CRESCITA ED ESPANSIONE (IX-XIV SEC.)

 

Nell’arco di quattrocento anni, parliamo dei secoli che vanno dal IX al XIV, l’Europa uscì completamente ridisegnata nel suo aspetto. La popolazione a lungo stagnante conobbe una crescita quasi esponenziale, in regioni come Italia e Francia raddoppiò, in altre meno popolate come la Germania o l’Inghilterra addirittura triplicò; le città in decadenza e stagnazione dai tempi dell’impero romano ricominciarono a prosperare, con esse le infrastrutture (strade, ponti, scali) e le vie commerciali che ripresero vigore, questo mentre l’occidente riusciva finalmente a reagire alla pressione islamica, che l’aveva investito sin dal VII secolo, riconquistando o occupando terre nuove.

Molti storici vedono proprio in questo periodo la nascita di quella potenza che permetterà all’occidente di divenire la società egemone dell’intero pianeta durante l’età moderna.

 

A lungo gli storici si sono interrogati su come questo mutamento della società europea, un mutamento radicale e definitivo, si sia originato e se il suo carattere fu quello di una lenta e costante crescita o quello di un improvvisa spinta che investì un’economia fino a quel momento sostanzialmente depressa.

La seconda idea prevaleva fino a non molto tempo fa, ma l’emergere di traccie di dinamismo economico nel sistema della curtis, l’ormai accertata persistenza degli scambi commerciali con l’oriente nonostante la rottura causata dall’arrivo degli arabi nel mondo mediterraneo, hanno indotto gli storici a rielaborare l’idea di crescita, sviluppando così la visione di un lento crescere costante dell’economia europea a partire dall’VIII secolo.

Crescita lenta quindi, ma il termine crescita per i secoli medioevali non può rifarsi necessariamente ai termini economici moderni; la crescita medioevale fu sostanzialmente differente da quella che ci sarà durante la rivoluzione industriale, di fatti non vi fu nessun grosso cambiamento nel rapporto fra popolazione agricola e quella impiegata nel secondario, così come non vi fu fra popolazione inurbata e residente nelle campagne. A cambiare quindi non furono i rapporti produttivi ma la loro quantità e diffusione che così permisero la nascita di una nuova società.

 

L’unica fonte alla quale possiamo rifarci per avere un idea delle dimensioni del cambiamento che investirono l’Europa dal punto di vista demografico è il confronto fra il doomsday book, voluto da Gugliemo il Conquistatore nel 1086 per verificare quali erano le risorse del regno d’Inghilterra, e i censimenti fiscali del ‘300. Stando ai dati che queste fonti ci forniscono la popolazione inglese sarebbe passata nell’arco di duecentocinquanta anni da poco meno di due milioni di abitanti a sei.

Le stime demografiche dello stesso periodo riguardanti l’intero continente ci parlano di un salto da 22 milioni di abitanti a 54 milioni fra il 950 e il 1300, le stesse stime per la Francia ci parlano di un aumento di 4 milioni di abitanti, da cinque a nove, per l’Italia da cinque a otto, per la Germania da tre a nove milioni.

La crescita tuttavia non fu uguale in tutte le aree ne in senso cronologico ne, come abbiamo visto, in senso quantitativo; segni di forte ripresa erano già evidenti in Italia e nelle Fiandre oltre che in Francia già nell’IX secolo, mentre in altre zone come in Germania e Inghilterra i segni della crescita divennero evidenti solo a partire dall’XI secolo.

La crescita demografica medioevale in realtà non fu ne improvvisa ne esponenziale, questo smentisce ogni paragone fra il decollo dell’Europa e quello del Terzo mondo, perché se ben osserviamo il tasso di crescita non superò mai il 6 per mille, quella medioevale è quindi una lunga crescita per accumulo, cominciato probabilmente sin dall’VIII secolo.

A lungo ci si è chiesto quali fossero le ragioni di una così spettacolare crescita della popolazione; si è attribuito il merito alla tecnologia, al rinascere delle città oppure all’aumento della produzione agricola tramite l’utilizzo di nuove tecniche; tuttavia andando a osservare per bene il fenomeno ci si accorge di come tutti questi fattori siano la conseguenza del dover implementare una crescita della popolazione già in atto; inoltre la maggior parte di essi è databile solo dopo il IX secolo, epoca nel quale come già detto vi era una crescita della popolazione già in molte aree.

