IL PENSIERO.

Definizione. La categorizzazione. Il ragionamento. Tipi di pensiero.

 

 

 

 

Definizione.

In psicologia, s’intende con "pensiero" un’attività volta allo scopo di formare concetti, formulare ragionamenti, arrivare a soluzioni di problemi.

La psicologia associazionista vede nel pensiero una sequenza che aderisce alla legge della contiguità e alla legge della somiglianza. Per la prima, l’idea di un oggetto tende ad evocare quella di qualcosa che viene spesso percepito insieme; per la seconda, l’idea di un oggetto tende ad evocare qualcosa di simile.

Per la psicologia cognitiva, invece, il "pensiero" è un processo mentale che comporta la manipolazione di simboli (concetti, immagini, rappresentazioni astratte) che rappresentano oggetti, avvenimenti o idee nella memoria; in questo modo lo si trova collegato "topograficamente" tra lo stimolo proveniente dall’esterno (percezione) o dall’interno (immagine mentale) e la risposta.

 

Il presupposto del pensiero: la categorizzazione.

Oggetti, idee e situazioni vengono ordinati e classificati in categorie comuni ("concetti", ovvero simboli che rappresentano appunto classi di oggetti o di eventi aventi qualità comuni e distintive), riducendo così le variabili da esaminare ed economizzando sulle risorse mentali (secondo i principi del minimo sforzo).

Le procedure utilizzate per "categorizzare" sono:

- astrazione: ricerca degli aspetti che due o più oggetti, idee e situazioni hanno in comune; ciò richiede la selezione di un particolare con l’esclusione degli altri. Le modalità che vengono scelte per l’appartenenza alla stessa categoria possono essere: formali, funzionali, affettive, relazionali.

- generalizzazione: tende a mettere insieme oggetti simili, creando un prototipo con le caratteristiche essenziali per quel concetto.

La formazione di concetti deriva dall’esperienza, favorendo inizialmente i concetti concreti, che si applicano ad elementi di cui si può avere esperienza sensoriale; successivamente, si formano concetti astratti che richiedono elaborazione di materiale interno.

 

Il ragionamento: definizione e strategie.

Il "ragionamento" è un procedimento discorsivo che, in base a ragioni (ipotesi), articola passaggi ed approda a una conclusione.

Un soggetto può fornire una risposta adeguata ad una data situazione solo se formula mentalmente delle ipotesi che mette alla prova finchè non trova quella corretta, cioè quella che gli permette di fornire risposte adeguate. Per "strategia" si intende una successione organizzata di risposte, guidata da ipotesi, nel tentativo di arrivare alla soluzione di un problema.

Strategie di uso più comune sono:

a "Insight": venne sperimentato da Kohler sugli scimpanzé e consiste nel risolvere dei problemi che richiedono una soluzione indiretta (come prendere una banana con l’aiuto di un bastone); funziona come se avvenisse una ristrutturazione del campo cognitivo relativo al problema. Si tratta di una modalità efficace, ma affidata molto al caso.

b Tentativi per prova e per errore: ricerca una soluzione utilizzando tutte le possibilità senza aiuto.

c Algoritmo: descrive delle regole operative che danno sempre lo stesso risultato.

d Procedimento euristico.

e "Messa a fuoco" (focusing): consiste, essenzialmente, in un processo di eliminazione basato sul confronto di ciascun esemplare (oggetto, situazione…) preso come "fuoco".

f "Scanning": ci si forma delle "ipotesi" cui viene applicato un "criterio di fallibilità" (un’ipotesi è valida fin quando non è contraddetta): la verifica può essere compiuta per un’ipotesi alla volta ("successiva") oppure per più ipotesi contemporaneamente ("simultanea").

 

Tipi di pensiero.

Esistono diverse tipologie che rubricano le forme di pensiero secondo dicotomie strettamente dipendenti dai criteri che le varie scuole psicologiche adottano.

a (generale):

- pensiero intuitivo: afferra la situazione senza essere in grado di descrivere i passaggi compiuti;

- pensiero logico: utilizza gli strumenti logico-razionali, giustificando a ogni passaggio gl’impianti operativi che adotta;

b (Wertheimer):

- pensiero produttivo: il pensiero agisce produttivamente, crea una situazione nuova, quando riesce a modificare la struttura, percettiva o cognitiva che sia. Esso si mette in pratica, generalmente, ogni volta che ci troviamo in una situazione problematica che non presenti possibilità di soluzione immediata e che non consenta nemmeno l’impiego di schemi di comportamento acquisiti in precedenza [detto per inciso, quest’ultimo fattore molto spesso può pregiudicare – nelle forme cognitive di "fissità funzionale" (dovuta alle abitudini e conoscenze del soggetto, al contesto percettivo in cui viene presentato l’oggetto critico, alla struttura semantica del campo) e di "set mentale" (fenomeno di irrigidimento mentale indotto dall’esperienza o dalla pratica") – le espressioni del pensiero produttivo, o la nostra capacità creativa di risolvere un problema].

