Gli Esseni nelle opere degli storici del I secolo dopo Cristo

 

 

 

Filone di Alessandria (13 a.C. – 45 d.C.)

da: Quod omnis probus liber sit (Ogni uomo onesto sia libero), 2.457-459

 

 

La prima cosa su costoro è che abitano in villaggi, fuggendo dalla città a motivo delle empietà che abitualmente in esse si commettono dagli abitanti, ben sapendo che la loro compagnia avrebbe un effetto deleterio sulle loro anime come una malattia portata da una atmosfera pestilenziale. Tra loro, alcuni lavorano la terra, altri esercitano mestieri diversi che cooperano alla pace rendendosi utili a se stessi e alloro prossimo. Non accumulano argento e oro, né si appropriano di vaste tenute con il desiderio di trarne vantaggio ma semplicemente per procurarsi il fabbisogno essenziale per la vita. Mentre in tutta l'umanità sono pressoché gli unici a vivere senza beni e senza possedimenti, per la libera elezione e non per un rovescio di fortuna, si giudicano straordinariamente ricchi giacché ritengono che la frugalità con la gioia sia come in realtà è, un sovrabbondante benessere. Tra di loro invano si cercherebbe un fabbricante di frecce, di giavellotti, di spade di elmi, di corazze, di scudi, di armi, di macchine militari o di qualsiasi strumento di guerra o di oggetti pacifici che potrebbero essere usati per fare del male. Neppure in sogno hanno la benché minima idea del commercio grande o piccolo o della navigazione: respingono infatti quanto potrebbe eccitare in loro la cupidità.

 

Fra di loro non v'è neppure uno schiavo: tutti sono liberi e si aiutano l'un l'altro. Non solo condannano i padroni come ingiusti in quanto ledono l'uguaglianza, ma anche come empi poiché violano la legge naturale che ha generato e nutrito tutti gli uomini allo stesso modo, come una madre, facendone veramente dei fratelli, non di nome, ma in realtà. Questa parentela fu lesa dall'astuta cupidità che le ha inferto dei colpi mortali, installando l'inimicizia in luogo dell'affinità, l'odio in luogo dell'amore... [...] studiano con grande impegno l'etica servendosi costantemente delle leggi dei loro padri, che l'anima umana non avrebbe potuto concepire senza la divina ispirazione. In queste leggi si istruiscono in ogni tempo, ma soprattutto nel settimo giorno. Il settimo giorno è, infatti, giudicato sacro e in esso si astengono da tutte le altre occupazioni per radunarsi in luoghi sacri che chiamano sinagoghe. Quivi, sistemati in file secondo l'età, i giovani sotto gli anziani, si siedono in modo conveniente con le orecchie pronte ad ascoltare. Uno di loro prende poi i libri e legge a voce alta, mentre un altro, tra i più istruiti, si fa avanti e spiega ciò che non è di facile comprensione. Generalmente, tra loro l'insegnamento è impartito per mezzo di simboli secondo un'antica tradizione. Imparano la pietà, la santità, la giustizia, le virtù domestiche e civiche, la conoscenza di ciò che è veramente bene o male o indifferente, la scelta di ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare. In questo si servono di queste tre norme basilari: l'amore di Dio, l'amore della virtù, l'amore degli uomini.

 

Prima di tutto non v'è alcuna casa che sia di proprietà di una persona: ogni casa è di tutti. Giacché oltre al fatto che abitano insieme in confraternite, la loro casa è aperta a tutti i visitatori, da qualsiasi parte giungano, che condividono le loro convinzioni. In secondo luogo, hanno un'unica cassa per tutti e le spese sono comuni: in comune sono i vestiti, in comune è preso il vitto, avendo essi adottato l'uso dei pasti in comune. Una maggiore realizzazione dello stesso tetto, dello stesso genere di vita e della stessa mensa invano la si cercherebbe altrove. Giacché tutto ciò che ricevono come salario giornaliero del lavoro non lo conservano in proprio, ma lo depongono nel fondo comune, affinché sia impiegato a beneficio di tutti quanti desiderano servirsene. Non sono trascurati i malati per il fatto che non possono produrre nulla. Infatti, quanto occorre per curarli è a loro disposizione grazie ai fondi comuni e non temono di fare larghe spese attingendo a ricchezze sicure. I vecchi sono circondati di rispetto e cure come genitori assistiti nella loro vecchiaia da veri figli con larghezza generosa, aiutandoli con innumerevoli mani e circondandoli di premurosa attenzione.

 

 

 

 

Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.)

da: Naturalis Historia (Storia naturale), 5.17

 

 

A ovest [del Mar Morto], gli Esseni hanno posto la necessaria distanza tra loro e l’insalubre costa. Essi sono un popolo unico nel suo genere e ammirevoli sopra tutti gli altri nel mondo intero, senza donne e avendo completamente rinunciato all’amore, senza denaro e avendo per compagnia solo gli alberi da palma. Grazie alla moltitudine dei nuovi arrivati, questo popolo rinasce ogni giorno in eguale numero; in verità affluiscono in gran numero coloro che, stanchi delle alterne vicende della fortuna, la vita indirizza ad adottare i loro costumi. Così, incredibile a dirsi, da migliaia di secoli esiste un popolo che è eterno ma in cui non nasce nessuno: talmente fecondo per essi è il pentimento che altri provano per le proprie vite passate! Al disotto degli Esseni vi era la città di Engedi, seconda solo a Gerusalemme per fertilità e boschetti di palme, ma oggi è diventata un’altro cumulo di cenere. Poi vi è la fortezza di Masada, situata su uno scoglio e non lontano il Mar Morto. E fin qui arriva la Giudea.

