FILM DEL MESE 2012                                  

 

 

 

gennaio                                                         

Clint Eastwood – J. Edgar

Jean-Pierre Améris - Emotivi anonimi

Jasemin Samdereli – Almanya

Giuliano Montaldo – L’industriale  

Steve McQueen – Shame   

Tomas Alfredson – La talpa    

Stefano Sollima – A.C.A.B.   

Jasmila Zbanic – Il sentiero   

G. Paquet-Brenner – La chiave di Sarah   

 

febbraio

Martin Scorsese - Hugo Cabret

Nadine Labaki – E ora dove andiamo ?  

Diego Garcia – Albert Nobbs  

David Fincher – Millennium – Uomini che     odiano le donne   

Alexander Payne – Paradiso amaro    

Phyllida Lloyd – La Lady di ferro    

Roberto Faenza – Un giorno questo dolore ti sarà utile

Olivier Nakache, Eric Toledano – Quasi amici    

 

marzo

Paolo e Vitt. Taviani - Cesare deve morire

Carlo Verdone – Posti in piedi in paradiso

Radu Mihaleanu –La sorgente dell’amore

Ann Hui – A simple life

Marco T.Giordana – Romanzo di una strage

 

aprile

Carlo Virzì – I più grandi di tutti

D. Vicari -Diaz. Non pulire questo sangue  

G. Canet – Piccole bugie tra amici   

Gianni Amelio – Il primo uomo     

Laura Morante – Ciliegine      

 

maggio

Gary Ross – Hunger Games      

Tim Burton – Dark Shadows       

Philippe Lioret – Tutti i nostri desideri

Jeffrey C. Chandor – Margin call        

 

giugno

David Cronenberg – Cosmopolis         

Steve McQueen – Hunger         

Simon Curtis – Marylin           

Nima Nourizadeh – Project X

Stephen Daldry – Molto forte, incredibilmente vicino   

 

luglio         

Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière - Cena tra amici          

 

settembre

Marco Bellocchio- Bella addormentata

Ivan Silvestrini – Come non detto

Kim Ki-duk – Pietà   

Giuseppe Piccioni – Il rosso e il blu

Rydley Scott -  Prometheus

Matteo Garrone – Reality  

Daniele Ciprì - È stato il figlio  

 

ottobre

Francesca Comencini – Un giorno speciale   

Jacques Audiard – Un sapore di ruggine e ossa    

Paolo Virzì – Tutti i santi giorni   

Silvio Soldini – Il comandante e la cicogna 

David Frankel – Il matrimonio che vorrei

Bernardo Bertolucci – Io e te 

Leslye Headland – The wedding party 

 

novembre

Michael Haneke - Amour   

Ben Affleck - Argo

Thomas Vinterberg – Il sospetto   

Alex de le Iglesia – Ballata dell’amore e dell’odio

Sergio Castellitto – Venuto al mondo   

 

dicembre

Francesco Amato – Cosimo e Nicole  

Paolo Genovese – Una famiglia perfetta  

Wes Anderson – Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

Olivier Nakache, Eric Toledano – Troppo amici

Ken Loach – La parte degli angeli  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                            

 

                                   dicembre

Ken Loach – La parte degli angeli  

Al Santa Lucia di Lecce il 30/12/012

Ken Loach opera qui nel settore dei ragazzi marginali, ormai segnati dal male – rissa, furto, carcere – per i quali non v’è più posto nella società, E tutta la prima parte si svolge in questo quadro doloroso.

Ne ricava poi un filo di redenzione, anche se un poco anomalo. V’è anzitutto la paternità, per Robby che diviene in certo modo il protagonista; il piccolo ch’egli genera con la ragazza Leonie, e che teneramente ama. V’è poi Harry, l’omaccione responsabile di un gruppo di questi ragazzi condannati ad alcune centinaia di ore di lavori socialmente utili; che lo accoglie nella sua casa, dove per la prima volta assaggia lo whisky, non senza esserne sopraffatto; la bevanda destinata a dominare la seconda parte. Perché Harry porta poi i ragazzi a visitare una distilleria, poi ad una degustazione, con un grande maestro, ad Edimburgo (siamo a Glasgow).. E Robby rivela in quell’occasione una particolare sensibilità, e conosce anche un intenditore che gli lascia il suo biglietto da visita. Ma la redenzione avverrà attraverso il furto notturno di una parte di uno whisky preziosissimo, che gl’intenditori si contendono a centinaia di migliaia di sterline. Sarà quella “la parte degli angeli”, destinata a quei quattro ragazzi marginali (anche se la parola indica di per sé quella parte dello whisky che attraverso le botti evapora ogni anno); in particolare a Robby, che vediamo allontanarsi su di un pulmino che così ha potuto comprare, con la sua ragazza e il bimbo, e con la sicurezza di un lavoro.

Ma che avverrà degli altri tre, che con quel denaro decidono di andare anzitutto a sbronzarsi?

 

 

Olivier Nakache, Eric Toledano – Troppo amici

Al Santa Lucia di Lecce il 9/12/012

Un film del 2009, che arriva ora dopo il successo di Quasi amici, che è del 2011; il titolo è Tellement proches e non dice molto.

Un film che lascia perplessi. Sono tre coppie legate da parentela, con due giovani famiglie, più una coppia in fieri. Potremmo mettere al centro Nathalie, direttrice di un supermercato, col marito Alain alla ricerca di un lavoro, il fratello Jean-Pierre avvocatuccio di periferia, la sorella Roxane semisterica.

Un film pieno di tensioni, di conflitti, con infanti che di notte strillano a non finire, ragazzi irrequieti pestiferi, mariti che non guadagnano, case invase dalla comunità ebraica, dagli anziani amici del padre, coppie in conflitto, una gran confusione. E che senso ha tutto questo? difficile dirlo. Alla fine il ragazzo pestifero è cresciuto, fa il cantante, in teatro ci sono tutti i parenti commossi, il padre che lo ha sempre amato e difeso che riceve il grande abbraccio. Ma è il solito lieto fine, troppo facile.

 

 

Wes Anderson – Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

Al Santa Lucia di Lecce l’8/12/012

Wes Anderson ritorna con uno dei suoi film stralunati (a parte il titolo, il regno della luna nascente; quanto alla fuga d’amore è un po’ troppo per due ragazzini di 12 anni).

La critica colma di lodi questo suo stile stralunato, irreale, quelle case da  bambola che sembrano tutti i suoi edifici, i personaggi sempre un po’ marionette, i colori pastello da disegno infantile.  Finisce che tutto sembra irreale,  tutto posticcio, tutto inumano, nulla di serio.

A cominciare dal campo scout con quelle tende tutte perfettine in lunga fila. Da dove  il ragazzino orfano e allevato in un’altra famiglia da cui si congeda; il ragazzino fugge con una ragazzina del luogo che ha conosciuto l’anno prima e pensa forse di poter evadere da quell’isola e costruire un altro mondo e un’altra vita. Può darsi che lo pensi, ma è irreale. E ci sono dunque i baci, anche alla francese, che tuttavia restano sempre bambineschi; e una danza sbilenca, e dormono insieme nella tenda che si sono portati. Ovviamente vengono ritrovati, e c’è anche uno spiegamento eccessivo di mezzi di ricerca, scouts e polizia ed anche elicottero; e il ragazzino orfano, dopo l’avventura, viene pure abbandonato dalla famiglia adottiva, e destinato all’orfanotrofio dai servizi sociali (la burbera giovane mistress) con anche la previsione di un elettroshock: il che, a dire il vero, sembra eccessivo. Ma vengono anche sposati da un caposcout che indossa una stola con  croce, uno strano ministro per un matrimonio che non può avere consistenza alcuna. Infine il ragazzino si salva in quanto il capopolizia, sentito l’elettroshock, lo prende con sé; anche se è scapolo, vive solo. Alla fine v’è una furiosa tempesta che spazza via un mucchio di cose, ma non c’entra molto.

Graziosi invece i titoli di coda, accompagnati da musiche di Benjamin Britten, The yung person’s guide to the orchestra, in cui si sentono i singoli strumenti.

 

 

Paolo Genovese – Una famiglia perfetta  

Regista mediocre con quattro film. Forse il titolo è ironico perché questa famiglia non ha nulla di perfetto, non ha anzi nessuna consistenza. Qui un uomo ricco e solo, per Natale, quindi per un sol giorno, assolda una troupe che recita con lui e per lui la commedia della famiglia; ha quindi una falsa moglie, dei falsi figli, una falsa madre e un falso padre; davvero una bella invenzione. Per ritrovarsi poi più solo di prima.

Stupisce che Castellitto si sia prestato a questo inconsistente messinscena.

 

 

Francesco Amato – Cosimo e Nicole  

Al Santa Lucia di Lecce il 2/12/012

Praticamente l’esordio di questo regista (il primo film, Ma che ci faccio qui, era il saggio del Centro Sperimentale). Quest’opera prima è un film singolare, e notevole.

La storia di due ragazzi, un italiano e una francese, che s’incontrano alle manifestazioni del G8 di Genova, dove Nicole atterrata dalla polizia è raccolta da Cosimo. Vivono prima in Francia, poi in Italia, a Genova, dove lavorano con un organizzatore di concerti rock; concerti che nella prima parte costellano la storia coi loro suoni e rumori, le loro folle.

Ma la vera storia comincia quando un nero senegalese, che lavorava con loro, cade dall’alto del palco e l’impresario lo dà per morto, si rifiuta di portarlo in ospedale per non avere guai con  la polizia (né il soggiorno né il lavoro erano in regola) e lo abbandona in una baracca; Cosimo è con lui.

Cinismo. Rimorso dei due giovani; specie di Nicole, dopo che ha trovato (mentre bruciava le sue cose) una lettera della sua ragazza che attendeva di raggiungerlo. Lo intravedono su di un’ambulanza che corre verso un ospedale; Nicole lo scopre, lo assiste nel coma, fino a che, guarito, egli  lascia l’ospedale e si nasconde presso di loro, sotto il palco.

Inizia qui l’azione redentrice. Minacciato il nero dall’impresario, fuggono tutti e tre sul suo furgone, raggiungono la Francia, il Belgio (dove lui ha un amico che lo attende). Un mattino, Cosimo e Nicole, mentre prendono un cappuccino e parlano tra loro, sono sorpresi da una coppia di poliziotti che li hanno ascoltati e, condannati, fanno due anni di carcere. All’uscita li accoglie la giovane comunità nera con grande grande affetto, e nella danza che si scatena si ritrovano: tutta questa ambigua vicenda li aveva distaccati, ma nel dolore, e nel compiersi dell’azione redentrice ritrovano l’amore. Né poteva essere diversamente.

                               

 

                                 novembre

Sergio Castellitto – Venuto al mondo   

Al Massimo di Lecce il 27/11/012

Al suo quarto film, Castellitto ci dà un’opera di grande respiro e di grandi passioni. Dal romanzo omonimo di Margaret Mazzantini.

