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2. Identificazione O’Callaghan (7Q5 = Marco 6:52-53)

 

Autore: Ó Gianluigi Bastia, diritti riservati

 

Ultima revisione: 23/07/2006 – richiede font greco greek.ttf

 

 

 

L’identificazione del frammento 7Q5 con Marco 6:52-53 è stata proposta per la prima volta nel 1972 dal papirologo spagnolo Padre Josè O’Callaghan (16) ed è poi stata sostenuta a partire dal 1984 con grande vigore anche dal papirologo tedesco Carsten Peter Thiede (17). La proposta di attribuzione di O’Callaghan, dieci anni dopo la pubblicazione della Editio Princeps DJD III, è la prima che sia mai stata avanzata per il frammento 7Q5. O’Callaghan ha raccontato in alcune interviste e convegni (18) come si è interessato alla questione della identificazione del frammento 7Q5. All’epoca stava lavorando ad un inventario di tutti i frammenti greci ritrovati nelle grotte di Qumran. Poiché – come è stato osservato – la Grotta 7 ne conteneva due attribuiti con un certo grado di sicurezza alla Bibbia dei LXX, la sua attenzione cadde sugli altri frammenti rinvenuti in quella grotta, che erano anch’essi scritti in greco, ed in particolare su quello catalogato come 7Q5 contenente la sequenza di lettere nnhs non molto comune nelle opere letterarie in greco. In un primo momento O’Callaghan pensò che quelle lettere fossero parte della parola ™gšnnhsen che in greco significa “generare” come ipotizzato del resto anche da Boismard nella editio princeps del frammento 7Q5. Pertanto egli si mise a cercare attribuzioni del passo ad alcuni brani dell’Antico Testamento contenenti delle genealogie, nella letteratura veterotestamentaria ce ne sono molti, ma i ripetuti tentativi si rivelarono infruttuosi e lo stesso accadde cercando anche tra le genealogie del Nuovo Testamento. Consultando i libri del Nuovo Testamento O’Callaghan si imbatté nella parola Genèsaret, il nome di una antica città o regione che si trovava nei pressi lago di Tiberiade (19) che in greco viene traslitterata come Gennhsaret oppure Gennhsar, e si accorse così del passo Marco 6:52-53 in cui il nome di tale città è scritto per intero come Gennhsaret e contiene pertanto le quattro lettere nella giusta sequenza: nnhs. Se si cerca in tutto l’Antico Testamento la parola Genèsaret la si ritrova soltanto sei volte (20): Numeri 34:11, Deuteronomio 3:17, Giosuè 13:27 e 19:35, 1 Re 15:20 ed infine 1 Maccabei 11:67. Nel testo greco della Bibbia dei LXX, però, la sequenza di lettere nnhs riscontrabile sul frammento compare solamente nel passo del primo libro dei Maccabei (v. 11:67) dove troviamo la parola Gennhsar: il resto del versetto rende però impossibile una identificazione di 7Q5 con questo passo, a causa della evidente diversità delle rimanenti lettere quindi deve essere scartato. Nel Nuovo Testamento questa parola compare anche in Matteo 14:34 e Luca 5:1 ma anche qui non è possibile trovare in questi passi altre lettere che possano combaciare con 7Q5. Dopo aver controllato il resto delle lettere in Marco 6:52-53 ed abbozzato una ricostruzione del testo, O’Callaghan si convinse non senza meraviglia che il frammento 7Q5 poteva essere identificato con Marco 6:52-53 e dopo essersi consultato con alcuni colleghi esperti in materia ricevette l’autorizzazione da parte di Carlo Maria Martini – il futuro Cardinale Arcivescovo di Milano, che all’epoca era il rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma presso il quale il papirologo spagnolo insegnava – a pubblicare sulla rivista Biblica, edita dall’Istituto, le sue ipotesi di lavoro: era il 1972. La decisione non fu presa a cuor leggero così tanto per pubblicare un articolo su una rivista: vennero consultati a Roma altri docenti dell’Istituto e, da ultimo, il Prof. Sergio Daris esperto papirologo dell’Università di Trieste. Lo stesso O’Callaghan era noto per essere uno studioso serio e competente (21), professore di papirologia si era occupato di altri problemi simili ed aveva competenza in materia di papirologia e paleografia greca. Sin dal 1973 la papirologa Orsolina Montevecchi ha sostenuto la tesi di O’Callaghan e l’identificazione del frammento con Marco 6:52-53 compare in un suo noto manuale di papirologia (22).

 

Per quanto attiene la decifrazione delle lettere O’Callaghan e, in seguito, Thiede – che hanno avuto la possibilità di esaminare dal vivo il papiro – leggono una e sulla prima linea del frammento, dove resta una esile traccia di inchiostro pressoché invisibile nelle ordinarie riproduzioni fotografiche. Nella seconda linea confermano il gruppo tw mentre la lettera seguente sarebbe una n sulla base dell’indagine al microscopio elettronico condotta in Israele nel 1992. Il ruolo giocato da questa n è molto importante, se si potesse dimostrare senza incertezze che essa è davvero tale allora  aumenterebbero enormemente le possibilità di attribuzione a Marco 6:52-53. La lettera successiva sarebbe una h così come ipotizza anche E. Muro. Sulla linea 3 la prima lettera di sarebbe una h come proposto in DJD III, a sostegno di questa tesi i papirologi portano studi su allargamenti fotografici all’infrarosso della zona interessata. Viene logicamente accettato il kai chiaramente leggibile al centro del frammento e la t successiva. Si ipotizza invece la presenza di uno i dopo il t laddove molti, compreso Boismard, che redasse la DJD III, vedono piuttosto una w o comunque una lettera tondeggiante. La quarta riga non crea problemi in quanti tutti sono concordi nel leggere la fatidica sequenza nnhs. Sull’ultima riga l’unica lettera sicura è la h; ma prima di questa lettera si ipotizza la presenza di una q, ipotesi accettabile in base a quanto si è preservato sul papiro. Dopo la h si suppone la presenza di una s piuttosto che una e anche se sul frammento si è preservato un piccolo taglio orizzontale. La decifrazione proposta da O’Callaghan è quindi la seguente:

 

 

1

                  e

2

               utwn h

3

            h   kai ti

4

                    nnhs

5

                    qhsa

 

Tabella 3 – Decifrazione delle lettere secondo J. O’Callaghan (1972). In grassetto ed evidenziate in rosso le undici lettere del frammento che sono considerate sicure; la presenza della ni nella linea 2 sarebbe supportata da una perizia scientifica molto significativa, eseguita dalla polizia scientifica israeliana nel 1992.

 

Il testo che O’Callaghan e Thiede propongono per identificare il frammento è dunque un brano del Nuovo Testamento, precisamente Marco 6:52-53. In Tabella 4 si riporta il testo greco di questo passo; in grassetto sottolineato e di colore rosso sono riportate le undici lettere del frammento decifrate da O’Callaghan, in grassetto sottolineato di colore nero le lettere considerate incerte. Nel brano della Tabella 4 il versetto 6:52 termina con la parola pepwrwmšnh che va a capo sulla terza riga. Il versetto 6:53 inizia invece con il kaˆ sulla medesima riga. La parola chiave per l’identificazione è Gennhsart (la città o regione di Genesarèt) suggerita dal fatto che la sequenza di lettere nnhs chiaramente leggibili sulla quarta riga del frammento compare raramente nella letteratura greca antica. Leggendo invece, come suggerito in DJD III, ™gšnnhsen (che, tradotto in italiano, significa generare) si sarebbe portati a concludere che il testo faccia parte di una genealogia ma non si conosce alcuna genealogia che sia congruente con il resto delle lettere. Nella prima riga si ipotizza che sulla sinistra del frammento si trovi una epsilon. Nella prima riga a destra si ipotizza invece la presenza di una omicron (nella parola toij) che non è in contrasto con l’analisi di Muro sulla parte rovinata del papiro che segnala la possibilità della presenza di una simile lettera.

 

 

 

52sunÁkan   ™   to‹j  ¥rtoij

¢ll'Ãn aÙn ¹ kard…a pepwrw-

mšnh    53kaˆ  tiaper£santej

Ãlqon  e„j  Gennhsart  kaˆ

proswrm…sqhsan kaˆ  ™xel-

 

                                         Tabella 4 – Testo greco di Marco 6:52-53.

 

 

I problemi di questa attribuzione proposta da O’Callaghan e sostenuta dal Prof. Thiede sono sostanzialmente tre: il cambio delta-tau; l’omissione di tre parole (epi tên gên) rispetto al testo oggi conosciuto, necessaria per ragioni sticometriche; inoltre esiste un problema supplementare, di natura paleografica, legato alla reale presenza di una n nella seconda linea, che darebbe luogo alla indispensabile parola aÙtîn richiesta al v. 6:52. Il testo di Marco 6:52-53 che ci è pervenuto è infatti:

 

Marco 6:52-53 [52] oÙ g¦r sunÁkan ™pˆ to‹j ¥rtoij, ¢ll' Ãn aÙtîn ¹ kard…a pepwrwmšnh. [53] Kaˆ diaper£santej ™pˆ t¾n gÁn Ãlqon e„j Gennhsart kaˆ proswrm…sqhsan.