 

Testo in latino:

 

Ab occidente litora Esseni fugiunt usque qua nocent: gens sola et in toto orbe praeter ceteras mira, sine ulla femina, omni venere abdicata sine pecunia. In diem ex aequo convenarum turba renascitur, large frequentantibus quos vita fessos ad mores eorum fortunae fluctibus agit. Ita per seculorum milia - incredibile dictu - gens aeterna est, in qua nemo nascitur: tam fecunda illis aliorum vitae paenitentia est! Infra hos Engada oppidum fuit, secundum ab Hierosolymis fertilitate palmetorumque nemoribus, nunc alterum bustum. Inde Masada castellum in rupe, et ipsum haud procul Asphaltite. Et hactenus Iudaea est.

 

 

 

 

Giuseppe Flavio (37-103 d.C.)

da: Guerra Giudaica, Libro 2, 119-161

 

 

[119] Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche: ad una appartengono i Farisei, alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità, quelli che si chiamano Esseni, i quali sono giudei di nascita, legati da mutuo amore più strettamente degli altri. [120] Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato, e perciò adottano i figli degli altri quando sono ancora disciplinabili allo studio, e li considerano persone di famiglia e li educano ai loro principi; [121] non è che condannino in assoluto il matrimonio e l'aver figli, ma si difendono dalla lascivia delle donne perché ritengono che nessuna rimanga fedele a uno solo.

 

[122] Non curano la ricchezza ed è mirabile il modo come attuano la comunità dei beni, giacché è impossibile trovare presso di loro uno che possegga più degli altri; la regola è che chi entra metta il suo patrimonio a disposizione della comunità, sì che in mezzo a loro non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza, ed essendo gli averi di ciascuno uniti insieme, tutti hanno un unico patrimonio come tanti fratelli. [123] Considerano l'olio una sozzura, e se qualcuno involontariamente si unge, pulisce il corpo; infatti hanno cura di tener la pelle asciutta e di vestire sempre di bianco. Gli amministratori dei beni comuni vengono scelti mediante elezione, e così pure da tutti vengono designati gli incaricati dei vari uffici.

 

[124] Essi non costituiscono un'unica città, ma in ogni città ne convivono molti. Quando arrivano degli appartenenti alla setta da un altro paese, essi gli mettono a disposizione tutto ciò che hanno come se fosse proprietà loro, e quelli s'introducono presso persone mai viste prima come se fossero amici di vecchia data; [125] perciò, quando viaggiano, non portano seco assolutamente nulla, salvo le armi contro i briganti. In ogni città viene eletto dall'ordine un curatore dei forestieri, che provvede alle vesti e al mantenimento. [126] Quanto agli abiti e all'aspetto della persona, assomigliano ai ragazzi educati con rigorosa disciplina. Non cambiano abiti né calzari se non dopo che i vecchi siano completamente stracciati o consumati dal tempo. [127] Fra loro nulla comprano o vendono, ma ognuno oltre quanto ha a chi ne ha bisogno e ne riceve ciò di cui ha bisogno lui; e anche senza contraccambio è lecito a loro di prendere da chi vogliano.

 

[128] Verso la Divinità sono di una pietà particolare; prima che si levi il sole non dicono una sola parola su argomenti profani, ma soltanto gli rivolgono certe tradizionali preghiere, come supplicandolo di sorgere. [129] Poi ognuno viene inviato dai superiori al mestiere che sa fare, e dopo aver lavorato con impegno fino all'ora quinta, di nuovo si riuniscono insieme e, cintisi i fianchi di una fascia di lino, bagnano il corpo in acqua fredda, e dopo questa purificazione entrano in un locale riservato dove non è consentito entrare a nessuno di diversa fede, ed essi in stato di purezza si accostano alla mensa come a un luogo sacro. [130] Dopo che si sono seduti in silenzio, il panettiere distribuisce in ordine i pani e il cuciniere serve a ognuno un solo piatto con una sola vivanda. [131] Prima di mangiare, il sacerdote pronuncia una preghiera e nessuno può toccare cibo prima della preghiera. Dopo che hanno mangiato, quello pronuncia un'altra preghiera; così al principio e alla fine essi rendono onore a Dio come dispensatore della vita. Quindi, deposte le vesti da pranzo come paramenti sacri, tornano al lavoro fino a sera. [132] Al rientro mangiano allo stesso modo, in compagnia degli ospiti, se ve ne sono. Mai un grido o un alterco, disturba la quiete della casa, ma conversano ordinatamente cedendosi scambievolmente la parola. [133] A quelli di fuori il silenzio di là dentro dà l'impressione di un pauroso mistero, mentre esso nasce da una continua sobrietà e dall'uso di mangiare e di bere solo fino a non aver più fame o sete.