Un’opera tuttavia di  difficile composizione e lettura nel suo muoversi su tre piani temporali: il presente, 2009, il viaggio in Bosnia di Gemma col figlio Pietro ormai grande (figura tuttavia poco indovinata e poco credibile); 1984,  il primo viaggio di Gemma, viaggio di studio, in cui nasce la passione amorosa che la unisce a Diego; due figure straordinarie, Penelope Cruz col suo volto sensibile e sofferente, e lo straordinario attore statunitense Emile Hirsch, straordinaria vitalità e intensità, pulizia e nobiltà di spirito. La grande passione che li unisce e che si proietta su di un figlio, che però Gemma non può avere in quanto si scopre sterile; quindi il ricorso all’utero terzo, a pagamento, Aska, una giovane pianista, di cui Diego tuttavia s’innamora; per cui Gemma avrà il figlio ma perderà l’uomo amato. Su questa vicenda s’inserisce nel 1992 la guerra e il martirio di Sarajevo, gli scoppi le uccisioni gli stupri. Donde il dilagare del dolore. Aska è stuprata, resta sola, rinuncia anche alla musica; perché Diego, franto dal dolore e dalle perdite si getta in mare da un’alta rupe; Gemma lascia gli amici, in particolare Goiko, un poeta, figura di grande e luminosa simpatia, Aska, e tutta la sua dolorosa vicenda. Nelle ultime scene, quelle degli addii, il mare è bellissime, stupende le piccole isole; ma il dolore è grande e ci tormenta.

Poco significativo il titolo.

 

 

Alex de le Iglesia – Ballata dell’amore e dell’odio, 2010.

Al Santa Lucia di Lecce il 25/11/012

Regista basco cinquantenne, ha fatto una dozzina di film, ha avuto premi. Titolo originale Balda triste de trompeta.

Opera pretenziosa e confusa; il bello è che Venezia gli ha premiato la regia e anche la sceneggiatura; cose che accadono anche alla seriosa “mostra” veneziana. Si svolge nell’era franchista, all’inizio la rivoluzione, poi il regime. Tra il 1937 e il 73.

Ma strano che il gruppo  di soldati che irrompe all’inizio dove il padre clown diverte un gruppo di bambini sia rivoluzionario; e lo arruola a forza col compagno, lo arma di machete per fare strage di soldati franchisti, poi costretto ai lavori forzati, muore chiedendo al figlio vendetta. Vendetta su chi? Il regime compare poi in due episodi: quello in cui il figlio, divenuto anch’egli clown, e però clown triste come gli aveva predetto il padre, è già in uno stato di follia onirica e, come un cane, porta in bocca al dittatore gli uccelli da lui cacciati; ciò che il dittatore riprova; il famoso e spettacolare attentato a Carrero Blanco con la macchina che vola sui tetti; un inserto fuori luogo.

La storia del figlio, dunque, del grassoccio e paffuto clown triste e buono, incapace di male, si direbbe, che ama la donna acrobata del circo di un amore romantico; anche se questo lo espone a dure violenze dell’uomo di lei. Ama impotente. Figura singolare. Che si trasforma poi in una specie di vendicatore onirico e divino (porta la mitra e parati rituali), masochistico, feroce (ha straziato coi denti la faccia del rivale; lo stesso fa con la mano del dittatore), armato di due fucili a mitraglia spara su tutto. A parte il confuso episodio finale della caduta da un’altezza vertiginosa che porta al sacrificio della ragazza.

Alcuni vi hanno visto un simbolismo politico, di un popolo che la dittatura ha ridotto a clown, ha portato alla follia. Ipotesi improbabile.

 

 

Thomas Vinterberg – Il sospetto   

Al Santa Lucia di Lecce il 24/11/012.

Il danese autore di Festen ci dà qui un altro grande film.

Qui un sospetto, anzi un’accusa, di uno dei reati più odiosi, pedofilia. E però la stessa di Festen; solo che là

era in gioco la famiglia, qui la comunità.  E il film s’apre proprio sui legami di amicizia che la stringono: le gare, la caccia, le feste, le abbondanti bevute. Poi interviene l’accusa calunniosa della piccola al giovane e aitante insegnante che ha rifiutato il suo dono, un bacio sulla bocca e un piccolo cuore. L’accusa dilaga. Sulla base del principio che i bambini, innocenti, non mentono mai. Prima la direttrice, poi lo psicologo bonaccione che suggerisce alla piccola le risposte (tipico il suo modo d’interrogarla); poi le famiglie, che la direttrice convoca; e con le famiglie l’intera comunità, i cari amici; infine la polizia, il carcere, il processo; da cui è prosciolto. Lucas, già solo perché separato da una moglie ostile che si rifiuta e gli rifiuta il figlio; ha incontrato una ragazza che però anch’essa dubita. Non è più soltanto la piccola che l’accusa, molti bimbi nella loro tendenza mimetica l’accusano. La violenza si scatena, e anche stupisce.

Un anno dopo tutto sembra essersi ricomposto, c’è una riunione festosa per l’iniziazione del figlio alla caccia. Ma proprio durante la caccia un colpo lo sfiora.  

La potenza del male, il suo insinuarsi nella comunità che subito gli si arrende, quasi che la disonestà altrui suggelli la propria onestà, la sua forza quasi insuperabile.

 

 

Ben Affleck - Argo

al Massimo di Lecce l’11/11/012

Terzo film dell’attore americano. Una storia vera, molto ben costruita.

Qui gli errori della politica egemonica Usa, che ha prima promosso il colpo di stato contro Mossadeq perché aveva nazionalizzato il petrolio iraniano; per promuovere un monarca amico, megalomane e feroce, lo Shah Reza Pahlavi; con la conseguenza di una rivolta agli Usa ferocemente ostile.

Qui la prima scena carica di tensione, l’assedio popolare all’ambasciata americana, che viene espugnata con 52 ostaggi. E però sei persone riescono a dileguarsi e vengono accolte nell’ambasciata canadese. Donde, per la Cia, il problema di riuscire a liberarli: e qui campeggia la figura dell’agente Tony Mendez, molto ben caratterizzato da Affleck stesso, la sua figura seria e imponente.

Montato il trucco del film fantascientifico da girare in Iran (Argo appunto), il resto è tutto molto teso. Convincere i sei a tentare il trucco, assumendo una nuova personalità; presentare il film alla stampa nel bazar di una città sempre in agitazione; passare i controlli all’aeroporto, un passaggio duro con momenti di ansiosa incertezza; e che però riesce. Salvo la scoperta tardiva della polizia aeroportuale (di che cosa?), la quale tenta d’inseguire l’aereo, che però ha avuto il via e corre e s’alza sulla pista. L’agente avrà un’onorificenza, che però resta segreta.

 

 

Michael Haneke - Amour   

al Santa Lucia di Lecce il 3/11/012

Haneke ritorna con un film insolito e con grossi problemi umani.

L’amore, certo, che tra una coppia matura è rimasto intatto e forte. Una coppia di musicisti e insegnanti di piano che vediamo all’inizio al concerto di un loro allievo; che poi farà anche loro visita. Una delle rare apparizioni in questo appartamento grande e vuoto; c’è la figlia Eva un paio di volte; c’è il portiere che fa la spesa, ci sono le infermiere, una delle quali è congedata da lui in termini duri come incapace. L’amore non conosce età; l’attenzione di Georges per Anne la moglie che nella malattia decade verso l’annientamento è sempre la stessa.

La malattia e la decadenza, dunque, che ad una certa età può insinuarsi nella coppia, in quell’amore. In questa fase, in cui la vita si è prolungata di molto, ma la scienza non ha ancora del tutto sconfitto la malattia; come si pensa farà nel tempo. Qui nella donna un’operazione alla carotide, poi un primo ictus che la colpisce alla parte destra; poi un secondo che la immobilizza nel letto e le toglie la parole lasciandole solo qualche sillaba: Onde subentra in lei una volontà di fine (il rifiuto del cibo, dell’acqua), che il marito comprende ed attua, soffocandola con un cuscino. Poi sembra si tolga anch’egli la vita perché a un certo punto si è costretti a forzare le porte serrate, e la figlia nella visita conclusiva non trova nessuno. Dunque l’eutanasia.

Un film lento, come sempre in Haneke, con momenti in cui la macchina sosta a lungo su di un’immagine; senza quasi musica. Un film che taluni hanno trovato crudele mentre è solo sincero. Ha avuto a Cannes la Palma d’oro. I coniugii sono Trintignant ed Emmanuelle Riva, la figlia è Isabelle Huppert.

                              

 

                             ottobre

Leslye Headland – The wedding party 

Al Santa Lucia di Lecce, il 28/10/012.

Opera prima di una regista statunitense che viene dal teatro. Voleva fare dei film sui vizi capitali e come primo le è uscito questo. Che forse sarebbe sull’invidia, di tutta le compagne di scuola ed amiche che non sono ancora riuscite a raggiungere il matrimonio, mentre lo raggiunge proprio questa che è la cicciona, la taglia extralarge (che a scuola qualcuno chiamava faccia di maiale), e tutte le snelle e anoressiche sono battute. È questo il primo fatto singolare che distingue il film: la sposa grassa, l’invidia delle magre. La peripezia maggiore sta proprio la sera prima delle  nozze, dopo la festa di addio al celibato, quando due delle amiche – tra cui Regan, che è la grande organizzatrice – s’infilano insieme per ischerzo l’abito da sposa e provocano uno strappo; cui segue una notte disperata alla ricerca di una sarta che lo rammendi, lo lavi e stiri ecc.

Film divertente, farsesco forse (ma senza le banali boutades dei nostri comici d’ora; non parlo dei grandi comici del ‘900, tipo Gassman, Manfredi, Sordi, Tognazzi) e scollacciato, e proprio nel linguaggio delle ragazze e nella loro ricerca del maschio; che qui non è  più così tanto cacciatore. Ha anche una parte inferiore nel film. Che, da notare, è diretto da una donna. Segno, forse, di uno spostamento del costume

 

 

Bernardo Bertolucci – Io e te 

Al Massimo di Lecce, il 27/10/012.

Che cosa vuol dire Bertolucci con questo film? dove un ragazzo che vive con la sola madre, un ragazzo dal volto grossolano e foruncoloso, si sottrae alla settimana bianca per chiudersi nello scantinato della sua casa e, all’insaputa della madre, passare quella settimana dassolo, tra musiche (all’orecchio) e un qualche libro; questa claustrofilia estrema, questa estrema asocialità. Ed è raggiunto dalla sorellastra, figlia dello stesso padre, drogata e in piena astinenza da droga, che dice di non aver casa (perché non considera sua la casa del padre dove dovrebbe vivere). Lui quattordici, lei 25 anni. Due giovanissimi che la rottura della famiglia ha gettato nella nevrosi, nell’asocialità totale. Vuole forse gettare un allarme sulla crisi della famiglia? Con un film brutto e noioso?

 

 

David Frankel – Il matrimonio che vorrei

Al Santa Lucia di Lecce, il 21/10/012.

Regista statunitense cinquantenne, noto per Il diavolo veste Prada del 2006.

Qui un’opera significativa, con due grandi attori, Meryl Streep e Tommy Lee Jones.

Il problema di quando, ad una certa età, il matrimonio si blocca nell’indifferenza, nell’estraneità.

Qui i due coniugi convivono senza quasi rapporti: camere da letto distinte, nessun segno di affetto, il marito che prende la colazione del mattino leggendo il giornale e se ne va per tutto il giorno in ufficio, la cena sbrigata la sera per poi subito ritirarsi in camera.

Qui la donna ad un certo punto non tollera più questa estraniazione e decide che parteciperanno insieme ad un corso di cui ha saputo, con un terapeuta; prenota corso ed aereo, si trascina dietro il riluttante marito. Che anche durante il corso è riluttante, almeno fino a quando scoppia in lui la scintilla che ristabilisce il rapporto amoroso.  

 

 

Silvio Soldini – Il comandante e la cicogna  

Al Massimo di Lecce, il 20/10/012.

