I manoscritti più antichi del Nuovo Testamento

 

 

Ultimo aggiornamento: 03/09/2007 - COPYRIGHT 2004-2008 - pagine curate da  Gianluigi Bastia

 

 

 

 

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Papiri di Chester Beatty

Papiri dell'Università del Michigan

Papiri di Bodmer

Papiro di Rylands (P52)

 

Papiri di Magdalen (P64)

I documenti più antichi per ogni libro del NT

Apocrifi di particolare interesse papirologico 

Padri Apostolici e Vangeli canonici

 

 

 

 

 

L’archeologia e la papirologia, scienza che studia gli antichi papiri e si occupa di questioni quali la loro decifrazione e datazione, sono discipline in continua evoluzione. Nel corso del XIX e del XX secolo sono state fatte in questi campi scoperte molto importanti per quanto riguarda lo studio delle sacre scritture (e non solo: per esempio nel 1989 destò molto scalpore il ritrovamento presso i resti dell’antica fortezza di Masada, in Palestina, di un minuscolo frammento dell’Eneide di Virgilio datato al I secolo d.C. che divenne in un sol colpo il più antico frammento mai scoperto di quel testo) e la ricerca dei collegamenti tra i testi che oggi conosciamo e i testi originari. In alcuni casi i ritrovamenti hanno persino permesso di fugare molti dubbi sulla attendibilità della trasmissione delle sacre scritture. Nel caso delle sacre scritture e del Nuovo Testamento la ricerca si fa naturalmente tanto più affascinante quanto più i reperti e i frammenti si avvicinano al I secolo: il periodo in cui Gesù, gli Apostoli e Paolo di Tarso hanno operato e nel quale erano ancora vivi i testimoni oculari di quegli eventi. Oggi non disponiamo di frammenti del Nuovo Testamento che con certezza si possano attribuire proprio al I secolo, nonostante ci sia un notevole dibattito attorno ad alcuni ritrovamenti di Qumran e chi è interessato già consultando questo sito può approfondire la questione e farsi un’idea della complessità che si nasconde dietro simili dibattiti. I reperti scritti più antichi del Nuovo Testamento che oggi sono noti partono tutti dal II secolo in avanti. Si tratta di frammenti, porzioni di papiro (il supporto usato prevalentemente per la scrittura in quel periodo) a volte anche molto piccoli, poco più grandi di un francobollo, contenenti poche lettere scritte a mano e spesso danneggiate. La peculiarità di questi papiri è che sono stati ritrovati tutti in Palestina o in Egitto, luoghi caratterizzati da un clima molto secco, ideale per la conservazione dei papiri anche dopo duemila anni. Questi antichi frammenti sono tutti scritti in greco, la lingua “ufficiale” del Nuovo Testamento. Un’altra caratteristica saliente è che tutti i frammenti più antichi del Nuovo Testamento che oggi si conoscono sono scritti su codice, escludendo per un istante la questione dell’attribuzione del frammento di rotolo 7Q5 rinvenuto a Qumran e identificato con Marco 6:52-53, che non è univocamente accettata. Il codice è un formato editoriale che ha sostituito il rotolo in modo massiccio soltanto a partire dalla fine del III secolo dopo Cristo in poi. Soltanto da questo periodo in poi tutte le opere letterarie “classiche” sono state copiate su codice, prima abbiamo un numero relativamente basso di frammenti di codice, i più antichi sono della fine del I secolo d.C. o al più del II secolo d.C. Nel caso dei testi cristiani assistiamo invece curiosamente a un fenomeno opposto: si tratta di documenti antecedenti di 100-150 anni il periodo di diffusione massiccia del codice eppure sono già tutti su codice. Possiamo affermare che è proprio nel caso dei documenti cristiani che il formato del codice viene per la prima volta applicato in modo massiccio a un intero corpus omogeneo di scritti per questo si è pensato che ciò possa essere avvenuto in seguito ad una precisa indicazione di qualche autorità ecclesiastica tra il I e il II secolo dopo Cristo. Solo così si spiega lo speciale legame che sussiste tra il cristianesimo e il formato del codice. Anche lo stile di scrittura dei manoscritti cristiani più antichi non deve essere confuso con quello dei papiri letterari “classici” greco-romani. Esso appare, rispetto a questi ultimi, più vicino alla scrittura documentale, quindi lo stile di scrittura è meno epigrafico e professionale delle opere classiche. Vi sono poi alcuni papiri, come P66, caratterizzati da un numero di errori grammaticali e di trascrizione relativamente elevato, come se il manoscritto non fosse opera di uno scriba professionale.

 