Da chiedersi a questo punto è come mai la popolazione cominciò a crescere solo a partire dal IX secolo e non in precedenza; è un fatto accettato da tutti i demografi che una popolazione immersa in uno spazio in cui le risorse e la possibilità di espandere la produzione agricola, esattamente la situazione dell’Europa dei secoli VI-VIII, tende a crescere naturalmente; ma allora perché occorsero tre secoli alla popolazione per ricominciare a crescere in maniera visibile?

La risposta sta nella crisi che l’Europa continentale si trovò a vivere dopo la caduta dell’impero romano, la crisi cominciata nel III secolo d.c. si era sempre più ingigantita e le guerre, le pestilenze, la decadenza del sistema commerciale causarono un rapido declino della popolazione, ben presto questo declino si riflettè sulla produzione agricola che cominciò a calare; questo circolo vizioso cominciò ad arrestarsi solo dopo la fine delle grandi invasioni e la cessazione delle pestilenze, mentre la ritrovata stabilità politica favoriva la crescita, tutto ciò avvenne nell’VIII-IX secolo con la nascita dell’Europa carolingia e del sistema economico curtense.

Alla ripresa della crescita demografica fece seguito a partire dal X-XI secolo un progressivo allargamento della aree coltivate, ben presto l’economia altomedioevale venne superata e con essa la tendenza all’autoconsumo che investiva l’intera società europea, l’estensione delle colture raggiunse l’apice nel corso del XII secolo, per poi ridursi mano a mano fino agli inizi del XIV quando la stagnazione della produttività diede origine a carestie e declino demografico.

 

Alla crescita demografica concorsero oltre all’aumento delle terre coltivate anche una serie di innovazioni tecniche nella coltivazione e nella gestione dei campi.

La prima innovazione fu l’introduzione del cosiddetto “aratro pesante”, un aratro rivestito di ferro che permetteva una maggiore penetrazione nel suolo e di conseguenza rivoltando le sostanza fertilizzanti presenti in esso anche una maggiore resa del terreno. Questo strumento era una falsa innovazione in quanto venne importato dall’Asia centrale nel corso del VII-VIII secolo in Europa orientale, in questo periodo infatti era in uso già in Boemia e Polonia.

L’uso dei metalli si estese anche alla ferratura degli zoccoli degli animali, assicurandone così una maggiore durata, altresì nuovi collari aumentarono l’efficienza del lavoro animale.

Alto fattore innovativo fu la rotazione triennale delle colture, di cui però non dobbiamo sopravvalutare l’importanza perché fu un modello agricolo poco diffuso che prese piede solo nelle regioni dove la piovosità era tale da consentirne l’applicazione.

Anche il miglioramento della resa agricola fu fra i fattori che realmente contribuirono alla crescita della produzione, la resa media dell’età carolingia era di uno a tre e al massimo essa riuscì nel corso dei secoli centrali del medioevo ad arrivare ad uno a quattro, in realtà a far aumentare le rese agricole contribuirono la razionalizzazione nell’uso delle terre, divise in campi specializzati per tipo di coltivazione e le innovazioni nelle tecniche lavorative, come l’aumento del numero di ore per ettaro procapite o la densità delle coltivazioni; questi fattori stanno alla base di una trasformazione dell’agricoltura da estensiva e basata sull’autoconsumo a intensiva e destinata alla commercializzazione.

Più che migliorare la produzione quindi le nuove tecniche agricole e i metodi di lavoro ad esse connesse servivano a rallentarne la diminuzione in vista della crescita demografica che si trovavano a soddisfare. La crescita della popolazione sul lungo periodo fu dunque assicurato dalla crescita di tutti i fattori produttivi: terra, lavoro, investimenti.

L’innovazione tecnologica però non si limitò all’ambito agricolo, la lavorazione dei metalli, l’estrazione mineraria, l’edilizia in pietra furono tutti campi oggetto di innovazioni nei secoli centrali del medioevo, innovazioni figlie della rinascita economica dell’occidente e destinate a soddisfarne i crescenti bisogni.

