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4. Considerazioni sullo stato dei frammenti della Grotta 7

 

 

Autore: Ó Gianluigi Bastia, diritti riservati

 

Ultima revisione: 10/09/2006 – richiede carattere greek.ttf

 

 

4.1 Le grotte di Qumran furono violate nell’antichità?

 

 

Si è molto discusso sullo stato fisico dei frammenti rinvenuti nella Grotta 7. In linea di principio sembra logico che se in un luogo si ritrovano tanti pezzetti di rotoli alcuni di questi appartengano al medesimo rotolo. Questa osservazione porta nella direzione di accorpare il maggior numero di frammenti possibili in un’unico testo, fermo restando il vincolo dello stile di scrittura e del tipo di supporto fisico. Pertanto la proposta di Emile Puech (oltre che di Muro e Nebe) di accorpare un certo numero di frammenti come pezzetti del primo libro di Enoch, appare coerente almeno da un punto di vista logico, così come la proposta di C.P. Thiede di accorpare alcuni frammenti della Grotta 7 non ad 1 Enoch bensì alla prima lettera a Timoteo. Tuttavia, si può anche avanzare l’ipotesi che questi frammenti non siano resti di rotoli disfatti dall’azione del tempo ma piuttosto frammenti distaccatisi o strappati dai rotoli originali. Appare infatti curioso che nella Grotta 7 non si sia conservata alcuna grande porzione di rotolo. Una situazione analoga a quella della Grotta 7 è stata ritrovata anche nella Grotta 3, esplorata nel 1952, dove vennero ritrovati solo piccolissimi frammenti di rotolo senza che vi fosse la minima traccia di rotoli o frammenti più grandi. Secondo lo studioso tedesco H. Stegemann qualcuno deve essere penetrato nella Grotta 3 alcune centinaia di anni dopo la chiusura della grotta e avere asportato il suo contenuto, costituito da antichi rotoli di cuoio. Nell’operazione di prelevamento del materiale alcuni rotoli potrebbero essersi danneggiati o parzialmente strappati e sarebbero così rimasti alcuni frammenti sul pavimento della grotta. Questa ipotesi ha effettivamente una base storica in quanto esiste un documento del XIX sec. d.C. nel quale il patriarca nestoriano Timoteo I di Seleucia (residente a Baghdad) dichiara di aver avuto notizia del ritrovamento di alcuni libri antichi scoperti in una grotta nei pressi di Gerico. La scoperta, secondo Timoteo I, era nota agli abitanti di Gerusalemme i quali, accorsi presso la grotta, avrebbero rinvenuto vari libri biblici e altri scritti in ebraico. Sebbene il documento di Timoteo I parli della città di Gerico è possibile, se non altamente probabile, che in realtà il ritrovamento sia avvenuto proprio nella zona di Qumran (nella Grotta 3). Attorno a Gerico non ci sono infatti caverne e questa città è situata a una decina di km soltanto a nord di Qumran. Per quanto riguarda la grotta 7, lo stato di quanto in essa ritrovato è molto simile a quello della Grotta 3, soltanto che i frammenti sono scritti in greco. E’ possibile che in tempi antichi anche la Grotta 7 sia stata violata e qualcuno abbia asportato i rotoli in essa contenuti, dei quali sarebbero rimasti solo alcuni frammenti distaccatisi dai bordi. Posto che ciò si sia mai veramente verificato, il fatto deve essere avvenuto almeno qualche centinaio di anni dopo la chiusura della Grotta 7 in quanto in essa sono stati ritrovati alcuni cocci di giara sopra i quali è rimasta impressa una porzione del testo del documento contenuto nella giara stessa: questo processo richiede del tempo, almeno qualche centinaia di anni, affinchè possa originarsi. Già Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) asserisce che Origene (185-250 d.C. circa) disponeva di un testo dei Salmi, scritto in greco, che era stato ritrovato in una giara di argilla nei pressi di Gerico al tempo di Antonino, figlio di Severo (1). Inoltre, verso il 392 d.C., Epifanio scrive che nel settimo anno di Antonino (217 d.C.) figlio di Severo dei manoscritti della Bibbia dei LXX, insieme ad altri scritti in ebraico e in greco, furono rinvenuti in alcune giare di argilla nei pressi di Gerico. Potrebbe essere la Grotta 7 di Qumran il luogo in cui furono ritrovati questi documenti, visto che non dista molto da Gerico e attorno a questa città non vi sono caverne nelle quali nascondere documenti. Secondo queste ipotesi i frammenti della Grotta 7 non potrebbero dunque appartenere a passi del Nuovo Testamento ma al più a libri dell’Antico Testamento, forse al libro dei Salmi.