Come si fa ad attribuire un frammento a un testo noto? E come si stabilisce la data in cui il testo al quale apparteneva il frammento venne composto? Nel nostro caso parliamo di frammenti veramente molto piccoli, come si può vedere dalle immagini, bisogna essere così bravi da risalire a un testo oggi noto (nel nostro campo di indagine il Nuovo Testamento, oppure l’Antico Testamento in greco, nella versione detta dei LXX) disponendo di poche lettere, a volte non facilmente leggibili. Una volta individuate le lettere che si vedono sul papiro in una frase o in alcuni versetti inizia la sfida maggiore: bisogna risalire a una possibile ricostruzione di come il testo era incolonnato e scritto, facendo in modo che le lettere combacino con il frammento. Nel caso dei frammenti molto piccoli (ad esempio il 7Q5 rinvenuto a Qumran che contiene una decina di lettere leggibili soltanto e misura 3,9 ´ 2,7 cm) ci si può domandare se abbia davvero un senso tentare una attribuzione a un testo noto in quanto a prima vista si potrebbe pensare che così poche lettere possano essere fatte combaciare con moltissimi testi diversi. A questo proposito c’è un semplice esperimento che potete tentare. Aprite ad esempio la Bibbia in una pagina scelta a caso e puntate il dito su una lettera (o uno spazio) del testo. Quindi scrivete la lettera (o lo spazio) scelto in un foglietto di carta. Copiate poi le due lettere/spazi che compaiono a destra e a sinistra della lettera prescelta: avrete così scritto sul vostro foglietto tre lettere. Seguite ora la stessa procedura per le due lettere sopra e sotto la prima lettera che avevate scritto precedentemente, così che ora la combinazione sul foglietto assume la forma di una croce. Quindi copiate le altre quattro lettere a destra e a sinistra del carattere più in alto e del carattere più in basso. Quando avrete terminato, avrete ottenuto sul vostro foglietto un “frammento” della Bibbia contenente nove lettere/spazi soltanto. Adesso aprite la Bibbia dove volete e cercate la stessa combinazione di nove lettere/spazi del vostro “frammento”. Provate a cercare la stessa sequenza anche in altri libri diversi dalla Bibbia: prima di terminare la vostra ricerca vi sarete resi conto che è pressoché impossibile trovare una sequenza identica a quella del foglietto, con proprio quelle dieci lettere e in quella precisa posizione, che non sia quella che si trova in quel particolare punto della Bibbia da cui eravate partiti. Questo semplice “esperimento” illustra come abbia un senso tentare attribuzioni a frammenti anche molto piccoli e come debbano essere veramente pochissimi i testi identificabili con un frammento, anche di nove-dieci lettere soltanto. L’esperimento semplicissimo di cui sopra ha anche un corollario: non è affatto facile risalire a un possibile testo che possa identificare poche lettere di un frammento. La ricerca di possibili testi si è in qualche modo semplificata grazie all’impiego degli elaboratori elettronici e dei data base che sono stati messi a punto negli ultimi anni, contenenti in formato digitale tutti i testi scritti in greco – non solo religiosi – che sono stati scoperti. Un esempio è il data base T.L.G. (Thesaurus Lingua Graecae) gestito dall’Università della California Irvine sin dal 1972, aggiornato costantemente con tutti i testi in greco conosciuti da Omero fino al 1453. Il T.L.G. registra qualcosa come 3700 autori diversi, 12000 opere, 91 milioni di parole (dati aggiornati al 2001). Grazie ai calcolatori è possibile in pochi minuti eseguire complesse ricerche informatiche nei data base e risalire a possibili testi contenenti determinate frasi, parole o lettere in una particolare posizione o sequenza. Il T.L.G. è accessibile anche on line (gratuitamente però solo in una versione che contiene un piccolo sottoinsieme di tutti i testi). Un altro data base contenente molti testi greci e latini (consultabili gratuitamente) è il Perseus Digital Library gestito dalla Tufts University di Boston.

 

 

Sito del TLG – Università della California:    http://www.tlg.uci.edu

 

Sito Perseus Digital Library:   http://www.perseus.tufts.edu

 

    

Per la datazione dei frammenti molto piccoli non è applicabile la tecnica del Carbonio 14 in quanto essa è distruttiva e di conseguenza comporterebbe la perdita del frammento. Allora si opera essenzialmente per confronto: avendo a disposizione manoscritti antichi dei quali è nota la data di composizione (perché l’ha scritta l’autore, come nel caso di lettere e sim., oppure perché sussistono quelli che in gergo vengono definiti stop archeologici: se un papiro viene ritrovato ad Ercolano oppure a Pompei sepolto sotto la cenere del Vesuvio è certo che esso è stato scritto prima del 79 d.C., anno della eruzione del Vesuvio) i papirologi sono così bravi da riconoscere lo stile di scrittura e quindi risalire con buona approssimazione al periodo in cui presumibilmente il testo è stato scritto. Ad esempio il papiro era un supporto usato per la scrittura sino a una certa data, la tecnica di scrivere le parole una attaccata all’altra (che viene detta scriptio continua) e senza alcun segno di interpunzione è anch’essa un elemento caratteristico, lo stile delle lettere, l’uso delle sole lettere greche maiuscole, la particolare grafia, questi e altri più complessi parametri sono tutti indizi utili per determinare la data di stesura di un manoscritto.

 

Molte volte succede poi che di un frammento si conosce con certezza la data (massima) di stesura attraverso uno stop archeologico, ma a causa del fatto che è molto danneggiato non si riesce a stabilire con certezza a quale testo appartenga (questo è il caso, ad esempio, del famoso frammento 7Q5 ritrovato a Qumran). Oppure succede che una identificazione certa perché le lettere e il loro numero e la loro disposizione non ammettono discussione viene ridatata (è il caso ad esempio del papiro di Magdalen, P64, che inizialmente datato al III-IV secolo d.C. è stato prima ridatato al II secolo e recentemente alcuni studiosi propongono addirittura di collocarlo al I secolo); questo succede perché continuamente si trovano resti di antichi scritti e questo costringe ad un continuo aggiornamento della datazione anche dei reperti precedentemente ritrovati, dato che le datazioni spesso si fanno solo per confronto.

 

 

Papiri di Chester Beatty

 

 

In Irlanda presso la Chester Beatty Library di Dublino sono conservati dieci papiri di particolare interesse. Sette di questi sono porzioni della Bibbia greca dei LXX, detta anche Septuaginta. La Bibbia dei LXX è una traduzione in greco dell’Antico Testamento, iniziata nel III secolo a.C. e ultimata verso il II secolo a.C.; questa traduzione venne eseguita dall’ebraico e dall’aramaico inizialmente per gli ebrei che vivevano in Egitto, in seguito si diffuse nel mondo greco-romano e anche in Palestina. Vigente già ai tempi di Gesù fu utilizzata dagli scrittori del Nuovo Testamento, dai Padri della Chiesa ed è stata utilizzata, assieme ai testi ebraici, anche per la composizione della Vulgata latina (ovvero la traduzione in latino della Bibbia) di San Girolamo nel V secolo. Tre importanti papiri (identificati con le sigle P45, P46 e P47) sono invece resti del nuovo testamento in greco, datati tra il II e il III secolo, quindi precedenti ai Codici Vaticano, Alessandrino e Sinaitico.