 

Guardando questo testo notiamo che nel v. 6:53 è scritto diaperasantes e non tiaperasantes inoltre in esso compaiono le parole epi tên gên che vengono omesse nella ricostruzione di O’Callaghan. Affinché l’attribuzione abbia senso occorre quindi ammettere l’esistenza di almeno due varianti singolari, ovvero non attestate da alcun altro manoscritto del Vangelo di Marco oggi noto, rispetto al testo odierno, come vedremo tra breve. Naturalmente l’espressione “testo che ci è pervenuto” utilizzata qui sopra è quanto mai vaga ed ambigua e può trarre in inganno. Parlare di testo unico è impossibile nel nostro caso, esiste infatti una mole non indifferente di manoscritti del Nuovo Testamento (23), scritta e tramandata in periodi diversi da scribi diversi che hanno copiato il testo da precedenti versioni, a partire da presunti manoscritti originali. Poiché esistono differenze anche importanti nel testo dei vari manoscritti neo testamentari – così come in qualunque altra opera che ci è stata tramandata dall’antichità – oltre che veri e propri errori “tecnici” dovuti al normale processo di trasmissione manoscritta, ha senso chiedersi quale versione utilizzare in quanto ritenuta più aderente e conforme al testo originale più primitivo, che ormai è andato definitivamente perduto. Questo è il difficilissimo compito della critica testuale o filologia che si pone come obiettivo la ricostruzione di un testo il più possibile simile a quello che doveva essere il testo originario, servendosi della vasta mole di manoscritti esistenti. Il testo dei vv. Marco 6:52-53 che abbiamo riportato sopra è quello preferito dalla moderna critica testuale, essenzialmente quello presente nel Codice Vaticano B, della prima metà del IV secolo.

 

Ma oggi siamo a conoscenza di almeno quattro versioni diverse del versetto Marco 6:53. Se in B ed altri autorevoli mss. greci abbiamo la lezione oggi preferita: epi t¾n gÁn hlqon eij Gennhsaret kai proswrmisqhsan, in cinque codici della vetus latina (b, c, ff, r, z) (24) abbiamo la variante: epi t¾n gÁn hlqon eij Gennhsar kai proswrmisqhsan con una diversa grafia per Genèsaret, identica a quella di 1 Maccabei 11:67; in D (Codice Bezae Cantabrigensis, VI secolo) e sysp abbiamo invece un significativo taglio alla frase, risulta infatti: epi t¾n gÁn hlqon eij Gennhsar. Infine in W (Codice di Washington, IV-V secolo), Q (Codex Koridethianus, IX secolo), nella versione armena, nella vetus latina (esclusi i prec. cinque mss.) ed in alcuni altri mss. minuscoli greci (come ad es. 700, 565, 28, 118, 209, 1689, 983) risulta ancora una variante diversa: epi t¾n gÁn hlqon eij Gennhsaret. E’ importante osservare che tutte le varie versioni contengono comunque le parole ™pˆ t¾n gÁn (25). Sfortunatamente il papiro P45, il più antico contenente stralci del Vangelo di Marco (III secolo), non contiene i vv. 6:52-53 in quanto danneggiato in quella sezione. In generale aspettarsi delle varianti in un manoscritto antico è quasi fisiologico, soprattutto se questo è davvero molto antico e “primitivo” per cui il suo testo non è ancora consolidato: ritorneremo presto su questo punto. Come passo successivo occorre verificare il significato delle varianti ipotizzate da O’Callaghan nella sua attribuzione rispetto al testo oggi adottato e stabilire in che misura queste possono essere accettate. Nonostante richieda almeno due varianti uniche l’attribuzione di O’Callaghan ha tuttavia il pregio di spiegare in modo semplice la grande spaziatura che si riscontra sul papiro tra il kai e la parola che lo precede, come vedremo in seguito.

 

 

2.1 Il cambio delta-tau

 

 

In tutte le moderne edizioni critiche del Nuovo Testamento, come ad esempio quella autorevole di K. Aland, nella terza riga (v. 6:53) si trova riportata la parola diaperasantes (diaper£santej) nel testo greco che ci è pervenuto, invece della inesistente parola tiaperasantes (tiaper£santej) (26). Questa parola dovrebbe avere come prima lettera una delta (d) invece che una tau (t) contrariamente a quanto ipotizzato da O’Callaghan nella sua ricostruzione. Pertanto per ottenere l’identificazione con Marco 6:52-53 si deve postulare quello che in fonologia viene definito un cambio delta tau ipotizzando che chi ha scritto il papiro abbia confuso tra loro le due consonanti dentali, scrivendo una tau in luogo di una delta. Questa prima obiezione alla identificazione proposta da O’Callaghan è piuttosto significativa: bisogna infatti ammettere che in un frammento molto piccolo come 7Q5 sia subito contenuto almeno un errore di ortografia. Una eventualità da tenere in seria considerazione è che nel I secolo dopo Cristo il cambio delta tau fosse usuale nel modo di scrivere o pronunciare alcune parole in Palestina e quindi di fatto la parola formalmente corretta diaper£santej fosse equivalente a tiaper£santej. A questa prima contestazione O’Callaghan ha risposto in questi termini, difendendo la propria identificazione con Marco 6:52-53:

 

“Quando vidi che alcuni assunsero questo [il cambio delta-tau, n.d.A.] come obiezione, mi recai presso la Biblioteca del Pontificio Istituto Biblico e scrissi una nota, che fu pubblicata nella rivista Biblica, circa la frequenza del cambio delta-tau nei papiri biblici (27). E ripeto quello che ha detto la professoressa Montevecchi, una eminenza in papirologia: obiettare questo cambio delta-tau è quasi ridicolo, a motivo della possibilità e ammissibilità del cambio. E di fatto esistono numerosi casi dello stesso errore, compreso perfino un graffito in greco su pietra, dei tempi di Erode, dove è evidente che avrebbero dovuto badare di più alla scrittura.” (28)

 

Secondo O’Callaghan il cambio delta-tau sarebbe quindi un fenomeno riscontrabile negli antichi documenti manoscritti in greco, sebbene nessun manoscritto oggi noto del Vangelo di Marco dal III secolo in poi riporti questa variante e più in generale nessun altro documento antico riporta questa variante in questa particolare parola che inizia con la preposizione dia.

 

Sin dal 1972 O’Callaghan si occupò pertanto del problema generale del cambio delta tau negli antichi manoscritti fornendo una serie di esempi in cui esso veniva operato: il problema del cambio delta tau difatti era il primo scoglio contro il quale la sua attribuzione rischiava di naufragare (29). Tra tutti gli esempi proposti particolarmente significativo è il riferimento ad una iscrizione su pietra in una lapide che ai tempi del re Erode il grande (30) sarebbe stata addirittura posta nel secondo recinto del tempio di Gerusalemme. Questa epigrafe, riportata in Figura 3, contiene una intimazione agli stranieri a non superare il confine delimitato dal recinto del santuario del tempio e reca scritta – senza nessuna ambiguità – la parola trufakton al posto della parola grammaticalmente corretta drufakton ; trattandosi di una iscrizione che si trovava in un luogo pubblico e che pertanto era vista tutti i giorni da una grande moltitudine di persone, essa pare confermare che ai tempi di Gesù o poco prima, nel periodo quindi in cui venne scritto il papiro 7Q5 (datato tra il 50 a.C. e il 50 d.C.), il cambio delta tau fosse addirittura familiare, almeno per alcune parole, a Gerusalemme. La pronuncia della consonante dentale d ha infatti un suono molto simile a quello dell’altra dentale t tanto che in alcuni casi si riscontra negli antichi manoscritti una certa confusione tra queste due lettere, derivante dal modo di pronunciare le parole. Questo fenomeno è conosciuto ed attestato dai manuali di fonologia del greco antico, per esempio si potrebbe citare il testo di E. Mayser, del 1906, nel quale è riportato:

 

“Das Schwanken zwischen den dentalen Lauten τ, δ, ζ galt von althersher für eine besondere Eigentümlichkeit der ägyptisch-griechischen Mundart, d. h. der Ägypter unterschied, wie das Koptische beweist (Stern 15.24), die dentalen Laute schwer und verwechselte leicht Tenuis, Media und Aspirata. Die Erscheinung ist auch auf dem Boden  Kleinasiens (infolge einheimischer Aussprache) nachgewiesen, fehlt aber in den übrigen κοινή, z. b. auf den voll. Hercul. ganz” (31) 

 

Secondo il Mayser il greco parlato dagli egiziani ellenizzati aveva intrinsecamente una scarsa propensione alla distinzione tra le varie consonanti dentali (tra cui delta e tau), come bene dimostra il copto: nella parlata, soprattutto a livello del volgo, del popolo non erudito, si confondevano e sostituivano facilmente le tenui medie con le aspirate, tanto che la distinzione tra queste consonanti e il loro uso appropriato dava luogo ad un modo di parlare che potremmo definire particolarmente signorile ed elegante. Questo fenomeno, a causa di varie influenze dialettali, si riscontrava non solo nell’area egiziana ma anche in Asia Minore, la lapide del tempio di Gerusalemme costituisce un esempio emblematico; secondo il Mayser questo cambio fonetico sembra tuttavia essere assente nel greco koinè. Alcuni esempi di cambio delta tau tratti dal manuale del Mayser sono: akrotruwn (= akrodruwn), dštokaj (= dšdokaj), šmbaticou (= šmbadicou), Eutoxoj (= Eudoxoj), xantikou (= xandikou), prostšcomai (= prosdšcomai), sebition (= sebidion), tidumwn (= didumwn).