 

 

4.2 L’iscrizione “Roma” su un’anfora della Grotta 7?

 

 

Una singolarità della Grotta 7 è costituita poi dal rinvenimento di un coccio, un frammento di un’anfora contenente quattro caratteri in ebraico (o aramaico) da destra verso sinistra: resh, waw, mem, aleph. Questo ritovamento è molto particolare perchè quasi tutte le anfore ritrovate a Qumran non recavano scritte e quelle poche che ne presentavano non erano leggibili. Il ritrovamento del reperto è documentato in un articolo scritto da R. de Vaux (2) e pubblicato sulla Revue Biblique, 63, 1956 (pag. 572):

 

« 7Q. – A l’extrémité de l’esplanade qui s’étend au sud du Khirbet et dominant le Wady Qumran. La poterie se rattache à le période I ; une jarre porte deux fois le nom ךןםא peint en noir. Sur le marches de l’escalier d’accès, on a recueilli quelques fragments grecs de l’Exode et de la Lettre de Jérémie sur papyrus et un petit fragment hébreu sur peau. »

 

La scritta traslitterata, tenuto conto che l’ebraico antico veniva scritto senza vocalizzazione, potrebbe essere qualcosa del tipo: R[O?]WMA o R[A?]WMA, che potrebbe corrispondere ad un nome proprio derivante dalla radice ebraica rwm. Come leggiamo sopra, una simile scritta comparirebbe due volte sul frammento di anfora ritrovato nella Grotta 7. Secondo C.P. Thiede, fermo sostenitore dell’attribuzione del 7Q5 a Marco 6:52-53 e degli altri frammenti della Grotta 7 a passi del Nuovo Testamento (lettere paoline), la scritta potrebbe essere ricondotta all’indicazione della città di Roma, dalla quale potreva provenire il materiale contenuto nella giara. Siamo naturalmente nel campo delle ipotesi e delle speculazioni perchè non è affatto semplice ricondurre senza alcun dubbio quelle poche lettere proprio alla città di Roma. Non è neppure certo che cosa si usasse scrivere sulle anfore attorno al I secolo d.C.; secondo alcuni era usanza scrivere il luogo di provenienza dell’anfora ma per altri studiosi in quel periodo si usava solamente scrivere il nome del proprietario o al più qualche indicazione sul materiale contenuto dell’anfora. Osserviamo poi che R. de Vaux afferma che il pezzo di anfora appartiene al periodo ellenistico I b compreso tra il 134 e il 31 a.C. ca.: dunque l’anfora sarebbe stata costruita ben prima delle vicende neo testamentarie, stando a quanto riportato nell’articolo di cui sopra.

 

 

4.3 Un frammento in ebraico nella Grotta 7?

 

 

Come ha giustamente osservato anche E. Muro nel suo sito web (www.breadofangels.com) l’articolo di de Vaux sulla Revue Biblique menziona anche il ritrovamento nella Grotta 7 di un piccolo frammento in ebraico su cuoio. Purtroppo l’articolo di cui sopra è del 1956, in tutte le pubblicazioni successive non c’è alcuna traccia di questo misterioso frammento a partire dalla editio princeps (DJD III) dei frammenti della Grotta 7, uscita nel 1962.

 

 

 

5. Frammenti non identificati della Grotta 7

 

 

Nella Grotta 7 esistono due casi singolari: il frammento 7Q3 e il frammento 7Q19. Questi due oggetti non sono stati attribuiti ad alcun passo noto, sebbene contengano più lettere dei frammenti di cui abbiamo discusso in precedenza e del frammento 7Q5. Nessuno studioso è tuttavia riuscito a mettere in relazione questi due documenti con passi noti della letteratura greca, sia biblica che di altra natura. Abbiamo inoltre già evidenziato come le attribuzioni di 7Q1 e 7Q2 sono state possibili introducendo alcune varianti testuali.

