Una indagine sulla profezia della distruzione del tempio

 

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Aggiornamento: 28.08.2008  Online dal: 16.11.2004  © Copyright - All Rights Reserved - Autore: Gianluigi Bastia

 

Nicolas Poussin, Distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.

per opera delle truppe del comandante romano Tito (dipinto nel 1637)

 

 

Harnack e la profezia della distruzione del tempio (PDF 14 KB)

 

 

Chiamiamo profezia della distruzione del tempio un lungo discorso pronunciato da Gesù Cristo e riportato nei sinottici che allude in forma profetica alla distruzione del tempio di Gerusalemme e al verificarsi di eventi bellici e apocalittici, al termine dei quali si avrà il ritorno di Gesù e l'instaurazione del regno di Dio sulla terra. I brani di riferimento sono contenuti in Matteo 24:1,51; Marco 13:1-36 e Luca 21:5-36. Gli esegeti hanno discusso a lungo su questo passo contenuto nei sinottici, esso sembra essere stato composto post eventum dopo la guerra giudaica del 66-74 dopo Cristo che vide la distruzione del tempio di Gerusalemme e di gran parte della città verso il 70 dopo Cristo, per opera dei Romani. La profezia sarebbe così stata scritta dopo che i suoi autori avevano assistito alla guerra e, con un artificio letterario, sarebbe stata fatta pronunciare da Gesù Cristo in modo da conferire grande autorità e carica profetica alle sue parole.

 

In realtà se questa è l'impressione che effettivamente si ricava ad una prima superficiale lettura del testo della profezia, un esame più attento mostra che una simile conclusione non è affatto scontata in quanto il testo contiene elementi che possono indurre a pensare che esso non faccia affatto riferimento alla guerra giudaica. Scopo di questo articolo non è dimostrare che la profezia è stata scritta necessariamente prima della guerra del 66-74 d.C., un obiettivo troppo ambizioso, ma semplicemente illustrare i possibili argomenti a sostegno della indipendenza della profezia della distruzione del tempio dalla guerra giudaica e valutare se il testo può anche essere stato scritto prima della guerra giudaica. Verranno presi in considerazione sia criteri interni al testo, sia criteri esterni derivanti dalla letteratura vetero testamentaria canonica e apocrifa. Si riporta di seguito il testo della profezia, secondo la traduzione italiana del Nuovo Testamento fatta dalla C.E.I., 1974.

 

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Matteo 24:1-51

 

[1] Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. [2] Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».  [3] Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo».

 

[ Prima parte: profezia post eventum della guerra giudaica?]

 

[4] Gesù rispose: «Guardate che nessuno vi inganni; [5] molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. [6] Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. [7] Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie [alcuni manoscritti considerati testualmente meno affidabili aggiungono qui anche “peste”] e terremoti in vari luoghi; [8] ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. [9] Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli [alcuni manoscritti scrivono solo “sarete odiati da tutti”] a causa del mio nome. [10] Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. [11] Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; [12] per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà. [13] Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. [14] Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine. [15] Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda – [probabile glossa finita nel testo in tempi molto antichi, oppure postilla dell’autore], [16] allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, [17] chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, [18] e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. [19] Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. [20] Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. [21] Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà [Citazione del profeta Daniele]. [22] E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. [23] Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete.  [24] Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. [25] Ecco, io ve l'ho predetto.  [26] Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete. [27] Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. [28] Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi. 

 

[Seconda parte: Profezie apocalittiche]

 

[29] Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. [Citazioni dal profeta Isaia] [30] Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. [Citazione da Daniele] [31] Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.  [32] Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. [33] Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. [34] In verità vi dico: non passerà questa generazione [testo greco attestato da tutti i manoscritti: oÙ m¾ paršlqV ¹ gene¦ aÛth] prima che tutto questo accada. [35] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. [36] Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio [diversi mss. omettono questo riferimento per motivazioni teologiche], ma solo il Padre.  [37] Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. [38] Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, [39] e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. [40] Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. [41] Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata.  [42] Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. [43] Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. [44] Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.  [45] Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? [46] Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! [47] In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. [48] Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, [49] e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, [50] arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa,  [51] lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.

 


 

Marco 13:1-37

 

[1] Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». [2] Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta». [3] Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: [4] «Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi?».  [5] Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nessuno v'inganni! [6] Molti verranno in mio nome, dicendo: "Sono io", e inganneranno molti. [7] E quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. [8] Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori.  [9] Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro. [10] Ma prima è necessario che il vangelo sia proclamato a tutte le genti. [11] E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell'ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. [12] Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. [13] Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.  [14] Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; [15] chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; [16] chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. [17] Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! [18] Pregate che ciò non accada d'inverno; [19] perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. [20] Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni. [21] Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui, ecco è là", non ci credete; [22] perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. [23] Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto.  [24] In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore  [25] e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.  [26] Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. [27] Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. [28] Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina [29] così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. [30] In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. [31] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. [32] Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.  [33] State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. [34] È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. [35] Vigilate dunque, [36] poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. [37] Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!

 


 

Luca 21:5-36

 

[5] Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: [6] «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». [7] Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».  [8] Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. [9] Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».  [10] Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, [11] e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. [12] Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. [13] Questo vi darà occasione di render testimonianza. [14] Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; [15] io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. [16] Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; [17] sarete odiati da tutti per causa del mio nome. [18] Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. [19] Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.  [20] Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina  [21] Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; [22] saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia.  [23] Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. [24] Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.  [25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, [26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.  [27] Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. [28] Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». [29] E disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutte le piante; [30] quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. [31] Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. [32] In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. [33] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. [34] State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; [35] come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. [36] Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».
 


 

Come si vedrà più chiaramente nell'analisi, Matteo e Marco concordano sostanzialmente nell'esposizione della profezia mentre l'impressione è che Luca modifichi alcuni importanti elementi in modo da collegare più direttamente la sua versione della profezia con la guerra giudaica del 66-74 dopo Cristo. La profezia inizia con Gesù che si trova nei pressi del tempio e alcuni discepoli (Mt, Lc) - oppure un solo discepolo (Mc) - osservano e lodano l'imponenza della grande costruzione. Gesù, sentendoli parlare tra loro, profetizza quindi che il tempio verrà distrutto e non rimarrà pietra su pietra. Si tratta di un evento che chiaramente si verificò al tempo della guerra giudaica, nell'anno 70 dopo Cristo. E infatti, interrogato su quando questo evento dovrà accadere, Gesù allude al verificarsi di eventi bellici. Ma le parole di Gesù possono essere inequivocabilmente ricondotte alla guerra giudaica del 66-74?

 

In primo luogo osserviamo che sia Marco che Matteo concordano nel riportare che si verificheranno guerre tra popoli (al plurale), nessuno dei due testi allude a una singola guerra che vede Gerusalemme attaccata da un nemico, come nel caso della guerra contro i Romani. Il testo dice infatti: "si solleverà popolo contro popolo (œqnoj ™pˆ œqnoj) e regno contro regno (kaˆ basile…a ™pˆ basile…an)" (cfr. Mt 24:7) e non allude esplicitamente ad un attacco diretto da nemici contro la sola città di Gerusalemme. La città santa e il tempio vengono pertanto presumibilmente distrutti a causa di una grande guerra apocalittica che vedrà coinvolte tutte le popolazioni, in modo generalizzato. Il nome di Gerusalemme, del resto, non è neppure nominato nel testo di Marco e di Matteo. Al contrario è Luca che allude direttamente a Gerusalemme, lasciando intuire un più diretto riferimento alla guerra giudaica. Ricordiamo che al v. 19:44 Luca aveva fatto dire a Gesù su Gerusalemme:

 

Luca 19:41-44 - [41] Quando fu vicino alla vista della città, pianse su di essa dicendo: [42]  «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. [43] Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; [44] e abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perchè non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata.»

 

Secondo le cronache della guerra giudaica, Gerusalemme venne assediata a lungo e infine distrutta, proprio come nel passo di cui sopra. Al v. Lc 21:20 Gesù dice poi: "quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti", mentre poco prima in Lc  21:24 Gesù dice che "Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti". Il testo di Luca allude pertanto più direttamente all'assedio di Gerusalemme e ai pagani (che rappresentano i Romani), al contrario di Marco e Matteo che non si spingono a questo livello di dettaglio. Ma l'idea che Gerusalemme sarebbe stata distrutta in conseguenza di un grande conflitto escatologico al termine del quale si sarebbe instaurata una grande pace universale e messianica non è certo una novità introdotta dalla profezia neotestamentaria.

 

Per esempio, nella conclusione del libro di Zaccaria è descritta una battaglia finale tra Gerusalemme e le nazioni. Secondo il prologo, il libro di Zaccaria fu composto a partire dal secondo anno del regno di Dario (cfr. Zaccaria 1:1), ovvero nel 520 avanti Cristo, dopo che il tempio di Gerusalemme e la stessa città erano stati distrutti per la prima volta dai babilonesi (586 a.C.). Zaccaria, vissuto nel VI secolo a.C., dopo l'esilio babilonese, incoraggiò la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e del tempio (cfr. Esdra 5:1, 6:14). La prima parte del libro a lui attribuito (Capp. 1-8) riguarda una serie di visioni concernenti il ritorno del popolo di Dio a Gerusalemme e la ricostruzione dopo l’esilio; la seconda parte (Capp. 9-14) contiene le visioni escatologiche relative al Messia, gli ultimi giorni, la riunificazione di Israele, l’ultima grande guerra. Questi ultimi capitoli vengono considerati una aggiunta posteriore databile al IV sec. a.C., quindi sono stati scritti in un'epoca storica in cui il tempio e la sua città erano già stati ricostruiti e l'esilio babilonese era ben lontano nel passato.  Il Capitolo conclusivo del libro di Zaccaria profetizza:

 

Zaccaria 14:1-9 - [1] Ecco, viene un giorno per il Signore; allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. [2] Il Signore radunerà tutte le genti contro Gerusalemme per la battaglia; la città sarà presa, le case saccheggiate, le donne violate, una metà della cittadinanza partirà per l'esilio, ma il resto del popolo non sarà strappato dalla città. [3] Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni, come quando combatté nel giorno della battaglia. [4] In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente, e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente a occidente, formando una valle molto profonda; una metà del monte si ritirerà verso settentrione e l'altra verso mezzogiorno. [5] Sarà ostruita la valle fra i monti, poiché la nuova valle fra i monti giungerà fino ad Asal; sarà ostruita come fu ostruita durante il terremoto, avvenuto al tempo di Ozia re di Giuda. Verrà allora il Signore mio Dio e con lui tutti i suoi santi. [6] In quel giorno, non vi sarà né luce né freddo, né gelo: [7] sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce. [8] In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale, parte verso il Mar Mediterraneo, sempre, estate e inverno. [9] Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome.

 

Gerusalemme e il tempio furono distrutti per la prima volta da Nabucodonosor, re dei Babilonesi, nel 586 a.C. Successivamente i Persiani conquistarono il regno dei Babilonesi e misero in libertà la popolazione ebraica che era stata deportata a Babilonia. Fu anche permesso ai Giudei di ricostruire il loro tempio e qualche tempo dopo anche la città di Gerusalemme. Secondo il libro di Esdra, cfr. Cap. 1, nell'anno primo del regno di Ciro fu emesso un decreto che permetteva il rientro in patria di un primo gruppo di ebrei e l'inizio dei lavori per la ricostruzione del tempio. Poiché però i Persiani sconfissero definitivamente i Babilonesi solo nel 538 a.C. e non nel primo anno del regno di Ciro, che fu re dal 558 al 529 a.C., sembra verosimile che si sia ricominciato a ricostruire il tempio solo a partire dal 538 a.C. e non dal 558 a.C. Pertanto quando il testo di Zaccaria viene scritto, il tempio di Gerusalemme è stato ricostruito ed è quasi completo, stando infatti a Esdra 6:15 il secondo tempio venne completato nell'anno sesto del regno di Dario, il 515 a.C. Poiché da questa ricostruzione il tempio non verrà mai più distrutto dai nemici fino al 70 d.C. (i libri dei Maccabei raccontano di profanazioni del tempio per opera di Antioco Epifane, ma mai di distruzione del tempio o della città) è evidente che Zaccaria va letto in una prospettiva escatologica, la battaglia finale tra Gerusalemme e il resto del mondo più che un evento storico presente o passato è una visione futura, preludio del trionfo di Dio e dei suoi giusti. Il passo di Zaccaria illustra quindi come anche nel periodo intertestamentario fosse conosciuta anche nell'ebraismo canonico l'idea di una distruzione apocalittica di Gerusalemme, al termine della quale si sarebbe avuta una grande pace finale ed eterna. Si tratta peraltro dello stesso concetto espresso dai passi dei sinottici.

 

Del resto questa idea di una distruzione della città santa e addirittura del tempio è contenuta anche in Daniele, nella cosiddetta profezia delle settanta settimane che allude alla distruzione della città e del tempio:

 

Daniele 9:26 - Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate.

 