 

[134] Ogni cosa essi fanno secondo gli ordini dei superiori salvo due, in cui sono liberi di regolarsi da sé: l'assistenza e l'elemosina; infatti possono soccorrere a piacimento una persona degna che sia nel bisogno, come pure dar da mangiare ai poveri. Ma far regali ai parenti non si può senza l'autorizzazione dei superiori. [135] Sono giusti dispensatori di castighi, capaci di tenere a freno i sentimenti, custodi della lealtà, promotori di pace. Tutto ciò che essi dicono vale più di un giuramento, ma si astengono dal giurare considerandolo cosa peggiore che lo spergiurare; dicono infatti che è già condannato chi non è creduto senza invocare Dio. [136] Hanno uno straordinario interesse per le opere degli antichi autori, scegliendo soprattutto quelle che giovano all'anima e al corpo; ivi per la cura delle malattie essi studiano le radici medicamentose e le proprietà delle pietre.

 

[137] A chi desidera far parte della loro setta non viene concesso di entrare immediatamente, ma lasciandolo fuori per un anno gli fanno seguire la stessa norma di vita, dandogli una piccola scure e la predetta fascia per i fianchi e una veste bianca. [138] Dopo che in questo periodo di tempo egli abbia dato prova della sua temperanza, viene ammesso a un più completo esercizio della regola e ottiene acque più pure per la purificazione, ma non ancora è introdotto nella comunità. Infatti dopo aver dimostrato la sua fermezza per altri due anni viene sottoposto a un esame del carattere e solo allora, se appare degno, viene ascritto alla comunità. [139] Ma prima di toccare il cibo comune, egli presta a loro terribili giuramenti: in primo luogo di venerare Dio, poi di osservare la giustizia verso gli uomini e di non far danno ad alcuno né di propria volontà né per comando, e di combattere sempre gli ingiusti e di aiutare i giusti; [140] di essere sempre ubbidiente verso tutti, specie verso coloro che esercitano un potere, perché nessuno può esercitare un potere senza la volontà di Dio; e se poi tocchi a lui di esercitare un potere, di non approfittarne per commettere abusi, e di non distinguersi da quelli a lui sottoposti per splendore di vesti o per qualche altra insegna di superiorità; di amare sempre la verità e di smascherare i bugiardi; [141] di trattenere le mani dal furto e di serbare l'anima incontaminata da un empio guadagno e di non tener nulla celato ai membri della comunità e di non svelare ad altri nulla delle loro cose, anche se torturato fino alla morte. [142] Inoltre egli giura di non trasmettere ad alcuno le regole in forma diversa da come le ha ricevute, di astenersi dal brigantaggio e di custodire i libri della loro setta con la stessa cura che i nomi degli angeli. Tali sono i giuramenti con cui gli Esseni si garantiscono dai proseliti.

 

[143] Quelli che sono trovati colpevoli di gravi crimini li espellono dalla comunità. Chi subisce tale condanna spesso fa una fine assai miseranda; infatti, vincolato dai giuramenti e dalle abitudini, non riesce nemmeno a mangiare ciò che mangiano gli altri, e cibandosi di erba e consumando il corpo con la fame finisce per morire. [144] Perciò gli Esseni ne riammisero molti per compassione, quando erano in fin di vita, giudicando castigo sufficiente per le loro colpe un tormento che li aveva portati sull'orlo della morte.

 

[145] Nelle liti giudiziarie sono assai precisi e giusti, e celebrano i processi adunandosi in numero non inferiore a cento, e le loro sentenze sono inappellabili. Presso di loro dopo Dio è tenuto in onore il nome del legislatore, e se uno lo bestemmia è punito con la morte. [146] Si fanno un pregio di ubbidire ai più anziani e al volere della maggioranza; se, per esempio, stanno insieme dieci persone, nessuno parlerebbe, se gli altri preferiscono il silenzio. [147] E si guardano dallo sputare in mezzo alla compagnia o voltandosi verso destra, e con più rigore di tutti gli altri giudei si astengono dal lavoro nel settimo giorno; non solo infatti si preparano da mangiare il giorno prima, per non accendere il fuoco quel giorno, ma non ardiscono neppure di muovere un arnese né di andare di corpo. [148] Invece, negli altri giorni, scavano una buca della profondità di un piede con la zappetta - a questa infatti assomiglia la piccola scure che viene consegnata da loro ai neofiti -, e avvolgendosi nel mantello, per non offendere i raggi di Dio, vi si siedono sopra. [149] Poi gettano nella buca la terra scavata, e ciò fanno scegliendo i luoghi più solitari. E sebbene l'espulsione degli escrementi sia un fatto naturale, la regola impone di lavarsi subito dopo come per purificarsi da una contaminazione.

 

[150] Si dividono in quattro categorie a seconda dell'anzianità nella regola, e i neofiti sono tanto al di sotto dei vecchi adepti, che se per caso questi li toccano si lavano come se fossero venuti a contatto con uno straniero. [151] Sono anche longevi, dato che i più passano i cento anni, e ciò, io credo, grazie alla vita semplice e ordinata; disprezzano poi i pericoli e vincono i dolori con la ragione mentre la morte, quando giunga onorata, la considerano preferibile all'immortalità. [152] Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il legislatore o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza nemmeno una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. [153] Ma sorridendo tra i dolori, e prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l'anima come certi di tornare a riceverla.