 

Anche il manuale di L. Radermacher, del 1925, più specifico per i papiri dell’epoca cristiana, riporta che:

 

“Die Mediae b g d und Tenues p k t werden in Aegypten, seltener in Kleinasien vom Volk miteinander vertauscht, eine Erscheinung, die man mit dem Fehlen einer echten Media in den Landessprachen erklärt. In der Aussprache vollzieht sich eine Verschiebung, indem die Mediae allmählich den Charakter von Hauchlauten (Spiranten) annehmen” (32)

 

Secondo Radermacher nella parlata volgare le medie beta, gamma, delta venivano scambiate e confuse con una certa frequenza risp. con le dolci pi, kappa, tau; questi cambi fonetici, tra i quali è naturalmente compreso il cambio delta tau che interessa in questa sede, erano diffusi in Egitto e, sebbene con minor frequenza, in Asia Minore a causa della mancanza di una vera e propria media nelle varie lingue nazionali. Secondo il Prof. Thiede anche i papiri del Nuovo Testamento riportano il cambio delta tau, il che sembra anche abbastanza naturale se si considera che provengono pressoché tutti dall’Egitto:

 

“Numerosi passaggi biblici hanno il passaggio da d a t, fra essi P66, il papiro più antico del Vangelo di Giovanni, e i papiri più antichi del Vangelo di Luca, P4 e P75. Cfr. J. O’Callaghan, El cambio d >t en los papiros biblicos, in Biblica 54 (1973), pp. 415-416.” (33)

 

Nei papiri esistono poi esempi documentati di cambio delta tau prima di uno iota, caso che interessa più da vicino la possibile confusione di diaper£santej con tiaper£santej postulata da O’Callaghan. Thiede cita il più recente manuale di fonologia greca di F.T. Gignac, del 1976:

 

“In maniera abbastanza naturale vi sono, approfondendo l’esame, altri esempi del passaggio da delta a tau prima di uno iota. F.T. Gignac ha elencato diversi esempi rilevanti nella sua Grammar of Greek Papyri of the Roman and Bizantine Periods, I Phonology, Milano, 1976, pp. 80-83. Per esempio in un documento datato al 42 d.C. troviamo tikes invece di dikes e ancora, in un documento datato al 132 d.C., troviamo tiakosias invece di diakosias (34)

 

 

 

 

Figura  3 – Questa epigrafe risale al tempo di Erode il grande (morto nel 4 a.C.) e si trovava nell’area del tempio di Gerusalemme. La traduzione della scritta è la seguente: “Nessuno straniero è autorizzato ad entrare nel recinto del santuario aldilà di questo steccato. Chiunque verrà sorpreso a violare questa prescrizione sarà punibile con la pena di morte”. In essa è ben visibile la scritta TRUFAKTON evidenziata in rosso, che presenta un cambio delta-tau in quanto la parola corretta sarebbe DRUFAKTON (drufakton) che significa “steccato”. Possibile che una lapide posta nei pressi del santuario del tempio e vista da moltissime persone tutti i giorni contenesse un errore così grossolano?

(Foto: Palestine Exploration Found).

 

 

The Jerusalem Temple Warning Inscription

 

Temple Warning Inscription (Photo)

 

Sebbene la lapide del tempio di Gerusalemme sia un testimone molto importante e significativo a sostegno della tesi di O’Callaghan ed esistano inoltre casi documentati di cambio delta tau nei manoscritti antichi, alcuni dei quali prima di uno iota, sembra che questo cambio di lettera, di fatto, non riguardi mai parole che derivano dalla preposizione dia che interessa il caso del frammento 7Q5 ed infatti O’Callaghan e Thiede non forniscono alcun esempio in tal senso ma ne forniscono altri che secondo molti studiosi mal si adatterebbero al caso (35). Se ammettiamo la teoria dell’errore scribale, comunque sempre possibile, è noto che la preposizione dia è così diffusa in greco che non è semplice immaginare che uno scriba si sia potuto confondere o distrarsi nel coniugare il verbo diaperaô, soprattutto considerando che 7Q5 proviene da un rotolo e quindi è un frammento di un’opera “importante” in cui la probabilità di errori scribali – ma anche la possibilità di influenze dialettali e locali – è certamente minore rispetto ai più scadenti, da un un punto di vista grammaticale, manoscritti documentari. L’esempio di tiakosias tratto dal manuale di Gignac è interessante e significativo, tuttavia è preso da un documento e non da un’opera letteraria o biblica. Inoltre nell’accettare il cambio delta tau nel caso di 7Q5 occorre una certa prudenza in quanto nei manuali di fonologia si trova bene evidenziato che questo possibile cambio fonetico era caratteristico soprattutto dell’area egiziana ed avveniva meno frequentemente in Asia Minore. A causa di queste argomentazioni e soprattutto del fatto che in cinque linee di testo si devono registrare un errore di ortografia ed una variante breve (omissione di epi tên gên) non pochi esperti rifiutano il cambio delta tau proposto da O’Callaghan e di conseguenza respingono l’attribuzione del frammento 7Q5 a Marco 6:52-53.

 

E’ interessante riportare anche la posizione di R.P. Boismard, autore dal 1972 in poi di articoli contrari all’attribuzione di O’Callaghan, sul cambio delta tau. Il papirologo che nel 1962 redasse la editio princeps DJD III del frammento 7Q5 sostiene che nei papiri del Nuovo Testamento esistono soltanto tre casi documentati di cambio delta tau. Due esempi si trovano nel papiro P75, che riporta parte del Vangelo di Luca, la cui datazione lo fa risalire al III secolo d.C. (36); qui il cambio compare nei versetti Luca 11:39 e Luca 12:28 ed in entrambi i casi la congiunzione viene confusa con . In questi due casi tratti da P75 – però – non si genera un assurdo linguistico, come nel caso del 7Q5. Il terzo caso di cambio delta tau in frammenti neo testamentari lo si ha nel papiro P4, sempre del III secolo d.C., che contiene parte del Vangelo di Luca. Nel versetto Luca 3:32 che compare in P4 (questo passo proviene dalla nota genealogia di Luca) il nome proprio Obed (in greco 'Iwb¾d) viene confuso con Obet: in P4 troviamo pertanto scritto 'Iwb¾t. Trattandosi però di un nome di persona in quest’ultimo caso la teoria dell’errore scribale è effettivamente possibile, soprattutto se il copista non era giudeo e non aveva familiarità con le parole ed i nomi propri ebraici e dunque poteva benissimo confondere Obed con Obet. Boismard, comunque, riporta queste argomentazioni per opporsi alle tesi di O’Callaghan: i casi accertati di cambio delta-tau nei frammenti del Nuovo Testamento sarebbero secondo Boismard pochissimi e mai riguardanti parole derivanti dalla preposizione dia, dunque assai diversi dal caso del frammento 7Q5. Inoltre la probabilità di un errore ortografico è bassa se si considera che 7Q5 sia il frammento di un manoscritto letterario o biblico, scritto con un certo grado di accuratezza.