 

5.1 Il frammento 7Q19

 

Questo frammento è un oggetto molto particolare in quanto si tratta di un’insieme di lettere che è rimasto impresso su un blocco di argilla: l’inchiostro del papiro originario, a causa di un prolungato contatto attraverso centinaia di anni, ha lasciato traccia di un certo numero di lettere dell’antico documento sul blocco di terra. Per questa ragione non si può dire molto circa la data del manoscritto, probabilmente è stato scritto prima dell’abbandono del sito di Qumran. 7Q19 è costituito da tre porzioni, note come 7Q19,1 7Q19,2 e 7Q19,3. Delle tre, la più ampia è la parte 7Q19,1: essa contiene infatti ben trentacinque lettere disposte su sei linee di testo. Si noti comunque che almeno sei lettere sono difficilmente leggibili. I frammenti 7Q19,2 e 7Q19,3 sono meno importanti in quanto contengono ciascuno quattro lettere soltanto. Di particolare interesse sono le linee 3, 4, 5 di 7Q19,1 che contengono due parole complete (in rosso le lettere incerte secondo la editio princeps DJD III):

 

 

Linea 1

]h[

Linea 2

]hlk[

Linea 3

]ktai apo to[u

Linea 4

t]hj ktisew[j

Linea 5

]en taij grafa[ij

Linea 6

]oan[

 

                                   Tabella 15 – Trascrizione del frammento 7Q19,1.

 

Questo frammento non è attribuibile ad alcun passo oggi noto, sebbene siano stati compiuti numerosi tentativi e ricerche nei libri biblici e in altri testi non religiosi come quelli di Giuseppe Flavio, Filone di Alessandria od altri. Secondo gli estensori della editio princeps la combinazione delle parole ktisewj (che significa “creazione”) e grafaij (che significa “scritture”) deve almeno far pensare a un qualche testo di tipo teologico, forse un commentario – scritto però in greco – di qualche libro biblico. Nelle altre grotte sono stati ritrovati numerosi commentari o targum scritti in aramaico od ebraico antico.

 

La parola completa che si legge nella linea 4 è ktisewj, che in greco significa letteralmente “creazione”. Nel Nuovo Testamento questa parola occorre, con l’esatta grafia di cui alla linea 4 di 7Q19,1 nei seguenti otto passi: Marco 10:6 e 13:19, Romani 1:20 e 8:19, Colossesi 1:15, Ebrei 9:11, 2 Pietro 3:4, Apocalisse 3:14. (3) Nell’Antico Testamento secondo il testo della LXX la parola, nella grafia esatta di cui sopra, compare soltanto nel passo di Giuditta 9:12. Alla linea 5 compare una seconda parola caratteristica del documento, grafaij, che significa letteralmente “scritture”, ovvero insieme di libri, ed è il plurale di grafh, che significa “scrittura”. Il significato di “scritture” senza alcuna altra informazione aggiuntiva può risultare oscuro e applicabile a vari casi. Poiché alla linea 4 si parla di “creazione” e dato il carattere dei documenti rinvenuti nelle grotte di Qumran è stato supposto che per “scritture” si debbano intendere le “sacre scritture”, ovvero gli scritti biblici, coerentemente con quanto affermato dagli estensori della editio princeps di questo frammento. Nel Nuovo Testamento la parola grafai compare in tre passi: Marco 14:49, Matteo 26:54 e 26:56; la parola grafaij compare invece in quattro passi: Matteo 21:42, Luca 24:27, Atti 18:14 e Romani 1:2; infine la parola grafaj compare nei passi di Matteo 22:29, Marco 12:24, Luca 24:32 e 24:45, Giovanni 5:39, Atti 17:11, 1 Corinzi 15:3 e 15:4, 2 Pietro 3:16. E’ interessante osservare che nell’Antico Testamento greco (LXX) invece non compare mai la struttura grafa–.