 

 

Papiro P45: Vangeli e Atti degli Apostoli

 

Il papiro P45 è datato paleograficamente al 200-250 d.C. (III secolo), risale quindi a un secolo prima dei codici Vaticano, Alessandrino e Sinaitico, e fu pubblicato nel 1931. Esso contiene porzioni dei quattro Vangeli canonici e degli Atti degli Apostoli. Una porzione del papiro si trova presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna (Pap. Vindob. G. 31974) mentre una porzione è conservata alla Chester Beatty Library (P. Chester Beatty I). P45 nel complesso è un papiro abbastanza esteso, contiene stralci in greco di Matteo (20:24-32, 21:13-19, 25:41-26:39), Marco (4:36-40, 5:15-26, 5:38-6:3, 6:16-25, 36-50, 7:3-15, 7:25-8:1, 8:10-26, 8:34-9:8, 9:18-31, 11:27-12:1, 12:5-8, 13-19, 24-28), Luca (6:31-41, 6:45-7:7, 9:26-41, 9:45-10:1, 10:6-22, 10:26-11:1, 11:6-25, 28-46, 11:50-12:12, 12:18-37, 12:42-13:1, 13:6-24, 13:29-14:10, 14:17-33), Giovanni (4:51, 54, 5:21, 24, 10:7-25, 10:31-11:10, 11:18-36, 43-57), Atti degli Apostoli (4:27-36, 5:10-20, 30-39, 6:7-7:2, 7:10-21, 32-41, 7:52-8:1, 8:14-25, 8:34-9:6, 9:16-27, 9:35-10:2, 10:10-23, 31-41, 11:2-14, 11:24-12:5, 12:13-22, 13:6-16, 25-36, 13:46-14:3, 14:15-23, 15:2-7, 19-26, 15:38-16:4, 16:15-21, 16:32-40, 17:9-17).

 

Purtroppo il papiro P45 non è in buono stato di conservazione, è possibile che esso contenesse in origine altri libri, ad esempio le lettere di Paolo o le epistole cattoliche. Le pagine che si sono conservate non sono complete, quelle migliori attestano al massimo l’80-90% del testo originariamente scritto. Numerose pagine sono danneggiate quasi per intero. Uno dei primi e più autorevoli lavori su questo papiro è stato pubblicato nel 1965 da E.C. Colwell (Method in Evaluating Scribal Habits: a Study of P45, P66, P75). Il papiro P45 viene considerato da questo studio un testo abbastanza fedele, probabilmente gli antenati di questo manoscritto appartenevano alla famiglia neutrale-alessandrina, anche se di qualità inferiore rispetto al Codex Vaticanus o al papiro P75 e catalogato come testo libero. Si nota in particolare la tendenza ad allungare, accorciare o scrivere liberamente alcuni passi rispetto agli altri papiri. Come classificare quindi il testo di questo manoscritto? Secondo alcuni il testo è inquadrabile nel filone neutrale-alessandrino, sicuramente i suoi antenati appartenevano a questa categoria, ma con varianti tipicamente inquadrabili nel testo occidentale. Per altri invece il testo è inquadrabile nel gruppo cesariano.

 

 

 

Clicca qui per visualizzare una immagine del papiro P45:      Papiro P45

 

 

 

Papiro P46: le lettere di Paolo

 

Il papiro P46 è stato datato inizialmente (1936) al 180-200 d.C. (fine del II secolo) e contiene resti delle lettere di Paolo: lettera ai Romani 5:17-6:3, 6:5-14, 8:15-25,27-35, 8:37-9:32, 10:1-11, 11:1-22,24-33, 11:35-15:9, 15:11-fine (con la porzione 16:25-27 che oggi chiude la lettera a seguire il capitolo 15!); prima lettera ai Corinzi 1:1-9:2, 9:4-14:14, 14:16-15:15, 15:17-16:22; seconda lettera ai Corinzi 1:1-11:10,12-21, 11:23-13:13; lettera ai Galati 1:1-8, 1:10-2:9, 2:12-21, 3:2-29, 4:2-18, 4:20-5:17, 5:20-6:8, 6:10-18; lettera agli Efesini 1:1-2:7, 2:10-5:6, 5:8-6:6, 6:8-18,20-24; lettera ai Filippesi 1:1, 1:5-15,17-28, 1:30-2:12, 2:14-27, 2:29-3:8, 3:10-21, 4:2-12,14-23; lettera ai Colossesi 1:1-2,5-13,16-24, 1:27-2:19, 2:23-3:11, 3:13-24, 4:3-12, 16-18; prima lettera ai Tessalonicesi 1:1, 1:9-2:3, 5:5-9, 23-28; lettera agli Ebrei 1:1-9:16, 9:18-10:20, 10:22-30, 10:32-13:25. Il manoscritto è una delle collezioni più antiche di tali scritti.

 

Una parte del papiro P46 viene conservata presso la Biblioteca Ann Arbor dell’Università del Michigan (catalogata con la sigla P.Mich. inv. 6238) mentre un’altra porzione è conservata proprio alla Chester Beatty Library (P. Chester Beatty II). Interessante il fatto che P46 contenesse già la lettera agli Ebrei, testo la cui canonicità si è andata affermando più lentamente rispetto al resto del Nuovo Testamento. Del papiro si sono conservati complessivamente 86 fogli. Già all’atto della sua pubblicazione il papirologo tedesco Ulrich Wilcken propendeva per una datazione al 200 d.C. circa. Nel 1988 il papirologo Young Kyu Kim ha proposto addirittura che questo papiro venga retro datato alla fine I secolo, quindi veramente a ridosso delle vicende di Gesù e degli Apostoli e alla (seconda) distruzione del tempio di Gerusalemme in seguito alla prima guerra giudaica.

