La Creazione, confronto fra testo ebraico e LXX

 

Aggiornamento: 04/10/2006    Articolo scritto da: © Avraham Israel, biblista, esperto di ebraismo

 

 

 

 

Il racconto della Creazione è riportato nella Bibbia nei primi capitoli del suo primo libro, che in ebraico si chiama: בראשית (Bereshit): questa è infatti la parola con cui comincia il libro stesso. Secondo l'uso ebraico antico, infatti, i libri non avevano dei titoli scelti in base al contenuto, ma l'uso della prima parola che invitava a ripetere il resto del libro a memoria, gli antichi ebrei conoscevano infatti tutte le parole della Bibbia a memoria.


Le traduzioni della Bibbia lo chiamano invece: Genesi. Questo termine deriva dal greco "genesis" della versione LXX, una delle più antiche traduzioni della Bibbia. Questo termine significa: "venire all'esistenza" e lo si trova in Gen. 2:4 tradotto con "origini": Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati. (CEI)

La LXX, come tutte le altre traduzioni, riporta solo un aspetto del testo ebraico originale e privo di vocali, una sua possibile lettura o una sua interpretazione. E' normale che in un Testo così Sacro come la Bibbia vi siano così tante chiavi di lettura. Insomma le letture possono essere tante, ma non tutte sono grammaticalmente corrette. La lettura del primo verso di Genesi proposta dai ben Asher non è nemmeno corretta grammaticalmente: Bereshit barà Elo-him. Per essere corretta si sarebbe dovuto usare il termine barishonà al posto di Bereshit:

1) Barishonà barà Elo-him...

2) Bereshit brò Elo-him....wayomer Elo-him

La corretta è la 2 che vocalizza brò all'infinito invece di barà al passato.

Abbiamo accettato il tramandamento (1) dei Masoreti leggendo Bereshit come se fosse Barishonà e tutte le Bibbie traducono di conseguenza così: "Nel principio Dio creò".

Il termine bereshit a differenza di barishonà si attacca sempre al termine che lo segue:
 

Bereshit mamlechet Yoachim = Nel principio del regno di Ioiachim (Ger. 27:1)

Reshit onò = primizia del suo vigore (Deut. 21:17), Reshit prì = primizia dei frutti (Deut. 26:10), Reshit darchò = principio della sua via (Prov. 8:22), etc.

La corretta traduzione senza tener conto della vocalizzazione dei Massoreti è la seguente:

"Nel principio del creare Dio il Cielo e la Terra...Dio disse: vi sia luce"

Oppure rendendola meno letterale e più esplicativa:
 

Nel principio, quando Dio creava.....Dio disse...

Se si accetta Bereshit al posto di Barishonà allora esso acquista un senso molto particolare (e di questo ne ho parlato nella mia relazione: L'Evoluzione e L'Immagine).

Il greco riporta invece: 'En ¢rcÍ col senso di: prima, nell'antichità.
 

Genesi 1:1 

 

'En ¢rcÍ ™po…hsen Ð qeÕj tÕn oÙranÕn kaˆ t¾n gÁn  (LXX)

בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ (Toràh)

בְּרֵאשִׁית בָּרָא אֱלֹהִים אֵת הַשָּׁמַיִם וְאֵת הָאָרֶץ (TM)

בראשית ברא אלהים (bereshit barà Elohim) secondo la tradizione ebraica i settantadue anziani tradussero per Tolomeo la frase come se l'avessero letta con ordine inverso: אלהים ברא בראשית (Elohim barà bereshit). Molto probabilmente l'intenzione era quella di iniziare la prima frase del Genesi con il termine Elohim, ma ciò non corrisponde alla versione dei LXX da noi conosciuta.

בראשית (bereshit). 'En ¢rcÍ. Il termine 'En ¢rcÍ e suoi derivati sono usati nella LXX per tradurre termini ebraici di significato diverso, ma derivati da ראש (rosh = capo, inizio).
 

