Bangl@news

Newsletter settimanale sul Bangladesh, pace, mondialità e diritti umani  

Anno XXII

n° 1043 

18/5/22

Questo numero è inviato a 8.133 lettori e a 380 lettori nella versione inglese    

 

        

 Sommario

                   

Missione

»»  Oblati di Maria Immacolata accanto alla gente, tra le sofferenze della guerra

»»  «L’Africa, mamma, papà e i frati: così è sbocciata la mia vocazione» di Chiara Pellicci

»»  Il mio Bangladesh nel cuore di Roma di Beatrice Guarrera

»»  Le Pontificie Opere Missionarie: significativi anniversari e sguardo rivolto al futuro

»»  Le Cartoline di p. Silvano - 309 di p. Silvano Zoccarato

»»  Sulle orme di Charles De Foucauld di p. Silvano Zoccarato

Chiesa

»»  Il Patriarcato di Mosca: «Tono sbagliato del Papa sul colloquio con Kirill»

Mondialità

»»  Crisi alimentare, 193 milioni di persone senza cibo di Flavia Carlorecchio

»»  Epidemie: i casi di morbillo in tutto il mondo in forte aumento

»»  «Aumenta la repressione di Stato In 28 nazioni la libertà non esiste» di Angela Napoletano

»»  Il silenzio uccide in 169 guerre di Lucia Capuzzi

»»  Missione Guterres predestinata al fallimento. I limiti e le contraddizioni delle Nazioni Unite di Cecilia Capanna 

»»  La bambina del Vietnam e Nick Ut, 50 anni dopo quella foto grida «pace» di Giuseppe Marrazzo

»»  Mosca gioca la carta nucleare per rilanciare alleanze in Medio oriente di Dario Salvi

»»  Per un'altra Helsinki di Mauro Gatti

»»  Le altre guerre, lontane dai riflettori/1-6  di Autori vari

Africa 

»»  Patrimoni privati in crescita del 38%

»»  L’influenza della Russia in Africa di Jean-Pierre Bodjoko

»»  “Africities”, a Kisumu un focus sulle città intermedie dell’Africa di Céline Camoin

»»  Cannonate sull'Africa di Francesco Gesualdi

»»  Continuano gli appelli in supporto delle popolazioni del Corno d’Africa che rischiano di morire di fame e di sete 

»»  L’Africa che subisce il fascino dello zar

Asia

»»  Guerra Ucraina e crisi alimentare gettano nuova ombra sull’Eid

»»  India e Myanmar, record di blocchi di internet in un anno

Europa 

»»  Un Nastro Verde contro la guerra di Raffaella Chiodo Karpinsky

»»  Il Papa al Corriere: sono pronto a incontrare Putin a Mosca

Afghanistan 

»»  Amnesty Int. 2021-22 Report

Armenia

»»  Proteste contro il premier di Ambra Visentin

Bangladesh

»»  A Rajshahi una settimana sul dialogo interreligioso di Sumon Corraya

»»  Barishal, fioriscono vocazioni femminili fra i tribali di Sumon Corraya

Cina

»»  Per puntellare il potere, Xi ha indebolito i ‘nemici’ della Gioventù comunista

Iraq 

»»  Card. Sako: Stato ‘civile e democratico’ contro l'emigrazione

Italia 

»»  L’invasione che non c’è. E altre bugie sui migranti di Marco Trovato

»»  La lettera al Pontefice: mandi un’ambasceria

»»  La solidarietà non è reato: si affermi una volta per tutte di Maurizio Ambrosini

»»  Primo maggio 2022 nel nome di Habib. Il lavoro degno genera pace di Francesco Riccardi

»»  Rom, rifugiati nei margini (4) di Manuela Cencetti

Libia

»»  «In Libia crimini contro l’umanità» Dall’Aja nuove accuse sugli abusi di Nello Scavo