Il titolo allude a due figure surreali o fiabesche del film: la statua di Garibaldi e una improbabile cicogna che si è fermata in città e ha fatto amicizia con un ragazzo, e risponde al suo richiamo. La statua, e con lui altre statue o busti di uomini illustri,  intervengono sui mali odierni dell’Italia; forse l’unico tema significativo di un film piuttosto scombinato, in cui forse possiamo individuare due storie. La giovane artista bruttina (Alba Rohrwacher) perseguitata dal padrone di casa per l’affitto, che trova un inatteso incarico da parte di un bizzarro avvocato per affrescare la sua sala di attesa. Un padre operaio (il mesto Mastandrea) rimasto vedovo (ma la giovane moglie gli appare di quando in quando, altro tratto fiabesco) con due figli, il ragazzo della improbabile cicogna, la ragazza di cui un pompino va a finire in rete con grande scandalo ma anche con un provvidenziale risarcimento, cui si collegano delle firme il cui significato sfugge. Alla fine il padre mesto e l’artista bruttina si ritrovano insieme sul letto, non si sa come.

Soldini è naufragato questa volta nel nonsenso.

 

 

Paolo Virzì – Tutti i santi giorni   

Al Massimo di Lecce, il 14/10/012.

Il titolo allude forse al lavoro dei due, la coppia non ancora sposata: lui portiere di notte in un grande albergo, lei di giorno in un autonoleggio; con la difficoltà d’incontrarsi, di stare insieme. Su cui s’innesta poi la difficoltà di avere un figlio, per ragioni fisiologiche varie. Improvvisamente si sposano e della procreazione assistita non si parla più. Ad un certo momento lei se ne va (c’è stato un litigio?) presso un vecchio compagno, un tipo sballato; ma è ritrovata e ripresa da lui.  

Una vicenda tutta scombinata, raccontata sempre sopra le righe; non c’è un personaggio calibrato e credibile (all’infuori del protagonista, Claudio; ma anche lui ha lo strano pallino della letteratura protocristiana). Quell’equilibrio e quella capacità costruttiva che a Virzì raramente riescono. Un autore, forse, da lasciar perdere ormai. Ma la più parte dei critici ne parla come di una commedia ben riuscita. Strano.

 

 

Jacques Audiard – Un sapore di ruggine e ossa    

Al Santa Lucia di Lecce, il 7/10/012.

De rouille et d’os, sulla base del libro omonimo di Craig Davidson.

Audiard (autore de Il profeta, film discutibile) realizza qui un film difficile, duro, film di estrema sofferenza.

La vita di Alì, personaggio aspro, primitivo; separato, arriva in casa della sorella ad Antibes, sul mare: dove trova il bimbo che quasi non conosce; e inizia una vita nel corpo di sicurezza di un supermercato; congiunta con duri incontri clandestini di lotta libera (ha fatto della boxe), lotta allo spasimo; per guadagnare altro denaro da passare alla moglie. Conosce Anna (Marion Cotillard), istruttrice in un bacino in cui danzano orche; che da un’orca viene travolta e perde le gambe. Segue qui una vita ancor più dolorosa, vita spezzata. In piccola parte recuperata quando le mettono le protesi e può camminare. Recupera piccole gioie, il mare, il sesso con Alì; ma resta segnata dal dolore sempre. Alì è cacciato dalla sorella che a causa di certe misure della sicurezza ha perso il lavoro. Si sposta nel Nord dove, mentre gioca col piccolo su di uno stagno ghiacciato, il piccolo è inghiottito da un punto dove il ghiaccio è sottile, e lui lo vede sotto il ghiaccio e si spezza le mani per spezzare il ghiaccio e lo salva; resterà qualche tempo in coma.

Ambiente duro, di uomini duri, di marginali, di emarginati dalla vita. Durezza della vita, dolore di vivere.

 

 

Francesca Comencini – Un giorno speciale   

Al Santa Lucia di Lecce, il 6/10/012.

Regista ineguale nella sua produzione, nove film, qui ci dà un giorno speciale in cui non accade quasi nulla.

I critici ci hanno visto dei problemi come il lavoro giovanile; ma qui  funziona la raccomandazione: il ragazzo è al suo primo giorno di lavoro come autista del parlamentare (raccomandato da un prete); la ragazza dovrebbe recarsi dal parlamentare per ringraziarlo della sua mediazione (vuol fare l’attrice, forse alla televisione). Il giorno lo passano insieme perché il parlamentare è occupato in commissioni e rinvia  fino a sera la sua disponibilità. Passandolo insieme nasce nel ragazzo una simpatia, per cui poi la sera la cercherà con  la sua moto; ma lei non risponde al suo richiamo, anche se durante il giorno è stata la prima a baciarlo ecc. Ma il ragazzo è fine e corretto, e non ne approfitta per nulla. Ovviamente ci sarà infine il fattaccio: il parlamentare la invita a bere insieme e lei è pronta a sbottonargli i pantaloni; ma era questo che lui voleva? o non è la ragazza un po’ bizzarra, e lungo tutto il giorno?

 

 

                              settembre

Daniele Ciprì - È stato il figlio  

Al Santa Lucia di Lecce, il 30/09/012.

Regista siciliano cinquantenne che conosciamo dai film fatti con Maresco, questo essendo il primo che fa dassolo.

Una strana storia raccontata stranamente. Storia di un sottoproletariato che non conosce l’uso sensato del denaro, forse perché ne ha poco e incerto (il padre lavora in un cantiere di recupero di navi in disarmo; un lavoro in nero? si sa che non avrà pensione; ci vanno anche il figlio e il nonno. Su cui grava l’intera famiglia compresi i nonni; in affitto in un casermone di periferia).  

Qui il fatto tragico della piccola figlia, uccisa in un mafioso regolamento di conti, avrebbe un effetto benefico in quanto si viene anche a sapere che per le vittime di mafia c’è un compenso in denaro da parte dello stato; qualche milione di lire; che però come al solito tarda.

Intanto la famiglia allarga le spese a credito, poi ricorre a un usuraio; sì che quando il denaro arriva, non è più così tanto. Significativo il mucchio di banconote al centro del tavolo mentre si discute che cosa farne. Ma ecco che  prevale l’assurda decisione del capofamiglia di acquistare una mercedes. un'auto di lusso; con cui la famiglia va a spasso; ma anche il figlio, tentato da un amico, un mafiosetto, se la spassa lui di notte e però l’ammacca. Segue la collera del padre cui il mafioso risponde con due colpi di pistola che l’ammazzano: ma si dirà che è stato il figlio, che ha risposta ad un eccesso di collera del padre, si accomoderà la cosa.

Lo stile è grottesco; grotteschi i personaggi, spesso obesi, grottesca la recitazione di Servillo (il padre) e la recitazione in genere (i sottotitoli per lo più non si vedono). Un sottoproletariato grottesco e insensato. V’è una specie di voce recitante, un personaggio che in un bar racconta la vicenda,  ne riannoda il filo. Nel finale si scatena un coro di alto tenore che continua nei titoli di coda: forse un compianto corale, ma fuori tono.  

 

 

Matteo Garrone – Reality  

Al Massimo di Lecce, il 29/09/012.

La realtà qui è anzitutto una Napoli surreale, fatta di sfarzosi matrimoni in costume settecentesco, con carrozza e bianchi cavalli, con torte immani; o di supermercati vertiginosi dove camminano carrelli stragrandi e strapieni; di personaggi obesi che trasudano benessere e insieme un’ingordigia patologica dopo la fame. Su questa Napoli s’inserisce il cosiddetto reality, cioè la pseudo-realtà del Grande fratello, il mediocre illusivo spettacolo televisivo; e insieme la finzione del povero illuso Luciano, il pescivendolo che, avendo partecipato alla selezione del Grande fratello sotto il patrocinio di un amico che c’è stato, è convinto che sarà scelto e si astrae dalla vita, vende la pescheria, regala i mobili e le cose di casa – a stento trattenuto dalla moglie, che a un certo punto lo lascia, poi ritorna convinta che deve curarlo dalla malattia – passa le giornate davanti al televisore, cade insomma nella nevrosi dell’irrealtà, e in essa lo vediamo bearsi alla fine, seduto in una luminosa poltrona.

Un film amaro, di critica sociale, di una società che con la realtà ha perso il contatto, sospinta dai mass media, dalle loro illusioni, dall’illusivo benessere consumistico. Una società che ormai si bea nell’irreale e nel falso.

Ha vinto il gran premio a Cannes ma dubito lo meritasse; il film risulta scompensato, non ben costruito.  

 

 

Rydley Scott -  Prometheus

Al Massimo di Lecce, il 25/09/012

Ritorna qui il famoso regista di Blade runner e di Alien, con un grandioso film di fantascienza, l’astronave che atterra su di un pianeta lontano, dove i suoi uomini e scienziati entrano in quella che credono una singolare caverna (dove incontrano anche quegli esseri mostruosi e aggressivi a cui Scott ci ha abituato); ma questa caverna si rivela poi essere una immensa astronave.

Il fatto più singolare – rispetto ad altri film – è che l’abitante di questo pianeta è un essere umano, con un DNA in tutto identico a quello  dell’uomo; anche se si rivela poi più grande e massiccio e forte, e anche aggressivo. La grande astronave aliena parte, ma non si sa perché anche l’astronave umana non solo parte ma cozza con essa e ambedue ricadono sul pianeta altro. Il finale è confuso: l’astronave umana sembra ripartire, nonostante l’impatto, lasciando alcuni scienziati sul pianeta alieno. Fuori luogo l’ultima scena in cui da una specie d’uovo fuoresce un alieno mostruoso, di quelli cari a Scott.

 

 

Giuseppe Piccioni – Il rosso e il blu

Al Massimo di Lecceil 23/09/012.

Un regista sensibile, attento alla vicenda umana, ormai maturo.

Qui un film sulla scuola che deriva da un libro di Marco Lodoli, Rosso e blu sono i due colori della matita che corregge i compiti.

Siamo a Roma, anche se la città è appena nominata. Una scuola difficile, fatta di ragazzi incolti e senz’amore per la cultura e per lo studio; ragazzi che a scuola a stento balbettano. Le famiglie compaiono poco (v’è però un padre rozzo e violento);  altri s’intravedranno soltanto; famiglie spesso spezzate, dove manca la madre, il padre. Il problema della formazione personale e culturale di questi ragazzi; problema arduo – sembra – nella scuola italiana d’oggi.

Prevalgono tre figure: il giovane supplente (Scamarcio) col suo amore fiducioso, con la sua decisione tuttavia sempre garbata, col suo impegno, che porterà la classe ad una certa maturazione. L’anziano che ha costruito in sé un ampio e profondo edificio culturale (Herlitzka), ma è scettico sulla possibilità di trasmetterlo; ad un certo momento sembra tentare il suicidio; è però amato da una sua allieva ormai donna fiorente, che lo cerca e lo apre infine alla speranza. La preside (Margherita Buy, l’attrice feticcio di Piccioni), figura pacata e gentile, che però non riesce ad amare e a soccorrere fino in fondo il ragazzo che non ha nessuno; il ragazzo malato; non ad accoglierlo nella sua casa, lei che non ha mai voluto figli. Sembra che proprio il corpo deglì  insegnanti sia carente, di amore e d’impegno. Che solo il giovane supplente si salvi.

 

 

Kim Ki-duk – Pietà   

Al Santa Lucia di Lecce, il 16/09/012.

Il regista coreano è al suo 18° film. Pietà sì, ma anche espiazione.