Sempre nel corso di quest’epoca andiamo incontro a una progressiva differenziazione del lavoro artigianale e di quello agricolo, in precedenza uniti nella curtis e poi separati dall’affermazione del borgo e poi della città come centro dell’artigianato.

Altro cambiamento fu quello che riguardò la infrastrutture, da tempo in decadenza esse subirono un incredibile progresso nel corso dei secoli XI-XIII, nuove strade, canali, ponti, moli, attracchi vennero costruiti in modo da facilitare la viabilità del vecchio continente; la rete stradale che si creò in questo periodo diverrà l’ossatura di quella dell’età moderna.

Tuttavia nonostante l’incredibile progresso della rete viaria la maggior parte degli spostamenti di beni avveniva lungo i fiumi; la navigazione fluviale infatti in questo periodo era di gran-lunga più efficiente di quella terrestre e permetteva un più facile trasporto delle merci, attraverso i canali navigabili e i fiumi si poteva raggiungere pressoché qualunque punto del continente specie in quelle aree che poi diverranno il cuore commerciale dell’Europa (Fiandre, Pianura padana, ile de France, Reno) la rete fluviale rivesti notevole importanza grazie alla sua estensione e ampiezza.

Favoriti dall’ampiezza della rete commerciale furono in primo luogo i commerci che in questo periodo ricominciarono a prosperare, una prosperità dovuta in gran parte alla rete di mercati che andò ramificandosi su tutto il territorio, addirittura si creò una gerarchia dei mercati in cui prevalevano per grandezza e varietà dei prodotti quelli delle città, mentre a mano a mano che ci si allontanava da esse il mercato diveniva periodico e con una minore scelta di prodotti, vista la minore richiesta di beni delle campagne.

 

I cambiamenti economici di cui abbiamo parlato fino ad ora investirono anche gli ambiti familiari;

l’insediamento su nuove terre e l’ampliamento degli spazi coltivati fecero in modo che l’età da matrimonio si abbassasse e inoltre le famiglie estese andarono diminuendo, facendo spazio a partire dall’anno mille a famiglie nucleari che meglio si prestavano all’opera di colonizzazione della terra che si andava verificando nel periodo.

Furono queste famiglie che si iniziarono a spingere poi nel corso del XII-XIII nei territori “esterni” alla cristianità colonizzandoli, le stime parlano di oltre mezzo milione di persone che si recarono dalla Germania in Slesia, Polonia, Boemia, Pomeriana e nell’Ostland.

Questa migrazione era sospinta dalla pressione che l’aristocrazia esercitava nelle sue tenute latifondiste, il signore per ottenere un maggiore surplus da poter vendere fuori dalla sua tenuta spesso pressava sui lavoratori, quest’ultimi poi non si rivelavano restii dal poter acquisire il controllo di un pezzo di terra proprio, cosa che facilmente si otteneva partecipando alle colonizzazioni.

Il surplus generato dall’aumento della produttività richiesto dal signore serviva per avere le risorse necessarie per l’acquisto di beni di fattura artigianale o per l’acquisto di prodotti di lusso importati dai mercanti, così il surplus prelevato dagli aristocratici cominciò col stimolare il settore secondario e quello terziario dell’economia.

I signori inoltre ebbero il merito di favorire lo sviluppo commerciale delle campagne, essi si fecero promotori della creazione di centri di scambio rurale, così il commercio riusciva a uscire così dalle città e a portare i suoi prodotti nelle campagne.

Come già detto in precedenza notevole importanza ebbero anche le opere di bonifica, queste furono appannaggio dei signori locali, a partire dal X secolo e fino al XII, grazie ai conti di Fiandra molte terre dell’attuale Olanda verranno strappate la mare e colonizzate. L’insediamento sul territorio promosso dalle aristocrazie assumeva la forma di borghi fortificati, questi borghi avevano due scopi il primo era quello di assicurarsi una posizione difensiva e il secondo quello di raccogliere la popolazione concentrandola, la concentrazione di popolazione in questi borghi permise ai signori feudali di strappare ai sovrani tutta una serie di privilegi che erano tanto maggiori tanto più era importante il borgo.

