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2.4 Analisi sticometrica

 

Autore: Ó Gianluigi Bastia, diritti riservati

 

Ultima revisione: 02/11/2006 – richiede font greco greek.ttf

 

 

 

2.4.1 Incolonnamento del testo

 

 

Sticometria è un termine, che deriva dal greco, composto dalle parole stichos (linea o riga) e metron (misura); in paleografia esso definisce la suddivisione del testo identificato e ricostruito in linee e versi. O’Callaghan e Thiede ipotizzano che il testo di 7Q5, attribuito a Marco 6:52-53, fosse originariamente distribuito su linee, costituenti una colonna del rotolo, contenenti all’incirca venti lettere/linea. Questo valore non è casuale: è il numero medio di lettere per riga delle attribuzioni dei frammenti 7Q1 e 7Q2 ritrovati nella stessa grotta dove venne scoperto 7Q5 e contenenti brani dell’Antico Testamento; esso rappresenta quindi una base di partenza abbastanza solida per confrontare il numero di lettere che si ottiene nella attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53. Omettendo le parole ™pˆ t¾n gÁn (verso terra) ed accettando il cambio delta-tau di cui si è detto si può costruire la griglia paleografica riportata nella Tabella 5 (59). Nel testo in essa riportato le ultime parole nella seconda e nella quinta linea (risp. pepwrwmšnh ed ™xelqÒntwn) sono spezzate, cioè vanno a capo sulla linea successiva. Inoltre il kaˆ della terza riga è supposto fisicamente molto distanziato dalla parola che lo precede in quanto nel frammento 7Q5 è visibile uno spazio bianco di circa due lettere tra esso e la lettera che lo precede alla sua sinistra. Nei manoscritti antichi non esisteva una suddivisione in Capitoli e versetti identica a quella attuale, il testo veniva scritto quasi sempre con le lettere una attaccata all’altra secondo la tecnica della scriptio continua per risparmiare spazio. Occasionalmente però lo scriba inseriva nel testo degli spazi bianchi che suddividevano i periodi, nuovi racconti o altro. Qualche volta gli spazi bianchi lasciati dallo scriba coincidono anche con la nostra “moderna” suddivisione in versetti, ma il più delle volte non è così per cui dove oggi inizia un nuovo versetto spesso non c’è alcuno spazio, oppure vi sono spesso nel manoscritto degli spazi che non coincidono affatto con l’inizio dei versetti attuali. Leggendo il Cap. 6 del Vangelo di Marco si nota che alla fine del v. 52 termina una sezione logica del racconto (Gesù che cammina sulle acque del lago di Tiberiade) e all’inizio del v. 53 ne inizia un’altra (l’arrivo di Gesù a Genèsaret e le guarigioni compiute in quella città o regione). Oggi, almeno nel Nuovo Testamento edizione C.E.I., abbiamo qui solo un cambiamento di versetto e non l’inizio di un vero e proprio Capitolo. E’ interessante osservare che la nuova sezione al v. 53 inizia curiosamente con un kai, tipico del Vangelo di Marco. Secondo O’Callaghan (la tesi è sostenuta anche dal Prof. Thiede nelle sue pubblicazioni) è possibile che il nuovo racconto che di fatto inizia al v. 6:53 fosse distinto dalla narrazione precedente da uno spazio, che sarebbe lo stesso spazio visibile in 7Q5 prima del kai alla linea 3. La separazione del kai dalla parola precedente si integra quindi molto bene nel contesto del Cap. 6 del Vangelo di Marco e rende ragione del minor numero di lettere della linea 3 risp. alla linea 2. Questo è un vantaggio importante rispetto ad altri tentativi di attribuzione nei quali non c’è modo di giustificare facilmente lo spazio bianco se non appellandosi al caso. La griglia paleografica viene costruita cercando di far corrispondere le lettere identificate con la loro posizione fisica sul frammento e ipotizzando come potevano essere scritte le colonne del rotolo originario. Si deve ottenere un buon allineamento sia a sinistra che a destra del testo, come se il blocco di scrittura fosse una colonna di un giornale. Il numero medio di lettere della colonna ricostruita da O’Callaghan è pari a 21, i valori oscillano da 20 (minimo) a 23 lettere (massimo) con uno scarto di tre lettere. Questo significa che la variazione massima (due lettere) rispetto al numero medio di lettere per linea è pari al 9% . Questo valore può essere considerato soddisfacente? E’ estremamente difficile – se non impossibile – fornire una risposta in termini generali, la regolarità della scrittura è qualcosa che dipende fortemente dalla calligrafia dell’amanuense e dall’assenza/presenza di spazi nel testo e qui, proprio alla linea 2, ne abbiamo uno piuttosto ampio in bella mostra: non è detto che non ve ne fossero altri nel testo. Inoltre le lettere “strette” (come i, r, ecc…) occupano generalmente meno spazio in orizzontale delle lettere più larghe (come h, m, w, ecc…).

 

 

Linea

Testo greco ricostruito

(manca ™pˆ t¾n gÁn)

Num. lettere

1

     sunÁkan   ™   to‹j  ¥rtoij

20

2

  ¢ll'Ãn aÙtîn ¹ kard…a pepwrw

23

3

  mšnh      kaˆ tiaper£santej

20

4

  Ãlqon e„j Gennhsart  kaˆ

21

5

  proswrm…sqhsan  kaˆ  ™xel

21

  Tabella  5 – Griglia paleografica del frammento 7Q5 proposta per giustificare l’attribuzione a Marco 6:52-53 (O’Callaghan, 1972). L’attribuzione contiene un cambio delta-tau nella linea 3 e l’omissione di epi tên gên (parole non strettamente necessarie) tra la linea 3 e la linea 4.

 

 

Esaminando un qualunque manoscritto greco di questo periodo o immediatamente successivo – sia su rotolo che su codice – quello che si nota subito è che il blocco di scrittura è sempre perfettamente allineato a sinistra; immaginando una ipotetica linea verticale che definisca il confine sinistro della colonna manoscritta tutte le lettere di inzio linea cadono sempre sopra questa linea verticale. Il margine destro, al contrario, non è sempre ben definito, spesso le linee hanno lunghezza diversa, con uno scarto di alcune lettere, anche tra due linee consecutive. Solamente per curiosità è possibile eseguire un confronto con il papiro P75 (II-III sec. d.C.), manoscritto che ha fama di essere un buon documento per quanto riguarda le caratteristiche testuali, certamente uno dei migliori del Nuovo Testamento, opera di uno scriba competente e professionale. In una delle ultime pagine di questo codice (porzione Giovanni 9:40-10:14) il numero di lettere per linea della colonna oscilla tra un minimo di 24 lettere per linea e un massimo di 31 lettere per linea, con uno scarto pari a sette lettere. Questo scarto va però rapportato a un numero medio di lettere per linea superiore a quello di 7Q5, pari a 27,6. Ciò significa che lo scarto massimo rispetto alla media è pari al 13%. Questo calcolo ha un significato molto relativo, è ovviamente impossibile sapere come era scritto veramente il rotolo originario avendo a disposizione solo un minuscolo frammento. Esso ci informa soltanto che la supposta ricostruzione del testo – limitatamente a quanto attestato da 7Q5 – almeno non è peggiore di quella di una pagina tipica di un buon papiro come P75. La Tabella 6 illustra il numero medio di lettere per linea nel caso di alcuni rotoli biblici in greco (periodo II sec. a.C. – I sec. d.C.) sia su papiro che su cuoio. Alcuni di questi provengono proprio dalle grotte di Qumran. Nell’esaminare la tabella si tenga in considerazione che tutti questi documenti sono frammenti quindi anche qui la sticometria è ricavata dalle ricostruzioni e non è affatto evidente dai manoscritti stessi (sic!) così essa serve solamente per avere un’idea di come hanno lavorato i papirologi per ricostruire il testo di questi manoscritti.