Film di una durezza atroce, asiatica si potrebbe forse dire. Durezza del denaro; durezza del capitalismo, ha detto qualcuno (e lo stesso regista, intervistato); ma qui siamo oltre il capitalismo, nel mondo dell’usura più spietata, degl’interessi al 1000 per cento; siamo fuori legge, mentre il capitalismo sta in un quadro di legge, sia pure ingiusto. Siamo poi in una spietatezza asiatica, dove il debitore moroso è stato costretto a stipulare un’assicurazione, e costretto poi a tagliarsi le mani o a gettarsi da un terrazzo e storpiarsi, o morire, sì che l’usuraio avrà quell’assicurazione.

Siamo in una periferia fatta di piccole officine in prefabbricato, stradine luride, monolocali. Dove un ragazzone trentenne che vive solo fa giornalmente il suo giro crudele. Pietà ed espiazione intervengono con la madre; con una figura di donna che a un certo punto segue il ragazzo dichiarandosi sua madre che lo ha abbandonato da piccolo; figura di dolcezza, che viene anche picchiata e stuprata, ma non cede finché viene accolta. Ma è proprio la madre del crudele percettore? A un certo momento scompare per compiere il suo disegno: punire l’usuraio (ha un grosso lucchetto di ferro in mano), seppellire il figlio sacrificato all’inizio e che ha conservato in frigorifero, gettarsi dall’alto di un terrazzo per compiere l’espiazione.

Opera di grande perfezione stilistica, grande sicurezza costruttiva.

 

 

Ivan Silvestrini – Come non detto

Al Santa Lucia di Lecce il 9/09/012

Opera prima di un trentenne, e però notevole per costruzione e pulizia.

L’omosessualità, la difficoltà di dichiararla ad una famiglia normale (?), che il ragazzo pensa non l’accetterà.

Il ragazzo ha anche un’amica, Stefania, con la quale si confida. Ha stabilito un rapporto con un simpatico e fine ragazzo spagnolo. Sta per compiere un soggiorno di studio in Spagna. Arriviamo alla cena in cui deve ormai necessariamente dichiararsi: fa il suo discorso ma ha un’esitazione finale; poi si rialza e infine  si dichiara. Ma ecco che tutti, uno dopo l’altro, dicono che già lo sapevano. Ironico, simpatico. Simpatico il ragazzo, un poco timido, molto normale.

 

 

Marco Bellocchio- Bella addormentata

Al Massimo di Lece l'8/09/012

Il film pone il problema di una vita che già corre decisamente verso la morte; che taluni vogliono artificialmente mantenere; che altri – e in particolare il Movimento per la vita, e il Vaticano – dicono dev’essere in ogni caso e con ogni mezzo mantenuta (l’accanimento terapeutico).

Qui quattro casi. Il caso  Englaro su cui si apre il film, con le sfilate, i rosari, i lumini e le candele cattoliche per la vita ad ogni costo; e però la decisione che questa vita vegetale, non più umana, dopo 17 anni deve finire; e il caso dell’anziano parlamentare che alla moglie che gli chiede di lasciarla ormai morire esaudisce amorosamente questo supremo desiderio. Il caso della giovane figlia della grande attrice (Isabelle Huppert), che la madre vuole sia conservata in una suprema speranza. Il caso della donna che, avendo passato un calvario di droga, di  disintossicazioni, di droga ancora ecc. tenta il suicidio, è salvata, cade in coma; poi si sveglia, tenta di gettarsi dalla finestra, è salvata ancora; aggressiva col medico che l’ha salvata e la sorveglia; ma quando nella notte il suo custode si è addormentato non osa più gettarsi ma solo mostrare a lui che avrebbe potuto. Su cui si chiude il film.

Una lunga riflessione dove l’amore per la vita si compone all’accettazione della morte; da parte di chi sta per morire; da parte di chi lo può aiutare a morire.   .  

                             

                                   luglio

Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière . Cena tra amici          

Al Massimo di Lecce l’8/07/012.

I due sono quarantenni e hanno molto lavorato insieme come sceneggiatori; questo è il loro primo film. In realtà è la messa in cinema di una commedia teatrale, e ciò è visibile; è infatti una discussione in una cena tra amici. Perciò il titolo italiano è più fedele di quello francese, Le prénom, il nome da dare ad un bambino che sta per nascere, e che accende la prima discussione; ma la seconda discussione sarà molto più forte.

V’è un simpatico inizio in cui si descrivono le strade che percorre un ragazzo con delle pizze; le strade, cioè i nomi e le vicende dei letterati cui sono dedicate.

Alla cena partecipano cinque persone: due sono fratello e sorella, Vincent e Élisabeth, coi rispettivi coniugi, Anne (che arriva in ritardo) e Pierre, letterato, professore universitario.; e un amico, Claude. La prima discussione avviene sul nome del nascituro che Vincent dice sarà Adolphe, riferendosi al romanzo di Constant, ma che gli altri rifiutano con forza essendo il nome di Hitler, un nome ignominioso; la discussione  è accesa, e anche aspra, ma si rivela poi falsa: Vincent dice che ha scherzato, che il nome gli era stato suggerito dal libro di Constant che aveva visto lì tra gli altri libri. Segue un piccolo battibecco sui nomi che Pierre ha dato ai suoi figli, Apollin e Myrtille, che Vincent trova spocchiosi, inutilmente esibitivi.

La seconda discussione è molto più forte. V’è come un attacco a Claude, il più pacato di tutti; si dice infatti senza remore che egli sia un omosessuale, un frocio, perché nessuno lo ha mai visto con una donna; ma Claude risponde che non lo è affatto, che da tempo è legato ad una donna, e sotto l’incalzare degli altri rivela che questa donna è Françoise, la madre dei due fratelli, il che provoca stupore e indignazione (tranne che in Anna, che lo sapeva) e una violenta aggressione da parte di Vincent, il figlio, che evidentemente non tollera che la madre, sia pure vedova, sia legata ad un suo amico.

La discussione dunque è forte, ma l’amicizia è più forte, e neppure la violenza la intacca. Questo dice il film, nella sua costruzione coerente e sempre viva. I cinque si ritrovano infatti, alla fine, alla nascita del piccolo atteso, che non è un maschio ma una bambina  

 

 

                               giugno

Stephen Daldry – Molto forte, incredibilmente vicino           

Al Massimo di Lecce il 10/06/012.

Daldry è al suo quarto film, di cui almeno due sono notevoli: The Hours e The Reader.

Questo quarto deriva dal romanzo dallo stesso titolo di Jonathan Safran Foer.

Film di forte pathos, di permanente dolore. Il dramma dell’11 settembre che si dispiega nella sua permanente sofferenza. Qui nel ragazzo che ha perso il padre profondamente amato, il ragazzo tredicenne, ansioso dinamico nevrotico, e che pensa di restare in certo modo con lui ricercando il destinatario di una chiave che trova in un vaso nel suo armadio, in una busta col nome Black, partendo alla ricerca dei 472 Black dell’annuario telefonico di New York: l’impresa folle in cui si dispiega la dolente e insieme consolatoria follia di un dolore inconsolabile. Cui si accompagna per un tratto il nonno che in un bombardamento di Dresda ha perso la parola (ed è Max von Sidow), e che però a un certo punto dice basta.

Quest’ansiosa folle ricerca lo placherà, in certa misura. Troverà casualmente il destinatario che piangerà con lui. Ritroverà la madre che lo ha seguito sempre senza che lui lo sapesse, poiché era ormai il suo unico amore (Sandra Bullock), l’amore grande della madre.

Un film che ha fatto storcere il naso ai critici, i quali lo trovano troppo patetico e anche ripetitivo. Ma questo è un pathos forte, quello di cui abbisogniamo e ci fa bene.

 

 

Nima Nourizadeh – Project X

Al Massimo di Lecce, il 9/06/012.

Regista anglo-iraniano al suo debutto.

La storia di una festa di compleanno di uno studente di Pasadena (il mite Thomas, ma con lui l’invadente Costa - assenti i genitori per lo weekend) che assume proporzioni anomale per il gran numero dei partecipanti, l’invasione della casa oltre che del giardino, il disturbo dei vicini; ma che stranamente diventa disastrosa per l’intervento della polizia addirittura con  lanciafiamme, che devastano giardini e case. Certo l’idea non era male (a parte l’abuso di linguaggio osceno) ma il film sarebbe stato più conseguente e interessante se la devastazione l’avessero compiuta i ragazzi stessi, una devastazione magari anche benevola e comica, come qui l’episodio della preziosa auto paterna spinta in piscina (episodio però isolato). Nell’insieme il film è piuttosto grossolano e ripetitivo, scarso d’invenzione.

 

 

Simon Curtis – Marylin           

Al Massimo di Lecce l’8/06/012.

Regista inglese cinquantenne piuttosto mediocre che però costruisce qui un’opera notevole; un film che da principio non avevo preso in nessuna considerazione, cui poi mi sono avvicinato leggendo la critica. Ma il titolo originario è My weeek with Marylin, che è poi il diario di Colin Clark, il ragazzo appassionato di cinema che riesce ad entrare come terzo assistente alla regia nella produzione del film inglese di Marylin Monroe, Il principe e la ballerina. Qui Laurenca Olivier è impersonato con grande forza e stile da Kenneth Branagh, mentre Marylin da Michelle Williams, che certo le assomiglia e la rievoca, anche se non ne possiede l’intensità tipica ed unica.

Film drammatico, tormentato dai tipici atteggiamenti di Marylin nel suo lavoro: i ritardi, il nervosismo, la dimenticanza dei dialoghi. Film doloroso di una solitudine che nulla può colmare, già segnata dall’assenza del padre (ha sul comodino il ritratto di Lincoln), dalla scarsa presenza della madre, da un’inquietudine che nulla può calmare; non certo medicinali e droghe. Da un dolore di vivere insanabile.

Colin Firth, nella sua giovinezza di venticinquenne, nella sua semplicità, ingenuità, ingenua bontà, rappresenta un sostituto ideale dell’amore, un corpo d’affetto la cui vicinanza placa in certa misura il dolore, la tensione, il sempre inappagato bisogno di affetti essenziali.

 

 

Steve McQueen – Hunger, 2008.         

Al Santa Lucia di Lecce il  7/06/012.

Il primo film di questo regista inglese, che viene dall’arte visiva e ha perciò un particolare senso dell’immagine. Un’opera eccezionale nella sua austerità, durezza, dolore; nei grandi silenzi, interrotti quasi solo dalle scene di supplizio.

Film della crudeltà. Quella del governo inglese, e in particolare della Thatcher (di cui si sente la voce), contro i patrioti irlandesi nella fase di lotta per il Nord. C’è qui una particolare lotta in atto, tra il governo che non vuole riconoscere loro il carattere di prigionieri politici ma li tratta come detenuti comuni; e questi ragazzi che, rifiatando la divisa carceraria, vivono nudi con la sola coperta, gettano l’urina nei corridoi di sotto la porta, spalmano sui muri gli escrementi. C’è l’inutile e vergognosa crudeltà dei loro carcerieri che li percuotono, li sbattono contro i muri, li coprono di bastonate (la scena iniziale del secondino che ha le mani che sanguinano per le percosse inferte). C’è infine il digiuno totale di Bobby Sands (Michael Fassbender), l’eroe eletto al parlamento inglese, i 66 giorni del digiuno totale che lo porta alla morte; con altri sei giovani eroi come lui. La scena si trasferisce nell’infermeria, dove  la morbidezza dei letti contrasta con la durezza del corpo che si consuma.