Anche nella colonizzazione delle nuove terre i signori laici investirono risorse energie col duplice scopo di aumentare il loro possessi fondiari e rendere produttive le nuove terre; fu grazie alle loro vittorie sui musulmani in Spagna o sugli Slavi a est che i contadini in cerca di migliori fortune e di maggiore libertà (che i signori garantivano per attirare nuove braccia nelle loro terre) poterono a partire dall’X secolo cominciare a trovare spazi produttivi che fossero fuori dal Europa carolingia.

Persino con la partecipazione alle crociate la feudalità europea contribuì notevolmente alla crescita economica del continente, le città della costa siro-palestinese occupate dai cristiani divennero meta di mercanti (Genovesi, Pisani e Veneziani in primo luogo) e poi anche di artigiani contribuendo all’espansione economica.

La nobiltà quindi contribuì all’espansione economica come testa di ponte delle altre classi sociali, trasformando le proprie tenute in aziende il cui scopo era produrre un surplus in denaro o argento i signori stimolavano l’economia, un economia che grazie alla ritrovata circolazione del denaro come vedremo tra poco si ridisegnò completamente.

 

A lungo s’è creduto che la ripresa della circolazione monetaria fosse una delle conseguenze della ripresa economica europea. Le tracce archeologiche e i documenti però attestano che essa fu probabilmente fra le cause del rinnovato vigore dei commerci e non una conseguenza di questi ultimi, in Frisia la circolazione monetaria era già ben sviluppata sin dall’VIII secolo grazie agli intensi scambi commerciali del mar Baltico. Altrettanto si può dire delle regioni meridionali, in Italia sostanzialmente la circolazione monetaria non si arrestò mai, mentre in Catalogna le monete d’oro araba usate come soldo per i mercenari cristiani a servizio del califfo di Cordoba si diffusero sin da prima del X secolo.

La moneta d’argento coniata dai carolingi, il denaro, col tempo cominciò a perdere di valore, questo perché l’argento diveniva sempre più raro e anche perché le zecche che battevano moneta divennero numerose con il proliferare dei poteri locali nel corso del IX secolo. Fu così che a partire dalla seconda metà del 1100 la scoperta di nuovi giacimenti d’argento permise la coniazione di una nuova moneta, il denario grosso, più pesante del suo predecessore, il quale a causa dello svilimento che viveva divenne la moneta dei pagamenti quotidiani, mentre nelle transazioni commerciali il nuovo conio diveniva dominante, anche perché emesso solo dai principati feudali più importanti o dalle città mercantili più floride.

Dalla seconda metà del ‘200 i mercanti italiani si erano assicurati, grazie agli scambi commerciali con Bisanzio e i paesi del mediterraneo, flussi regolari di pagamenti d’oro, fu così che in occidente iniziò a essere coniata nuovamente la moneta d’oro, nel 1250 le zecche di Genova e Firenze cominciarono a batterla, seguite dalle principali monarchie europee e da Venezia.

La circolazione del denaro come abbiamo visto quindi era presente sin dall’epoca della curtis, la quale si inseriva già in un sistema commerciale basato sulla circolazione del denaro, col tempo e lo stabilizzarsi di questo sistema commerciale il denaro ridisegnò i rapporti fra il proprietario terriero e i coltivatori.

Le grandi proprietà disperse si frantumarono, mentre la pars dominicia divenne più omogenea e si orientò per soddisfare le richieste del centro urbano di riferimento, attraverso una trasformazione molto lenta i proprietari ridisegnarono i rapporti con i contadini, alle vecchie prestazioni d’opera si sostituirono il pagamento di affitti, questa trasformazione tuttavia non ebbe la stessa velocità in tutte le parti del continente, presenta infatti differenze da regione a regione, fu per esempio più rapida in Francia e Germania e molto lenta in Inghilterra, tuttavia alla lunga il processo si completò e alla fine del XII secolo ormai il proprietario terriero basava la gestione della sua tenuta su affitti di breve durata, contratti scritti e canoni parziari.