 

Il papiro P46 è certamente stato scritto da un copista professionale e competente, inoltre è stato corretto e rivisto da un revisore esperto. In alcuni punti si notano spazi o croci perché probabilmente il copista non era riuscito a capire alcune lettere o parole del manoscritto sorgente e quindi, molto correttamente, non aveva interpretato di testa propria l’originale ma aveva lasciato questo compito a un revisore. Nonostante l’esibizione di professionalità, si riscontrano tuttavia degli errori ortografici qua e là nel testo. Globalmente presenta una notevole tendenza ad accordarsi con il testo del Codex Vaticanus (per quanto riguarda la sezione delle lettere di Paolo), sebbene in misura minore di quanto si accordi B con il papiro P75 (che contiene solo i Vangeli di Luca e Giovanni). Lo studioso G. Zuntz in suo importante studio (The Text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1965) ha definito P46 e B (limitatamente al corpus paolino) come testo proto alessandrino, da alcuni chiamato anche testo P46+B, precursore del testo neutrale alessandrino, per distinguerlo dal testo di א, A, C, 33 ecc… Il testo P46+B è un tipo di testo abbastanza rozzo e primitivo nella forma, probabilmente precursore del testo neutrale alessandrino. Il fatto che B concordi sia con P75 che con P46, due documenti più antichi, è una prova a sostegno della autorità del testo del Codex Vaticanus.

 

Link & articoli utili sul papiro P46:

 

 

YOUNG KYU KIM, The Paleographic Redating of P46 to the first century, Biblica, 69, 1988 (WEB)

 

 

YOUNG KYU KIM: THE  PALEOGRAPHIC REDATING OF P46 TO

THE FIRST CENTURY (Biblica, 69, 1988)  DOWNLOAD (PDF 211 KB)   

 

 

Università del Michigan, Ann Arbor Library,  

Papiro P46, porzione P.Mich. inv. 6238 (immagini e informazioni)

 

 

 

 

Papiro P47: Apocalisse di Giovanni

 

Il papiro P47 (P. Chester Beatty III) contiene invece stralci di Apocalisse 9:10-11:3  5:19-16:15  16:21-17:2 (è il papiro che contiene la porzione maggiore di questo libro) ed è più recente rispetto agli altri, essendo stato datato alla metà del III secolo (250 d.C. circa). Il frammento in assoluto più antico che si conosca dell’Apocalisse è invece del II secolo, si tratta del papiro P98 conservato al Cairo presso l’ Institut Français d’Archéologie Orientale (I.F.A.O.) catalogato con la sigla P.IFAO 237B; esso apparteneva ad un codice e attesta in un lato Apocalisse 1:13-20 mentre nell'altro si sono preservate pochissime lettere, praticamente illeggibili, appartenenti ad Apocalisse 2:1.

 

  IDENTIFICAZIONE DEL FRAMMENTO P98 = P.IFAO 237b (Ap. 1:13-20) (PDF 89 KB)

 

  

 

 

 

 

Papiri dell’Università del Michigan (Ann Arbor)

 

 

Presso la Ann Arbor Library dell’Università del Michigan oltre a una porzione del papiro P46 (200 d.C. circa) catalogata con la sigla P.Mich. inv. 6238 e contenente le epistole paoline, sono conservati anche:

 

Papiro P37 (III secolo) contenente Matteo 26:19-52  (P.Mich. inv. 1570);

 

Papiro P38 (III/IV secolo) uno dei più antichi frammenti degli Atti degli Apostoli, contenente Atti 18:27-28, 19:1-6,12-16 (P.Mich. inv. 1571);

 

Papiro P53 (III secolo) contenente Matteo 26:29-40 Atti 9:33-43 e 10:1 (P.Mich. inv. 6652).

 

La biblioteca di Ann Arbor contiene anche tantissimi altri papiri non religiosi, in particolare è possibile visitare l’ottimo sito dell’Università del Michigan:

 

http://www.lib.umich.edu/pap/

 

che contiene argomenti papirologici e in particolare mette direttamente a disposizione degli utenti internet tutte le immagini ad alta definizione dei papiri conservati e un motore di ricerca per accedere facilmente alle immagini (cliccare sulla icona “Search APIS” in basso nella homepage). Inoltre una sezione del sito illustra anche fotograficamente come è possibile ottenere un supporto per la scrittura partendo dalla pianta di papiro (cliccare sulla icona “Papyrus Making” nella homepage in basso).

 

 

 

Papiri di Bodmer

 

 

I papiri di Bodmer sono una collezione costituita da una cinquantina di manoscritti in greco scoperta in Egitto da Martin Bodmer nel 1955-56. La parte principale della collezione è oggi conservata presso la Biblioteca Bodmeriana di Cologny, vicino a Ginevra fondata dallo stesso Martin Bodmer. Una eccezione è costituita da parte del papiro P72, denominato Bodmer VIII, che è stato offerto in dono a Paolo VI nel 1969 e viene attualmente conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Particolarmente importanti ai fini dello studio del Nuovo Testamento sono i papiri P66 e P72-75 che fanno parte della collezione.

 

Papiro P66: il Vangelo di Giovanni

 

Il papiro P66, noto anche come Bodmer II, è un codice papiraceo in maiuscola (unciale biblico) contenente quasi per intero il Vangelo di Giovanni dal Cap. 1 al Cap. 14 e frammenti dei capitoli successivi. Misura 15,2 ´ 14 cm e consta di sei fascicoli, di cui restano 104 pagine. Nel 1958 vennero ritrovate altre 46 pagine che appartenevano al papiro. Oggi il P66 viene conservato in parte in Svizzera a Cologny presso la Biblioteca Bodmeriana (papiro Bodmer II), alcuni frammenti si trovano però a Colonia (Inst. f. Altertumskunde, Inv. Nr. 4274/4298) ed altri ancora presso la Chester Beatty Library di Dublino. La prima datazione che fu fatta lo collocava al 200 d.C. circa o comunque all’inizio del III secolo. Una recente ridatazione secondo alcuni studiosi ricollocherebbe la data di stesura di questo papiro al 125 d.C. circa, cioè alla prima metà del II secolo. Contiene vari segni di interpunzione e anche alcune nomina sacra. La nomina sacra è una abbreviazione di alcuni nomi ritenuti “sacri” come Dio, Gesù, Cielo, Figlio dell’Uomo, ecc…

 

Questo manoscritto non sembra essere un copia molto professionale dell’originale. Secondo Colwell, che si è occupato dello studio dei papiri P45, P66 e P75, esso è certamente il peggiore dei tre: “P75 e P45 intendono produrre in modo serio un buona copia dell’originale, ma è difficile pensare che questa sia l’intenzione del papiro P66.” [cfr. Colwell, Method in Evaluating of Scribal Habits: a Study of P45, P66, P75, pp. 378-379, 1965]. Il papiro presenta relativamente molti errori ortografici e passaggi illeggibili a causa di errori di trascrizione. E’ considerato comunque autorevole soprattutto a causa della sua data di scrittura. Presenta una certa affinità con il testo del Codex Vaticanus.