 

 

2.1.1 L’esperienza con i primi papiri del Nuovo Testamento

 

 

Il cambio delta tau  pone il problema della frequenza degli errori scribali e delle possibili varianti nei documenti antichi. E’ ragionevole aspettarsi di trovare errori e/o varianti in un frammento di un antico documento, vecchio di duemila anni? Quali erano le usanze degli scribi attorno al I secolo d.C.? Certamente l’eventualità di un errore ortografico in un documento è meno probabile tanto più il frammento è piccolo, ed il frammento 7Q5 effettivamente ha dimensioni ridotte e riporta poche lettere leggibili con chiarezza. Non è facile ammettere già a livello probabilistico che in così poche lettere ci sia subito un errore ortografico come il cambio delta-tau oppure l’omissione di alcune parole (epi tên gên) varianti oltretutto attestate da questo papiro soltanto. Questa constatazione rende perplessi molti studiosi circa l’attribuzione proposta da O’Callaghan. Come osservato esiste comunque sempre la possibilità che attorno al I secolo d.C., in quella particolare area geografica, fosse usuale scambiare le delta con le tau in alcune parole o frasi il che giustificherebbe almeno la prima singolarità che non sarebbe un errore ortografico vero e proprio ma semplicemente un modo di scrivere o di pronunciare la parola diaperasantes. L’omissione di epi tên gên non deve poi essere considerata un “errore” nel senso classico del termine in quanto non genera un assurdo linguistico ma piuttosto una “variante breve” del passo oggi noto, sebbene sia importante ricordare che questa variante è unica e non attestata da alcun altro documento di Marco. In linea di principio è possibile che queste parole mancassero nel testo originario, esistono esempi simili consultando gli antichi manoscritti. Ritorneremo più avanti sul significato di questa variante breve nel passo di Marco 6:52-53. Va evidenziato inoltre che, sulla base della nostra esperienza sui manoscritti più antichi del Nuovo Testamento e non solo, esistono casi di documenti pieni di errori di ortografia, correzioni e varianti, la qualità della scrittura non era sempre elevata e spesso i copisti modificavano leggermente il contenuto dei testi sia volontariamente che per errore di distrazione. E’ interessante osservare a questo proposito che questo quadro caratterizza soprattutto i primi manoscritti del Nuovo Testamento. Un esempio classico è costituito dal papiro P66 (noto anche come papiro di Bodmer II), un codice papiraceo dell’inizio del III secolo contenente ampie porzioni del Vangelo di Giovanni, che contiene moltissime varianti ed errori di ortografia e non è inverosimile che scorrendo il testo si possa incontrare un errore od una variante ogni cinque linee (37). In un suo studio sui papiri P45, P66 e P75, pubblicato nel 1965, E.C. Colwell afferma:

 

“P75 e P45 intendono seriamente produrre una buona copia del testo ma è difficile credere che questa sia l’intenzione di P66. Le quasi duecento varianti senza significato e i quattrocento itacismi (38) che si riscontrano in questo manoscritto sono evidenza di una scarsa attenzione ai processi basilari della trasmissione scritta del testo.” (39)

 

Secondo Colwell oltre ai quattrocento itacismi P66 presenta poi altre 482 varianti singolari, il 40% delle quali sono dei nonsensi. Così disponendo soltanto di un piccolo frammento di P66 può essere facile essere tratti in inganno e concludere che il testo non può appartenere al Vangelo di Giovanni a causa della diversità delle lettere decifrate rispetto al testo oggi noto. Anche il papiro di Chester Beatty P45 (del quale restano ampie porzioni dei quattro Vangeli e degli Atti, purtroppo in stato di conservazione non ottimale) grosso modo dello stesso periodo di P66, presenta non poche differenze rispetto al testo a noi noto. Per questo viene addirittura catalogato dalla critica testuale come “testo libero”. Secondo Colwell questo papiro contiene circa 90 itacismi e altre 275 varianti singolari il 10% delle quali costituiscono dei nonsensi: la sua situazione è migliore di P66 ma è ben lungi dall’essere ottimale. Generalmente la situazione dei primi documenti del Nuovo Testamento (II-III secolo) antecedenti il Codex Vaticanus evidenzia la presenza di varianti alcune volte addirittura uniche, ovvero attestate solo da quel particolare documento, ed in alcuni casi anche di significativi errori ortografici (40). Un caso veramente singolare è poi costituito dal papiro P9 (41), noto anche come P.Oxy. 402, un manoscritto del III secolo costituito da cinque linee di testo soltanto. Poiché il numero di lettere che presenta complessivamente è di circa tre volte più elevato di quello del frammento 7Q5 esso è stato attribuito senza difficoltà alla Prima lettera di Giovanni, vv. 4:11-12. Ma la situazione delle cinque linee è la seguente: nella prima c’è una parola mal conservata, che si riesce a decifrare molto faticosamente e avendo il testo noto oggi a portata di mano come suggerimento e adattandosi ad esso, nella seconda linea c’è subito un errore ortografico in una parola, nella terza linea viene omessa una parola e un’altra è trascritta con un errore di ortografia infine nella quarta linea c’è una parola priva di significato. Solamente la quinta linea non presenta errori od omissioni. Molto probabilmente se si fossero conservate soltanto le prime quattro o cinque lettere di ogni linea, come nel caso del frammento 7Q5, sarebbe stato alquanto pretenzioso attribuirlo al passo sopra citato.

 

Se i papiri del Nuovo Testamento non sono facilmente classificabili e a causa di certe caratteristiche quali il formato (codice anziché rotolo) e stile di scrittura sono più vicini ai manoscritti documentari che non a quelli letterari, i frammenti della versione greca dei LXX prodotti dagli ebrei hanno fama di essere tecnicamente molto accurati; tuttavia non mancano in essi diversità rispetto al testo odierno a causa del fatto che il testo che ci è pervenuto è cambiato dall’epoca in cui venne scritto il papiro oppure a causa di modifiche di pronuncia o scrittura di parole nel corso dei secoli. Per esempio in P.Fouad 266 b (manoscritto in greco del Deuteronomio, I secolo a.C.) la parola ™kmetr»sousin che compare in Deut. 21:2 è chiaramente scritta con una gamma al posto della kappa, qualcosa che assomiglia al cambio delta tau nel caso di 7Q5; nello stesso frammento, poche linee dopo, la preposizione ™k (cfr. Deut. 21:3) è scritta ™g con un’altro cambio da kappa a gamma che fa pensare che tutto ciò non può essere il risultato della distrazione del copista o del caso, visto che ricorre due volte in una porzione del frammento che contiene all’incirca una sessantina di lettere disposte su otto linee di testo, di cui la prima conserva solo quattro lettere, molto danneggiate (42). Restringendo poi il nostro campo di indagine ai papiri della Grotta 7 di Qumran, dalla quale proviene il frammento 7Q5, occorre sottolineare che le attribuzioni dei frammenti 7Q1 e 7Q2 risp. ad Esodo 28:4-7 e Baruc 6:42-43 (lettera di Geremia) sono ritenute oggi universalmente valide sebbene introducano un certo numero di varianti rispetto al testo “classico” della LXX. 7Q1, difatti, omette e„j tÕ alla linea 1 (43); in 7Q2 alla l. 3 le trascrizioni postulano la mancanza di éste per ragioni sticometriche, mentre alla successiva l. 4 si ha aÙtoÝj qeoÝj invece di qeoÝj aÙtoÝj, con qeoÝj scritto probabilmente con la nomina sacra qj. Eppure tutti i papirologi sono concordi nell’accettare queste attribuzioni a passi dell’Esodo e del libro di Baruc senza proporre altre alternative od arrendersi davanti alla eventualità di un testo a noi sconosciuto: le soluzioni proposte, difatti, sono quelle più vicine a quanto si è preservato sui frammenti ed è altamente improbabile che altre opere possano soddisfare meglio di così quanto si legge su di essi, tenuto conto che in 7Q1 e 7Q2 si leggono chiaramente senza alcun dubbio risp. 35 e 14 lettere, contro le dieci di 7Q5 che non sono neppure tutte chiarissime (44). Varianti sono presenti anche nei sei frammenti greci ritrovati nella Grotta 4 di Qumran, quattro dei quali appartengono al Pentateuco secondo la versione della LXX (vedi Tabella 1).

 

In definitiva la possibilità di trovare diversità rispetto al testo oggi noto deve assolutamente essere tenuta nella giusta considerazione, durante il processo di trasmissione dei manoscritti si sono inevitabilmente generate delle differenze tra le varie copie, differenze nella stragrande maggioranza dei casi non sostanziali ma comunque decisive per l’attribuzione dei frammenti di poche lettere. Inoltre in alcuni casi certe parole venivano scritte secondo la pronuncia, che dipende ovviamente dalla zona geografica (Egitto, Palestina, Grecia, Roma, ecc…) e dal periodo. Abbiamo visto anche come nel solo versetto di Marco 6:53 si contano almeno quattro versioni diverse cercando tra i manoscritti del Nuovo Testamento. D’altra parte occorre anche considerare che accanto a documenti singolari come P66, P45, P9, 7Q1 oppure 7Q2 esistono manoscritti come i papiri P75 o P46 caratterizzati da una eccellente qualità testuale, poche varianti rispetto al testo assunto come base dalla moderna critica testuale e scarsità di errori ortografici.