Premiato a Cannes con la palma d’oro per la migliore opera prima. Giunge in Italia con ritardo per merito della BIM che già aveva vi aveva portato il secondo film di McQueen, Shame.

 

 

David Cronenberg – Cosmopolis         

Al Massimo di Lecce il  3/06/012.

Qui Cronenberg tenta di mettere in scena un romanzo di De Lillo, ma non ci riesce. Strano, forse, per un esperto quale egli è.

Un film che si svolge tutto, o quasi, in una limousine in cui un giovane e ricchissimo finanziere di ventott’anni attraversa la città di New York. (troppo giovane, sembra: dice di aver perso quel giorno centinaia di milioni in una speculazione sullo yuan). Film perciò claustrofobico e in cui manca l’azione, quasi un fatto teatrale tutto dialoghi. Una limousine che percorre la città a passo d’uomo, più ferma che in moto (causa fatti vari: il corteo del presidente e le annesse dimostrazioni, un corteo funebre ecc.); con qualche scena fuori, che però non muta l’impostazione di fondo. Dialoghi fors’anche intelligenti ma in fondo noiosi, per lo più con donne che vi salgono non si sa come. Ovviamente non mancano scene di sesso, tanto per condire il tutto.

Questo giovin signore sarebbe dunque la personificazione del capitalismo (“lo spettro del capitalismo”, si vede scritto ad un certo punto su di un muro, addirittura in rossi tubi al neon); perciò la limousine viene assalita e interamente imbrattata di segni vari da ragazzi dimostranti, e lo stesso giovin signore riceve in faccia una manata di panna da un tipo che lo insulta; e infine viene sacrificato, dopo un lungo e tortuoso dialogo, da un suo ex-dipendente frustrato, proprio per la sua ascesa in quel mondo della finanza. Ma l’atto non si vede, il film chiude risparmiandoci il macello; strana invece la freddezza con cui senza motivo il giovin signore uccide la sua guardia del corpo; ma forse egli  ritiene che a lui tutto è permesso.

                           

 

                      maggio

Jeffrey C. Chandor – Margin call        

Al Massimo di Lecce il  20/05/012.

Trentenne statunitense autore di spot commerciali al suo primo film.

Ha se non altro il coraggio di affrontare la crisi finanziaria del 2008. Una banca d’affari di New York scopre di essere vicina al collasso: la ricerca di un quadro che proprio quel giorno viene licenziato in un’operazione di alleggerimento del personale (3 su 7), da lui lasciata all’ultimo momento in chiavetta ad un giovane collega e da questi portata subito a termine, rivela che la banca si trova in una forte passività. Segue una notte di riunioni in cui si prende la decisione di vendere tutto il mattino seguente prima che una qualunque voce si sparga. Titoli tossici o meno, non importa; ognuno venderà il suo pacchetto. A parte il fatto che ognuno del personale avrà un milione di dollari, e i quadri e i capi parecchi milioni; secondo l’uso-abuso delle banche americane.

Film di denunzia su come si è scatenata una crisi che ha messo in difficoltà il mondo intero. Ben condotto, anche se fatto in gran parte di riunioni; con un cast eccellente (Jeremy Irons, Kevin Spacey, Demi Moore, Stanley Tucci), Film avvincente, anche se non sempre chiaro.

 

 

Philippe Lioret – Tutti i nostri desideri

Dai Salesiani di Lecce il 14/05/012.  

Regista cinquantenne francese già notato per Welcome, che costruisce qui un film notevole.

Due storie che corrono in parallelo. Claire, una giovane giudice che, con Stéphane suo collega alquanto più maturo, lotta per fare giustizia a famiglie che vengono ingannate da prestiti per il consumo che diventano in breve grosse somme e le portano a rovina. A causa dell’inganno, in quanto il dépliant delle finanziarie in prima pagina e con grossi caratteri parla di prestiti al 3,5%, mentre poi a p. 4, e in un testo a caratteri piccoli, dice che dopo tre mesi l’interesse sale  oltre il 19%. Qui la lotta, le decisioni di primo grado capovolte in appello, i ricorsi in cassazione. Stéphane è l’uomo impegnato nella lotta, Claire è con lui.

Ma ecco la seconda storia, la visita medica da cui risulta ch’essa ha un tumore al cervello non operabile, trattabile con radio e chemio, ma che tuttavia avanza e le lascia solo mesi di vita. Donde la sua decisione di omettere radio e chemio e di non parlarne al marito né a nessuno, e andare incontro alla morte vivendo la vita che le resta. C’è dunque questo dramma segreto che corre veloce. Il fatto che ogni sabato debba tornare alla sua città natale e all’ospedale che ha scoperto il tumore e che l’ha comunque in cura, e che ci vada col collega Stéphane, stabilisce  con lui un rapporto umano più profondo, di tipo paterno. Mentre il male avanza e a un certo punto lei giace all’ospedale, dopo una crisi, e il dramma si fa angoscioso. Intanto è giunta la risposta che accetta la tesi di Stéphane e di Claire, in aiuto dei poveri depredati; ed egli va a portargliela ma la trova completamente intontita dagli antidolorifici; le parla tuttavia, lei sembra muovere la mano ch’egli le tiene.

Un film di grande finezza, grande naturalezza anche nel dolore estremo; anche perché Claire così vuole (perciò va con Stéphane, levandosi la flebo, alla partita di rugby dove lui è allenatore); non le importa che la morte si acceleri, tanto i tempi sono comunque stretti. Perciò il dolore preme, e irrompe comunque nella fase finale.      

 

 

Tim Burton – Dark Shadows       

Al Massimo di Lecce il  13/05/012.

Tim Burton ritorna col suo adorato mondo gotico-fantastico-orrido, derivandolo da una serie televisiva Con una bellissima e potentissima strega che del film dispone tutto o quasi; con un vampiro un po’ anomalo, Barnabas Collins, che non vediamo quasi mai nutrirsi di sangue (forse lo fa di nascosto), sollecito invece della famiglia e della sua splendida magione che ha sofferto gl’insulti del tempo (il primo inizio del film sta al 1760, la ripresa ultima nel 1972). La storia starebbe tutta nella vendetta della strega Angélique, cui Barnabas ha preferito un’altra fanciulla, che la strega induce a precipitarsi in mare da un alto dirupo, seguita da Barnabas che la vorrebbe salvare e che invece la strega trasforma in vampiro, e incatena, lo fa seppellire; trovato poi per caso oltre due secoli dopo, riprende la lotta, dove la strega incendia l’impresa ittica dei Collins e lo stesso castello, ma è vinta, sbriciolata non si sa come dalla potenza vampiresca di Barnabas.

Storia incredibile, costruzione splendida, assenza d’anima. Barnabas è un bambolotto semimpotente (tranne  che nel caso della psicologa cui succhia tutto il sangue uccidendola, non si sa come né perché). D’altronde il vampiro è una finzione letteraria che può essere anche un simbolo del male; ma non lo è qui; e la strega è un’invenzione della tradizione popolare, con poteri diabolici; ma si sa che il diavolo è un mito. Certo sui simboli si può lavorare, in termini simbolici, ma non è il caso di questo film.

 

 

Gary Ross – Hunger Games      

Al Massimo di Lecce il  6/05/012

Regista statunitense cinquantenne con un paio di discreti film (Pleasantville, 1998). Qui da un romanzo di Suzanne Collins.

Una vera americanata, questo film. Una nazione del futuro, forse gli stessi USA caduti sotto un regime dittatoriale e inumano; tecnologicamente molto avanzato; con un’architettura di una pesante monumentalità; gli abitanti in fogge da avanspettacolo con personaggi macchietta (tra questi il presidente Donald Sutherland e il marionettistico Stanley Tucci nella parte dell’annunciatore dello spettacolo). Diviso in 12 distretti, taluno – come quello in cui ci troviamo all’inizio – fato di capanne e di povertà, minatori sfruttati; mentre poi nella città capitale c’è un fasto, un’abbondanza spropositata. Ma la cosa più strana sono i giochi annuali, gli Hunger Games  appunto, in cui da ogni distretto una coppia di giovani scelta a sorte viene portata nella capitale per battersi  a morte fino a che ne resti un solo, il vincitore; una rinascita dei gladiatori romani, o anche peggio. Pazzesco, barbarico, ripugnante. Qui l’eroina Katniss, una sedicenne che, grazie alla sua frequentazione dei boschi e al tiro dell’arco, si salva insieme al ragazzo che l’ama. Ma ciò non importa molto; semmai un suo rifiuto di fondo del gioco, l’aiuto alla piccola nera; e però anch’essa uccide, per difesa.

Ciò che poi stupisce è l’enorme successo che questa porcheria ha avuto negli Usa; e l’accoglienza che gli ha fatto certa critica.

                           

 

                             aprile

Laura Morante – Ciliegine      

Al Santa Lucia di Lecce il  29/04/012

Una delle nostre maggiori attrici, ormai cinquantenne, decide di tentare la regia, e lo fa in Francia (dove ha vissuto col primo marito, e ha lavorato) con un cast tutto francese, e dà al suo primo film questo titolo minuscolo, indice della voluta leggerezza del tutto.

Il problema è il rapporto tra uomo e donna, tra un uomo quasi ermeticamente chiuso già per natura, e ancor più dopo la recente separazione; e una donna intelligente, vivace, ma diffidente, nevrotica forse (androfoba la considera il marito psicologo della migliore amica); anche perché ha un rapporto che non funziona e finisce. Sembra che la via le sia facilitata dalla voce che quell’uomo è gay, quindi passibile di libera amicizia; ma anche di molti malintesi. In realtà nell’uomo chiuso e scostante è nato l’amore, che però fatica a manifestarsi; ma anche in lei è nato, in Amanda, e alla fine avviene l’incontro.

Commedia leggera ma intelligente e ben condotta, non priva di pathos nel finale.

 

 

Gianni Amelio – Il primo uomo     

Al Santa Lucia di Lecce il  26/04/012

Dall’ultimo e incompiuto romanzo di Albert Camus. Sibillino il “primo uomo”.

Per quanto è dato capire, qui nel 1957 un franco-algerino, un pied noir, ormai forse cinquantenne, un universitario o scrittore, ritorna dalla Francia in Algeria per una conferenza all’università sulla auspicata convivenza e unità di algerini e francesi in una fase in cui l’Algeria è sì stata fatta territorio metropolitano, una regione francese con tutti i suoi diritti, ma è iniziato ormai il movimento d’indipendenza, ci sono già atti di terrorismo (lo scoppio di un autobus, ad esempio). L’auspicata unità franco-algerina è certo illusiva perché il popolo algerino, dopo la sudditanza coloniale, cerca e vuole la sua autonomia, la sua dignità e diritto di popolo autonomo; ciò che il protagonista – e con lui Camus, che è franco-algerino – non capisce.

Ma questo tema diventa poi nel film marginale perché vi prevale il ritorno dell’uomo al padre (che è morto in guerra e di cui visita la tomba), alla madre la cui presenza pacata e affettuosa è forte, ai luoghi e alle persone della sua infanzia – un flashback che occupa la parte maggiore del film – la nonna severa che lo frusta, il maestro ch’egli reincontra, la scuola in cui si è formato (mentre la madre è analfabeta). Un uomo pacato e pensoso che rivive la sua infanzia. Questo è tutto. In luoghi e ambienti d’impressionante povertà e semplicità.

Un film fatto quasi di nulla, che la critica ha molto esaltato, e però povero anche di senso. Se il messaggio politico è errato, fuori dalla storia; se il messaggio umano è modesto. Così pare.  