Il libro di Daniele ci è pervenuto in tre lingue: ebraico, greco ed aramaico. Il passo concernente la profezia delle settanta settimane (Daniele 9:24-27) è in lingua ebraica e viene considerato da sempre canonico anche dall'ebraismo, al contrario delle porzioni greche accettate solo dai cristiani. Sebbene a Qumran non si siano ritrovati frammenti della porzione del libro comprendente la profezia delle settanta settimane, essa è stata certamente composta ben prima del 70 d.C., difatti esiste di Daniele una traduzione in greco di Teodozione, vissuto nel II secolo d.C., che la comprende. La traduzione greca di Teodozione fu fatta per migliorare la più antica versione greca dei LXX, che doveva esistere da molti anni prima di Teodozione. Considerato che la profezia è canonica anche per gli ebrei e che esistono versioni greche così antiche, ne segue che essa era nota e ben conosciuta al tempo di Gesù e ben prima. Lo studio approfondito del libro di Daniele e della profezia delle settanta settimane viene rimandato in altro luogo, qui basta evidenziare come anche questo profeta, analogamente ai sinottici, alluda alla distruzione di Gerusalemme e del tempio in termini molto diretti. Le interpretazioni, generalmente, tendono ad assumere che questa profezia si riferisca alle vicende maccabaiche e in particolare alla persecuzioni di Antioco Epifane nei confronti dei Giudei (168-164 a.C.). La profezia delle settanta settimane sarebbe quindi stata scritta post eventum al tempo delle vicende maccabaiche e subito dopo la profanazione del tempio da parte di Antioco Epifane (2 Maccabei 6:2), mentre il principe consacrato sarebbe il sommo sacerdote Onia III, trucidato nel 171 a.C. (cfr. 2 Maccabei 4:30-38). Tuttavia Daniele parla espressamente di distruzione della città e del santuario, cosa che né Antioco Epifane né altri sovrani nemici dei Giudei compirono fino alla fatidica guerra del 66-74 d.C. Il tempio venne soltanto profanato da Antioco Epifane, anche l'imperatore romano Caligola, verso il 40 d.C., cercò di far installare delle sue statue nel tempio. Ma nessuno distrusse mai il tempio, tanto meno la città, fino al 70 dopo Cristo. Inoltre, anche l'interpretazione e il computo delle settimane di anni non consentono di giungere univocamente alla soluzione di inquadrare la profezia nel periodo maccabaico. Per questa ragione la profezia delle settanta settimane di Daniele continua a mantenere la sua carica profetica anche dopo le vicende maccabaiche, anche perchè il tono e lo stile sono certamente escatologici e profetici. Giuseppe Flavio, sebbene scrivesse post eventum avendo assistito alla guerra giudaica, può essere citato come testimone del fatto che nel I secolo e in part. prima della guerra giudaica alcune profezie di Daniele erano considerate ancora non adempiute.  Nella parte conclusiva del libro 10 di Antichità Giudaiche, Giuseppe si sofferma sulla figura di Daniele, che considera uno dei profeti più grandi (cfr. Ant., 10:266). Inoltre dice di questo profeta che “i libri che scrisse e lasciò si leggono anche adesso e da essi ci convinciamo che Daniele parlava con Dio perché non soltanto preannunciava le cose future come gli altri profeti, ma segnò anche il tempo nel quale sarebbero avvenute” (cfr. Ant. 10:267). Giuseppe si spinge poco dopo a interpretare la visione che Daniele ebbe quando si trovava nella città di Susa (si veda Dan. 8:1-27) come l’annuncio delle vicende del periodo maccabaico: “la nostra nazione ebbe a sperimentare questi sfortunati eventi sotto Antioco Epifane, proprio come vide Daniele, molti anni prima che avvenissero” (cfr. Ant., 10:276). La profezia delle settanta settimane che compare nel Cap. 9 di Daniele è riportata proprio subito dopo la precedente profezia di Susa, ma Giuseppe non si spinge ad interpretarla. Tuttavia, ricollegandosi alla precedente profezia, afferma che: “allo stesso modo Daniele scrisse anche, a proposito dell’impero dei Romani, che Gerusalemme sarebbe stata presa da loro e il tempio distrutto” (cfr. Ant., 10:276). Si veda anche Ant. 20:186 in cui Giuseppe Flavio, dopo aver descritto le terribili azioni dei sicari, che giunsero persino ad uccidere all'interno del santuario del tempio, scrive: "A mio modo di vedere è questo il motivo per cui Dio stesso, disgustato dalle loro empietà, volse le spalle alla nostra città, perchè giudicò il santuario una dimora non più pura per Lui, condusse contro di noi i Romani, purificò la città con il fuoco e condannò alla schiavitù noi, le nostre mogli e i nostri figli. Egli intendeva punirci con queste calamità". In Guerra Giudaica Giuseppe afferma che la distruzione del tempio era già stata profetizzata molti secoli prima: “Tito si ritirava nell’Antonia deciso a scatenare all’alba del giorno dopo un assalto con tutte le forze per investire da ogni parte il tempio. Questo già da parecchio tempo era stato dal Dio condannato alle fiamme e col volgere degli evi ritornò il giorno fatale, il dieci del mese di Loos, quello in cui una volta esso era già stato incendiato dal re dei babilonesi” (cfr. Guerra Giud., 6:250-251).

 

Zaccaria e Daniele sono due classici esempi in cui viene profetizzata la distruzione di Gerusalemme e persino del tempio, nel caso di Zaccaria al termine di questa battaglia escatologica si avrà una pace messianica, coincidente con la venuta del regno di Dio. Si tratta, sostanzialmente, dello stesso schema che ritroviamo nella profezia dei sinottici. Altri passi che alludono alla distruzione di Gerusalemme e alla guerra escatolgica si possono trovare nel libro di Sofonia, in Michea 3:9-4:14, Amos 3:1-15, Isaia Capp. 1, 2, 3, 13, 24 ed Ezechia (cap. 38). Nel libro di Isaia vicende reali come la caduta di Gerusalemme, le invasioni degli Assiri, dei Babilonesi o la stessa caduta di Babilonia conquistata dai Persiani sono spesso utilizzate come spunto per parlare della fine del mondo, sebbene Isaia non affermi mai in quei passi che subito dopo quegli eventi si verificherà il regno messianico di Dio. Sofonia nel cap. 1 profetizza la distruzione di Giuda e Gerusalemme a causa dell'iniquità del popolo; il cap. 3 del libro è invece dedicato alla distruzione di Gerusalemme e alla promessa - da parte di Dio - che una parte del popolo sarà preservata e darà vita a una discendenza giusta. In Ezechiele cap. 38 viene annunciata l'invasione di Gog, re di Magog, che dagli estremi confini del settentrione sarà mandato da Dio a distruggere il popolo di Israele: dopo alcuni eventi apocalittici (cfr. Ez. 38:19-22) Dio comunque annienterà l'armata di questo invasore. Simili profezie si riscontrano anche nella letteratura apocrifa, in particolare nel primo libro di Enoc e nel libro dei Giubilei, due libri dai toni fortemente apocalittici.

 

Di 1 Enoc qui interessano essenzialmente due porzioni: l'epistola di Enoc e la cosiddetta sezione delle parabole (o similitudini di Enoc). 1 Enoc è un importante apocrifo che nella versione più completa ci è noto in lingua etiopica. L'epistola di Enoc nella attuale versione del libro, che ricalca il testo etiopico, comprende la porzione che va dal Cap. 91 al Cap. 105. Si tratta di una sorta di testamento esortativo attribuito ad Enoc, nel quale viene descritta la storia del mondo suddividendola in una sequenza di dieci settimane, dal tempo di Enoc fino al Giudizio Universale. E infatti il programma dell'epistola è:

 

1 Enoc 91:1 - Ed ora, figlio mio Matusalemme, chiamami tutti i tuoi fratelli e raduna, per me, tutti i figli di tua madre poiché la parola mi chiama e lo spirito é scorso su di me, affinché io vi mostri tutto quel che vi giungerà nell'eternità.

 

Qualche vv. dopo emerge chiaramente una concezione della storia in cui la malvagità è destinata a crescere progressivamente, comportando castighi dal cielo e l'intervento del Signore. L'autore di questa composizione si dice inoltre certo che "la violenza si rinforzerà sulla terra e si compirà un gran castigo sulla terra" e addirittura che "tutta la sua costruzione passerà", una frase simile a "il cielo e la terra passeranno" (cfr. Mt 24:35, Mc 13:31, Lc 21:33):

 

1 Enoc 91:5-7 - [5] poiché io so che l'esistenza della violenza si rinforzerà sulla terra e si compirà un gran castigo sulla terra ed ogni malvagità finirà, sarà tagliata dalle sue radici e tutta la sua costruzione passerà. [6] E si ripeterà, un'altra volta, la malvagità sulla terra e si compirà sulla terra, un'altra volta, ogni azione di malvagità, violenza e peccato. [7] E se crescerà(nno) la malvagità, il peccato, la maledizione, la violenza ed ogni azione (cattiva), e se crescerà(nno) la ribellione, il peccato, e la impurità, vi sarà gran castigo, dal cielo, su tutti costoro ed il Signore santo uscirà, in rabbia e castigo, per far giustizia sulla terra.

 

All'interno dell'epistola di Enoc, che copre i Capp. 91-105 di 1 Enoc, è contenuta una sezione che viene detta Apocalisse delle settimane, essa comprende i passi 93:1-10 e 91:11-92:1. Ai vv. 93:9-10 viene espressa una concezione secondo cui dopo una distruzione, sebbene non qui dichiarata, di una "generazione perversa" seguirà una elezione o premiazione dei giusti:

 

1 Enoc 93:9-10 - [9] E dopo di ciò, nella settima settimana, sorgerà una generazione perversa e (saranno) molte le sue azioni, e tutte le sue azioni (saranno) perversità. [10] Alla sua fine saranno premiati i giusti scelti dalla pianta di giustizia eterna, quelli (cioè) cui sarà dato il settuplo della dottrina (più che) a ogni sua creatura.

 

I passi che abbiamo citato sopra hanno anche una solida attestazione archeologica che dimostra che essi sono stati composti ben prima di Cristo e delle concezioni tipicamente cristiane. Nella grotta 4Q di Qumran difatti è stato ritrovato il frammento in lingua aramaica 4Q212 = 4QEn. G che riporta proprio abbondanti stralci dei Capp. 91 e 93 di 1 Enoc. 4QEn. G misura 11,5 ´ 28,0 cm e viene datato paleograficamente al I sec. a.C., sebbene vi siano non poche difficoltà nel datare documenti aramaici di questo periodo sulla base del solo stile di scrittura; nello specifico il frammento contiene 1 Enoc 91:18-92:2, 92:5-93:4, 93:9-10, 91:11-17, 93:11-94:2. Pertanto siamo davanti a concezioni precristiane e probabilmente anche più antiche della stessa Comunità di Qumran. Procedendo oltre nella lettura dell'attuale epistola di Enoc, ci si imbatte in due passi di grande importanza per l'argomento che qui viene trattato:

 

1 Enoc 99:4-6 - [4] In quei giorni i popoli si agiteranno e le varie specie di popoli saranno portate via nel giorno della distruzione. [5] E, in quei giorni, coloro che sono gravide usciranno e prenderanno i loro figli, li abbandoneranno e i loro figli nasceranno prematuramente. Mentre essi popperanno, li abbandoneranno e non torneranno da loro e non avranno misericordia verso i loro cari . [6] Inoltre io vi giuro, o peccatori, che il peccato é stato preparato per il giorno del sangue che non si ferma.

 

1 Enoc 100:1-6 - [1] E in quei giorni, in un sol luogo, i padri si percuoteranno coi loro figli e i fratelli, insieme coi loro fratelli, cadranno nella morte finché, dal loro sangue, scorrerà come un fiume [2] poiché l'uomo non tratterrà, misericordiosamente , la mano dal figlio e dal figlio del figlio per ucciderlo ed il peccatore non tratterrà la sua mano dal proprio fratello onorato. Ed essi si uccideranno dall'alba fino al sole che tramonta. [3] Ed il cavallo procederà, fino al suo petto, nel sangue dei peccatori e il carro, fino alla sua parte superiore, affonderà (nel sangue). [4] E in quei giorni gli angeli scenderanno in luoghi nascosti e faranno entrare in un sol luogo tutti quelli che favoriscono il peccato e, in quel giorno, l'Altissimo sorgerà per far giustizia di tutti i peccatori. [5] E darà a tutti i giusti ed ai santi dei guardiani (scelti) di fra gli angeli (che) li custodiranno come pupille degli occhi fin quando tutta la cattiveria e tutti i peccati saranno portati alla fine ed i santi, anche se dormiranno un lungo sonno, non avranno nulla da temere. [6] E gli uomini saggi vedranno la verità e i figli della terra comprenderanno tutte le parole di questo libro e sapranno che la loro ricchezza non potrà salvarli nella rovina del loro peccato.

 

1 Enoc 99:4-6, oltre all'annuncio di una fase di distruzione che colpirà tutti i popoli, impressiona soprattutto per l'immagine delle madri e dei loro bambini. Il linguaggio è davvero molto simile a quello dei sinottici, "si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno" (cfr. Mt 24:7) e soprattutto "guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni" (cfr. Mt 24:19). Il secondo passo sopra riportato, 1 Enoc 100:1-6, nuovamente allude a una grande guerra generalizzata al termine della quale "l'Altissimo sorgerà per far giustizia di tutti i peccatori" e i giusti e i santi saranno esaltati. Ma i vari studi che si sono occupati del libro di Enoc e della letteratura qumranica arrivano alla conclusione che queste due porzioni dell'epistola di Enoc ben difficilmente erano conservate nella versione del libro di Enoc che circolava a Qumran. L'analisi interna del testo di tutta l'epistola di Enoc, il suo stile, la dottrina che emerge da essa ed una attenta valutazione dello spettro dei frammenti dell'epistola effettivamente ritrovati nella grotta 4Q dimostra chiaramente che l'epistola in origine era più corta della versione attuale derivata dalla traduzione etiopica. Infatti se 4Q212 = 4QEn. G copre essenzialmente vv. dei Capp. 91-93 e l'inizio del Cap. 94, il secondo frammento dell'epistola, 4Q204 = 4QEn. C, attesta vv. appartenenti ai Capp. da 104 a 107. E' altamente probabile quindi che originariamente l'epistola di Enoc non contenesse tutta la porzione che nell'attuale libro contiene 1 Enoc 94:6-104:6. L'epistola di Enoc così come doveva essere in origine, ovvero l'attuale epistola di Enoc privata della sezione interpolata 94:6-104:6, viene convenzionalmente detta Proto Epistola di Enoc. Per una esposizione riassuntiva, sebbene dettagliata, della storia della composizione dell'epistola di Enoc e dei rapporti di questo testo con la Comunità di Qumran e con il più ampio movimento del giudaismo enochico, si veda G. Boccaccini, Oltre l'ipotesi essenica - Lo scisma tra Qumran e il Giudaismo enochico, Morcelliana, Brescia, 2003, pp. 190-205 e pp. 235-245. Secondo Boccaccini lo scopo della introduzione della lunga interpolazione introdotta ad ampliare la Proto Epistola di Enoc è modificare la prospettiva teologica che emerge dalla lettura della Proto Epistola, nell'ambito del quadro polemico tra Comunità di Qumran e giudaismo enochico. L'elaborazione successiva della Proto Epistola ha infatti lo scopo di correggere gli elementi fortemente predeterministici nella concezione della storia umana rispetto alla concezione che emerge nella letteratura strettamente qumranica e alla Proto Epistola di Enoc (cfr. Boccaccini, pag. 242 e segg.). Probabilmente la Proto Epistola era un testo precedente la nascita della Comunità di Qumran, sorto nell'ambito del più ampio movimento del giudaismo enochico che si contrapponeva al movimento sadocita legato a Gerusalemme e al culto ossessivo del tempio. In seguito, i qumraniti accolsero molte composizioni enochiche nella loro biblioteca, in fondo essi si distaccarono dalla corrente enochica e svilupparono concezioni del mondo e dottrine tipicamente enochiche. Ma il movimento enochico continuò a produrre la propria letteratura e ad elaborare le proprie dottrine che in molti casi divergevano con la Comunità settaria di Qumran, oltre che con le dottrine sadocite. Dal movimento enochico avrebbe tratto ispirazione o addirittura potrebbe essere direttamente derivato il movimento proto cristiano. Del resto, leggiamo nei vangeli moltissime invettive contro i Farisei, contro Gerusalemme, vi sono persino indizi fondati che portano a concludere che Gesù e i discepoli abbiano utilizzato un calendario religioso diverso da quello dei sacerdoti sadducei e farisei di Gerusalemme, considerati empi. In questa logica non desta meraviglia che Gesù, un ebreo, abbia profetizzato la distruzione di Gerusalemme e persino del suo tempio, l'edifico più sacro e importante degli ebrei. Secondo i vangeli, lo stesso Gesù riteneva corrotto e mal gestito il tempio (si legga l'episodio della cacciata dei mercanti dal tempio oppure l'episodio in cui Gesù si rifiuta di partecipare alla festa delle capanne/succoth) e lo stesso faranno i suoi discepoli, violando ripetutamente le regole del tempio, introducendo dei pagani al suo interno, rifiutandosi di seguire gli ordini dei sacerdoti a non predicare al suo interno. Ora, se Gesù era un ebreo, quale poteva essere il suo pensiero nei confronti di quella parte del popolo di Israele che considerava corrotta e accusava di non eseguire i precetti di Dio? Qualunque ebreo dovrebbe rispondere citando Lev. 26:146 o Deut. 28:15-69, oltre allo spettro dell'invasione babilonese del 586 a.C. al quale allude moltissimo materiale letterario dell'Antico Testamento. Questi lunghi brani della Toràh descrivono le maledizioni che colpiranno il popolo ebraico qualora esso violi l'Alleanza con Dio, la rivelazione data a Mosè sul Monte Sinai. Ora, tra le maledizioni promesse, Dio dice nel primo citato passo della Toràh:

 

Levitico, 28:30-33 - Devasterò le vostre alture di culto, distruggerò i vostri altari per l'incenso, butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio. Ridurrò le vostre città in deserti, devasterò i vostri santuari e non aspirerò più il profumo dei vostri incensi. Devasterò io stesso il vostro paese e i vostri nemici, che vi prenderanno dimora, ne saranno stupefatti. Quanto a voi, vi disperderò tra le nazioni e vi inseguirò con la spada sguainata; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

 

E ancora, in Deut. 28:49-52 è scritto (qui è ancora il Dio della Sacra Alleanza a parlare):

 

Deuteronomio, 28:49-52 - Il Signore solleverà contro di te, dalle estremità della terra, una nazione che si slancia a volo come aquila: una nazione della quale non capirai la lingua, una nazione dall'aspetto feroce, che non avrà riguardo al vecchio e compassione al fanciullo [..] Ti assedierà in tutte le tue città, finché in tutto il tuo paese non cadano le mura alte e forti, nelle quali avrai riposto la fiducia.