 

Un’altra osservazione interessante è data dal fatto che nel Nuovo Testamento non ci si riferisce sostanzialmente mai alle “scritture” – intese come l’Antico Testamento ebraico – utilizzando in combinazione l’aggettivo “sacre”, in greco ieroj. In tutti i passi si parla solo di “scritture” e basta. L’unica eccezione sembra essere costituita dal passo della lettera ai Romani, v. 1:2, dove però abbiamo auton en grafa‹j ¡g…aij con l’aggettivo ¡g…aij a seguire il nome (ovvero “scritture sacre” anziché “sacre scritture”) (4). In 2 Timoteo 3:15 abbiamo invece ƒer¦ gr£mmata. Una caratteristica degli scritti ebraici in greco che parlano delle scritture bibliche è invece che le “scritture” sono sempre precedute dall’aggettivo “sacro” e quindi prima di grafaij si deve trovare un aggettivo del tipo di ieroj. Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria nel I secolo d.C. usavano riferirsi all’Antico Testamento in questo modo, in nessun punto delle loro opere parlano della Bibbia chiamandola semplicemente “le scritture” ma sempre e solo le “sacre scritture”. Viceversa nel Nuovo Testamento è prassi comune riferirsi alla Bibbia ebraica chiamandola semplicemente “scritture” omettendo l’aggettivo “sacre” (5). Per questa ragione si è supposto che se la parola della linea 5 deve essere messa in relazione alle “sacre scritture”, ovvero alla Bibbia, allora è possibile che il brano possa avere qualche affinità testuale e stilistica con il Nuovo Testamento o sia stato scritto dai primi cristiani in quanto questo è il modo caratteristico utilizzato in quel corpus di scritti di riferirsi alla Bibbia, molto più che non nell’Antico Testamento o nei brani degli scrittori giudei che erano soliti usare una maggiore deferenza. La struttura della frase en taij grafaij (che significa “nelle scritture”) è tale che l’aggettivo non può precedere grafaij ma al più seguire tale parola, essendo certa e inequivocabile la presenza della parola taij. Una simile struttura, nella stessa identica forma, la ritroviamo in Matteo 21:42 ed in Atti 18:24.

 

In ogni caso queste sono soltanto congetture in quanto di fatto non esiste alcun passo neo testamentario che possa essere attribuito al frammento 7Q19. In teoria il documento che più si può avvicinare al testo del frammento è la lettera ai Romani, visto che parla proprio di “creazione”: al v. 8:19 abbiamo in particolare la frase ¹ g¦r ¢pokaradok…a tÁj kt…sewj che è la stessa costruzione della linea 4 del frammento 7Q19,1. Per questo in linea di principio si potrebbe sostenere che 7Q19 possa essere un commentario di una lettera paolina o una sua edizione molto primitiva, come ha proposto C.P. Thiede.

 

 

5.2     Il frammento 7Q3

 

 

Il frammento papiraceo 7Q3 contiene ventisette lettere disposte su quattro linee di testo, delle quali però soltanto sedici sono leggibili con un certo grado di sicurezza. 7Q3 è stato datato paleograficamente tra il II ed il I sec. a.C., quindi si tratta di un manoscritto dello stesso periodo di 7Q1 e 7Q2 che sono stati attribuiti a passi dell’Antico Testamento: 7Q3 resta però ad oggi senza identificazione. Nella linea 2 al centro (vedi Figura 10) è visibile chiaramente la congiunzione kai, seguita da una lettera tondeggiante che potrebbe essere una omicron, una sigma, theta oppure un’epsilon. Prima del kai compaiono le lettere e + i + m, precedute probabilmente da una kappa. Avremmo così la sequenza: keim + kai.

 

Figura 10 – A sinistra, il frammento 7Q3 risulta ancora non attribuito ad alcun passo noto. In esso si sono preservate quattro linee di testo. Nella linea 1 si leggono alcune lettere danneggiate più wj o wq. Nella linea 2 keimkaij. Nella linea 3 and più un probabile spazio e tie. Restano infine alcune tracce di lettere nella linea 4 tra cui una a oppure una l. 7Q3 è stato datato paleograficamente tra il II e il I sec. a.C., come i frammenti 7Q1 e 7Q2 attribuiti, con alcune variazioni testuali, a passi dell’Antico Testamento greco (LXX).