 

[154] E infatti presso di loro è salda la credenza che mentre i corpi sono corruttibili, e che non durano gli elementi di cui sono composti, invece le anime immortali vivono in eterno e, venendo giù dall'etere più leggero, restano impigliate nei corpi come dentro carceri quasi attratte da una sorta di incantesimo naturale,  [155] ma quando siano sciolte dai vincoli della carne, come liberate da una lunga schiavitù, allora sono felici e volano verso l'alto. Con una concezione simile a quella dei figli dei greci, essi ritengono che alle anime buone è riservato di vivere al di là dell'oceano in un luogo che non è molestato né dalla pioggia né dalla neve né dalla calura, ma ricreato da un soave zefiro che spira sempre dall'oceano; invece alle anime cattive attribuiscono un antro buio e tempestoso, pieno di supplizi senza fine. [156] Mi pare che, con la stessa visione, i greci ai loro uomini valorosi, che chiamano eroi e semidei, abbiano riservato le isole dei beati, invece alle anime dei malvagi il posto degli empi giù nell'Ade, dove anche raccontano che sono puniti quelli come Sisifo, Tantalo, Issione e Titio: così i greci in primo luogo ammettono che le anime sono immortali, e poi spingono alla virtù e ritraggono dal vizio. [157] Ritengono infatti che i buoni durante la vita diventano migliori per la speranza di ricevere un premio anche dopo la morte, mentre le cattive intenzioni dei malvagi risultano compresse dalla paura di chi, se pure riuscisse a farla franca in vita, teme un eterno castigo dopo la morte. [158] Queste sono dunque le credenze degli Esseni intorno all'anima, che rappresentano un'attrazione irresistibile per tutti quelli che una volta abbiano assaporato la loro dottrina.

 

[159] Vi sono poi in mezzo a loro di quelli che si dichiarano capaci anche di prevedere il futuro, esercitati fin da ragazzi nella lettura dei libri sacri, in varie forme di purificazione e nelle sentenze dei profeti; è raro che falliscano nelle predizioni. [160] Vi è anche un altro gruppo di Esseni, simile a quello precedente nella vita, negli usi e nelle leggi, ma diverso per la concezione del matrimonio. Ritengono infatti che chi non si sposa è come se amputasse la parte principale della vita, la sua propagazione, e anzi osservano che se tutti la pensassero a quel modo la stirpe umana ben presto si estinguerebbe. [161] Pertanto essi sottopongono le spose a un periodo di prova di tre anni, e le sposano solo dopo che quelle hanno dato prova di fecondità in tre periodi di purificazione. Con le gravide non hanno rapporti, dimostrando così che si sono sposati non per il piacere ma per avere figli. Quando prendono il bagno, le donne sono coperte di una veste, gli uomini hanno una fascia. Tali sono gli usi di questo gruppo.

 

Testo greco traslitterato (Flavius Josephus. Flavii Iosephi opera. B. Niese. Berlin. Weidmann. 1895):

 

[119] Tria gar para Ioudaiois eidê philosopheitai, kai tou men hairetistai Pharisaioi, tou de Saddoukaioi, triton de, ho dê kai dokei semnotêta askein, Essênoi kalountai, Ioudaioi men genos ontes, philallêloi de kai tôn allôn pleon. [120] houtoi tas men hêdonas hôs kakian apostrephontai, tên de enkrateian kai to mê tois pathesin hupopiptein aretên hupolambanousin. kai gamou men par' autois huperopsia, tous d' allotrious paidas eklambanontes hapalous eti pros ta mathêmata sungeneis hêgountai kai tois êthesin autôn entupousi, [121] ton men gamon kai tên ex autou diadokhên ouk anairountes, tas de tôn gunaikôn aselgeias phulattomenoi kai mêdemian têrein pepeismenoi tên pros hena pistin.

[122] Kataphronêtai de ploutou, kai thaumasion autois to koinônikon, oude estin heurein ktêsei tina par' autois huperekhonta: nomos gar tous eis tên hairesin eisiontas dêmeuein tôi tagmati tên ousian, hôste en hapasin mête penias tapeinotêta phainesthai mêth' huperokhên ploutou, tôn d' hekastou ktêmatôn anamemigmenôn mian hôsper adelphois hapasin ousian einai. [123] kêlida d' hupolambanousi to elaion, kan aleiphthêi tis akôn, smêkhetai to sôma: to gar aukhmein en kalôi tithentai leukheimonein te diapantos. kheirotonêtoi d' hoi tôn koinôn epimelêtai kai adiairetoi pros hapantôn eis tas khreias hekastoi.

[124] Mia d' ouk estin autôn polis all' en hekastêi metoikousin polloi. kai tois heterôthen hêkousin hairetistais pant' anapeptatai ta par' autois homoiôs hôsper idia, kai pros hous ou proteron eidon eisiasin hôs sunêthestatous: [125] dio kai poiountai tas apodêmias ouden men holôs epikomizomenoi, dia de tous lêistas enoploi. kêdemôn d' en hekastêi polei tou tagmatos exairetôs tôn xenôn apodeiknutai tamieuôn esthêta kai ta epitêdeia. [126] katastolê de kai skhêma sômatos homoion tois meta phobou paidagôgoumenois paisin. oute de esthêtas oute hupodêmata ameibousi prin diarragênai to proteron pantapasin ê dapanêthênai tôi khronôi. [127] ouden d' en allêlois out' agorazousin oute pôlousin, alla tôi khrêizonti didous hekastos ta par' autôi to par' ekeinou khrêsimon antikomizetai: kai khôris de tês antidoseôs akôlutos hê metalêpsis autois par' hôn an thelôsin.