Per esempio, in Gen. 2:10 ( ראשים, ¢rc£j)
 

Ed un fiume usciva di Eden, per adacquare il giardino; e di là si spartiva in quattro capi. (Diodati)


Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. (CEI)

Es. 6:25 (ראשי אבות הלוים, ¢rcaˆ)

Questi sono i capi delle casate dei leviti, ordinati con le loro famiglie.; (CEI)

Num. 1:2 (ראש כל-עדת בני-ישראל , ¢rc¾n(2)

Fate il censimento di tutta la comunità degli Israeliti (CEI)

Levate la somma di tutta la raunanza de' figliuoli d'Israele (Diodati)

 

La traduzione greca 'En ¢rcÍ, assume qui il senso di: "in principio" (che è diverso dalla forma determinata "nel principio", munita di articolo determinativo), come la vocalizzazione del TM vorrebbe. In ebraico per assumere la forma determinata basta semplicemente cambiarne la vocalizzazione da Bereshit a bareshit, cioè sostituendo la "e" della bet con una "a". Ma l'ebraico non ha vocali ed il termine scritto: בראשית (bereshit/bareshit) rimarrebbe invariato, è dunque il tramandamento orale dei Ben Asher ad aver stabilito che il termine va letto: bereshit = in principio, nello stato indeterminato. Ma, come abbiamo detto, questa forma nella lingua ebraica non è corretta grammaticalmente e sembrerebbe leggere tale termine in sostituzione del termine "barishonà" che significa appunto: nel principio, cioè come il greco: 'En ¢rcÍ (dal greco potrebbe intendersi anche articolato). Se si accetta il termine Bereshit in sostituzione di barishonà lasciando il verbo che segue vocalizzato al passato "barà" = creò, invece della sua forma corretta grammaticalmente all'infinito "brò" = creare, si deve necessariamente presumere che manca un termine, cioè la Toràh qui ha voluto nasconderci un'altra parola. La parola mancante potrebbe essere : הימים (haiamim = i giorni), che poi sarà chiarito in seguito, dallo stesso Capitolo, cioè i sette giorni della creazione.

 

Naturalmente ciò non si sarebbe potuto comprendere leggendo il testo limitato di una traduzione, che nel nostro caso è la LXX col suo termine semplice e ingannevole: 'En ¢rcÍ. Non a caso i saggi di Israel paragonarono la LXX alla costruzione del Vitello d'oro ed alla distruzione del Tempio. Ma sorprendentemente questa traduzione può esserci di aiuto a comprendere certi aspetti del tramandamento orale orale in essa contenuto, cioè la forma di lettura scelta ed il senso che se ne è dedotto da una data vocalizzazione del testo ebraico della Toràh. Per esempio certi manoscritti della LXX riportano al posto di 'En ¢rcÍ il termine letto dall'ebraico, senza averlo nemmeno tradotto, riportandone solamente la fonetica: Βαρεισιθ (bareisith), con la presenza di una "a" invece della consueta "e" nella bet del testo ebraico del TM (Testo Masoretico). Si tratterebbe forse di un'altra tradizione orale che leggeva nella forma articolata: Bareshit = Nel principio ?

 
In italiano tradurremmo: Nel principio (dei giorni) Dio fece il Cielo e la terra. Ma il termine ראשית (reshit = principio di...) non figura mai con l'articolo determinativo nel resto della Bibbia perchè ha sempre un senso relativo, come spiegato sopra. La traduzione greca di Akillas usa un altro termine e traduce invece con κεφαλαιον derivata da κεφαλη col significato più prossimo all'ebraico ראש (rosh = capo), ma lo si trova poche volte nella LXX in senso figurativo. Nonostante il termine κεφαλαιον quando assume senso figurativo temporale (come nel nostro caso), a volte ha il significato di completamento e fine, non sappiamo però se Akillas avesse voluto darne tale particolare senso.

 
In ebraico dal termine rosh deriva l'astratto bereshit, il principio di qualcosa in ordine temporale; il suo contrario è acharit, il termine di qualcosa. Entrambi i termini grammaticalmente non sussistono da soli e si attaccano sempre alla parola che segue. Ecco un esempio di un verso dove leggiamo entrambi i termini che si attaccano al termine: שנה (shannàh = anno):

 
Deut 11:12

 
מרשית השנה ועד אחרית שנה = dal principio dell'anno fino alla fine dell'anno.

 

[12] paese del quale il Signore tuo Dio ha cura e sul quale si posano sempre gli occhi del Signore tuo Dio dal principio dell'anno sino alla fine. (CEI)

Nel nostro caso però possiamo interpretare il nostro termine ראשית (reshit=principio di) come se fosse collegato a הימים (hayamim = i giorni), che come detto è assente nel testo: principio dei giorni che è l'opposto di אחרית הימים (acharit hayamim = termine dei giorni) che è uno dei temi principali della Bibbia. Lo stesso libro di Genesi ci racconta di Giacobbe che chiama i suoi figli per narrare loro ciò che sarebbe successo al termine dei giorni:
 

Gen 49:1


ויקרא יעקב אל בניו ויאמר האספו ואגידה לכם את אשר יקרא אתכם באחרית הימים (Toràh)
baacharit hayamim = nel termine dei giorni.

Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: «Radunatevi, perché io vi annunzi quello che vi accadrà nei tempi futuri. (CEI)

Non "nei tempi futuri" come traducono le traduzioni, ma nella fine dei giorni come confermano le stesse scritture ed i targumim aramaici in loco: בסוף יומיא (besof yomaià = nella fine dei giorni). Cioè nel tempo della fine della Storia, dopo la fine di questo mondo. Infatti l'ebraico è molto preciso in questo punto ed in altri paralleli a questo e non usa il termine sof = fine, ma acharit che indica più propriamente ciò che sarà dopo la fine, cioè al termine.
 

Ecco un'altro verso che giustifica questa interpretazione e la ragione di pensare alla parola mancante a bereshit:
 

Deut. 4:30

 
בצר לך ומצאוך כל הדברים האלה באחרית הימים ושבת עד **** אלהיך ושמעת בקלו (Toràh)  (3)
baacharit hayamim = nel termine dei giorni

e la CEI non traduce "nei tempi futuri", ma "negli ultimi giorni":
 

Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, negli ultimi giorni, tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, (CEI).

In Isaia 2:2 traduce: "Alla fine dei giorni"

והיה באחרית הימים נכון יהיה הר בית **** בראש ההרים ונשא מגבעות ונהרו אליו כל הגוים (Rotolo di Isaia)

baacharit hayamim = nel termine dei giorni.

Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
(CEI)

 

Per concludere Bereshit potrebbe dunque sottintendere il principio dei giorni, a cui non ci è dato di sapere ed il resto della Toràh ci rende invece noto ciò che sarà al termine dei giorni. E questo è anche e soprattutto il tema principale dei profeti di Israel. Ed il profeta Isaia ci descrive bene questo fatto e anch'egli impara dalla Toràh a sottintendere usando una forma simile:

Isaia 46:9-10

זכרו ראשנות מעולם כי אנכי אל ואין עוד אלהים ואפס כמוני
מגיד מראשית אחרית ומקדם אשר לא נעשו אמר עצתי תקום וכל חפצי אעשה

rishonot me'olam = principi, da tempo lontanissimo

Egli usa prima il termine ראשנות (rishonot = principi, inizi), il plurale di ראשנה (rishonàh = prima), che articolato diviene בראשנה (barishonà = nel principio, dapprima), come il termine che avrebbe dovuto sostituire bereshit per giustificare la vocalizzazione del TM. Poi il v. 9 ci rende più chiare le idee: מראשית אחרית (mereshit acharit = dal principio (dei giorni) la fine (dei giorni).

Annuncio dal principio (dei giorni) la fine (dei giorni)

[9] Ricordatevi i fatti del tempo antico,
perché io sono Dio e non ce n'è altri.
Sono Dio, nulla è uguale a me.
[10]  Io dal principio annunzio la fine
e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto;
io che dico: «Il mio progetto resta valido,
io compirò ogni mia volontà!».
(CEI)

Ancor più precisa la Diodati:

[9] Ricordatevi delle cose di prima, che furono già ab antico; perciocchè io sono Iddio, e non vi è alcun altra Dio, e niuno è pari a me; [10] che annunzio da principio la fine, e ab antico le cose che non sono ancora fatte; che dico: Il mio consiglio sarà stabile, ed io metterò ad effetto tutta la mia volontà. (Diodati)

E come dice il saggio Salomone (Ecl. 7:8)


טוב אחרית דבר מראשיתו (tov acharit davar mereshitò = meglio la fine di una cosa del suo principio)

[8] Meglio la fine di una cosa che il suo principio (CEI)

 

Osservazioni sul verbo barà ( = creare).

