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3. Criteri per valutare l’attendibilità di una attribuzione di 7Q5

 

Autore: Ó Gianluigi Bastia, diritti riservati

 

Ultima revisione: 29/09/2007 – richiede font greco greek.ttf

 

 

 

Dalla discussione relativa all’attribuzione proposta da J. O’Callaghan possiamo derivare un criterio, una metodologia generale per controllare l’attendibilità di una qualunque proposta di identificazione del frammento 7Q5. Per prima cosa è necessario che vengano individuate le lettere sicure del frammento, come la w nella linea 2, il kai nella linea 3, almeno la stringa nnh nella linea 4 e la lettera h nella linea 5. Si possono poi introdurre varianti testuali od altre ipotesi (errori di trascrizione, itacismi o variazioni nella pronuncia di alcune lettere, e sim.) se non vi è coincidenza con quanto visibile sul papiro. Tutte le varianti devono essere accettabili da un punto di vista grammaticale (a meno che non si tratti di postulare degli errori di scrittura) e logico. Il passo con il quale si pretende di identificare 7Q5 deve poi essere coerente con le caratteristiche storiche del frammento e il suo contesto archeologico; 7Q5 è stato scritto nel periodo 50 a.C. – 50 d.C. secondo la datazione paleografica quindi passi di opere note per essere state scritte dopo questo periodo ovviamente non sono identificabili con 7Q5. Una volta individuato il passo occorre ipotizzare una possibile ricostruzione delle cinque linee (78) della colonna che conteneva in origine il frammento. Ogni linea deve avere un numero di lettere il più possibile simile a quello delle altre linee, tenendo comunque conto dell’esistenza di una spaziatura prima del kai. La trascrizione deve garantire sempre l’allineamento a sinistra delle linee di testo mentre per l’allineamento a destra si può avere uno scarto di qualche lettera tra una linea e l’altra; infatti la colonna del rotolo era scritta a mano da uno scriba quindi è da attendersi un non perfetto allineamento al margine destro, come si vede negli antichi manoscritti. Per l’allineamento verticale – come si vede ad esempio nella Figura 1 – devono essere soddisfatte le tre seguenti condizioni che riguardano i rapporti tra le lettere 3, 4, 5 del frammento 7Q5 e tengono conto della posizione relativa delle lettere “sicure” visibili sul papiro:

 

1) “Sincronismo” tra le linee 2, 3. La t della linea 2 (stringa tw) deve trovarsi sopra la k del kai presente nella linea  3. Tenere conto che la k del kai è spostata molto a destra rispetto alla lettera che la precede, di uno spazio bianco pari a circa due tre lettere larghe.

 

2) “Sincronismo” tra le linee 4, 5. La h chiaramente leggibile nella linea 5 del frammento deve trovarsi sotto la n che precede la h nella linea 4 soprastante.

 

3) “Sincronismo” tra le linee 3 e 4. La a del kai della linea 3 deve trovarsi sopra la prima n della stringa nnhs presente nella linea 4. Tenere conto che la k del kai è spostata molto a destra rispetto alla lettera che la precede, di uno spazio bianco pari a circa due tre lettere larghe.

 

Nell’eseguire questi controlli incrociati occorre sempre tenere conto che il documento è scritto con le lettere greche maiuscole e a mano. Infine si dovrebbe dare una spiegazione possibile per la distanza che separa il kai della linea 3 dalla lettera precedente (come la fine di un paragrafo, l’inizio di un nuovo capitolo o argomento diverso, eccetera), distanza che risulta all’incirca pari a due lettere “piene” (vedi Figura 1). Abbiamo visto comunque come nei tipici frammenti ebraici della LXX, scritti prima di Cristo, in alcuni casi esistono spaziature tra parole o frasi che non necessariamente corrispondono a una suddivisione del testo in paragrafi o sim., ma sono piuttosto una caratteristica intrinseca dei manoscritti greci scritti da ebrei.

 

 

 

4. Favorevoli e contrari alla identificazione di O’Callaghan

 

4.1 Favorevoli

 