 

Queste sono alcune delle sventure che colpiscono il popolo di Israele quando questo si allontana dai comandamenti di Dio. Sono le disgrazie che colpirono il popolo nel 586 a.C., quando Dio inviò i feroci Babilonesi guidati da Nabucodonosor a distruggere Gerusalemme e il tempio, riducendo in schiavitù il popolo ebreo. Le stesse terribili disgrazie che potevano capitare in qualunque momento, anche nell'epoca del secondo tempio, se solo il popolo e in particolare la sua classe dirigente avesse deviato da quella che si riteneva dovesse essere la giusta condotta morale nei confronti di Dio. Negli anni in cui vive, un profeta come certamente fu Gesù non può non ammonire il popolo delle disgrazie che lo attendono, se ha sentore che queste possano presto accadere a causa dell'empietà del popolo. Dal tono con cui Gesù ammonisce scribi, farisei e dottori della legge, sia in forma diretta (cfr. ad es. Mt. 23:1-33) che in forma cifrata, ovvero di parabole (cfr. ad es. Mt. 21:33-45), può a nostro avviso essere scaturito il lungo discorso sulla profezia della distruzione della città e del santuario che viene collocato, riteniamo non casualmente, proprio subito dopo queste dure invettive, a conclusione di esse.

 

Ritornando a 1 Enoc, non poche concezioni e dottrine di questo pseudoepigrafo, uno dei testi fondamentali del giudaismo enochico, compaiono puntualmente in tanti passi del Nuovo Testamento così che una derivazione comune tra movimento cristiano e movimento enochico od esseno - sebbene non manifestamente qumranita - è più che un sospetto. Il fatto che la porzione 1 Enoc 94:6-104:6 (questo discorso, come vedremo, vale anche per le Parabole di 1 Enoc) non sia stata ritrovata a Qumran, non significa necessariamente che si tratti di una composizione relativamente tarda e sorta in epoca post cristiana, come 4 Esdra o altri libri simili. Infatti i qumraniti dovettero distaccarsi a un certo punto - forse prima o poco dopo le rivolte maccabaiche - dal movimento enochico progenitore per qualche motivo. Ed è evidente che i due movimenti, sebbene sorti da un filone comune, dovevano avere degli elementi teologici che li mettevano in contrapposizione, altrimenti non vi sarebbe mai stato alcuno scisma. Le aggiunte a 1 Enoc sono verosimilmente la prosecuzione della letteratura enochica dopo lo scisma di Qumran. E' anche possibile che la Comunità si sia divisa dagli enochici quando queste nuove concezioni cominciarono a prendere corpo o persino che i qumraniti abbiano censurato nelle loro versioni di 1 Enoc i nuovi elementi dottrinali che consideravano spuri.

 

Lo stesso discorso fatto per l'epistola di Enoc può essere fatto per le "Parabole" o "Similitudini" di 1 Enoc. Si tratta di una sezione di 1 Enoc che inizialmente alcuni datavano al I o addirittura al II secolo dopo Cristo, ma gli studi più recenti tendono a collocare ben più indietro nel tempo, verso il 40 avanti Cristo. Per una trattazione più approfondita del libro di Enoc si rimanda ad altro luogo. Qui interessa solamente riportare che nella terza parabola (o similitudine) di 1 Enoc abbiamo una allusione a una guerra escatologica. Il libro descrive in altre sezioni, ben più antiche di quella delle parabole, la contaminazione del genere umano a causa di angeli (o vigilanti) che Dio aveva originariamente posto a guardia del genere umano, i quali avrebbero trasgredito i comandi ricevuti da Dio e sarebbero scesi sulla terra corrompendo e contaminando la specie umana. Dio fu costretto ad intervenire imprigionando gli angeli in attesa del giudizio finale, in modo da bloccare la loro azione negativa. Secondo il libro una grande devastazione in seguito a una guerra farà da preludio al tema del giudizio divino:

 

1 Enoc, terza similitudine - In quei giorni gli angeli ritorneranno e si scaglieranno a oriente sopra i popoli dei Parti e dei Medi, in modo da istigare i re e alzarli dai loro troni. Li faranno uscire come leoni dalle loro tane, come lupi affamati dal branco e marceranno verso la terra dei loro eletti, e la terra dei loro eletti diverrà un campo da mietere. Ma la città della Mia giustizia sarà un insormontabile ostacolo per i loro cavalli ed essi inizieranno a combattere l’uno contro l’altro, la loro mano destra si alzerà contro di loro, un uomo non riconoscerà più il proprio fratello, un figlio non riconoscerà più il proprio padre o la propria madre fino a quando non ci saranno più corpi per l’immensa carneficina e tutti saranno morti e la loro punizione non sarà stata inutile. In quei giorni lo Sheol aprirà le mandibole ed essi verranno inghiottiti: così la loro distruzione sarà totale. Lo Sheol divorerà tutti i peccatori alla presenza dell’Eletto. Vidi poi un’armata di carri, e questi carri erano pieni di guerrieri portati dai venti e venivano da oriente, da occidente e da mezzogiorno. Si udiva da molto lontano il rumore di quei carri ed era un rumore così forte che quando il tumulto prese posizione i santi lo notarono dal cielo. Le colonne della terra furono rimosse e il rumore da qui fu sentito da una estremità del cielo all’altra in un giorno. Tutti si prostrarono ed adorarono il Signore degli spiriti. E questa è la fine della seconda parabola

Il contenuto della parabola è certamente escatologico, tuttavia questo passo può essere stato tratto da una minaccia reale e fornirebbe quindi una indicazione sull’epoca in cui presumibilmente venne composto. Nella Guerra Giudaica e nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio si parla infatti dell’invasione della Palestina per opera dei Parti avvenuta nel periodo 40-38 a.C. quindi si pensa che il nucleo della parabola sia stato composto in questo periodo, durante il regno di Erode il grande. Tuttavia la questione è dibattuta, in quanto l’accenno alla minaccia di invasione dei Parti o dei Medi è molto vago e potrebbe essere effettivamente solo simbolico e avulso dalla realtà storica.

Un'altro importante apocrifo, il libro dei Giubilei, parla di una guerra escatolgica. Nel Cap. XXIII, dopo la descrizione della morte di Abramo, che visse ben quattro giubilei, il libro si sofferma sul futuro del mondo osservando che dopo Abramo si susseguiranno delle generazioni malvagie, gli uomini vivranno molto meno rispetto agli antichi patriarchi e al culmine di questo processo involutivo gli uomini si combatteranno l'un l'altro in una guerra apocalittica (cfr. vv. 19-22). 

Giubilei, XXIII - [11] E tutte le generazioni che sorgeranno da ora fino al giorno del Grande Giudizio, invecchieranno presto, senza compiere (neanche) due giubilei e accadrà che la loro intelligenza, a causa della loro vecchiezza, li abbandonerà e svanirà. [12] In quel tempo, se un uomo avrà vissuto un giubileo e mezzo, si dirà, di lui, che ha vissuto molto. E la maggior parte dei suoi giorni (sarà) malattia, fatica, afflizione e non vi sarà pace [13] perché (saranno) flagelli su flagelli, odio su odio, afflizione su afflizione, male su male, malattia su malattia e ogni simile condanna malvagia e, cioè: vermi intestinali (?) , grandine, neve, cenere, infiammazione, gelo, torpore, carestia, morte, spade, predazione ed ogni (altro) flagello e malattia. [14] E tutto ciò verrà con la stirpe malvagia che farà peccare la terra con la fornicazione impura, con la impurità e con l'abominio delle loro azioni . [15] "Allora - essi diranno - il tempo della vita degli antichi era molto, fino a mille anni, ed era bello. Ora, al tempo della nostra vita, un uomo vive al massimo settant'anni e, se é forte, ottanta; e tutto é cattivo: non vi é salvezza al tempo di questa progenie cattiva. [16] E, in questa progenie, i figli rimprovereranno i loro padri e i loro vecchi a causa dei loro peccati, della iniquità, dei loro discorsi, delle grandi cattiverie che essi faranno e per aver essi violato il Patto che il Signore stabilì fra loro e Lui affinché rispettassero ed eseguissero tutti i Suoi ordini, le Sue disposizioni e le Sue leggi senza deviare né a destra né a sinistra. [17] Poiché tutti loro avranno agito male ed ogni bocca dirà cose peccaminose e tutte le loro azioni (saranno) impure ed abominio e tutto il loro modo di agire (sarà) impurità, turpitudine e corruzione, [18] ecco che la terra perirà per tutte le loro azioni e non vi sarà né seme di vite né olio, perché il loro modo di agire (sarà solo) ribellione e, a causa dei figli dell'uomo, periranno tutti insieme: fiere, animali, uccelli e tutti i pesci del mare. [19] E si combatteranno gli uni con gli altri: i giovani coi vecchi e i vecchi coi giovani, il povero col ricco, l'umile col grande, il povero col dignitario, a causa della legge e del Patto, poiché avranno dimenticato il Suo ordine e il Suo Patto, la festa, il mese, il sabato, il giubileo e tutto quel che é giusto. [20] E staranno con le spade e in guerra per ricondurli sulla via, ed essi non ritorneranno finché non sarà sparso molto sangue sulla terra, gli uni contro gli altri. [21] E quelli che si salveranno non si convertiranno, dalla loro cattiveria, alla via della giustizia poiché tutti quanti, per la cupidigia delle ricchezze, si solleveranno per prendersi, ognuno, quello dell'altro e avranno un gran nome, non realmente e giustamente, (ma perché) insozzeranno il santo dei santi con la sozzura della corruzione della loro impurità. [22] E, sulle azioni di questa progenie vi sarà gran flagello da parte del Signore ed Egli li consegnerà al coltello, alla condanna, alla cattività, alla rapina, alla consumazione. [23] Ed Egli susciterà, contro di Loro, i peccati di (quei) popoli i quali, verso di loro, non avranno misericordia e clemenza e non faranno particolarità per alcuno, né per il grande, né per il giovane, per nessuno, poiché essi sono cattivi e capaci di esser cattivi più di tutti i figli dell'uomo. Provocheranno turbamenti fra (i figli di) Israele e crimini contro Giacobbe e sarà versato molto sangue sulla terra e non vi sarà chi raccoglierà e seppellirà (i cadaveri). [24] Ed allora grideranno, invocheranno e pregheranno per salvarsi dalla mano dei popoli peccatori e non vi sarà chi si salvi. [25] E si imbiancheranno di canizie i capelli dei fanciulli ed un fanciullo di tre settimane apparirà vecchio di cento anni e la loro statura, per i patimenti e le afflizioni, andrà in rovina. [26] E, allora, i fanciulli cominceranno ad osservare scrupolosamente le leggi e gli ordini ed a ritornare sulla via della giustizia. [27] Ed il tempo comincerà ad aumentare ed a crescere e (così pure) i figli degli uomini, di generazione in generazione e di tempo in tempo, fin quando i giorni (della) loro (vita) si avvicineranno ai mille anni o più. [28] E non vi sarà vecchio o chi sarà sazio dei (suoi) giorni (di vita) poiché tutti saranno fanciulli e giovani. [29] Ed essi compiranno tutto il loro tempo e vivranno in pace ed in gioia e non vi sarà alcun demonio o alcun corruttore malvagio poiché tutti i giorni saranno giorni di pace, di risanamento, di benedizione. [30] Ed allora il Signore sanerà i suoi servi ed essi sorgeranno e vedranno una gran pace, respingeranno i loro nemici e i giusti vedranno e lauderanno e gioiranno di gioia, in eterno, e vedranno, nei loro nemici, tutta la loro condanna e la loro maledizione. [31] E riposeranno, le loro ossa, nella terra ed il loro spirito abbonderà in letizia ed essi sapranno che esiste il Signore, esecutore di giustizia e (che) fa clemenza a cento, a mille e a tutti coloro che lo amano. [32] E anche tu, o Mosé, scrivi queste parole perché così é scritto e innalzato, nelle tavole del cielo, per le generazioni in eterno.
 

Si noti che il concetto di recupero degli anni di vita da parte delle generazioni umane è espresso anche in Isaia 65:20. Secondo questa letteratura apocalittica la lunghezza della vita degli esseri umani è direttamente collegata alle loro opere e alla rettitudine delle varie generazioni storiche. Ma il passo dei Giubilei contiene anche un'importantissima allusione ai pagani, descritti come i popoli dei peccatori, che perseguiteranno i figli di Israele (cfr. vv. 23 e 24). Si tratta di un tema non dissimile dalle persecuzioni cui saranno sottoposti i cristiani secondo Mt 24:9 e i relativi paralleli sinottici. Dopo questo colossale bagno di sangue, tuttavia, il passo del libro dei Giubilei afferma che lentamente le generazioni successive torneranno a vivere a lungo, "il Signore sanerà i suoi servi ed essi sorgeranno e vedranno una gran pace, respingeranno i loro nemici e i giusti vedranno e lauderanno e gioiranno di gioia, in eterno, e vedranno nei loro nemici tutta la loro condanna e la loro maledizione" (cfr. v. 28). Siamo nuovamente davanti allo stesso schema della profezia della distruzione del tempio che compare nei sinottici, in particolare secondo Matteo e Marco. A guerre generalizzate tra popoli (cfr. Mt, Mc) e persecuzioni da parte dei pagani, seguirà un'epoca di pace eterna (di qui l'interpretazione escatologica di tutto questo passo) nella quale i giusti servi di Dio gioiranno ed esulteranno. Sulla composizione del libro dei Giubilei scrive G. Boccaccini:

 

"il libro dei Giubilei ebbe un ruolo importante a Qumran, com'è dimostrato dalla quantità di manoscritti che vi sono stati rinvenuti. Ciononostante, il Libro dei Giubilei è chiaramente un libro pre settario. Il fatto che esso sia citato come opera autorevole nel Documento di Damasco (CD 16,2-4) mostra che la sua composizione è precedente alla letteratura settaria di Qumran" (cfr. G. Boccaccini, Oltre l'ipotesi essenica - Lo scisma tra Qumran e il giudaismo enochico, Morcelliana, 2003, pag. 162).