Mozambico

»»  La corsa al gas in Mozambico

Pakistan

»»  La società civile al governo: fare di più per tutelare la libertà religiosa

Polonia

»»  Rischi di sfruttamento per i rifugiati

»»  Missionari e laici insieme alle mamme ucraine che sperano di tornare presto a casa

»»  I Comboniani: Porte aperte nelle nostre case per accogliere e curare la popolazione ucraina 

Rep. Centrafricana

»»  Oltre un milione di persone scappate dal paese

Russia

»»  Il mito russo del populismo di Stefano Caprio

»»  L’anno nuovo dei ciuvasci di Vladimir Rozanskij

Sri Lanka

»»  La crisi economica come la guerra: i tamil fuggono in India di Arundathie Abeysinghe

Thailandia

»»  La dura vita dei migranti dal Myanmar di p. Marco Ribolini

»»  La saggezza di Apoe Miyeh al Museo Popoli e Culture di Paola Rampoldi

Ucraina

»»  Gli sfollati interni sono ormai 7,1 milioni: la metà delle famiglie fugge con bambini piccoli, il drastico calo dei redditi  

Vaticano

»»  Papa: corridoi umanitari a Mariupol. E ammonisce: si sta cercando davvero la pace?

Yemen

»»  In Yemen, la fine della guerra sembra finalmente vicina di Helen Lackner

 

»»  Edizione inglese

        

I punti di vista espressi in questi articoli sono propri degli autori e non riflettono necessariamente quelli di Banglanews

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MISSIONE

Oblati di Maria Immacolata accanto alla gente, tra le sofferenze della guerra

Agenzia Fides - Kiev - 2 maggio 2022 

        

“Ora che c’è la guerra, gli Oblati di Maria Immacolata (OMI), da 32 anni in Ucraina, non lasciano il paese e il servizio pastorale. Nè da Kiev, che è stata circondata per un mese da truppe russe, nè da Chernihiv, dove gli Oblati, insieme alle oltre 70 persone che si sono avvicinate alla comunità, hanno vissuto per più di un mese in un bunker, sotto la chiesa. La città era circondata, non c’era acqua né luce; ed era marzo, faceva freddo e non c’era cibo. Gli Oblati non hanno lasciato la gente, anche se avrebbero potuto lasciare la città”: lo racconta all'Agenzia Fides padre Pavlo Vyshkovskyy, missionario degli Oblati di Maria Immacolata (OMI) a Kiev.

“In un’altra comunità, a Tyvriv – prosegue il missionario – gli OMI hanno accolto novanta persone provenienti da Kharkiv, dalla zona di guerra, che avevano perso tutto. Da oltre due mesi danno supporto a questi profughi. Noi a Kiev, nella nostra parrocchia di San Nicola, abbiamo creato una specie di magazzino per tutta la zona, e abbiamo mandato sette mezzi con aiuti in tutta la regione di Kiev e anche di Chernihiv, non solo nelle città, ma anche nei villaggi dove per la prima volta, dopo più di un mese, la gente ha visto il pane.

All’inizio era molto difficile perché quando Kiev è stata circondata i negozi erano chiusi, e si dovevano fare ore di fila solo per comprare il pane. Ora la guerra si è spostata nella parte orientale del paese. Abbiamo portato aiuti a Kharkiv, Mykolaiv, Mariupol, con aiuti, generi alimentari, e mandiamo tutto il possibile a queste persone che adesso stanno soffrendo”.

Tutto questo, rimarca padre Pavlo, “è possibile grazie alla solidarietà dei confratelli OMI in tutto il mondo. Dalla Polonia hanno inviato tanti aiuti, ma anche dall’Italia, dagli amici delle Missioni, ma anche da parrocchie che conosciamo. Abbiamo bisogno della vostra preghiera, perché da due mesi la guerra sfigura il nostro paese. Preghiamo perché non ci manchi lo Spirito santo e perché la pace sia ristabilita al più presto. Ringraziamo per gli aiuti che riceviamo e soprattutto per le preghiere che ci sostengono”.

