Considerazioni archeologiche e geografiche riguardanti la città di Nazaret

Autore: G. Bastia - Ultimo aggiorn.: 06.02.2009 - Online dal: 10.06.2007 - richiede font greek.ttf

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1. Nazaret secondo il Nuovo Testamento

Matteo. Nazaret è una città menzionata dodici volte in tutto il Nuovo Testamento. Il vangelo di Matteo afferma che Giuseppe, il padre di Gesù Cristo, vi andò ad abitare di ritorno dall'Egitto e colloca la città in Galilea (cfr. Mt. 2:22-23). Gesù in seguito abbandonò Nazaret per stabilirsi a Cafarnao, presso il mare (cfr. Mt. 4:13): questa specificazione fa supporre che Nazaret non si trovasse sul mare di Galilea, immediatamente sulla sponda come Cafarnao, ma più lontano dalla riva. Mt. 21:11 ribadisce ancora che Gesù proveniva da Nazaret di Galilea. I vangeli chiamano Nazaret città (gr. pÒlij) ma ciò non ha alcuna implicazione relativamente alla sua estensione, la LXX traduce con lo stesso termine greco l'ebraico 'ir che riferisce una generica comunità autonoma, senza alcun legame con la dimensione della comunità.

Marco. Il vangelo di Marco contiene una sola occorrenza del nome di questa città, in Mc. 1:9, "Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni". Anche Marco, dunque, colloca la città di Nazaret nella Galilea, e afferma che Gesù vi abitò ma non aggiunge altri particolari geografici utilizzabili per una sua concreta individuazione.

Luca. Più ricco di dettagli è invece il vangelo secondo Luca che inizia con il collocare Nazaret in Galilea, cfr. Lc. 1:26, 2:4, 2:39. In Lc. 4:14-30 è riportato l'episodio nel quale Gesù si reca a Nazaret, dove era stato allevato, ed entra di sabato nella sinagoga della città. Letto il passo messianico di Isaia 61:1-2 davanti a tutti, Gesù si proclama Messia e afferma: "oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi". Il racconto prosegue con la descrizione dell'indignazione della folla che tenta di uccidere Gesù gettandolo in un burrone, una volta udite quelle parole:

Lc. 4:28-30 - [28] All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29] si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era costruita, per gettarlo giù dal precipizio. [30] Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Dunque Nazaret, che in Lc. 4:16 è Nazar£ (questa la lezione preferita da NA27), doveva trovarsi su un monte. Su questo monte era presente un ciglio, una sponda, dal quale una persona poteva essere gettata di sotto e probabilmente morire a causa della ripidezza della montagna nel sottostante pendio. Particolare importante, la descrizione di Luca afferma che per raggiungere il precipizio bisognava uscire dalla città, allontanarsi da essa. Anche Mt. 13:53-58 racconta di una visita di Gesù a Nazaret, definita però soltanto come "la sua patria", riportando anche che Gesù insegnò nella sinagoga della città. Tuttavia nel verso Matteo non aggiunge alcuna indicazione supplementare relativamente alla geografia e alla disposizione della cittadina e non afferma che la folla presente nella sinagoga cercò di uccidere Gesù gettandolo da un precipizio. Mc. 6:1-6 concorda con Mt. 13:53-58 nel presentare una versione meno dettagliata e più essenziale della visita di Gesù a Nazaret, rispetto al vangelo di Luca, in cui è assente il tentativo di eliminare Gesù da parte della folla. Inoltre anche Marco, come Matteo, nel passo non menziona direttamente Nazaret ma allude ad esso in modo perifrastico parlando della "sua patria". Possiamo quindi affermare che la descrizione del rotolo letto da Gesù nella sinagoga di Nazaret, la sua pretesa messianicità e il conseguente tentativo della folla di ucciderlo è materiale speciale del solo vangelo secondo Luca.

Giovanni. Il quarto vangelo parla di Nazaret soltanto in Gv. 1:46. Filippo, che aveva già conosciuto Gesù, racconta a Natanaele di aver incontrato "colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret". Il commento di Natanaele è sarcastico: "Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono"? Questo è l'unico passo in tutto il vangelo di Giovanni in cui Nazaret venga citata.

Atti. Negli Atti abbiamo due riferimenti a Nazaret, cfr. 2:22 e In At. 10:38 viene semplicemente sostenuta la provenienza di Gesù da Nazaret ('Ihsoàn tÕn ¢pÕ Nazaršq), nessun particolare è aggiunto a identificare e localizzare la posizione della città. Nessuna occorrenza del nome della città di Nazaret compare invece in tutto l'epistolario paolino, nelle altre lettere canoniche o nell'Apocalisse. In numerosi passi dei vangeli e degli Atti vengono poi utilizzate le forme Nazwra‹oj/NazarhnÒj che secondo alcuni indicano l'origine, la provenienza di Gesù da Nazaret (cfr. Mt. 2:23), secondo altri sono titoli settari.

2. Discussione di Lc. 4:29

Un passo che fornisce diversi elementi caratteristici di Nazaret è Lc. 4:29 (sondergut). Evidentemente la sua importanza reale è funzione della sua accuratezza e delle conoscenze storico-geografiche del suo redattore o della sua eventuale fonte diretta. Si riporta il testo greco e la corrispondente traduzione letterale parola per parola del verso, che non presenta variazioni significative nella trasmissione manoscritta.

Luca 4:29 kaˆ (cong.: e) ¢nast£ntej (verbo ¢n…sthmi, alzarsi, levarsi, aor. part., 3pl.) ™xšbalon (verbo ™kb£llw, scacciare, aor. ind. 3pl.) aÙtÕn (pronome, "lui", cioè Gesù, accusativo) œxw (avverbio, fuori) tÁj pÒlewj (della città, complemento di all., con gen. semplice) kaˆ (cong.: e) ½gagon (verbo ¥gw, condurre, aor. ind., 3pl.) aÙtÕn (pronome, "lui", cioè Gesù, accusativo) ›wj (congiunz., "fino a") ÑfrÚoj (sostantivo, ciglio, qui è riferito al monte) toà Ôrouj (del monte, genitivo sing.) ™f' (preposizione ™p…, qui ha significato di: "sopra a") (avverbio, significa: "dove", genitivo) ¹ pÒlij (la città, nominativo) òkodÒmhto (verbo o„kodomšw, verbo costruire, passivo, ppf. ind.) aÙtîn (pron., "di loro", geni. pl., "la loro città"), éste (congiunzione: "in modo da") katakrhmn…sai (verbo katakrhmn…zw , "buttare giù", aor. inf.) aÙtÒn (pron., "lui", accusativo, cioè Gesù) - Trad.: E, alzatisi, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fino al ciglio del monte sopra il quale la loro città era costruita per scaraventarlo giù.

L'ostacolo maggiore per la corretta interpretazione del passo è la preposizione ™p… che compare a definire la posizione della città rispetto al monte. Si tratta di una preposizione che ha un utilizzo frequentissimo in greco, nel suo significato di moto a luogo o stato in luogo può voler dire sopra a, su (con genitivo) ma anche verso a, alla volta di, in direzione di (con accusativo). Si potrebbe pensare di tradurre con lo condussero fino al ciglio del monte vicino al quale la loro città era costruita, ma qui la traduzione più appropriata non può essere che lo condussero fino al ciglio del monte sul quale la loro città era costruita, come riportato da C.E.I., Nuova Diodati e Riveduta, dal momento che la preposizione regge un genitivo, . Dunque la città appare più correttamente collocabile sopra il monte (stato in luogo) che ospitava il precipizio e non nelle immediate vicinanze oppure in direzione di esso.

Ne consegue che secondo il Nuovo Testamento greco, in particolare secondo i sinottici, la città di Nazaret deve soddisfare i seguenti requisiti:

1) si trova in Galilea, nel regno del tetrarca Erode Antipa che aveva autorità su quella regione ai tempi di Gesù (cfr. Mt. 2:22-23, Mc. 1:9, Lc. 1:26, 2:4 e 2:39);

2) non è collocata direttamente sulle rive del mare della Galilea (cfr. Mt. 4:13); il luogo va cercato nella parte occidentale del mare di Galilea in quanto sulla sponda orientale e in parte a nord del lago si trovava la regione della Gaulanitide su cui regnava Filippo nel tempo in cui visse Gesù e fino al 34 d.C.;

3) è dotata di una sinagoga (cfr. Mt. 13:54; Mc. 6:2; Lc. 4:16);

4) si trova sopra (™p… + gen.) un monte (cfr. Lc. 4:29);

5) uscendo dalla città era possibile raggiungere il ciglio (cioè il margine o sponda) del monte su cui sorgeva la città, sotto il quale si trovava un precipizio. Luca, interpretato letteralmente, afferma che Gesù fu cacciato dalla città e fu condotto sull'orlo del precipizio; il verbo utilizzato in Lc. 4:29 è ™kb£llw, lo stesso che viene generalmente impiegato per la cacciata dei demoni nel tipico linguaggio del Nuovo Testamento, sottintende quindi uscita e allontanamento dal centro abitato. Oltre il ciglio vi era un precipizio dal quale gettandosi al disotto si poteva morire (cfr. Lc. 4:29); poiché precedentemente Luca aveva detto che scacciarono Gesù fuori dalla città, ci sembra corretto supporre che la città fosse certamente edificata su di un monte ma non comprendesse al suo interno il ciglio con il precipizio, per raggiungere il quale bisognava abbandonare la città e uscire da essa;

6) il precipizio deve trovarsi sullo stesso monte in cui sorge anche la città, ma fuori di essa;

7) da Nazaret non proviene qualcosa di buono (cfr. Gv. 1:46). Sui possibili significati dell'aggettivo "buono" (nel testo greco è ¢gaqÒj) impiegato nel quarto vangelo si discuterà nel paragrafo 5.1 della presente trattazione.

Oltre a queste richieste andrebbe poi osservato che la condanna a morte di una persona difficilmente poteva essere eseguita all'interno di un centro abitato per motivi di purità. Il Talmud stabilisce ad esempio che il luogo dove veniva eseguita materialmente una lapidazione in seguito ad una condanna a morte doveva distare almeno sei miglia talmudici dal Beth Din, il tribunale ebraico che aveva emesso la condanna (1 miglio talmudico = 2.000 ammot @ 1 km). Anche se nel caso di Lc. 4:29 siamo in presenza di una esecuzione sommaria decisa a furor di popolo e non a una sentenza regolarmente emessa da un tribunale ebraico abilitato, molto probabilmente degli ebrei osservanti avrebbero rispettato la prescrizione di Lev. 24:14 e 24:23, per cui Lc. giustamente afferma che Gesù fu scacciato dalla città per essere condotto sul luogo del precipizio. Sulla base di questi vincoli imposti dal Nuovo Testamento si può verificare se la attuale città di Nazaret può realmente essere considerata la città di origine di Gesù Cristo ed eventualmente identificare un luogo alternativo. Richiedendo che tutte e sette le precedenti condizioni siano simultaneamente soddisfatte senza alcuna deroga, ci mettiamo nell'ipotesi di conferire una credibilità assoluta e totale al racconto evangelico di Luca, supponendo che l'autore avesse una conoscenza esatta della reale collocazione della città che intendeva descrivere. Questa ipotesi non è controllabile in modo oggettivo e non è affatto scontata. Cambiando anche solo leggermente una delle assunzioni si potrebbe pervenire a risultati profondamente diversi.