 

 

Documento

Datazione

Materiale

Formato

Sticometria

4QLXXDeut

II sec. a.C.

Cuoio

Rotolo

26-29

P.Ryl. Gk 458

II sec. a.C.

Papiro

Rotolo

27-29

7QLXXEx

100 a.C. circa

Papiro

Rotolo

19-20

4QLXXLev a

100 a.C. circa

Cuoio

Rotolo

47-48

7QLXXEpJer

100 a.C. circa

Papiro

Rotolo

23-24

P.Fouad 266 a

I sec. a.C.

Papiro

Rotolo

38

4QLXXLev b

I sec. a.C.

Papiro

Rotolo

23-29

P.Fouad 266 b

I sec. a.C.

Papiro

Rotolo

37

P.Fouad 266 c

fine I sec. a.C.

Papiro

Rotolo

24

4QLXXNum

Inizio I sec. d.C.

Cuoio

Rotolo

27-34

P.Oxy 3522

I sec. d.C.

Papiro

Rotolo

19-22

P.Oxy 4443

I-II sec. d.C.

Papiro

Rotolo

25

  Tabella 6 – Numero medio di lettere per linea per alcuni manoscritti biblici in greco, su rotolo. Fonte: Prof. R. Kraft, University of Pennsylvania, http://ccat.sas.upenn.edu/rs/rak/jewishpap.html La pagina web contiene anche preziose informazioni per lo studio dei manoscritti biblici ebraici in greco.

 

 

 

 

Figura 7 – Possibile ricostruzione della colonna di testo con le lettere che si trovano in 7Q5. La numerazione delle linee è quella della editio princeps in DJD III. Si è tralasciata la linea 1 in quanto contiene sul papiro solamente tracce di una lettera praticamente illeggibile (una epsilon secondo O’Callaghan). Si è cercato di mantenere uno stile di scrittura e una proporzione delle lettere vicino a quanto appare sul frammento. La linea 2 sembra contenere un po’ troppe lettere, soprattutto nella parte finale dove cadono due lettere piuttosto larghe come le omega. Un po’ di perplessità destano anche le quattro lettere all’inizio della linea 3 (menh), sembrano poche per riempire tutto lo spazio disponibile prima del kai; infatti per rispettare l’allineamento a sinistra si è dovuto stringere sensibilmente l’andamento della scrittura nelle linee 2, 4, 5. La fine della linea 4 (dopo Genèsaret) sembra contenere poche lettere, ma in un manoscritto di questo tipo non è richiesto un allineamento rigoroso al margine destro, uno scarto di qualche lettera è ammesso. Naturalmente ignorando il testo nella porzione non compresa nel frammento non si sa se esistevano nel manoscritto altre spaziature. Questa ricostruzione è naturalmente solo una semplice verifica della consistenza dell’identificazione di O’Callaghan.

 

Oltre al numero di lettere per linea la griglia paleografica della Tabella 5 mette in evidenza una buona corrispondenza fra la posizione fisica delle lettere nel frammento 7Q5 – che sono evidenziate in rosso, secondo la decifrazione di O’Callaghan – e la presenza di queste lettere nel testo greco che oggi ci è pervenuto. Per controllare la attendibilità dell’identificazione abbiamo inoltre simulato come poteva essere scritto il papiro originario. In Figura 7 è stato riportato il testo di Marco 6:52-53 in greco, scritto a mano con le lettere maiuscole e sovrapposto alle lettere del frammento 7Q5 che si sono conservate. Il tentativo è stato fatto cercando di rispettare il più possibile le proporzioni per le (purtroppo…) numerose lettere mancanti. La caratteristica di questa figura è che le lettere decifrate sono state trascritte rispettando esattamente la loro posizione fisica sul frammento; a partire da queste lettere così vincolate si sono tracciate poi le altre lettere a destra e a sinistra di esse. Nella griglia paleografica della Tabella 5 invece viene mantenuto solamente l’allineamento a sinistra della colonna.

 

Nella linea 2 la t della stringa twn è l’ottava lettera dall’inizio della linea; nella linea 3 la k del kai è la quinta lettera dall’inizio della lettera. Guardando il frammento si nota che la k del kai si trova sotto la t della linea soprastante. Portando quindi a coincidere una sopra all’altra queste lettere, nella linea 3 tra la h e la k del kai resterebbe uno spazio bianco di tre lettere, abbastanza compatibile con quello che si vede sul frammento 7Q5. Anche la linea 4 e la linea 5 sono tra di loro ben sincronizzate: guardando il frammento 7Q5 la h chiaramente leggibile della linea 5 cade all’incirca al disotto della seconda n visibile nella stringa nnh della linea 4 soprastante. E nella ricostruzione proposta abbiamo difatti che la h è l’undicesima lettera della linea 5 mentre la n della linea 4 è la dodicesima lettera quindi con ottima probabilità le due lettere vengono a cadere proprio una sotto all’altra, tenendo conto dell’approssimazione dovuta alla scrittura manuale. Nella griglia paleografica, tuttavia, non è molto chiaro il rapporto tra  le linee 2, 3 e le linee 4, 5 (quindi essenzialmente tra le linee 3, 4). Infatti guardando il papiro la a del kai nella linea 3 dovrebbe cadere esattamente sopra la prima n della stringa nnh presente nella linea 4: ma la a in questione è la sesta lettera della linea 3 (che diventa in pratica però l’ottava o la nona lettera, a causa della grande spaziatura esistente tra la h e la k nella linea 3) mentre la n della linea 4 è l’undicesima lettera di tale linea. Bisogna supporre pertanto che nella griglia paleografica la linea 3 sia “abbastanza” spostata verso destra e di riflesso lo sia anche la linea 2 soprastante (altrimenti si perde il rapporto tra la linea 2 e la linea 3).

 

 

Figura  8 – Ricostruzione della colonna di scrittura supponendo di spezzare la parola pepwrwmenh in pepw- (fine della linea 2) e rwmenh (inizio della linea 3) anziché in pepwrw + menh. In questo modo si ottiene una scrittura più regolare e versosimile rispetto al precedente tentativo della Figura 7, fermo restando il vincolo fisico imposto dalle lettere che si sono conservate sul papiro. L’allineamento a sinistra delle linee è eccellente, così come la terminazione delle linee a destra rientra assolutamente nella normalità dei manoscritti greci del periodo. Al solito la numerazione delle linee è quella della editio princeps DJD III.

 

In altre parole: le quattro lettere all’inizio della linea 3 sono, forse, un po’ poche, come già osservato (vedi la ricostruzione manuale della Figura 7); occorrono pertanto più lettere per spostare h + kai più a destra nella linea 3 della griglia paleografica della Tabella 5 (ovvero per riempire la parte iniziale della linea 3 nella Figura 7). Guardando poi la ricostruzione “manuale” della Figura 7 si nota che anche la fine della linea 4 contiene poche lettere; dopo Gennhsaret abbiamo difatti solo un kai. Mettere in conto le varianti note a Marco 6:53 (per esempio supporre che Genèsaret fosse scritto Gennhsar come in bo oppure nella LXX in 1 Maccabei 11:67) non aiuta ad aumentare il numero di lettere di questa linea.  Comunque si deve tenere presente che lo scarto tra le linee che si ha nella parte destra della colonna rientra assolutamente nella normalità ed è accettabile se confrontato con i manoscritti greci del periodo.