 

Del Libro dei Giubilei non solo si hanno i frammenti di 14 o 15 copie, ritrovati a Qumran in più grotte, ma viene citato come un testo autorevole in CD (Documento di Damasco) e in 4Q228 (Cfr. J. VanderKam, “Genesis 1 in Jubilees 2” in DSD 1, 1994, 300-321, 300). Si ricordano in particolare i frammenti 1Q17-18, 2Q19-20, 3Q5, 4Q176b, 4Q216-224 e 11Q12 (cfr. M.O. Wise, The Dead Sea Scroll: a New Translation, Harpercollins, 2005). Analogamente ad 1 Enoc e Daniele, il libro dei Giubilei presenta forti tendenze escatologiche ed apocalittiche. Come nel caso di altri libri apocalittici il culmine della Fine dei Tempi è il Giudizio Universale, quando i malvagi saranno eliminati dalla faccia della terra e seguirà una nuova e più perfetta creazione: si tratta della stessa teologia ripresa nella profezia dei sinottici.

 

Anche tra la letteratura strettamente qumranica e scoperta solo in seguito ai ritrovamenti di Qumran abbiamo varie allusioni a guerre escatologiche. Il Rotolo della guerra, ritrovato nella grotta 1Q, descrive una battaglia apocalittica fra i figli delle tenebre ed i figli della luce, cioè tra male e bene. Sebbene il rotolo presenti elementi che lo contraddistinguono rispetto alla caratteristica della profezia evangelica, esso è particolarmente importante per l'analisi che viene qui condotta. In esso viene descritta, in termini non realistici ma allegorici, una guerra escatologica che dovrà essere condotta nei quarant'anni finali degli ultimi giorni del mondo. Vi sono autori (vedi ad es. Schifmann) che interpretano alla lettera il testo, supponendo che esso descriva realmente le regole e le tattiche da adottare in una guerra concreta. Infatti esso si spinge a descrivere armi e tattiche da utilizzare nel corso della battaglia. Secondo altri (vedi ad es. Vermes e Stegemann) il conflitto sarebbe puramente simbolico e collocato in un contesto storico immaginario, che si verificherà presumibilmente alla fine dei tempi. Nello scontro escatologico sono coinvolti i Figli della Luce, rappresentati dalle tribù di Levi, Giuda e Beniamino, contrapposti ai Figli delle Tenebre, rappresentati dai gentili capeggiati dal misterioso popolo dei Kittim (reale o immaginario?) I Kittim potrebbero essere interpretati come una allegoria della cultura e della potenza greca e, più precisamente, dei sovrani ellenistici che entrarono in conflitto con i Giudei dal tempo di Antioco Epifane verso la metà del II sec. a.C. Ma potrebbero essere anche considerati un nome in codice per riferirsi ai Romani, che controllarono la Palestina fin dal tempo di Pompeo (63 a.C.). A seconda che la composizione del Rotolo della guerra risalga all'epoca ellenistica, al tempo delle vicende maccabaiche, oppure sia più recente, i Kittim potrebbero rappresentare l'una o l'altra delle potenze che controllavano la Palestina. Secondo la scuola di pensiero di R. Einsenman, il fatto che il Rotolo della guerra alluda al "re" dei Kittim indica che il testo deve essere collegato al I secolo d.C., cioè alla Roma imperiale e non a quella repubblicana (cfr. M. Baigent, R. Leigh, I misteri del Mar Morto, Fabbri Editori, pp. 152-153). E' persino possibile che il testo sia stato composto ben prima dell'ingresso dei Romani in Palestina e in seguito aggiornato in funzione dei nuovi eventi storici, ed infatti nella grotta 4Q sono stati ritrovati dei frammenti di tale rotolo il cui testo differisce da quello della grotta 1Q. Quello che qui interessa è il fatto che questo documento descrive una grande guerra escatologica. Tuttavia esso identifica esplicitamente la parte buona e vincente, contrapponendola alla parte cattiva destinata ad essere sconfitta. Il rotolo, inoltre, invita esplicitamente a prendere parte al grande conflitto escatologico, tutti i Figli della Luce dovrebbero partecipare ad esso, mentre la profezia evangelica dice espressamente di fuggire dalla battaglia e rifugiarsi in altri luoghi in quanto non identifica affatto una parte "buona" in contrapposizione a una parte "cattiva": si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno e in mezzo a questo conflitto generalizzato ci sarà spazio per la persecuzione dei giusti o eletti, i quali hanno nel complesso svolgono una funzione passiva, che si esaurisce nella incrollabile fiducia nella venuta del Figlio dell'Uomo (Gesù Cristo). Simili differenze possono essere spiegate ipotizzando che l'ambiente culturale e religioso dal quale scaturì la profezia dei sinottici e il movimento cristiano era enochico e non qumranico.

 

Il Commentario al profeta Abacuc (1QpHab) è un'altro importante documento ebraico che viene considerato una composizione originale della Comunità di Qumran. Si tratta di un pesher che interpreta i passi del libro di Abacuc applicandoli ad eventi storici e probabilmente a personaggi realmente esistiti. Tuttavia i nomi di questi personaggi sono scritti in codice: Maestro di Giustizia, Sacerdote Empio, Predicatore Mendace (o Uomo di Menzogna); analogamente, per le popolazioni o i gruppi religiosi che vengono citati nel documento sono utilizzati molto spesso nomi cifrati: Casa di Assalonne, Casa di Giuda, Kittim, ecc... Pertanto non è impresa semplice inquadrare il contesto storico in cui il pesher di Abacuc è stato composto e identificare i fatti ai quali esso allude, nel corso del tempo sono state proposte varie soluzioni la cui analisi esula dagli scopi del presente articolo. Il commentario ad Abacuc è innanzitutto uno straordinario esempio di come le profezie dell'Antico Testamento potessero essere interpretate e attualizzate per spiegare e prevedere degli eventi storici. Secondo il suo autore Dio ha annunciato per mezzo dei profeti quello che dovrà accadere nel futuro:

 

1QpHab, Col. II, trad. F.G. Martinez (1). - 7 quando sentiranno tutto ciò che v[errà al]la generazione ultima dalla bocca del 8 sacerdote che Dio ha posto in [mezzo alla comunità] per spiegare tutte 9 le parole dei suoi servi i profeti, [per] mezzo dei quali Dio ha annunciato 10 tutto ciò che avverrà al suo popolo [Israele].

 

Si tratta di una tecnica applicata non di rado nella letteratura qumranica, che produsse vari commentari, come quello a Isaia, Nahum, Osea, ecc... Profezie bibliche antiche riferite al passato, come l'invasione dei Caldei descritta in Abacuc, vengono rilette e reinterpretate, attualizzandole ad eventi futuri o in corso di svolgimento. Una simile procedura interpretativa dei profeti, come sappiamo, è stata fatta propria dai Cristiani i quali applicano da sempre numerose profezie veterotestamentarie a Gesù Cristo e alle sue vicende. Abacuc nel suo libro profetizza una invasione dei Caldei, che probabilmente avvenne realmente nel VI secolo avanti Cristo. Nella mentalità ebraica gli eventi storici negativi, avversi a Israele, vengono generalmente interpretati come punizioni divine volute da Dio per correggere la parte del popolo di Israele che ha trasgredito al patto di fedeltà o si è macchiata di qualche grave crimine.  Il pesher ad Abacuc è stato composto quando il Sacerdote Empio, figura che si ritiene essere un sommo sacerdote di Gerusalemme, in carica in un periodo ignoto, perseguitava il Maestro di Giustizia, il leader della Comunità di Qumran, e si era arricchito illegalmente. I qumraniti ritenevano corrotta e iniqua tutta la classe sacerdotale di Gerusalemme nel momento in cui il pesher veniva composto, come del resto traspare anche dal resto della letteratura settaria di Qumran, così l'autore del commentario reinterpreta l'antica invasione dei Caldei profetizzata da Abacuc come l'annuncio per il futuro di una nuova grande punizione che avverrà attraverso il popolo dei Kittim. L'esercito dei Kittim, per volere di Dio, invaderà la Giudea e farà piazza pulita del sommo sacerdote iniquo e della sua congregazione, punendo la parte corrotta di Israele. In seguito Dio punirà anche la violenza dei Kittim (cfr. 4Q161 = 4QpIsaia "a", fr. 8-10, col. III, ll. 1-9 in F. Garcia Martinez, Testi di Qumran, ediz. italiana a cura di Corrado Martone, PAIDEIA, Brescia, 1996, pag. 312) e solo i membri della Comunità trionferanno. E' interessante notare come l'opposizione alla classe sacerdotale di Gerusalemme sia una caratteristica non solo dei qumraniti ma anche della predicazione di Gesù Cristo, vedi ad esempio la dura invettiva di Gesù contro i sacerdoti in Matteo 23:1-39. In modo molto simile al pesher di Abacuc, anche Gesù Cristo annuncia nei brani che stiamo commentando una guerra imminente che distruggerà Gerusalemme, il tempio e tutta la terra. Così come l'autore della profezia evangelica, anche l'autore del pesher ad Abacuc pensava di essere in prossimità della fine dei tempi, dal momento che utilizza questo concetto in vari punti del commentario parlando di "fine dei tempi", di "ultima generazione" e di "eletti" che verosimilmente coincidono con gli stessi membri della Comunità. Dopo le analisi al radiocarbonio eseguite nel 1994 a Tucson, presso i laboratori dell'Università dell'Arizona, abbiamo sufficienti garanzie scientifiche per affermare che il commentario ad Abacuc è stato composto prima di Cristo. Il risultato delle prove al C14 apparso su Radiocarbon, vol. 37, no. 1 del 1995, a pag. 11-19 riporta per il commentario ad Abacuc una data di scrittura 104-43 a.C. (con probabilità 1s = 68%) oppure 120-5 a.C. (con probabilità 2s = 95%). Del resto anche l'esame paleografico ipotizzava che il pesher fosse stato composto nel periodo erodiano, tra il 30 e l'1 a.C. (dettagli bibliografici nell'articolo su Radiocarbon precedentemente citato). Queste, naturalmente, sono soltanto le date di scrittura materiale del documento, il quale pertanto può essere stato composto anche molto tempo prima e successivamente copiato dagli scribi attraverso le varie generazioni. Sparsi in vari v. del commentario si possono trovare allusioni alla guerra che i Kittim condurranno, per volere di YHWH, contro il Sacerdote Empio che risiedeva a Gerusalemme:

 

1QpHab, Col. II, linee 11-7, trad. F.G. Martinez - (Ab. 1,6) “Perché ecco che io mobiliterò 11 i caldei, popolo cru[dele e svel]to”. vacat   12 La sua interpretazione si riferisce ai kittim che sono rapidi e potenti 13 nella battaglia, per distruggere molti [a fil di spada] nel dominio dei 14 kittim; conquisteranno [molti paesi] e non crederanno 15 ai precetti di [Dio …] Col. III 1 e avanzeranno nella pianura per distruggere e saccheggiare le città del paese. 2 Poiché questo è ciò che ha detto: (Ab. 1,6) “Per conquistare dimore altrui”. (Ab. 1,7) “E’ temibile 3 e terribile, da lui stesso proviene il suo diritto e il suo potere”. vacat 4 L’interpretazione di questo si riferisce ai kittim, per la paura e il terrore che infondono a tutti 5 /i popoli;/ sono premeditate tutte le loro macchinazioni e con astuzia e perfidia 6 si comportano con tutti i popoli. (Ab. 1,8) “La sua cavalleria è più veloce delle pantere; essi sono più feroci 7 dei lupi notturni. vacat I suoi cavalieri balzano e si lanciano da lontano”.

 

Sulla base delle informazioni contenute in 1QpHab gli studiosi tendono a identificare il popolo dei Kittim proprio con i Romani, che controllavano la Palestina fin dalla metà del I secolo avanti Cristo (2). Saranno proprio i Romani, nel corso della guerra del 66-74 d.C., a distruggere Gerusalemme e il tempio: del resto fin dal secolo precedente erano la potenza egemone del Medio Oriente e possedevano tutta la potenza politica e militare necessaria per assoggettare i Giudei. La Col. XII del commentario qumranico interpreta il passo di Abacuc:

 

Abacuc 2:17-19 - [17] poiché lo scempio fatto al Libano ricadrà su di te e il massacro degli animali ti colmerà di spavento, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e a tutti i suoi abitanti. [18] A che giova un idolo, perchè l'artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa, o un oracolo falso, perchè l'artista confidi in essi, scolpendo idoli muti? [19] Guai a chi dice al legno: "Svegliati", e alla pietra muta: "Alzati". Ecco, è ricoperta d'oro e d'argento ma dentro non c'è soffio vitale.

 

Il passaggio di cui sopra viene dunque interpretato come segue dall'autore di 1QpHab:

 

1QpHab, Col. XII, trad. F.G. Martinez - 6 [...] E quando dice: (Ab. 2,17) “A causa del sangue 7 della città e della violenza (contro): il paese”. La sua interpretazione: la città è Gerusalemme, 8 poiché in essa il Sacerdote /Empio/ commise azioni abominevoli e profanò 9 il santuario di Dio. La violenza (contro) il paese sono le città di Giuda, che 10 egli ha spogliato dei beni dei poveri.

 

Il pesher, dunque, profetizza qui disgrazie per la città di Gerusalemme e per le altre città di Giuda: Israele sarà invaso e distrutto dai Kittim, per volere di Dio, a causa dell'iniquità del Sacerdote Empio. E più avanti, la linea 14 del pesher parla esplicitamente del Giorno del Giudizio, altrove degli eletti (i membri della Comunità) e della fine dei tempi. Vi è poi un interessantissimo passo del pesher, secondo cui i Kittim "faranno perire molti a fil di spada, giovani, adulti e vecchi, donne e bambini; neppure dei frutti del ventre hanno pietà" (cfr. 1QpHab, Col. VI, 10-12). Questa descrizione atroce può essere messa in relazione, per il suo stile, con la classica frase: "guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni" (cfr. Mt. 24:19, Mc. 13:17, Lc. 23:29).

 

La profezia originaria di Abacuc è inquadrabile nel contesto della conquista babilonese e preannuncia l'invasione dei Caldei, come scritto nel testo stesso di Abacuc. Ma il commentario qumranico applica questi passi ad eventi storici probabilmente accaduti o in corso di svolgimento quando il pesher veniva composto. Il Sacerdote Empio (ebr.: koheyn ha-rasha') molto probabilmente era un sommo sacerdote di Gerusalemme ritenuto corrotto e non accettato dalla Comunità di Qumran. In conseguenza dell'operato profondamente iniquo del Sacerdote Empio Dio, che è Colui che rivela direttamente la profezia di Abacuc 2:1-20, invierà una serie di castighi e punizioni militari. Anche Gesù, secondo il Nuovo Testamento, si opponeva ai sacerdoti di Gerusalemme, gli ultimi discorsi di Gesù a Gerusalemme prima della morte sono invettive contro i sacerdoti e il malgoverno del Tempio.  Se ammettiamo, come è intuibile da vari passi dei sinottici, che Gesù ritenesse il Tempio e i sacerdoti di Gerusalemme corrotti, non è arduo immaginare che abbia potuto pronunciare un oracolo contro Gerusalemme in modo simile a quanto fece l'ignoto autore del pesher di Abacuc. Dopo le prove al radiocarbonio del 1994, sebbene possano sempre rimanere alcune incertezze legate alla stessa precisione e accuratezza delle misure del tasso di carbonio, dubbi comunque già pesati nell'intervallo di anni che si ottiene come risultato dalla prova, possiamo affermare che il commentario ad Abacuc riferisce eventi accaduti prima della nascita del cristianesimo e molto prima della guerra del 66-74 dopo Cristo.  Prima della datazione alcuni studiosi (vedi ad es. R. Eisenman o J. Allegro) pensavano che il documento alludesse a fatti accaduti nel I secolo dopo Cristo, quindi fosse stato scritto pensando ai Romani, alla distruzione di Gerusalemme e persino alle vicende legate a Gesù Cristo. Ma la prova di datazione al radiocarbonio va decisamente contro questa ipotesi.