I primi missionari OMI sono arrivati proprio alla fine dell’Unione Sovietica, trentadue anni fa. Adesso in Ucraina vi sono nove comunità religiose degli OMI, in maggioranza impegnate nelle parrocchie, operando anche nella zona di Chernobyl e in Crimea.

Conclude il missionario: “Abbiamo svolto tanto lavoro pastorale, perché dopo l’URSS la struttura e la rete delle parrocchie era stata quasi distrutta. A Kiev, oltre alla chiesa dove sono parroco, nella parrocchia di San Nicola, abbiamo una comunità che evangelizza tramite i mass media. Abbiamo una rete televisiva e anche un’agenzia di stampa per portare l’annuncio del Vangelo a tutti quelli che, a causa soprattutto ultimamente del Covid e ora a causa della guerra, non possono essere contattati diversamente. Altri missionari OMI lavorano con i poveri: proprio a Kiev abbiamo sei case dove negli ultimi nove anni tante persone, circa quattrocento ogni settimana, ricevono aiuto sia materiale che spirituale. Papa Pio XI ha chiamato gli Oblati i ‘padri specialisti delle missioni più difficili’, e noi andiamo dove nessun altro vuole andare. Noi ci siamo”.

 

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«L’Africa, mamma, papà e i frati: così è sbocciata la mia vocazione» di Chiara Pellicci

Avvenire - 4 maggio 2022

La storia di Francesco Quell'Oller, seminarista a Genova  

          

Studia nel Seminario arcivescovile di Genova, è al terzo anno di teologia, ha 29 anni e si chiama Francesco Quell’Oller. Per lui la missione è stata un mezzo per scoprire la sua vocazione. Ma anche i cappuccini lo sono stati. Sì, perché Francesco è nato e cresciuto in un loro ex convento, quello di Pontedecimo nel capoluogo ligure, nel frattempo diventato centro missionario della Congregazione. È qui, infatti, che i suoi genitori, papà veronese e mamma piemontese, avevano deciso di andare a vivere appena sposati. Si erano conosciuti in Repubblica Centrafricana, dove entrambi si trovavano per un’esperienza missionaria con i cappuccini. E proprio questi ultimi avevano proposto alla coppia di trasferirsi a Pontedecimo per seguire le missioni dall’Italia. «La cosa incredibile – racconta Francesco, durante una pausa dei lavori del Convegno missionario nazionale dei seminaristi che si è tenuto a Bergamo – è che nel convento dove i miei genitori erano andati a vivere, era rimasta aperta sia la chiesa sia la mensa dei poveri, gestita dai miei: per me era normale tornare da scuola, prendere il vassoio e andare a servire il pranzo ai bisognosi che la frequentavano». La casa dove crescono Francesco e i suoi tre fratelli è, di fatto, un centro missionario dove passano i cappuccini che rientrano dai vari continenti. Ma quando Francesco ha 17 anni, suo padre muore per una grave malattia e per lui comincia un periodo di allontanamento dalla fede e di sban- damento. Nel frattempo, però, sua madre apre un’associazione in ricordo del marito: si chiama “Ita kwe”, che in sango significa “Fratello di tutti”. E Francesco, ormai diventato geometra, viene coinvolto per andare a fare le valutazioni dei progetti da finanziare in diversi Paesi di missione. Tra i 19 e i 24 anni, nelle sue ferie dal lavoro, gira il mondo. Scopre un’empatia nei confronti degli ultimi, sente una sete di giustizia e di senso da dare alla vita. Nel 2012 va in Repubblica Centrafricana, sulle orme dei suoi genitori, dove da poco è scoppiata la guerra: «La cosa che mi ha colpito è che mentre le Ong andavano via a causa dei pericoli, i missionari restavano perché vedevano Cristo nella loro gente. Ho provato il forte desiderio di trovare la loro forza». Questo è per Francesco una chiave di volta.