 

L’unica critica che si può avanzare sulla base di questa analisi sticometrica è, concludendo, legata all’esiguo numero di lettere all’inizio della linea 3. In Figura 8 è riportato uno studio nel quale si suppone di andare a capo diversamente al termine della linea 2. Lo scopo è quello di ridurre la lunghezza di questa linea dove, soprattutto nella parte finale, abbiamo troppe lettere ed aumentare il numero delle lettere all’inizio della linea 3 prima del kai. Il nuovo tentativo di ricostruzione “manuale” del testo mantenendo fisse le lettere leggibili sul papiro dimostra in effetti che con questa suddivisione si ottiene una distribuzione più verosimile delle lettere della colonna rispetto alla ricostruzione proposta originaria di O’Callaghan e Thiede (vedi nota 59).

 

 

2.4.2 Le spaziature presenti in 7Q5

 

 

In 7Q5 abbiamo tre spaziature visibili, di ampiezza diversa. La più evidente è quella che appare al centro della linea 3 tra il kai e la lettera che lo precede; ma su questa linea si nota che anche la lettera successiva al kai, probabilmente una t, è leggermente distanziata dal kai stesso. Nella linea 2, infine, si nota una lacuna prima del tw (lettera danneggiata o spaziatura voluta dallo scriba?) O’Callaghan spiega lo spazio che separa la k del kai dalla lettera che lo precede (cfr. linea 3) con il fatto che qui inizia un nuovo versetto, Marco 6:53, a partire dal quale inizia anche quella che si può considerare una vera e propria nuova sezione logica della narrazione, sebbene oggi formalmente non contraddistinta da un nuovo Capitolo del Vangelo. La teoria proposta da O’Callaghan è particolarmente interessante in quanto nell’odierna Bibbia edizione C.E.I. i vv. 52 e 53 fanno entrambi parte del Capitolo 6 del Vangelo di Marco, tuttavia con il v. 53 inizia effettivamente un nuovo paragrafo:

 

Marco 6:50 (Bibbia edizione C.E.I., 1974, ristampa del 1983) – perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: «Coraggio, sono io, non temete!» 51 Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò. Ed erano enormemente stupiti in se stessi, 52 perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito. [Qui termina il racconto della traversata del lago verso Genèsaret]

 

[Qui inizia il racconto delle guarigioni nella zona di Genèsaret, dopo il passaggio del lago] 53 Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano. [Qui termina il Capitolo 6 del Vangelo]

 

In genere nei manoscritti venivano utilizzati alcuni segni grafici, che violavano la regola della scriptio continua, per suddividere il testo in periodi, paragrafi, nuovi capitoli. Un paio di esempi tratti dal papiro P46 sono riportati in Figura 9. Lo spatium era semplicemente uno spazio vuoto interposto tra due parole o gruppi di parole, di ampiezza pari a due o tre lettere all’incirca: la sua funzione in genere era quella di separare i periodi del discorso, anche se non in tutte le circostanze era quello l’uso. Il paragraphos invece era costituito da una lineetta orizzontale (od altro simbolo avente analoga funzione) appoggiato al margine sinistro della colonna di scrittura, associato ad uno spatium contenuto entro la linea, nel blocco di scrittura: esso veniva utilizzato per dividere il testo in sezioni o paragrafi continui (60). In 7Q5, nella linea 3, non è visibile la lineetta caratteristica del paragraphos e neppure un’altro tipo di segno grafico, ma soltanto uno spazio vuoto la cui larghezza è pari a circa due o tre lettere: forse la lineetta caratteristica si trovava in una porzione della colonna del rotolo andata distrutta. Relativamente alla questione della discontinuità logica della narrazione tra i vv. 6:52 e 53 osserviamo con grande interesse che nel Codice Vaticano B (prima metà del IV secolo) i due attuali vv. sono proprio separati da uno spatium all’interno della linea e da un paragraphos, all’interno del blocco di scrittura, come attesta la Figura 10. Invece in tale codice l’inizio del Cap. 7 del Vangelo non è contraddistinto neppure da un semplice spatium. La situazione si ribalta passando a considerare il Codice Sinaitico, considerato leggermente posteriore a B (seconda metà del IV secolo): qui i vv. di Marco 6:52 e 53 non sono separati da alcun segno distintivo, mentre è ben contrassegnato, alcune linee dopo, l’inizio del Cap. 7.

 

 

Figura  9 – A sinistra: inizio di Capitolo in una pagina del papiro P46 Chester Beatty II (notare il simbolo : al termine del Cap. 15). A destra: un paragraphos nello stesso papiro (porzione conservata ad Ann Arbor, P.Mich. inv. 6238); notare il punto prima della lacuna. P46 è un codice contenente gran parte delle lettere paoline ed è stato datato paleograficamente alla fine II sec. d.C. (vedi anche nota 53).

 

L’esame del Codice Vaticano B sembra portare elementi a favore della tesi di O’Callaghan: effettivamente il kai di 7Q5 potrebbe essere l’inizio del v. Marco 6:53, esiste un manoscritto antico (B) che testimonia a favore della presenza di una violazione della scriptio continua proprio in questo punto del Vangelo, considerato addirittura più importante dell’attuale v. 7:1. Ma è possibile ipotizzare che questa separazione del kai dal resto del testo di 7Q5, al contrario, non corrisponda ad una precisa suddivisione testuale ma sia dovuta ad altro, ad esempio a una semplice variazione di periodo? Effettivamente esistono esempi di manoscritti greci di origine ebraica nei quali la regola della scriptio continua viene interrotta bruscamente in modo anomalo, sebbene non si registrino particolari “discontinuità” nel testo come cambiamenti di paragrafo o inizio di nuovi capitoli.

 

                            Figura  10 – Il passaggio dal v. 6:52 al v. 6:53 del Vangelo di Marco nel Codice Vaticano B.

 

La violazione della scriptio continua era cosa abbastanza rara nei papiri letterari greco romani e nei primi manoscritti del Nuovo Testamento (dall’inizio del II sec. d.C. in poi) ma nei testi greci di provenienza ebraica l’uso di queste lacune era al contrario assai più frequente (61). Nel caso del frammento 7Q5 è vero che esiste una notevole spaziatura tra il kai e la parola che lo precede (due o tre lettere di ampiezza all’incirca), tuttavia una certa spaziatura si riscontra ad esempio immediatamente dopo, tra il kai e la lettera t. E che dire, poi, della parola autwn che dovrebbe comparire nella linea 2? Le lettere au non sono leggibili, sebbene nella sua attribuzione O’Callaghan sostenga di vedere almeno le tracce della u, e non si capisce se sono scomparse essendosi danneggiato l’inchiostro oppure se anche qui abbiamo una spaziatura consistente rispetto alla parola che precede, in deroga alla scriptio continua (62). Le spaziature potrebbero pertanto essere una caratteristica intrinseca di 7Q5 e non corrispondere affatto a paragraphos o spatium inseriti nel testo, così come sono caratteristiche dei manoscritti ebraici scritti in greco. Se si esamina il papiro P.Ryl. Gk. 458 (frammento del Deuteronomio, secondo il testo della LXX, periodo: II sec. a.C. circa) si contano ben sette violazioni della scriptio continua su otto linee di testo, tutte piuttosto ampie, due delle quali coinvolgono la congiunzione kai, il tutto senza che ci siano particolari “discontinuità” o inizi di sezione nel testo (vedi Figura 11). Semplicemente alcuni gruppi di parole sono distanziate da altri. Violazioni analoghe si riscontrano anche nel Rotolo greco dei Profeti Minori noto con la sigla 8HevXII Gk rinvenuto a Nahal Hever (periodo: 50 a.C. – 50 d.C., lo stesso del frammento 7Q5), nel papiro di Giobbe P.Oxy. 3522 (inizio era volgare) e addirittura nel caso dei quattro frammenti noti come papiro di Egerton 2 (63). Casi analoghi sono ben conosciuti e documentati anche in altri papiri della LXX, prodotti tipicamente ebraici, mentre sono molto rari negli altri manoscritti letterari greco-romani, anche se è bene tenere presente che P.Ryl. Gk. 458 è un caso “limite”, raramente negli altri manoscritti si trovano situazioni del genere.