Breve profilo di Josè O’Callaghan. Joset O’Callaghan Martinez è nato a Tortosa, Tarragona (Spagna) il 7 Ottobre del 1922. Gesuita dal 1940, fu ordinato sacerdote nel 1952. Laureato in teologia nel 1953 a Barcellona presso la Facoltà teologica di S. Cugat del Vallès, nel 1959 si laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Madrid con la tesi “Las tres categorìas estèticas de la cultura clàsica”. L’anno seguente si laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica di Milano con la tesi: “Cartas cristianas griegas del siglo V”. Dal 1961 al 1971 insegna greco biblico alla Facoltà teologica di S. Cugat del Vallès a Barcellona dove fonda il Seminario di papirologia. Grazie alle disponibilità economiche del cognato, Josep Palau Ribes, acquista un gran numero di papiri, fonda la rivista Studia Papyrologica (1961) e due collane scientifiche: Papyrologica Castroctaviana e Estudis De Papirologia y Filologia Biblica. Dal 1971 al 1992 è professore di papirologia e paleografia greca presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Collabora anche con l'Università di Urbino. I suoi studi lo portano ad interessarsi ai frammenti greci rinvenuti nelle grotte di Qumran (cave 4 e 7). Nel 1972 in alcuni articoli che compaiono sulla rivista Biblica, pubblicata dal Pontificio Istituto Biblico, propone l’identificazione del frammento 7Q5 con Marco 6:52-53 e dei frammenti 7Q4,1&2 con 1 Timoteo 3:16-4:3, gettando scompiglio nel mondo accademico: le sue attribuzioni, se confermate, sono infatti una rivoluzione per gli studi relativi alla genesi e composizione del Nuovo Testamento. O’Callaghan si è occupato anche di filologia biblica, materia alla quale venne introdotto ai tempi della laurea in teologia da José Maria Bover. Nel 1977 pubblica il Nuevo Testamento Trilingue. Nel 1980 è di nuovo a Barcellona, dove insegna Critica testuale assieme al prof. R.P. Pierre Proulx. Scrive numerosi articoli di critica testuale e papirologia in varie riviste. Dal 1983 al 1986 è decano della Facoltà Biblica all’Università di Barcellona. A partire dalla metà degli anni ’80 il tedesco Carsten Peter Thiede riprende la questione delle attribuzioni di alcuni dei frammenti greci della grotta 7 di Qumran a passi neo testamentari, sostenendo le tesi di O’Callaghan tramite alcuni articoli e libri, così il dibattito si riapre. Nel 1995 O’Callaghan pubblica così il libro Los Primeros Testimonios del Nuevo Testamento (Introducción a la papirología neotestamentaria) un libro che si conclude con la questione del frammento 7Q5 e un capitolo scritto dal Prof. Albert Dou, dell’Università di Madrid, nel quale si dimostra che da un punto di vista del calcolo delle probabilità l’unico testo che può soddisfare le lettere che compaiono in 7Q5 è proprio Marco 6:52-53. Il 15 Dicembre 2001 J. O’Callaghan muore a Barcellona.

 

Favorevoli alla attribuzione 7Q5 = Marco 6:52-53. Tra i favorevoli alla identificazione del 7Q5 con Marco 6:52-53 abbiamo C.P. Thiede, membro dell’Associazione Internazionale di papirologia (A.I.P.) (79), il maggior sostenitore delle tesi di O’Callaghan, Sergio Daris dell’Università di Trieste, che nel 1972 controllò la proposta di O’Callaghan esprimendo parere positivo alla attribuzione, A. Stefano, L. Alonso Schockel, J.M. Vernet, M. Sordi, A. Malnati, C.M. Martini, H. Hunger, che è un accademico austriaco molto prestigioso dell’Università di Vienna, J. Charlesworth dell’Università di Princeton e, in particolare, la presidentessa onoraria dell’A.I.P. Orsolina Montevecchi (80). A parte il riferimento al 7Q5 che compare nel manuale “La Papirologia” (81) la Montevecchi nel 1994 – quando il dibattito attorno a 7Q5 si era già ampliamente sviluppato e tutti gli elementi pro e contro erano ormai ben definiti – ha scritto sull’argomento frasi come: “mi pare giunto il tempo di inserire il frammento 7Q5 nella lista ufficiale dei papiri del Nuovo Testamento” (82), oppure “come papirologa posso asserire che l’identificazione mi pare sicura. Le cinque linee che sono visibili e che formano il frammento corrispondono al passaggio del sesto capitolo di Marco, vv. 52 e 53. E’ estremamente improbabile una corrispondenza con un’altro testo” (83). Si sottolinea comunque che non c’è mai stato un pronunciamento ufficiale da parte dell’A.I.P. a favore o contro la attribuzione di O’Callaghan. Favorevole all’ipotesi di O’Callaghan anche il finlandese Heikki Koskenniemi che addirittura paragona la attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53 alla importanza della decifrazione della scrittura Lineare B.

