I codici del Nuovo Testamento

 

 

Aggiornamento: 17/12/2006 - COPYRIGHT 2004-2008 - pagine curate da  Gianluigi Bastia

 

 

 

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Codex Vaticanus (B)

Codex Sinaiticus (Aleph)

Codex Alexandrinus (A)

Il finale del Vangelo di Marco

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Tra i codici completi più antichi che contengono tutta la Bibbia e in particolare il Nuovo Testamento si distinguono il Codex Vaticanus (detto anche Codice Vaticano “B”), il Codex Sinaiticus e il Codex Alexandrinus. Questi manoscritti – in greco – sono datati al IV o V secolo e sono le copie complete più antiche che si conoscono dell’A.T. e del N.T. Per quanto riguarda l’Antico Testamento si deve sottolineare che molti brani e addirittura interi libri vetero testamentari – scritti in ebraico ed aramaico e datati tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. – sono stati scoperti a Qumran località esplorata a partire dal 1947.

 

 

Codex Vaticanus (B)

 

 

Scritto in greco, questo codice pergamenaceo contiene gran parte della Bibbia. Esso è anche chiamato Codice B e viene conservato a Roma presso la Biblioteca Apostolica Vaticana catalogato come Ms. Vat. gr. 1209. Secondo le analisi paleografiche e storiche è stato scritto nella prima metà del IV secolo, forse attorno al 325 d.C. dal momento che non include i Canoni di Eusebio (cliccare per accedere). Si ritiene che sia la copia completa più antica della Bibbia, escludendo i manoscritti in ebraico ed aramaico dell’A.T. rinvenuti a Qumran. Il codice è annotato in un catalogo della libreria vaticana per la prima volta nel 1475 ma prima di questa data non sappiamo con certezza nulla relativamente alla sua storia. Oggi quindi non consociamo dove sia stato originariamente scritto, gli studiosi pensano comunque che la provenienza sia dall’Egitto, forse da Alessandria, dove esisteva una importante comunità di ebrei e successivamente (dal II sec.) di cristiani. Secondo il papirologo Theodore C. Skeat, invece, il codice Vaticano e quello Sinaitico vennero scritti in Palestina a Cesarea, ma questa ipotesi si basa su indizi molto sottili. Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) nella Vita di Costantino scrive che l’imperatore verso il 331 d.C. gli ordinò di far preparare cinquanta copie delle Sacre Scritture su pergamena pregiata per rifornire le chiese di Costantinopoli, la nuova capitale dell’impero romano (Vita Constantini, IV, 36). Per questa ragione, oltre che per motivazioni paleografiche e linguistiche, è stato supposto che il Codice B (assieme al Sinaitico) fossero proprio due di questi antichi codici richiesti dall’imperatore Costantino e realizzati dalla scuola di Eusebio di Cesarea in Palestina.

 

Contenuto del codice

 

Dell’A.T. manca la parte iniziale Gen 1-46:28, parte del secondo libro dei Re (manca 2 Re 2:5-7 e 2:10-13) e parte del libro dei Salmi (da 105:27 a 137:6). Del Nuovo Testamento manca la lettera agli Ebrei da 9:14 alla fine, mancano la prima e la seconda lettera a Timoteo, la Lettera a Tito (le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito sono anche denominate “lettere pastorali”), la lettera a Filemone e l’Apocalisse. Per il resto il codice è completo.

 

Mancanza di Marco 16:9-20

 

Un fatto notevole è che sia questo codice che il Codex Sinaiticus non comprendono gli ultimi versetti del Vangelo di Marco, da Mc 16:9 a Mc 16:20. Questi versetti sono molto importanti in quanto senza di loro il testo di Marco si concluderebbe senza le descrizioni delle apparizioni di Gesù dopo la risurrezione  e con la frase “Esse [le donne in visita al sepolcro] erano spaventate.” (™foboànto g£r). Oggi la Bibbia della C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, il cui testo è stato riveduto sulla base dei manoscritti più antichi disponibili, riporta come nota al vangelo di Marco: “I vv. 9-20 sono un supplemento aggiunto in seguito per riassumere rapidamente le apparizioni.”

