grande sono cambiate moltissime cose nella storia della Chiesa e dell’ebraismo. Nel 1952 Libby, lo stesso ideatore del metodo basato sul C14, sottopose al test alcuni teli di lino che avvolgevano dei rotoli prelevati nella grotta 1 di Qumran. Il risultato fu una datazione al 33 d.C. con una precisione di ± 200 anni, che significa che quei teli erano stati realizzati tra il 167 a.C. e il 233 d.C. Poiché abbiamo informazioni storiche secondo cui le grotte di Qumran vennero abbandonate verso il 68 d.C. certamente la data del 33 d.C. è verosimile. Tuttavia se non avessimo questa informazione supplementare avremmo una grande incertezza nello stabilire ad esempio se i teli erano stati depositati nella grotta prima di Cristo, prima o dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.), nel I o nel II secolo d.C. e così via. Oltretutto per datare un oggetto con questa tecnica occorre sacrificarne una porzione che va completamente distrutta al termine del test. La quantità di materiale necessaria per eseguire il test dipende dal tipo di reperto e dalle operazioni di decontaminazione ed è grosso modo compresa fra 10 e 100 mg: per questo nel caso dei documenti l’esame non è possibile per piccoli frammenti o porzioni di manoscritto, occorrerebbe infatti perdere gran parte del reperto. In tempi più recenti, verso la fine del XX secolo, è stata messa a punto una tecnica che garantisce una maggiore precisione nei risultati e richiede inoltre meno materiale da sacrificare durante il test: si tratta della spettrometria di massa. Grazie a sofisticati acceleratori è possibile misurare il tasso di C14 rapportato al tasso di C12 presente in un reperto organico con una precisione superiore a quella del tradizionale metodo di Libby e con quantità minime di materiale, dell’ordine del mg soltanto, da cui l’interesse per questa tecnica nel caso della datazione dei manoscritti antichi. Per esempio durante le prove al radiocarbonio eseguite nel 1994 presso i laboratori dell’Università dell’Arizona su alcuni manoscritti delle grotte di Qumran è stato necessario sacrificare da un minimo di 4,90 mg di materiale (campione dell’Apocalisse Messianica 4Q521) fino ad un massimo di 56,50 mg (rotolo del profeta Isaia 1QIs“a”).

 

Per concludere vediamo un esempio di datazione di manoscritti eseguita con la tecnica del C14. La sottostante Tabella 1 riporta la datazione al radiocarbonio eseguita su cinque manoscritti ebraici del tempo della rivolta di Bar Kokhba ritrovati nel sito di Nahal Hever. Tutti i documenti hanno una data di stesura certa perché scritta nel loro interno: sono stati scritti fra il 128 e il 135 dopo Cristo.

 

Manoscritto

Datazione C14

95%  (Prob. 2s)

68%  (Prob. 1s)

Data scrittura

Wadi Seyal

1917 ± 42

2-220 d.C.

32-129 d.C.

130-31 d.C.

Mur 30

1892 ± 32

32-224 d.C.

77-132 d.C.

134 d.C.

5/6 Hev 19

1827 ± 36

84-322 d.C.

131-240 d.C.

128 d.C.

5/6 Hev 21

1799 ± 57

80-329 d.C.

132-324 d.C.

130 d.C.

X Hev/Se 8 a

1758 ± 36

140-390 d.C.

237-340 d.C.

135 d.C.

 

Tabella 1 – Datazione di alcuni manoscritti del tempo della rivolta di Bar Kokhba. Fonte: G. Doudna, Redating the Dead Sea Scroll Deposits at Qumran: the Legacy of an error in Archaeological Interpretation, pubbl. internet, 2006. I dati sono stati ripresi dalla rivista Radiocarbon, nella quale compaiono i risultati delle prove al radiocarbonio eseguite nel 1991 e nel 1994 su alcuni campioni di rotoli di Qumran e Nahal Hever.

 

La prima colonna riporta semplicemente il nome tecnico del manoscritto. La seconda colonna riporta la datazione eseguita con il metodo del C14, riferita all’anno 1950 d.C., per esempio la data 1917 ± 42 è equivalente al periodo 9 a.C. – 75 d.C. La terza e quarta colonna riportano la datazione al C14 corretta con il metodo della dendrocronologia. Il risultato della calibrazione è sempre di tipo probabilistico, per esempio si stima che con una probabilità del 95% (2s) che il primo documento sia stato scritto tra il 2 e il 220 d.C.; la probabilità di centrare la data ovviamente scende se se restringe il margine di incertezza, pertanto la probabilità che il medesimo documento sia stato scritto tra il 32 e il 129 d.C., in un intervallo di tempo più ristretto, è soltanto del 68% (1s). Sappiamo per certo che questo primo manoscritto è stato composto nel 130-31 d.C., lo prova la data contenuta al suo interno. Nell’esempio della tabella si intuisce che la datazione con probabilità 2s (95%) grosso modo è coerente con la data vera di stesura, con la sola eccezione del manoscritto X Hev/Se 8 a che risulta più giovane di quello che è. La datazione con probabilità 1s (68%) tende già ad essere meno precisa e a sovrapporsi poco alla data di esatta stesura dei vari manoscritti in quanto l’intervallo della possibile data di scrittura del documento è più selettivo. Così il primo e il secondo documento sono stimati essere più antichi di quello che sono nella realtà, mentre il terzo e il quarto risulterebbero più giovani della realtà. La datazione al radiocarbonio del quinto documento, Hev/Se 8 a, appare del tutto incoerente con la vera data di stesura.