 

In 4QpIsaia "b" = 4Q162, fr. 1, col. II, ll. 1-2, un testo databile paleograficamente alla seconda metà del I sec. a.C., abbiamo l'interpretazione di Isaia 5:5-6, il celebre passo sulla distruzione della vigna di Israele, in chiave escatologica: "[1] l'interpretazione della citazione si riferisce ai giorni ultimi, alla devastazione della terra per via della sete e della fame. Questo accadrà [2] nel tempo della visita alla terra" (cfr. F. Garcia Martinez, Testi di Qumran, ediz. italiana a cura di Corrado Martone, PAIDEIA, Brescia, 1996, pag. 313). Come nel caso del commentario ad Abacuc siamo davanti a uno straordinario esempio di interpretazione delle profezie di Isaia in chiave escatologica, dal momento che qui 4QpIsaia b fa espressamente riferimento ai "giorni ultimi" e al "tempo della visita alla terra", frasi che, lo evidenziamo, si sono conservate perfettamente leggibili nell'antico manoscritto qumranico. L'autore interpreta il cantico della vigna (Isaia 5:1-7) e lo applica agli ultimi giorni, proiettandolo nel futuro e non riferendolo ad un preciso evento storico passato come l'invasione assira o babilonese.

 

L'Apocalisse Aramaica, documento noto con la sigla 4Q246 e chiamato anche pseudo Daniele (frammento d), contiene il classico schema che prevede una serie di guerre generalizzate e il successivo periodo eterno di pace universale e trionfo dei giusti. L'Apocalisse Aramaica è un testo piuttosto interessante in quanto è stato datato paleograficamente alla fine del I secolo avanti Cristo (cfr. E. Puech, Fragment d’une apocalypse en araméen (4Q246 = pseudo-Dan. “d”) et le ‘Royaume de Dieu’”, in Revue Biblique 99, 1992, pp. 98–131) dunque possiamo ritenere che, pur essendo un testo altrimenti sconosciuto, è stato composto ben prima del Cristianesimo. Nella prima parte del frammento viene descritto un re che è molto preoccupato per aver avuto una terribile visione. Quindi un profeta interpreta la visione avuta dal re preannunciando l'arrivo sulla terra di una grande oppressione e di una figura definita come Figlio di Dio e Figlio dell'Altissimo. Purtroppo la frammentarietà del testo rende possibili due interpretazioni: la figura che viene chiamata Figlio di Dio e Figlio dell'Altissimo potrebbe essere il condottiero che porterà la devastazione sulla terra oppure il principe messianico che sarà destinato a vincere e regnare facendo trionfare la giustizia di Dio. Infatti più oltre l'Apocalisse Aramaica afferma che in seguito a una grande guerra "un popolo ne distruggerà un'altro e una provincia un'altra, finché sorgerà il popolo di Dio e tutti abbandoneranno la spada".

 

Apocalisse Aramaica (4Q246), Colonna I – [1] [... su] di lui si abbatté. Cadde di fronte al trono. [2] [Disse dunque al r]e: Per quale motivo sei adirato [e fai stridere] [3] i denti? [Interpre]terò la tua visione: e tu, per sempre, tutto [4] [saprai. Insieme a tribolazioni] enormi, arriverà sulla terra un’oppressione; [5] [ci sarà poi una grande lotta] e un terribile massacro nelle province [6] [...] re di Assur e d’Egitto [7] [...] e sarà grande sulla terra [8] [...] faranno e tutti [lo] serviranno 9 [Figlio del Signore gran]de sarà chiamato e sarà designato col suo nome.

 

Apocalisse Aramaica, (4Q246), Colonna II – [1] Sarà chiamato Figlio di Dio e lo chiameranno Figlio dell’Altissimo. Come le comete [2] della visione, così sarà il loro regno: regneranno per anni sulla [3] terra e distruggeranno ogni cosa; un popolo ne distruggerà un’altro e una provincia un’altra, [4]  vacat  finché sorgerà il popolo di Dio e tutti abbandoneranno la spada. [5] Il suo regno sarà un regno eterno e tutte le sue vie saranno secondo verità. Giudicherà [6] la terra secondo verità e tutti faranno la pace. La spada sparirà dalla terra [7] e tutte le province gli renderanno omaggio. Il grande Dio gli verrà in aiuto [8] facendo la guerra per lui: metterà i popoli in suo potere e tutti [9] li getterà davanti a lui. [10] Il suo governo sarà un governo eterno e tutti gli abissi [...]

 

Lo schema dell'Apocalisse Aramaica è dunque, ancora una volta, molto simile a quello della profezia dei sinottici. Oltretutto dai vv. 5-10 della Col. II si evince il classico schema della pace messianica, se l'interpretazione del Figlio di Dio e dell'Altissimo di cui al vv. 1 della Col. II è nei termini di un Messia eletto da Dio il parallelo con i sinottici è davvero impressionante e si potrebbe persino vedere questo antico testo aramaico come una fonte diretta della profezia dei sinottici.

 

Concludendo questa prima parte dell'analisi, abbiamo quindi visto come esistano vari passi della letteratura canonica dell'Antico Testamento, della letteratura apocrifa e persino della letteratura qumranica, che condividono uno schema analogo, se non molto simile, a quello dei sinottici relativamente alla profezia della distruzione di Gerusalemme e del tempio. L'idea di una grande guerra apocalittica era diffusa e ben radicata nel giudaismo intertestamentario, come prova l'esistenza di vari passi in opere diverse. Il presagio che Gerusalemme sarebbe stata distrutta nei tempi escatologici non è certo una novità assoluta degli evangelisti, un giudeo del I secolo dopo Cristo che avesse avuto dimestichezza con la letteratura apocalittica di cui sopra e con gli ambienti culturali che la produssero o che la seguivano, non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad immaginare una futura distruzione di Gerusalemme alla fine dei tempi, od anche semplicemente lo scatenarsi di conflitti apocalittici, con tutto il loro relativo carico di morte e distruzione, al termine del quale il popolo di Dio sarebbe stato senza ombra di dubbio esaltato e gli eletti avrebbero trionfato per sempre (cfr. Mt 24:27). Giuseppe Flavio, in Guerra Giudaica 6:300-309, racconta che

 

G. Flavio, Guerra Giud., 6: 300-301 - quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: "una voce da oriente, una voce da occidente, una voce contro Gerusalemme e il Tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero". Giorno e notte si aggirava per i vicoli gridando queste parole.

 

L'analisi di questo passo è molto difficile, se non impossibile, proprio a causa della somiglianza della profezia di Gesù figlio di Anania con quella di Gesù Cristo. Inoltre questo personaggio venne interrogato dal procuratore romano, che a quel tempo era Albino, e fatto flagellare proprio come Gesù Cristo per cui si possono postulare una miriade di interpretazioni diverse (interpolazione? confusione storica di due personaggi diversi? autenticità?) che non riportiamo qui, limitandoci a segnalare che se questo episodio è vero e viene preso alla lettera così come ci è stato tramandato, allora dobbiamo ammettere che esistette una profezia contro Gerusalemme e il tempio storicamente documentata e pronunciata prima della guerra giudaica del 66-74. Secondo Guerra Giudaica Gesù figlio di Anania continuò a pronunciare i suoi oracoli contro Gerusalemme e il Tempio per ben sette anni e mezzo, quindi morì colpito da una pietra scagliata da un lanciamissili proprio nel corso di quella guerra che aveva profetizzato (cfr. Guerra Giudaica, 6:309). Il libro dei Giubilei si spinge persino a profetizzare una persecuzione degli Israeliti per opera delle popolazioni pagane, mentre nei sinottici il tema delle persecuzioni riguarda i cristiani, che si sentono un gruppo eletto odiato dal resto di Israele e dai pagani. Nel corso del tempo, quello che è cambiato è sicuramente la definizione degli "eletti": per i testi classici dell'Antico Testamento sadocita è evidente che gli eletti sono il Popolo di Israele che non ha abbandonato gli insegnamenti della Torah ebraica; per i qumraniti gli eletti sono semplicemente i membri della Comunità, vi sono varie allusioni letterarie che indicano che i qumraniti credevano in una sorta di dottrina della predestinazione. Nello schema del Nuovo Testamento, invece, gli eletti sono i Cristiani, tutti quelli che hanno riconosciuto Gesù Cristo come Messia inviato da Dio.

 

Una volta evidenziato come certa letteratura possa essere stata l'ispiratrice della profezia dei sinottici, è necessario esaminare le affermazioni fatte dalla profezia stessa al fine di valutare se essa può veramente essere stata composta soltanto dopo la guerra giudaica. Contestualmente alla sollevazione di un popolo contro un'altro, immagine che corrisponde a una grande guerra generalizzata, la profezia afferma che si avranno sulla terra varie carestie (gr.: limoˆ, Mt, Mc, Lc), terremoti (gr.: seismoˆ) in vari luoghi (Mt, Mc, Lc) e pestilenze (gr.: loimoˆ, solo Lc). Sappiamo dagli storici che al tempo di Tiberio Alessandro, governatore della Giudea dal 46 al 48 d.C., effettivamente vi fu una grave carestia, ricordata in Atti 11:27-30 e soprattutto in Giuseppe Flavio, cfr. Ant. 18:8, 20:51-53, 20:101. Una grave carestia vi fu poi ovviamente al tempo della guerra giudaica, soprattutto durante l'assedio di Gerusalemme, come racconta Giuseppe Flavio in Guerra Giudaica. Del resto è facile intuire che ogni guerra porta sempre con sé l'elemento della carestia e della scarsità del cibo. Se le carestie possono in qualche modo essere messe in relazione con quella del tempo di Tiberio Alessandro e quella verificatasi durante la guerra del 66-74 d.C., non abbiamo alcun elemento per affermare che vi furono terremoti di grande entità per tutto il I secolo dopo Cristo. Sappiamo che vi furono due importanti terremoti nel 31 a.C. e nel 24 a.C., al tempo del regno di Erode il Grande. Giuseppe Flavio parla delle conseguenze di questi terremoti in Ant., Cap. 5 e in Guerra Giud., 1:370. Ma non abbiamo riferimenti a terremoti, degni dell'attenzione degli storici, verificatisi in Palestina nel periodo successivo. Per quale motivo, dunque, la profezia, nell'ipotesi che sia stata scritta post eventum poco dopo la guerra giudaica, avrebbe fatto riferimento a inesistenti terremoti, ben sapendo che non c'erano stati? Probabilmente si tratta di una previsione apocalittica, come ad esempio quella di Isaia 24:1 "ecco che il Signore spacca la terra, la squarcia e ne sconvolge la superficie e ne disperde gli abitanti". Inoltre né Matteo né Marco alludono alle pestilenze di cui parla la profezia secondo Luca, sebbene alcuni manoscritti di Matteo e Marco tentino di armonizzare il passo con Luca (per esempio aggiungono a Matteo kaˆ loimoˆ: Q, W, f1, f13, pm, j, 33, la vetus latina e la Vulgata di San Girolamo). E' sempre possibile che Luca abbia introdotto le pestilenze semplicemente per creare una allitterazione con le parole carestia e pestilenza, il testo greco infatti è limoˆ kaˆ loimoˆ pertanto le due parole sono molto simili e danno luogo ad una allitterazione. Giuseppe Flavio non racconta di alcuna epidemia di peste fino allo scoppio della guerra giudaica: soltanto in Guerra Giud., 6:421 abbiamo una vaga allusione a una possibile epidemia che sarebbe scoppiata all'interno di Gerusalemme durante la fase dell'assedio romano. Dice infatti Giuseppe Flavio, parlando della popolazione di Gerusalemme assediata durante la guerra del 66-74 d.C.: "[...] il sovraffollamento causò dapprima l'insorgere fra loro di una pestilenza (loimè) e poi l'ancor più travolgente flagello della fame (limÒ)" (cfr. Ant., 6:421). Il verificarsi di una epidemia di peste, descritto dal solo Luca, avrebbe dunque un fondamento storico. Questo elemento, unito al fatto che Luca si riferisce più direttamente a Gerusalemme e al suo assedio, potrebbe indurre a pensare che Luca abbia scritto il suo vangelo dopo la guerra del 66-74 d.C., quando conosceva già gli eventi che erano accaduti a Gerusalemme oppure ne aveva letto il resoconto. Del resto questa ipotesi è in accordo con lo stesso prologo del vangelo di Lua: "poiché molti hanno posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi [...] così ho deciso anche io di fare ricerche accurate" (cfr. Lc 1:1-2), prologo che lascia intuire che quando venne composto il vangelo di Luca circolassero già altri vangeli e resoconti della vita di Gesù. Ma a quel tempo è possibile che la profezia fosse già stata scritta in Marco e Matteo, vangeli che sono stati composti molto probabilmente prima di Luca, in accordo alle analisi moderne sulla composizione dei vangeli sinottici e persino alla tradizione patristica in materia di composizione dei vangeli. Se davvero Marco e Matteo contenevano già la profezia che Luca avrebbe semplicemente trascritto nel "suo" vangelo, questo potrebbe essere il motivo per cui Luca ha ritoccato solo parzialmente la profezia, inserendo riferimenti più espliciti alla recente guerra giudaica.  Difatti rielaborare massicciamente una profezia sarebbe risultato molto difficile, se questa era già nota e circolava presso tutti i cristiani. Non era possibile contraddire Matteo e Marco, stravolgendo il senso e il testo della profezia.