 

4.2 Contrari

 

 

Sono contrari alla attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53 M. Baillet e R.P. Boismard, autori della Editio Princeps. K. Aland, studioso di critica testuale ed esegesi di grande prestigio, seppure non papirologo, che subito dopo il tentativo di O’Callaghan effettuò una ricerca al calcolatore ed identificò il frammento 7Q5 con Luca 3:19-21, ma egli stesso respinse questa attribuzione concludendo che il 7Q5 non può essere un frammento neo testamentario. E. Puech della Ecole Biblique di Gerusalemme, P. Grelot, J.K. Elliot, E. Muro e J.A. Fitzmeyer sono altri studiosi contrari alla identificazione di 7Q5 con Marco 6:52-53. La situazione di Puech e Muro è molto particolare in quanto in alcuni studi apparsi nella seconda metà degli anni ’90 sulla Revue de Qumran hanno attribuito altri frammenti in greco della Grotta 7 ad uno pseudoepigrafo dell’Antico Testamento, il primo libro di Enoch, tuttavia non sono riusciti a proporre seriamente alcun testo capace di soddisfare le evidenze paleografiche di 7Q5 oppure a sostenere una qualunque delle attribuzioni alternative a quella di O’Callaghan. Altri studiosi contrari sono il grande paleografo di Oxford Colin H. Roberts (che identificò il frammento di Rylands P52 e si occupò della datazione paleografica dello stesso 7Q5), P. Garnet che propone per 7Q5 una identificazione con Esodo 36:10-11, Theodore Cressy Skeat che, come la Montevecchi, è stato presidente onorario della Associazione internazionale di papirologia (84). Contrari a qualunque attribuzione dei frammenti della Grotta 7 a passi neo testamentari sono anche F. Garcia Martinez, Geza Vermes ed Emanuel Tov che sono oggi tra i massimi specialisti e traduttori dei manoscritti di Qumran (85). Leggendo i nomi degli accademici di cui sopra colpisce il fatto che i favorevoli alla attribuzione di O’Callaghan siano prevalentemente esperti di paleografia greca (Thiede, Hunger, Montevecchi, Malnati, lo stesso O’Callaghan) mentre i contrari siano – a parte C.H. Roberts – esperti di ebraico antico e paleografia ebraica (Puech, Martinez, Vermes, Tov) oppure, come Kurt Aland, critici testuali ma non papirologi o paleografi di professione.

 

 

4.3 Il simposio di Eichstätt (1991)

 

 

Dal 18 al 20 Ottobre 1991 presso l’Università Cattolica di Eichstätt, in Germania, si è svolto un simposio internazionale dedicato al problema del Nuovo Testamento a Qumran e nello specifico alla discussa attribuzione del frammento 7Q5 a Marco 6:52-53, proposta da J. O’Callaghan (86). Tra gli intervenuti a quel convegno si segnalano Camille Focant (Università di Lovanio, Belgio) che ha riassunto, nella sua relazione introduttiva, le proprietà della attribuzione di O’Callaghan presentando le ipotesi a favore e quelle contrarie a tale attribuzione ed esprimendo le proprie perplessità nei confronti della proposta di O’Callaghan; S.R. Pickering, contrario alla attribuzione a Marco 6:52-53, che ha tenuto una analisi paleografica delle lettere che appaiono sul frammento 7Q5 studiando le fotografie disponibili (non il frammento originale); H. Hunger (Vienna, Austria) e C.P. Thiede (Wuppertal, Germania), papirologi favorevoli alla attribuzione. L’intervento di Hunger ha riguardato in particolare la possibilità che sulla linea 2 del frammento si possa avere una n in luogo di una i + a. Thiede ha confrontato la problematica della attribuzione del frammento 7Q5, molto piccolo, con quella della attribuzione del frammento di Masada attribuito nel 1989 all’Eneide di Virgilio e accettata senza discussione, pur essendo anche questo frammento molto piccolo. W.A. Slaby è intervenuto per illustrare possibilità e limiti nell’uso del calcolatore relativamente al problema della attribuzione di frammenti con poche lettere. Gli interventi di F. Rohrhirsch (Wuppertal, Germania), B. Pixner (Gerusalemme, Israele), B. Schwank (Monaco, Germania), E. Ruckstuhl (Lucerna, Svizzera) ed R. Riesner (Tubinga, Germania) hanno invece riguardato i rapporti tra la setta degli esseni e il cristianesimo primitivo: il frammento 7Q5 difatti fu ritrovato a Qumran in quello che la maggioranza degli studiosi ritiene fosse un insediamento esseno. Si sono toccate problematiche quali l’esistenza di un quartiere esseno a Gerusalemme o la possibilità che documenti cristiani fossero stati acquisiti dai monaci di Qumran. E.E. Ellis (Fort Worth, U.S.A.) si è occupato di indagare sulla possibile data di composizione del Vangelo di Marco basandosi in particolare sulle citazioni dei primi Padri della Chiesa: la tesi dello studioso è che esistesse già verso il 40 d.C. un proto Vangelo di Marco e questa argomentazione è legata alla data di stesura del frammento 7Q5 e alla possibilità “tecnica” che esso possa essere realmente un frammento di tale Vangelo. Importanti sono stati anche gli interventi di J.H. Charlesworth (Princeton, U.S.A.) e H. Burgmann (Offenburg, Germania). La maggioranza degli intervenuti al simposio si dichiarò nel complesso favorevole alla attribuzione di O’Callaghan, il Prof. Thiede, come è stato detto, è del resto da molti anni il più grande sostenitore della attribuzione. J. O’Callaghan, sebbene invitato, non partecipò al simposio. Ecco il suo giudizio sui risultati dell’iniziativa:

 

“Mi invitarono [al simposio di Eichstätt, n.d.A.], però non volli assistervi, perché i partecipanti potessero sentirsi liberi di parlare in favore oppure contro. Ciò che feci, fu di inviare una lettera, di cui si diede lettura, ringraziandoli per il loro interessamento e offrendo le mie preghiere perché incontrassero la verità. In quella sede grandi personalità si espressero a favore della identificazione, altre no; però, in generale, la opinione fu favorevole. Mi offrirono i loro lavori. Erano nord-americani, tedeschi, francesi, belgi... nessun italiano e nessun spagnolo. Queste persone hanno potuto agire in un ambiente internazionale altamente scientifico, pubblicando, in seguito, degli atti che, in generale, propendevano in favore della mia posizione. In seguito F. Rohrhirsch (87) pubblicò un libro favorevole alla mia identificazione e contro la presa di posizione di Kurt Aland e la sua scuola, i quali, nella loro analisi informatica di tutti i fattori relativi a 7Q5 hanno sbagliato a programmare il computer; logicamente, l’elaboratore, programmato in modo erroneo, ha dato risultati erronei, non validi.” (88)

 

 

4.4  Identificazione O’Callaghan, le ragioni del dissenso

 

4.4.1 Motivazioni storico-filologiche

 

Il frammento 7Q5 è stato datato paleograficamente al periodo 50 a.C. – 50 d.C. ed è stato ritrovato in una delle undici grotte circostanti il sito archeologico di Khirbet Qumran, presso il Mar Morto, contenenti migliaia di manoscritti e frammenti scritti in ebraico/aramaico. Data la vicinanza di Khirbet Qumran alle grotte si pensa che esista un collegamento tra i manoscritti e l’antico insediamento, sebbene ad oggi non si abbiano certezze al riguardo per cui i manoscritti potrebbero anche aver avuto una storia diversa da quella delle rovine di Khirbet Qumran. La maggioranza degli esperti ritiene che Khirbet Qumran sia stata bruscamente abbandonata nel 68 d.C. a causa degli eventi della guerra giudaica che culminarono con la distruzione del tempio di Gerusalemme e della città per opera delle truppe romane comandate da Tito (70 d.C.). Questa teoria si basa sui risultati delle indagini archeologiche condotte nel sito, per i dettagli e le problematiche inerenti la datazione archeologica si rimanda ad un qualunque testo che si occupi dei rotoli del Mar Morto e di Khirbet Qumran (89). E’ inoltre probabile che per qualche anno Khirbet Qumran sia stata occupata dalle truppe romane e in seguito sia stata abbandonata e rioccupata per un breve periodo al tempo della rivolta di Bar Kokhba (132-135 d.C.). Secondo la datazione paleografica e l’indagine archeologica collegata al sito di Khirbet Qumran, quindi, 7Q5 è un frammento di un documento molto antico, molto più antico dei più antichi codici cristiani conosciuti (II secolo in poi).

 

Ma i quattro Vangeli canonici, secondo la moderna esegesi, sono stati composti dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.), quindi verso la fine del I secolo se non all’inizio del II secolo. La maggior parte dei biblisti dell’ultima generazione ammette che quello secondo Marco sia il più antico Vangelo, ma le datazioni proposte dagli studiosi sono largamente incompatibili con quella del frammento 7Q5. John P. Meier, uno dei massimi neotestamentaristi americani dell’ultima generazione, colloca la stesura di tale Vangelo, nella sua redazione orginaria, attorno al 70 d.C., cfr. Un ebreo marginale - Ripensare il Gesù storico, Vol. I, trad. it. di L. de Santis, Queriniana, Brescia, 2006, pag. 48. A pag. 96 dello stesso libro Meier si esprime in modo nettamente contrario all’identificazione di O’Callaghan che accomuna alle interpretazioni dei passi controversi di alcuni manoscritti di Qumran di R. Eisenman, B. Thiering et. al., bollando il tutto come fantasie erudite. Bart D. Ehrman accoglie la tesi secondo cui Marco fu composto tra il 65 (o 60) e il 70 d.C., ammettendo così implicitamente che la sua stesura possa anche risalire a prima della distruzione di Gerusalemme e del tempio, cfr. I Cristianesimi perduti, trad. it. di L. Argentieri, Carocci, Roma, 2006, pp. 39 e 84. In Italia Mauro Pesce si dichiara sostanzialmente allineato a queste posizioni, cfr. ad es. Inchiesta su Gesù, Mondadori, Milano, 2006, pp. 15-17, 43, 84, 102, 172. Essendo posteriore di circa una ventina di anni, il testo del Vangelo di Marco ben difficilmente può essere riconciliato con il frammento 7Q5, il cui terminus post quem non è il 50 d.C. Va comunque tenuto presente che J.P. Meier, B.D. Ehrman, M. Pesce ed altri simili studiosi non sono papirologi o paleografi, le conclusioni cui si perviene leggendo le loro tesi sono essenzialmente motivate dal fatto che secondo Roberts il papiro 7Q5 non può essere così recente. Tra i filologi che si sono spinti a proporre al contrario una data di composizione molto antica per Marco si segnala J.A.T. Robinson (45-60 d.C.) in Redating The New Testament, Westminser, Philadelphia, 1976. Ma Robinson pretende di datare l’intera collezione di libri del Nuovo Testamento a prima del fatidico 70 d.C., per questa ragione pur essendo considerato un valente studioso, citato e utilizzato anche da altri, viene criticato da Meier (op. cit., pag. 48, nota 8).