Dopo tre anni, capisce che il suo forte desiderio di giustizia e carità è una chiamata. «Non potevo scindere le due cose: fare il bene senza accettare l’incontro con Dio. Sarebbe stato fare il bene, senza credere nel bene», spiega. E così sceglie di entrare nel Seminario diocesano. Non dei cappuccini. «Essendo nato e cresciuto in un convento, sarebbe stato come rimanere a casa. Inoltre, mi piace pensare che quando partirò per la missione c’è una Chiesa locale che mi invia: non sarà il frutto di una mia scelta».

 

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Il mio Bangladesh nel cuore di Roma di Beatrice Guarrera

Mondo e Missione - maggio 2022

Originaria della regione brasiliana di Bahia, dopo aver vissuto per 8 anni a Dacca suor Marisa Pereira assiste la comunità cattolica bengalese nella capitale  

   

  

Dal Brasile al Bangladesh e dal Bangladesh all’Italia: è una storia che ha a che fare con Paesi e popoli diversi quella di suor Marisa Pereira, missionaria dell’Immacolata: 47 anni e un sorriso contagioso, oggi la religiosa è responsabile della comunità cattolica bengalese a Roma.

Originaria del Brasile, dopo aver trascorso otto anni in Bangladesh, si dedica da tre al servizio dei tanti migranti bengalesi che in Italia cercano un futuro migliore per se stessi o per i loro figli.  

       

A Roma la comunità di immigrati provenienti dal Bangladesh conta circa 38mila persone, costituendo (secondo dati Istat risalenti al 1° gennaio 2021) il 7% di tutti gli stranieri residenti nella provincia. Nonostante la maggior parte – in patria così come in Italia – sia di religione musulmana, una piccola minoranza è formata da cristiani. In Bangladesh le prime chiese a servizio dei cattolici (che inizialmente erano soprattutto discendenti dei coloni) vennero costruite nell’area dell’odierna capitale Dacca dopo l’arrivo dei mercanti portoghesi nei primi decenni del 1600. Oggi il Paese conta otto diocesi con circa 350 mila cattolici (che rappresentano il 70% dei cristiani).

«Sui miei registri – racconta suor Marisa – ho segnato circa cento persone che appartengono alla nostra comunità di bengalesi cattolici a Roma; ma sono molti di meno coloro che partecipano ai nostri incontri». Ognuno di loro, però, sa di poter contare sul sostegno della Chiesa, che li accompagna anche se lontani da casa. Così questa religiosa, forte dell’esperienza acquisita in Bangladesh, cerca di essere per loro un punto di riferimento per le attività pastorali e per le problematiche della vita quotidiana.  

        

«Ero diventata responsabile della comunità da pochi mesi, quando è iniziata la pandemia – racconta la missionaria -. In quel momento ho conosciuto davvero il loro mondo: tanti lavoravano in nero, senza contratto, vivevano in appartamenti in subaffitto. Chi era in difficoltà si è rivolto a me e, attraverso la Caritas, abbiamo aiutato tante famiglie. Molte abitano nel quartiere di Tor Pignattara, ma anche in altre zone di Roma».  

  

Ad oggi la comunità cattolica bengalese si ritrova a Roma una volta al mese nella parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito, per la Messa in lingua con canti tradizionali. Da quando suor Marisa si occupa di bengalesi, inoltre, ha cercato di creare anche altre occasioni di incontro. Per esempio, l’animazione della Messa domenicale nella chiesa dei Santi Marcellino e Pietro, sempre una volta al mese. O le riunioni per preghiere più raccolte nelle case dei fedeli: «In Quaresima abbiamo celebrato anche la Via Crucis o la Messa a casa di diversi membri della comunità – continua suor Marisa -. Possiamo farlo grazie anche all’aiuto dei sacerdoti diocesani madrelingua bengalese che si trovano a Roma per studiare».