 

 

Figura 11 – A sinistra, P.Ryl. Gk. 458, frammento b (II sec. a.C. circa). Nella prima linea si nota una spaziatura di circa una lettera che separa un kai. Analoga spaziatura alla linea 3. Notare poi le spaziature, di ampiezza maggiore, pari a circa due tre lettere, alle linee 4, 5, 6 e 7. Eppure in corrispondenza di tutte queste spaziature non iniziano capitoli o periodi nuovi. Esempi del genere non sono comunque molto diffusi nei manoscritti e sono tipici dei documenti in greco di fattura ebraica (forse originati a causa della suddivisione in parole presente nell’ebraico od aramaico “sorgente”)

 

Per quanto attiene direttamente il sito di Qumran, da un esame dei (purtroppo pochi) frammenti in greco rinvenuti nella Grotta 4 e nella Grotta 7 si notano alcune violazioni della scriptio continua; i casi più interessanti sono quelli della linea 3 di 7Q5 (64) e un evidente paragraphos nel frammento 4Q119 = 4QLXX Lev a del quale parleremo tra poco. Seguendo questo ragionamento se 7Q5 è un prodotto tipicamente ebraico (frammento della LXX, commentario, opera originale o sim.) non è detto che il kai che sulla linea 2 appare abbondantemente distanziato dalla parola che lo precede significhi necessariamente l’inizio di un nuovo paragrafo o discorso: potrebbe semplicemente trattarsi di uno spazio simile a quelli che frequentemente compaiono in P.Rylands Gk 458 o in altri testi ebraici scritti in greco, senza alcun necessario cambio di sezione o inizio di paragrafo. Se su 7Q5 ci fosse stato qualche segno grafico particolare prima dello spazio come un punto, una lineetta o sim., allora non vi sarebbero dubbi ma in assenza di tutto ciò permangono alcune perplessità, alla luce dei casi papirologici di cui sopra: la lacuna di cui alla linea 3 potrebbe semplicemente essere uno dei non rari esempi che compaiono nei manoscritti ebraici in greco. Un caso molto interessante per l’argomento in esame, come precedentemente accennato, è però costituito da 4Q119 = 4QLXXLev a, frammento di cuoio su rotolo scritto attorno al 100 a.C. circa, attribuito con certezza a Levitico 26:2-16 e con ogni probabilità scritto da mano ebraica, dato che fu ritrovato proprio a Qumran. In questo manoscritto compare una lacuna di circa tre quattro lettere di ampiezza (vedi Figura 12) molto simile a quella che compare in 7Q5. All’inizio della linea contenente la lacuna, che comincia con meta, sulla parte sinistra della colonna di testo che fortunatamente si è conservata compare un evidente tratto di sottolineatura proprio sotto al rigo di scrittura. Questa lineetta abbinata allo spazio va interpretata senza alcun dubbio come un paragraphos, infatti con ean, subito dopo la lacuna, inizia il v. Levitico 26:14. Si noti che il segno del paragraphos non compare nel vuoto della linea ma all’inizio della linea medesima. Anche nel caso del 7Q5 potrebbe quindi sussistere una situazione del genere, con il segno grafico di inizio paragrafo (v. Marco 6:53) scaricato a sinistra all’inizio della linea 3 in una porzione del documento purtroppo andata perduta. L’esempio di 4QLXXLev a sembra essere molto affine al caso del 7Q5, come attestato del resto dal Codice Vaticano B.

 

 

Figura  12 – Paragraphos nel frammento 4Q119 = 4QLXXLev a (I sec. a.C.). Si noti sul margine sinistro della colonna la linea che definisce l’inizio di un nuovo versetto: il v. Lev. 26:13 all’interno della linea termina con meta parrhsiaj, segue uno spazio vuoto di tre quattro lettere, poi inizia il v. Lev. 26:14 con Ean [de mh upakoushte]. Il testo è qui identico a quello della LXX oggi noto.

 

Anche in 4Q120 = 4QLXXLev b (inizio I sec. a.C.) il v. Levitico 4:26 termina con ¢feq»setai aÙtù con lo iota ascritto che compare ben evidente nel testo, dopo l’omega; l’inizio del v. successivo Levitico 4:27 ('E¦n d yuc¾) risulta qui separato dal precedente da una spaziatura corrispondente ad 1-2 lettere all’incirca. Come in 7Q5, anche in questo caso il margine sinistro della colonna del rotolo purtroppo non si è preservato. Un’altro esempio di spazio tra versetti si trova in P.Yale 1 (codice della Genesi molto antico, della fine del I secolo d.C.), vedi nota 55.

 

 

2.5 Significato dell’omissione di epi tên gên

 

La traduzione letterale dal testo greco di Maro 6:52-53 è la seguente (attenzione al cambio delta-tau nel verbo diaper£santej):

 

 

sunÁkan   ™   to‹j  ¥rtoij

…52 (perché non) avevano capito il fatto dei pani,

¢ll'Ãn aÙtîn ¹ kard…a pepwrw

anzi il loro cuore era induri-

mšnh      kaˆ tiaper£santej

to. 53 E passati,

Ãlqon e„j Gennhsart  kaˆ

vennero a Genèsaret e

proswrm…sqhsan  kaˆ  ™xel

scesero a terra. E (…)

 

E’ opportuno osservare che sebbene esistano almeno quattro versioni diverse del v. Marco 6:53, il che dimostra un certo lavorio dei copisti attorno a questo passo, i manoscritti in greco che ci sono pervenuti riportano tutti le parole epi tên gên (™pˆ t¾n gÁn) dopo diaper£santej (65), parole che invece O’Callaghan omette nella sua identificazione ottenendo così una variante breve di Marco 6:52-53. Ha quindi senso chiedersi se la omissione di queste parole abbia o meno senso, ovvero se il testo si trasformi in un assurdo linguistico omettendo queste parole.