- pensiero meccanico: si attua applicando regole, e generalmente utilizza vecchie soluzioni per problemi nuovi (è detto, così, "riproduttivo").

[a questa distinzione se ne possono ricondurre almeno altre 2:

- pensiero creativo: con scarsi vincoli e costrizioni esterne, ma con profonda dipendenza dal mondo interno;

- pensiero rigido: si limita all’elaborazione e all’ordinamento delle informazioni;

e

- pensiero divergente: capace di risposte flessibili e soluzioni molteplici e originali;

- pensiero convergente: non si lascia influenzare dagli spunti dell’ immaginazione, per limitarsi a utilizzare l’informazione in vista di una sola risposta corretta;

c (Levy-Brhul)

- pensiero realistico: si attiene ai dati della realtà;

- pensiero magico: tipico dello stadio infantile e del modo primitivo di pensare, vive di "partecipazione mistica" con gli oggetti e le cose vissute come animate e fornite di intenzionalità ("animismo").

d (Jung):

- pensiero estroverso: ha in vista l’oggetto nella sua datità, concretezza e realtà;

- pensiero introverso: si alimenta della risonanza interiore che gli oggetti hanno per il soggetto.

 

Altri "tipi" di pensiero.

Molto spesso, l’affacciarsi di una componente profonda, arazionale, emotiva si sovrappone alle normali facoltà logiche del pensiero, le soverchia e le annulla, condizionando così una diversa e particolarissima espressione del pensiero stesso. Questa componente profonda condiziona e struttura il pensiero quotidiano e quello prevenuto, nonché – nelle sue forme più gravi – il pensiero neurotico e quello psicotico, sia pure con diverse modalità ed intensità.

A pensiero "quotidiano": F. Bartlett (1958) lo definisce come un tipo di pensiero che entra in azione nelle moltissime situazioni "problemiche" della vita di ogni giorno, in cui le persone, senza compiere alcuno sforzo per essere logiche e scientifiche, trascurando le lacune delle informazioni a loro disposizione (basandosi, di contro, su elementi obbiettivamente insufficienti, su generalizzazioni o convenzioni prefabbricate nell’ambiente cui esse appartengono), intendono ugualmente prendere posizione (e una posizione "decisa"), arrivare ad una soluzione, anzi con una certa perentorietà di affermazione.

B pensiero "prevenuto": si tratta di una modalità di affrontare i problemi in modo predeterminato e costituisce una modalità poco sofisticata di trattare la realtà; fa, così, largo uso della generalizzazione e del pregiudizio (che, da un punto di vista logico, potremmo definire come "una generalizzazione sempre confermata a mezzo di una falsa operazione deduttiva", ovvero una "credenza rigida"), e attribuisce a un oggetto o individuo caratteristiche simili a quelle di oggetto o individui simili, formando degli "stereotipi". La conoscenza prevenuta, così, ignora e rifiuta il principio stesso del metodo sperimentale, è per sua natura assolutistica, unilaterale ed immodificabile: evidente risultato ed espressione, secondo un processo di "razionalizzazione", di fenomeni di regressione di natura difensiva (individuando un "capro espiatorio", più netta e rassicurante è la distinzione tra bene e male).

C pensiero "neurotico": è una modalità di pensiero influenzata dai meccanismi di difesa: infatti, la personalità del neurotico è non armonizzata tra i suoi diversi costituenti, in quanto non esiste un equilibrio tra le forze profonde dell’ "Es" e l’ "Io".

I meccanismi di difesa costringono l’individuo a organizzare in maniera più o meno rigida il suo ambito percettivo e cognitivo, tanto da funzionare generalmente secondo la "legge del tutto o nulla". La persona si rende conto del proprio pensiero e degli sforzi per far apparire logiche (usando espressioni ambigue, o in senso inadeguato) le proprie convinzioni: ne soffre, ma non riesce a evitarlo volontariamente.

Questo tipo di pensiero è caratteristico di molti disturbi psichiatrici:

- Nevrosi d’ansia: si vive una condizione di paura continua e immotivata, talvolta con un importante componente sintomatologica somatica (palpitazioni, tremore, nausea…). A volte il soggetto mette in atto condotte di compenso (iperattività, controllo) che mascherano la sua condizione.