Ad aver offerto casa propria per la Via Crucis è stata, per esempio, una donna arrivata dal Bangladesh anni fa, completamente sola. Non parlando l’italiano, l’unico lavoro possibile per lei era stato inizialmente quello di collaboratrice domestica nelle case di altri connazionali a Roma. L’ha raggiunta la famiglia, ma ha dovuto affrontare il dolore di diventare vedova prematuramente. A distanza di tanti anni, lei e i suoi figli, ormai integrati nella società, sono ancora a Roma. Storie di questo genere sono le più comuni tra i membri della comunità, dato che i migranti vengono in Italia per cercare lavoro.

     

«Le donne che vengono dal Bangladesh – spiega suor Marisa – solitamente in Italia lavorano come badanti, i giovani spesso come baristi o camerieri; gli uomini più avanti con gli anni nella ristorazione. Chi non padroneggia la lingua in molti casi lavora come lavapiatti: sono soprattutto gli adulti ad avere difficoltà, mentre i giovani parlano bene l’italiano». Il disagio di trovarsi in un Paese di cui non si comprende la lingua a volte si riscontra nelle attività più semplici: «Io mi offro come aiuto e come interprete anche quando devono andare dal dottore, per esempio. Ma in ogni caso cerco di motivarli a imparare l’italiano», commenta la religiosa. «Amo stare con i bengalesi, perché a loro piace fare festa, come a noi brasiliani – scherza suor Marisa -. Certo, siamo molto diversi e me ne sono resa conto soprattutto negli anni che ho trascorso in Bangladesh». Il desiderio di partire per quel Paese così lontano dal Brasile le era venuto dopo aver letto un articolo sulla rivista delle Missionarie dell’Immacolata: «Diceva che laggiù battezzare era impossibile e io volevo andare proprio in un posto dove le persone non conoscevano Gesù. Dopo la mia formazione a Londra e poi a Roma, quando nel 2010 sono arrivata in Bangladesh, il primo impatto è stato molto forte. Ricordo il tragitto in macchina dall’aeroporto: non avevo mai visto tante persone in vita mia e mi chiedevo dove fossi capitata. Poi, però, mi sono abituata e ho imparato la lingua».

Un anno a Dacca in appoggio alla missione, tre anni in un villaggio in servizio a un asilo nido, poi altri ancora nella periferia di Dacca a contatto con i giovani: l’esperienza di suor Marisa è stata variegata. «Visitavo i malati, accompagnavo le donne vedove, sostenevo i giovani costretti a turni estenuanti e lontani da casa», racconta la missionaria.

       

Negli ultimi anni nel Paese asiatico ha collaborato al centro di accoglienza del Pime per giovani lavoratori nelle fabbriche del settore tessile. «Cerchiamo di aiutarli spiritualmente, ma non solo. Siamo un punto di riferimento per loro, anche per quanti affrontano malattie e difficoltà. Per me l’aspetto umano e pastorale vanno insieme». L’attenzione agli ultimi della società e il desiderio di prodigarsi per il bene del prossimo sono attitudini che suor Marisa si porta dietro fin dalla fanciullezza. Attiva come catechista in parrocchia, nel suo villaggio della regione brasiliana di Bahia, trascorreva molto tempo con le missionarie dell’Immacolata. «A quell’epoca le suore facevano un po’ di tutto e il vescovo aveva anche dato loro la facoltà di celebrare matrimoni, in mancanza di sacerdoti – racconta -. I padri venivano una volta ogni tanto a celebrare la Messa, magari anche solo una volta all’anno: quindi a portare avanti il lavoro pastorale erano le suore o i laici. C’era tanta povertà, ma le suore sostenevano tutti ed erano sempre felici». Aiutavano sia portando medicinali, sia accompagnando le persone in ospedale in auto, educando i bambini, formando i laici. La gioia delle religiose è ciò che ha incuriosito suor Marisa, insieme all’impulso «a voler fare di più». Da lì i primi incontri vocazionali, la consacrazione, la missione, fino ad approdare ora a Roma.