In Italia si venne creando tuttavia una situazione molto particolare. Nel mezzogiorno le prestazioni d’opera furono introdotte in maniera limitata solo dai Normanni nel corso del XI secolo e per di più in maniera molto limitata, mentre nell’Italia centro settentrionale la precoce crescita urbana e la necessità di soddisfare i mercati cittadini misero i proprietari in condizione di creare da subito contratti che prevedevano la cessione di una parte delle rese agricole, in genere la metà, anticipando così la mezzadria.

Tuttavia la diffusione del denaro, che pure aveva contribuito alla modifica dei rapporti fra proprietario e coltivatore, non riuscì a modificare sostanzialmente le condizioni di vita dei contadini poveri; infatti gran parte della produzione agricola era comunque destinata all’autoconsumo, il quale assorbendo assieme ai canoni, in natura o denaro, quasi tutta la produzione agricola non lasciava margini di guadagno ai produttori che difficilmente potevano cambiare la loro condizione di vita.

 

E’fatto accertato che le città europee nel corso dei secoli IX-XIII vissero una spettacolare crescita dimensionale e quantitativa, tuttavia non dobbiamo lasciarci ingannare dagli aspetti di questa evoluzione urbana. Sebbene la popolazione urbana crebbe rapidamente, questa crescita non va spiegata come spostamento di popolazione dalle campagne alle città (fenomeno tipico della rivoluzione industriale) ma va semplicemente inserita all’interno dell’aumento demografico complessivo del continente. La percentuale di popolazione urbana infatti aumentò all’incirca del 3% orientandosi intorno ad una percentuale complessiva del 12-15%.

Ovviamente le differenze sono notevoli da regione a regione, nel cuore urbano del continente europeo (Fiandre e Pianura padana) la percentuale di popolazione urbana sfiorava il 20% molto probabilmente, mentre nelle regioni periferiche come Scandinavia o Inghilterra doveva essere notevolmente più bassa.

Anche nel definire l’entità stessa della città medioevale ci troviamo di fronte ad una serie di problemi connessi alle differenze sociologiche delle varie regioni del continente, ad esempio se osserviamo la città dal punto di vista quantitativo il sud Europa (Italia in primo luogo) da luogo ad una diffusione urbana di notevoli dimensioni, con città diffuse pressoché ovunque, mentre il nord Europa sembra essere caratterizzato dall’assenza di qualunque traccia urbana; al contrario se osserviamo la vita urbana da un punto di vista funzionale ci accorgiamo di come i rapporti si rovesciano privando del rango di città numerose località dell’Europa mediterranea, specie del mezzogiorno d’Italia.

La carta dell’urbanizzazione europea può essere resa tuttavia come una piramide, alla base troviamo i centri rurali o borghi, che costituiscono la gran parte del tessuto urbano europeo, con poche migliaia di abitanti; sopra di questi troviamo le città di dimensioni piccole e medie che assumono funzioni più variegate nel territorio in cui sono poste, sedi di tribunali e diocesi sono anche piccoli centri commerciali su scala locale, fino a questa dimensione tuttavia esse non ricoprono alcuna importanza a livello sovra regionale e non sono inserite in genere nei traffici internazionali; infine abbiamo le città di grandi dimensioni che occupano un ruolo primario nel sistema urbano europeo, sedi dei principi più importanti o dei re, oppure centri commerciali interregionali, sedi di università e delle diocesi più importanti e soprattutto caratterizzati dalla presenza dell’industria che le differenzia dalle città più piccole.

La distribuzione della rete urbana italiana era poi del tutto particolare analizzandola ci accorgiamo di come presentasse delle differenze che sostanzialmente erano diverse a seconda se ci troviamo nel nord, nel centro o nel sud del paese; la prima differenza riguarda la percentuale di popolazione urbana, essa sfiora il 30% nel centro, poco meno nel sud e si attesta intorno al 15% nel nord; va detto tuttavia che molte delle “città” meridionali in realtà pur avendo dimensioni demografiche da essere considerati tali sono solo borghi di enormi dimensioni in cui la popolazione agricola si concentra, tale fenomeno è particolarmente evidente in Puglia e Sicilia.