 

 

Clicca qui per visualizzare

le immagini del papiro P66 (Bodmer II) Gv 1:1-14    Gv 7:32-38   Gv 11:31-37   P66 (Bodmer II)

 

Frammenti conservati a Colonia (Inv. nr. 4274/4298):  P66 Colonia

 

 

    Scarica qui le trascrizioni di alcune pagine del papiro P66   

 

Giovanni 1:1-14 (PDF 29 KB)

 

Giovanni 7:32-38 (PDF 32 KB)

 

Giovanni 11:31-37 (PDF 32 KB)

 

 

 

Papiro P75: i Vangeli di Luca e Giovanni

 

Il papiro P75, noto anche come Bodmer XIV-XV, contiene gran parte dei Vangeli di Luca e Giovanni ed è in ottimo stato di conservazione. Acquistato nel 1955-56 da Martin Bodmer, è stato custodito per molto tempo a Cologny (Svizzera) dalla Fondazione Bodmer. La trascrizione del papiro è stata pubblicata nel 1961 assieme a una sua riproduzione facsimile, dietro iniziativa della Fondazione Bodmer. Dal 22 Novembre 2006 il papiro si trova alla Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma, che custodisce documenti importanti quali il Codice Vaticano B e il papiro P72 delle lettere di Pietro. P75 è stato datato paleograficamente al III secolo (la maggioranza degli studiosi propende per la prima metà di quel secolo, non sembra comunque essere stato scritto prima del 175 d.C.). Oltre 27 fogli sono giunti fino a noi quasi interi, esistono anche frammenti della copertina. Di Luca contiene 3:18-22,33-38; 4:1-2,34-44; 5:1-10,37-39; 6:1-4,10-49; 7:1-32,35-39,41-43,46-50; 8:1-56; 9:1-2,4-62; 10:1-42; 11:1-54; 12:1-59; 13:1-35; 14:1-35; 15:1-32; 16:1-31; 17:1-15,19-37; 18:1-18; 22:4-71; 23:1-56; 24:1-53. Di Giovanni contiene 1:1-51; 2:1-25; 3:1-36; 4:1-54; 5:1-47; 6:1-71; 7:1-52; 8:12-59; 9:1-41; 10:1-42; 11:1-45,48-57; 12:350; 13:1-10; 14:8-31; 15:1-10.

 

Il testo del manoscritto (inizio del III secolo) è molto simile a quello del Codex Vaticanus (325 d.C. circa), anzi esso è il documento che concorda maggiormente con quel codice e viceversa. Tuttavia esistono delle lievi differenze per cui da questo gli esperti concludono che il Codex Vaticanus non sarebbe una copia del P75 ma si può supporre con buona probabilità che il Vaticanus e il P75 abbiano avuto un manoscritto antenato molto antico in comune, dai quali sarebbero derivati. Inoltre è molto probabile che sia il Vaticanus che il P75 siano molto simili al manoscritto più antico che li avrebbe originati.

 

Il fatto che il testo sia molto simile a quello del Codice Vaticano “B” ha messo un po’ in crisi la teoria delle recensioni. Nel corso del IV secolo, a causa del periodo relativamente tranquillo attraversato dalla Chiesa, si pensa che siano state messe a punto delle “recensioni” del testo greco del Nuovo Testamento cioè si prepararono delle edizioni “standard” del N.T. ritoccando ed armonizzando in modo più o meno massiccio i testi precedenti. Queste recensioni, almeno quelle del IV secolo, posto che ci siano state, non dovettero essere molto radicali in quanto il testo del papiro P75, precedente al Codex Vaticanus, non è molto difforme da quel codice.

 

Il papiro P75 è uno dei documenti più importanti del NT, in virtù della sua antichità e somiglianza con il testo del Codex Vaticanus e del fatto che sembra opera di un copista competente e professionale. Tra i vari papiri è considerato certamente il migliore ed il più attendibile. Esso è considerato dalla moderna critica testuale come uno dei documenti principali su cui costruire il testo del NT. Il papiro P66 è una copia non molto accurata e piena di errori tecnici e omissioni, il papiro P45 sarebbe un buon documento ma viene considerato “libero” in quanto contiene non poche parafrasi: in questo scenario il papiro P75 è il papiro tecnicamente migliore, uno dei più antichi che riporti i Vangeli di Luca e Giovanni e inoltre è quello che si accorda maggiormente al Codex Vaticanus, persino più del Codex Sinaiticus. Tuttavia esistono alcune lievi differenze che consentono di affermare che il Vaticanus non può essere una copia diretta di questo papiro ed è improbabile persino che P75 sia un antenato in linea diretta del Codice B. Tuttavia è altamente probabile che questi due documenti abbiano avuto un antenato comune, più antico del P75. Entrambi i manoscritti verrebbero ad essere quindi molto simili al testo di questo vecchio documento antenato e dal confronto del testo di B e P75 sarebbe possibile ricostruire con notevole precisione il testo dal quale sono derivati, certamente molto antico. Disporre di questo testo ricostruito da P75 e B non significa avere il testo così come è uscito dalla penna degli autori di Luca e Giovanni, ma riportarsi comunque a date molto antiche.