 

 

Per approfondire:

Il finale del Vangelo di Marco

Analisi lessicale del finale Mc. 16:9-20

 

 

 

Le pagine pergamenacee del Codice Vaticano (B) – che complessivamente sono 733 – misurano 27 ´ 27 cm. Il testo è organizzato in tre colonne per ogni pagina, ciascuna pagina comprende mediamente quaranta righe ed ogni riga contiene a sua volta da sedici a diciotto lettere greche. Il Codex Vaticanus è un onciale, ovvero le lettere greche sono scritte tutte in maiuscolo e le varie parole sono attaccate l’una all’altra (questa particolare metodologia di scrittura, che consente di risparmiare spazio e quindi pagine preziose, è detta scriptio continua) così che occorre una certa abilità per interpretare il testo, e su pergamena (un tipo di supporto per la scrittura generalmente successivo al papiro). Il testo dell’A.T. pare sia stato scritto da almeno due copisti che si sono suddivisi il lavoro di scrittura; il N.T. sembrerebbe invece opera di un solo scriba. Nel corso dei secoli il codice ha subito alcune varianti e aggiunte, oltre che restauri. Ad esempio attorno al IX-X secolo il testo è stato completamente riscritto ricalcando il vecchio inchiostro, diventato probabilmente poco leggibile, quindi sono stati aggiunti gli accenti e gli altri segni grafici che originariamente non erano presenti.

 

Caratteristiche testuali del codice

 

Con riferimento al Nuovo Testamento, B può essere definito il manoscritto per eccellenza, il suo testo è considerato da tutti gli esperti della moderna critica testuale, a cominciare da Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo, il migliore e più autorevole tra tutti quelli disponibili e avrebbe, sulla base delle analisi e dei confronti con gli altri documenti, una grande probabilità di essere conforme alle copie più antiche del NT. A fianco del testo del Nuovo Testamento il manoscritto ha dei segni diacritici (detti umlaut) che segnalano le lezioni originali del codice rispetto ad altri mss. Questi segni particolari erano già presenti nella prima mano del IV secolo e testimoniano che nella fase di compilazione del codice lo scriba ha tenuto conto dell’esistenza di altri manoscritti, evidenziando le differenze più significative con il testo che andava componendo e cercando di estrapolare da questi il testo considerato migliore. La presenza degli umlaut, pertanto, è una ulteriore prova del valore del testo del Codice Vaticano B per la filologia neotestamentaria.

 

Le analisi degli esperti dimostrano che sicuramente il testo è di tipo neutrale-alessandrino, quindi molto affidabile, per quanto riguarda i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli. Il testo neutrale-alessandrino dovrebbe essere quello più vicino ai primissimi manoscritti e in esso le armonizzazioni, le rielaborazioni e altre modifiche varie non dovrebbero aver influito in maniera pesante. In effetti il testo del Codex Vaticanus non è molto difforme da quello che possiamo leggere in manoscritti più antichi, come ad esempio il papiro P75 (Bodmer XIV-XV, più vecchio di 100-150 anni) contenente i Vangeli di Luca e Giovanni e questo testimonierebbe a favore della affidabilità del suo contenuto. P75 e Codex Vaticanus hanno moltissime analogie, tuttavia è improbabile che il Vaticanus discenda direttamente dal P75 ma è verosimile che entrambi abbiano avuto nella catena genealogica un antenato comune, molto antico. Anche il testo del papiro P66 (Bodmer II, 125-200 d.C.) contenente il solo Vangelo di Giovanni, sebbene difficilmente analizzabile nei dettagli a causa dei numerosissimi errori scribali, è considerato molto affine al Vaticanus.

 

Purtroppo il Vaticanus non può essere di aiuto per lo studio dell’Apocalisse perché questo libro manca nel codice. Nel caso delle lettere di Paolo la questione è alquanto  complessa: già il Prof. Hort, alla fine del XIX, secolo descriveva il testo come “neutrale-alessandrino” con alcune evidenti varianti tipicamente inquadrabili nel testo “occidentale”, considerato un po’ meno affidabile del testo “neutrale-alessandrino” puro (questi argomenti sono discussi nella sezione di critica testuale). In realtà studi successivi hanno messo in evidenza la presenza di varianti che non sono né occidentali né neutrali e una forte concordanza tra B e il papiro P46 (180-200 d.C.) contenente le epistole di Paolo. G. Zuntz (cfr. The text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1953) ha definito perciò il testo del papiro P46 e del Vaticanus, per quest’ultimo limitatamente al corpus paolino, come proto alessandrino. Alcuni chiamano questo tipo di testo come P46+B per distinguerlo dal testo neutrale alessandrino puro. Per le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) il testo è considerato buono, molto vicino al testo neutrale, anche se generalmente è preferito in questo caso il testo del codice A.