 

La traduzione letterale del passo da greco ad italiano, seguendo il testo del Vangelo di Marco che oggi è accettato come autorevole dalla moderna critica testuale, è la seguente:

 

Mc 6:52-53 – [52] {non} g¦r {perché} sunÁkan {avevano capito} ™pˆ {il fatto} to‹j  ¥rtoij {dei pani} ¢ll' {anzi} Ãn {era} aÙtîn ¹ kard…a {il loro cuore} pepwrwmšnh {indurito} [53] kaˆ diaper£santej {E passati} ™pˆ t¾n gÁn {verso terra} Ãlqon {vennero} e„j Gennhsart {a Genèsaret} kaˆ proswrm…sqhsan {e scesero a terra}

 

da cui possiamo ricavare il testo tradotto letteralmente:

 

52 Perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito. 53 E quando ebbero compiuto la traversata (o: passati) verso terra (o: verso l’altra riva), vennero a Genèsaret e approdarono (o: scesero a terra). (66)

 

Omettendo le parole ™pˆ t¾n gÁn che tradotte letteralmente corrispondono a “verso terra” oppure a “verso l’altra riva” (vedi nota 66) si otterrebbe il testo:

 

52Perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito. 53 E passati (o: quando ebbero compiuto la traversata, visto che dai versetti precedenti i discepoli stanno attraversando il  lago) vennero a Genèsaret e scesero a terra.

 

Il verbo diaper£w (diaperaô) da cui diaper£santej deriva dalla preposizione dia e da peran; esso significa letteralmente “passare sopra”, “attraversare”, con particolare riferimento a un lago o ad un corso d’acqua. Nel contesto la omissione di “all’altra riva” o “verso terra” non altera il significato logico del brano perché sappiamo dai versetti precedenti che i discepoli stanno attraversando il lago sopra una barca e il verbo “passare”, che si riferisce proprio a un corso d’acqua o a un lago quindi ha il significato di approdare, contiene già in se l’informazione che la traversata è compiuta e la barca è giunta all’altra riva del lago. Da un punto di vista logico e grammaticale la frase continua quindi ad essere corretta e perfettamente leggibile. L’omissione di epi tên gên dà infatti luogo solamente ad una variante breve del testo oggi conosciuto (lectio brevio potior), corretta dal punto di vista linguistico. L’ostacolo più grosso alla accettazione di questa omissione postulata da O’Callaghan per ragioni sticometriche è data dal fatto che essa non è testimoniata da alcun manoscritto del Vangelo di Marco che contenga il v. 6:53 sicché si dovrebbe prendere in considerazione una variante unica attestata dal solo frammento 7Q5. D’altra parte è anche vero che non abbiamo manoscritti o frammenti molto antichi (antecedenti il IV secolo) che attestino questo versetto: il papiro P45 (prima metà del III secolo), il documento più antico che contenga stralci del Vangelo di Marco, purtroppo non ha preservato i vv. 6:52-53 (si ferma al v. 6:50) ed è muto su questo punto. Per le versioni più antiche di questi vv. bisogna accontentarsi del testo del Codex Vaticanus (prima metà del IV secolo), del Codex Sinaiticus (metà del IV secolo) oppure del Codex Alexandrinus (V secolo).

 

 

 

2.5.1 Storicità della città di Genèsaret

 

 

Si ritiene opportuno inserire a questo punto della presente trattazione alcune note storiche sulla (presunta) città di Genèsaret che compare in Marco 6:53 in quanto secondo il prof. Thiede ciò potrebbe aiutare a spiegare l’omissione di ™pˆ t¾n gÁn nella ricostruzione di J. O’Callaghan. Genèsaret (gr. Gennhsart), luogo verso il quale sono diretti i discepoli di Gesù secondo Marco 6:52-53, era forse una città che si trovava a nord ovest del lago di Tiberiade (o mare di Galilea) situata tra Cafarnao e Magdala, della quale oggi non esiste più alcuna traccia archeologica certa che ci riconduca al periodo romano, attorno al I secolo dopo Cristo. Vedremo più avanti che in realtà Thiede in un suo libro non accetta questa conclusione. L’esistenza di una “terra di Genèsaret” o del “lago di Genèsaret” è documentata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, oltre che in Giuseppe Flavio (67). In due passi dell’Antico Testamento viene menzionata una città denominata in ebraico Kinneret, si vedano in particolare Deuteronomio 3:17 (qui il testo greco della LXX contiene il termine Macanareq) ma soprattutto Giosuè 19:35 in cui la città è definita addirittura come fortezza (la LXX traduce qui dall’ebraico con Kenereq). In altri cinque-sei passi dell’A.T. ebraico si fa invece riferimento in termini del tutto generici al lago oppure alla regione di Kinneret. L’importanza di Kinneret doveva essere notevole dato che questa città o fortezza (cfr. Giosuè 19:35) dava il nome al mare di Galilea, che era noto anche come lago di Kinneret (in seguito divenne poi lago di Tiberiade). E difatti il nome di Kinneret compare persino in una lista di città palestinesi nel tempio di Karnak (in alto Egitto) risalente al periodo del faraone Thutmosis III (1479-1426 a.C.); altre iscrizioni cananee ed egizie confermano che Kinneret doveva essere ben nota ed importante attorno al XIV sec. a.C. e nei secoli successivi. Le ricerche archeologiche hanno effettivamente confermato l’esistenza di una città abitata e molto attiva fino al VIII sec. a.C., situata sulla sponda occidentale del mare di Galilea. Questa città viene identificata dagli archeologi proprio con la Kinneret dell’Antico Testamento (68). Come dimostrano le scoperte archeologiche la città venne distrutta al tempo della conquista assira del regno di Israele, nel 734-733 a.C., sorte del resto comune anche ad altre città palestinesi vicino a Kinneret. I segni di distruzione e devastazione sarebbero visibili dagli scavi archeologici e databili a questo periodo. Dopo la conquista assira per tutta la regione iniziò un periodo di forte declino, Kinneret naturalmente non sfuggì alla sorte delle altre città della zona; solamente a partire dal III sec. a.C. in età ellenistica si ebbero segni di ricostruzione in grande stile attorno al mare di Galilea. Con la fondazione della Decapoli e delle città di Gadara ed Hippos a est del mare di Galilea, però, l’antica importanza strategica di Kinneret venne certamente a mancare. Per il periodo che va dal VII al IV-III sec. a.C. abbiamo pochissime informazioni archeologiche su Kinneret, probabilmente a causa del fatto che la regione era scarsamente abitata e fortemente depressa. Si suppone che in età ellenistica il nome Kinneret sia stato cambiato in Gennhsar, come troviamo ad esempio in 1 Maccabei 11:67 con riferimento però al lago e non ad una città. 1 Maccabei, un testo che narra vicende storiche del II secolo a.C., è un libro considerato non canonico nella Bibbia ebraica, ci è pervenuto solo in greco e quindi non sappiamo quale fosse il corrispondente nome ebraico. E’ stato tuttavia ipotizzato che la parola ebraica Kinneret nel corso dei secoli sia stata cambiata nei termini aramaici Ginesar o Ginnosar; il nome Gennhsar contenuto in 1 Maccabei potrebbe pertanto derivare dalla traslitterazione in greco di questi nuovi termini aramaici, forse coniati dopo il trauma della conquista assira e il lento ripopolamento della regione. Le rovine dell’antica Kinneret, nota persino in Egitto molti secoli prima di Cristo, non ottennero mai più l’antico fasto di un tempo, stando almeno ai risultati del team archeologico del Kinneret Regional Project. Per esempio non risultano ritrovamenti di edifici permanenti dal VII secolo a.C. in poi, ma solo debolissime informazioni che il luogo poteva essere abitato. La zona di Kinneret-Ginesar rimase famosa soltanto per le coltivazioni agricole e la fertilità, come del resto narra anche Giuseppe Flavio (vedi nota 67) nel riportare fatti accaduti durante la prima rivolta giudaica (66-70 d.C.) e messi per iscritto non molto tempo dopo. In Marco 6:53 abbiamo una trascrizione leggermente diversa da 1 Maccabei 11:67, precisamente il nome Gennhsart che potrebbe derivare da una unione dell’ebraico Kinneret con l’aramaico Ginesar/Ginnosar. Esistono comunque manoscritti che riportano in Marco 6:53 solo Gennhsar, proprio come in 1 Maccabei 11:67 o in Giuseppe Flavio (69), ma se accettiamo l’identificazione 7Q5 = Marco 6:52-53 dobbiamo respingere queste varianti per ragioni sticometriche, altrimenti il numero di lettere della linea 4 risulterebbe troppo basso. Secondo il report del Kinneret Regional Project:

 

“A village or a town named Ginnosar which many earlier authors have postulated on Kinrot on the basis of Mk 6:53; Mt 14:34 has not yet been found and even may not have existed at all. Instead it seems much more plausible to identify the NT toponym Ginnosar with the plain described by Josephus in War 3,516-521 under the very same name.” (70)

 

Anche la Bibbia versione C.E.I. (edizione del 1974, ristampa del 1983) riporta come nota al v. Matteo 14:34 che “Genèsaret era la pianura a nord-ovest del lago” e non parla della città, distrutta secoli prima di Cristo. Altri commentari si allineano sostanzialmente alle osservazioni della Bibbia C.E.I. Ma C.P. Thiede parte invece da un assunto completamente diverso rispetto alle conclusioni del Kinneret Regional Project al fine di giustificare l’omissione delle parole ™pˆ t¾n gÁn in Marco 6:53. Secondo Thiede, la Genèsaret citata da Marco 6:53 esistette come località vera e propria fino al tempo della prima guerra giudaica, attorno al 68 d.C. anno in cui venne distrutta dall’esercito romano (71). Pertanto il testo originario di Marco, se si ipotizza che sia stato scritto prima della distruzione di quella città, poteva anche non contenere originariamente la specificazione “verso terra” (epi tên gên) in quanto superflua: tutti sapevano dove si trovava esattamente la città. Solo in seguito alla distruzione di Genèsaret si rese necessario specificare che un tempo era esistita una località abitata sulla terraferma a nord ovest del lago per cui le copie successive del testo del Vangelo di Marco iniziarono tutte a riportare anche questa precisazione. E’ evidente che le premesse di Thiede sono in sostanziale disaccordo con le conclusioni generali del Kinneret Regional Project, secondo cui presso Kinneret non esistono indicazioni archeologiche del periodo ellenistico o romano (72), a meno che il papirologo tedesco non intenda identificare la Genèsaret evangelica con un sito archeologico diverso da Kinneret che però dovrebbe trovarsi non molto lontano da Cafarnao (vedi nota 71): questo però non è affatto evidente dal suo libro, che peraltro manca completamente di indicazioni circa le fonti utilizzate per le affermazioni riportate. Inoltre in Luca 5:1 si parla del lago di Genèsaret, per cui sembra proprio che nel Nuovo Testamento questo nome riferisca l’antica Kinneret che dava il nome al mare di Galilea. 

 

 

2.5.2 Il caso del v. Marco 5:21 nel papiro P45

 

 

O’Callaghan ha portato un esempio molto significativo di omissione analoga a quella proposta per la sua attribuzione in un altro manoscritto del Nuovo Testamento relativo al Vangelo di Marco. Non sono molti i passi del Nuovo Testamento che, analogamente a Marco 6:52-53, narrano di attraversate di corsi d’acqua e di approdi sulla sponda opposta di un fiume o di un lago. Un esempio lo troviamo però proprio in Marco 5:21. Il testo più completo di questo v., comprendente tutte le varianti che oggi si conoscono, è il seguente:

 

Marco 5:21 Kaˆ diaper£santoj toà 'Ihsoà [™n tù plo…J] p£lin e„j tÕ pšran sun»cqh Ôcloj polÝj ™p' aÙtÒn, kaˆ Ãn par¦ t¾n q£lassan.

 

La struttura di questo passo è molto simile a quella di Marco 6:52-53. Anche qui abbiamo una frase che inizia con la congiunzione kai, assai frequente nel Vangelo di Marco, poi segue il verbo diaperasantos (che significa “passato”) e la descrizione di Gesù che su una barca (en tôi ploiôi) attraversa di nuovo (palin) il lago partendo dalla Decapoli verso l’altra riva (eis to peran). La traduzione letterale è la seguente:

 

Marco 5:21 Kaˆ diaper£santoj {E passato} toà „hsoà {Gesù} [™n plo…J {in una barca}] p£lin {di nuovo} e„j pšran {all’altra altra riva} sun»cqh {si radunò} Ôcloj {una folla} polÝj {grande} ™p' aÙtÒn {attorno a lui}, kaˆ {ed} Ãn {egli stava} par¦ {presso} t¾n q£lassan {il mare}.

 

Esistono alcune varianti nei manoscritti antichi in ordine a questo passo. Innanzitutto P45, D, Q, sys, ar, 700, 565, 28, ed altri mss. della vetus latina omettono le parole (evidenziate in blu) en tôi ploiôi che significano: “in una barca”. Questa variante lunga è stata quindi indicata tra parentesi quadre in quanto è omessa in quasi tutti i manuali di critica testuale, non essendo attestata dai manoscritti più antichi come il  papiro P45 (73). Ma proprio lo stesso P45 si spinge oltre questa omissione: in esso mancano anche le parole e„j pšran e questo significa omettere nel testo la precisazione “all’altra riva” così che il versetto potrebbe essere tradotto, seguendo il testo del papiro P45: “E passato nuovamente Gesù, si radunò una grande folla ecc…”. Come si vede si tratta di una omissione veramente molto simile a quella proposta da O’Callaghan per il caso della attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53, una variante breve (lectio brevio potior) ben conosciuta che non altera il significato o la grammatica del testo e dà luogo a un tipo di testo molto più scarno e breve di quello che ci è stato tramandato. P45 difatti omette sia en  tôi ploiôi che eis to peran. Si noti inoltre che la omissione eis to peran è collegata al verbo dieperasen (passare) proprio come succede in Marco 6:53. Essa inoltre è unica, cioè attestata solamente dal papiro P45 e da nessun’altro manoscritto. Seguendo questo esempio si potrebbe pertanto supporre che anche il rotolo contenente 7Q5 proponesse una variante breve in Marco 6:53, attestata dal solo 7Q5. Questo esempio, tra l’altro, consente di evidenziare ancora una volta la situazione testuale dei primi manoscritti del Nuovo Testamento. Oltre alle due varianti di cui sopra anche l’avverbio palin (che significa: di nuovo) evidenziato in blu è trattato diversamente dai vari codici. In alcuni viene omesso ma in altri compare dopo eis to peran, in altri ancora l’avverbio è collocato prima di queste parole. La sostanza del discorso attestato al v. 6:53 non cambia, tuttavia nei manoscritti risultano versioni diverse dello stesso passo da un punto di vista letterario che complicano l’identificazione di piccoli pezzi di documento contenenti solo poche lettere. Un caso in cui si parla di una traversata in mare è presente anche in Giovanni 6:1. Qui il testo dice:

 

Giovanni 6:1 Met¦ (Dopo) taàta (questi fatti) ¢pÁlqen (se ne andò) Ð 'Ihsoàj (Gesù) pšran (dall’altra parte, riva) tÁj qal£sshj (del mare) tÁj Galila…aj (di Galilea) tÁj Tiberi£doj (di Tiberiade) [Dopo questi fatti Gesù se ne andò all’altra sponda del mare di Galilea di Tiberiade]

 

Le varianti che coinvolgono questo passo (74) non toccano mai peran, ma qui il verbo utilizzato non è “attraversare” bensì “andarsene” dunque è indispensabile nel testo precisare che Gesù abbandona un luogo per raggiungere via mare l’altra sponda (peran) del lago di Tiberiade.