[128] Pros ge mên to theion eusebeis idiôs: prin gar anaskhein ton hêlion ouden phthengontai tôn bebêlôn, patrious de tinas eis auton eukhas hôsper hiketeuontes anateilai. [129] kai meta tauta pros has hekastoi tekhnas isasin hupo tôn epimelêtôn diaphientai, kai mekhri pemptês hôras ergasamenoi suntonôs palin eis hen sunathroizontai khôrion, zôsamenoi te skepasmasin linois houtôs apolouontai to sôma psukhrois hudasin, kai meta tautên tên hagneian eis idion oikêma suniasin, entha mêdeni tôn heterodoxôn epitetraptai parelthein: autoi te katharoi kathaper eis hagion ti temenos paraginontai to deipnêtêrion. [130] kai kathisantôn meth' hêsukhias ho men sitopoios en taxei paratithêsi tous artous, ho de mageiros hen angeion ex henos edesmatos hekastôi paratithêsin. [131] prokateukhetai d' ho hiereus tês trophês, kai geusasthai tina prin tês eukhês athemiton: aristopoiêsamenos d' epeukhetai palin: arkhomenoi te kai pauomenoi gerairousi theon hôs khorêgon tês zôês. epeith' hôs hieras katathemenoi tas esthêtas palin ep' erga mekhri deilês trepontai. [132] deipnousi d' homoiôs hupostrepsantes sunkathezomenôn tôn xenôn, ei tukhoien autois parontes. oute de kraugê pote ton oikon oute thorubos miainei, tas de lalias en taxei parakhôrousin allêlois. [133] kai tois exôthen hôs mustêrion ti phrikton hê tôn endon siôpê kataphainetai, toutou d' aition hê diênekês nêpsis kai to metreisthai par' autois trophên kai poton mekhri korou.

[134] Tôn men oun allôn ouk estin ho ti mê tôn epimelêtôn prostaxantôn energousi, duo de tauta par' autois autexousia, epikouria kai eleos: boêthein te gar tois axiois, hopotan deôntai, kai kath' heautous ephietai kai trophas aporoumenois oregein. tas de eis tous sungeneis metadoseis ouk exesti poieisthai dikha tôn epitropôn. [135] orgês tamiai dikaioi, thumou kathektikoi, pisteôs prostatai, eirênês hupourgoi. kai pan men to rhêthen hup' autôn iskhuroteron horkou, to de omnuein autois periistatai kheiron tês epiorkias hupolambanontes: êdê gar kategnôsthai phasin ton apistoumenon dikha theou. [136] spoudazousi d' ektopôs peri ta tôn palaiôn suntagmata malista ta pros ôpheleian psukhês kai sômatos eklegontes: enthen autois pros therapeian pathôn rhizai te alexêtêrion kai lithôn idiotêtes anereunôntai.

[137] Tois de zêlousin tên hairesin autôn ouk euthus hê parodos, all' epi eniauton exô menonti tên autên hupotithentai diaitan axinarion te kai to proeirêmenon perizôma kai leukên esthêta dontes. [138] epeidan de toutôi tôi khronôi peiran enkrateias dôi, proseisin men engion têi diaitêi kai katharôterôn tôn pros hagneian hudatôn metalambanei, paralambanetai de eis tas sumbiôseis oudepô. meta gar tên tês karterias epideixin dusin allois etesin to êthos dokimazetai kai phaneis axios houtôs eis ton homilon enkrinetai. [139] prin de tês koinês hapsasthai trophês horkous autois omnusi phrikôdeis, prôton men eusebêsein to theion, epeita ta pros anthrôpous dikaia phulaxein kai mête kata gnômên blapsein tina mête ex epitagmatos, misêsein d' aei tous adikous kai sunagônieisthai tois dikaiois: [140] to piston aei pasin parexein, malista de tois kratousin: ou gar dikha theou perigenesthai tini to arkhein: kan autos arkhêi, mêdepote exubrisein eis tên exousian mêd' esthêti tini ê pleioni kosmôi tous hupotetagmenous huperlamprunesthai. [141] tên alêtheian agapan aei kai tous pseudomenous proballesthai: kheiras klopês kai psukhên anosiou kerdous katharan phulaxein kai mête krupsein ti tous hairetistas mêth' heterois autôn ti mênusein, kan mekhri thanatou tis biazêtai. [142] pros toutois omnusin mêdeni men metadounai tôn dogmatôn heterôs ê hôs autos metelaben, aphexesthai de lêisteias kai suntêrêsein homoiôs ta te tês haireseôs autôn biblia kai ta tôn angelôn onomata. toioutois men horkois tous prosiontas exasphalizontai.

[143] Tous d' ep' axiokhreois hamartêmasin halontas ekballousi tou tagmatos. ho d' ekkritheis oiktistôi pollakis morôi diaphtheiretai: tois gar horkois kai tois ethesin endedemenos oude tês para tois allois trophês dunatai metalambanein, poêphagôn de kai limôi to sôma têkomenos diaphtheiretai. [144] dio dê pollous eleêsantes en tais eskhatais anapnoais anelabon, hikanên epi tois hamartêmasin autôn tên mekhri thanatou basanon hêgoumenoi.