 

 

Per approfondire:

Codex Vaticanus immagine 1 (JPEG 66 KB)

Codex Vaticanus immagine 2 (JPEG 118 KB)

Codex Vaticanus immagine 3

Codex Vaticanus B/03 (Wieland Willker Website)

Center for the study of NT Manuscripts (website)

 

 

 

 

Codex Sinaiticus (א)

 

 

Questo manoscritto viene datato al IV secolo, come il Codex Vaticanus. Viene anche denominato Codice א dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, la “Aleph”. E’ stato scoperto nel 1844 da Von Tischendorf nel monastero greco-ortodosso di Santa Caterina sul Monte Sinai, in Egitto. Nel 1859 Tischendorf fu autorizzato dai monaci del Sinai a esaminarne il contenuto ma gli fu proibito di portarlo via dal monastero per studi più approfonditi. Successivamente gli fu concesso di prenderlo in prestito sino al Cairo per poi copiarlo. Alla fine il manoscritto venne acquistato dal governo russo e in seguito finì in Gran Bretagna. Nel 1861 Tischendorf pubblicò ufficialmente il manoscritto e nel 1911 si ebbe anche la prima edizione fotografica. Oggi il codice è conservato in quattro luoghi diversi. Dal 1933 la parte più corposa del codice è custodita a Londra presso la British Library (Add. MS 43725), consta di 346 fogli di pergamena scritti in greco. Altri 43 fogli dell'Antico Testamento si trovano presso la biblioteca dell'Università di Lipsia, 12 fogli più altri frammenti più piccoli sono ancora nel monastero di Santa Caterina e, infine, tre fogli si trovano presso la Biblioteca Nazionale Russa di San Pietroburgo.

 

Il testo greco del codice è disposto su quattro colonne per foglio, ogni colonna comprende mediamente 48 linee. I fogli misurano 43 ´ 38 cm. E’ un classico onciale (lettere maiuscole) con tutte le parole una attaccata all’altra (scriptio continua). Secondo Von Tischendorf il codice risalirebbe al 331 d.C., al tempo delle copie ordinate dall’imperatore Costantino ad Eusebio di Cesarea (Vita Constantini, IV, 36). Nel 1999 T.C. Skeat avanzò l’ipotesi che il Codice Sinaitico e il Codice Vaticano B potessero essere stati scritti a Cesarea, dove aveva sede la scuola di Eusebio (vedi T.C. Skeat, The Codex Sinaiticus, the Codex Vaticanus and Constantine, JHS, 50, 1999, pp. 583-625). Forse entrambi i codici sono quello che è rimasto delle cinquanta copie della Bibbia ordinate dall’imperatore al vescovo Eusebio. Skeat fa notare nel suo articolo che in Matteo 13:54 il codice Sinaitico contiene un curioso errore: invece di e„j t¾n patr…da (venne nella sua patria) troviamo scritto e„j t¾n Antipatr…da (venne ad Antipatr…da). Antipatr…da sarebbe il nome di una località distante 45 km da Cesarea di Palestina. Lo scriba si sarebbe confuso confondendo mentalmente “patria” con il nome di questa località che dunque conosceva molto bene. Anche in Atti 8:5 compare un errore singnificativo: invece di “sceso in una città della Samaria (Samareiaj)” abbiamo: “sceso in una città della Cesarea (Kaisariaj)”. Anche qui lo scriba aveva bene in mente il nome della città di Cesarea e avrebbe commesso un clamoroso errore nel copiare il manoscritto. Questi errori, uniti ad una analisi paleografica, porterebbero a concludere che il Codice Sinaitico non proviene dall’area egiziana ma dalla zona di Cesarea: uno scriba egiziano difficilmente avrebbe avuto in mente Antipatr…da oppure Kaisariaj in modo da confondersi nel copiare. Il Codice Vaticano B, avente molte analogie con il Sinaitico, proverrebbe anch’esso da Cesarea. Molti, tuttavia, propendono per una data di stesura leggermente più tarda del 330-31 d.C., attorno al 370 d.C. Infatti nel Codice Sinaitico sono presenti i Canoni di Eusebio (cliccare per accedere) scritti nel IV secolo, che servivano per aiutare il lettore a confrontare e ritrovare passi paralleli nei Vangeli: già allora gli studiosi e i Padri della Chiesa avevano ben presente la questione sinottica. Poiché il Codex Vaticanus non riporta i Canoni di Eusebio, si pensa che sia stato scritto un po’ prima del Codex Sinaiticus. E’ opinione degli studiosi che sia stato scritto sotto dettatura perché contiene errori ortografici che sembrano derivare dalla comprensione errata delle parole. Ha subito un lungo lavoro di correzione, probabilmente è uno dei manoscritti più emendati tra tutti quelli esistenti. Nel 1975 in seguito al cedimento del soffitto di una cavità interna ai muri del monastero di Santa Caterina vennero ritrovati, assieme ad altri mss. greci, 12 folia completi del Codice Sinaitico più altri frammenti dello stesso. La pubblicazione della scoperta è avvenuta solamente nel 1998.