 

Per molti esperti, si potrebbe dire la maggioranza dei biblisti, i Vangeli sono pertanto composizioni posteriori alle lettere di Paolo. Quello di Marco, che viene da molti considerato il primo Vangelo, addirittura, potrebbe essere stato scritto in Italia, a Roma e non in Palestina. Inoltre esistono studi secondo cui il Vangelo di Marco potrebbe essere la traduzione o l’integrazione di un preesistente testo scritto in ebraico (90): se così, sarebbe difficile pensare ad un testo già composto e tradotto in greco prima del 50 d.C., datazione più bassa possibile per 7Q5. Dovremmo infatti supporre l’esistenza di una prima fase preliminare costituita essenzialmente dalla predicazione e trasmissione orale, quindi di una seconda fase in cui inziarono a circolare alcuni testi scritti sui detti e le opere di Gesù, redatti forse in ebraico/aramaico, infine iniziarono a prendere corpo, in una ulteriore terza fase storica, i testi dei Vangeli attuali, scritti in greco. L’arco di tempo ragionevolmente necessario per completare queste tre fasi non sarebbe  così compatibile con la datazione del nostro frammento. 7Q5 potrebbe essere certo semplicemente il resto di un documento costituente una fonte dei Vangeli, il frammento di un testo andato perduto o corretto ed emendato attraverso gli anni (la fonte Q postulata per risolvere la questione sinottica?) così da trasformarsi lentamente nell’odierno Vangelo di Marco che conosciamo, per aggiunta di materiale successivo e stratificato: questa è la tesi sostenuta da E.E. Ellis al simposio di Eichstätt. Tuttavia, se consideriamo seriamente l’ipotesi di O’Callaghan, siamo davanti ad un testo che solo dopo pochi anni dallo svolgersi dei fatti che pretende di descrivere è già ben formato (spatium prima del kai a iniziare il v. 6:53, a formare un paragrafo) e scritto su un rotolo, addirittura già tradotto in greco dopo una prima possibile versione ebraica; seguendo questo ragionamento siamo davanti ad un’opera importante ed autorevole, non ad una bozza provvisoria quindi 7Q5 come resto del Vangelo di Marco appartiene a qualcosa che in origine era un testo conosciuto e diffuso, non facilmente modificabile: quel testo sarebbe pertanto temporalmente troppo vicino ai fatti descritti. Per la folta schiera di esperti contrari alla identificazione di O’Callaghan è impossibile che 7Q5 possa appartenere ad un testo scritto abbondantemente dopo la stesura dello stesso 7Q5.

 

Si deve inoltre considerare che nelle cave di Qumran sono stati identificati altri frammenti in greco, pochissimi rispetto a quelli in ebraico/aramaico. Alcuni di questi si trovavano nella grotta 4, altri nella grotta 7. Quelli identificati con un certo margine di sicurezza appartengono tutti a passi dell’Antico Testamento secondo il testo della LXX (vedi Tabella 1). Escludendo le pretese attribuzioni di 7Q5 a Mc 6:52-53 e 7Q4,1&2 a 1 Tim 3:16-4:3, entrambe di J. O’Callaghan, non esiste nulla a Qumran, tra i frammenti greci, che sia riconducibile direttamente a documenti cristiani (91). Anche tra le migliaia di manoscritti ebraici ed aramaici non vi è nulla di incontrovertibilmente cristiano. Alcuni documenti lì rinvenuti hanno certo assonanze e temi comuni con quelli dei primi cristiani, ma occorre tenere ben presente che a Qumran non sono mai stati ritrovati direttamente documenti del Nuovo Testamento. Pertanto è certamente più semplice e ragionevole supporre che anche 7Q5 sia il resto di un’opera biblica o apocrifa ebraica come 4Q119, 4Q120, 4Q121, 4Q122, 4Q127, 7Q1 o 7Q2.