 

La successione di lettere keim potrebbe appartenere alla parola Iwak(e)im che compare cinquantaquattro volte nell’Antico Testamento greco e in particolare ben diciotto volte (33% di tutte le occorrenze nell’A.T.) nella versione greca (LXX) del libro di Geremia (6). L’esatta grafia della parola secondo il testo oggi accettato sarebbe però Iwakim quindi avremmo già una variante testuale nel caso l’attribuzione a un passo della LXX fosse davvero corretta. In altre parole il frammento conterrebbe un’epsilon in più rispetto al testo oggi noto: si tratta di una variante fonetica ben nota, per esempio il frammento di Rylands P52 = P.Ryl.Gk. 457 (codice papiraceo dell’inizio del II sec. d.C. contenente Giovanni 18:31-33, 37-38) riporta nella linea 1 della porzione “recto” hmein invece di hmin, con un’epsilon in più. Le cinquantaquattro occorrenze della possibile parola Iwak(e)im possono essere notevolmente ristrette osservando che sul papiro essa è immediatamente seguita dalla congiunzione kai e da una ulteriore lettera che non può essere altro che omicron, epsilon, theta oppure sigma. Il trattino orizzontale dell’ipotetica epsilon o theta risulterebbe distaccato (e in questo caso anche danneggiato) dalla parte curvilinea sinistra della lettera stessa, in maniera analoga a quanto si vede alla fine linea 3 dopo lo iota. I passi dell’Antico Testamento compatibili con la linea 2 del manoscritto sarebbero quindi soltanto tre: Geremia 43:28-29, dove abbiamo (…) Iwak(e)im. Kaˆ ™re‹j OÛtwj (…), Geremia 43:32 in cui compare Iwak(e)im kaˆ œti prosetšqhsan, Ezechiele 1:2-3 in cui è (…) Iwak(e)im. (…) Kaˆ ™gšneto lÒgoj. In Geremia 43:29 ed Ezechiele 1:3 la congiunzione kai appartiene di fatto ad un’altra frase che nel testo odierno coincide con l’inizio di un nuovo versetto. Un passo come 2 Re 23:34 viene scartato in quanto in Iwakim kaˆ tÕn Iwacaj abbiamo una tau a seguire lo iota del kai e questo appare inconciliabile con le tracce di inchiostro rimaste al termine della linea 2 di 7Q3.

 

 

 

Figura 11 – La linea 2 del frammento 7Q3 potrebbe contenere la parola Iw]akeim + kai

+ sigma od epsilon.

 

 

Nel passo Geremia 43:28-29 abbiamo (…) Iwak(e)im. Kaˆ ™re‹j che potrebbe identificare la l. 2 del frammento 7Q3. Inoltre al v. 43:29 compaiono le parole di¦ t… œgrayaj che potrebbero coincidere con le lettere delta, tau, iota, epsilon di cui alla l. 3. Lo iota e l’alfa della preposizione di¦ risulterebbero non leggibili sul frammento. Le possibilità di attribuzione però si fermano purtroppo qui in quanto prima di di¦ non è possibile mettere in evidenza le lettere alfa e ni che si leggono chiaramente sul frammento. Inoltre, prima della parola Iwak(e)im non vi è alcuna traccia di una sequenza n + i + w (più un’ulteriore lettera tondeggiante dopo l’omega) che compare chiaramente alla l. 1 di 7Q3. L’unica omega possibile appartiene difatti nella parola lšgwn di cui al v. 43:27. Ecco il passo tratto dal libro del profeta Geremia secondo la versione dei LXX:

 