 

Contenuto del codice

 

Del codice ci sono pervenuti soltanto frammenti della Genesi (porzioni dei Capp. 23 e 24, ma recentemente si è avuta notizia del ritrovamento di altri nove fogli del codice nel monastero di Santa Caterina nel Sinai), del libro dei Numeri (porzioni dei Capp. 5, 6, 7), del primo libro delle Cronache (da 9:27 a 19:17), Esdra (da 9:9 a 19:44) e Lamentazioni (da 1:1 a 2:20). Ci sono pervenuti sostanzialmente completi invece i libri di Neemia, Ester, Gioele, Abdia, Giona, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Isaia, Geremia, oltre che alcuni apocrifi dell’Antico Testamento oggi non compresi nel canone ebraico e neppure in quello cattolico. Il Nuovo Testamento secondo questo codice contiene tutti i testi oggi considerati canonici oltre che qualche scritto apocrifo (l’Epistola di Barnaba e il Pastore d’Erma). Come nel Codex Vaticanus  manca la parte conclusiva del Vangelo di Marco, da Mc 16:9 alla fine. Il testo è molto simile a quello del Codex Vaticanus anche se quest’ultimo è ritenuto più antico e quindi probabilmente più vicino ai manoscritti originali.

 

Caratteristiche testuali del codice

 

Il testo del Sinaiticus sembrerebbe appartenere quasi per intero alla famiglia testuale neutrale-alessandrina (secondo la suddivisione di Wescott-Hort), la stessa del Codex Vaticanus. Fin dai tempi di Westcott-Hort (fine XIX secolo) viene considerato un documento molto attendibile e importante, ai livelli del Codex Vaticanus. In realtà è difficile inquadrarlo completamente in una categoria testuale sola, ogni sezione (Vangeli, lettere di Paolo, Atti degli Apostoli) ha subito vari influssi testuali. Per esempio la prima parte del Vangelo di Giovanni differisce significativamente dal Codex Vaticanus e il libro dell’Apocalisse non è certo un testo inquadrabile nella categoria neutrale-alessandrina. Il codice א è da considerare un buon testo (un testimone fondamentale del NT) per quanto riguarda i sinottici, gli Atti degli Apostoli, le lettere di Paolo e gran parte di Giovanni.

 

Prima della scoperta dei grandi papiri P75, P66 (contenenti i Vangeli di Luca e Giovanni) e P46 (epistole di Paolo) il Sinaiticus era considerato il manoscritto testualmente più vicino al Codex Vaticanus. La scoperta di quei documenti, soprattutto del papiro P75, ha però messo in discussione la questione dei rapporti tra Vaticanus e Sinaiticus perché quei papiri, che riportano i Vangeli di Luca e Giovanni, sembrano più affini al Vaticanus di quanto non sia il Sinaiticus. Soprattutto è stata scoperta una grande affinità testuale tra B e P75. Secondo gli studiosi si dovrebbero così distinguere almeno due sotto gruppi “neutrali”: una classe testimoniata da א, Z ed alcuni manoscritti minuscoli ed un’altra classe testimoniata invece da B, P75, P66 ed L. Il testo degli Atti degli Apostoli appare invece virtualmente identico a quello di B, ed è considerato molto affidabile. Per quanto riguarda le lettere di Paolo, inoltre, c’è molta più affinità testuale tra P46 e B che non tra א e B.