3. La Nazaret odierna

La tradizione cristiana identifica da secoli la Nazaret neotestamentaria con una cittadina della Galilea che ancora oggi è densamente abitata. Nel corso del tempo si è accesa la fantasia e la devozione dei pellegrini cristiani nei confronti di questa città, i quali hanno creduto di individuare quasi tutti i luoghi in cui Gesù visse la propria infanzia e gioventù. Siamo in presenza, chiaramente, di localizzazioni la cui autenticità storica è indimostrabile. Abbiamo già trattato nella pagina web:

 http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret.htm

le problematiche di natura storica e archeologica riguardanti l'identificazione della Nazaret odierna con la città in cui visse Gesù secondo il Nuovo Testamento. Una città di nome Nazaret non è mai direttamente menzionata nell'Antico Testamento, nel Talmud, nelle opere di Giuseppe Flavio o di altri storici o scrittori del periodo, praticamente ci è nota dalle fonti più antiche solo attraverso la letteratura cristiana. Per il problema delle fonti letterarie su Nazaret, si rimanda alla pagina prec. citata. Nel luogo in cui sorge oggi l'attuale cittadina chiamata Nazaret i ritrovamenti archeologici risalenti all'epoca anteriore al III-IV secolo d.C. si sono rivelati alquanto scarsi per cui le posizioni più radicali arrivano persino a negare l'esistenza storica della città, fino al periodo bizantino. Nella migliore delle ipotesi Nazaret nel I secolo d.C. era un piccolo e oscuro villaggio galilaico, del resto questo potrebbe anche spiegare un passo come quello di Gv. 1:46. Il primo autore cristiano che identifica nella Nazaret attuale la città menzionata dal Nuovo Testamento, ma senza provvedere una dimostrazione del suo asserto, è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) che nel contesto, tuttavia, sta citando da Giulio Africano, vissuto nel II secolo dopo Cristo. (1)  I sinottici affermano inoltre che a Nazaret doveva sorgere una sinagoga, ma nella Nazaret attuale formalmente non è stato ritrovato un simile edificio risalente al I secolo dopo Cristo, anche se sulla base di alcuni scavi archeologici eseguiti negli anni '50 del XX secolo P. Bellarmino Bagatti ha avanzato l'ipotesi che sotto la Basilica dell'Annunciazione vi siano le tracce di una antica casa di preghiera giudaica (2). Il problema della mancanza a Nazaret delle tracce archeologiche di una sinagoga dei tempi di Cristo potrebbe anche non essere un ostacolo insormontabile alla identificazione della odierna Nazaret con la città dei vangeli. Dal fatto che attualmente non esistano resti archeologici sicuri di un tale edificio non si può inferire la sua inesistenza nei tempi antichi. La sinagoga o casa di preghiera potrebbe essere andata completamente distrutta o trasformata in un'altra struttura, inoltre si deve tenere conto che Nazaret è densamente abitata con continuità storica da molti secoli, così non tutte le zone sono state scavate in quanto vi sono edifici abitati. Non è detto che potendo accedere ad ogni zona della città non si possano ritrovare i resti di una sinagoga antica, come quelle ritrovate a Gamla, Gerusalemme, Herodion, Masada o quella di Gerico, risalente al periodo asmoneo. In questi luoghi, con l'esclusione di Gerusalemme e Gerico, si è potuto disporre di tutta l'area interessata dalle ricerche archeologiche. Inoltre è bene tenere conto che anche Giuseppe Flavio, nelle sue opere, cita la presenza di alcune sinagoghe, certamente attive nel corso del I secolo in quanto egli vi colloca episodi importanti al tempo della rivolta del 66 d.C., nelle città di Tiberiade (cfr. Vita, 54), Dora (cfr. Ant., 19:300) e Cesarea Marittima (cfr. Bell. 2:285 e 2:289), tuttavia nessuna sinagoga ebraica così antica è mai stata rinvenuta in tutti questi siti archeologici. A Cesarea Marittima la situazione è ancora più eclatante in quanto l'antica città oggi non è più abitata ed è stata scavata per intero, ottenendo come risultato il ritrovamento di una sinagoga del periodo bizantino, databile al IV secolo d.C., senza che al disotto di essa vi siano tracce dell'esistenza di una costruzione più antica: si tratta della sinagoga in cui fu rinvenuta nel 1962 la lapide con la possibile menzione del nome di Nazaret, pubblicata da M. Avi-Yonah (3). Come a Cesarea, anche a Tiberiade e Dora non risultano ritrovamenti di sinagoghe di quel periodo, ma per queste città la situazione logistica degli scavi è simile a quella di Nazaret, alcune aree non sono accessibili a causa della presenza di edifici moderni. La Tosefta parla poi della sinagoga di Alessandria in Egitto, sede di una importante comunità ebraica, ma anche in questa città non è mai stata ritrovata alcuna sinagoga così antica. Tutti questi edifici potrebbero semplicemente essere stati distrutti o assorbiti da altre costruzioni senza lasciare traccia nel corso del tempo. In generale il ritrovamento di un edificio pubblico identificabile con una sinagoga e databile al I secolo è di per se un fatto piuttosto raro ed eccezionale.

Lc. 4:29 aggiunge condizioni geografiche supplementari rispetto alle generiche indicazioni rintracciabili negli vangeli canonici. La Nazaret evangelica doveva trovarsi su di un colle, Luca utilizza il classico termine greco Ôroj, che significa "monte", "montagna" e non ha specifico riferimento alle dimensioni e all'altitudine, così può essere impiegato anche per una semplice "collina". Dal suo uso, non possiamo stabilire con precisione che tipo di monte fosse e quanto fosse scosceso. Lo stesso termine è impiegato ad esempio per il "monte degli Ulivi" a Gerusalemme, dal Nuovo Testamento  (tÕ Ôroj tÕ kaloÚmenon 'Elaiîn, Lc. 19:29) e da Flavio Giuseppe (es. Bell. 2,262), sebbene questo colle non sia che un piccolo rilievo rispetto al terreno circostante, di altezza relativamente modesta. Giuseppe Flavio lo usa nei casi più disparati, per i "monti Pirenei" in Francia (Bell. 2, 371). In Bell. 2, 188 Flavio Giuseppe usa kl…ma (pendio) per le catene collinari della Galilea, ma in Bell. 2, 511 impiega tranquillamente Ôroj per il "monte Asamon" che si trovava, a suo dire, vicinissimo alla città di Sefforis (la quale dista circa 5 km dalla Nazaret odierna). Anche per Gamla, in Bell. 4, 5, Flavio Giuseppe ci parla di un "alto monte", ØhlÒn Ôroj. Secondo Lc. 4:29, il colle di Nazaret aveva un ciglio, la sponda sotto cui si trovava un precipizio, gr. Ñfràj, che poteva essere raggiunto uscendo dalla città. Probabilmente il precipizio si trovava nelle immediate vicinanze della città, ma non all'interno di quello che all'epoca era il perimetro cittadino: difficilmente, per motivi di purità, avrebbero ucciso una persona all'interno del centro abitato. Il testo greco dice poi: kaˆ ¢nast£ntej ™xšbalon aÙtÕn œxw tÁj pÒlewj, kaˆ ½gagon aÙtÕn ›wj ÑfrÚoj, cioè per raggiungere il ciglio del monte fu necessario scacciare (verbo ™kb£llw) Gesù dalla città, tutto ciò lascia intuire che uscirono da essa. Immagini satellitari dettagliate della zona in cui sorge la Nazaret odierna sono disponibili su Google Earth. Sotto vengono riportate alcune immagini della città vista dall'alto, in esse è visibile una specie di altopiano che si trova comunque in una regione collinare sopra il quale è edificata Nazaret. La prima immagine (in alto a sinistra) è stata generata da sud guardando verso nord, poco più a sud di Nazaret si vede un pendio al disotto del quale inizia una grande zona pianeggiante che si estende verso sud (si tratta della pianura di Esdrelon). Subito sotto il pendio è visibile un'altra città. La città di Nazaret, dunque, non si trova in una pianura ma in una zona collinare, che si eleva di oltre un centinaio di metri rispetto alla pianura circ, come si presume anche dalla proporzione con gli edifici delle città. Anche la carta geografica mostra numerose curve di livello che denotano rapide variazioni dell'altitudine del terreno, così come le immagini fotografiche mostrano una città che si trova su una zona collinare (click to enlarge).

Google Earth Google Earth Google Earth Google Earth
Mappa Galilea Dintorni di Nazaret Nazaret da Ovest Nazaret
Nazaret Nazaret Mappa di Nazaret Litografia di D.Roberts (1842)

 

3.1 Geografia e Monte del Precipizio (Jebel el-Qafse)

Nazaret si trova nelle colline della Galilea e oggi è una cittadina di circa 70.000 abitanti, di maggioranza araba. Essa conobbe un grande sviluppo nel corso del XX secolo, quando McGarvey la visitò nel 1879 vi trovò soltanto 6.000 abitanti e diverse case nella periferia dell'epoca erano appena state costruite o risultavano in costruzione (Lands of the Bible, seconda parte, VII, 1). I colli di Nazaret hanno un aspetto biancastro poiché sono di roccia dolomitica e gesso, questo potrebbe giustificare l’identificazione di “Beth Lavan (lett. “casa/località bianca”) in collina” di cui in Mishnà Menachot 8,6, proprio con Nazaret, sebbene gli elementi a disposizione siano molto generici (4). La Basilica dell’Annunciazione (cattolica), che si trova nel centro della città si trova a 350 m (5), ma vi sono zone anche più alte come la zona della Chiesa Salesiana (e del Seminario Don Bosco), poco più a nord-ovest, che si trova a 480 m, o l’estrema periferia nord-est della città, che raggiunge i 500 m di altitudine. A est e a sud-est di Nazaret la catena collinare degrada velocemente nella pianura di Esdrelon: il centro di Afula, che in linea d’aria si trova a 10 km dalla Basilica dell’Annunciazione, si trova già a 60 m. Tutta la pianura che circonda Afula e si estende a sud e est di Nazaret è situata a 100 m di altitudine all’incirca. Seguendo la strada 60 che da Afula porta a Nazaret, l’altitudine si mantiene tra i 60 e i 150 m fino alla deviazione per la Marj Ibn Amer, che sale a Nazaret e si trova a circa 3 km dalla Basilica dell’Annunciazione. Qui il terreno inizia a salire e nello spazio di 3 km subisce un dislivello di 200 m circa, passando da 150 m a 350 m (Basilica Ann.ze). Il “monte del Precipizio” (in ebraico Har Qedumin, in arabo Jebel el-Qafse) è alto 397 m, esso costituisce un dislivello di 150-200 m rispetto al terreno circostante: si trova a sud-est del centro di Nazaret e dista dalla Basilica dell’Annunciazione 2 km in linea d’aria. Tale distanza è inferiore, sino a qualche centinaio di metri, se si prende a riferimento l’estrema periferia orientale della Nazaret moderna. Sopra di esso non vi sono resti archeologici del I secolo, non si può dire che l’antica città vi sorgesse sopra. Il villaggio di Iksal, situato ad est nella zona pianeggiante, si trova a 3,3 km dalla Basilica dell’Annunciazione in linea d’aria e a 2 km dal monte del precipizio, ma è a quota 160 m, nella zona pianeggiante (dislivello di quasi 200 metri risp. alla Basilica dell’Annunciazione). Il monte Tabor dista dalla Basilica dell’Annz.ne 8,3 km in linea d’aria e si trova a 550 m. A 5,3 km a nord della Basilica dell’Annz.ne è situata Sefforis che si trova a 260 m. Nei dintorni di Sefforis vi sono solo colli più bassi rispetto alla zona in cui sorge Nazaret. Flavio Giuseppe cita il “monte (Ôroj) Asamon” che dovrebbe trovarsi proprio di fronte a Sefforis (Bell. 2, 511). Ilut, 4 km a nord-ovest della Basilica dell’Annz.ne, si trova a 240 m di altitudine. La zona di Cana si trova a circa 6 km nord-ovest rispetto alla Basilica, ad una altezza di circa 250 m (qui il terreno è relativamente molto variabile nei dintorni). In linea d’aria, Nazaret dista circa 32 km da Cafarnao, seguendo le strade si arriva a 40 km circa di percorso. Gamla si trova invece a 16 km in linea d’aria da Cafarnao, seguendo però le strade si raggiungono i 20 km. Sebbene Nazaret si trovi in una zona collinare e sia circondata da varie monti, il pendio a sud di Nazaret che dà verso la sottostante pianura non sembra definibile come precipizio, in quanto la pendenza che manifesta è abbastanza dolce e può essere tranquillamente disceso a piedi. Tramite le mappe satellitari di Google Earth si può stabilire che la Nazaret attuale è situata ad un'altitudine compresa tra i 250 e i 450 metri sul livello del mare. La zona urbana nord-ovest che circonda il Monte del Precipizio è situata tra i 300 e i 450 metri; la zona nordest tra i 300 e i 450 m. di altitudine. La stessa Nazaret è ubicata su territorio collinare e tra il punto più alto e la parte più depressa della città vi è un dislivello di 100-110 m. L'entità dei dislivelli presenti nella città, tuttavia, non sembra tale da creare un precipizio in alcun punto della città o delle sue immediate vicinanze. Per questo la tradizione cristiana più antica ha identificato nel cosiddetto "monte del precipizio" (Jebel el-Qafse) di cui abbiamo detto il luogo in cui si svolse la scena degli abitanti di Nazaret che cercano di uccidere Gesù secondo Lc. 4:29, in quanto tale monte è effettivamente sede di un profondo dirupo. Per raggiungere il "monte del precipizio" partendo dal centro di Nazaret occorre circa un'ora di cammino a piedi. Nelle mappe satellitari esso è visibile con chiarezza in quanto si affaccia sulla pianura, dunque sembra svettare meglio rispetto alle altre colline della zona. A nord di Nazaret esiste persino un monte più alto del Monte del Precipizio, si tratta del Jebel en-Nebi Sa‘in che raggiunge 488 metri di altitudine. Il problema fondamentale dei dirupi presenti sul "monte del precipizio", nel Jebel en-Nebi Sa‘in e in altre zone poste nelle vicinanze è che la città di Nazaret non è edificata sopra di essi, sebbene sia vicino ad essi. Questo è in contraddizione con Lc. 4:29 che colloca espressamente la cittadina sopra il monte in cui si trova anche il dirupo.

Sopra: il monte del precipizio (Jebel el-Qafse) a S-E di Nazaret (click to enlarge).