L’agricoltura del nord Italia poi è di gran lunga la più produttiva del continente, cosa che consente alla popolazione di avere un maggior numero di addetti ai settori secondario e terziario. Alla ricchezza delle città dell’Italia centro settentrionale contribuiva anche il loro inserimento in una fitta rete stradale e navigabile che permettevano loro di inserirsi facilmente negli assi commerciali a lunga distanza, fu questo assieme alla rivoluzione commerciale che si profilo nel corso degli inizi del XIII secolo a decretarne il successo economico.

Il commercio a partire dal 1200 subì una vera e propria rivoluzione; la disponibilità di denaro derivata dalle rendite agricole degli aristocratici e il sempre maggior volume delle merci in movimento sia all’interno dell’Europa che da e per essa gettarono le basi per la creazione di un nuovo modo di far commercio.

Mentre fino a questo momento il commercio s’è svolto tramite i viaggi di mercanti itineranti a partire da questo periodo abbiamo la nascita delle prime compagnie commerciali.

Dapprima esse assunsero il nome di commenda, avevano validità temporale limitata ad un solo viaggio ed erano vincolate da un contratto scritto che garantiva i diritti dei soci partecipanti alla spedizione.

Ad un certo punto però il volume degli scambi raggiunse un livello tale da permettere la creazione di un sistema stabile di compagnie commerciali, queste formate da molti soci affidavano ad una complessa organizzazione fatta di filiali, appalti e agenti esteri, questo nuovo modo di far commercio ebbe origine nelle città marinare italiane, ma ben presto si diffuse ovunque il volume degli scambi raggiungesse un volume tale da consentire l’esistenza di tali società.

Le città italiane erano quindi per prime ad essere investite dai flussi commerciali che venivano a crearsi in quanto esse erano la cerniera fra l’Europa e il Mediterraneo, le compagnie che qui nacquero assunsero dimensioni che non avevano precedenti nella storia della finanza, per la prima volta nacquero le forme prototipo del capitalismo, ciò fu dovuto in gran parte all’evoluzione della finanza e del credito che servendosi per la prima volta di strumenti come lettere di cambio, conti correnti, lasciando quindi da parte il denaro contante permisero una circolazione del denaro senza precedenti. Il sistema economico che ebbe origine in Italia nel corso del XIII secolo poi si estese a tutta Europa, i banchieri e i mercanti della Lombardia e della Toscana fecero scuola a tutti i grandi gruppi finanziari del continente europeo che nacquero nei successivi tre secoli.

Il centro finanziario dell’intero continente era costituito dal quadrilatero che si inscriveva fra le città di Genova, Milano, Venezia e Firenze; Venezia e Genova con le loro flotte mercantili e il costante flusso di merci di cui erano investite divennero i principali centri commerciali dell’intero occidente, Milano già nel XI secolo era ormai la più grande città europea e sicuramente aveva un ruolo preminente come centro industriale, così come l’intera area padana era sicuramente la più produttiva del continente, infine Firenze divenne il principale centro finanziario del mondo occidentale; grazie a questo successo gli imprenditori dell’Italia centro-settentrionale poterono acquisire il controllo di intere branche dell’economia di un paese, come accadde alla produzione laniera inglese o oppure al grano dell’Italia meridionale, tutto ciò avveniva attraverso una serie di compagnie commerciali (Bardi, Peruzzi e Acciaroli) che assunsero dimensioni tali da poter essere paragonate a vere e proprie multinazionali, sia per volume d’affari gestito sia per la ramificazione delle loro filiali, presenti pressoché in tutte le grandi città del continente.

 

Si veniva configurando uno scenario economico di sviluppo che pur presentando caratteri simili a quello di molte altre società preindustriali aveva una notevole differenza: la capacità di affrontare le crisi. La prova sta nello sviluppo che l’Europa cominciò dopo la crisi e la stagnazione dei secoli XIV-XV, nella seconda metà del ‘200 i limiti della crescita erano ormai evidenti e la stagnazione stava già cominciando a manifestarsi in tutti gli ambiti economici del continente, per fortuna l’equilibrio che si era creato venne spezzato dalle grandi crisi del ‘300, prima fra tutte la peste del 1348 che sterminando parte della popolazione creò ampi spazi per una ripresa e un riassetto dell’economia.

 

 

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