 

 

2.2 Omissione di epi tên gên

 

 

Tutte le copie del Vangelo di Marco che ci sono pervenute riportano nel versetto 6:53 dopo il verbo diaper£santej e prima di Ãlqon le tre parole ™pˆ t¾n gÁn (epi tên gên in greco traslitterato) (45). Queste tre parole devono mancare nella ricostruzione di O’Callaghan e Thiede altrimenti si altera la sticometria (divisione in versi) del testo e la corrispondenza del passo con le lettere del frammento non è più rispettata. Questa postulata omissione richiede una discussione particolare, dal momento che non è attestata da alcun manoscritto di Marco: secondo C.M. Martini, infatti:

 

“Le informazioni date da Legg (om. cop bo.ed) e dalla sinossi di K. Aland (secondo cui ™pˆ t¾n gÁn sarebbe omessa da sa bo) non sono esatte. Infatti entrambe le versioni copte rendono le parole con un’espressione che corrisponde letteralmente a eij to peran. Esse interpretano quindi, ma non omettono. Perciò non si hanno testimoni per l’omissione.”  (46)

 

Secondo O’Callaghan è possibile che queste parole mancassero nella porzione del papiro che non si è conservata:

 

“Omissioni analoghe ad epi tên gên sono un caso conosciuto ed accettato. Lo stesso C.H. Roberts, quando pubblicò il papiro P52 (47), quello famoso del Vangelo di Giovanni, realizzò la sua identificazione omettendo alcune lettere; ed è che nella pericope (Gv 18:37-38) c’è una ripetizione, nel testo originario di Giovanni, che dice: ‘Io per questo (eis touto) sono nato e per questo (eis touto) sono venuto nel mondo’ (v. 37). La seconda occorrenza di eis touto, che è la lettura ordinaria nel testo oggi conservato, per ragioni sticometriche la omise lo stesso Roberts, guidato dalla ‘verticalità delle lettere’ del testo nel margine destro del papiro, considerando il suo testo come una variante più breve. Ed è ben conosciuta l’accoglienza entusiasta e la generale accettazione della identificazione di P52, corrispondente all’anno 125. Non voglio parlare di altri diversi papiri biblici la cui identificazione, malgrado presentassero varianti ‘assurde’, è stata accettata da tutti gli specialisti. Mi limito solo a citare un pezzo di papiro (più piccolo di 7Q5), il P73 (= papiro di Bodmer I). In questo insignificante papiro, tra il fronte e il retro si leggono con sicurezza solo otto lettere. Ebbene, l’identificazione di questo papiro con il testo di Mt 25:43 e 26:2-3 è stata accettata senza nessuna difficoltà.” (48)

 

Il caso del papiro P52 (150 d.C. ± 25 anni) citato da O’Callaghan consente peraltro ancora una volta di evidenziare la possibilità e la frequenza degli errori e delle varianti nei primi documenti del NT. P52 è un frammento papiraceo di un codice contenente nella parte “recto” 55 lettere leggibili e nella parte verso 46 lettere leggibili: non vi è quindi alcun dubbio che appartenga a Giovanni 18:31-34 (recto) e Giovanni 18:37-38 (verso), il numero di lettere e lo stato di conservazione del papiro non ammettono discussioni. Nella porzione “recto” alla linea 1 il papiro riporta hmein anziché hmin, nella linea 3 c’è una correzione dello scriba che inserisce nel testo una epsilon che si stava dimenticando di trascrivere, infine nella linea 4 è scritto ishlqen in luogo di eishlqen (omissione della lettera epsilon). Nella porzione “verso”, come osservato anche da O’Callaghan nella citazione di cui sopra, abbiamo l’omissione della seconda occorrenza di eis touto (v. 18:37) che, sebbene non visibile sul frammento, è stata postulata per ragioni sticometriche. E’ poi importante sottolineare che tutte queste varianti ed errori ortografici sono singolari, ovvero attestati solo da questo papiro e non da altri manoscritti. Nella linea 4 della porzione “recto” (v. 18:33) sarebbe poi da mettere in conto l’omissione di palin per ragioni sticometriche, una variante breve peraltro attestata anche da altri codici quali 33 e 1424.

 

Naturalmente omettere le parole epi tên gên non deve alterare il significato logico e grammaticale del testo, difatti queste parole sono ridondanti come vedremo nel seguito, dunque è possibile ometterle senza generare un assurdo linguistico. In caso contrario non sarebbe possibile prendere in considerazione l’ipotesi di tralasciarle come nel caso del papiro P52. Ritorneremo più avanti su questo punto.

 

 

 

2.3 Una lettera decisiva nella linea 2

 

2.3.1 La lettura di O’Callaghan e Thiede: n

 

 

Secondo O’Callaghan dopo le lettere t ed w nella linea 2 del frammento deve trovarsi una lettera n fondamentale per costruire la parola aÙtîn che compare in Marco 6:52. Questa lettera discussa è tuttavia molto danneggiata così che molti studiosi rifiutano la lettura proposta ipotizzando che in quel punto possa esserci una lettera diversa. Il Prof. Thiede nell’Aprile del 1992 ha condotto delle analisi al microscopio sulla lettera in questione, arrivando ad accertare la presenza della lettera n necessaria per la attribuzione. Tuttavia secondo il parere di alcuni studiosi, in particolare A. Malnati (49), che propende per la presenza di una m invece di una n, gli specialisti della Ecole Biblique di Gerusalemme che fanno riferimento ancora all’ipotesi della Editio Princeps o E. Muro, le ricostruzioni e le analisi di Thiede non dimostrerebbero affatto in modo inequivocabile che la discussa lettera è una n, in considerazione del fatto che nella linea 4 abbiamo un esempio chiaro ed inequivocabile di una n  che risulterebbe troppo diversa dalla lettera ricostruita proposta da Thiede. Si può notare in effetti che queste due lettere sono sostanzialmente diverse (la n di Thiede è molto tondeggiante, mal si concilia con la calligrafia squadrata, netta e più epigrafica delle altre lettere) e si pone pertanto il problema di supporre che lo scriba abbia usato una grafia diversa nei due casi. Secondo Herbert Hunger, papirologo dell’Università di Vienna, questa eventualità non è da escludere a priori in quanto esistono esempi documentati di grafia diversa all’interno di uno stesso manoscritto. Quando un documento è scritto a mano è ragionevole supporre che non tutte le lettere siano scritte sempre allo stesso modo. Del resto se si osservano le due h presenti nel frammento 7Q5 alla linea 4 e alla linea 5 si scopre che sono abbastanza diverse tra loro.

 

 

 

Figura  4 – A sinistra: confronto tra le due h alle linee 4 e 5 del frammento 7Q5. Soltanto una riga dopo la h appare diversa (notare in part. la forma del tratto verticale di destra). Nella linea 4 si nota anche una n il cui tratto diagonale è abbastanza rettilineo e non arrotondato, che differisce dalla proposta di Thiede. A destra abbiamo invece un esempio di n con tratto diagonale più arrotondato e corsiveggiante, proveniente dal papiro 4Q120 (frammento greco del Levitico, I sec. a.C.) rinvenuto a Qumran come il 7Q5. Confrontare queste n del 7Q5 e del 4Q120 con la ricostruzione proposta da Thiede di cui alla Figura 2 e con le tracce presenti su 7Q5.

 

 

                

2.3.2 La lettura della Editio Princeps: i + a

 

 

Nella Editio Princeps DJD III, Boismard tracciò una strada totalmente diversa da quella proposta da O’Callaghan, da Thiede e persino da Malnati, ipotizzando la presenza di due lettere distinte in luogo di una soltanto e precisamente di uno i (ascritto) – collocato a ridosso della w che darebbe luogo al dittongo ù = wi – seguito da una a, sebbene dal confronto con la grafia della a del kai sulla linea successiva ciò sembra difficile da sostenere: la parte terminale della barra obliqua di sinistra della presunta a, tutto ciò che resta di questa lettera, risulterebbe collocata troppo in alto, mentre l’a di kai nella riga sottostante, almeno nella sua parte di destra, tocca perfettamente la base della linea di scrittura, anzi scende addirittura più in basso. Secondo il Prof. Thiede:

 

“[…] in nessun papiro greco esiste un alfa che abbia una somiglianza anche remota con le tracce lasciate sul nostro papiro. […] Alla riga 2, il trattino verticale che i primi editori confusero con un iota, e i resti successivi che apparvero loro inclinati così da dare l’apparenza di un alfa, nella nuova ricostruzione risultano essere un’unica lettera, un nu (n) o, meglio, N, dal momento che è una lettera maiuscola. Il viennese Herbert Hunger, papirologo di fama internazionale, aveva dimostrato che, sulla base di tutti i tipi di N dei papiri greci, questa è l’unica ricostruzione concepibile. Ciò avveniva al congresso di Qumran del 1991, prima ancora che la lettera fosse esaminata a Gerusalemme sotto il microscopio elettronico stereo, dove fu riscoperto e fotografato il (prima invisibile) trattino diagonale richiesto per collegare la barretta verticale sinistra con quella destra di ogni N (50)