 

3.2 Esistenza di dirupi in città

Sebbene a prima vista sembri difficile trovare delle asperità del terreno così forti da creare un burrone dalle dimensioni rilevanti nell'attuale centro abitato di Nazaret, è possibile verificare che in realtà non mancano punti della città adattabili a una descrizione come quella di Lc. 4:29. J.W. McGarvey, Lands of the Bible, 1881, riporta una descrizione accurata di un paio di dirupi che egli identificò a Nazaret. Tale descrizione si trova nel cap. VII, 1 della seconda parte del libro (Nazareth and its vicinity) e nella Lettera XIV (From Tiberias to Tyre) allegata alla terza parte del libro. McGarvey visitò personalmente Nazaret nel 1879 ed ebbe occasione di controllare sul campo la descrizione di Lc. 4:29, come egli stesso scrive. Dalle sue ricerche sono emersi due possibili dirupi:

(1) il primo precipizio si trova nella zona della cosiddetta chiesa greca dell'Annunciazione (6), nelle cui vicinanze è situata anche la cosiddetta "fonte di Maria". Si tratta di un precipizio che secondo McGarvey misurava 60 piedi (18 metri circa). Nel 1879, quando McGarvey visitò Nazareth, il punto si trovava nella periferia nord-orientale della città, che all'epoca era molto piccola della città attuale e ivi terminava.

(2) Il secondo precipizio segnalato da McGarvey, profondo 40 piedi (circa 12 metri), si trova in quella che all'epoca era la periferia sud-occidentale della città, nel cosiddetto quartiere latino, dalla parte opposta alla chiesa greca dell'annunciazione, presso la cappella dei maroniti ("maronite chapel"). La chiesetta dei cristiano-maroniti fu ultimata nel 1774, oggi a Nazareth esiste una seconda chiesa della comunità cristiano-maronita, più moderna e ultimata da poco, quindi bisogna considerare che McGarvey si riferisce alla vecchia chiesa maronita e non confondersi con la nuova costruzione. Attualmente essa dista circa 300 metri dalla Basilica dell'Annunciazione. Mc Garvey prende chiaramente posizione in favore di questo secondo precipizio, sia rispetto al precedente (il quale probabilmente si formò in tempi posteriori a quelli di Cristo), sia al Jebel el-Qafse, che ha lo svantaggio di non trovarsi sullo stesso colle di Nazaret ed è troppo lontano per immaginare una scena di furore popolare che conduce Gesù a piedi da Nazaret fino sul Jebel el-Qafse. Il dirupo presso la chiesa maronita ai tempi di Cristo si trovava relativamente lontano dal centro abitato vero e proprio, in conformità con il testo lucano secondo cui "lo scacciarono dalla città": anche da questo punto di vista appare compatibile. McGarvey segnala opportunamente che nel 1879 attorno alla zona vi erano soltanto costruzioni moderne e nessun resto antico.

Il dirupo presso la cappella maronita, oltre che da McGarvey, viene segnalato anche da altri autori. Si può citare Howard Crosby, Lands of the Moslem: A Narrative of Oriental Travel, Adamant Media Corporation, 2001, ISBN 1402194447, 9781402194443, pp. 318-319, in cui l'autore parla di Nazareth: "Then we visited the Maronite Chapel, a small building of bare and unsightly interior. (...) Just over this little church the hill rises abrubtly, forming a precipice, which may well be the point to which the crowd endeavored to bring our Lord in order to cast him therefrom. There is certainly no necessity, and little sense, in placing the spot at a distance of two miles from Nazareth, where the most sage and erudite traditions affirm the site to be" (il libro si trova anche su Google Books). Howard Crosby è vissuto nel 1826-1891, Land of the Moslem fu pubblicato nel 1851, prima del viaggio di McGarvey (1879). Lo stesso dirupo presso la chiesetta maronita è riportato anche in Edward Robinson, Eli Smith, Biblical Researches in Palestine, 1838-52, Vol. 3, Boston, 1856, pag. 335; nella voce "Nazareth" dello Smiths's Bible Dictionary (1901); in C.F. Emmett, Beyond the Basilica: Christians and Muslims in Nazareth, University of Chicago Press, 1995, ISBN 0226207110, 9780226207117, a pag. 114 (cfr. il paragrafo "The maronite community"). W. Sanday, Sacred Sites of the Gospels, Oxford (1903) annota: "There are no less than four so-called Cliffs of Precipitation (referring to the incident of St. Luke iv. 29): one in the hands of the Latins; one in the hands of the Greeks; one some way out of Nazareth (the cliff shown in PL LIII area of the above photos), and the one in the plate, which is not only more probable than the rest, but in itself really probable, as it lies just at the back of ancient Nazareth." Oggi il sito web ufficiale (turistico) della città di Nazaret segnala un dirupo presso la zona della cappella maronita, ma allude tuttavia ad un dislivello di 6-7 metri soltanto, contro i 40 piedi segnalati da McGarvey (può darsi che il salto sia stato ridotto artificialmente nel corso del tempo a causa di lavori edili). G. Ricciotti, invece, in Vita di Gesù (1942), scrive, commentando il passo lucano: "Nell'àmbito del villaggio non potevano mancare scoscendimenti di terreno, che si prestavano benissimo al violento progetto: si è quindi pensato, non senza verosimiglianza, a uno sbalzo di una decina di metri situato presso l'odierna chiesa dei Greci cattolici, la quale sarebbe sorta appunto presso il luogo già occupato dall'antica sinagoga." In realtà presso l'odierna chiesa dei greci cattolici, costruita nel 1887, che si trova nel centro di Nazareth, a 300 metri in linea d'aria dalla Basilica dell'Annunciazione, non vi è alcun dirupo, come confermato da gente del luogo. Forse Ricciotti ha soltanto confuso la "cappella dei maroniti" con la "chiesa dei greci cattolici". Bellarmino Bagatti che scavò a Nazaret negli anni '50 del XX secolo, segnala invece un dirupo verso ovest rispetto alla Basilica dell'Annunciazione, come il Nuovo Dizionario Enciclopedico illustrato della Bibbia, Edizione Piemme, nuova edizione rivista ed integrata 2005, pag. 694, "I presenti reagirono tentando di gettarlo giù da un precipizio come prevedeva la successiva legislazione rabbinica prima di una lapidazione (San 6,4). Il 'ciglio del monte (gr. Ñfràj) si quale la loro città era situata' (Lc 4,29) venne erroneamente identificato a partire dal IX secolo, con una parete rapida di Gebel el-Qafze, che si affaccia sulla pianura (Kopp, 124-129). Le pendici rocciose a margine dello sperone collinare sono ancora visibili in una litografia di D. Roberts, del 1842. Dal punto di vista archeologico, questa zona venne localizzata in corrispondenza del lato Ovest della Chiesa dell'Annunciazione (MB 16 [1980] 9)." (7)

Gli elementi a favore della identificazione della città di Lc. 4:29 con l'attuale Nazaret sono, in conclusione:

Ed ora un riassunto degli elementi sfavorevoli all'identificazione:

 

4. La città di Gamla

4.1 Geografia e archeologia di Gamla

Gamla (8) era una città situata nella Gaulanitide (oggi la regione è il Golan), nella parte nord est del mare della Galilea. Di questa località abbiamo una descrizione geografica abbastanza dettagliata e il racconto dell'assedio cui fu sottoposta da parte dei Romani nel corso della guerra giudaica, cfr. Flavio Giuseppe, Bell., 4:5-83. La città è inoltre citata in Mishnà 'Arakin 9,6 e nel successivo commento a questa mishnà (folio 32a,b) che erroneamente la colloca in Galilea. L'interesse per Gamla, nel contesto dell'argomento qui trattato, è motivato dal fatto che dal punto di vista geografico l'ubicazione della città sembra adattarsi molto bene alle richieste di Lc. 4:29. Oggi Gamla è un sito archeologico, un cumulo di rovine che è tale dall'epoca della conquista della città da parte dei Romani nel 67 d.C., al tempo della rivolta giudaica. I resti della città si trovano sulla parete di un monte che si eleva a circa trecento metri dal terreno circostante. Dalle sottostanti immagini fotografiche si può intuire come il monte che ospita Gamla abbia pareti piuttosto ripide, così si può pensare che esso ospiti dei precipizi nelle immediate vicinanze della città, se non direttamente nell'area in cui sorgeva anticamente, come richiesto dal passo del vangelo di Luca:

Vista da ovest

Vista da est

Alta definizione (1,8MB)

Sinagoga

Breccia nel muro

Queste caratteristiche fisiche, unite al fatto che gli scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di un grande edificio pubblico certamente utilizzato nel I secolo d.C. ed identificabile con una sinagoga, rendono Gamla una città molto interessante per l'analogia con Lc. 4:29, più di quanto lo sia la Nazaret odierna. Siamo infatti in presenza di una città attiva ai tempi di Gesù e fino alla guerra giudaica, costruita sulla parete di un monte molto ripido, con la presenza di un edificio identificabile con una sinagoga e la possibilità di trovare dei burroni nelle immediate vicinanze della città, sul monte in cui sorge. 

La maggior parte delle notizie che vengono qui riportate e che riguardano la geografia e l'archeologia della città di Gamla ci sono state fornite dal Dr. Danny Syon, archeologo, membro dell'Israel Antiquities Authority (IAA), oggi uno dei maggiori esperti del sito di Gamla. D. Syon è editor dell'opera: Gamla - Final Report of the Shmaryahou Gutman Excavations (1976-1988), IAA Report, ancora non pubblicata, contenente il bilancio definitivo di dodici anni di scavi archeologici condotti a Gamla. Un riassunto sintetico della situazione archeologica di Gamla si può trovare in una serie di articoli del Dr. D. Syon nel sito dell'IAA . D. Syon ha inoltre fornito personalmente alcuni preziosi suggerimenti sulla geografia di Gamla, tramite una corrispondenza e-mail intercorsa nel Giugno del 2007.

L'identificazione del sito attuale con la città descritta da Giuseppe Flavio avvenne formalmente nel 1976, anno in cui l'archeologo israeliano S. Gutman iniziò una campagna di scavi sul monte di cui si vedono le fotografie qui sopra, che si protrasse nei decenni successivi. Essa fu accettata dalla comunità archeologica internazionale. Prima che Gutman identificasse la città di Gamla descritta da Giuseppe Flavio con l'attuale sito archeologico che si trova nel Golan, non mancavano comunque altri siti archeologici con cui Gamla era stata in precedenza identificata. Secondo Danny Syon: "the present site was first suggested in 1968", inoltre: "the previously accepted identification of Gamla with the site of Tel ed-Dra', in the Rukkad river-bed, now on the border of Israel with Syria, was proposed by Konrad Furrer, in 1889". Inoltre, prima ancora della identificazione transitoria di K. Furrer, l'archeologo tedesco G. Schumacher scoprì per primo delle rovine su un colle situato lungo la sponda orientale del mare della Galilea, presso Qal'at el-Husn. Per alcuni anni si credette che queste rovine fossero proprio quelle di Gamla: ne abbiamo traccia ad esempio in F. Delitzsch, A Day in Capernaum, 1887, pag. 38 ("The ruins of Chorazin ... and those of Gamala (el-Husn)". In seguito si scoprì poi che le rovine di Qal'at el-Husn meglio si adattano alla città di Hyppos, identificazione che ancora oggi è ritenuta valida dagli archeologi. Pertanto prima della scoperta del sito che attualmente identifica Gamla, dalla fine del XIX secolo non mancava un sito archeologico che poteva assomigliare alla descrizione di Giuseppe Flavio di cui in Bell., 4:1-83, con rovine di una antica città collocate su di uno sperone di montagna e una disposizione molto simile alla attuale Gamla.