 

 

2.5.3 La critica di Boismard

 

 

Questo esempio mostra ancora una volta come nei manoscritti antichi ci si debba attendere delle varianti rispetto al testo che si è consolidato nei secoli successivi è che è giunto sino a noi. L’omissione delle parole “verso terra” o “verso l’altra riva” è conosciuta e origina una variante breve ad esempio nel papiro P45, molto antico, al v. Marco 5:21, come sopra documentato. Per contro – come ha osservato ad esempio anche Boismard (75) – è necessario tenere presente che nessun manoscritto contenente Marco 6:52-53 attesta la omissione di epi tên gên. Inoltre il Vangelo di Marco è uno dei tre sinottici per cui il versetto Marco 6:53 ha un parallelo nel versetto di Matteo 14:34 dove si racconta lo stesso episodio. Ora, anche in quest’ultimo caso (76) tutti i manoscritti contenenti questo passo riportano sempre le parole ™pˆ t¾n gÁn e non si segnala alcuna omissione. Questo argomento a prima vista appare interessante. Tuttavia la sua consistenza si attenua se si prende in esame il caso del papiro P45 e del passo di Marco 5:21 discusso in precedenza. Anche Marco 5:21 ha un parallelo sinottico in Matteo 9:1 dove tutti i manoscritti esistenti attestano la presenza di “verso l’altra riva”. Se dovessimo pertanto prendere in considerazione tutti i documenti esistenti di Marco 5:21 e del passo parallelo Matteo 9:1 con la sola esclusione del papiro P45, concluderemmo che la presenza di “verso l’altra riva” è consolidata in tutti i manoscritti dunque esiste un’alta probabilità che fosse presente nel testo originario. Invece sappiamo che esiste il papiro P45, peraltro molto antico, che in Marco 5:21 non contiene le fatidiche parole. Non è quindi detto che se tutti i manoscritti noti attestano una variante non esista un documento che la ometta, come nel caso di Marco 5:21 e del papiro P45. Ma P45 è un codice che, sebbene conservatosi in malo modo, contiene inequivocabilmente porzioni del Vangelo di Marco. 7Q5 invece è soltanto un piccolo insignificante frammento: cosa concluderemmo se si fosse conservato soltanto un piccolo frammento del papiro P45 discordante con tutti gli altri manoscritti? Forse che quel frammento di P45 non può contenere il Vangelo di Marco, seguendo questo ragionamento.

 

Boismard in linea di principio non ritiene impossibile che – ipotizzato che il 7Q5 sia effettivamente Marco 6:52-53 – il testo del frammento potesse essere privo delle parole epi tên gên in quanto esistono in letteratura esempi di varianti uniche simili a questa. Nel suo articolo sulla Revue Biblique afferma tra l’altro: “Beninteso, non è impossibile che il testo originale di Marco non presentasse le parole epi tên gên, tuttavia non esiste alcun argomento di critica testuale in grado di supportare questa ipotesi”. Boismard conclude il suo articolo riportando le osservazioni di cui sopra relative alla sinossi di Marco 6:53 e Matteo 14:34, che certamente non testimoniano a favore della omissione e di conseguenza neppure alla attribuzione di 7Q5 con Marco 6:52-53. Anche in considerazione del fatto che la omissione di epi tên gên non è la sola variante da ipotizzare per rendere valida la attribuzione: abbiamo infatti un cambio delta tau e, nonostante le analisi al microscopio del Prof. Thiede, una lettera molto discussa sulla linea 2.

Secondo Boismard, poi, da un esame dei due passi paralleli di Marco 6:53 e Matteo 14:34 si evince un fatto interessante:

 

Marco 6:53  Kaˆ diaper£santej ™pˆ t¾n gÁn Ãlqon e„j Gennhsart kaˆ proswrm…sqhsan.

 

Matteo 14:34 Kaˆ diaper£santej Ãlqon ™pˆ t¾n gÁn e„j Gennhsaršt.

 

Quello riportato sopra è il testo dei due vv. come oggi sono conosciuti sulla base dei manoscritti più antichi. Nei due passi il testo è pressoché coincidente, ma Marco 6:53 riporta la frase aggiuntiva kai prosôrmisthêsan, che significa sbarcare sulla terraferma. Se dovessimo basarci solo sul confronto puro e semplice di questi due passi concluderemmo facilmente che la variante più breve è quella di Matteo 14:34 che omette kaˆ proswrm…sqhsan. Ora, se ammettiamo valida l’ipotesi che la lezione più breve è anche quella più antica e vicina all’originale, allora dovremmo concludere che è Marco a dipendere da Matteo in questo punto e dunque la lezione originale sarebbe quella attestata da Matteo, dove compaiono le parole epi tên gên, in tutti i manoscritti che si conoscono (77).

 

In realtà questa interpretazione può essere discussa in modo più approfondito osservando che da un lato Marco 6:53 contiene due specificazioni: “verso terra” (epi tên gên) e “sbarcarono” (kai prosôrmisthêsan). Matteo 14:34 contiene invece soltanto la prima ma non la seconda: in esso difatti manca la frase “e sbarcarono” a Genèsaret. Si può sempre ipotizzare che epi tên gên e kai prosôrmisthêsan siano in definitiva due concetti equivalenti. L’omissione di epi tên gên risulta quindi meglio giustificata proprio in Marco 6:53 dal momento che il concetto di “sbarcare” ha già in sé anche il concetto di dirigersi verso la terraferma. E’ allora ragionevole supporre che Marco 6:53 potesse essere scritto in origine: e compiuta la traversata vennero a Genèsaret e sbarcarono. In seguito il v. avrebbe inglobato l’epi tên gên per conflazione proprio da Matteo 14:34, che recita: e compiuta la traversata vennero verso terra a Genèsaret, dove risulta più difficile omettere nella già scarna frase le parole epi tên gên. In altre parole: il kai prosôrmisthêsan di Marco 6:53 è già più che sufficiente per affermare che epi tên gên è ridondante. Per questo la frase di Boismard: “non esiste alcun argomento di critica testuale in grado di supportare questa ipotesi” riferita alla omissione di epi tên gên in Marco 6:53 appare forse un poco gratuita.

 

 

 

 

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NOTE AL TESTO

 

(59) La suddivisione proposta nella griglia paleografica è identica a quella in C.P. Thiede, I rotoli del Mar Morto e le radici ebraiche del cristianesimo, Mondadori, 2003 (prima edizione in lingua inglese 2001), pag. 187.

(60) “La Paragraphos è una lineetta fra due righe di scrittura, appoggiata al margine sinistro (o continuata nel margine stesso) la quale serve ad avvertire che nell’interno della riga si passa da una parte dell’opera a un’altra, da un capitolo a un altro, da un canto ad un altro, e perciò occorre un distacco o una pausa (che possono essere anche indicati da uno spazio bianco nell’interno della riga, con o senza la paragraphos. Le paragraphoi hanno talora nel margine uno sviluppo ornamentale.” (O. Montevecchi, La Papirologia, edizione del 1988). L’uso del paragraphos e dello spatium nei testi in prosa è discusso ad es. in un interessante articolo di W.A. Johnson, The Function of the Paragraphus in Greek Literary Prose Texts, ZPE, 100, 1994, pp. 65-68. Questo articolo è disponibile anche in italiano: La funzione del Paragraphos nei testi della prosa letteraria greca (trad. G. Bastia).

