CANTICO DEI DROGATI

Ho licenziato Dio gettato via un amore

per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore

Le parole che dico non han più forma né accento

si trasformano i suoni in un sordo lamento
 

Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco

che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Chi mi riparlerà di domani luminosi

dove i muti canteranno e taceranno i noiosi

Quando riascolterò il vento tra le foglie

sussurrare i silenzi che la sera raccoglie

 

Io che non vedo più che folletti di vetro

che mi spiano davanti che mi ridono dietro

 

Come potrò dire la mia madre che ho paura?

 

Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere

per i giorni già usati per queste ed altre sere

 

E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole

chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore

 

E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo

dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo?

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Quando scadrà l'affitto di questo corpo idiota

allora avrò il mio premio come una buona nota

 

Mi citeran di monito a chi crede sia bello

giocherellare a palla con il proprio cervello

 

Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito

che qualcuno ha tracciato ai bordi dell'infinito

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Tu che m'ascolti insegnami un alfabeto che sia

differente da quello della mia vigliaccheria

 

Testo: F.De Andrè – R.Mannerini

Anno di pubblicazione: 1968


 

PRIMO INTERMEZZO

Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so

lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho

 

Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so

lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968



 

LEGGENDA DI NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori

avevi l'età che non porta dolori

e il vento era un mago, la rugiada una dea,

nel bosco incantato di ogni tua idea

nel bosco incantato di ogni tua idea

 

E venne l'inverno che uccide il colore

e un Babbo Natale che parlava d'amore

e d'oro e d'argento splendevano i doni

ma gli occhi eran freddi e non erano buoni

ma gli occhi eran freddi e non erano buoni

 

Coprì le tue spalle d'argento e di lana

di pelle e smeraldi intrecciò una collana

e mentre incantata lo stavi a guardare

dai piedi ai capelli ti volle baciare

dai piedi ai capelli ti volle baciare

 

E adesso che gli altri ti chiamano dea

l'incanto è svanito da ogni tua idea

ma ancora alla luna vorresti narrare

la storia d'un fiore appassito a Natale

la storia d'un fiore appassito a Natale

 

Testo: F.De Andrè
(ispirato a “Le Père Noël e la petite fille” di G.Brassens)

Anno di pubblicazione: 1968


 

SECONDO INTERMEZZO

Sopra le tombe d'altri mondi nascono fiori che non so

ma fra i capelli di altri amori muoiono fiori che non ho

 

Sopra le tombe d'altri mondi nascono fiori che non so

ma fra i capelli di altri amori muoiono fiori che non ho

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968


 

BALLATA DEGLI IMPICCATI

Tutti morimmo a stento ingoiando l'ultima voce

tirando calci al vento vedemmo sfumare la luce

 

L'urlo travolse il sole l'aria divenne stretta

cristalli di parole l'ultima bestemmia detta

 

Prima che fosse finita ricordammo a chi vive ancora

che il prezzo fu la vita per il male fatto in un'ora

 

Poi scivolammo nel gelo di una morte senza abbandono

recitando l'antico credo di chi muore senza perdono

 

Chi derise la nostra sconfitta e l'estrema vergogna ed il modo

soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo

 

Chi la terra ci sparse sull'ossa e riprese tranquillo il cammino

giunga anch'egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino

 

La donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria

ritrovi ogni notte sul viso un insulto del tempo e una scoria

 

Coltiviamo per tutti un rancore che ha l'odore del sangue rappreso

ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso

 

Testo: F.De Andrè – G.Bentivoglio

Anno di pubblicazione: 1968


 

INVERNO

Sale la nebbia sui prati bianchi

come un cipresso nei camposanti

un campanile che non sembra vero

segna il confine fra la terra e il cielo

 

Ma tu che vai, ma tu rimani

vedrai la neve se ne andrà domani

rifioriranno le gioie passate

col vento caldo di un'altra estate

 

Anche la luce sembra morire

nell'ombra incerta di un divenire

dove anche l'alba diventa sera

e i volti sembrano teschi di cera

 

Ma tu che vai, ma tu rimani

anche la neve morirà domani

l'amore ancora ci passerà vicino

nella stagione del biancospino

 

La terra stanca sotto la neve

dorme il silenzio di un sonno greve

l'inverno raccoglie la sua fatica

di mille secoli, da un'alba antica

 

Ma tu che stai, perché rimani?

Un altro inverno tornerà domani

cadrà altra neve a consolare i campi

cadrà altra neve sui camposanti

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968


 

GIROTONDO

Se verrà la guerra, Marcondiro'ndero

se verrà la guerra, Marcondiro'ndà

sul mare e sulla terra, Marcondiro'ndera

sul mare e sulla terra chi ci salverà?