Geremia 43:27-30 27 Kaˆ ™gšneto lÒgoj kur…ou prÕj Ieremian met¦ tÕ katakaàsai tÕn basilša tÕ cart…on, p£ntaj toÝj lÒgouj oÞj œgrayen Barouc ¢pÕ stÒmatoj Ieremiou, lšgwn 28 P£lin lab sÝ cart…on ›teron kaˆ gr£yon p£ntaj toÝj lÒgouj toÝj Ôntaj ™pˆ toà cart…ou, oÞj katškausen Ð basileÝj Iwak(e)im. 29 kaˆ ™re‹j OÛtwj epen kÚrioj SÝ katškausaj tÕ cart…on toàto lšgwn Dt… œgrayaj ™p' aÙtù lšgwn E„sporeuÒmenoj e„sporeÚsetai Ð basileÝj Babulînoj kaˆ ™xoleqreÚsei t¾n gÁn taÚthn, kaˆ ™kle…yei ¢p' aÙtÁj ¥nqrwpoj kaˆ kt»nh; 30 di¦ toàto oÛtwj epen kÚrioj ™pˆ Iwakim basilša Iouda OÙk œstai aÙtù kaq»menoj ™pˆ qrÒnou Dauid, kaˆ tÕ qnhsima‹on aÙtoà œstai ™rrimmšnon ™n tù kaÚmati tÁj ¹mšraj kaˆ ™n tù pagetù tÁj nuktÒj

 

In Geremia 43:32 le uniche lettere che si possono far coincidere con il papiro sono quelle della l. 2, il resto del testo è assolutamente inconciliabile con quanto contenuto in 7Q3. Il passo di Ezechiele presenta problemi analoghi da un punto di vista papirologico, inoltre la frase che qui interessa come parte del v. 1:2 (toàto tÕ œtoj tÕ pšmpton tÁj a„cmalws…aj toà basilšwj Iwak(e)im = era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachin) non compare nei manoscritti più antichi della LXX e sembra essere una glossa inserita posteriormente nel testo.

 

Abbiamo poi eseguito una piccola ricerca informatica nell’Antico Testamento greco, visualizzando i versetti che contengono le parole con le tre lettere eim e la congiunzione kai che caratterizzano la l. 2 di 7Q3 (7). Questa semplice ricerca non tiene conto dell’esistenza di varianti testuali della LXX e della possibilità di errori scribali in 7Q3. Ezechiele 40:16 contiene l’interessante sequenza qeim kaˆ ™pˆ, però la presenza della lettera theta in qeim non sembra proprio conciliabile con quanto si legge sul papiro all’inizio della l. 2, inoltre non si riescono ad evidenziare altre lettere utili nel testo. Discorso analogo per Neemia 3:8, dove avremmo la frase Rwkeim kaˆ katšlipon: qui non sembrano per nulla convincenti l’omega di Rwkeim e la kappa richiesta dal testo dopo la congiunzione kai, oltre al fatto che nei vv. successivi non si riescono a trovare altre lettere utili per un tentativo di identificazione. In conclusione si può dire che tutti questi passi non soddisfano quanto richiesto dal frammento 7Q3 che resta pertanto senza alcuna attribuzione.

 

 

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NOTE AL TESTO


 

(1) Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 6,16,1-4.

 

(2) Roland Guérin de Vaux (1903-1970), padre domenicano, archeologo, direttore dell’Ecole Biblique et Archéologique di Gerusalemme all’epoca della scoperta dei manoscritti di Qumran, è stato direttore della missione archeologica presso il sito di Khirbet Qumran e responsabile della pubblicazione dei manoscritti. Uno scienziato di assoluto rilievo, quindi, nelle vicende legate al sito archeologico di Qumran e dei manoscritti.

 

(3) L’esatta struttura thj ktisewj compare soltanto in Romani 8:19, Ebrei 9:11 e Apocalisse 3:14.

 

(4) Agiaij in greco significa letteralmente “degno di venerazione”, “venerabile”.

 

(5) Solo in 1 Romani 1:2 l’aggettivo viene posposto al termine “scritture”.

 

(6) Un tentativo di attribuzione di 7Q3 al libro di Geremia è stato tentato da M. Baillet, Les manuscrits de la grotte 7 de Qumran et le Nouveau Testament, Biblica, 53, 1972 e Biblica, 54, 1973. Il numero e la natura delle varianti introdotte rende però questo tentativo alquanto pretenzioso. Secondo O’Callaghan il 7Q3 non è identificabile, cfr. Los Papiros Griegos de la Cueva 7 de Qumran, Madrid, 1974, pp. 89-91.

 

(7) Semplice ricerca eseguita con il software La Parola 6.30, di R. Wilson.

 

 

 


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