 

 

Guillaume Canet – Piccole bugie tra amici   

Al Santa Lucia di Lecce il 15 aprile 2012.

Attore trentanovenne francese, e regista al suo terzo film.

Eccellente nella costruzione e nell’intreccio delle vicende, come nei caratteri.

Film di gruppo che procede in modo unitario, pur essendovi un certo intreccio di storie.

Calato nel dramma di un incidente mortale, l’amico Ludo che, uscendo la notte da un locale sbatte con la moto contro un grosso camion; ed è poi in ospedale, e alla fine muore. Nello sfondo v’e dunque questa tragedia e v’è l’egoismo degli amici che vanno in vacanza insieme a Cap Ferret sull’Atlantico; nessuno rinunzia o rinvia; ciò che a un certo momento verrà loro rimproverato.

Nella vacanza v’è un interessante intreccio di vicende, vi sono solitudini, perdite, riacquisti amorosi, scontri ed altro; ma l’amicizia è profonda e supera sempre le difficoltà, non si giunge mai alla rottura. V’è un mondo molto intenso e vivo, carico di momenti emotivi, che l’amicizia trascende sempre. È questo il collante del film, questo il valore etico che lo fa intenso e profondo, e sempre unitario, mai episodico. L’amicizia, uno dei grandi valori umani, tra i più  grandi.

Nel finale tutti sono raccolti ai funerali, con anche altra gente; e ci sono piccoli discorsi intensi di dolorosa emozione.

 

 

Daniele Vicari – Diaz. Non pulire questo sangue   

Al Santa Lucia di Lecce il 14 aprile  1012

Vicari è al suo quinto film, con un ritmo ineguale.

Qui fa un film corale, dove non emergono storie singole, anche se vi sono personaggi che ritornano. Film di evocazione e di denunzia di un evento oltraggioso.

V’è una prima parte che ricostruisce in certa misura le giornate del G8 di Genova, l’intervento distruttivo dei black-bloc, gli scontri tra ragazzi manifestanti e polizia. In questi scontri sta la premessa, la carica d’odio che monta nella polizia, la volontà di rivalsa.

Segue la notte alla scuola Diaz, dove i ragazzi sono ospitati e dormono stanchi; l’incursione punitiva, feroce, crudele, di un corpo il cui compito è la difesa del cittadino, e che qui invece si accanisce su tutti indistintamente, percuote a sangue, ripetutamente, frattura, ragazzi e ragazze, in un accanimento folle.

Seguono i soccorsi, il viavai delle ambulanze; ma anche gli orrori della caserma di Bolzaneto, del carcere di Voghera.

Film documento che racconta senza soste e senza distrazioni. Perciò con una forza inconsueta.

Film importante per la memoria storica di una oltraggiosa prevaricazione che le forze di polizia dello stato hanno compiuto sui cittadini.

 

 

Carlo Virzì – I più grandi di tutti

Al Santa Lucia di Lecce l’8 aprile 2012.

Carlo, fratello del più noto Paolo, musicista pop, qui al suo secondo film.

Che si muove nel suo ambiente di complessi rock. Qui i Pluto, un complesso che si è sciolto da una decina d’anni, e che viene rimesso in piedi dall’insistenza e dal denaro di un fan e collezionista rock, e in particolare della loro musica. Ragazzi che fanno altro ormai, o anche sono disoccupati, in parte sposati, il rock è per loro lontano. Il film si svolge nella loro ricerca e rimessa insieme, le prove il concerto finale. Musica pessima a volume altissimo, rompiorecchie. Film mediocre.

                                    

 

                                    marzo

Marco Tullio Giordana – Romanzo di una strage

Al Massimo di Lecce il 30/03/012

Giordana riprende qui il film d’impegno civile e politico con quella serietà e forza che gli conosciamo.

Qui la strage di Piazza Fontana nella Banca dell’Agricoltura a Milano. Un film d’inchiesta con al centro le figure dell’anarchico Pinelli e dell’ispettore Calabresi. Vuole ricostruire una vicenda in cui non si è riusciti a raggiungere la verità dei fatti, o non lo si è voluto, o lo si è impedito. Una situazione in cui la giustizia viene elusa, o viene paralizzata. Un’Italia resa impotente alla verità e alla giustizia. Resta però abbastanza evidente che Pinelli fu gettato dalla finestra dal gruppo di poliziotti che stavano intorno a lui in quella stanza; che quindi Calabresi – che proprio per questo fu ucciso – non ne è affatto colpevole, anzi in quel momento egli era uscito da quella stanza, e il delitto fu consumato proprio in sua assenza.

Un film che fa molto pensare, che anche riempie d’indignazione e insieme di tristezza per le condizioni in cui versa la nazione.

 

 

Ann Hui – A simple life

Dai Salesiani di Lecce il 18/03/012.

Grande regista hongkonghiana sessantenne con una produzione di  alto valore anche sociale e politico.

Qui un film di rara semplicità e profonda emozione.

Ah Tao, la domestica che per sessant’anni ha lavorato in una famiglia, con amore, attenzione, finezza; sì da essere anche molto amata da tutti. Ora è con uno dei figli, Roger, un produttore cinematografico che ha curato particolarmente durante un infarto, e al quale è sempre attenta, all’igiene del suo vivere. Ad un certo momento ha lei un malore che anche la colpisce nel braccio e nella deambulazione; e chiede di essere  ricoverata in un casa di riposo.

L’ambiente di questa casa è particolarmente sgradevole, per i molti anziani in grave decadenza, lo scarso spazio, le piccole celle in cui sono collocati (v’è qui probabilmente della speculazione); e vediamo anche quartieri della città con brutta edilizia popolare. Ma ciò non tocca la cara  Ah Tao, né l’amore filiale per lei di Roger e della famiglia. Qui il film è fatto di nulla, di piccole cose, me s’accresce l’emozione per questa figura di donna e per la cura amorosa di lui che la presenta come la sua madrina.

Film della semplicità e della generosità. L’attrice Deani Ip ha avuto la coppa Volpi a Venezia. L’attore Andy Lau è un grande di Hong Kong, anche se a noi riesce poco espressivo.

 

 

Radu Mihaleanu – La sorgente dell’amore  

Al Massimo di Lecce l’11/03/012.

Ma il titolo originale è La sorgente delle donne. Di questo regista rumeno che opera in Francia, cinquantenne, il maggiore film è Un train de vie; ma anche Il concerto è significativo.

Qui egli si trasferisce nel mondo islamico di un piccolo e povero, primitivissimo villaggio probabilmente del Marocco (compaiono frasi spagnole: te quiero). Un villaggio collocato sotto una parete montuosa (suggestivo), che vive di piccola agricoltura (gli ulivi) e non ha né acqua né luce.

Qui emerge in tutta la sua ampiezza e forza l’arcaico costume islamico e coranico, l’ingiusta condizione della donna: il matrimonio combinato dalle famiglie, dove la donna vede per la prima volta il marito il mattino dopo la notte  di nozze, il diritto e la facilità del ripudio, l’abbandono all’ignoranza, il possesso della donna come di una cosa. Qui gli uomini se ne stanno il giorno intero a chiacchierare, bere the, fumare, mentre le donne devono fare la provvista d’acqua su per la montagna dove c’è la sorgente, salire e scendere,  due grandi pesanti secchi; e portare enormi carichi di sterpaglia che raccolgono per fare fuoco.

Qui Leila, una giovane sposa che viene da fuori, in seguito ad una caduta si ribella e propone lo sciopero del sesso (quello stesso di Aristofane), e raccoglie l’adesione delle altre giovani donne, ed è questa lotta la vicenda del film; con anche un’affermazione esplicita davanti all’imam che le ha convocate, e una dichiarazione cantata e danzata nella festa grande della città.

Attraverso un giornalista si ottiene un sollecito intervento delle autorità che portano l’acqua. Ma cambia qualcosa davvero nel costume? l’unico uomo che vediamo scendere coi secchi è il marito di Leila, che è poi il maestro del villaggio, uomo di una certa educazione e finezza. E un canto finale dice che per la donna l’uomo è tutto. Notevole invece la visione gioiosa della sessualità, l’esplicito frequente parlarne.  

 

 

Carlo Verdone – Posti in piedi in paradiso

Al Massimo di Lecce il 10/03/012.

Verdone questa volta delude con tre mariti separati, con mogli e figli a carico, che convivono in un appartamento; sempre a corto di  denaro, con espedienti vari. Vicenda macchiettistica e inconcludente, scarsa di umanità, salvo che nel finale con la figlia diciassettenne rimasta incinta,che vuol continuare la sua vita col bambino e col giovane suo amore. Conosciamo la smorfia dolorosa di Verdone, che però non basta, diventa ripetitiva.     

 

 

Paolo e Vittorio Taviani, Cesare deve morire    

Al Santa Lucia di Lecce il  7/03/012.

I fratelli Taviani tornano dopo cinque anni con un’esperienza singolare, la trasposizione cinematografica di un’esperienza teatrale dei detenuti di Rebibbia, la rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare. Non assumono il solo fatto teatrale, ma l’esperienza intera, con tratti anche di vita carceraria. Forse per dare più verità alla loro opera, più immediatezza. Lavorano con un bianco e nero molto forte, un po’ rude si direbbe, ma fortemente espressivo; e che acquista ancor più risalto in quei vari luoghi del carcere in cui si snoda la vicenda. Così come rude è il dialetto in cui Shakespeare è recitato, perché solo il dialetto si addiceva a quei carcerati, essendo la loro lingua. Accompagnato il tutto, a tratti, da musiche molto belle ma anche rare.

Un dramma di violenza rivissuto da uomini per lo più violenti, e che della loro violenza portano la pena, nella violenza del carcere che li imprigiona.

Rivissuto nel testo nobile ed alto di Shakespeare, che tanto più può contribuire alla loro catarsi, alla purificazione.

                          

                                      febbraio

Olivier Nakache, Eric Toledano – Quasi amici (2011)    

Al Massimo di Lecce il  26/02/012.

Due trenta-quarantenni francesi che lavorano insieme, al secondo film; che viene da una storia vera ed è certo notevole nell’umanità come nella costruzione e nello stile. Perfetto, quasi.

Dove il nero, il senegalese che vive da poco a Parigi, è stato in carcere, campa col sussidio (che preferisce al lavoro), e si fa cacciare fuori casa dalla zia che l’ospitava; lui è al centro, con la sua personalità primaria, impeto e anche violenza, vitalità debordante. Lui è assunto in prova dal miliardario paraplegico che non muove né gambe né braccia; personaggio peraltro  altamente vitale e sensibile, e aperto al nuovo e al rischio. E si sviluppa così un rapporto singolarmente armonioso, che s’intensifica, diventa quasi simbiotico. Sì che quando altri intervengono al suo posto perché il suo tempo s’è compiuto (ma come?) il malato non li sopporta e vuole ancora lui.

Singolare esaltazione dell’immigrato, del nero, delle sue specifiche doti; che abitualmente la società bianca non valorizza; stenta anzi ad accoglierlo, non avendo ancora assimilato i due grandi principi che reggono questo rapporto, il principio che la Terra è di tutti, e il principio fraterno. Recupero del nero in una società di bianchi che ancora lo emargina.

Titolo originale Intouchables, intoccabili, forse principialmente o apparentemente tali. Musiche di Ludovico Einaudi.

 

 

Roberto Faenza – Un giorno questo dolore ti sarà utile  (2011)   

Al Massimo di Lecce il  25/02/012.