 

Se Thiede sostiene che le tracce di inchiostro rimaste sono incompatibili da un punto di vista paleografico con un’alfa dopo lo iota ascritto, Ernest Muro e, più recentemente, il tedesco Stefan Enste (51), affermano invece che la proposta iniziale i + a è la migliore ed esistono esempi di alfa in documenti dello stesso periodo di 7Q5 che potrebbero essere, seppure vagamente, compatibili con le tracce di inchiostro visibili, in particolare per quanto riguarda la terminazione di sinistra della alfa (52). Il piccolo tratto obliquo che oggettivamente le analisi del 1992 misero in evidenza altro non sarebbe che il residuo di una piccola macchia sul papiro e le due lettere iota ed alfa sarebbero ben distinte, come prova anche la terminazione netta e non sfumata della presunta alfa in basso a sinistra. Nelle immagini di alcuni papiri greci di Qumran fornite da Muro si vedono in particolare i caratteristici tratti orizzontali nelle basi della A, che in alcuni casi potrebbero effettivamente assomigliare a quanto si vede sul 7Q5. La perplessità maggiore di questa proposta è data dal fatto che la presunta barra obliqua di sinistra della alfa verrebbe a terminare un po’ troppo in alto rispetto alla linea di scrittura, inoltre occorre sempre postulare che il tratto diagonale di inchiostro sia in realtà un residuo di sporco sul papiro: se è parte di un’unica lettera come ipotizzato da Thiede l’ipotesi di Boismard, Muro et. alt. collassa immediatamente. Una certa differenza si nota poi tra la grafia dello iota della linea 3 e quella del presunto iota della linea 2 di 7Q5.

 

Ipotizzando che la lettura corretta sia realmente quella di un’omega seguita da uno iota ascritto, in teoria avremmo al v. Marco 6:52 al posto di ¢ll' Ãn aÙtîn ¹ kard…a pepwrwmšnh la frase ¢ll' Ãn aÙtù ¹ kard…a pepwrwmšnh. Sarebbe ancora conciliabile con il Vangelo di Marco una tale variante? Nel primo caso il pronome greco autos è declinato al genitivo plurale: perché era il cuore di loro – autôn – indurito; nel secondo caso invece il pronome verrebbe declinato al dativo singolare: perché era il cuore a lui – autôi – indurito; si genererebbe così un assurdo linguistico. Pertanto se fosse confermata la decifrazione di i + a e si potesse avanzare l’ipotesi che lo iota è ascritto all’omega ciò sarebbe un duro colpo alla attribuzione di O’Callaghan. Diventa pertanto di fondamentale importanza la questione paleografica riguardante la corretta decifrazione e interpretazione della lettera. In aggiunta con un’alfa al posto di una eta sarebbe impossibile leggere ¹ kard…a come richiesto dal testo.

 

Occorre inoltre una indagine supplementare per verificare come venivano gestiti negli antichi manoscritti biblici (NT & AT) gli iota ascritti. Era usanza scriverli nel testo o venivano omessi? Se prendiamo in considerazione i primi codici in greco del Nuovo Testamento disponibili dall’inizio del II secolo d.C. in poi gli iota ascritti venivano omessi dal testo scritto, così aÙtù sarebbe stato trascritto semplicemente come AUTw (senza lo I dopo w) come provano numerosi esempi nei primi papiri e frammenti neo testamentari quali P52 (periodo 125-175 d.C. circa) – dove abbiamo un esempio ben conservato nella linea 4, porzione “verso”: in lšgei aÙtù lo iota ascritto non compare nel frammento – P46 (fine II secolo d.C. (53)), P90 = P.Oxy 4403 (II-III sec. d.C., porzione “along fibres”, fine della linea 5, toÚtJ), P66 (inizio III secolo d.C.) oppure P75 (prima metà del III secolo d.C.). P.Yale 1 è un frammento di codice particolarmente importante, contenente una porzione del Capitolo 14 del libro della Genesi (Antico Testamento, dunque) secondo la versione dei LXX (54); ebbene, nella linea 4 della porzione “recto” abbiamo un chiaro esempio di omissione dello iota ascritto, che non compare nel testo: l’articolo (cfr. Gen 14:5, tÍ pÒlei) è scritto semplicemente come TH (55). Seguendo la discussione di cui sopra il presunto iota dopo l’omega non farebbe parte della stessa parola ma di una parola diversa che inizierebbe necessariamente con ia. Gli esempi di cui sopra sono tratti da papiri relativamente “giovani”, tutti cronologicamente successivi a 7Q5 tranne, forse, P.Yale 1. Cosa succede se esaminiamo altri manoscritti – molto più antichi – tratti dai frammenti della LXX tipicamente ebraici e provenienti da rotoli invece che da codici? Ricordiamo che la datazione paleografica di 7Q5 è compresa tra il 50 a.C. e il 50 d.C. così il frammento potrebbe anche appartenere a un rotolo scritto prima di Cristo, scritto nella seconda metà del I secolo a.C. e non necessariamente nel I secolo dopo Cristo. In 4Q120 = 4QLXX Lev b (inizio I sec. a.C.), frammento greco di rotolo su papiro (come 7Q5) della Grotta 4 di Qumran, alla linea 1 leggiamo chiaramente AUTwI – che è l’ultima parola del v. Levitico 4:26 – con lo iota ascritto che compare ben evidente nel testo, dopo l’omega; l’inizio del v. successivo Levitico 4:27 ('E¦n d yuc¾) è fra l’altro separato dal precedente da una spaziatura corrispondente ad 1-2 lettere. Sempre in 4Q120 nella linea 3 anche utilizza lo iota ascritto. In 4Q119 = 4QLXXLev a (I sec. a.C.) nella linea 3 si legge kairù con lo iota ascritto che compare nel testo, seppure leggermente danneggiato. Anche in P.Fouad 266 a (I sec. a.C., in Genesi 38:11 tù o‡kJ sono scritte entrambe in sequenza con lo iota che compare nel testo scritto), P.Fouad 266 b (I sec. a.C., in kÚklJ, parola che compare in Deut. 21:2, è riportato lo iota ascritto) oppure in 4Q121 = 4QLXXNum (stesso periodo di 7Q5, vedi ad es. linea 7, dove in aÙtÍ compare lo iota dopo l’eta) si segnalano esempi in cui lo iota ascritto viene utilizzato nel testo sicché in base a questa considerazione l’ipotesi della DJD III di leggere più una qualunque parola che inizia per a e non per i appare perfettamente legittima. Ma l’ipotesi di leggere uno iota ascritto compreso nel testo anche in 7Q5 porta l’attribuzione assai lontano da Marco 6:52-53 oltre che dalle pratiche scribali del Nuovo Testamento e dei primi cristiani, ma più vicino ai tipici testi ebraici in greco della LXX scritti prima di Cristo.

 

Prima di concludere questo argomento segnaliamo però due importanti esempi di rotoli tipicamente ebraici in cui lo iota ascritto viene chiaramente omesso dal testo. Si tratta del rotolo dei “Profeti Minori” 8HevXIIgr e del papiro di Giobbe P.Oxy. 3522 entrambi datati paleograficamente al passaggio all’era volgare, grosso modo lo stesso periodo di 7Q5.

 

 

2.3.3 La proposta di A. Malnati: m

 

Malnati ha supposto che la lettera in discussione sia in realtà una m. Questa teoria è certamente suggestiva e interessante da un punto di vista paleografico, infatti il tratto diagonale obliquo è caratteristico di una simile lettera in papiri dello stesso periodo. Lo stesso Thiede, notoriamente molto rigido nelle sue posizioni, non ha rifiutato categoricamente la proposta di Malnati sul piano paleografico. L’unica perplessità deriva dal fatto che supponendo questa lettera essere davvero una m, essa diverrebbe complessivamente molto larga visto che la concavità della M dovrebbe trovarsi grosso modo al centro delle due barrette verticali. Scrive Malnati, che nel complesso si dichiara favorevole alla attribuzione proposta da O’Callaghan:

 