 

4.4.2 Motivazioni paleografiche e papirologiche

 

7Q5 proviene da un rotolo, non da un codice: se l’identificazione di O’Callaghan fosse sicura saremmo quindi davanti al primo straordinario esempio che si conosca di frammento di rotolo di un'opera del Nuovo Testamento. I primi esempi di codice in assoluto sono della fine del I secolo dopo Cristo (vedi nota 8), però il codice iniziò a diffondersi in maniera estesa soppiantando definitivamente il rotolo solo dal IV-V secolo dopo Cristo in poi. Prima di allora è stato calcolato che il 98% delle opere letterarie o bibliche più importanti ci è stato tramandato su rotolo. Con una eccezione significativa: i documenti del Nuovo Testamento, che curiosamente sono tutti su codice fin dall’inizio del II secolo d.C., per cui si pensa che proprio i cristiani siano stati tra i primi ad utilizzare questo nuovo formato editoriale per trascrivere le loro opere. Si ritiene quindi improbabile che siano mai esistiti documenti appartenenti al Nuovo Testamento scritti su rotolo: i primi cristiani, a quanto pare, utilizzavano massicciamente il codice in contrapposizione al rotolo. In realtà se questa assunzione da un lato è giustificata dai ritrovamenti papirologici, d'altra parte bisogna osservare che, sebbene siano molto rari, frammenti di opere cristiane scritte su rotolo anziché su codice sono comunque stati ritrovati. Nel 2005 Nikolaos Gonis ha pubblicato nel volume n. 69 della serie dei papiri di Oxyrhynchus edita dalla Egypt Exploration Society i frammenti di rotolo P.Oxy. LXIX 4705 (III sec. d.C.) e P.Oxy. LXIX 4706 (II-III sec. d.C.) appartenenti al Pastore di Erma, un'opera apocrifa cristiana. La conoscenza pressoché perfetta che abbiamo del testo del Pastore di Erma, un'opera che fra il II e il V secolo dopo Cristo era considerata "quasi" canonica, e le dimensioni dei frammenti ritrovati rendono certa e inequivocabile questa attribuzione. Oltre al Pastore di Erma abbiamo anche altre opere cristiane che si trovavano su rotolo anziché su codice; si tratta di: P.Oxy. XVII 2070, pubblicato da A.S. Hunt fin dal 1927, contenente un'opera apologetica cristiana antiebraica; P.Oxy. L 3525, pubblicato da P.J. Parsons nel 1983, contenente i resti di un Vangelo apocrifo sconosciuto, forse il Vangelo di Maria; P.Oxy. XLI 2949, pubblicato nel 1972 da R.A. Coles, contenente poche righe di un'altro Vangelo apocrifo sconosciuto. Sempre su rotolo, poi, sono stati ritrovati resti di Adversus Haereses  di Ireneo di Lione (P.Oxy. III 405) e di un'opera di Giulio Africano (si tratta di P.Oxy. III 412).

 

Per un approfondimento vedere i seguenti documenti:

Appendice di papirologia

 

Esistenza di rotoli cristiani e del NT (PDF 162 KB)  

 

La presenza di spaziature, lo stile di scrittura e lo stesso formato di 7Q5 sembrano più coerenti con i tipici documenti scritti dagli ebrei (rotoli della LXX, commentari od altro) che non con i tipici primi codici cristiani. Per esempio il frammento P52 = P.Ryl. Gk. 457, considerato il più antico manoscritto cristiano, è stato datato nel 1935 da C.H. Roberts alla prima metà del II secolo d.C. sulla base del confronto paleografico con i segg. manoscritti: P. Berol. 6845 (un frammento di rotolo dell’Iliade, inizio del II secolo d.C.), P. Egerton 2 (frammento di un Vangelo sconosciuto), P. Fayum 110 (96 d.C.), P. Lon. Inv. 2978 (81-96 d.C.), P. Oslo 2.22 (127 d.C.), B.G.U. 1.22 (114 d.C.), P. Flor. 1.1 (153 d.C.). Di questi sette documenti solo il primo è una classica opera letteraria, il secondo è un altro documento cristiano (quindi non fa testo), tutti gli altri sono tipici manoscritti documentali (lettere, petizioni e sim.). Pertanto P52 e così tutti i successivi primi papiri cristiani hanno uno stile di scrittura molto più simile a quello dei documenti che non a quello delle opere religiose o letterarie “ufficiali”, mentre lo stile di 7Q5 è più affine a quest’ultima tipologia di manoscritti. Va sottolineato comunque che tutti i primi papiri cristiani provengono tutti dall’area egiziana e sono posteriori a 7Q5 di almeno un centinaio di anni: il confronto tra manoscritti egiziani ed ebraici potrebbe quindi essere fuorviante. Se 7Q5 fosse univocamente Marco 6:52-53 rimarebbe da spiegare come un’opera tramandata su rotolo e con una calligrafia tipicamente libraria a un certo punto sia stata tramandata su codice – mentre ancora il rotolo era il formato di gran lunga più diffuso in tutto il mondo greco-romano – con uno stile di scrittura certamente meno importante e autorevole.