 

(barà = creò), in ebraico questo verbo ha un significato particolare ed ha sempre Dio come soggetto. Già nella mia relazione l'Evoluzione e l'Immagine avevo spiegato l'uso speciale di questo termine che designa il creare cose note e famose, ben in risalto rispetto al resto della creazione. Un altro uso di questo verbo, di cui avevo accennato nell'altra mia relazione "La Creazione", ha senso di dividere invece che creare ed ha altro soggetto, come qui il re David (2 Samuele 12:17):

ולא ברא אתם לחם (lo barà itam lechem = non divise con loro pane)


Cioè il re non compì quella azione di grazie, caratteristica della cultura ebraica che consiste nell'alzare il pane, pronunciare una benedizione e dividerlo poi coi commensali per mangiarlo. Forse fu proprio quella azione dell'alzare per mettere il pane ben in evidenza che indusse il profeta a scegliere quel particolare verbo per esprimere l'azione successiva del dividere. Ma le traduzioni spesso si scostano dal senso dell'ebraico e complicano o, come nel nostro verso, semplificano: "rifiutò di prendere cibo con loro" (CEI)

In quest'altro verso di Isaia (4:5) si usa il verbo barà per mettere in evidenza i segni della presenza divina:


וברא ... ענן יומם (uvarà...anan iomam = creerà...nuvola di giorno).

E l'Eterno creerà su tutta la distesa del monte Sion e sulle sue raunanze una nuvola di fumo durante il giorno, e uno splendore di fuoco fiammeggiante durante la notte; poiché, su tutta questa gloria vi sarà un padiglione (Luzzi)

La CEI invece aggiunge scegliendo la via interpretativa:

allora verrà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutte le sue assemblee come una nube e come fumo di giorno, come bagliore di fuoco e fiamma di notte, perché sopra ogni cosa la gloria del Signore sarà come baldacchino (CEI)

Ma qual'è la relazione che intercorre fra il senso di "dividere" ed il senso di "creare"? Nella storia della creazione di Genesi l'operazione del "dividere" nel senso di separare/differenziare assume un ruolo principale. Dividendo si separa e separando si differenzia, differenziando si mettono in evidenza certi particolari che costituiscono l'essenza propria della nuova cosa creata. In altre parole si rende la data cosa primaria, ben nota e distinguibile dalle altre cose create, che avranno invece dei posti secondari.
E queste sono alcune delle cose primarie e ben note di questo mondo che hanno meritato l'uso del verbo barà:

Il Cielo e la Terra (Gen 1:1) בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ


I grandi rettili/dinosauri (Gen 1:21) ויברא אלהים את התנינם הגדלים


L'uomo (Gen 1:27) ויברא אלהים את האדם


Il sesso (Gen 1:27) זכר ונקבה ברא אתם


I corpi celesti (Isaia 40:26) מי ברא אלה המוציא במספר צבאם

Per l'azione di separazione di luce da tenebre, acqua da acqua, giorno da notte il Genesi usa i verbi derivati dalla radice בדל (badal = separare,dividere, distinguere).

 

In ebraico per creare si usano principalmente i seguenti verbi:


"barà" = creare = creare cose grandi rendendole note;

 
"assà" = fare = aggiungere un'ulteriore caratteristica a ciò che già esiste;

 
"yazar" = formare = creare cose in cui la forma fisica rappresenta la principale funzione;

 
"banà" = costruire = edificare da materiali precedentemente creati;

e ognuno di loro esprime un'azione ben precisa.

 
Il greco della LXX non distingue fra le radici dei verbi ברא (barà) e עשה ('assà) e presenta difficoltà quando essi figurano insieme.
La LXX traduce anche ברא con ποιειν (che ha senso di fare) oltre al verbo 'assà. Quindi non "Dio creò..." , ma secondo la LXX abbiamo: "Dio fece...". Giuseppe Flavio e Akillas usano invece κτιζειν, col significato di "porre un fondamento" e nel mondo ellenistico è usato questo termine per la costruzione di città. La radice di questo verbo è rarissima nella LXX e completamente assente in Genesi.
 

Κτιζειν ha un senso più prossimo a ברא se si pensa che le cose grandi e note sono anche le cose fondamentali, ossia i fondamenti su cui tutte le altre cose poggiano. L'esistenza dell'uomo nel nostro pianeta rappresenta un ruolo fondamentale e il Cap. 2 di Genesi gli assegna compiti di gestione, protezione e coordinamento. Le sue costruzioni sono una creazione nella creazione ed il suo operato assume proporzioni planetarie. Si comprendono meglio queste funzioni di base se si pensa che l'uomo, con le sue capacità creative, può rigenerare il suo ambiente come allo stesso modo può distruggerlo e se le sue capacità distruttive sono a livello globale anche le sue capacità ricreative lo sono altrettanto. Ciò che rende l'uomo creativo è la sua intelligenza che dipende strettamente dalla logica di base che sono argomento di tutte le leggi dell'universo. La capacità creativa innata nell'uomo si sviluppa nella fase dell'osservazione della natura indagandone le sue leggi e successivamente sfruttandole per il proprio beneficio. L'intelligenza umana è parte costituente ed inscindibile dell'uomo. Esso vive per essa e con essa e le sue capacità creative sono ben evidenti a livello planetario, non la stessa cosa avviene per le altre intelligenze animali che sono più paragonabili a macchine automatiche che agiscono in base a comportamenti già programmati e uguali per tutti quelli della medesima specie.