 

Ma l'elemento determinante che porta a concludere che la profezia ben difficilmente può essere stata scritta post eventum dopo la guerra giudaica è dato dai segni apocalittici che secondo la profezia avrebbero dovuto verificarsi subito dopo le guerre e i massacri. Eventi apocalittici che non si sono certo verificati immediatamente dopo la guerra giudaica. Se, dunque, la profezia è stata davvero scritta anni dopo la fine della guerra, perchè avrebbe fatto riferimento al verificarsi di eventi che non sono accaduti subito dopo la guerra? L'ipotesi più verosimile è che Luca abbia anche scritto - o trascritto - nel suo vangelo la profezia dopo la guerra, ma non abbia potuto eliminare i riferimenti agli eventi apocalittici perchè questi erano già stati scritti nella versione della profezia di Matteo e Luca che - ricordiamo - non alludono mai direttamente a Gerusalemme ma soltanto a guerre "tra popoli", inoltre non parlano delle pestilenze che sono descritte dal solo Luca. E' pertanto possibile che la profezia fosse già stata composta in Mt e Mc prima della guerra e Luca abbia potuto soltanto ritoccarla leggermente, in modo da farla forzosamente adempire con la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C. Al tempo delle guerre che sono state preannunciate, il testo della profezia annuncia anche l'avvento di una grande tribolazione, "quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino ad ora". Si tratta semplicemente della citazione di Daniele 12:1 "vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro". E la profezia dei sinottici aggiunge che questa grande tribolazione, una volta passata, non vi sarà mai più. Poiché il tono è chiaramente apocalittico, sembra riduttivo applicarlo al solo contesto della guerra giudaica. Certamente la guerra del 66-74 d.C. che culminò con la distruzione della città e del tempio fu un evento drammatico per la storia ebraica e per gli anni immediatamente successivi. Ma il testo della profezia parla di una grande tribolazione assolutamente unica e di una gravità senza precedenti. Per quanto sia stato un evento drammatico, non dobbiamo dimenticare che Gerusalemme e il tempio furono distrutti dai babilonesi nel 586 a.C., quindi la presa della città e la sua distruzione furono un evento già provato dai Giudei, verosimilmente con effetti ancor più disastrosi della guerra del 66-74 d.C. dal momento che la maggior parte degli ebrei vennero deportati in Babilonia e per molto tempo fu vietato agli ebrei di ritornare nella loro terra. Nonostante la guerra giudaica abbia certamente inferto un colpo decisivo alle speranze messianiche dei Giudei, va poi considerato che con essa non sparirono certo non solo gli ebrei ma neppure le stesse pretese messianiche. Nel 113-115 d.C. ci fu una rivolta dei Giudei della diaspora (cfr. Eusebio, Storia Ecclesiastica, IV, 2, 4; Dione Cassio, LXVIII, 30). E qualche tempo dopo, nel 132-135 d.C., si ebbe la guerra di Simeon bar Kokhba, un leader giudeo che venne acclamato come Messia dall'allora carismatico rabbì Aquiba. L'esito della guerra giudaica fu certo drammatico, ma non fu un evento unico nella storia del popolo giudaico. La distruzione di Gerusalemme e del tempio era un evento già provato prima, inoltre rivolte e persecuzioni ancora molto terribili si verificheranno dopo. La profezia dei sinottici sembra invece alludere ad una sofferenza ben più grande e apocalittica, un evento unico e irripetibile nella storia del genere umano, qualcosa di più grave di una guerra, per quanto questa possa essere drammatica.

 

Subito dopo la grande tribolazione (eÙqšwj d met¦ t¾n ql‹yin) la profezia preannuncia il verificarsi di segni apocalittici, mutuati dal profeta Isaia. Si tratta di allusioni letterarie al testo di Isaia, dal momento che i passi dei sinottici non antepongono alcuna formula introduttiva alla citazione. Nel testo greco del v. Matteo 24:29 infatti abbiamo: Ð ¼lioj skotisq»setai (il sole si oscurerà) ed Isaia 13:10 riporta nella versione greca dei LXX: kaˆ skotisq»setai toà ¹l…ou ¢natšllontoj (il sole si oscurerà al suo sorgere). Subito dopo, Matteo scrive: kaˆ ¹ sel»nh oÙ dèsei tÕ fšggoj aÙtÁj (e la luna non darà più la sua luce) mentre Isaia 13:10 recita: kaˆ ¹ sel»nh oÙ dèsei tÕ fîj aÙtÁj (e la luna non darà più la sua luce). La successiva frase di Matteo: kaˆ oƒ ¢stšrej pesoàntai ¢pÕ toà oÙranoà (e gli astri cadranno dal cielo) non è che Isaia 34:4, kaˆ p£nta t¦ ¥stra pese‹tai, "e tutti i loro astri cadono". Pertanto Matteo e Marco alludono inequivocabilmente ad alcune frasi prese da Isaia 13:10 e 34:4. Citazioni tacite, ma del tutto evidenti. Isaia 13:1-22 è un "oracolo su Babilonia ricevuto in visione da Isaia figlio di Amoz" (cfr. Isaia 13:1); in questo passo il profeta preannuncia la distruzione di Babilonia e più avanti, all'inizio del Cap. 14, il ritorno degli israeliti nella loro patria. Anche Isaia 34:1-17 contiene visioni apocalittiche e la descrizione di guerre, segni apocalittici, del resto, sono contenuti anche nel passo di Zaccaria 14:6-9 che è riportato sopra. Utilizzare profezie più antiche per creare nuove profezie oppure interpretare eventi storici in corso non è certo una caratteristica singolare del Nuovo Testamento, ne abbiamo un esempio nel commentario ad Abacuc di cui abbiamo parlato poco sopra. Si noti che il testo di Luca, pur alludendo ad eventi sconvolgenti, non cita direttamente questi passi di Isaia, forse per addolcire la previsione di eventi apocalittici subito dopo le guerre e le tribolazioni. Infatti è evidente che questi segni non si sono certo verificati dopo la guerra giudaica e il mondo continua ad andare avanti ancora oggi. Eppure il testo afferma chiaramente che questi segni si sarebbero dovuti verificare "subito dopo quella tribolazione", il testo greco utilizza difatti l'avverbio eÙqšwj, che significa: subito, presto, in breve. Se dunque si fa coincidere la grande tribolazione semplicemente con la guerra del 66-74 d.C. si ottiene un errore nella predizione della profezia. Poiché risulta inverosimile che l'evangelista abbia scritto dopo la guerra giudaica una profezia contenente eventi apocalittici che sarebbero dovuti verificarsi al tempo della guerra o comunque al massimo mentre egli scriveva, ne segue che la profezia non può che essere stata scritta prima della guerra giudaica e dunque non si riferisce neppure ad essa. Luca, nello sforzo di identificare la profezia con la guerra giudaica, alla quale aveva forse assistito, non ha potuto cancellare i riferimenti temporali dei fatti apocalittici semplicemente perchè quando scriveva la profezia esisteva già e non poteva essere corretta, altrimenti tutti se ne sarebbero palesemente accorti. Giuseppe Flavio, in Guerra Giudaica (cfr. libro 6:290-299) allude a determinati segni che alcuni credettero di scorgere, ma questi segni non sembrano essere chiaramente connessi a quelli cui allude la profezia evangelica, che cita direttamente da Isaia. Del resto l'ultimo grande segno della profezia è l'avvento del Figlio dell'Uomo, che nel punto di vista neotestamentario è Gesù Cristo, come preannunciato da Daniele. Ora, una frase chiave per comprendere la genuinità della profezia dei sinottici è: "non passerà questa generazione prima che tutto questo accada", nel testo greco: oÙ m¾ paršlqV ¹ gene¦ aÛth ›wj ¨n p£nta taàta gšnhtai. Qui si parla di questa generazione (gene¦ aÛth) nel senso della attuale - rispetto al tempo in cui fu emessa la profezia - generazione storica. Ma se queste parole sono state fatte pronunciare da Gesù post eventum, come è possibile che l'autore abbia creato di proposito una profezia che non si è adempiuta? Ben sapendo verso la fine del I secolo che determinati fatti apocalittici non si erano di certo verificati subito dopo la guerra giudaica e che anzi il giudaismo era rimasto così forte da organizzarsi in modo da creare altre due gravi rivolte negli anni a venire, verso il 113-155 d.C. e nel 132-135 d.C., ai tempi di bar Kokhba, e soprattutto che il Figlio dell'Uomo non era certo arrivato su una nube come preannunciato e che la liberazione e il raduno degli eletti era ancora una cosa a venire, l'autore della profezia non avrebbe mai potuto comporre un testo simile o quantomeno non avrebbe inserito nel testo frasi del tipo: "subito dopo quella tribolazione" oppure: "non passerà questa generazione prima che queste cose siano accadute". Il vangelo canonico più recente secondo l'esegesi è quello di Giovanni: curiosamente quel testo non riporta alcuna parola di questa profezia e nessun accenno ad eventuali parole profetiche di Gesù concernenti questo argomento. Una profezia così grandiosa ben difficilmente sarebbe stata omessa o censurata nel vangelo di Giovanni, forse con altre parole e in altri termini l'autore del quarto vangelo avrebbe menzionato che Gesù aveva predetto con precisione la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Ma, come abbiamo visto, se si ammette che il nucleo più antico della profezia sia quello di Mt che di Lc, Gesù parla di guerre e conflitti generali, come la letteratura apocalittica intertestamentaria che abbiamo citato e la profezia va letta in chiave escatologica e non ha riferimento alla guerra giudaica. Si tratta di una profezia scritta da un gruppo che credeva fermamente di vivere alla fine dei giorni e aspettava la venuta del Figlio dell'Uomo descritto dal profeta Daniele, identificato in Gesù Cristo. Anche la profezia dei vangeli condivide con molta letteratura intertestamentaria canonica e apocrifa l'idea che un gruppo di eletti trarrà giovamento dagli sconvolgimenti apocalittici e dalla venuta del Figlio dell'Uomo.

 

L'imminenza della fine dei tempi è un tema che ricorre anche in due importanti lettere di San Paolo: 1 e 2 Tessalonicesi. Le lettere di Paolo non furono certo composte con l'intento di fornire una evangelizzazione di base alle Comunità cristiane a cui erano indirizzate, bensì con lo scopo di confortare, assistere, curare i rapporti con le Comunità fondate da Paolo tempo prima. Di conseguenza in esse il suo autore assume che la dottrina di base del Cristianesimo sia nota e conosciuta dettagliatamente ai destinatari delle lettere, essa è presupposto fondamentale per la comprensione e l'interpretazione delle lettere stesse: questo è uno dei motivi per cui sono rarissime le allusioni alla letteratura evangelica o alla predicazione orale che poi confluì nei racconti dei vangeli. Nonostante questo, uno dei maggiori punti di contatto tra il corpus paolino e la letteratura evangelica - o, almeno, la tradizione che poi confluì nella redazione finale dei vangeli - riguarda proprio la venuta del Figlio dell'Uomo, Gesù Cristo. In 1 Tess. 4:13-18 Paolo si occupa del problema della risurrezione dei morti quando verrà il Signore Gesù. I Tessalonicesi si preoccupavano della sorte escatologica di coloro che erano già morti quando Gesù sarebbe ritornato sulla Terra come aveva promesso, la risposta teologica di San Paolo a questo interrogativo nella lettera è la seguente:

 

1 Tess. 4:13-18 - [13] Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perchè non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. [14] Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. [15] Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. [16] Perchè il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; [17] quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell'aria, e così saremo sempre con il Signore. [18] Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

 

1 Tessalonicesi è considerata la prima lettera composta da San Paolo e addirittura il primo documento neo testamentario in ordine cronologico, scritto tra il 50 e il 51. La sua autenticità è sostenuta all'unanimità dai biblisti. Due vv. del passaggio di cui sopra sono particolarmente importanti per l'argomento qui trattato, 1 Tess. 4:15 e 17. Nel primo Paolo scrive "che noi, i viventi, coloro che saranno in vita per la venuta del Signore", Óti (cong. relativa: che) ¹me‹j (pronome: noi, nominativo) oƒ zîntej (i viventi) oƒ perileipÒmenoi (coloro che saranno in vita) e„j (con accusativo: per) t¾n parous…an (la venuta, accusativo) toà kur…ou (del Signore, genitivo); oƒ zîntej è un participio sostantivato, dal verbo z£w che significa vivere, quindi Paolo e i suoi discepoli, tra cui i Tessalonicesi, sono letteralmente i viventi, coloro che sono in vita al momento in cui la lettera viene scritta. Ma i viventi sono anche oƒ perileipÒmenoi, lett. coloro che saranno in vita al momento della venuta, la parous…a, del Signore, formula espressa con un'altro participio sostantivato, questa volta dal verbo perile…pomai, che significa rimanere, sopravvivere. Dunque Paolo e i suoi seguaci pensavano che la venuta del Signore sarebbe stata imminente e che sarebbero stati ancora vivi quando questa si sarebbe verificata. Questa interpretazione del passaggio è accettata anche nella nota a 1 Tess. 4:13-15 nella Bibbia C.E.I., "Paolo fa l'ipotesi di una venuta prossima di Cristo alla quale anch'egli è presente, ma sa benissimo (5,2-3) che nessuno sa quando Cristo verrà". Nel suo commento a 1 Tess. 4:15-17 che compare nel libro "Le parole dimenticate di Gesù", anche il prof. Mauro Pesce concorda con questa interpretazione (vedi nota 3 della presente pagina). Al v. 4:17 nel testo greco ricorrono esattamente gli stessi participi sostantivati oƒ zîntej ed oƒ perileipÒmenoi. Si tratta evidentemente della stessa prospettiva espressa dalla frase evangelica oÙ m¾ paršlqV ¹ gene¦ aÛth ›wj ¨n p£nta taàta gšnhtai, non passerà questa generazione prima che queste cose siano accadute. La parous…a del Signore Gesù, l'annuncio dell'arcangelo tramite la tromba e il raduno dei morti e dei vivi è un tema trattato in Matteo 24:29-31 e in Marco 13:26-27. Qui Paolo allude chiaramente a questi passi evangelici (oppure alla tradizione orale che li ha ispirati e che fu messa per iscritto nei vangeli) e li integra, aggiungendo che i morti avranno la stessa sorte dei vivi nella venuta del Signore. Le allusioni ai passi evangelici sono ancora più forti nei vv. successivi di 1 Tessalonicesi. Scrive Paolo, subito dopo il passo precedentemente citato (a 1 Tess. 4:18 segue direttamente 1 Tess. 5:1):

 

1 Tess. 5:1-10 - [1] Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; [2] infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. [3] E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. [4] Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: [5] voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. [6] Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri. [7] Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. [8] Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. [9] Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, [10] il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.

 

Come nel brano precedentemente citato, qui San Paolo allude ad elementi fondamentali della dottrina cristiana. Si tratta di un passo di notevole importanza in quanto sono rari i richiami alla dottrina di base nelle lettere di Paolo: egli infatti scrive a Comunità che conoscono bene questi principi fondamentali e generalmente non ha bisogno di richiamarli alla memoria. Qui Paolo sente invece il bisogno di fare riferimento al fatto che, sebbene sia considerato imminente, il giorno esatto della parous…a del Signore Gesù non può essere noto con precisione, come affermato in Matteo 24:36. Allude poi alla metafora del ladro  che sorprende nella notte, chiamato klšpthj sia da Paolo che da Matteo, lo stesso tema trattato in Matteo 24:43. Si ritrova persino la metafora delle dissolutezze di Matteo 24:48-51. Il brano quindi riprende elementi che compaiono nei sinottici riguardanti la profezia della venuta di Gesù e della fine escatologica dei tempi e, nel complesso, è una conferma della autorevolezza e della antichità della profezia della distruzione di Gerusalemme e della fine dei tempi. Anche 2 Tessaloncesi riprende temi legati ai discorsi escatologici della fine dei tempi. La Comunità di Tessalonica, duramente provata dalla persecuzione, era a quel tempo turbata da false voci riguardanti il ritorno glorioso di Gesù Cristo, che sembrava dover essere davvero imminente. Paolo, sebbene in 1 Tessalonicesi, come abbiamo visto, avesse affermato che la parous…a di Gesù Cristo sarebbe dovuta accadere quando egli e i suoi seguaci erano ancora in vita, sente il bisogno di precisare in questa seconda lettera alla Comunità di Tessalonica che la venuta di Gesù non è comunque da considerarsi immediata rispetto al momento storico in cui scrive, alludendo ai segni premonitori che si dovranno verificare prima della venuta vera e propria. Nel Cap. 1 della seconda lettera ai Tessalonicesi troviamo una esortazione a resistere alle persecuzioni: "questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che vi proclamerà degni di quel regno di Dio, per il quale ora soffrite" (cfr. 2 Tess. 1:5). La giustificazione teorica di questa affermazione di Paolo va ricercata evidentemente in Matteo 24:9 e paralleli sinottici. In 2 Tess. 1:7 Paolo scrive: ™n tÍ ¢pokalÚyei toà kur…ou 'Ihsoà ¢p' oÙranoà met' ¢ggšlwn dun£mewj aÙtoà = quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza (cfr. Matteo 24:30-31). Nel Cap. 2 della lettera Paolo afferma che la venuta di Gesù non è imminente, sebbene non debba tardare di molto, in quanto prima di essa dovranno manifestarsi i falsi profeti, come del resto sappiamo dalla profezia dei sinottici. Scrive Paolo:

 

2 Tess. 2:3-12 - [3] Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l'apostasia e dovrà esser rivelato l'uomo iniquo, il figlio della perdizione, [4] colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. [5] Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? [6] E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. [7] Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. [8] Solo allora sarà rivelato l'empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all'apparire della sua venuta, l'iniquo, [9] la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, [10] e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi. [11] E per questo Dio invia loro una potenza d'inganno perché essi credano alla menzogna [12] e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità.