Dalla fotografia ad alta definizione sopra riportata possiamo prendere dimestichezza con gli elementi archeologici che caratterizzano la Gamla riportata alla luce dagli archeologi. In essa, che mostra il monte di Gamla ripreso da est guardando verso ovest, si può vedere una serie di edifici diroccati costruiti nelle vicinanze di un muro di cinta che sale lungo il pendio del monte. Il complesso degli edifici si trova nella parete sud del monte, quindi il muro si trova più a est degli edifici che proteggeva e faceva da confine alla città proteggendola da incursioni nemiche provenienti dal basso. Della esistenza di un muro difensivo a Gamla abbiamo notizia in Giuseppe Flavio: "la città, che per le sue difese naturali era così imprendibile, Giuseppe l'aveva cinta di mura e rafforzata con gallerie e trincee", cfr. Bell., 4:9. Questo passo, prima della scoperta dell'attuale Gamla, veniva solitamente interpretato come una esagerazione di Giuseppe, come se egli avesse in realtà soltanto rafforzato ed ampliato una cinta muraria preesistente. Giuseppe, infatti, parla di Gamla, sebbene di sfuggita, anche in Ant., 13:394, ai tempi di Alessandro Ianneo (I sec. a.C.), definendola una guarnigione o presidio militare, in greco froirÒj, per cui sembrerebbe logico attendersi che una cinta muraria esistesse già da molto tempo prima dell'arrivo di Giuseppe a Gamla ai tempi della rivolta del 66. Gli scavi hanno invece provato che l'asserzione di cui in Bell., 4:9, è da intendersi alla lettera: il muro infatti segue un percorso alquanto tortuoso a zig-zag inglobando lungo il tragitto degli edifici preesistenti e rattoppando gli spazi vuoti tra gli edifici adiacenti. Secondo D. Syon, "in the time of Jesus, Gamla did not have a wall; the excavations proved very clearly that the wall was constructed only in the months preceeding the siege of Vespasian". Pertanto Gamla non era una città fortificata ai tempi di Gesù, del resto solo le città molto grandi potevano avere una cinta muraria appositamente progettata a scopo di difesa perenne, questo non è il caso né di Nazaret, che non ha alcuna cinta muraria antica, né di Gamla, fortificata soltanto per ragioni di contingenza nel 66 d.C. Il fatto che Gamla non fosse fortificata fino al 66 toglie autorità al passo del vangelo di Tommaso, loghion 32 (// Mt. 5:14), che legge: "una città costruita su un alto monte e fortificata non può cadere né essere nascosta", questo loghion non può essere utilizzato per rivelare una speciale connessione tra la patria di Gesù e la città di Gamla. Si noti che la versione di Mt. del loghion gesuano non dice "fortificata", un simile verbo non compare nella frase che si riduce a: "non può restare nascosta una città collocata sopra un monte". Del resto il loghion 32 del VdT è attestato anche da un frammento greco, P. Oxy. 1.36-41, in cui viene utilizzato il verbo sthr…zw che assume il significato più generico di fissare saldamente, non certo fortificare in senso tecnico militare. Seguendo il percorso del muro si possono vedere i resti dell'edificio più grande, identificato con una sinagoga. Salendo verso la direzione nord, il muro termina in prossimità di una grande torre rotonda, una costruzione più antica del muro, risalente al periodo ellenistico. Lungo il muro, subito sotto la sinagoga è ancora visibile una breccia in cui il muro è sfondato, si tratta di una delle tre brecce che i Romani riuscirono ad aprire nel muro nel corso dell'attacco alla città. Il muro, la grande sinagoga, la torre rotonda e alcuni edifici sotto la sinagoga certamente appartenevano alla città di Gamla nel I secolo d.C. Ma quanto era grande l'estensione della città in quel periodo? Non è facile dare una risposta esaustiva a questa domanda in quanto fino ad oggi soltanto il 5% dell'area archeologica è stato riportato alla luce. Sopra la torre rotonda a circa 50 metri da essa si vedono le fondamenta di alcuni edifici, salendo un po' verso il monte, in direzione nord ovest. Secondo Syon questi edifici sono databili al I secolo a.C. quindi non esistevano più ai tempi di Gesù o di Giuseppe Flavio. Più ad ovest si vedono altre rovine di antichi edifici, la città probabilmente si estendeva fin verso la parte più alta del monte dietro il muro di cinta che la proteggeva, senza tuttavia raggiungere la vetta più alta del monte, nella parete sud. La cima del monte infatti è relativamente molto ripida per poter ospitare degli edifici, inoltre mancano terrazzamenti atti ad ospitare quartieri di case. Le pietre che si vedono sulla sommità del monte, nel suo punto più alto, sono rocce naturali, da non confondersi con le macerie di edifici diroccati; del resto la dimensione di queste rocce presenti sulla sommità è molto più grande di quella delle pietre fabbricate, che la risoluzione della fotografia non consente di vedere nel dettaglio (si confronti con la struttura del muro di cinta, realizzata con pietre fabbricate). In Bell., 4:5-8 Giuseppe descrive da un punto di vista geografico la città (9):

Bell., 4:5-8 - [5] Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome. [6] Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna; ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio. [7] Le case costruite sui ripidi pendii erano fittamente disposte l'una sopra l'altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall'alto su sé stessa. [8] Affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone; dentro le mura v'era una fonte e ivi la città terminava.

Questa descrizione è da ritenersi molto accurata dal momento che Giuseppe era stato comandante della guarnigione militare di Gamla e aveva una conoscenza diretta della regione. Il sito archeologico presenta alcune anomalie, se comparato alla descrizione di Giuseppe. Certamente anche la città del sito archeologico "affaccia" a mezzogiorno, se si intende con questo il fatto che è edificata sulla parete sud del colle che la ospita. Tuttavia l'impressione, leggendo Giuseppe, è che la città fosse molto più grande di quanto si è riportato alla luce dagli scavi fino ad oggi, inoltre Giuseppe allude all'esistenza della rocca della città, ¤kra tÁj pÒlewj, che si trovava ad una altezza smisurata e sotto di essa si trovava un profondissimo burrone, non protetto da fortificazioni o ripari. In greco ¤kra ha due significati: "vetta", nel senso di sommità, punto più alto, oppure "rocca" nel senso di edificio fortificato, cioè una fortezza. A Gamla si deve scegliere la prima ipotesi in quanto non è stato ritrovato in essa alcun edificio avente caratteristiche simili a quelle di una fortezza, secondo D. Syon "Josephus does not speak of a fortress. Literally: ¤kra tÁj pÒlewj means the highest part of the city. Though the word is sometimes used in the sense of a building, this is not always the case and at Gamla it is not. There may have been a building up there, but not a fortress." Se la parte più elevata della città ospitava un dirupo, allora potrebbe essere questo il precipizio in cui gli abitanti della città cercarono di gettare Gesù: ne segue che essi non avevano avuto necessità di uscire dalla città scendendo verso il basso per trovare un precipizio, sarebbe stato sufficiente salire verso l'alto per trovare nella parte più alta della città un dirupo. In realtà la presenza di un simile burrone nelle vicinanze della città e sulla sommità del monte è oggetto di discussione. Sebbene Giuseppe parli di un burrone, f£ragx nel testo greco, è necessario qui osservare che per quanto le immagini di Gamla sembrino illustrare una città piena di dirupi da tutte le parti, specialmente sulla sommità del monte, come del resto affermato nel sopra citato passo di Guerra Giudaica, in realtà a Gamla esiste un solo precipizio definibile come tale, neppure molto alto. Scrive infatti Syon: "At Gamla there is one place only at the very highest point of the hill where there is a large boulder on which perhaps 5-10 people could stand and where there is a cliff about 6-7 meters high. I am not sure that if someone jumped or pushed off from there he would die." Secondo Syon burroni più profondi si possono trovare uscendo da Gamla, attraversando il muro difensivo (che non esisteva al tempo di Gesù) e recandosi per esempio attraverso un antico sentiero esattamente nel punto in cui è stata scattata l'immagine ad alta definizione (da est verso ovest) di Gamla: lì è presente ancora oggi un precipizio avente caratteristiche compatibili con quello richiesto da Lc. 4:29. Questo precipizio, comunque, si trova a circa quattrocento metri da Gamla, su di un un altro sperone della stessa montagna. Nell'ipotesi che Lc. 4:29 sia realmente riferibile a Gamla, si aprirebbe dunque il problema di stabilire se l'espressione ™f' oá ¹ pÒlij òkodÒmhto aÙtîn (sopra cui la loro città era edificata) è compatibile con la posizione di questo secondo precipizio in quanto sul colle dove sorge la città non c'è alcun dirupo mortale.

Dopo aver descritto l'assedio della città e il primo sfondamento da parte dei Romani, che furono ricacciati indietro dagli assediati, verso il basso, Giuseppe Flavio descrive il secondo assalto, questa volta risolutivo, e la conquista finale della città di Gamla:

Bell., 4:70-74[70] Tito, che intanto aveva fatto ritorno, sdegnato per la sconfitta che i romani avevano subita in sua assenza, scelse duecento cavalieri e alquanti fanti e alla loro testa, senza trovare ostacoli, entrò nella città. [71] Quando era già dentro, le sentinelle se ne avvidero e corsero gridando alle armi mentre la voce dell'attacco si diffondeva rapidamente tra la gente, e allora alcuni, tirandosi dietro mogli e figli, correvano tra gemiti e clamori a rifugiarsi sulla rocca, altri si facevano incontro a Tito cadendo l'uno dopo l'altro; [72] quanti infine non riuscirono a fuggire verso l'alto, non poterono evitare di incappare nei posti di blocco dei romani. Dappertutto si levava il lamento incessante degli uccisi, e il sangue allagò l'intera città scorrendo giù per i pendii. [73] Contro quelli che si erano rifugiati sulla rocca accorse Vespasiano con tutto l'esercito. [74] La sommità era da ogni parte dirupata e di difficile accesso, e si levava ad una altezza enorme tutta gremita di gente e circondata da strapiombi.

Bell., 4:78-79 - [78] Così i romani arrivarono sulla sommità, li accerchiarono e senza dar tregua presero a farne strage, non solo di quelli con le armi in pugno, ma anche di quelli che alzavano le mani: contro tutti li rendeva spietati il ricordo dei commilitoni caduti nel primo assalto. [79] Allora i più dei giudei, stretti da ogni parte e disperando di salvarsi, si gettarono con le mogli e i figli nel precipizio che era stato scavato fino a grandissima profondità sotto la rocca. [80] Accadde così che la furia dei Romani apparve più blanda della ferocia che i vinti usarono verso se stessi; quelli infatti ne uccisero quattromila, mentre più di cinquemila furono coloro che si precipitarono dall'alto.

Da questi passi si ricava ancora una volta l'impressione che la città salisse fin quasi sulla vetta del monte, sulla rocca che costituiva non una fortezza ma la parte più alta della città. Nella descrizione gli abitanti di Gamla e i soldati dei Giudei per salvarsi fuggono verso l'alto, mentre i Romani sono penetrati dal basso attraverso il muro fin dentro la città. Secondo Syon l'episodio degli abitanti di Gamla che si gettano nel precipizio sottostante la rocca, preferendo la morte alla cattura, è soltanto leggendario. Nessun precipizio del genere infatti è oggi presente, sebbene le immagini fotografiche mostrino delle pareti molto ripide nel monte queste comunque non sono così impervie come descritto da Giuseppe, con la sola eccezione del piccolo dirupo precedentemente citato, che si trova nel punto più in alto del colle ed è profondo 6-7 metri al massimo e la piattaforma sopra di esso può ospitare soltanto poche persone. In Bell. 4:79 Giuseppe scrive poi che il precipizio sotto la rocca (f£ragga baqut£th) era stato scavato (upopèrukto), probabilmente gli abitanti della città oltre a costruire il muro cercarono di rendere più ripide e impervie alcune possibili zone di accesso alla città, del resto opere del genere sono descritte anche in Bell., 4:6. Secondo D. Syon è più verosimile che gli abitanti abbiano cercato la salvezza e non il suicidio di massa, cercando di scendere attraverso i pendii verso il basso, dalla parete nord:

"Discussion on mass suicide in the Hellenistic-Roman world — real or literary — is beyond the scope of this paper, but has been amply discussed elsewhere. I propose to take a more pragmatic two-step approach to disproving the suicide story. First, the only place along the crest of the ridge where there is a vertical cliff high enough for someone falling off it to die with reasonable certainty is at the summit, which can only be reached with some difficulty, by clambering over large boulders. Today the summit area can accommodate a few score people at most. In antiquity it may indeed have been larger, as earthquakes certainly brought down some massive boulders, but not by much. Even if we accept only 500 people, not 5000, standing on the ridge, it would be physically impossible for all but a few to reach the summit and jump headlong to their deaths. The rest would not have made it.  The remainder of the ridge on the north simply slopes down, though steeply indeed, to the gorge below. Second, contrary to the time afforded to Eleazar Ben-Yair on Masada to make his speech and persuade his comrades to commit suicide, it is hard to imagine that the people at Gamla would have had the presence of mind in the midst of the fighting to decide on carrying out a mass suicide. The truth, which Josephus wanted either to distort or ‘touch up’ in a literary way, is simply that the remaining defenders and townspeople were trying to flee down the steep northern slope in panic, with the inevitable result that many were trampled underfoot and died. I believe that some of the more agile actually reached the gorge, and thence — safety. For an observer (Josephus?) standing on the Deir Qaruh ridge and looking at this drama unfolding, it may indeed have appeared as a mass suicide."

La mancanza di un precipizio degno di questo nome sulla sommità della città e dentro di essa potrebbe far sospettare che la città archeologica scoperta non coincida Gamla, a meno appunto di non supporre che Giuseppe abbia ingigantito il dramma della conquista della città. Nel caso del collegamento con Lc. 4:29 le difficoltà sono certamente minori, Luca afferma espressamente che Gesù fu portato fuori della città per essere ucciso, del resto questo è coerente con il Talmud secondo cui una condanna poteva essere eseguita almeno sei miglia lontano dal Beth Din e in generale fuori dal centro abitato. Tuttavia il secondo precipizio cui allude Syon si trova soltanto a trecento metri da Gamla, una distanza certamente molto piccola.