 

Da un punto di vista tecnico, poi, sappiamo ormai che l’identificazione proposta da J. O’Callaghan prevede ben tre singolarità: il cambio delta tau, l’omissione di epi ten gen per ragioni sticometriche e l’esistenza di una ni che sembra alquanto discutibile, secondo una delle ipotesi più ragionevoli si tratterebbe di una mi giustificabile con un ulteriore cambio mi ni. Tutte queste varianti singolarmente prese possono anche essere ammissibili e sono note dalle nostre conoscenze papirologiche, tuttavia la loro presenza simultanea in un frammento molto piccolo con solo una ventina di lettere (delle quali solo la metà leggibili, e non senza difficoltà) fa diminuire drasticamente la probabilità che l’identificazione sia corretta. Inoltre si deve tenere conto che se 7Q5 proviene da un rotolo e costituisce un frammento di un’opera biblica o letteraria le probabilità di errore sono certamente ridotte in quanto è molto probabile che in tal caso il manoscritto sia stato scritto da un copista professionale. Va poi ricordato che sia il cambio delta tau che l’omissione di epi tên gên costituiscono lezioni uniche, cioè attestate solo da 7Q5 e da nessun’altro manoscritto di Marco.

 

Nel 1988 G.W. Nebe in un articolo apparso sulla Revue de Qumran e successivamente alla fine degli anni ’90 E. Puech ed E. Muro hanno dimostrato che 7Q4,1 7Q4,2 7Q8 ed altri minuscoli frammenti della grotta 7 sono identificabili con 1 Enoch introducendo pochissime varianti testuali (92). J. O’Callaghan aveva invece supposto che 7Q4,1 e 7Q4,2 appartenessero alla prima lettera a Timoteo, un’altro libro del Nuovo Testamento. L’attribuzione ad 1 Enoch di questi frammenti ha avuto un grande credito, sebbene per C.P. Thiede permangano notevoli dubbi circa l’esistenza di una versione greca di 1 Enoch nel I secolo d.C., dubbi che invaliderebbero l’attribuzione stessa ad 1 Enoch, così come per molti le difficoltà storiche e filologiche invaliderebbero l’attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53; tuttavia, nonostante le obiezioni di Thiede ed O’Callaghan molti studiosi considerano più attendibile una attribuzione dei frammenti della cava 7 ad un simile testo che non a passi del Nuovo Testamento. Di conseguenza chi si oppone alla tesi di O’Callaghan continua a pensare che anche 7Q5, così come altri frammenti non ancora identificati nella stessa grotta 7 e nella vicina grotta 4, possano essere parte di un’opera apocrifa veterotestamentaria, un commentario o altra opera simile andata perduta. Dobbiamo infatti tenere in considerazione che il frammento di papiro denominato 4Q126, contenente all’incirca una cinquantina di lettere, rimane ad oggi non identificato; 4Q127, frammento su cuoio di ottanta lettere circa, è catalogato come “parafrasi” dell’Esodo in quanto contiene, nell’ordine, le tre parole “Egitto” (linea 6), “faraone” (linea 7) e “Mosè” (linea 8) ma di fatto non coincide con alcun passo della versione greca dell’Esodo; il frammento papiraceo 7Q3, con una ventina di lettere, rimane non identificato; infine i frammenti della serie 7Q19, molto particolari in quanto ricostruiti da quello che è rimasto impresso su un blocco di pietra rimasta per secoli a contatto con il manoscritto originario, rimangono anch’essi senza alcuna attribuzione, sebbene siano composti da circa trentacinque lettere (93). Per quanto possa sembrare strano non si sa cosa contenessero davvero in origine tutti questi frammenti scritti in greco. Secondo una interpretazione molto diffusa, anche 7Q5 potrebbe essere il piccolo resto di un documento sconosciuto.

 

Conclusa la parte di questo articolo che si occupa della presentazione e discussione della proposta di attribuzione di J. O’Callaghan si passa ad esaminare l’insieme delle attribuzioni alternative proposte da altri esperti in contrapposizione a O’Callaghan.

 

 

 

 

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NOTE AL TESTO

 

(78) La editio princeps suddivide in cinque linee il testo di 7Q5. Nella linea 1 c’è solo un lievissimo tratto di inchiostro.

(79) Il Prof. Carsten Peter Thiede è deceduto prematuramente a Paderborn il 14 Dicembre 2004, a soli 52 anni.

(80) Orsolina Montevecchi, prof.sa ordinaria di papirologia all’Università Cattolica di Milano, è stata presidentessa della International Association of Papyrologist (Association Internationale des Papyrologues) dal 1983 al 1989 e presidentessa onoraria dal 1989 (lo è tuttora). Il suo peso, da molti anni, nella papirologia mondiale è notevole.