- Nevrosi fobica: esistono 3 gruppi principali: fobie semplici (le paure vengono rivolte ad un oggetto o situazione: insetti, sporcizia, altezze…), agorafobia e fobie sociali.

- Nevrosi ipocondriaca: si concentrano le paure sul proprio corpo, con sintomi a carico di organi o apparati, spesso non riscontrabili obbiettivamente, ma non per questo meno reali per il soggetto.

- Nevrosi isterica: un tempo ritenuta peculiare del sesso femminile, viene oggi fatta rientrare nei disturbi dissociativi, somatoformi e nel disturbo istrionico di personalità. Anche in questo caso possono manifestarsi sintomi somatici, accompagnati a una certa teatralità nelle manifestazioni, a distacco emotivo dalla sintomatologia, a disturbi della coscienza, come fughe o amnesie.

- Nevrosi depressiva: il pensiero è rallentato e orientato verso l'apatia, la colpa e il pessimismo.

- Nevrosi ossessivo-compulsiva: si manifestano ossessioni, cioè pensieri, immagini, impulsi (poter dire o fare qualcosa di non voluto), contro i quali vengono messe in atto delle compulsioni, cioè comportamenti rivolti a evitare l’ossessione e ridurre la tensione. Particolarmente frequenti solo le ossessioni e le compulsioni di controllo (la porta di casa, la manopola del gas…) o di pulizia (lavarsi le mani, in maniera rituale, dopo contatti ritenuti sporchi).

D pensiero "psicotico": l’individuo psicotico non si rende conto della distanza del suo pensiero dalla realtà. Egli adotta meccanismi intellettuali particolari, che non corrispondono affatto a quelli della logica ordinaria: tuttavia, il suo pensiero non è in realtà illogico o insensato, ma si ricollega ad un proprio criterio logico; in altre parole, lo psicotico sembra avere una facoltà concettuale costituita in modo diverso da quella dell’uomo normale, una facoltà – riscontrabile altresì nei sogni, nel pensiero autistico o in quello "arcaico" – che possiamo definire (Arieti) "paleologica".

Essa risulta essenzialmente basata su 2 principi:

- principio di Von Domarus (1925): "Mentre l’individuo normale accetta l’identità soltanto sulla base di soggetti identici, il paleologico accetta l’identità basata su identici predicati".

Questo principio annulla le prime 3 leggi della logica aristotelica (Principio di identità, di non contraddizione, del terzo escluso): purtuttavia, il pensiero paleologico conserva qualcosa di analogo al 4° principio, quello della ragion sufficiente, anche se suddetto pensiero – a differenza di quello logico – ricerca cause e ragioni di un evento solo ed sclusivamnete in motivazioni personali o in una intenzione (tendenza del soggetto a vivere in un mondo di percezioni, piuttosto che di concetti).

- principio di Arieti (1963): "Mentre l’individuo normale in stato di veglia si interessa principalmente della connotazione e della denotazione di un simbolo, ma è capace di trasferire l’attenzione su tutti e tre gli aspetti del simbolo, il paleologico si interessa principalmente della denotazione e della verbalizzazione ed è incapace, totalmente o parzialmente, di connotare".

Da qui, la generica incomprensibilità e assurdità dei discorsi psicotici (uso della "metafora" per necessità, e non per motivi estetici).

Anche questo tipo di pensiero, infine, è caratteristico di molti disturbi psichiatrici:

- Malattia maniaco-depressiva: si ha un’alternanza di episodi depressivi con almeno un episodio maniacale. I primi non si differenziano da quelli tipici della depressione propriamente detta (v. sopra), mentre la mania è caratterizzata da accelerazione del pensiero, con ideazione grandiosa, impulsiva o aggressività.

- Paranoia: le personalità sembra ben strutturata, mentre è presente un disturbo del pensiero che può restare abbastanza legato a un tema specifico (spesso quello della persecuzione o della gelosia).

- Schizofrenia: il pensiero è di tipo iperinclusivo, caratterizzato dalla perdita dei confini tra i concetti, nonché concreto, per la difficoltà nell’uso di astrazioni e simboli. Un’espressione tipica della schizofrenia è il delirio.

 

 

 

Introduzione: i modelli

L'apprendimento

Il conflitto

Il metodo sperimentale

Il pensiero

Lo sviluppo affettivo

I metodi psicometrici

Il linguaggio

Lo sviluppo cognitivo

I metodi clinici

La personalità

Lo sviluppo sociale

I processi sensoriali

Le motivazioni

Le fasi dello sviluppo

La percezione

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