[145] Peri de tas kriseis akribestatoi kai dikaioi, kai dikazousi men ouk elattous tôn hekaton sunelthontes, to d' horisthen hup' autôn akinêton. sebas de mega par' autois meta ton theon tounoma tou nomothetou, kan blasphêmêsêi tis eis touton kolazetai thanatôi. [146] tois de presbuterois hupakouousin kai tois pleiosin en kalôi: deka goun sunkathezomenôn ouk an lalêseien tis akontôn tôn ennea. [147] kai to ptusai de eis mesous ê to dexion meros phulassontai kai tais hebdomasin ergôn ephaptesthai diaphorôtata Ioudaiôn hapantôn: ou monon gar trophas heautois pro mias hêmeras paraskeuazousin, hôs mê pur enauoien ekeinên tên hêmeran, all' oude skeuos ti metakinêsai tharrousin oude apopatein. [148] tais d' allais hêmerais bothron orussontes bathos podiaion têi skalidi, toiouton gar estin to didomenon hup' autôn axinidion tois neosustatois, kai perikalupsantes thoimation, hôs mê tas augas hubrizoien tou theou, thakeuousin eis auton. [149] epeita tên anorukhtheisan gên ephelkousin eis ton bothron: kai touto poiousi tous erêmoterous topous eklegomenoi. kaiper dê phusikês ousês tês tôn lumatôn ekkriseôs apolouesthai met' autên kathaper memiasmenois ethimon.

[150] Diêirêntai de kata khronon tês askêseôs eis moiras tessaras, kai tosouton hoi metagenesteroi tôn progenesterôn elattountai, hôst' ei psauseian autôn, ekeinous apolouesthai kathaper allophulôi sumphurentas. [151] kai makrobioi men, hôs tous pollous huper hekaton parateinein etê, dia tên haplotêta tês diaitês emoige dokein kai tên eutaxian, kataphronêtai de tôn deinôn, kai tas men algêdonas nikôntes tois phronêmasin, ton de thanaton, ei met' eukleias proseisi, nomizontes athanasias ameinona. [152] diêlenxen de autôn en hapasin tas psukhas ho pros Rhômaious polemos, en hôi strebloumenoi te kai lugizomenoi kaiomenoi te kai klômenoi kai dia pantôn hodeuontes tôn basanistêriôn organôn, hin' ê blasphêmêsôsin ton nomothetên ê phagôsin ti tôn asunêthôn, oudeteron hupemeinan pathein, all' oude kolakeusai pote tous aikizomenous ê dakrusai. [153] meidiôntes de en tais algêdosin kai kateirôneuomenoi tôn tas basanous prospherontôn euthumoi tas psukhas êphiesan hôs palin komioumenoi.

[154] Kai gar errôtai par' autois hêde hê doxa, phtharta men einai ta sômata kai tên hulên ou monimon autôn, tas de psukhas athanatous aei diamenein, kai sumplekesthai men ek tou leptotatou phoitôsas aitheros hôsper heirktais tois sômasin iungi tini phusikêi kataspômenas, [155] epeidan de anethôsi tôn kata sarka desmôn, hoia dê makras douleias apêllagmenas tote khairein kai meteôrous pheresthai. kai tais men agathais homodoxountes paisin Hellênôn apophainontai tên huper ôkeanon diaitan apokeisthai kai khôron oute ombrois oute niphetois oute kaumasi barunomenon, all' hon ex ôkeanou praüs aei zephuros epipneôn anapsukhei: tais de phaulais zophôdê kai kheimerion aphorizontai mukhon gemonta timôriôn adialeiptôn. [156] dokousi de moi kata tên autên ennoian Hellênes tois te andreiois autôn, hous hêrôas kai hêmitheous kalousin, tas makarôn nêsous anatetheikenai, tais de tôn ponêrôn psukhais kath' haidou ton asebôn khôron, entha kai kolazomenous tinas muthologousin, Sisuphous kai Tantalous Ixionas te kai Tituous, prôton men aidious huphistamenoi tas psukhas, epeita eis protropên aretês kai kakias apotropên. [157] tous te gar agathous ginesthai kata ton bion ameinous elpidi timês kai meta tên teleutên, tôn te kakôn empodizesthai tas hormas deei prosdokôntôn, ei kai lathoien en tôi zên, meta tên dialusin athanaton timôrian huphexein. [158] tauta men oun Essênoi peri psukhês theologousin aphukton delear tois hapax geusamenois tês sophias autôn kathientes.

[159] Eisin d' en autois hoi kai ta mellonta proginôskein hupiskhnountai, biblois hierais kai diaphorois hagneiais kai prophêtôn apophthegmasin empaidotriboumenoi: spanion d' ei pote en tais proagoreusesin astokhousin.