 

 

 

Per approfondire (immagini, notizie e collegamenti esterni):

Codex Sinaiticus Immagine 1 (JPEG 166 KB)

Codex Sinaiticus Immagine 2 (JPEG 101 KB)

Codex Sinaiticus Immagine 3 (JPEG 111 KB)

Codex Sinaiticus Immagine 4 (JPEG )

Center for the study of NT Manuscripts (website)

British Library (contiene informazioni sul codice)

  Il Codex Sinaiticus sarà presto ricomposto (ANSA, 13 Dic. 2006)

Codex Sinaiticus - Experience the oldest Bible

 

 

 

 

 

 

Codex Alexandrinus (A)

 

 

Anche questo è un’altro codice molto antico, datato al V secolo (alcuni studiosi propendono per la fine del IV secolo). Il nome di questo codice deriva dal fatto che è documentata la sua presenza nella biblioteca del patriarca di Alessandria in Egitto fin dall’XI secolo. E’ noto anche come  Codice A. Il codice fu donato al re Giacomo I d’Inghilterra, sovrano molto interessato alle questioni legate alla storia della Bibbia. Poiché Giacomo I morì prima di poterlo ricevere, il codice di fatto venne consegnato al figlio Carlo I d’Inghilterra nel 1627. Oggi i 773 fogli che la storia ha conservato sono siti al British Museum (Royal 1 D.V-VIII) di Londra. Le pagine del codice misurano 32 ´ 26 cm., sono in pergamena, ogni pagina è poi suddivisa in due colonne contenenti una cinquantina di linee circa. La scrittura è maiuscola (onciale) in scriptio continua con tutte le parole una attaccata all’altra. Ogni paragrafo nuovo è caratterizzato da una grossa lettera maiuscola che ne evidenzia l’inizio, come si può vedere anche dalle figure.

 

Contenuto del codice

 

Il Codex Alexandrinus contiene tutti i libri canonici dell’A.T. con esclusione di parte della Genesi (manca Gen 14:14-17, 15:1-5, 15:16-19, 16:6-9), del primo libro dei Re (manca 1 Re 12:20-14:9) e di gran parte dei Salmi (manca 5:20-80:11). Include inoltre molti testi apocrifi dell’Antico Testamento. Del Nuovo Testamento è andata perduta gran parte del Vangelo di Matteo (manca Mt 1:1-25:6), poco più di due capitoli di Giovanni (manca Gv 6:50-8:52) e parte della prima lettera ai Corinti (manca 1 Cor 4:13-12:6).  Contiene anche due epistole apocrife di Clemente e, importante per la datazione del manoscritto, i Canoni di Eusebio (cliccare per accedere).

 

 

Caratteristiche testuali del codice

 

Il Codice Alessandrino appartiene, almeno per quanto riguarda il testo dei quattro Vangeli, alla famiglia testuale bizantina (detta anche koinè) secondo la suddivisione di Westcott-Hort (fine XIX secolo), esso è considerato il più vecchio manoscritto in greco catalogabile in questa classe testuale. Si tratta di una categoria testuale considerata inferiore e maggiormente interpolata rispetto a quella dei codici B ed א. Il testo dei Vangeli – rispetto ai codici Vaticano e al Sinaitico – risulta maggiormente chiaro, più elegante, moderno e meno contraddittorio. Tutto ciò sarebbe però stato ottenuto attraverso una rielaborazione sostanziale del testo “sorgente” più antico, cambiando vocaboli e stile ed armonizzando passi paralleli. Per questa ragione è considerato, limitatamente ai quattro Vangeli, un tipo di testo meno vicino dei Codici B ed א a quello dei manoscritti più antichi. Anche il testo degli Atti degli Apostoli non è considerato di grande attendibilità e differisce da quello del Codice B.

 

La situazione cambia però radicalmente quando si passa a considerare il resto del NT: qui il testo sembra più simile a quello “neutrale-alessandrino”  (sebbene vi siano alcune varianti tipicamente bizantine) e decisamente meno elaborato rispetto a quello dei quattro Vangeli, per questa ragione lo si ritiene, limitatamente a questa parte, testo di ottima qualità. Il Codex Alexandrinus così è considerato un buon testo, molto affidabile, per le lettere di Paolo, le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) e l’Apocalisse (di quest’ultimo libro è considerato praticamente il miglior testimone, meglio ancora del Codex Sinaiticus e del papiro P47).

 

 

 

Per approfondire:

Codex Alexandrinus Immagine 1 (JPEG 186 KB)

Codex Alexandrinus Immagine 2 (JPEG 81 KB)

Codex Alexandrinus Immagine 3

Center for the study of NT Manuscripts (website)

 

 

 

Nota: questo sfondo è stato costruito a partire da una pagina del papiro P46 (fine II – inizio III secolo d.C.)