 

 

Clicca qui per visualizzare una pagina del papiro P75 (Bodmer XIV-XV):  P75 (Bodmer XV).gif

 

 

Papiro P72: le lettere di Pietro

 

Il papiro P72 (noto come Bodmer VIII, del III-IV secolo) conteneva, in questo ordine, l’apocrifo detto della Natività di Maria, una serie di lettere apocrife di Paolo di Tarso ai Corinzi, la XI Ode di re Salomone, la lettera di Giuda, una omelia sulla Pasqua, un frammento di un inno cristiano, l’Apologia di Filea, i Salmi 33 e 34 e, infine, le lettere di Pietro. La parte contenente le due epistole di Pietro è stata donata nel 1969 da Martin Bodmer a Paolo VI e viene attualmente conservata in Vaticano. Questo papiro contiene la lettera di Giuda, un testo la cui canonicità si è affermata più lentamente rispetto agli altri libri del Nuovo Testamento. La qualità della scrittura e l’alto numero di errori di ortografia che si riscontrano in questo manoscritto ci indicano che certamente è opera di un copista non particolarmente competente.

 

 

I papiri P73 (Bodmer L) e P74 (Bodmer XVII) sono relativamente tardi, del VII secolo. Il primo non contiene che Matteo 25:43-26:2-3. Il secondo contiene stralci degli Atti degli Apostoli, della prima e della seconda lettera di Pietro, delle tre lettere di Giovanni e della lettera di Giuda.

 

 

 

Papiro di Rylands (P52), un frammento del Vangelo di Giovanni

 

 

Il papiro P52 = P.Ryl. Gk. 457, detto papiro di Rylands, è il frammento più antico che si conosca del Nuovo Testamento, se accantoniamo per un istante i frammenti greci rinvenuti nella grotta 7 di Qumran, che alcuni attribuiscono a pezzi del N.T., e il dibattito scatenatosi attorno al papiro di Magdalen e alla questione della sua ridatazione al I secolo proposta dal Prof. Thiede.

 

Questo importante frammento di papiro è stato scoperto e acquisito in Egitto nel 1920 da Bernard P. Grenfell. Non è noto il luogo di rinvenimento, si pensa che possa provenire da Oxyrhynchus. Nel 1935 C.H. Roberts lo ha identificato per primo con un passo del Vangelo di Giovanni, proponendo una datazione alla prima metà del II secolo. Ancora oggi tutti gli studiosi accettano che il frammento sia stato scritto attorno alla prima metà del II secolo, tipicamente verso il 125 d.C. sebbene si siano levate di recente alcune voci dissenzienti dal momento che la datazione proposta è paleografica, basata sull’analogia dello stile di scrittura con quello di altri papiri e quindi non è certa e sicura. Il frammento è oggi conservato presso la John Rylands Library di Manchester (con la sigla P. Ryl. Gk. 457), nel Regno Unito, dalla quale prende il nome. La scrittura è ovviamente in greco, con le parole una attaccata all’altra secondo l’usuale tecnica di scrittura dell’epoca (scriptio continua). Il frammento, inoltre, è scritto su entrambi i lati, appartiene chiaramente ad un codice. La parte “recto” contiene Giovanni 18:31-33, la parte “verso” contiene invece Giovanni 18:37-38; si tratta di un passo importante, la narrazione del dialogo tra Gesù e Pilato dopo l’arresto nel Getsemani e la consegna alle autorità romane da parte dei sommi sacerdoti. Di Pilato, oltre che i Vangeli, hanno parlato anche altri storici del tempo per esempio Giuseppe Flavio. Un tempo si pensava che questo personaggio fosse leggendario e storicamente non si avevano altre prove della sua esistenza. Nel 1961 a Cesarea Marittima (i procuratori romani avevano qui la loro sede e non a Gerusalemme) è stata rinvenuta una lapide del I secolo in cui si legge chiaramente il nome di Pilato e quindi improvvisamente si è avuta una prova storica dell’esistenza di un personaggio sino ad allora solo letterario. Il Vangelo di Giovanni, secondo la tradizione, è uno scritto relativamente tardo, presumibilmente della fine del I secolo. Ora tra l’originale di Giovanni e questo pezzo di papiro sarebbero passati meno di cinquant’anni e questo fatto è notevole: nessuna altra opera dell’antichità ha reperti manoscritti così vicini all’originale, e stiamo parlando di un oggetto di duemila anni fa.

 

Sempre alla John Rylands Library vengono custoditi il papiro P32 = P.Ryl. Gk. 457, un frammento di codice della lettera a Tito, datato fra il II e il III secolo dopo Cristo e l’importante frammento P.Ryl. Gk. 458, una porzione di rotolo datato paleograficamente al II secolo avanti Cristo, contenente alcuni vv. del libro del Deuteronomio: si tratta di uno dei più antichi manoscritti in assoluto della versione greca dell’Antico Testamento detta dei LXX.

 

John Rylands Library web site:   http://www.library.manchester.ac.uk/

 

Scarica l’identificazione del frammento P52:    Frammento di Rylands P52 (PDF 86 KB)   

 

Immagini del frammento P52 “recto” e “verso” (John Rylands Library):  P52 Rylands Lib.  

 

 

 

 

 

Papiri di Magdalen (P64), frammenti del Vangelo di Matteo

 

 

Il papiro P64 (detto anche papiro di Magdalen, P.Magd. Gk. 18) è costituito da tre piccoli frammenti papiracei scritti su entrambi i lati (recto e verso) che sono stati identificati con alcuni versi del Capitolo 26 del Vangelo di Matteo. Nel dettaglio P64 contiene: Matteo 26:7-8, 10, 14-15, 22-23, 31-33. I tre frammenti hanno dimensioni relativamente piccole: 4,1 cm x 1,2 cm, 1,6 cm x 1,6 cm. e 4,1 cm x 1,3 cm. Essi vengono conservati presso il Magdalene College di Oxford.

 

La storia moderna di questi tre frammenti inizia nel 1901 quando vennero acquistati a Luxor in Egitto da Charles B. Huleatt che per primo li identificò e li donò al Magdalene College. I frammenti, secondo la prima datazione proposta da A.S. Hunt, risalivano al III-IV secolo. Bisogna però attendere il 1953, quando il papirologo C.H. Roberts pubblica una edizione del manoscritto e sulla base dello stile di scrittura lo attribuisce al II secolo d.C. (ovvero tra il 100 e il 200 d.C.). 