[160] Estin de kai heteron Essênôn tagma, diaitan men kai ethê kai nomima tois allois homophronoun, diestôs de têi kata gamon doxêi: megiston gar apokoptein oiontai tou biou meros, tên diadokhên, tous mê gamountas, mallon de, ei pantes to auto phronêseian, eklipein an to genos takhista. [161] dokimazontes mentoi trietiai tas gametas, epeidan tris katharthôsin eis peiran tou dunasthai tiktein, houtôs agontai. tais d' enkumosin oukh homilousin, endeiknumenoi to mê di' hêdonên alla teknôn khreian gamein. loutra de tais gunaixin ampekhomenais endumata, kathaper tois andrasin en perizômati. toiauta men ethê toude tou tagmatos.

 

 

 

Giuseppe Flavio (37-103 d.C.)

da: Antichità Giudaiche, Libro 13, 171-173

 

[171] Ora in questo periodo vi erano tra i Giudei tre correnti di pensiero che tenevano opinioni diverse riguardo alle cose umane. La prima corrente è detta dei Farisei, l'altra dei Sadducei, la terza degli Esseni. [172] I Farisei dicono che certi eventi sono opera del destino, ma non tutti; mentre altri eventi, se avvengono o meno, dipendono da noi. La corrente degli Esseni, invece, sostiene che il destino è signore di tutto quanto avviene e che nulla accade agli uomini senza che sia conforme al suo decreto. [173] I Sadducei prescindono dal destino, sostenendo che esso non esiste e che le azioni umane non si realizzano in base al decreto, ma che tutte le cose sono in potere nostro, di modo che noi stessi siamo responsabili del nostro bene e noi subiamo la sfortuna a motivo della nostra irriflessione. Di questa materia ho dato un'analisi più dettagliata nel libro secondo della Guerra Giudaica.

 

Testo greco traslitterato (Flavius Josephus. Flavii Iosephi opera. B. Niese. Berlin. Weidmann. 1892):

 

[171] Kata de ton khronon touton treis haireseis tôn Ioudaiôn êsan, hai peri tôn anthrôpinôn pragmatôn diaphorôs hupelambanon, hôn hê men Pharisaiôn elegeto, hê de Saddoukaiôn, hê tritê de Essênôn. [172] hoi men oun Pharisaioi tina kai ou panta tês heimarmenês ergon einai legousin, tina d' eph' heautois huparkhein sumbainein te kai mê ginesthai. to de tôn Essênôn genos pantôn tên heimarmenên kurian apophainetai kai mêden ho mê kat' ekeinês psêphon anthrôpois apantan. [173] Saddoukaioi de tên men heimarmenên anairousin ouden einai tautên axiountes oude kat' autên ta anthrôpina telos lambanein, hapanta de eph' hêmin autois keisthai, hôs kai tôn agathôn aitious hêmas ginomenous kai ta kheirô para tên hêmeteran aboulian lambanontas. alla peri men toutôn akribesteran pepoiêmai dêlôsin en têi deuterai biblôi tês Ioudaïkês pragmateias.

 

 

Giuseppe Flavio (37-103 d.C.)

da: Antichità Giudaiche, Libro 15, 371-372

 

[371] E quelli che da noi sono detti Esseni erano esentati da questo obbligo [nota: un giuramento di fedeltà ad Erode il Grande]. Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai Greci fu insegnato da Pitagora. Di costoro parlerò più chiaramente altrove. [372] E’ bene tuttavia esporre il motivo per cui (Erode) teneva in onore gli Esseni e aveva di loro una considerazione più alta della (semplice) natura mortale; poiché tale discorso non è fuori luogo in un'opera di storia, dato che illustrerà allo stesso tempo qual era la generale stima (che vi era) su costoro.

 

Testo greco traslitterato (Flavius Josephus. Flavii Iosephi opera. B. Niese. Berlin. Weidmann. 1892):

 

[371] apheithêsan de tautês tês anankês kai hoi par' hêmin Essaioi kaloumenoi: genos de tout' estin diaitêi khrômenon têi par' Hellêsin hupo Puthagorou katadedeigmenêi. [372] peri toutôn men oun en allois saphesteron diexeimi. tous de Essênous aph' hoias aitias etima meizon ti phronôn ep' autois ê kata tên thnêtên phusin, eipein axion: ou gar aprepês ho logos phaneitai tôi tês historias genei paradêlôn kai tên huper toutôn hupolêpsin.

 

 

 

Giuseppe Flavio (37-103 d.C.)

da: Antichità Giudaiche, Libro 18, 18-22

 

 

[18] La dottrina degli Esseni è di lasciare ogni cosa nelle mani di Dio. Considerano l'anima immortale e credono di dovere lottare soprattutto per avvicinarsi alla giustizia. [19] Mandano offerte al Tempio, ma compiono i loro sacrifici seguendo un rituale di purificazione diverso. Per questo motivo sono allontanati dai recinti del Tempio frequentati da tutto il popolo e compiono i loro sacrifici da soli. Per il resto sono uomini eccellenti che si dedicano unicamente all'agricoltura. [20] Sono ammirati da tutti per quella loro giustizia che mai fu trovata tra i Greci e i Barbari, neppure per breve tempo, mentre per loro è una pratica costante e mai interrotta, avendola adottata fin dai tempi antichi. Perciò mantengono i loro averi in comune, sia chi è ricco più degli altri, sia chi non possiede nulla. Le persone che praticano questo genere di vita sono più di quattromila. [21]Costoro non introducono mogli nella Comunità, nè tengono schiavi perchè ritengono che la pratica di quest'ultima abitudine favorisca l'ingiustizia e ritengono che la prima sia fonte di discordia. Essi invece vivono da soli e svolgono scambievolmente i servizi l'uno dell'altro. [22] Alzando le mani eleggono gli uomini onesti che ricevono le rendite e i prodotti della terra e i sacerdoti per preparare pane e altro cibo. Il loro genere di vita non è diverso dai cosiddetti Ctisti (gr.: pleistoij legomenoij) tra i Daci (gr.: Dakwn), ma chiuso il più possibile.