Oggi cerca di portare il suo spirito missionario ai bengalesi della capitale. Nonostante la preoccupazione per le famiglie lasciate in patria, la stanchezza per i lavori estenuanti e le differenze culturali, loro sanno di poter contare su di lei. Con le sue preghiere e con la sua laboriosa presenza, suor Marisa contribuisce a donare loro la speranza. 

 

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Le Pontificie Opere Missionarie: significativi anniversari e sguardo rivolto al futuro

Agenzia Fides - Città del Vaticano - 3 maggio 2022 

          

Oggi, 3 maggio 2022, ricorrono importanti anniversari: il bicentenario della nascita dell’Opera della Propagazione della Fede, fondata dalla venerabile Pauline Jaricot (1799-1862), e il centenario del Motu proprio “Romanorum Pontificum” di Papa Pio XI con il quale il Santo Padre ha designato come “Pontificie” tre delle quattro Opere Missionarie: la Pontificia Opera della Propagazione della Fede, la Pontificia Opera della Santa (Missionaria) Infanzia, e la Pontificia Opera di San Pietro Apostolo per la formazione del clero indigeno nei territori di missione.

Queste ricorrenze avvengono in un contesto particolare: il prossimo 22 maggio la venerabile serva di Dio Pauline Jaricot sarà beatificata a Lione, sua città natale, durante la Celebrazione eucaristica presieduta dal Prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, il Cardinale Luis Antonio Tagle. Spiega l’Arcivescovo Giampietro Dal Toso, presidente delle POM: “Il bicentenario della Pontificia Opera della Propagazione della Fede, legato alla beatificazione di Pauline Jaricot, è prima di tutto la conferma del suo carisma: il fatto che questo anniversario non è una cosa del passato ma ha anche una prospettiva nel futuro. Tutto questo serve per noi, per risvegliare tutto quello che abbiamo vissuto grazie a Pauline Jaricot e portarlo avanti. Ella stessa diceva che questo albero avrebbe portato molti frutti e i frutti, 200 anni dopo, continuano ad esserci se pensiamo che la diffusione delle Opere Pontificie è una diffusione mondiale: si contano oltre 120 direzioni nazionali”.

Pauline ha una vita ricca di frutti spirituali: a 17 anni pronuncia privatamente il voto di consacrazione a Dio nella cappella di Notre Dame de Fourvière. L’anno successivo, sotto il nome di “Riparatrici”, costituisce un’Associazione che è l’espressione iniziale di un vasto movimento spirituale e laicale che animerà la devozione al Santissimo Sacramento, al culto del Sacro Cuore, alla pratica del Rosario Vivente.

A 19 anni, nel 1818, dà vita alla raccolta fondi per la missione presso gli operai del padre, una vera e propria rete organizzata in “gruppi di dieci”, con un ramificazione di centinaia e poi migliaia di gruppi, in cui i partecipanti si incontrano per pregare e donare “un soldo” per le missioni, creando a loro volta altri gruppi. Ben presto il sistema si diffonde in tutta la Francia e in Europa, per poi istituzionalizzarsi con la realizzazione dell'Opera della Propagazione della Fede.

Nel 1826 Pauline ha una nuova intuizione per incoraggiare la fede dei suoi contemporanei: il “Rosario Vivente”. La giovane, che ha solo 27 anni, riunisce i suoi membri ogni quindici giorni, ognuno impegnandosi a recitare una dozzina di rosari ogni giorno, per recitare insieme tutto il rosario. Alla morte di Pauline, ci saranno in Francia più di 2.250.000 Associati del Rosario Vivente, senza contare i membri provenienti da paesi stranieri. Quest’Opera è ancora attiva e presente in più paesi.

Nel 1833, con le “figlie di Maria”, comunità di pie fanciulle da lei fondata, si stabilisce a Fourvière, la collina che domina Lione, in una casa alla quale dà il nome di Lorette (Loreto), in ricordo della casa della Sacra Famiglia. Due anni dopo, già malata, si reca a Roma dove incontra Papa Gregorio XVI che la incoraggia nella sua azione a favore dell'evangelizzazione e della vita di preghiera. Il Papa le concede un grande onore per quei tempi: la fa camminare davanti a sé contro ogni protocollo.