4.2 Gamla e la Gaulanitide

Una delle anomalie più grandi nell'identificare Gamla con la città descritta da Lc. 4:29 è data dal fatto che Gamla ai tempi di Gesù si trovava nella Gaulanitide, la regione a nord est del mare della Galilea. Gamla non era dunque una città della Galilea come richiesto da Lc. 4:14. A collocare espressamente Gamla nella Gaulanitide è Giuseppe Flavio in Bell. 2:574, mentre in Bell., 4:2 specifica che si trovava nel Gaulan inferiore, dirimpetto a Tarichea (10). Questa posizione, del resto, è coerente con quella dell'attuale sito archeologico. Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.) la regione della Gaulanitide fu assegnata al tetrarca Filippo, che regnò su di essa fino al 34 d.C, l'anno della sua morte. Quando morì anche Filippo il controllo della città passò per tre anni direttamente ai Romani e la regione venne di conseguenza annessa alla provincia di Siria, come il resto dei territori di Filippo. Ma a partire dal 37 la Gaulanitide tornò sotto il controllo di un sovrano giudeo, il re Agrippa I, che regnò su di essa fino al 44. Una sorte identica toccò alla Galilea nel 39 d.C., che era stata in precedenza governata da Erode Antipa dalla morte di Erode il Grande. In Bell., 2:568 Giuseppe Flavio riferisce che il Sinedrio gli affidò il comando delle "due Galilee" ma dal contesto risulta chiaro che Gamla non apparteneva alle due Galilee infatti Giuseppe afferma, nel medesimo passo, che "alla giurisdizione sulle due Galilee venne aggiunto anche il territorio di Gamla, la città più forte in quella regione" come se la città di Gamla non facesse parte delle due Galilee (11). Giuseppe non avrebbe avuto bisogno di aggiungere anche Gamla nel precedente brano se essa faceva parte delle due Galilee oppure se la Gaulanitide fosse stata da egli considerata come una parte della Galilea. Del resto l'espressione delle "due Galilee" viene spiegata in Bell., 3:35-43. In questo brano Giuseppe suddivide la Galilea in due zone, la Galilea superiore e la Galilea inferiore e descrive geograficamente la sua estensione territoriale, specificando che la Galilea è delimitata ad est dai territori di Hippos, di Gadara e dalla Gaulanitide. La Gaulanitide, dunque, non può certo essere considerata una parte della Galilea.

A questa argomentazione si potrebbe obiettare citando il caso della città di Bethsaida. Giuseppe Flavio (cfr. Bell. 2,168 combinato con Ant. 18,28) colloca espressamente questa città in Gaulanitide, sotto la giurisdizione del tetrarca Filippo, e ciò pare concordare con gli scavi archeologici che da tempo hanno individuato presso il sito di el-Tell, a est del Giordano, nella zona settentrionale del mare di Galilea, la posizione dell'antica Bethsaida. Gv. 12:21 colloca invece Bethsaida in Galilea e questo sembra concordare con il contesto di Mc. 6:45 combinato con Mc. 6:53, secondo cui Bethsaida doveva trovarsi in prossimità della terra di Gennesaret. D'altra parte, el-Tell è un sito di confine, posto proprio tra Galilea e Gaulanitide: una certa confusione potrebbe essere sorta, mentre è altamente improbabile per Gamla e Nazaret, città saldamente collocate risp. in Gaulanitide e in Galilea e non confondibili. Inoltre gli eventuali errori di Marco o Giovanni potrebbero non inficiare la validità delle affermazioni del testo di Luca, che cita Bethsaida due volte (Lc. 9:10 e 10:13) senza che sia deducibile l'esatta collocazione geografica. Il Talmud cita Gamla in Mishnà 'Arakin 9,6 assieme ad altre città. La ghemarà (commento) di questa mishnà afferma erroneamente che Gamla si trovava in Galilea (folio 32a,b). Del resto la stessa collocazione, secondo questa ghemarà, di Gadud in Transgiordania  non è corretta.

Sebbene situata nella Gaulanitide, una regione fortemente ellenizzata, Gamla era una città dove le usanze ebraiche venivano rispettate. Ad esempio gli scavi archeologici hanno rivelato la mancanza di sepolture nella città, come scrive D. Syon: "among the thousands of animal bones recovered in all areas excavated, only a single lower human jawbone was found together with an arrowhead in area S, in the western quarter of the city, far from the main events of the battle. We feel that the answer, while not completely satisfactory, lies in the supreme importance of the Jewish religious command for the burial of the dead." Oltre a questo, da un punto di vista economico la città era orientata verso Tiberiade che non Cesarea di Filippo o il resto della Gaulanitide, sono state infatti ritrovate più monete di Erode Antipa che di Filippo. Questo, ancora una, volta è dovuto probabilmente al fatto che la maggior parte della Gaulanitide sotto Filippo era abitata da gentili mentre Tiberiade da ebrei e gli abitanti di Gamla preferivano tendenzialmente mantenere rapporti commerciali con gli altri ebrei più che con i gentili.

4.3 Giuda di Gamla

Nelle opere di Giuseppe Flavio viene citato un personaggio che ha attinenza con la città di Gamla e la sua collocazione geografica. In Ant. 18:4 Giuseppe parla di un certo Giuda, che definisce Gaulanita della città di Gamla, Ioudaj de Gaulanithj anhr ek polewj Gamala, un rivoluzionario che fondò un partito di opposizione contro l'occupazione romana, il movimento era contrario in particolare al pagamento del tributo al quale erano stati sottoposti i Giudei al tempo del censimento di Quirinio e Coponio, dopo la destituzione di Archelao (6 d.C.). Giuseppe Flavio afferma che Giuda di Gamla, attivo al tempo del censimento, fondò una scuola di filosofia, assieme al fariseo Saddoc, espressione che significa una sorta di partito, movimento politico avente anche un proprio sistema di valori da un punto di vista filosofico. Tuttavia Giuseppe definisce questo Giuda come "galileo" e non "gaulanita" quando in Ant. 18:23 passa ad esporre i principi fondamentali della sua scuola filosofica, chiamata "quarta filosofia", dopo aver descritto il pensiero filosofico-religioso di Farisei, Sadducei ed Esseni. Questo stesso personaggio è citato anche in Bell., 2:118, ma viene chiamato semplicemente "un galileo di nome Giuda" senza alcun riferimento alla città di Gamla. Giuda il Galileo è citato persino anche in Atti 5:37, proprio con riferimento alla rivolta al tempo del censimento che avrebbe portato al tributo. Giuda il galileo o il gaulanita di Gamla fu attivo al tempo di Quirinio e Coponio ma la sua discendenza continuò ad operare per tutta la prima metà del I secolo d.C., fino al tempo della guerra giudaica. Giacomo e Simone, due dei figli di Giuda, furono crocifissi dai Romani nel 46 d.C. (cfr. Ant., 20:102), un altro figlio di Giuda, di nome Menahem, fu tra i capi della rivolta del 66 (cfr. Bell., 2:433) mentre Eleazar, definito come suo discendente in Bell., 7:524, fu il capo dei sicari che resistettero fino allo strenuo ai Romani a Masada, suicidandosi in massa per non cadere nelle mani dei nemici. In contesti che non lo riguardano direttamente Giuda è quindi citato anche in Bell., 2:433, 7:253 e Ant. 20:102, in tutti questi passi le informazioni fornite da Giuseppe conducono inequivocabilmente allo stesso personaggio di Ant. 18:4 e Bell. 2:118 ribadendo che era galileo o che comunque veniva identificato con questo appellativo (ad esclusione di Bell., 7:253, dove l'aggettivo galileo non compare a fianco del nome). Si noti che in Bell. 2:56 (// Ant. 17:221) viene citato un "Giuda figlio del capo brigante Ezechia" che fu attivo a Sefforis, in Galilea, dove aveva costituito una sua milizia armata, avendo fatto irruzione negli arsenali regi di quella città. Sebbene G. Vitucci nella sua edizione di Guerra Giudaica affermi che Giuda figlio di Ezechia sia da ritenersi lo stesso Giuda che istigò gli ebrei ad opporsi al censimento di Quirinio, l'effettiva coincidenza dei due personaggi non è affatto scontata e in nessun punto delle sue opere Giuseppe chiarisce la questione, Giuda di Gamla o il galileo, infatti, è sempre ricordato per l'opposizione al censimento e mai per l'episodio di Sefforis, viceversa Giuda figlio di Ezechia non è mai messo in relazione con la questione del tributo o con la quarta filosofia, così sembra ragionevole concludere che Giuseppe intendesse riferirsi a due personaggi distinti, come supposto peraltro da altri studiosi: Giuda figlio del capo brigante Ezechia e Giuda "il galileo". Relativamente a quest'ultimo personaggio, se ci basassimo soltanto sulla lettura di Guerra Giudaica, opera composta prima di Antichità Giudaiche, in nessun passo di essa che lo menziona troveremmo scritto che egli era di Gamla (cfr. Bell., 2:118, 2:433, 7:253 ed eventualmente 2:56 per Giuda figlio di Ezechia). E' infatti in Ant. 18:4 che troviamo una importante novità rispetto a Guerra Giudaica, la precisazione che Giuda, pur essendo detto "galileo", era un Gaulanita di Gamla: questo passo di Ant. Giud. è di fatto l'unico che colleghi Giuda alla città di Gamla. Inoltre, non solo in Ant. 18:4-10 è certamente dato un maggior peso alle azioni di Giuda, ma in Ant. 18:11-25 la scuola filosofica di Giuda è addirittura elevata al rango di quarta filosofia, assieme a quella dei Farisei, degli Esseni e dei Sadducei, mentre in Bell., 2:119-166 Giuseppe Flavio non dedica neppure una riga a una esposizione della dottrina della setta di Giuda il galileo. Nel passaggio da Guerra Giudaica ad Antichità Giudaiche, composta circa venti anni dopo, probabilmente Giuseppe deve avere riconsiderato l'impatto di Giuda e della sua dottrina politico-filosofica sulla storia del giudaismo al tempo della rivolta del 66. Qui l'aspetto che interessa maggiormente è capire per quale motivo Giuseppe Flavio da un lato definisca Giuda come originario di Gamla, specificando che era un Gaulanita, per poi invece parlare di lui come "galileo". Dalle precedenti considerazioni riguardanti la collocazione geografica di Gamla, della Gaulanitide e della Galilea, tenuto conto che Giuseppe Flavio era giudeo e conosceva direttamente la geografia che descriveva per essere stato comandante a Gamla e nella Galilea, ci sembra di poter escludere una confusione geografica dei termini "Gaulanita" e "Galileo" da parte di Giuseppe, oppure una errata collocazione della città di Gamla rispetto alla regione in cui si trovava. Restano allora due possibili soluzioni per spiegare questa anomalia di Giuseppe. La prima ipotesi è che Giuda effettivamente fosse originario della Galilea ma poi fosse andato a vivere nella città di Gamla, nella regione ad est del lago. Così Giuda sarebbe sia galileo, per via delle sue origini, sia di Gamla, avendo vissuto anche in quella città. Questa teoria acquisterebbe certamente un grande peso se si potesse dimostrare inequivocabilmente che Giuda figlio di Ezechia, attivo a Sefforis in Galilea, coincide con Giuda il galileo del censimento di Quirinio. La seconda ipotesi riguarda l'utilizzo del termine "galileo" nella letteratura del periodo. Nel Nuovo Testamento, ad esempio, l'aggettivo "galileo" ha essenzialmente una connotazione geografica e mette in relazione un personaggio con la regione della Galilea. Ma galileo potrebbe anche avere assunto una connotazione settaria, non necessariamente legata all'appartenenza geografica. Nella sua descrizione della regione della Galilea Giuseppe si limita a dire che "i Galilei sono bellicosi fin da piccoli e sono stati sempre numerosi, e come gli abitanti non hanno mai conosciuto la codardia così la regione non ha mai conosciuto lo spopolamento", cfr. Bell., 3:42. Ma nessun riferimento specifico all'utilizzo di galileo come aggettivo particolare per definire un personaggio o una appartenenza politico-religiosa è fatto in questo passaggio. In tutto Giuseppe Flavio abbiamo forse soltanto una prova diretta che "galileo" fosse un appellativo in grado di contraddistinguere un personaggio sulla base di una appartenenza politica, invece che della sua provenienza geografica, trattasi di Bell., 4:558. In questo importante passo Giuseppe descrive la situazione di Gerusalemme sotto l'assedio romano, quando all'interno della città comandavano ancora i gruppi rivoluzionari anti-romani. In questo contesto Giuseppe menziona "il gruppo dei Galilei" che aveva portato al potere Giovanni, uno dei capi della rivolta, definendoli come una costola del movimento degli Zeloti. Certamente manca una descrizione della nascita di un eventuale movimento politico dei Galilei, ma Giuseppe potrebbe eventualmente aver dato per scontato che il lettore fosse a conoscenza del significato di "galileo". Del resto anche per il gruppo degli Zeloti, che cita moltissime volte, non racconta in modo dettagliato come nacquero e da chi vennero fondati. Un utilizzo particolare del termine "galileo" compare in Epitteto, filosofo vissuto tra il I e il II secolo d.C., che sembra confondere i cristiani con i galilei in Diss. Ab Arriano digestae, IV, 6, 6 (12). Sebbene non sia possibile dimostrarlo con certezza, può darsi che nel giudaismo del secondo tempio e soprattutto all'epoca della guerra giudaica del 66-74 il termine "galileo" avesse esteso il suo campo semantico in relazione al fenomeno del brigantaggio che iniziò a diffondersi a partire dalle aree periferiche della Galilea, al confine della Siria e dell'Idumea, per contagiare la Giudea ai tempi dei procuratori Festo e Albino. Nel gergo di Giuseppe Flavio personaggi quali Giuda figlio di Ezechia, Giuda il "galileo" e la sua discendenza, altri personaggi galilei sono chiamati "briganti" (lVst»j) quindi l'appellativo di "galileo" potrebbe essere stato sinonimo di lVst»j. Questa interpretazione, come detto, è dimostrabile nella migliore delle ipotesi utilizzando soltanto Bell., 4:558, passo che descrive un gruppo di Zeloti chiamati Galilei. Se dunque esisteva un partito dei Galilei, allora Giuda potrebbe essere appartenuto a questo partito politico e aver fondato una sua setta particolare, all'interno di questo movimento. In tal caso Giuda, pur essendo di Gamla, nella Gaulanitide, sarebbe anche Galileo in virtù di una appartenenza politica. L'ipotesi inversa, cioè che da Giuda detto il galileo si sia originata l'usanza di chiamare "galilei" i membri della sua setta filosofica, potrebbe essere spiegabile ammettendo che Giuda abbia inizialmente operato nella Galilea, per poi trasferirsi a Gamla. La connessione di Gamla con il nome di un noto rivoluzionario come Giuda il galileo, con la sua discendenza attiva al tempo della rivolta giudaica del 66-74 ed eventualmente con Giuda figlio di Ezechia è uno dei motivi preferiti per cui alcuni studi storici guardano con interesse a Lc. 4:29 che riporta una descrizione della Nazaret evangelica geograficamente molto simile a quella della città di Gamla, dalla quale proveniva Giuda.