 

Testo greco (Flavius Josephus. Flavii Iosephi opera. B. Niese. Berlin. Weidmann. 1892):

 

[18] Essênois de epi men theôi kataleipein philei ta panta ho logos, athanatizousin de tas psukhas perimakhêton hêgoumenoi tou dikaiou tên prosodon. [19] eis de to hieron anathêmata stellontes thusias epitelousin diaphorotêti hagneiôn, has nomizoien, kai di' auto eirgomenoi tou koinou temenismatos eph' hautôn tas thusias epitelousin. beltistoi de allôs [andres] ton tropon kai to pan ponein epi geôrgiai tetrammenoi. [20] axion d' autôn thaumasai para pantas tous aretês metapoioumenous tode dia to mêdamôs huparxan Hellênôn ê barbarôn tisin, alla mêd' eis oligon, ekeinois ek palaiou sunelthon en tôi epitêdeuesthai mê kekôlusthai: ta khrêmata te koina estin autois, apolauei de ouden ho plousios tôn oikeiôn meizonôs ê ho mêd' hotioun kektêmenos: kai tade prassousin andres huper tetrakiskhilioi ton arithmon ontes. [21] kai oute gametas eisagontai oute doulôn epitêdeuousin ktêsin, to men eis adikian pherein hupeilêphotes, to de staseôs endidonai poiêsin, autoi d' eph' heautôn zôntes diakoniai têi ep' allêlois epikhrôntai. [22] apodektas de tôn prosodôn kheirotonountes kai hoposa hê gê pheroi andras agathous, hiereis de epi poiêsei sitou te kai brômatôn. zôsi de ouden parêllagmenôs, all' hoti malista empherontes Dakôn tois pleistois legomenois.

 

 

 

Esseni illustri nella società giudaica, secondo Giuseppe Flavio

 

 

Nella sua opera, Flavio Giuseppe menziona quattro individui che "appartenevano alla setta degli Esseni": Giuda sotto il regno di Aristobulo I (Ant. 13.311-313), Menaemo sotto il regno di Erode il Grande (Ant. 15.373-379), Simone sotto il regno di Archelao (Ant. 17.345-348; Bell. 2.112.113) e Giovanni durante la Guerra Giudaica (Bell. 2.567; 3.9-21). Significativamente, sono tutti rappresentati in un ambiente urbano, non rurale o isolato. Giuda predicava ad un gruppo di discepoli nel Tempio di Gerusalemme quando "vide passare Aristobulo". Così pure a Menaemo accadde "una volta di vedere Erode, quando era bambino e si recava a scuola"; e quando, alcuni anni dopo, "Erode era re e al culmine della sua potenza, mandò a chiamare Menaemo" e i due si incontrarono per la seconda volta. Simone era uno degli indovini che Archelao fece convocare per interpretare un sogno. In tutti questi casi, il coinvolgimento degli esponenti esseni nelle questioni politiche raggiunge il livello massimo possibile nella gerarchia istituzionale del loro tempo. Giuda, Menaemo e Simone profetizzano la durata del potere del re, nel caso di Simone e Menaemo su richiesta del re medesimo e alla sua presenza, faccia a faccia con lui. Ancora più sorprendente è la carriera politica di Giovanni l'esseno. Mentre Giuda, Menaemo e Simone erano sostanzialmente veggenti e maestri religiosi, Giovanni fu uno dei sei generali ai quali venne affidata la difesa di Israele durante il primo anno della Guerra Giudaica, quando il comando della rivolta era ancora nelle mani dell'aristocrazia ebraica di Gerusalemme. Giovanni agì con funzioni militari e civili, come comandante del distretto di Thamma, che comprendeva Lydda, Joppa ed Emmaus, esattamente come Flavio Giuseppe era preposto al comando della Galilea e di Gamala. Il fatto che, in questa fase della rivolta, Giovanni l'esseno fosse annoverato allo stesso livello di un personaggio come Flavio Giuseppe, con tutti i suoi legami familiari con la aristocrazia sacerdotale, prova ancora una volta che gli esseni non erano emarginati rispetto alla società giudaica. Alcuni mesi dopo, nella primavera del 67 d.C., gli ebrei, ancora baldanzosi dopo la vittoria su Cestio, inviarono tre dei loro generali migliori e più audaci, "che erano al disopra di tutti loro, sia per forza che per astuzia", per sferrare un attacco contro Askalon. Tra loro c'era anche Giovanni l'esseno. La spedizione finì in una catastrofe: l'esercito giudaico, numeroso ed entusiasta, ma male armato ed inesperto, fu travolto dalla superiore organizzazione militare della guarnigione romana. Nella battaglia morì anche Giovanni. (da: G. Boccaccini, Oltre l'ipotesi essenica - Lo scisma tra Qumran e il giudaismo enochico, Morcelliana, Brescia, 2003).