 

Roberts, un eminente papirologo di fama mondiale, è anche il primo a notare l’uso della nomina sacra nei frammenti (il nome di Gesù è scritto in greco come Ij con una abbreviazione analoga al tetragrammaton “YHVH” utilizzato nell’A.T. in ebraico per riferirsi a Dio), a suggerire che una pagina fosse scritta in due colonne, e che ogni colonna fosse composta in origine da circa 35-36 linee con una sticometria (numero di lettere per linea) di 15-16 lettere per linea. Roberts datò i frammenti di Magdalen per confronto con altri quattro papiri (tre dei quali sono papiri rinvenuti presso il sito archeologico di Oxyrhynchus, in Egitto) dei quali erano note con precisione le date di stesura ed ebbe il parere positivo da parte di altri tre studiosi ai quali si rivolse.

 

Nel 1956 il papirologo Ramon Roca-Puig pubblicò un altro manoscritto (il papiro P67) costituito da due frammenti che vennero identificati con il Vangelo di Matteo 3:9, 15; 5:20-22, 25-28. Questi frammenti vennero datati attorno al III secolo d.C. e subito si ipotizzò, sulla base dello stile di scrittura e della possibile sticometria presente nel papiro originario, che potessero essere parte di un unico papiro che comprendeva originariamente anche i frammenti di Magdalen (P64). Il frammento P67 viene oggi conservato a Barcellona presso la Fundacion San Lucas Evang., catalogato come P. Barc. 1.

 

I frammenti P64+P67 vennero poi messi in relazione con il frammento P4, datato anch’esso al III secolo. Il frammento P4, che venne acquistato a Luxor come il frammento P64, ha proprio una sticometria di 16 lettere per linea con colonne di 35-36 linee, con il testo disposto su due colonne per pagina, caratteristiche analoghe a quelle dei frammenti P64 e P67. Tuttavia lo stile di scrittura e la struttura papiracea non sono molto simili a quelli dei frammenti P64, P67 così che l’unione dei frammenti è abbastanza dubbia. Il frammento P4 è custodito alla Biblioteca Nazionale di Parigi, con la sigla Suppl. Gr. 1120. Esso contiene: Luca 1:58-59; 1:62-2:1, 6-7; 3:8-4:2, 29-32, 34-35; 5:3-8; 5:30-6:16.

 

L’attenzione verso i frammenti di Magdalen si è riaccesa improvvisamente  tra il 1994 e il 1995 quando il papirologo tedesco Carsten Peter Thiede propose la ridatazione dei tre frammenti costituenti il papiro P64 addirittura al I secolo d.C. (fra il 30 e il 70 d.C.). Si veda ad esempio il libro: C.P. Thiede, Il papiro di Magdalen, la comunità di Qumran e le origini del Vangelo, edizioni PIEMME, 1997 (edizione originale in lingua inglese del 1995). Una datazione del genere apriva ed apre nuovi orizzonti sul fronte della esegesi neo testamentaria: difatti, se fosse confermata, essa proverebbe che il vangelo di Matteo è molto antico ed è stato scritto veramente a ridosso dei fatti di Gesù. Inoltre l’uso della nomina sacra in un papiro neo testamentario così antico dimostrerebbe storicamente che esistevano dei cristiani che consideravano Gesù una divinità sin dai primissimi momenti del cristianesimo (è noto per esempio che la religione islamica considera Gesù uno dei più grandi profeti mai esistiti, tuttavia non lo considera una divinità ma un essere umano, un profeta, rifiutando la sua risurrezione dai morti e sostenendo che la divinizzazione di Gesù sarebbe un dogma introdotto in seguito).

 

La nuova datazione proposta da C.P. Thiede ha destato sin dal primo momento molto scalpore negli ambienti accademici e religiosi a causa delle sue implicazioni.  Per datare i frammenti Thiede ha seguito un approccio paleografico standard, del tutto simile a quello di Roberts: ha confrontato lo stile di scrittura del P64 con quello di altri papiri di datazione più sicura. La differenza rispetto al lavoro svolto da Roberts sta nel fatto che dagli anni ’50 agli anni ’90 sono nel frattempo stati scoperti e studiati nuovi papiri, in particolare quelli di Qumran (stop archeologico al 68-70 d.C.) e quelli di Ercolano (stop archeologico al 79 d.C. – eruzione del Vesuvio). Thiede si è avvalso inoltre degli strumenti che la tecnologia più moderna gli aveva intanto messo a disposizione, come la microscopia elettronica. La conclusione di questi confronti, secondo Thiede, è che il frammento P64 sarebbe addirittura databile al  I secolo d.C. e forse è stato scritto attorno al 50 d.C. (prima della guerra giudaica), pochissimi anni dopo la morte di Gesù secondo la tradizione. 

 

L’ipotesi di Thiede è stata avversata da altri studiosi che contestano le similitudini proposte dal papirologo tedesco e rifiutano gli esempi proposti. Inoltre l’uso della nomina sacra – che comunque già Roberts aveva notato – porterebbe a datare il papiro al II secolo e non al I secolo, perché questo modo di indicare Gesù, una figura “nuova” rispetto allo standard dell’Antico Testamento, si sarebbe sviluppato solo a partire da quella data. Inoltre nella linea 2 del frammento 3 (lato “verso”) si trova scritto ib che è la abbreviazione di dwdeka (parola greca che denota il numero “dodici”): una simile abbreviazione non comparirebbe in alcun papiro della letteratura greca e neppure in alcun manoscritto dell’A.T. (dove i numeri venivano scritti per intero e mai abbreviati), essendo invece caratteristica dei primi manoscritti cristiani provenienti dall’Egitto. Questa argomentazione è piuttosto forte: se il manoscritto è davvero del I secolo, bisogna che esso sia stato scritto in Palestina dove è nata la cristianità mentre quanto sopra e il luogo dove venne acquistato nel 1901 (Luxor) porterebbero piuttosto in Egitto, dove la cristianità si sviluppò solo a partire dal II secolo. Anche la disposizione del testo in due colonne per pagina sembrerebbe indicare che il testo è più tardo rispetto alle conclusioni di Thiede. Inoltre non bisogna dimenticare che questo frammento è scritto in greco: se è davvero del I secolo allora bisogna ammettere che il Vangelo di Matteo è stato scritto subito in greco, oppure che tra la traduzione greca e una ipotetica prima versione del Vangelo stesa in ebraico o in aramaico è passato pochissimo tempo. Chi respinge le conclusioni del Prof. Thiede propende quindi per la datazione – più prudenziale – di C.H. Roberts (II secolo).