 

Ci salverà il soldato che non la vorrà

ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà

 

La guerra è già scoppiata, Marcondiro'ndero

la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà

ci aiuterà il buon Dio, Marcondiro'ndera

ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà

 

Buon Dio è già scappato, dove non si sa

buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà

 

L'aeroplano vola, Marcondiro'ndera

l'aeroplano vola, Marcondiro'ndà

se getterà la bomba, Marcondiro'ndero

se getterà la bomba chi ci salverà?

 

Ci salva l'aviatore che non lo farà

ci salva l'aviatore che la bomba non getterà

 

La bomba è già caduta, Marcondiro'ndero

la bomba è già caduta, chi la prenderà?

la prenderanno tutti, Marcondiro'ndera

siam belli o siam brutti, Marcondiro'ndà

 

Siam grandi o siam piccini li distruggerà

siam furbi o siam cretini li fulminerà

 

Ci sono troppe buche, Marcondiro'ndera

ci sono troppe buche, chi le riempirà?

non potremo più giocare al Marcondiro'ndera

non potremo più giocare al Marcondiro'ndà

 

E voi a divertirvi andate un po' più in là

andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà

 

La guerra è dappertutto, Marcondiro'ndera

la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori

i boschi e le stagioni con i mille colori

 

Di gente, bestie e fiori no, non ce n'è più

viventi siam rimasti noi e nulla più

 

La terra è tutta nostra, Marcondiro'ndera

ne faremo una gran giostra, Marcondiro'ndà

abbiam tutta la terra Marcondiro'ndera

giocheremo a far la guerra, Marcondiro'ndà...

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968


 

TERZO INTERMEZZO

La polvere il sangue le mosche e l'odore

per strada fra i campi la gente che muore

e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è

e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi il perché

 

L'autunno negli occhi l'estate nel cuore

la voglia di dare l'istinto di avere

e tu, tu lo chiami amore e non sai che cos'è

e tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi il perché

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968


 

RECITATIVO
(Due invocazioni e un atto d'accusa)

Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati.

Dell'inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna.

Banchieri, pizzicagnoli, notai,
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.

Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.

Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.

Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?

Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.

Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.

Testo: Fabrizio De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968

 

 


 

CORALE
(Leggenda del Re infelice)

Uomini senza fallo, semidei

che vivete in castelli inargentati

che di gloria toccaste gli apogei

noi che invochiam pietà siamo i drogati.

Dell'inumano varcando il confine

conoscemmo anzitempo la carogna

che ad ogni ambito sogno mette fine:

che la pietà non vi sia di vergogna

 

Coro:

C'era un re

che aveva

due castelli

uno d'argento

uno d'oro

ma per lui

non il cuore

di un amico

mai un amore né felicità

 

Banchieri, pizzicagnoli, notai,

coi ventri obesi e le mani sudate

coi cuori a forma di salvadanai

noi che invochiam pietà fummo traviate.

Navigammo su fragili vascelli

per affrontar del mondo la burrasca

ed avevamo gli occhi troppo belli:

che la pietà non vi rimanga in tasca

 

Giudici eletti, uomini di legge

noi che danziam nei vostri sogni ancora

siamo l'umano desolato gregge

di chi morì con il nodo alla gola.

Quanti innocenti all'orrenda agonia

votaste decidendone la sorte

e quanto giusta pensate che sia

una sentenza che decreta morte?

 

Coro:

Un castello

lo donò

e cento e cento amici trovò

l'altro poi

gli portò

mille amori

ma non trovo

la felicità.

 

Uomini cui pietà non convien sempre

male accettando il destino comune,

andate, nelle sere di novembre,

a spiar delle stelle al fioco lume,

la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,

muover le tombe e metterle vicine

come fossero tessere giganti

di un domino che non avrà mai fine

 

Uomini, poiché all'ultimo minuto

non vi assalga il rimorso ormai tardivo

per non aver pietà giammai avuto

e non diventi rantolo il respiro:

sappiate che la morte vi sorveglia

gioir nei prati o fra i muri di calce,

come crescere il gran guarda il villano

finché non sia maturo per la falce

 

Coro:

Non cercare la felicità

in tutti quelli a cui tu

hai donato

per avere un compenso

ma solo in te

nel tuo cuore

se tu avrai donato

solo per pietà

per pietà

per pietà...

 

Testo: Fabrizio De Andrè

Anno di pubblicazione: 1968