4.4 Conclusioni

In conclusione possono essere evidenziati gli elementi a favore dell'identificazione della città di Lc. 4:29 con Gamla:

Ed ora gli argomenti che si oppongono alla identificazione della città di Lc. 4:29 con Gamla:

Il processo di revisione critica delle origini cristiane sfociò nel XIX secolo nella negazione assoluta dell'esistenza di Gesù, che fu presentato come un mito, in studiosi importanti quali B. Bauer (1809-1882) (autore di Die Christusmythe, "Il mito di Cristo") e A. Drews (1865-1935), che possono essere considerati i capostipiti - nei tempi moderni - della scuola dei cosiddetti "mitologisti". Quasi tutti i "mitologisti" dal XIX secolo sino ad oggi criticano l'origine dell'appellativo Nazareno come discendente di Nazaret e mettono in discussione l'esistenza di Nazaret nel I secolo d.C., ponendo l'enfasi sulla mancanza di attestazioni inconfutabili. Tuttavia, l'idea che proprio Gamla in particolare possa essere la vera città da cui proveniva Cristo al posto di Nazaret è stata sostenuta da pochissimi studiosi, quasi sempre non specialisti. Generalmente questa scuola da un lato nega l'esistenza di Nazaret nel I secolo, d'altra parte si sforza di provare che Gamla meglio si adatterebbe alle (scarne) descrizioni dei vangeli canonici, come quella di cui in Lc. 4:29. Prevalentemente si tratta di ricostruzioni storiche volte a mettere in relazione la figura di Gesù con quella dei discendenti di Giuda il Galileo (che proveniva da Gamla) o con Giuda stesso e a concludere che Gesù fu un rivoluzionario zelota, il cui pensiero e la sua reale identità furono in seguito nascosti e trasformati dalla Chiesa. Tra i primi a sostenere questa ipotesi così specifica va citato il ricercatore (dilettante) francese Daniel Massé (n. 1872), autore di L'Enigme de Jesus-Christ (editions du Siecle, 1926). Sono numerosi i passaggi di quest'opera in cui emerge questa tesi, ne citiamo uno che bene la riassume: "Il n'ya pas de doute. Rejetee Nazareth, ville inconnue de la geographie et de l'histoire avant le VIII ou IX siecle de notre ere, epoque a laquelle a ete cree de tout piece dans un site qui est inconciliable avec les recites evangeliques eux-memes, c'est a Gamala que tout nous ramene, comme patrie de celui qui fut le "crucifie de Ponce Pilate." L'ipotesi fu poi portata avanti o utilizzata da altri non specialisti, come Edmond Bordeaux Szekely (1900-1979), si veda in particolare The Essene Origins of Christianity, Robert Ambelain (1907-1997), grande estimatore di Massé, e altri. La provenienza di Gesù da Gamla è citata anche nel romanzo di M. Bulgakov (1891-1940), Il maestro e la margherita (1969). Importante è lo scetticismo di Lidz, questa volta uno specialista, il quale propose la teoria secondo cui Gesù si formò presso la setta gnostica dei Mandei che si chiamavano anche Nasareni. Il Kittel nel Theologic Dictionary of the New Testament annota: "Lidz, if not so firmly as others before him, is led to doubt not only whether Jesus was called after Nazareth but whether there was even a Galilean town of this name in His day." (voce NazarhnÒj, Nazwra‹oj).

Viceversa, la quasi totalità degli studiosi di storia del cristianesimo continua a ritenere ancora oggi che Nazaret esistesse nel I secolo. Per molti si trattava realmente della città di provenienza di Cristo. Si possono citare al riguardo: F. Delitzsch (A Day in Capernaum, 1887, che cita anche quattro volte Gamala), G. Barbaglio (Gesù ebreo di Galilea, edizioni Dehoniane, Bologna, pp. 115-119), J. Becker (Jesus of Nazareth, Walter de Gruyter, New York/Berlin, 1998, pag. 22), M.J. Borg (Meeting Jesus Again for the First Time, Harper Collins, S. Francisco, 1994, pag. 25), J. Charlesworth (Jesus, Research and Archaeology: A New Perspective, in J. Charlesworth (ed.), Jesus and Archaeology, Eerdmans Publishing, 2006, pag. 38), J.D. Crossan (The Historical Jesus, Harper Collins, S. Francisco, 1991, pp. 15-16), James D.G. Dunn (Gli albori del cristianesimo. La memoria di Gesù 1: Fede e Gesù storico, Paideia, Brescia, 2006, pp. 329-330 e 332), B.D. Ehrman (Jesus - Apocalyptic Prophet of the New Millenium, Oxford University Press, New York, 1999, pag. 98), D. Flusser (Jesus, Morcelliana, Brescia, 1997, pp. 38-39), S. Freine (Gesù ebreo di Galilea, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2006, pp. 61 e 66-67), J. Gnilka (Gesù di Nazaret, Paideia, Brescia, pp. 97-102), R. Horsley (Galilea. Storia, politica, popolazione, Paideia, Brescia, 2006, pp. 252-253), G. Jossa (Dal Messia al Cristo. Le origini della cristologia (nuova edizione riveduta), Paideia, Brescia, 2000, pag. 38, nota 4), G. Luedemann (Jesus After Two Thousan Years, SCM Press, London, pag. 686), E. Lupieri (in G. Filoramo, D. Menozzi, Storia del cristianesimo, Laterza, Bari, 1997, pag. 55), J.P. Meier (Un ebreo marginale, Vol. I, pag. 267, nota 67), J.A. Pagola (Jesus, Aproximacion Historica, PPC, Madrid, 2007, pp. 40-41), C. Perrot (Gesù, Queriniana, Brescia, 1999, pag. 44), M. Pesce (Inchiesta su Gesù, Mondadori, Milano, ed. 2007, pag. 10), G. Ricciotti (Vita di Gesù Cristo, varie edizioni dal 1941), J. Roloff (Gesù, Einaudi, Torino, 2000, pag. 56), E.P. Sanders (Gesù, la verità storica, Mondadori, Milano, 1999, pag. 107), G. Theissen (Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia, 1999, pag. 209), G. Vermes (Gesù l'ebreo, Borla, Roma, 2001, pp. 20-21). A questo elenco si potrebbero aggiungere Jonathan L. Reed, Paula Fredriksen, Dale C. Allison, S.J. Patterson, B. Chilton, N.T. Wright, Ben Meyer, D. Catchpole, J. Kloppeborg, W.R. Herzog, M. Ebner, E. Schweizer, H. Merklein, H. Schurmann, D. Marguerat, J. Schlosser, M. De Jonge il papirologo e paleografo C.P. Thiede e tantissimi altri ancora.
  

5. Interpretazione di Gv. 1:46

Il passo Gv. 1:46 può essere trattato in connessione con l'identificazione della Nazaret evangelica con Gamla e della figura di Gesù con quella di un brigante o bandito come Giuda di Gamla. In Gv. 1:46 Natanaele dice: "da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?", 'Ek Nazart dÚnata… ti ¢gaqÕn enai. L'utilizzo dell'aggettivo "buono", in contrapposizione a "cattivo", potrebbe lasciare intuire che Gesù provenisse da una regione malfamata - almeno agli occhi di Natanaele - in cui operavano dei briganti e dei rivoltosi. Una tale descrizione potrebbe essere coerente con le sperdute montagne della Galilea e della Gaulanitide dove si rifugiavano i rivoltosi che lottavano contro l'impero romano per l'indipendenza di Israele e contro gli altri ebrei collaborazionisti. Tuttavia, il passo di Giovanni utilizza l'aggettivo greco ¢gaqÒj che può essere inteso nel senso di valoroso, valente, abile, capace di fare qualcosa, non necessariamente in contrapposizione a malfamato, criminale, illegale ma a incapace, buono a nulla, fannullone. In greco per definire qualcosa di buono, bello, di lodevole esiste anche l'aggettivo kalÒj, ma ¢gaqÒj viene solitamente impiegato per qualcosa di perfetto, ha un grado superiore a kalÒj. In questo senso dobbiamo studiare nel suo contesto la risposta di Natanaele a Filippo, il quale aveva appena detto: "abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret". Tenuto conto della clamorosa affermazione di Filippo e del fatto che l'Antico Testamento non prevedeva certo in Nazaret la città di provenienza del Messia, città che del resto non menziona neppure una volta, la risposta sarcastica di Natanaele, intrisa di scetticismo, appare giustificata nel senso che il Messia non poteva provenire da una città insignificante come Nazaret, così come è coerente l'utilizzo di ¢gaqÒj riferito al Messia, un essere perfetto. 

L'utilizzo di ¢gaqÒj nel vangelo di Giovanni è rarissimo. A parte Gv. 1:46, questo aggettivo compare soltanto in altri due versi. In Gv. 5:29 viene impiegato nel senso di fare il bene in contrapposizione a faàloj che significa insignificante, mediocre, di cattiva qualità, incapace, inetto; da un punto di vista etico faàloj può anche significare meschino, cattivo, malvagio, ma il precedente significato è quello più diffuso. In Gv. 7:12 è scritto invece che una parte della folla di Gerusalemme diceva che era "buono", œlegon Óti 'AgaqÒj ™stin, mentre una parte che ingannava la gente (plan´ tÕn Ôclon).

Nel linguaggio del vangelo di Luca ¢gaqÒj è utilizzato come aggettivo sostantivato in ben quattro passi, per definire i beni in senso materiale, le ricchezze da un punto di vista economico (cfr. Lc. 1:53, 12:18, 12:19 e 16:25). In tre versi viene impiegato invece per esprimere genericamente il concetto di fare del bene, cioè opere benevole (cfr. Lc. 6:9, 6.33 e 6:35). Nella parabola del seminatore è utilizzato per la terra buona, quella che porta molto frutto, cfr. Lc. 8:8 e 8:15, in contrapposizione alla terra arida, non adatta alla semina. In due passi, Lc. 11:13 e Lc. 6:45, l'aggettivo viene utilizzato in contrapposizione a ponhrÒj, che nel contesto significa un uomo oppure una cosa cattiva nel senso di maligna, perfida, non ispirata dalla bontà di Dio. Alcuni personaggi poi sono tipicamente definiti buoni, Luca chiama così Giuseppe di Arimatea (cfr. Lc. 23:50) e il servitore buono della parabola delle mine, cfr. Lc. 19:17. In Lc. 10:42 Gesù dice che Maria si è scelta la parte "buona". Aggiungendo a questi versi anche Lc. 18:18-19 abbiamo praticamente coperto tutte le occorrenze dell'utilizzo di ¢gaqÒj nel linguaggio lucano. In Lc. 18:18 (// Mc. 10:17-18 e Mt. 19:16-17) una persona notabile si rivolge a Gesù chiamandolo did£skale ¢gaqš, Maestro buono o perfetto. Gesù risponde rifiutando questo titolo, soltanto Dio infatti è buono: oÙdeˆj ¢gaqÕj e„ m¾ eŒj Ð qeÒj. Quindi in Luca, che lo utilizza molto più frequentemente di Gv., l'aggettivo ¢gaqÒj ricopre vari significati, generalmente come titolo che assume un grande rilievo.