 

Nel caso dei documenti occorre quindi grande cautela nell’interpretazione dei risultati delle tecniche basate sul radiocarbonio, purtroppo molto spesso la precisione che il metodo è in grado di offrire non è sufficiente per le nostre analisi. Inoltre la tecnica non è sempre applicabile in quanto richiede di sacrificare una certa porzione di materiale e questo è inaccettabile nel caso ad esempio dei piccoli frammenti di manoscritto (es.: 7Q5) per i quali non resta che la sola indagine paleografica.  

 

 

NOTE AL TESTO

 

 

(1) T.C. Skeat, ad esempio, ha osservato che se da un lato è vero che il codice consente di dimezzare il quantitativo di papiro (o pergamena) richiesto a parità di testo da trascrivere, d'altra parte il costo complessivo di un manoscritto dipendeva, oltre che dalla materia prima su cui scrivere, anche dall'inchiostro e soprattutto dal compenso da pagare allo scriba per la sua opera, che era lo stesso sia che questa fosse stata trascritta su rotolo che su codice. Inoltre il codice necessitava di una apposita copertina e di una operazione di accurata rilegatura. Così Skeat calcola in un 25% circa il risparmio effettivo nel passare da rotolo a codice, a parità di testo da copiare. Anche la spesso postulata maggiore facilità di lettura di un codice rispetto ad un rotolo è stata messa in discussione. Vedi: Roll Versus Codex: a New Approach?, ZPE, 84, 1990 e The Origin of the Christian Codex, ZPE, 102, 1994

 

(2) Marziale scrive, verso la fine del I secolo d.C.: "Qui tecum cupis esse meos ubicumque libellos et comites longae quaeris habere viae" (cfr. Martialis Epigrammata, libri XII, liber I, 2, ed. W. Heraeus/J. Borovskij, Leipzig, 1976/82) che significa: "tu che vuoi che i miei libri siano con te ovunque tu vada, tu che li vuoi tenere come compagni del tuo lungo cammino" - La testimonianza letteraria di Marziale è la prima che alluda alla diffusione dei libri su codice, essa è particolarmente importante in quanto sembra alludere al fatto che le opere di Marziale circolassero su libellus anziché nel classico volumen. Il termine latino libellus impiegato da Marziale significa libretto, opuscolo fatto di fogli sovrapposti e non arrotolato in volumen (termine latino più proprio per rotolo). 

 

(3) Il rotolo più lungo ritrovato a Qumran, per esempio, è il rotolo del tempio, 11Q19 = 11QTemple "a", che misura otto metri, cfr. F. Garcia Martinez, Testi di Qumran, ediz. italiana a cura di C. Martone, PAIDEIA, Brescia, 1996, pag. 270, nota 1.

 

 

 

Bibliografia generale

 

 

[1]   O. Montevecchi, LA PAPIROLOGIA, Vita e Pensiero, Milano, 1988

 

[2]   E.G. Turner, PAPIRI GRECI, Carocci, Roma, 1984 (trad. italiana di M. Manfredi e L.M. Zingale)

 

[3]   M. Capasso, INTRODUZIONE ALLA PAPIROLOGIA, Il Mulino, Bologna, 2005

 

[4]  O. Massimo, LEZIONI DI ARCHEOMETRIA, Università di Pavia, 2006

 

[5]  Roger S. Bagnall, PAPIRI E STORIA ANTICA, Bardi Editore, Roma, 2007

 

 

 

Visitate i seguenti siti di papirologia

 

 

 PAPIROLOGIA GENERALE

 

APIS Advanced Papyrological Information System

Duke Papyrus Archive

 

Papyrology Home Page

Papyrologica Lupiensia (rivista online Univ. di Lecce)

 

Interpreting Ancient Manuscripts Web

Zeitschrift fur Papyrologie und Epigraphik

Link verificati il 22.11.2007

 

 

 

PALEOGRAFIA LATINA

  Dizionario di abbreviature A. Cappelli (1912) Paleographie latine F. Steffens (1910)
  Fernando de Lasala, Paleografia latina (2001)  
  Vocabulaire codicologique D. Muzerelle  

Link verificati il 22.11.2007