“L’ipotesi di O’Callaghan [attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53, n.d.a.] presentava però almeno un punctum dolens, un passo in cui le lettere del papiro sembrerebbero non coincidere con il testo di Marco: il passo marciano infatti presenta “autòn he kardìa” (“il loro cuore”); il papiro 7Q5 presenta tracce assolutamente impossibili da ricondurre al “ny” (la N greca) di “autòn”. E la prima novità di Thiede è proprio questa: il professore tedesco, dopo attento esame al microscopio elettronico, ritiene di poter vedere i resti di questo fantomatico “ny” e quindi di confermare in maniera definitiva l’attribuzione a Marco. Purtroppo per Thiede una simile lettura si rivela altamente improbabile: si può vedere anche sulle ottime riproduzioni fotografiche del frammento, che circolano in Internet, che il “ny” è completamente ricostruito e che non assomiglia per niente agli altri “ny” del papiro (confrontare ad esempio quelli a linea 4); inoltre un simile disegno del “ny” non è attestato in nessun papiro greco fino ad ora pubblicato. Recentemente chi scrive, ha provato, in un articolo apparso sul numero 8 di Papyrologica Lupiensia, rivista dell'Università di Lecce, a risolvere l’ingarbugliata situazione. L’ipotesi è che al posto del “ny” le tracce possano essere attribuite all’altra consonante nasale dell’alfabeto greco: il “my” (la M greca), che nella sua forma arcuata appoggiata al rigo di base meglio rispetta quanto ancora conservato dal papiro. Questo permetterebbe di salvare l’attribuzione a Marco senza vedervi lettere che sul papiro non possono essere lette. Infatti è poi semplice ipotizzare l'errore del copista (per giunta non di madre lingua greca), che avrebbe scambiato le due nasali, scrivendo “my” al posto del “ny” del testo evangelico: lo scambio delle nasali è una svista comune e che frequentemente ricorre nei papiri. Quest’intuizione è stata accolta favorevolmente da esperti della Papirologia mondiale, come Orsolina Montevecchi, titolare della cattedra all’Università Cattolica di Milano e autrice del fortunato manuale La Papirologia (Vita e Pensiero). Recentemente, anche un gruppo di ricercatori francesi della Scuola Biblica di Gerusalemme, a seguito di un nuovo esame del reperto, ha confermato la possibilità di interpretare le tracce rimaste come appartenenti ad un “my”, mentre ha escluso categoricamente di poterle attribuire ad un “ny”. Tuttavia altri illustri studiosi, come Padre Pierre Benoit e Emile Puech, sempre della Scuola Biblica di Gerusalemme, sono dubbiosi anche sul “my” (e a maggior ragione sul “ny”). La loro lettura è “iota” “alpha” (IA) che non coincide affatto con il testo di Marco. Per costoro dunque bisognerebbe pensare a qualcosa di diverso da un frammento di Vangelo; si potrebbe ipotizzare forse qualche brandello di una copia di un’opera vetero testamentaria apocrifa: del resto già il frammento 7Q3, frammento meglio conservato e dove le lettere sono più chiaramente leggibili, non è stato fino ad ora attribuito.” (56)

 

Secondo Malnati le tracce della ricostruzione proposta da Thiede porterebbero dunque ad una m per cui nella linea 2 del frammento avremmo autwm h kardia. Il cambio ni mi sarebbe quindi ammissibile e ben documentato nei papiri antichi. In questo caso si viene però ad aggiungere una ulteriore variante a quelle già proposte da O’Callaghan (cambio delta tau e omissione di epi tên gên). Su Papyrologica Lupiensia Malnati conclude così il suo articolo:

 

“La lettura proposta è m. Si tratterebbe di un m con il tratto mediano arcuato e praticamente appoggiato al rigo di base, con il montante di sinistra abraso nella sua parte superiore e con quello di destra in parte abraso e in parte mangiato dalla lacuna. […] M di simile realizzazione sono ampiamente testimoniati dalle grafie librarie dell’epoca (siamo attorno alla metà del I sec. d.C., forse un po’ prima) e rappresentano una forma più corsiveggiante rispetto al m con tratto mediano a cuspide terminante a metà del rigo: cfr. P.Oxy XXXIII 2654 (Pl. I); P.LitLond 30 (riproduzione in R. Spider, Palaographie, Taf. 19). Si ricava così la sequenza ]utwmh[ che non pone certo difficoltà insormontabili all’individuazione del passo di Marco che qui si vuol leggere: a]utwn h[ kardia. M è un banale errore per n: l’assimilazione di n a m, abbondantemente testimoniata davanti a labiale, poteva però manifestarsi anche davanti ad altre consonanti e vocali. Si può dunque concludere che, almeno limitatamente a l. 2, le lettere mostrate da 7Q5 coincidono con il testo tradito di Mc 6:52-53.” (57)

 

 

 

Figura  5 – Sopra e sotto, esempi di m (maiusc. M) tratti dal frammento di rotolo su papiro P.Oxy XXXIII 2654 (I secolo d.C.) contenente una porzione del Karchedonios, una commedia di Menandro (Oxford, Sackler Library). Altre m presenti nel medesimo documento sono per giunta diverse da queste, sensibilmente più arrotondate. Si noti nei quattro esempi come cambia la grafia della m nello stesso manoscritto.

 

 

 

Ma cosa succederebbe se accettassimo la m proposta da Malnati e quindi alla linea 2 fosse realmente presente una stringa tw + m? Mantenendo valida la attribuzione di 7Q5 a Marco 6:52-53 come proposto da Malnati verremmo ad aggiungere una variante ulteriore rispetto al testo che ci si aspetterebbe di trovare, oltre al cambio delta tau e alla omissione di epi tên gên.  Secondo Thiede:

 

“Le ricerche al computer, utilizzando ogni possibile lettera variante, per esempio mi invece di ni non sono riuscite ad individuare alcun testo diverso da quello di Marco 6:52-53. Se questo frammento della Grotta 7 di Qumran significa qualcosa, questo è certamente un frammento del Vangelo di Marco. Il confronto paleografico e le più recenti analisi al microscopio (utilizzando un microscopio a scansione laser a vera confocale) hanno mostrato che la discussa lettera è un ni preceduto da un omega. Di conseguenza il suggerimento di leggere mi invece di ni proposto da Aristide Malnati resta interessante e può forse animare un ulteriore dibattito, ma non è necessario per la corretta identificazione del frammento 7Q5 con Marco 6:52-53.” (58)

 

 

 

    

 

Figura  6 – A sinistra: una mi tratta dal papiro (non biblico) P.Princeton II 67 (I-II sec. d.C.) Si noti lo stile corsiveggiante, assai poco epigrafico, e il fatto che la parte “destra” della lettera non tocca il rigo di base. Al centro: le tracce di inchiostro rimaste sul papiro 7Q5 (si tenga presente che nella parte sinistra è stato scoperto un piccolo tratto diagonale). A destra: una mi tratta dal frammento 7Q4,1 di Qumran, stesso periodo e zona geografica di 7Q5.

 

 

 

 

 

 

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NOTE AL TESTO

 

(16) Vedi gli articoli J. O’Callaghan sulla rivista Biblica, Papyros neotestamentarios en la cueva 7 de Qumran?, Biblica 53 (1972), pp. 91-100 e J. O’Callaghan, Notas sobre 7Q tomades en el Rockefeller Museum de Jerusalem, Biblica 53 (1972), pp. 517-533. In tempi più recenti è stato pubblicato il libro di J. O’Callaghan, Los Primeros Testimonios del Nuevo Testamento. Papirologia Neotestamentaria, Ediciones El Almendro, Cordoba, 1995.

(17) C.P. Thiede, 7Q. Eine Rückkehr zu den neutestamentlichen Papyrusfragmenten in der siebten Höhle von Qumran, Biblica 65 (1984), pp. 538-559. Si tratta del primo di una lunga serie di contributi da parte del papirologo tedesco a sostegno e integrazione delle tesi di J. O’Callaghan. 

(18) Vedi ad esempio la conferenza tenuta da J. O’Callaghan presso la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, 11/03/1996.

(19) Il lago di Tiberiade veniva anticamente chiamato anche lago di Genèsaret o, data la sua vastità, mare di Galilea. La città o regione di Genèsaret si trovava a nord ovest di questo lago. La questione relativa all’esistenza di Genèsaret come vera e propria città attorno al I secolo d.C. è dibattuta. Vedi anche nota 71.

(20) Ricerca eseguita nella Bibbia edizione C.E.I., sul testo in lingua italiana.

(21) Un breve profilo di J. O’Callaghan si trova nel Cap. 4 del presente articolo.

(22) Vedi O. Montevecchi, La Papirologia, Vita e Pensiero, Milano, 1988, seconda ristampa, 1998, a pag. 322.

(23) I papiri e gli onciali (gr., lat.) del Nuovo Testamento sono circa trecento, se si sommano anche i manoscritti in corsivo e i lezionari liturgici la mole dei manoscritti sale a quasi seimila. Aggiungendo a questo materiale anche le versioni nelle lingue antiche (copto e dialetti, siriaco, ecc..) si raggiunge la cifra di dodicimila manoscritti ciascuno dei quali differisce leggermente dagli altri  (sic!)

(24) Tra questi cinque mss. il più antico è il codex veronensis (b) del IV-V secolo. Si noti che questi mss sono in latino, non in greco. La vetus latina raggruppa tutte le versioni in latino precedenti la Vulgata di San Girolamo, del V secolo.