 

L'incipit del passo di Paolo, nel suo significato, è molto simile a quello che si riscontra in Matteo 24:4 pronunciato da Gesù, anche se il testo greco utilizza un lessico diverso nei due casi. La profezia della distruzione del tempio e della fine del mondo aveva preannunciato la venuta di falsi Cristi e falsi profeti che avrebbero cercato di ingannare persino gli eletti (cfr. ad es. Matteo 24:4). Qui Paolo concentra i falsi profeti in un'unica figura, che chiama uomo iniquo (Ð ¥nqrwpoj tÁj ¢nom…aj) e figlio della perdizione (Ð uƒÕj tÁj ¢pwle…aj), un personaggio che è impossibile da identificare con una figura storica. L'argomentazione sostenuta da Paolo nei confronti della Comunità di Tessalonica è che fino a quando questo uomo iniquo e figlio della perdizione non si sarà rivelato, la venuta di Gesù Cristo non si verificherà, di conseguenza occorre aspettare ancora un poco di tempo affinché l'evento si verifichi. Una simile proposizione ha una base nella predicazione orale, come del resto ricorda Paolo al v. 5, e la ritroviamo messa per iscritto in Matteo 24:4 e paralleli sinottici, secondo cui prima della venuta del Figlio dell'Uomo si dovranno manifestare le azioni inique dei falsi profeti. Paolo afferma poi che la manifestazione dell'uomo iniquo, che precederà quella di Gesù,  avverrà "con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri", proposizione che, come sappiamo, ha una solida conferma in Matteo 24:24, "faranno grandi portenti e miracoli". San Paolo parla di shme…oij (segni) così come Matteo parla di shme‹a meg£la (grandi portenti); di tšrasin yeÚdouj (prodigi menzogneri) così come Matteo di tšrata (miracoli). L'analisi del testo greco di 1 Tess. e di Mt. rivela quindi anche una interessante affinità di linguaggio, un sorprendente parallelo di campo semantico. Verso la metà del I secolo, dunque, questi temi erano diffusi e conosciuti dalle Comunità cristiane, erano predicati da Paolo e utilizzati come argomentazione per i suoi discorsi. Così l'autenticità della profezia contenuta nei sinottici e la sua possibile composizione prima del 70 ne escono certamente rafforzate.

 

Di Paolo si può molto opportunamente citare anche:

 

1 Cor. 10:11, Tutte queste cose accaddero a loro (agli Israeliti che venivano puniti da Dio) come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.

 

Il testo greco legge, e„j oÞj t¦ tšlh tîn a„ènwn kat»nthken, si noti l'uso del perfetto indicativo kat»nthken che conferisce alla frase un effetto risultativo che si ripercuote al tempo presente, quando Paolo scrive la lettera. Anche questa citazione da una epistola filologicamente e storicamente importante come 1 Corinzi testimonia come negli anni '50 e '60 del I secolo i cristiani credessero di vivere l'era escatologica finale, la fine dei tempi.
 

Alla imminente parous…a del Signore fa riferimento anche l'epistola di Giacomo. Gc. 5:8 legge: "Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina", il testo greco riporta Óti (che, pechè, cong.) ¹ parous…a (la venuta) toà kur…ou (del Signore, genitivo) ½ggiken (si avvicina). L'autore utilizza proprio il verbo greco ™gg…zw che significa avvicinare, avvicinarsi a qualcosa. Il tema del ritorno di Gesù Cristo, dopo che era salito al Cielo, è dunque conosciuto dall'autore dell'epistola di Giacomo il quale, pur non citando mai detti o discorsi di Gesù o a lui attribuibili, sembra alludere alla profezia sul ritorno del Figlio dell'Uomo, titolo che Gesù applicava a se stesso. Questo ritorno o venuta è vista come imminente anche dall'autore dell'epistola di Giacomo, che può essere citato come ulteriore prova dell'autenticità, antichità e genuinità della profezia sul ritorno di Gesù Cristo e dei fatti collegati a questo ritorno. I citati passi di Mt 24:37, 1 Tess. 4:15, Gc. 5:8 utilizzano tutti il termine greco parous…a, che significa venuta. L'epistola di Giacomo è un testo che presente forse irrisolvibili problemi di datazione. Gli studiosi non sono pervenuti a una posizione unanimemente condivisa circa una possibile collocazione nel tempo della lettera, così come incerti restano l'attribuzione al Giacomo apostolico, fratello di Gesù Cristo, e il luogo in cui fu scritta. Se J.S. Kloppenborg considera il testo dell'epistola relativamente tardo, composto nel II secolo d.C., altri studiosi come R. Bauckham la attribuiscono al Giacomo apostolico, il capo della Chiesa di Gerusalemme che fu fatto uccidere dal sommo sacerdote Anano nel 62 d.C., durante il periodo di vuoto di potere che si era venuto a creare in seguito alla morte del procuratore Festo, mentre Albino era in viaggio verso Gerusalemme (cfr. Giuseppe Flavio, Ant., 20.9.1). Secondo la scuola di Bauckham, dunque, l'epistola di Giacomo fu scritta prima del 62, l'anno della morte di Giacomo. J.A.T. Robinson nel suo libro Redating the New Testament, London, 1976, considera l’epistola di Giacomo come uno dei più antichi documenti canonici, colloca la sua data di stesura al 47-48 poco tempo prima di 1 e 2 Tessalonicesi che egli fissa tra il 50 e il 51.

 

Infine, per valutare la genuinità della profezia della distruzione del tempio, è necessario verificare anche la sua presenza nell'ambito della letteratura cristiana apocrifa più antica. Non prenderemo in considerazione qui la letteratura patristica ma soltanto i più antichi vangeli apocrifi. Sappiamo che un simile discorso è attestato da tutti e tre i sinottici, sebbene con alcune varianti, delle quali abbiamo discusso. Tra i documenti più importanti del proto cristianesimo abbiamo il vangelo apocrifo di Tommaso (VdT) il quale contiene una collezione di detti (logia) di Gesù, introdotti con la formula: Gesù disse (segue la citazione di una frase che si ritiene pronunciata da Gesù). Il reale significato e valore filologico e storico di questo testo è alquanto controverso. Secondo alcuni studiosi esso rifletterebbe un testo molto antico, costituito da una collezione di detti gesuani che chi aveva composto il testo attribuiva a Gesù Cristo, forse per averli uditi in prima persona o per averli sentiti pronunciare e tramandare oralmente da persone molto vicine a Gesù. Il dato saliente è che il vangelo di Tommaso contiene una serie di detti pronunciati da Gesù, o comunque a lui attribuiti, ma in esso è del tutto assente la narrativa della passione, così come il racconto dell'attività di Gesù a Gerusalemme prima della condanna a morte o il racconto delle opere miracolose: questo potrebbe far pensare addirittura che questi detti siano stati messi per iscritto quando Gesù era ancora in vita, durante la fase della sua predicazione orale. Molti detti o parabole del VdT sono contenuti anche nella letteratura canonica, sebbene il significato di essi sia spesso sostanzialmente diverso. Il testo completo del VdT ci è noto soltanto in copto, fu ritrovato a Nag Hammadi (Egitto) nel 1948. Il manoscritto copto, denominato Codice II di Nag Hammadi, è databile al III-IV secolo dopo Cristo, probabilmente è stato scritto attorno al 350 d.C., ma esistono alcuni frammenti in greco di tale vangelo, rinvenuti ad Oxyrhynchus, databili al II-III secolo d.C., vale a dire almeno un centinaio di anni prima della data di stesura del codice II di Nag Hammadi. La prospettiva che assumono i detti gesuani del VdT si inserisce nel contesto dello gnosticismo: se alcuni attribuiscono al testo del VdT una grande importanza filologica e persino storica, altri lo considerano al contrario un testo dipendente dai sinottici, dai quali l'autore avrebbe prelevato una serie di proposizioni attribuite a Gesù, modificate in modo da dare loro un taglio atto a supportare la dottrina dello gnosticismo. Come abbiamo detto, il VdT omette la tradizionale cornice narrativa dei vangeli canonici, inoltre qualunque riferimento o allusione profetica, la narrazione dei miracoli e della passione sono stati accuratamente evitati nel testo. Pertanto la profezia della distruzione del tempio e tutto il lungo discorso escatologico che ne consegue non compaiono nel VdT, il cui testo è del resto molto scarno e privo di qualunque tipo di spiegazione. In questo contesto VdT contiene tuttavia un loghion che potrebbe avere un certo interesse nell'ambito dell'argomento che stiamo discutendo. Trattasi del loghion 71, che si trova disposto in due linee del manoscritto, secondo l'edizione di M. W. Grondin comprendente 114 detti; esso legge nel testo copto originale:

 

peje  (Disse) IS (Gesù, nomina sacra) je (questo:)  + na wor[wR   (Io distruggerò)  M reei h]ei (questa casa)

auw (e, cong.)  mN laau (nessuno) na w kot r (potrà ricostruirla) [an N ke sop (più un'altra volta)  

 

Secondo il loghion 71 un detto gesuano sarebbe quindi: Io distruggerò questa casa e nessuno potrà mai ricostruirla. Nel manoscritto la parola per "casa" è hei, alcune lettere e parole, evidenziate dalla parentesi quadre, non si sono preservate correttamente nel manoscritto copto, tuttavia la lettura più probabile, sulla base dei resti del documento e della sticometria, è quella riportata sopra. Come caratteristico di gran parte del testo del VdT il detto è riportato nella maniera più scarna ed ermetica possibile, senza alcun commento aggiuntivo che sia di ausilio per l'interpretazione e un corretto inquadramento. Ora, un detto che può essere messo in relazione con questo loghion è effettivamente attestato anche nei vangeli canonici, in una variante diversa. Giovanni 2:13-22, sebbene collocato all'inizio del vangelo, è ambientato in una Pasqua, quella stessa Pasqua che i sinottici fanno coincidere con quella del processo e della condanna a morte di Gesù, quando viene pronunciata la profezia della distruzione del tempio. Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme e scaccia i venditori; alla domanda dei Giudei: "con quale autorità fai questo?" , Gesù risponde: "distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". I Giudei interpretano immediatamente la risposta di Gesù come una allusione alla distruzione del tempio in cui si trovano, difatti rispondono: "questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?" ma Giovanni nel vangelo interpreta questo detto come una allusione al corpo di Gesù, che doveva risorgere il terzo giorno dopo la morte. Nel racconto della Passione secondo quanto ci è stato tramandato dai sinottici, alcuni testimoni si ricordano delle parole di Gesù sulla distruzione del tempio. Matteo 26:61 legge: "costui ha dichiarato: posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". E in Matteo 27:40 alcuni gridano in segno di scherno a Gesù sulla croce: "tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni salva te stesso!". Queste frasi sono attestate anche dai passi paralleli di Marco 14:58 e 15:29. Anche Atti 6:14 ricorda l'episodio: "lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè". E' evidente che Giovanni fornisce una chiave di lettura alquanto diversa da quella dei sinottici, rivolgendo innanzitutto il concetto della distruzione del tempio ai Giudei - non è dunque Gesù in prima persona che afferma di distruggere il tempio ma egli dice ai Giudei: distruggete questo tempio - inoltre intende il tempio in senso metaforico, ipotizza cioè che Gesù volesse riferirsi al suo corpo e non a un edificio. Matteo e Marco concordano con il VdT riportando che l'azione del distruggere il tempio è compiuta da Gesù o egli comunque ne è causa. Inoltre, come il VdT, questi passi non integrano il testo con alcun commento di tipo teologico, si limitano a riportare, tramite quanto affermato da alcuni testimoni, quello che Gesù effettivamente disse. VdT da un lato e sinottici (più Giovanni) dall'altro differiscono nella parte iniziale della frase di Gesù per l'utilizzo di una parola diversa. I vangeli canonici, difatti, utilizzano la parola greca naoj, con la quale si indica generalmente il tempio di Gerusalemme, con specifico riferimento all'edificio sacro e coperto, il Santo, o luogo Santo, incendiato dai Romani nel 70 d.C. VdT utilizza invece la parola hei che in copto significa "casa": distruggerò questa casa, dunque, e non distruggerò questo tempio. Questa, tuttavia, è una diversità di linguaggio solo apparente, difatti nel gergo biblico per casa, oltre al significato usuale di stirpe, generazione (la casa di Giuda, la casa di Israele, ecc...) si può intendere anche il tempio di Gerusalemme, la "casa di Dio" intesa in senso fisico. Matteo 21:12-13, Marco 11:15-19, Luca 19:45-46 e Giovanni 2:13-17 nel riportare l'episodio con cui Gesù scaccia i mercanti dai cortili del tempio di Gerusalemme citano la frase, chiaramente riferita al tempio nel quale Gesù sta compiendo la sua azione: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri. Il testo greco di tutti e quattro i canonici riporta qui oikon, che in greco significa appunto casa. Quindi la casa di preghiera è anche, in questo caso, il tempio di Gerusalemme. Più in generale la "casa di Dio" può rappresentare anche il tempio di Gerusalemme. E difatti sono numerosi i passi dell'Antico Testamento in cui il tempio è definito casa, oikon nel greco della LXX. Il primo tempio, costruito dal re Salomone, è definito come casa di Dio o del Signore in 1 Re 8:27, 29, 9:3, 1 Cronache 9:23, 17:4, 5, 6, 12, 14, 22:1, 28:10, 29:16, 2 Cronache 6:2, 18, 20, 7:11, 12. Anche il secondo tempio, ricostruito dai Giudei ai tempi di Esdra e Neemia dopo l'esilio babilonese, è definito come casa in Esdra 4:3, 5:3, 6:3, 5, 7, 16, 17, 7:16, 17, 20, 23, 24, 27, 8:33, 9:9, 10:1, 10:6 e Neemia 2:8. 8:16,10:33, 34, 35, 37, 38, 39, 40, 12:40, 13:4, 11, 14. Neemia 8:16 ad esempio dice: "il popolo andò fuori, portò i rami e si fece ciascuno la sua capanna sul tetto della propria casa, nei loro cortili, nei cortili della casa di Dio, sulla piazza della porta delle Acque e sulla piazza della porta di Efraim". E' evidente qui che i cortili della casa di Dio (o‡kou toà qeoà nel testo della LXX) non sono altro che i cortili del tempio appena riedificato. Anche Gioele 1:9, 13, Aggeo 1:8, 14, 2:3, 7, 9, Zaccaria 1:16, 3:7, 4:9, 8:9, 11:13 parlano della casa di Dio o del Signore, della sua riedificazione (dopo la distruzione babilonese), della casa dell'offerta.  Il loghion 71 del VdT è scarno e privo di qualunque commento esplicativo, come caratteristico del testo di questo apocrifo, combinando quanto sopra riportato, giungiamo alla conclusione che un detto riguardante la distruzione del tempio pronunciato direttamente da Gesù in una qualche forma è attestato da tutti i vangeli canonici e persino dal vangelo di Tommaso il quale senza ombra di dubbio si riferisce alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Se Giovanni cerca di ricollegare la distruzione al corpo di Gesù, destinato a risorgere, i sinottici si limitano a registrare le dichiarazioni di Gesù senza commentarle. Il più lapidario è proprio il loghion 71 del VdT che afferma: io distruggerò questa casa (il tempio) e nessuno potrà più ricostruirla. La frase potrebbe essere interpretata come una allusione alla distruzione del tempio, l'elemento della ricostruzione manca totalmente e il testo allude qui a una distruzione definitiva, alla quale nessuno può più porre rimedio, scompare in essa qualunque accenno al "terzo giorno". Quindi è possibile che il detto gnostico del loghion 71 sia stato mutuato da una tradizione di qualche detto o discorso gesuano relativo alla distruzione del tempio, sviluppato in maniera elaborata nei passi Mt 24:1-51 e corrispondenti paralleli sinottici. Nessun cenno alla profezia della distruzione del tempio compare poi nel vangelo apocrifo di Filippo anch'esso ritrovato tra i codici gnostici di Nag Hammadi. Questo apocrifo contiene un riferimento al tempio di Gerusalemme dal quale si può dedurre che esso è stati certamente composto dopo la sua distruzione. Infatti l'incipit del v. 76 legge: vi erano tre edifici come luoghi per le offerte in Gerusalemme: uno era aperto verso sud e si chiamava il Santo del Santo, il terzo era aperto verso oriente e si chiamava il Santo dei Santi, il luogo in cui il Sommo Sacerdote entrava da solo. L'utilizzo al passato dei verbi indica qui che il tempio non esiste più nel momento in cui il vangelo è stato composto. Il suo autore è quindi a conoscenza del fatto che il tempio è stato distrutto dai Romani, che vi è stata più in generale una grande guerra in cui Gerusalemme è stata gravemente danneggiata, eppure, come Giovanni nel suo vangelo, non attribuisce a Gesù Cristo alcuna profezia riguardo la distruzione del tempio e la guerra, non cita alcun passo preso dal Cap. 24 del vangelo di Matteo o dai paralleli sinottici. Uno dei riferimenti più espliciti alla fine del mondo e di questo tempo è rintracciabile nel trattato chiamato Origine del mondo, appartenente al codice II di Nag Hammadi. La conclusione del trattato (125,23 – 127,17), che si può leggere in traduzione italiana in L. Moraldi, Testi gnostici, UTET, 1982, rist. 2008, a pag. 248, è fortemente escatologica. Il testo prevede nell'era della suntšleia (consumazione finale) un grande terremoto e diversi segni apocalittici simili a quelli delineati nei sinottici: il sole che si oscura, la luna che perde la propria luce, le stelle che deviano dalle loro orbite e un tuono possente. Il testo afferma anche che in questo eone finale "I suoi re saranno ebbri dalla spada di fuoco, e combatteranno gli uni contro gli altri, tanto che la terra sarà ebbra dal sangue versato e i mari saranno sconvolti da quelle guerre" (126, 7-10). Ma il trattato, parlando di eoni, non si avventura a correlare questi eventi al trascorrere terreno e umano del tempo dei quali si dice soltanto che accadranno alla fine dell'eone presente.