5.1  ¢gaqÒj come designazione di JHWH

 

(a cura di don Silvio Barbaglia, docente di Scienze Bibliche, Diocesi di Novara)

Prendendo le mosse da Lc. 18:18-19 e paralleli sinottici possiamo ipotizzare un particolare utilizzo del termine ¢gaqÒj in Gv. 1:46. Esso infatti potrebbe richiamare il "tov" ebraico che era una delle designazioni di JHWH. Nel contesto del passo giovanneo, Filippo di Betsaida trova Natanaele e gli dice: "Abbiamo trovato colui di cui scrisse Mosé nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazaret". E qui segue la domanda retorica di Natanaele, oggetto di interpretazione. La domanda è provocata dall'affermazione di Filippo che sostiene di avere trovato il Messia di Dio atteso da Mosé e dai profeti. Ecco allora la reazione di Natanaele riletta entro tale semantica: "Da Nazaret potrà mai venire qualcosa di/da Dio?" intendendo per ¢gaqÒj il "tov" ebraico e quindi "Dio"; la domanda non verte sulla qualità della città bensì sull'origine del Messia che non viene per Giovanni né da Betlemme, né da Nazaret ma dal Padre (cfr. la logica precedente del prologo). Quindi Filippo dice a Natanaele: "Vieni e vedi". Gesù vede Natanalele e dice di lui: "Ecco veramente un israelita in cui non c'è falsità". Segue la domanda di Natanaele, pÒqen me ginèskeij, che di solito si traduce: "Come mi conosci?", cfr. Gv. 1:48, dovrebbe essere meglio tradotta con: "da dove mi conosci?", ovvero pÒqen in greco (13). Se si analizzano tutti i casi in cui ricorre tale avverbio interrogativo in Giovanni, si riscontra che la risposta è sempre implicitamente "da Dio" o "dal Padre", cfr. Gv. 4:11, 6:5, (7:27-28), (8:14), (9:29-30), 19:19. In Gv. 1:46 il messaggio cifrato di Gv è che Natanaele pone una domanda che va resa: "da dove ti proviene questa conoscenza?" e la risposta è "da Dio", indicando il riferimento all'essere sotto il fico che secondo i riferimenti della letteratura rabbinica può significare l'indicatore dello studio della Torah. Quindi, da una parte Gv. vuole superare, nell'elaborazione simbolica, una provenienza da Nazaret di Gesù perché la sua vera provenienza era da Dio, più che da una città costruita da uomini, dall'altra afferma che da Nazaret può venire qualcosa "da Dio", il Messia appunto. Evidentemente questa interpretazione, che coinvolge peraltro gli aspetti della derivazione semitica del testo del Nuovo Testamento greco, porta a concludere che Gv. 1:46 non può certo essere utilizzato per sostenere che Nazaret o la patria di Gesù potesse essere un luogo abitato da briganti o criminali nel senso inteso da Giuseppe Flavio, tanto meno che Gesù facesse parte o fosse a capo di una banda di rivoluzionari come Ezechia o suo figlio Giuda.

Per l'utilizzo dell'aggettivo ebraico tov come designazione di Dio, citiamo dall'articolo di I. Höver-Johag in: Grande lessico dell'Antico Testamento, vol. III, coll. 390***-392***. Al punto "5.f)" è scritto:
 

"In quanto indica il bene per antonomasia, il sost. tôb tôbâ (anche tôb neutro aggettivo) ha in ambito religioso due contenuti semitici in rapporto reciproco di causa ed effetto: un concetto astratto e la sua manifestazione (collettiva) concreta. Come astratto tûb/tôb/tôbâ, il bonum in sé, si riferisce unicamente a JHWH, in quanto viene personificato e sentito identico a Dio: non più come "il bene", ma come "il buono" (Ps. 16,2; 119,22; cfr. 14,28.68; 84,17; Prov. 13,32; come opposto negativo Ps. 36,2). In questo senso in Ex 33,19 tûb va considerato un termine della teofania parallelo a panim, kabod o no'am JHWH. La concezione di JHWH come fonte della felicità e del benessere umano trova la sua più forte espressione tanto nei salmi di ringraziamento e in quelli storici, quanto in Geremia (Ier 15,11; 17,6; 33,11; 44,17 ecc.). [...] tôb compare frequentemente in Geremia in una accezione storico-salvifica orientata al futuro, come bene salvifico per il popolo e per l'individuo (Ier 8,15; 14,11.19; 17,6 ecc.). In tale contesto tôb acquista una particolare importanza come contenuto del nuovo patto, berit 'olam (Ier 32,40.41.42; cfr. 39,9.11.14). Il tûb Jhwh è la risposta all'attivo tôb dell'uomo (cfr. Iob 21,13; 36,11; Ps 23,6; Ier 8,15). E' questa l'espressione della fedeltà al patto."

E così di seguito. Va notato l'uso del neutro "agathon" anche in Mt 19:17 coma allusione al "bene" più che al "buono". Le due parti in grassetto dovrebbero unire sia il riferimento a Dio (altri nomi nell'AT sono "as-sem-il nome", "memra-la Parola"; "hokhma-la sapienza", ecc... oltre ai conosciuti El 'olam, el shadday, elhoim, elholah, adonai, ecc...) sia il riferimento storico-salvifico che, in primis nel vangelo di Giovanni, è centrato sul Logos-Messia Gesù.


Inoltre, per la lettearatura rabbinica i vari riferimenti possono essere trovati in Strack, H. L. - Billerbeck, P., Das Evangelium nach Matthäus erläutert aus Talmud und Midrasch, Kommentar zum neuen Testament aus Talmud und Midrasch I/1-2, München, C. H. Beck'sche Verlagsbuchhandlung 1962, pag. 809.

OSEA 8:3, che legge nel testo ebraico masoretico: zânax yišærâ’êl tôwb, Israele ha rigettato il buono (JHWH), può essere citato come interessantissimo caso dell'Antico Testamento in cui tov viene praticamente utilizzato come aggettivo sostantivato per designare JHWH, l'interpretazione di bene come JHWH in questo passo è ammessa anche dal Talmud. La LXX traduce Osea 8:3 con Israhl ¢pestršyato ¢gaq£, utilizzando proprio l'aggettivo ¢gaqÒj come in Gv. 1:46.

6. Har Nitai

Il sito archeologico di Har Nitai si trova in Galilea verso la sponda orientale del lago.  è situato in una posizione più favorevole sia rispetto alla Nazaret tradizionale che a Gamla, trovandosi soltanto a 2,4 km dalla sponda del lago e in prossimità della città di Cafarnao, che può essere vista ad occhio nudo da Har Nitai in una giornata in cui l'aria è limpida. Le fotografie sottostanti mostrano, da sinistra verso destra, la posizione geografica di Har Nitai ripresa dal satellite; due viste del monte che ospita l'antico insediamento, una specie di altopiano al confine del quale si trovano dei precipizi; infine una vista di Har Nitai ripresa dai monti di Arbel, che si trovano a qualche km di distanza.

Vista dal satellite.

A destra il mare di Galilea

Il monte di Har Nitai

Har Nitai

Vista da Arbel

Il monte di Har Nitai è una specie di piccolo altopiano che si eleva dal terreno circostante, le sue pareti sono molto ripide come attestano le immagini fotografiche. Sopra lo spazio pianeggiante situato sul monte si trovano i resti di un antico insediamento che ad oggi non è mai stato scavato, non compare in nessuna carta geografica segnato come sito archeologico e non è incluso nel database dell'Israel Antiquities Authority (IAA). Da un punto di vista strettamente geografico soddisfa in modo eccellente le richieste di Lc. 4:29 in quanto uscendo dall'antico insediamento si arriva facilmente alla sponda del monte che è piena di precipizi e dirupi mortali. Nel 1998 Kevin Kluetz ha portato all'attenzione questo sito in connessione con la descrizione di Lc. 4:29, si veda l'articolo The Real Nazaret, pubblicato in internet. Secondo Kluetz l'antico insediamento, che potrebbe essere una città, era protetto da un muro di cinta i cui resti sono visibili ancora oggi. Per raggiungere la sponda del monte e i burroni è necessario attraversare il muro uscendo dalla città. Kluetz afferma che tra i precipizi e il muro di cinta non è stato ritrovato alcun resto di edificio e questo renderebbe ragione perfettamente della frase di Lc: kaˆ ¢nast£ntej ™xšbalon aÙtÕn œxw tÁj pÒlewj (e alzatisi lo cacciarono fuori della città). Inoltre si può osservare che se per raggiungere la zona dei dirupi si doveva uscire dalla cinta muraria che circondava la città è anche vero che i burroni si trovano esattamente sullo stesso monte in cui sorgeva la città, al contrario di Nazaret e persino di Gamla. Certamente da un punto di vista della pura collocazione logistica Har Nitai soddisfa perfettamente Lc. 4:29. Infine il dirupo può essere raggiunto molto facilmente, dal momento che il terreno circostante la città è quasi pianeggiante, ed è sicuramente mortale data l'altezza dalla quale una persona verrebbe a precipitare e la presenza di vari macigni rocciosi nella gola. Mancano però completamente informazioni archeologiche sul sito, per esempio sarebbe importante ritrovare i resti di un edificio riconducibile a una sinagoga, come nel caso di Gamla.

Il Dr. D. Syon ci ha detto di essere molto perplesso relativamente al fatto che le rovine di Har Nitai siano riconducibili a quelle di una antica cittadina. Soltanto una città relativamente grande e popolata poteva avere delle mura appositamente progettate a scopo di difesa degli abitanti, Nazaret e Gamla ad esempio non ne erano provviste e la fortificazione di Gamla fu costruita in fretta dai Giudei nel 66 d.C. a causa della imminenza dell'attacco romano. Le mura di Har Nitai, secondo Syon, furono costruite nell'epoca erodiana e da quel poco che si conosce del sito potrebbero più verosimilmente essere state costruite non per difendere una città - del resto le pareti ripidissime del monte fungerebbero da difesa naturale - ma per difesa contro ladri e predoni che infestavano la zona e si nascondevano nelle caverne che si trovano nelle vicinanze di Har Nitai. La loro posizione, infatti, è situata proprio sopra il monte, dove i soli pendii sarebbero più che sufficienti a proteggere la zona dagli attacchi di un esercito nemico. In Bell., 2:573, Giuseppe racconta che quando fu nominato comandante del distretto della Giudea nel 66 fortificò oltre a Gamla anche altre località e in particolare la zona delle caverne attorno al lago di Genèsaret (altro nome del mare della Galilea). Sebbene siano del tutto assenti ulteriori informazioni in questo passo di Guerra Giudaica, Giuseppe Flavio potrebbe aver inteso proprio la località di Har Nitai, circondata da caverne che si possono vedere sulle pareti del monte. Uno dei risultati della ricerca di Kluetz è che in tutta la Galilea, carte geografiche, alla mano, esistono solo due località che soddisfano completamente Lc. 4:29 interpretato letteralmente: Har Nitai ed Arbel. Anche sul monte di Arbel vi sono alcuni resti e tracce di un antico insediamento, tuttavia secondo Kluetz l'estensione di queste rovine non è tale da far pensare ad una città, inoltre Arbel si trova sulle sponde del lago come Cafarnao, dunque non si integra bene con il passo di Mt. 4:13 secondo cui Gesù, lasciata Nazaret, andò ad abitare a Cafarnao che si trovava sul mare: se la Nazaret evangelica fosse situata sul mare, Matteo non avrebbe avuto bisogno di specificare che Gesù andò a vivere in una città che si trovava sul mare. 

 

NOTE AL TESTO

(1) Hist. Eccl. 1, 7, 14. Giulio Africano, citato da Eusebio, sta compiendo un tentativo di armonizzazione e spiegazione delle differenze tra le genealogie dei vangeli di Matteo e Luca.

(2) Per costituire una sinagoga occorrevano almeno dieci persone, quindi anche se Nazaret nel I secolo era un piccolo villaggio ebraico poteva comunque avere la sua casa di preghiera, a meno che non contasse meno di dieci abitanti (cfr. J. Gnilka, Gesù di Nazaret. Annuncio e storia, trad. it. di F. Tomasoni, Paideia, Brescia, 1993, pag. 98 - titolo opera originale: Jesus von Nazaret. Botschaft und Geshichte, Verlkag Herder, Freiburg, 1991).

Negli anni 1955-59 furono compiuti degli scavi sotto la basilica dell'Annunciazione. Demolita la chiesa francescana fu portato alla luce il tracciato della chiesa crociata, sotto le costruzioni crociate furono messi in luce i pavimenti e le strutture della chiesa bizantina, della quale si conosceva già l’esistenza. Si scoprì così che i bizantini avevano utilizzato nella loro costruzione un muro il quale, dal tipo di pietra usata e dal modo con cui era lavorata, appariva chiaramente preesistente. Tolti i mosaici che coprivano il pavimento furono rinvenuti capitelli e altri blocchi di pietra lavorata, appartenenti ad un edificio religioso precedente che presentava analogie evidenti con le sinagoghe costruite in Galilea nei sec. II e III d.C. L’archeologo P. Bagatti, che diresse i lavori di scavo e ne studiò i reperti, afferma trattarsi di una sinagoga-chiesa, di un edificio cioè di molto anteriore alla chiesa bizantina.