(25) Ricerca condotta sul manuale di A. Merk, G. Barbaglio, Nuovo Testamento greco e italiano, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1984, ristampa del 1997. Concorda essenzialmente con il Nestle-Aland NA27 e con l’apparato critico di Biblon 2000 project.

(26) Tutti i manoscritti del Vangelo di Marco riportano infatti diaperasantej, non si conoscono varianti.

(27) Cfr. J. O’Callaghan, El cambio d >t  en los papiros biblicos, Biblica, 54 (1973), pp. 415-16.

(28) Da: Vida y Espiritualidad, intervista a Padre J. O’Callaghan, maggio-agosto 1995, anno 11, N.31.

(29) Vedi op. cit., Biblica, 54 (1973), pp. 415-16.

(30) Erode il grande morì nel 4 a.C.: siamo quindi a ridosso del periodo in cui visse Gesù. Di questa lapide esistono due copie, una completa conservata a Istanbul al Museo Nazionale della Turchia e un frammento conservato al Rockefeller Museum di Gerusalemme. L’esistenza di una simile iscrizione presso il tempio è attestata anche da Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 15.417.

(31) E. Mayser, Grammatik der griechischen Papyri aus der Prolomäerzeit, I, 1, Leipzig, 1906, p. 175.

(32) L. Radermacher, Neutestamentliche Grammatik. Das Griechish des Neuen Testaments im Zusammmenhang mit der Volkssprache, Tübingen, 1925, p. 46.

(33) Cfr. C.P. Thiede, I rotoli del Mar Morto – le radici ebraiche del cristianesimo, Mondadori, 2003 (prima edizione in lingua inglese 2001)

(34) C.P. Thiede, Il papiro di Magdalen la comunità di Qumran e le origini del Vangelo, PIEMME, 1997 (prima edizione in lingua inglese 1995). Nei mss. antichi abbiamo anche il caso opposto, ovvero il passaggio da tau a delta; per esempio nel Codex Claromontanus (VI secolo) in Ebrei 10:29 è scritto doke‹de invece della parola formalmente corretta doke‹te.

(35) Abbiamo un esempio di cambio delta tau relativo alla parola diakosias che però deriva da duo (due) ed ekaton (cento) e riguarda il numero “duecento”; l’esempio non coinvolge pertanto la preposizione dia.

(36) Il papiro P75 è uno dei papiri detti di Bodmer, contiene stralci dei Vangeli di Luca e Giovanni ed è datato al periodo 250 d.C. circa.

(37) Per esempio la pagina del papiro P66 (Bodmer II) contenente Giovanni 7:32-38 da me analizzata è costituita da 21 linee la cui situazione si può riassumere nei segg. termini. Linea 1: inversione di una parola e mancanza di due lettere in altrettante parole; linea 2: aggiunta di uphretaj; linea 3: omissione di uphretaj (cfr. linea 2); linea 7: omissione di me e modifica di una parola (eurhjetai invece di eurhsete); linea 9: eipon invece di eipan; linea 10: inversione di parole, outoj leggei invece che leggei outoj; linea 15: aggiunta della parola oti; linea 16: Zhthsetai invece di zhthsete, eurhsetai anziché eurhsete, inoltre c’è una omissione di me; linea 17: omissione della parola umeij; linea 19: correzione dello scriba che ha aggiunto in seguito alcune lettere, mancanza della e inziale in eisthkei; linea 21: aggiunta al disotto della linea di due parole erroneamente mancanti nella prima stesura (proj me). Circa la metà delle linee riporta delle modifiche rispetto al testo odierno così un piccolo frammento di questo papiro potrebbe cadere effettivamente in un’area di significativa diversità rispetto al testo oggi noto. La situazione non è molto diversa se si considerano altre porzioni di questo papiro. Si potrebbero esaminare altre pagine del papiro, grosso modo ottenendo gli stessi risultati.

(38) L’itacismo è una pronuncia bizantina del greco che dà alla h (eta) il valore del suono i (iota).

(39) Cfr. E.C. Colwell, Method in Evaluating Scribal Habits: a Study of P45, P66, P75, studio pubblicato nel 1965.

(40) Queste differenze sono significative testualmente soltanto in pochissimi casi; tuttavia è evidente che da un punto di vista paleografico piccole variazioni come errori ortografici, inversioni di parole, abbreviazioni e sim. pur non cambiando la sostanza del testo acquistano un peso determinante in quanto rendono difficile identificare un piccolo frammento.

(41) L’esempio del papiro P9 è stato portato da J. O’Callaghan in Notas sobre 7Q tomadas en Rockefeller Museum de Jerusalèn, Biblica, 53 (1972), pp. 528-30.

(42) Il cambio da kappa a gamma infatti è ben conosciuto negli antichi manoscritti e nelle iscrizioni. Fino al XIX secolo si credeva che dal I sec. a.C. in poi la forma eg- prima di g, b, d, l, m, n venisse regolarmente cambiata nella forma ek-. I lavori di alcuni paleografi hanno invece provato che la forma eg- è stata utilizzata fino alla fine del I sec. d.C. o addirittura nel II secolo d.C.; Young Kyu Kim (1988) ha utilizzato questa argomentazione per sostenere che P46, papiro contenente regolarmente la forma eg- davanti a b, d, l invece della più “moderna” forma ek-, deve essere datato alla fine del I secolo dopo Cristo (cfr. Paleographic Redating of P46 to the First Century, Biblica, 69, 1988). Altri manoscritti biblici in greco che mostrano il cambio kappa gamma sono 8HevXIIgr e 4Q119 = 4QLXXLev a.

(43) Si tratta di una mancanza leggibile sul frammento, non postulata per ragioni sticometriche. Si noti che in 7Q1 e 7Q2 non abbiamo comunque errori ortografici o cambi di lettera nelle linee che si sono conservate.

(44) Abbiamo contato qui come “chiare” la tau sulla l. 2 (che la Spottorno legge come gamma) e la sigma (o è una epsilon?) della l. 5.

(45) Marco 6:52-53 [52] oÙ g¦r sunÁkan ™pˆ to‹j ¥rtoij, ¢ll' Ãn aÙtîn ¹ kard…a pepwrwmšnh. [53] Kaˆ diaper£santej ™pˆ t¾n gÁn Ãlqon e„j Gennhsart kaˆ proswrm…sqhsan.

(46) C.M. Martini, Note sui papiri della Grotta 7 di Qumran, Biblica, 53, 1972.

(47) Il frammento P52 (conservato alla John Rylands Library di Manchester) contiene sulla facciata anteriore Gv 18:31-33, su quella posteriore Gv 18:37-38, è stato datato attorno al 150 d.C. ± 25 anni. E’ uno dei frammenti più antichi attribuito con certezza al Nuovo Testamento. Alcuni tendono a retro datarlo addirittura alla seconda metà del I secolo.

(48) Da: Vida y Espiritualidad, intervista a Padre J. O’Callaghan, maggio-agosto 1995, anno 11, N.31.

(49) Un articolo di A. Malnati, Proposta di una nuova lettura a 7Q5, 2, compare in Papyrologica Lupiensia n. 8, 1999, pp. 171-178.

(50) C.P. Thiede, I rotoli del Mar Morto e le radici ebraiche del cristianesimo, Mondadori, 2003 (prima edizione in lingua inglese 2001), pp. 185-188.

(51) Cfr. S. Enste, Qumran-Fragment 7Q5 ist nicht Markus 6,52-53, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik (Z.P.E.), 126, 1999, pp. 189-194.

(52) Vedere il sito www.breadofangels.com, tra i documenti studiati da Muro si segnalano in particolare 4Q120 e 4Q126.

(53) Il papirologo Young Kyu Kim ha proposto di datare P46 alla fine del I secolo d.C., sulla base di considerazioni paleografiche e linguistiche (vedi Biblica, Vol. 69, N. 2, 1988).

(54) P.Yale 1 è uno dei più antichi esempi in assoluto di codice, vedi nota 8. Bradford Welles, il primo che lo pubblicò, lo datò al 90 d.C. circa e soprattutto a causa del formato lo considerò un prodotto cristiano piuttosto che ebraico. Turner e Treu propendono però per una data più recente, a cavallo tra il II e il III secolo d.C. così la questione è dibattuta.

(55) Notare anche che nella linea 6 della porzione “recto” il v. Genesi 14:7, che inizia con un Kai come Marco 6:53, è separato da uno spazio bianco (di circa un paio di lettere di ampiezza) dalla fine del v. Genesi 14:6.

(56) Da un articolo di A. Malnati pubblicato su Avvenire dell’11/09/2003.

(57) Dall’articolo di Malnati: Proposta di una nuova lettura a 7Q5, 2 in Papyrologica Lupiensia n. 8, 1999, pp. 171-178.

(58) Articolo di C.P. Thiede, Avvenire, 03/12/2003.

 

 


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