Dell'uomo notiamo una creazione nella creazione, basta osservare un paesaggio naturale per scorgere le due creazioni: la natura e le costruzioni dell'uomo. Pertanto gli si addice il verbo Κτιζειν più prossimo al verbo ebraico originale divino della Toràh. La tramandamento orale ebraico afferma che la Toràh è la prima cosa ad essere stata creata, è il fondamento su cui tutto poggia. Il termine Toràh significa "istruzione" ed include tutte le leggi che regolano l'intero universo. Essa è la logica di base. Per comprendere meglio questo concetto si pensi alla matematica che è la base di tutte le scienze e per tale ragione le fa dipendere tutte le une dalle altre. La Toràh di cui parla il tramandamento orale qui si intende la scienza unica e primaria da cui derivano tutte le altre scienze. Essa racchiude in se tutte le leggi dell'universo ed è stata trasmessa all'uomo dal principio della sua esistenza sotto forma di ragionamento paragonabile ad un sofisticatissimo software, che risiede nel proprio cervello. Da ciò la perfetta armonia fra l'uomo e l'universo nella riuscita delle sue costruzioni basate sulle leggi che lo regolano. Questo concetto fu espresso dal saggio re Salomone nel Cap. 8 di Proverbi:

 
[22] Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d'allora.
[23] Dall'eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
(CEI)


La Toràh è la Scienza, sono le leggi dell'universo, sono le istruzioni per l'uso universali ed essa precede la stessa creazione. Ma tale concetto era già presente nella Toràh data sul Sinai al popolo di Israel. La Toràh in principio fu scritta senza spazi fra le parole e le informazioni in essa contenute erano molto più abbondanti. Se cambiamo la maniera della suddivisione delle parole, il termine בראשית (bereshit) lo si può leggere come due termini separati: ברא (barà = creò) e שית (shit = fondamento). E questa è una traduzione strettamente letterale della prima parte del primo verso di Genesi: Creò un fondamento, creò il Legislatore Universale... Il verbo barà che si ripete due volte. Pertanto il termine bereshit è anche un enfasi del termine barà, che esprime la creazione delle cose fondamentali e si può intendere come un termine fine a se stesso che poi viene esplicato dal successivo uso dei termini barà ed Elohim (Legislatore Universale) di questo verso, come se esso racchiudesse in se tutto il senso successivamente espresso.
 

Grande dunque la differenza fra i verbi ποιειν, usato dalla LXX e κτιζειν usato da Akillas. Il primo esprime semplicemente l'aggiunta di nuove caratteristiche, l'altro invece ciò che potremmo definire: una vera nuova creazione, un fondamento che diviene perfettamente noto. Se la versione della LXX giunta fino a noi oggi è la stessa dei settantadue anziani israeliani bisogna concludere necessariamente che essi hanno inteso volutamente nascondere i significati segreti della Toràh scritta, comportamento questo perfettamente coerente con il divieto di trasmetterli ai gentili.


 

 

NOTE AL TESTO

 

(1) Con il termine "tramandamento" si intende il processo orale di trasmissione della Bibbia e della sua interpretazione. Il tipo di tradizione orale ebraica dei Massoreti consiste nel modo del tramandare da padre in figlio coscientemente e volutamente per obbedire al divieto di mettere per iscritto ciò che dovrà rimanere orale. La trasmissione massoretica non somiglia al tipo delle altre tradizioni religiose. L'autore del presente articolo ci ha espressamente richiesto di sottolineare questo concetto.

 

(2) Le parti sottolineate in ebraico corrispondono alle parti sottolineate nel testo tradotto.

 

(3) Gli asterischi **** sostituiscono il tetragramma del Nome proprio di Dio nel testo ebraico.

 

 


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