Il secondo film americano di Faenza, dal romanzo omonimo di Peter Cameron. E però quale dolore?

Una figura di ragazzo che cresce limpido in un ambiente deteriore di certa borghesia USA (la madre, con galleria d’arte, ha avuto tre mariti; il padre è uomo danaroso e mondano); cresce limpido e disdegna il college come la carriera, come gli abituali spassi degli altri adolescenti; e non è neppure ancora sfiorato dall’amore né da interesse alcuno per la donna (forse immaturo? forse risente delle burrascose vicende della madre e della sorella?); sceglierebbe piuttosto una vita e un mestiere di artigiano; una vita semplice e schietta. Ha un’alleata e grande amica nella nonna, donna di rara saggezza.

Non v’è una storia; vi sono episodi staccati di non particolare rilievo. Eccellente la figura del ragazzo, ma intorno a lui il film è statico e di scarso interesse.

 

 

Phyllida Lloyd – La Lady di ferro    

Al Santa Lucia di Lecce il  23/02/012

Una regista inglese quarantenne che ha fatto solo due film, e questo è il terzo.

Nel film incontriamo la Thatcher in una fase avanzata della sua vita, malata di Alzheimer, il marito è morto (ma è spesso presente nelle sue allucinazioni), la sua vitalità si è ormai affievolita. E tutto il resto, la sua storia, la sua vita giovanile, la sua crescita politica, la sua ascesa alla leadership del partito e quindi al governo, è come proiezione e ricordo. Un espediente di dubbia efficacia. Per cui anche il suo ritratto politico risulta alquanto sfuocato, i caratteri del tatcherismo(liberismo ad oltranza, privatizzazioni, preferenza per la tassazione indiretta, poll tax cioè testatico eguale per tutti ecc.) non si evidenziano, e tanto meno gli inconvenienti che essi comportano (certo estranei alle intenzioni della regista). Grandiosa è invece l’interpretazione che ne dà Meryl Streep, la quale si avvantaggia anche di un trucco perfetto che la trasforma totalmente.

 

 

Alexander Payne – Paradiso amaro    

Al Massimo di Lecce il  18/02/012.

Paine è regista statunitense cinquantenne di cui ricordiamo soprattutto Sideways con Paul Giamatti, il film dei vigneti californiani. Qui il titolo originale The Descendants (gli eredi? i rimasti?) non dice molto.

La storia è certo inusuale e ci sorprende l’averla saputa condurre.

Il distacco dell’uomo dalla donna che ama, e che, in coma, è ormai condannata alla morte, il tempo che gli è dato già prima per elaborare il lutto; in cui s’inserisce l’altro lutto, la notizia che essa lo tradiva, si era infatuata di un altro uomo e preparava il divorzio. L’uomo è Gorge Clooney, qui avvocato immobiliarista con due figlie, la maggiore diciassettenne. Recuperare l’affetto e il rispetto delle figlie che ha sempre  trascurato. Scoprire l’identità dell’uomo cui la moglie si era legata, riuscire ad incontrarlo, a sapere da lui la realtà del rapporto (non c’era amore da parte sua, egli amava Giulia, sua moglie), e infine perdonare la donna, darle un ultimo bacio d’addio, comporre così il suo dolore, ricomporre la sua dignità. Operando con saggezza.

Questa è la complessa operazione  che il film conduce con sicura coerenza, in cui un gruppo di persone, il padre e le due figlie, così come l’altra coppia e famiglia, ritrova la sua armonia. E la saggezza ne è la chiave; Matt, il marito impersonato da Clooney, sa agire con saggezza.

Il titolo italiano allude alle Hawaii, il paradiso di natura in cui la vicenda si svolge. Splendore di natura e opulenza di questa gente; un ambiente un po’ artificioso.

 

 

David Fincher – Millennium – Uomini che odiano le donne   

Al massimo di Lecce il  12/02/012.

Fincher è autore ineguale: si veda ad esempio l’insignificante The social network comparato  a Seven (pur nell’eccesso di orrore) e a Fight Club; ma anche a Benjamin Button.

Ci si chiede, del resto, se era possibile riprendere la trilogia svedese di Stieg Larsson, o anche solo la prima parte, dopo l’incomparabile personaggio che Noomi Rapace aveva fatto di Lisbeth Salander. Certo non la ragazzina che vediamo qui, la banalissima figura di ragazzina hollywoodiana. Ma anche Daniel Craig nel personaggio del giornalista non è credibile, né comparabile con lo svedese Michael Nyqvist.

Non solo, ma il film svedese è più compatto, e con questo più chiaro, più incisivo ed efficace; nell’azione di Lisbeth ad esempio, che è decisiva. O una scena come l’incidente finale di Martin Vanger, il malvagio, dove si vede la benzina gocciolare, si attende lo scoppio in cui il malvagio perirà.

Fincher lo intitola La ragazza dal dragone tatuato; nulla a che vedere con la pregnanza di Uomini che odiano le donne. Ora poi verranno i tipici sequel americani.

 

 

Diego Garcia – Albert Nobbs  

Al Santa Lucia di Lecce l’11/02/012.

Regista sudamericano che non ha prodotto grandi cose. Qui però s’impegna in un film notevole.

L’Irlanda dell’800 con la sua aristocrazia ancora potente e arrogante; con gli aristocratici libertini che abusano della “servitù” femminile, e quindi i bambini affidati agli orfanotrofi. Un mondo perverso. Dove la protagonista, donna (Glenn Close, interpretazione notevole, anche se monocorde), che non ha nessuno, sentendo che v’è una certa richiesta di camerieri si fa uomo e percorre la sua carriera nei migliori alberghi. Al punto in cui siamo, dopo vent’anni, ha risparmiato una certa somma, ha adocchiato un locale sfitto  che pensa di trasformare in tabaccheria e così infine emanciparsi da quella condizione servile. Ma avendo conosciuto un giovane e aitante imbianchino che è donna e però si è sposato e vive una vita di famiglia, pensa di fare la stessa cosa e inizia a corteggiare una giovane e gentile cameriera che però ha già un ragazzo, di cui è anche incinta; e che inoltre lo trova troppo rigido, impettito, reso poco umano dal mestiere e dalla finzione. Il rifiuto lo porta allo sconforto e alla morte (forse per una ripresa della febbre tifoidea che imperversa; non è ben chiaro). Questa la triste vicenda. Ricostruita con rigore e coerenza (l’errore di Albert nello scegliere la cameriera più carina; la saggezza avrebbe scelto una donna meno avvenente ma più abbordabile. Inoltre la sua figura troppo ingessata, qui la regia eccede).

Alla base un racconto di John Moore.

 

 

Nadine Labaki – E ora dove andiamo ?  

Al Santa Lucia di Lecce il  5/02//012.

Questa regista libanese ritorna dopo Caramel, un film sulla condizione femminile nell’Islam, quello libanese già fortemente occidentalizzato; un film non profondo ma non privo di spontaneità, leggerezza, colore.

Questo gli è simile come stile, ma anche sempre un po’ disordinato e confuso.

Un piccolissimo e poverissimo villaggio dove convivono una comunità islamica e una cristiana; convivono da tempo in pace, l’imam e il parrpco sono amici. V’è la chiesa e la moschea e vi sono, l’uno accanto all’altro i due piccoli cimiteri. In questa fase v’è tuttavia il timore della guerra, delle armi; che si scateni anche nella piccola comunità. E sono le donne che cercano di custodire la pace, distogliendo e distraendo i loro uomini, mariti e figli: le ballerine dell’Est Europa invitate per distrarli appunto; la madre il cui figlio è stato casualmente ucciso in un breve viaggio notturno, chissà, da una pallottola vagante, che lo sotterra quella stessa notte e dice che è malato, e non può vedere nessuno. E però la cosa si sa, e v’è un rigurgito d’Islam, di nere tuniche (il rimprovero della madre alla Madonna)  e quando si fa il funerale e si arriva ai due cimiteri, dove portarlo? E ora dove andiamo?

Un film, dunque, per la convivenza pacifica delle due fedi, in una fase di aspro conflitto. Questo, forse, il suo pregio maggiore.

Belle le musiche, talora in forma di musical.  

 

 

Martin Scorsese . Hugo Cabret (2011)

Al Massimo di Lecce il 4/02/012.

Il titolo originale è Kids, ragazzi; il film proviene da un romanzo per ragazzi.

Difficile dire che cosa volesse Scorsese con questo film: quale idea, quale storia; poiché la titano l’una e l’altra. Per di più lo fa in tre dimensioni, un inutile sovraccarico.

Un ragazzo che, perso il padre vive nei locali del grande orologio di una stazione parigina anni trenta; dove lavorava il padre che una misteriosa vampata di fuoco gli rapisce. Questo mondo ruote, d’ingranaggi, questa grande macchina è certo suggestiva. Così com’è suggestivo l’automa che il padre gli ha lasciato e che, ad un certo punto, egli riesce a far funzionare, a dargli vita, e scrive e disegna. Ma la storia del ragazzo con la macchina, che sarebbe interessante, non continua. Vi s’innesta invece, senza reale continuità, la storia di Georges Méliés, forse il primo cineasta, che la guerra ha annientato, per cui si è ritirato e vive ormai in incognito e tiene nella stazione una confiserie. Certo un omaggio alla sua memoria, ma senza nessun nesso e nessuno reale svolgimento.

Scorsese questa volta ha sbagliato film, come altre volte. Tutti possono sbagliare.

 

 

                            gennaio

Gilles Paquet-Brenner – La chiave di Sarah   

Dai Salesiani di Lecce il  31/01//012.

Regista francese al suo secondo film, notevole però. Titolo originale Elle s’appelait Sarah.

Una storia dall’Olocausto. Complessa perché vi s’intreccia la vicenda della famiglia e della bambina ebrea (che rientra nell’orrido rastrellamento di 13.000 ebrei fatto a Parigi dai francesi nel 1942, in combutta coi tedeschi; un fatto ignominioso per la Francia) con la ricerca di una giornalista (che è la vera protagonista del film, Kristin Scott Thomas), la sua tenace ricerca, in quanto siamo nel 2009, poi nel 2011; anche perché la famiglia del marito ha abitato nell’appartamento ch’era stato della famiglia ebrea.

A parte il rastrellamento, il concentramento nel velodromo d’inverno, poi distrutto, il campo ecc., con tutto lo strazio che vi avviene, e che conosciamo da altri film; il punto nodale qui è il fatto che Sarah, nel momento dell’irruzione, ha chiuso in un retromuro il fratellino Michel, pensando di salvarlo; perciò la sua fuga dal campo (è piccola, ha diecianni), raccolta poi da una coppia di contadini come una figlia; e con loro va a Parigi per aprire il retromuro (qui la chiave), dove trova solo il cadavere del piccolo. Troppo tempo è passato. Donde l’inquietudine e il senso di colpa che la strazia. Fattasi giovane donna lascia la casa in cui è cresciuta, riesce ad emigrare negli USA, si sposa amata, ha un figlio; ma il tormento la porta al suicidio. Tracce tutte percorse dalla giornalista e dalla sua passione.

Opera condotta con sapienza e finezza nella sua stessa complessità; con sensibilità e sofferenza.

 

 

Jasmila Zbanic – Il sentiero   

Al Massimo di Lecce il 29/01/012.

Donna trentasettenne di Sarajevo, che nel 2006 ha vinto l’orso d’oro a Berlino con Il segreto di Esma; è questo il suo secondo film.