(61) In un suo articolo L.W. Hurtado riporta che secondo E. Tov l’uso degli spazi tra parole o frasi, come nel caso limite di P.Rylands Gk 458, è una caratteristica peculiare dei manoscritti greci dell’AT scritti da ebrei (cfr. L.W. Hurtado, P52 and the Nonima Sacra: Method and Probability, nota 35, Tyndale Bulletin 54.1, 2003). Dello stesso avviso è anche R. Kraft (Università della Pennsylvania) che ha studiato le caratteristiche scribali dei manoscritti della LXX. Una simile pratica potrebbe derivare dal fatto che i testi della LXX sono traduzioni in greco di testi in ebraico od aramaico. Le spaziature presenti in 7Q5 sono coerenti quindi con la zona del ritrovamento e con la tipologia del documento.

(62) Dalle immagini fotografiche che circolano ordinariamente non è possibile distinguere con certezza tratti di inchiostro. Nella editio princeps è prevista comunque una lettera prima di tw sebbene non si faccia alcuna ipotesi. O’Callaghan, che ha esaminato più volte il frammento dal vivo a Gerusalemme, sostiene che le tracce di inchiostro presenti non contrastano con una u. Sembra che non ci sia comunque violazione della scriptio continua in questo punto.

(63) Il papiro Egerton 2 contiene i resti di un Vangelo sconosciuto o apocrifo, comunque relativamente tardo rispetto a 7Q5, essendo stato datato paleograficamente al periodo 150-200 d.C. circa.

(64) Non si notano violazioni della scriptio continua o impiego di particolari simboli nei frammenti più significativi della Grotta 7: 7Q1 = 7QLXXEx, 7Q2 = 7QLXXEpJer, 7Q3 (non identificato) e 7Q4 (1 Timoteo o 1 Enoch). In 7Q15 si nota uno spazio, mentre 7Q16 sembra avere una specie di paragraphos. Tra i frammenti della Grotta 4 si nota uno spazio (di una lettera soltanto) in 4Q120 = 4QLXXLev b, uno spazio più consistente di circa tre lettere in 4Q119 = 4QLXXLev a e forse alcune spazi in 4Q121 = 4QLXXNum. In 4Q122 = 4QLXXDeut che contiene il v. Deut. 11:4 abbiamo alcune spaziature, di ampiezza pari all’incirca ad una lettera, non corrispondenti però ad alcun cambio di sezione o paragrafo.

(65) Anche nelle traduzioni in lingua copta note come sa (copto-saidica) e bo (copto-boairitica) appare la specificazione “verso l’altra riva”, qualcosa che può essere reso in greco come eij to peran (cfr. C.M. Martini, Note sui papiri della Grotta 7 di Qumran, Biblica, 53, 1972, pp. 100-104). Queste versioni sono antiche traduzioni del Nuovo Testamento in dialetti del copto, nate in area egiziana: sa è una versione detta “saidica” probabilmente sorta attorno al III secolo d.C. mentre bo è la versione in dialetto copto boairico, del IV-V secolo d.C.

(66) gÁn significa letteralmente nel suo uso più generale “terra”, ma il contesto in cui è inserita la parola cioè “verso l’altra terra” indica che si tratta della riva opposta del lago alla quale devono approdare i discepoli. Questa traduzione letterale viene data anche nell’app. critico di Merk-Barbaglio, Nuovo Testamento greco e italiano, Ed. Dehoniane, 1997.

(67) Vedi Guerra Giudaica, libro 3, vv. 516 e segg. Scrive G. Flavio: “Lungo il lago di Gennèsar si distende una regione che ha lo stesso nome, dalle doti naturali e di una bellezza meravigliose. La sua feracità ammette ogni coltura e chi la lavora vi fa crescere di tutto e il clima è così temperato che si adatta alle piante più svariate”.

(68) Vedi J. Pakkala, S. Münger, J. Zangenberg,  Tel Kinrot Excavations, Kinneret Regional Project, Report 2, 2004.

(69) Così in D, sysp, e alcuni mss. della vetus latina (ad es. b, c, ff, r, z).

(70) Vedi Tel Kinrot Excavations, Kinneret Regional Project, Report 2, 2004, pag. 27.

(71) Vedi ad esempio I rotoli del Mar Morto e le radici ebraiche del Cristianesimo, Mondadori, 2003, pp. 191-192. Secondo Thiede, “la località abitata di nome Gennesaret esistette fino alla prima rivolta contro i romani, che la distrussero circa nel 68 d.C. Team di archeologi europei ed israeliani vi eseguirono scavi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta e scoprirono che era un antico insediamento risalente all’età del Ferro. Gesù e i suoi discepoli potevano scorgerlo da Cafarnao, al disotto dell’odierna Tell Kinnereth. Pertanto il testo originale di Marco 6,53 si basava sulla conoscenza diretta della zona”.

(72) Nel documento del Kinneret Regional Project si riferisce comunque degli scavi eseguiti negli anni ’80 da Volkmar Fritz durante i quali sono stati ritrovati nei pressi di Kinneret una fattoria del periodo ellenistico (III sec. a.C.) e un certo numero di frammenti di oggetti di uso quotidiano dei periodi ellenistico e romano. Si suppone che ci fossero altre costruzioni simili nel luogo, forse abitazioni di coltivatori, sebbene non siano mai stati ritrovate; dal VII sec. a.C. non risultano ritrovamenti di abitazioni permanenti: troppo poco per sostenere che qui sorgeva una città nel periodo romano.

(73) Il papiro P45 (detto di Chester Beatty) conteneva in origine i quattro Vangeli e gli Atti, in quaderni da due fogli. Purtroppo è in pessimo stato di conservazione. Non rimangono che stralci da Mt, Mc (in particolare il v. 5:21) e Lc. E’ stato datato fra il 200 e il 250 d.C. anche se oggi alcuni esperti, utilizzando tecniche moderne di analisi, propendono per una retro datazione al 150 d.C. Di fatto è uno dei testimoni più antichi del Nuovo Testamento e in particolare il più antico contenente porzioni del Vangelo di Marco. Si noti che in P45 non si sono conservati i vv. Mc 6:52-53.

(74) P66 omette tês Galilaias, altri documenti (G, N, 0210, 157, pc, bomss) omettono invece tês Tiberiados. Infine un gruppo di manoscritti (D, Q, 892, pc, b, d, e, j, pl) aggiustano la parte finale con tês Galilaias eis ta merê  tês Tiberiados che significa “di Galilea nella regione di Tiberiade” rendendo più scorrevole il testo.

(75) Cfr. Boismard, A propos de 7Q5 et Mc 6:52-53, Revue Biblique 102 (1995), pp. 585-588.

(76) Matteo 14:34 kaˆ diaper£santej Ãlqon ™pˆ t¾n gÁn e„j Gennhsaršt.

(77) Come abbiamo visto D, W, Q, sysp ed altri mss. omettono kaˆ proswrm…sqhsan rendendo in pratica coincidente Marco 6:53 con Matteo 14:34.

 

 


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