 

Un altro testo composto molto probabilmente dopo il 70 e posteriore ai sinottici, databile tra la fine del I e la metà del II secolo d.C., è l'Apocalisse di Pietro, pervenutaci in parte in greco (frammento di Akhmim e altri) e in parte in etiopico. Questo apocrifo è particolarmente importante in quanto contiene una descrizione del giudizio finale escatologico e degli eventi a esso correlati. Nella recensione etiopica l'Apocalisse di Pietro si apre con lo stesso interrogativo di Matteo 24:2, ma non vi è alcun accenno alla distruzione del tempio come in Matteo 24:1. La risposta che Gesù dà a Pietro subito dopo è molto simile a quella di Matteo 24:4, Matteo 24:11 o Matteo 24:24, riguardante il manifestarsi di falsi profeti. Viene citata persino la metafora del fico di cui abbiamo traccia in Matteo 24:32-33. Il testo descrive inoltre molto dettagliatamente la scena del giudizio finale, ma senza alcun accenno a quando questo dovrà compiersi, alle tribolazioni e alla (presunta) guerra giudaica, la prospettiva viene dilatata a un orizzonte temporale non definito, contrariamente a quanto leggiamo in Matteo 24:29 (fatti apocalittici subito dopo la presunta guerra giudaica) o Matteo 24:34 e paralleli sinottici. Diversi accadimenti apocalittici vengono citati dal testo ma senza unacollocazione temporale definita: non si può stabilire se accadranno presto o tardi rispetto al momento in cui il testo fu composto. Negli Oracoli Sibillini Cristiani vi sono descrizioni di scene apocalittiche, alcuni passi sono simili a Matteo 24:19 ma, di nuovo,  nessun accenno alla guerra giudaica e alla distruzione del tempio e, naturalmente, nessuna previsione su quando questi eventi escatologici dovranno verificarsi. Il vangelo di Pietro ritrovato in un frammento di Akhmim alla fine del XIX secolo riporta la descrizione del processo di Gesù davanti a Pilato, nessuna citazione o allusione a Matteo 24 e paralleli sinottici è riscontrabile in esso. Tra gli apocrifi viene citata la frase posso distruggere questo tempio e ricostruirlo in tre giorni, forse un vago ed impreciso ricordo dei testimoni presenti al processo di un discorso pronunciato realmente da Gesù, nel vangelo di Nicodemo e in una narrazione apocrifa attribuita a Giuseppe di Arimatea. Ma anche questi testi tacciono completamente una simile profezia di Gesù Cristo. Lo stesso può essere messo in evidenza per il vangelo gnostico di Giuda, il cui manoscritto è stato recentemente restaurato e pubblicato, esso contiene riferimenti alla fine dei tempi ma nessun accenno alla profezia di Gesù di cui stiamo discutendo. Pertanto se la tesi è che i vangeli canonici sono stati necessariamente composti post eventum dopo la caduta del tempio in quanto essi sembrano descrivere questo evento e averlo utilizzato per mettere in bocca a Gesù una profezia spettacolare, esaminando la letteratura cristiana apocrifa certamente composta dopo tale caduta si scopre che la tendenza è piuttosto il contrario: tutti questi testi tardi tacciono o censurano tout court questa profezia, persino le apocalissi apocrife che citano indirettamente da alcuni vv. provenienti proprio dal contesto della profezia della distruzione del tempio. Probabilmente queste vere e proprie censure avevano lo scopo di evitare di interpretare le imbarazzanti profezie apocalittiche che dovevano verificarsi nello spazio di una generazione subito dopo la guerra giudaica, al termine delle quali si sarebbe dovuta verificare la venuta del Regno di Dio e del Figlio dell'Uomo, ovvero Gesù Cristo. Un punto di vista sostanzialmente vicino a questo è condiviso per esempio da Enrico Norelli che, a proposito della composizione del vangelo di Tommaso, ha scritto:

 

"La salvezza non passa qui per la morte di Cristo, né si compie definitivamente in una futura irruzione del regno di Dio, con giudizio finale e risurrezione dell'essere umano come unità psicosomatica. Conta la storia dell'io, non quella del mondo. Alcuni studiosi pensano che questa prospettiva sapienziale, priva di attesa escatologica, corrispondesse al messaggio originario di Gesù, ma ciò pare difficile; essa può piuttosto (ma è impossibile esserne certi) costituire una reazione alla delusione dell'attesa del ritorno di Cristo e della fine del mondo." (3)

 

In conclusione, senza avere la pretesa di essere pervenuti a risultati definitivi, i punti messi in evidenza da questa analisi sono i seguenti:

 

i) il clima ideologico e il linguaggio della profezia della distruzione del tempio dei sinottici è coerente con varia letteratura apocalittica giudaica intertestamentaria e condivide con essa il classico schema escatologico che compare in vari passi di questo genere di letteratura: grandi guerre e violenze, tribolazioni, distruzione di Gerusalemme (e quindi anche del suo tempio), verificarsi di fatti apocalittici e instaurazione di un regno eterno nel quale trionferanno i giusti e gli eletti del Signore; inoltre anche Giuseppe Flavio, riferendosi a Daniele, ammette che da molti secoli era stata profetizzata la distruzione del tempio e di Gerusalemme, considerando adempiute queste profezie con la guerra giudaica del 66-74 dopo Cristo;

 

ii) l'allusione a fatti apocalittici, alla visione della venuta del Figlio dell'Uomo e ad accadimenti storici mai verificatisi (terremoti) subito dopo le guerre apocalittiche rende improbabile che la profezia sia stata scritta post eventum avendo in mente la recente guerra giudaica, altrimenti bisogna postulare che l'autore abbia composto di proposito una falsa profezia; uno sguardo alla letteratura apocrifa composta dopo la distruzione del tempio e dopo la guerra giudaica mostra al contrario come gli autori abbiano accuratamente evitato di alludere alla profezia della distruzione del tempio, sebbene a prima vista essa appaia così straordinaria; la tendenza è che più un testo è recente, maggiore è l'elemento di censura nei confronti di questa profezia, soprattutto per quanto riguarda l'accenno ai fatti apocalittici.

 

iii) il solo Luca fa riferimento esplicito alla caduta di Gerusalemme, al suo assedio e persino a una epidemia di peste che - secondo Giuseppe Flavio - effettivamente si verificò durante l'assedio della città. Ma questo prova al più che la versione della profezia secondo Luca è stata scritta dopo la guerra giudaica e che il suo autore non ha potuto emendare o correggere gli elementi escatologici che si sarebbero dovuti verificare subito dopo la guerra perchè - appunto - da tempo e ben prima della guerra giudaica circolava già questa profezia in forma scritta (nella versione di Mt e Mc) ed era nota a tutti, dunque non facilmente modificabile. Una allusione alla distruzione del tempio, infine, è riportata anche nel loghion 71 del vangelo apocrifo di Tommaso, il che rafforza la genuinità della profezia dei sinottici.

 

 

NOTE AL TESTO

 

(1) Le citazioni da 1QpHab sono tratte da: Florentino Garcia Martinez, Testi di Qumran, traduzione italiana dai testi originali con note di Corrado Martone, PAIDEIA, 1996, pp. 328-340.

 

(2) Questa teoria è accolta anche da F. Garcia Martinez, cfr. op. cit., pag. 331, nota 3.

 

(3) Citazione da: E. Norelli, in Le origini del Cristianesimo, a cura di R. Penna, Carocci, Roma, 2004, pag. 200. Il criterio che consiste nel ritenere la presenza di allusioni alla imminente fine del mondo e al ritorno di Gesù sulla terra decisivo e fondamentale per datare i testi cristiani e valutare la loro antichità è accolto anche da Mauro Pesce, si veda il commento a 1 Tess. 4:15-17 in: M. Pesce, Le parole dimenticate di Gesù, Fondazione Lorenzo Valla / A. Mondadori, 2004, pp. 501-502. Pesce è un autore che accoglie la tesi secondo cui le epistole paoline autentiche (tra le quali si colloca indubbiamente 1 Tess.) sono state composte negli anni '50 del I secolo d.C., prima dei vangeli sinottici oltre che del vangelo secondo Giovanni. Di conseguenza egli utilizza 1 Tess. 4:15-17 come elemento importantissimo a sostegno dell'antichità e della genuinità di questa epistola e di quanto scritto da Paolo. Naturalmente è costretto ad ammettere che anche i sinottici contengono riferimenti espliciti alla imminente venuta escatologica di Gesù e alla fine del mondo, cita Mt. 10:23 ("Non avrete finito di percorrere le città di Israele prima che venga il figlio dell'uomo") ma cerca di attenuare l'enfasi che i sinottici conferiscono a questa venuta escatologica citando Mt. 24:36 e Mc. 13:32 ("Quanto poi a quel giorno e a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre"). Nella foga di voler dimostrare che già nei sinottici, che considera posteriori a Paolo di almeno dieci o venti anni, si assiste ad una attenuazione della attesa del ritorno di Gesù e della fine del mondo, il che proverebbe una maggiore distanza temporale dei sinottici da Gesù rispetto alle epistole paoline, Pesce dimentica però di citare un passo importantissimo, la frase che viene fatta pronunciare a Gesù: "Non passerà questa generazione prima che queste cose siano accadute", attestata da tutta la tradizione sinottica, ricorre infatti con le stesse parole (nel significato) in Mt. 24:34, Mc. 13:30 e Lc. 21:32 dopo la descrizione dei fatti apocalittici e del ritorno escatologico di Gesù. Peraltro, secondo NA27, tutti i maggiori codici attestano in tutti e tre i casi la sostanza della frase, con variazioni testuali che non alterano il significato della frase per cui la tradizione testuale è fortissima. Oltre a questo, non cita 1 Tess. 5:1-4 in cui Paolo precisa che i tempi e i momenti della fine del mondo, sebbene imminenti, verranno "come un ladro nella notte" e dunque non possono essere conosciuti con precisione, come troviamo in Mt. 24:34, Mc. 13:30 e Lc. 21:32. Di conseguenza l'osservazione di Pesce: "Nei vangeli canonici le parole attribuite a Gesù sulla fine imminente di questo mondo non sono molte" può essere condivisibile in senso assoluto, ma va relativizzata a Paolo tenendo conto dei vari passaggi nella loro completezza. Dopotutto anche in Paolo non esistono molti riferimenti tenuto conto che ad egli sono attribuite ben quattordici lettere, di cui almeno sette reputate autentiche. A conti fatti, mettendo in conto tutti i vari passaggi, l'attesa per la imminente fine del mondo e la precisazione che il momento esatto di questo evento non poteva essere noto, ha sostanzialmente la stessa carica in Paolo e nei sinottici. Osserviamo, infine, che il vangelo di Giovanni andrebbe tenuto separato dai sinottici relativamente a questo argomento, così non si dovrebbe parlare di vangeli "canonici" ma solo dei "sinottici". Giovanni, infatti, non fa mai riferimento alla fine imminente del mondo e al giudizio universale di Dio attraverso Gesù Cristo.  Quanto a Mt. 24:36 // Mc. 13:32 vanno inoltre tenute in considerazione e sottoposte a discussione le seguenti eventualità: (i) il passaggio è una tarda interpolazione inserita per correggere le parole di Gesù sulla fine imminente; (ii) nella letteratura ebraica, "padre" è sinonimo di "maestro" e figlio di "discepolo" così questa proposizione gesuana potrebbe costituire una specie di parabola o metafora, il giorno e l'ora non sono conosciuti dal figlio (= il discepolo di Gesù), ma solo dal padre (= il maestro, Gesù, che comunica gli insegnamenti ai suoi discepoli). Le interpretazioni (i) e (ii) sono suggestive anche in considerazione del fatto che il vangelo di Marco usa poche volte "Padre" come titolo per "Dio", se confrontato col resto dei vangeli canonici, inoltre l'espressione assoluta e determinata "Il Padre" (in greco: Ð pat»r) non è familiare nell'ebraismo per riferire o pregare Dio, mentre sono note e utilizzate ancora oggi espressioni ebraiche traducibili con: "Padre mio/tuo/nostro, ecc....".