Un film pieno di colore e di luce, riflette il carattere della protagonista, Luna. La storia di una giovane donna, carattere limpido e luminoso; hostess presso la compagnia aerea nazionale. Legata da forte amore con Amar che è controllore di volo allo stesso aeroporto; sospeso poi per sei mesi per un errore, incontra un vecchio commilitone della guerra bosniaca che è musulmano militante (wahabita) e dirige un centro della comunità musulmana per bambini, e gli offre un lavoro in quella comunità. Lì egli recupera la fede,  e quindi anche l’arcaica etica coranica; e in essa l’asservimento della donna. Lì tutte portano il niqab, nero fino a terra, con fessura per gli occhi. Lì nasce il conflitto. Luna, la donna sì musulmana, ma occidentalizzata e moderna, non può tollerare la prospettiva dell’asservimento, tra cui anche la poligamia, né tutti gli altri particolari della precettistica islamica. Il film finisce con la rottura, anche se la donna, contro ogni previsione (era in cura per una procreazione assistita, che al momento decisivo rifiuta), si è trovata incinta di lui.

L’islam delle donne dal nero niqab appare in tutta la sua arretratezza etica di fronte al mondo luminoso di Luna. Forse "il sentiero" è appunto quello stretto della arretratezza etica che percorre Amar, pur nella sua devozione ad Allah, al Dio clemente e misericordioso.

 

 

Stefano Sollima – A.C.A.B. All  Cops  Are Bastards    

Al Massimo di Lecce il 28/01/2012.

Dopo vari telefilm polizieschi, tra cui Romanzo criminale (lo stesso titolo del film di Placido sulla banda della Magliana), Sollima gira il suo primo vero film e ci dà un quadro inusuale della polizia. A parte l’acronimo e il suo orrido senso, o anche la strofetta che apre il film e ogni tanto ritorna,”tutti i celerini sono figli di puttana”, cantata o fischiata da loro stessi: orrida visione negativa e distruttiva di un importante e delicato servizio dello stato. Un servizio che, immerso nella violenza, e dovendo anche far uso di violenza, spesso ne abusa; mancandovi una formazione, e quindi una coscienza, del rispetto dovuto sempre al cittadino, anche quando delinque.

Qui una squadra di agenti quarantenni con un alto senso del loro compito e con un alto grado di solidarietà, quasi fratelli. E tuttavia duri negli scontri, picchiano forte, più di quanto dovrebbero – si pensa – e tuttavia gli scontri come tali sono duri, quelli ad esempio con torme di violenti ragazzi di stadio, che contro la polizia si accaniscono quasi fossero nemici, nella  classica e ormai superata guerra; anche se con armi improprie.

Uomini che spesso, dopo la lotta e il pericolo, devono rendere conto delle loro azioni in tribunale; che hanno spesso dolorosi problemi familiari che la stessa loro professione accentua. La moglie, il figlio. Un oscuro senso di dolore umano e di pietà avvolge il loro mondo. Un film molto diverso dagli abusati polizieschi americani. Il romanesco ostacola la comprensione dei dialoghi.

 

 

Tomas Alfredson – La talpa    

Al Massimo di Lecce, il 18/01/2012.

Regista svedese quarantenne che proviene dal teatro ed è ora al suo secondo film, dopo Lasciami entrare del 2008. La talpa proviene dal romanzo omonimo di La Carrè, che è del 1973, ed è già passato sulla TV statunitense. Molto lodato dalla critica anzitutto come spy story significativa della linea opposta a quella fantastica di Bond-Connery; la linea della ricostruzione seria, pacata, di un mondo che tale è; poi per la qualità filmica e per le atmosfere grigioscure; oltre che per il cast.

In realtà il film non dice quasi nulla: nulla di umano, nessun valore. Gente che fa il suo lavoro con coscienza, o che anche tradisce e fa il doppio gioco; lavoro che poi non è per nulla chiaro e comprensibile, in questo film tanto lodato. In tal senso era meglio il Bond-Connery. Un lavoro di diffidenza e di ostilità tra gli stati, che ha avuto forse un qualche ruolo in passato, specie durante la guerra fredda; ma che si spera si estingua via via che un rapporto di fiducia reciproca, di solidarietà, di fratellanza s’instaura tra gli stati. Qualcosa che appartiene al passato oscuro dell’umanità, come la guerra, e che la costruzione di una società di giustizia e di una società fraterna spazzerà via, come la guerra stessa.

 

 

Steve McQueen – Shame   

Al Santa Lucia di Lecce, il 15/01/2012

Un nero inglese, artista visivo, che porta lo stesso nome del famoso attore. Qui al suo secondo film, dopo Hunger del 2008. Shame, cioè vergogna.

Qui un sessuomane o sessodipendente, un certo Brandon, impiegato, che riempie il suo computer di materiali porno, ha in casa montagne di riviste porno, è sempre alla ricerca d’incontri occasionali, e dichiara ovviamente che il  matrimonio non ha senso perché sfocia nella consuetudine e nella noia; e del resto lui non è mai stato con una donna più di quattro mesi.

Ovviamente il film non ha una storia, per l’instabilità e il vagabondaggio del protagonista. Così come non ha passione ma solo il meccanismo del sesso. V’è tuttavia un nucleo più vivo nella presenza della sorella, cantante di locali, anch’essa instabile ma più passionale (la bella e appassionata Carey Mulligan, il suo canto), che ha bisogno comunque della  casa di lui e ancor più  dell’affetto fraterno, e lo dichiara; mentre lui la rifiuta perché lo disturba nei suoi traffici, e lei tenta il suicidio; ciò che provoca in lui un momento di passione-dolore, in lui così arido, così scarsamente umano.

Scene di sesso noiose, per lo più; atmosfere grigie e brumose; i critici lodano molto il taglio delle scene

 

 

Giuliano Montaldo – L’industriale  

Al Massimo di Lecce, 14/01/2012

Montaldo ritorna con un film notevole, splendidamente fotografato, quasi in bianco e nero, nella Torino delle banche e delle imprese, una Torino notturna, nella morsa della crisi di cui tutti soffriamo.

Due le storie che vi s’intrecciano. L’impresa in difficoltà, impresa già paterna, retta ora dal figlio (il protagonista, Pierfrancesco Favino, una forte interpretazione); che lotta con le banche e la loro miopia, il loro rifiuto del rischio (se rischiano le imprese manifatturiere, perché non dovrebbero rischiare anche le banche?); lotta con le finanziarie degli strozzini che pretendono un interesse del 51%. E però riuscirà ad ottenere una partecipazione tedesca del 49%, con dieci milioni subito; forse attraverso uno stratagemma, l’offerta (vera?) di un’impresa giapponese. E celebrerà una festa con molti invitati.

Il rapporto con la moglie, dove non ci sono figli; dove la donna ha un comportamento strano, sempre seria col marito, sempre assente, impegnata in altro, sfuggente; mentre egli insistentemente la cerca perché davvero l’ama e davvero in questo frangente ha bisogno della sua presenza amorosa. La donna che sviluppa una simpatia per un rumeno che le tiene l’auto in un garage, e lo incontra e con lui si sollazza e ride, pur non cedendogli. Si apre qui il pedinamento del marito che occupa la maggior parte del film; la sua ricerca dolorosa e tuttavia affettuosa, per capire che cosa realmente accada. Scopre il rumeno, tenta di allontanarlo con una somma generosa di 40.000 euro; poi c’è un alterco, un atto di violenza che senza volerlo lo uccide, lo getta quindi nel Po. E, proprio durante la festa, la moglie scopre ch’egli le ha ucciso l’amico e l’abbandona. Vicenda tutta tormentosa e che finisce nel dolore, nel pianto di un uomo forte e anche un po’ rude.

 

 

Jasemin Samdereli – Almanya. La mia famiglia va in Germania

Al Santa Lucia di Lecce l’8/01/012

Willkommen in Deutschland, benvenuti in Germania è il sottotitolo originale, che già esprime il carattere di questa  immigrazione, non osteggiata o appena tollerata come in Italia, ma accolta come un bisogno e un aiuto. L’immigrazione turca, circa due milioni e mezzo di persone.

Il film è  di una estrema semplicità; è il giovane che va a lavorare in Germania e così mantiene la famiglia; poi la porta in Germania con sé, vi acquista una casa; la famiglia cresce negli anni, i figli che si sposano, i nipoti; e però vivono sempre insieme, la grande famiglia allargata. Infine acquista una casa al suo paese per tornarvi in vacanza, e sono molti, un pullmann di media grandezza; e lungo questo viaggio muore.

Il suo grande pregio è una visione positiva e gioiosa della vita; una storia semplice che scorre senza intoppi, affronta i nodi di ogni vita corrente, li supera con facilità, con gioiosa leggerezza. Belle le musiche.

Poteva essere evitata la presenza del crocifisso sentito con ripudio e fastidio; compare due volte; segno della permanente intolleranza religiosa islamica.  

                                  

      

Jean-Pierre Améris - Emotivi anonimi

Al Santa Lucia di Lecce il  7/01/012.

Regista cinquantenne francese al suo primo film.

Un film garbato, fine, pieno di freschezza. “Emotivi anonimi” è un gruppo terapeutico che s’incontra regolarmente, e in cui ad un certo punto scopriamo Angélique, la fine protagonista del film. E però emotivi anonimi sono ambedue i protagonisti, Angélique e il suo ancor più introverso principale e innamorato Jean-René. Il quale è il proprietario di una piccola fabbrica di cioccolato, con quattro operai in tutto, due donne e due ragazzi; mentre Angélique è assunta come venditrice ma in realtà è la grande artista del cioccolato; così come è la deliziosa donna da cui subito Jean-René è preso, pur nella sua patologica inibizione. Alla fine, dopo svariate traversie, si sposeranno. Ma il finale, così com’è fatto, non ci soddisfa..

 

 

Clint Eastwood – J. Edgar

Al Massimo di Lecce, 7/01/2012

Difficile capire perché il maturo e serio Eastwood abbia scelto questo personaggio, l’organizzatore dell’FBI, cioè della polizia federale americana. Hoover, un uomo senza passioni, diremmo. O con una sola passione anomala? negli Usa degli anni venti, delle grandi famiglie criminali, organizzare una polizia federale che fosse in grado di affrontarle e di batterle; attraverso la preparazione e disciplina dei suoi uomini, la serietà e scientificità delle inchieste, le intercettazioni, e anche attraverso vie illegali d’infiltrazione, di provocazione, di notizie riservate (di cui però non si parla; c'è solo un archivio riservato, tenuto dalla segretaria, e che lei distrugge alla sua morte). Cui dedica l’intera sua vita, quarantott’anni, sino alla morte. Vita dedicata con interezza perché non ha famiglia né amori. Legato alla madre, sua signora e sua consigliera; la ragazza da cui sembra colpito all’inizio diventa la sua fedele segretaria; vive con un amico e fidato collega che l’ama, e lo dichiara, ma non ne accetta l’amore. Suo punto debole è l’ossessione dei comunisti, dei radicali, dei rivoltosi; tra questi figure come Martin Luther King e il movimento dei diritti civili. Un conservatore  tosto.

Questo personaggio è ricostruito qui con fedeltà, con serio impegno, con obiettività, senza critiche, senza ironie. Da un Eastwood conservatore egli stesso, che ne condivide in gran parte le idee e la storia, la statura, l’ideale di un paese forte e sano. Un grande affresco, un  po’ grigio (e prevalentemente grigi sono i  toni del film), un po’pesante; e tuttavia molto ben costruito e che si segue con attenzione, anche se con scarso interesse.