 

 

 

Scarica l’ identificazione del frammento P64:   Frammenti di Magdalen P64 (PDF 118 KB)  

 

 

Clicca qui per vedere le immagini del papiro P64 P64 (1)  P64 (2)  P64 (3)  P64 (4)

 

 

 

 

I documenti più antichi per ogni libro del Nuovo Testamento

 

Nella sottostante tabella si riporta la lista dei frammenti più antichi ordinata per ogni libro del Nuovo Testamento. La prima colonna contiene il libro del Nuovo Testamento, la seconda il documento e il relativo riferimento, la terza colonna il testo attribuito, infine la quarta colonna la datazione, sempre su base paleografica, del manoscritto. Si noti che ogni frammento/manoscritto del Nuovo Testamento è scritto su codice, se si esclude la questione legata ai frammenti 7Q4,1&2 e 7Q5 di Qumran che sono stati attribuiti da J. O’Callaghan a passi neo testamentari.

 

 

Libro

Manoscritto

Attribuzione

Data (d.C.)

Matteo

P64 = P.Magd. Gk. 18

Mt 26:7-8,10,14-15,22-23,31-33

II-III sec. (1)

P67 = P.Barc. 1

Mt 3:9,15; 5:20-22,25-28

II-III sec. (1)

P77 = P.Oxy. LXIV 4405

Mt. 23:30-39

fine II sec.

P103 = P.Oxy. LXIV 4403

Mt. 13:55-56; 14:3-5

II-III sec.

P104 = P.Oxy. LXIV 4404

Mt 21:34-37

II sec.

Marco

P45 = P.Ch.B. I +

Pap.Vindob. G. 31974

Ampi stralci di Mt, Mc, Lc, Gv e Atti

III sec. (2)

Luca

P4 = Suppl. Gr. 1120

Luca 1:58-59; 1:62-2:1,6-7; 3:8-4:2,

29-32, 34-35; 5:3-8; 5:30-6:16

II-III sec.

P75 = P.Bodmer XIV-XV

Ampie porzioni

 III sec.

Giovanni

P52 = P.Ryl. Gk. 457

Gv 18:31-33, 37-38

II sec.

P90 = P.Oxy. L 3523

Gv 19:2-7, 18:36-19:1

II sec.

P66 = P.Bodmer II

Testo completo

fine II sec.

P75 = P.Bodmer XIV-XV

Testo completo

III sec.

Atti

 P48 = P.Flor. PSI 1165

Atti 23:11-17; 23:25-29

III sec.

P53 = P.Mich. inv. 6652

Atti 9:33-43; 10:1

III sec.

Romani

P46 = P.Mich. inv. 6238

+ P.Ch.B. II

Ampie porzioni

fine II sec.  (3)

1,2 Corinti

Galati

Efesini

Filippesi

Colossesi

1 Tessalonicesi

2 Tessalonicesi

P30 = P.Gent Inv. 61

2 Tess. 1:4-5; 1:11-12

III sec.

1,2 Timoteo

Codice Sinaitico א

Testo Completo

IV sec. (4)

Tito

P32 = P.Ryl. Gk. 5

Tito 1:11-15; 2:3-8

II-III sec.

Filemone

P87 = P.Köln inv. n. 2

Filemone 13-15; 24-25

III sec.

Ebrei

P46 = P.Mich. inv. 6238

+ P.Ch.B. II

Testo Completo

fine II sec. (3)

Giacomo

P20 = P.Princ. AM 4117

Gc 2:19-3:2; 3:3-9

III sec.

P23 = P.Illinois G.P. 1229

Gc 1:10-12,15-18

II-III sec.

1,2 Pietro

P72 = P.Bodmer VIII

Ampie porzioni

III-IV sec.

1 Giovanni

P9 = P.Harvard Inv. 3736

1 Gv 4:11-12,14-17

III sec.

2,3 Giovanni

Codice Sinaitico א

Testo Completo (con varianti)

IV sec.

Giuda

P72 = P.Bodmer VIII

Giuda 1-25

III-IV sec.

P78 = P.Oxy. XXXIV 2684

Giuda 4-5; 7-8

III-IV sec.

Apocalisse

P98 = P.IFAO 237B

Apoc. 1:13-20

II sec.

 

(1) Il Prof. C.P. Thiede ha proposto di ridatare questi frammenti alla fine del I secolo d.C., vedi C.P. Thiede, Il Papiro di Magdalen, la Comunità di Qumran e le origini del Vangelo, PIEMME, 1997 (ediz. originale in lingua inglese del 1995).

 

(2) Escludiamo qui la proposta di attribuire il frammento di Qumran 7Q5 a Marco 6:52-53, vedi J. O’Callaghan, Papiros Neotestamentarios en la Cueva 7 de Qumran?, Biblica, 53, 1972.

 

(3) Codice per il quale esiste una proposta di datazione alla fine del I secolo d.C., vedi Young Kyu Kim, The Paleographic Redating of P46 to the First Century, Biblica, 69, 1988.

 

(4)  Escludiamo qui la proposta di attribuire i frammenti di Qumran 7Q4,1 e 2 a 1 Timoteo 3:16-4:3, vedi J. O’Callaghan, op. cit.

 

 

 

 

Nota: questo sfondo è stato costruito a partire da una pagina del papiro P46 (fine II – inizio III secolo d.C.)