(3) Questa testimonianza epigrafica potrebbe essere l'unica attestazione della presenza del nome di Nazaret in un'opera antica, antecedente il periodo bizantino, diversa dal Nuovo Testamento. Così della città di origine di Gesù non si sarebbe conservata alcuna citazione letteraria nelle opere classiche ma soltanto l'iscrizione su un antico manufatto.

(4) Questa ipotesi fu proposta dal palestinologo francescano F. Quaresmi (1583-1656) secondo cui anticamente Nazaret si chiamava “Medinat-labnat” cioè “città bianca” e successivamente ripresa dal rabbino Y. Schwarz (1804-1865). Il commento alla Mishnà di Kehati colloca invece questa località di M. Menachot 8,6 ad ovest di Shilò, lontano da Nazaret. Altre fonti fanno corrispondere questa località alla città araba di “aLuban”. Nella letteratura rabbinica talmudica non abbiamo nessuna menzione del nome di Nazaret. E' possibile e accettato da vari studiosi che il poeta sinagogale Eleazar ha-Qalir (Kalir) abbia citato Nazaret in una lamentazione per il 9 di Ab. Kalir visse nel VII sec. d.C., tuttavia la lamentazione del 9 di Ab fa riferimento all'epoca del secondo tempio e alla diciottesima classe sacerdotale (Happizzes).

(5) Intendo sempre le misure assolute di altezza s.l.m.

(6) La chiesa greca dell'Annunciazione è una chiesa greco-ortodossa ultimata nel 1863, da non confondersi con la più celebre Basilica dell'Annunciazione che è cattolica e si trova nel centro di Nazareth. A Nazareth, infatti, coesistono due diverse tradizioni devozionali, quella latino-cattolica che venera il luogo dell'annunciazione dell'angelo Gabriele presso la Basilica dell'Annunciazione e quella ortodossa che invece la venera presso questa seconda chiesa dell'Annunciazione, situata più a N-E, nella zona della cosiddetta "fonte di Maria".

(7) Il dizionario biblico illustrato della PIEMME ipotizza un interessante collegamento tra Lc. 4:29 e Mishnà Sanhedrin 6, 4. Questa Mishnà descrive il luogo preposto per la lapidazione di un condannato a morte, dicendo che il condannato (che era nudo e legato) doveva prima essere gettato in una buca alta quanto due uomini (komot). Epstein scrive in nota a questa Mishnà che l'altezza convenzionale di una persona nel gergo talmudico corrisponde a tre cubiti, pertanto avremmo una altezza pari a 2,7 metri circa (1 cubito ebraico = 44,45 cm). Soltanto se il condannato sopravviveva al salto si procedeva alla lapidazione, prima scagliando una sola pietra da parte di uno dei testimoni, quindi, se il colpo non era sufficiente, da parte di tutti gli altri presenti. Il commento a questa Mishnà (Ghemarà) pare intendere che si trattava comunque di una costruzione apposita e non di una buca naturale del terreno. La Ghemarà afferma che l'altezza minima per provocare la morte era di 10 tefachim (circa 1 metro), per far morire il condannato nella maniera più rapida possibile ed evitargli sofferenze, senza tuttavia straziare il corpo, la Ghemarà fissava un'altezza massima pari a quattro volte la minima distanza, avremmo così una massima altezza di 4 metri. Nel caso di Lc. 4:29 nulla lascia intuire che ci sia stato un regolare processo a Gesù e si sia seguito il rituale ufficiale della condanna a morte per lapidazione. Tutto lascia supporre che si sia trattato di un linciaggio popolare con tentativo di uccisione. L'omicidio sarebbe stato eseguito semplicemente gettando Gesù dal precipizio, Luca non allude in nessun punto che lo volessero lapidare. E' improbabile che si possa vedere un collegamento con questa Mishnà.

(8) Secondo il dr. Danny Syon il nome corretto della città è Gamla. Gamala (con la seconda "a") è una corruzione del termine che si dovrebbe utilizzare, causata da Giuseppe Flavio, nelle cui opere compare in greco Gamala.

(9) Le citazioni da Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio sono tratte dall'edizione di G. Vitucci, Mondadori, Milano, 1989.

(10) Tarichea viene oggi identificata con Magdala, per cui si trova nella sponda occidentale del mare della Galilea, a nord di Tiberiade. Si veda il sito ufficiale degli scavi di Magdala. La descrizione di Bell. 4,2 appare perfettamente coerente rispetto alle attuali localizzazioni di Gamla e Magdala/Tarichea. Un tempo, in particolare prima della scoperta dell'attuale sito di Gamla, si riteneva che Tarichea fosse ubicata nell'estrema parte meridionale del mare della Galilea, presso il sito di Bet-Yerach. Questa posizione sembrava suggerita da un passo di Plinio il Vecchio, Nat. Hist, 5,71. In realtà la collocazione di Plinio è errata, del resto nello stesso passaggio egli colloca Bethsaida Giulia (Iuliade in latino) ad oriente del mare della Galilea, mentre sulla base delle conoscenza archeologiche si dovrebbe dire che si trova a nord del mare della Galilea (poco a est del punto in cui il Giordano sfocia nel mare della Galilea), inoltre afferma che Tarichea dava il nome al lago, quando invece l'etimo di Gennesaret non ha nulla a che vedere con Tarichea/Magdala. Subito dopo Plinio afferma poi che Macheronte si trovava a sud del Mar Morto, un altro dato non corretto (Nat. Hist. 5,72). Vi è anche un ulteriore motivo per cui Tarichea/Magdala non può trovarsi nella punta sud del lago poiché Giuseppe Flavio (Vita, 32) colloca Tarichea a trenta stadi da Tiberiade, misura corrispondente a 5,5 km circa (1 stadio romano = 185 metri), ma la punta meridionale del mare di Galilea (Bet-Yerach) si trova a una distanza ben maggiore di questa, mentre la stessa distanza si adatta perfettamente a Magdala. Si veda anche la nota di D. Syon sulla posizione di Gamla e Tarichea/Magdala.

(11) Nel passo in questione Giuseppe descrive l'assegnazione dei comandi delle varie regioni della Palestina in seguito alla disfatta delle truppe di Cestio Gallio, quando i Giudei per alcuni mesi riuscirono a vincere i Romani nella guerra del 66-74 d.C.

(12) Nel trattare il tema della mancanza di timore davanti alle minacce di morte in seguito alla ingiunzione di un tiranno, Epitteto, filosofo stoico coevo di Giuseppe Flavio, originario di Gerapoli ma attivo a Roma e nell'Epiro, scrive che "anche per follia uno può resistere a quelle cose, o per ostinazione, come i Galilei". Il passo viene generalmente interpretato come una allusione alle persecuzioni dei Cristiani, chiamati qui da Epitteto con l'appellativo di Galilei, cfr. G. Jossa, I Cristiani e l'Impero Romano, Carocci, Roma, 2000, pp. 99-10. Nel Nuovo Testamento Gesù e alcuni apostoli sono chiamati Galilei. L'imperatore Giuliano (332-363 d.C.) chiama Galilei i Cristiani nell'opera polemica Contro i Galilei che ci è pervenuta tramite citazioni di Cirillo di Alessandria (370-444 d.C.) in Contro Giuliano. Non mancano tuttavia studi volti a dimostrare che Epitteto non intendeva nel passo in questione riferirsi ai Cristiani ma ad altra setta ebraica del suo tempo. I riferimenti ad un particolare gruppo ebraico chiamato dei Galilei sono alquanto rari nella letteratura greco-romana fino al III-IV secolo d.C. E' interessante osservare che in Ant. 18:23-24 Giuseppe Flavio scrive:

"[23] Giuda il Galileo si pose come guida di una quarta filosofia. Questa scuola concorda con tutte le opinioni dei Farisei eccetto nel fatto che costoro hanno un ardentissimo amore per la libertà, convinti come sono che solo Dio è loro guida e padrone. Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni, permettere che la vendetta si scagli contro parenti e amici, purché possano evitare di chiamare un uomo “padrone”.  [24] Ma la maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione in tali circostanze, che posso procedere oltre la narrazione. Perché non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare l'indifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene."

In nessun punto di questo brano Giuseppe conferisce un particolare nome ai membri della setta filosofica fondata da Giuda il Galileo, che denota genericamente con l'espressione di "quarta filosofia", ma la descrizione del modo sprezzante con cui i seguaci di Giuda affrontavano le punizioni e la morte sembra coerente con il contesto del discorso in cui si inserisce il citato passo di Epitteto. Del resto anche i Cristiani affrontavano la morte in modo sprezzante e riconoscevano solo l'autorità di Gesù preferendo la morte al riconoscere la divinità dell'Imperatore di Roma. L'atteggiamento dei seguaci della quarta filosofia fondata da Giuda davanti alla morte è molto simile a quello dei Cristiani così è possibile che Epitteto abbia inteso riferirsi ai seguaci di Giuda chiamati "galilei" da Giuda "il galileo" - questo presuppone che la setta guidata da Giuda avesse sufficiente fama per essere conosciuta da Epitteto - oppure che Epitteto abbia confuso i Galilei con i Cristiani. Occorrerebbe una analisi dettagliata degli sviluppi nel tempo - origine e fine - della "quarta filosofia", alcuni elementi sono sviluppati in C. Mézange, Simon le Zélote était-il un révolutionnaire?, Biblica, 81 (2000), pp. 489-506. Un altra ipotesi verte sull'esistenza di un partito o fazione di Zeloti detta dei Galilei, cfr. Bell., 4:559, che avrebbe un qualche tipo di legame anche con la quarta filosofia fondata da Giuda detto il galileo. In Bell., 4:559, Giuseppe sembra alludere all'esistenza di un gruppo di Zeloti chiamato "Galilei", attivo durante l'assedio di Gerusalemme. Ma può anche darsi che Giuseppe abbia inteso qui riferirsi semplicemente a un gruppo di Zeloti provenienti dalla Galilea e attivi solo in quella specifica circostanza e nulla più. Giustino elenca tra le sette ebraiche del I secolo quella dei Galilei, cfr. Dial., 80. Anche Eusebio di Cesarea, citando Egesippo, riporta che i Galilei erano una particolare setta ebraica del I secolo in contrapposizione a quella dei cristiani, cfr. Hist. Eccl., 4.22.6. Lo stesso Eusebio cita in Hist. Eccl., 1.5.3-6, i passi di Atti 5:27, Ant. 18:4 e Bell. 2:118 relativi a Giuda il galileo e la sua setta.

Comunque scene simili alle torture cui furono sottoposti i Cristiani o i membri della quarta filosofia di Giuda di Gamla sono documentate anche per gli ebrei rivoluzionari subito dopo il 74 d.C., cfr. ad esempio l'episodio avvenuto ad Alessandria in Bell., 7:407-419; tra il 115 e il 117 vi fu inoltre una massiccia rivolta dei Giudei della diaspora che portò alla condanna di molti rivoluzionari (cfr. Eusebio, Storia Eccl., 4,2,4 e Dione Cassio, LXVIII, 30). Altre teorie più estreme propongono una derivazione del movimento cristiano da quello di Giuda, se non una sovrapposizione con esso. In una delle lettere di bar Kokhba, il leader della seconda rivolta giudaica del 132-135 d.C., si allude ai Galilei come potenziali nemici, cfr. P. Benoit, J.T. Milik, R. de Vaux, Discoveries in the Judean Desert of Jordan II. Les grottes de Murabba'at, Oxford, Clarendon Press, 1961, pp. 159-160. Sappiamo anche che i Cristiani furono perseguitati da bar Kokhba, scrive infatti Giustino: "infatti anche bar Kokhba, il capo della rivolta dei Giudei nella recente guerra giudaica, ordinava che venissero condotti ad orribili supplizi solo i cristiani, a meno che non rinnegassero e bestemmiassero Gesù Cristo." (Apologia I, 31, 6). Giustino visse in un'epoca molto prossima alla rivolta giudaica di bar Kokhba. Così è possibile che il gruppo di bar Kokhba chiamasse col titolo di Galilei i cristiani, se si ipotizza che il gruppo dei Galilei attivo durante la prima rivolta si fosse ormai estinto.

(13) pÒqen è un avverbio interrogativo (dalla radice po- che indica un luogo e suffisso avverbiale -qen a indicare il moto da luogo). Può avere significato: 1) Di luogo: da dove?, da quale luogo? 2) Di causa: perchè?, come?, in quale modo?, con quali mezzi? Cfr. Vocabolario greco italiano etimologico e ragionato, di R. Romizi, Zanichelli, Bologna, seconda edizione, 2005.