(81) Per la citazione in “La Papirologia”, vedi nota 22. Scrive la Montevecchi: “Inoltre nei frammenti papiracei 7Q5, 7Q6,1, 7Q8 paleograficamente databili c. 50a-50p, sono stati riconosciuti rispettivamente Mc. 5,52-53 e 4, Iac. 1,23-24 (O’Callaghan J., in Biblica, 53, 1972, pp- 91-100)”.

(82) Vedi Aegyptus, rivista italiana di egittologia e papirologia, 74, 1994, pag. 207.

(83) Vedi 30 Giorni, anno VIII, n. 82-83, 1994, pag. 55-57.

(84) Skeat è stato presidente onoraio della International Association of Papyrologist (Association Internationale des Papyrologues) dal 1968 sino al 2003, anno in cui è deceduto.

(85) Scrive ad esempio F.G. Martinez nell’articolo El Nuevo Testamento en Qumran?, Reseña Biblica 19, 1998, pag. 63: “Con queste ultime scoperte le discussioni circa la presenza o meno del Nuovo Testamento fra i manoscritti di Qumran è qualche cosa che appartiene al passato. […] L’ipotesi di O’Callaghan, che considerava vari frammenti della grotta 7 come appartenenti al Nuovo Testamento, era un’ipotesi sbagliata”; in F. Mébarki, E. Puech, I manoscritti del Mar Morto, Jaca Book, 2003, pag. 221, “…l’eventualità che nella grotta 7 vi fossero i più antichi manoscritti del Nuovo Testamento greco è ugualmente sprovvista di fondamento. Questa ipotesi, presentata come tale nel 1972 dal professor O’Callaghan e ripresa recentemente in diversi libri dal professor Carsten Peter Thiede, dispone di un supporto documentario così ridotto e così fragile che è impossibile giungere a una conclusione positiva”. Gli fa eco Geza Vermes: “Non ha senso affermare che alcuni minuscoli frammenti della Grotta 7 rappresentano il Nuovo Testamento”, An Introduction to the Complete Dead Sea Scrolls, quarta edizione, Londra, 1999. La qualità delle opposizioni alla attribuzione di O’Callaghan non è sempre eccellente; per esempio nel suo articolo sulla Reseña Biblica Martinez sostiene che Muro abbia dimostrato mediante l’esame (fotografico) delle fibre del papiro che il frammento 7Q5 doveva appartenere allo stesso rotolo dal quale proviene il frammento 7Q4; questa affermazione desta non poca sorpresa in quanto Muro non sostiene nulla del genere, ma solo che 7Q4 (composto di due porzioni: 7Q4,1 e 7Q4,2) è contiguo a 7Q8 e non a 7Q5!

(86) Gli atti del simposio di Eichstätt sono documentati nell’opera: Mayer Bernhard (ed.), Christen und Christliches in Qumran? (Eichstätter Studien, XXXII), Regensburg, Verlag Friedrich Pustet 1992.

(87) Segnaliamo il libro di F. Rohrhirsch, Markus in Qumran? Eine Auseinandersetzung mit den Argumenten für und gegen das Fragment 7Q5 mit Hilfe des methodischen Fallibilismusprinzips, R. Brockhaus, Wuppertal, 1990.

(88) Da: Vida y Espiritualidad, intervista a Padre J. O’Callaghan, maggio-agosto 1995, anno 11, N.31.

(89) Vedi ad esempio S. Hodge, I manoscritti del Mar Morto, Newton Compton, 2002, pp. 142-145.

(90) Uno dei massimi sostenitori di questa testi è stato J. Carmignac; scomparso nel 1986 prima di poter pubblicare tutte le sue scoperte, l’abate francese ha lasciato il libro La naissance des évangiles synoptiques, O.E.I.L., Paris, 1984. La tesi del libro è che gran parte del materiale letterario contenuto nei Vangeli Sinottici proviene dalla traduzione letterale di documenti scritti in ebraico. Il nostro Vangelo secondo Marco sarebbe la traduzione in greco di appunti e/o orazioni dell’apostolo Pietro, in accordo con quanto sostenuto da Papia di Gerapoli ed Ireneo di Lione, che descrivono Marco come interprete (gr. ermhnhutej, cioè traduttore).

(91) O’Callaghan attribuì a passi neo testamentari anche altri frammenti della grotta 7 ma per ammissione dello stesso si trattò più che altro di un gioco, data l’estrema piccolezza dei frammenti.

(92) Le problematiche di questa identificazione sono studiate nell’articolo che tratta dei frammenti greci della grotta 7.

(93) In 7Q19 sono state ricostruite le parole ktisewj (creazione) e grafaj (scritture) così che con elevata probabilità il manoscritto originario doveva essere un’opera para biblica o comunque a carattere religioso.

 

 


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