“Di Pauline parla oggi a tutti noi la sua ansia evangelizzatrice - continua l’Arcivescovo Dal Toso -. Il suo interesse vero era riportare il Vangelo in una Francia che dopo la Rivoluzione francese aveva subìto un’ondata di secolarismo. E con questa ansia evangelizzatrice ha sviluppato delle idee molto interessanti che tuttora continuano come l’Opera della Propagazione della Fede e poi il Rosario Vivente. L’Opera della Propagazione della Fede il cui interesse era di aiutare i missionari lontani ma coinvolgendo i vicini, quindi coinvolgendo i francesi in questa opera di evangelizzazione verso i lontani nei paesi di missione attraverso la preghiera e l’offerta e l’offerta anche delle proprie sofferenze. Mi sembra che questo tratto si possa intuire bene quando lei disse che non voleva entrare in convento o non sentiva la vocazione al convento perché il suo monastero era il mondo. Il mondo come un luogo in cui vivere la propria fede cristiana ed in questo senso anche un luogo da evangelizzare e da trasformare”.

Le Pontificie Opere Missionarie oggi gestiscono e distribuiscono il Fondo universale di solidarietà che –alimentato dalle offerte della Giornata Missionaria mondiale, la penultima domenica di ottobre – beneficia ogni anno migliaia di piccole diocesi nelle nazioni più povere, sovvenendo alle loro necessità pastorali e spirituali, alla loro precipua missione evangelizzatrice, ad esempio costruire una cappella, sostenere un convento di suore di clausura, dare vita ad una radio o contribuire all’istruzione di bambini o alla vita delle famiglie dei catechisti: ogni Chiesa locale presenta le sue esigenze pastorali e poi, in completa autonomia, gestisce i sussidi per le opere di annunzio del Vangelo, missione, cooperazione. Lo spirito e il carisma delle POM si possono sintetizzare nella frase del beato paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione Missionaria: “Tutta la Chiesa per tutto il mondo”. (EG)

 

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Le Cartoline di p. Silvano - 309 di p. Silvano Zoccarato

Treviso

   

Cartolina a giovani prossimi partenti 

27 aprile 2022 

Cari "giovaniemissione",

Sabato scorso, 23 aprile ’22, nella nostra casa di Treviso, accanto alla chiesa Votiva di via Venier 32, assistevo alla vostra ‘destinazione’ per la ‘missione’. Tra voi, quindi, c’è chi va in Zambia, Uganda, Camerun, Bangladesh, Guinea Bissau…. per un periodo di alcune settimane di convivenza con alcuni missionari/e. Non sarà un turismo in alberghi o su piste asfaltate dall’alto delle quali credere di capire il mondo sottostante, ma scendere ed entrare nella realtà della vita umana della popolazione e toccarla, fatta non solo di povertà e sofferenza, ma anche di saggezza, di industriosità ancestrale e a volte di allegria. Non vi nascondo che mi sono commosso e ho risentito la gioia della mia destinazione e della mia partenza. So che avete fatto un cammino di fede per accostarvi alla realtà della missione” ad extra” e “ad gentes”, attraverso momenti di silenzio e di preghiera, condivisioni in piccoli gruppi, incontri formativi e testimonianze di missionari. Durante quel momento intenso, ben organizzato, ho visto, sentito la gioia vostra e di chi, avendo già vissuta ‘la missione’, vi trasmetteva la novità di vita che lo marca tuttora e gli fa vivere l’invito “Esci dalla tua terra e va’”. Anche se ‘la missione’ è di breve durata, non tornerete e non sarete più come prima, ma con un nuovo modo di vedere e di vivere che può diventare anche nuova chiamata. Vi trasmetto quello che mi ha detto l’arabo Ibrahim, incontrato due mesi fa, unico cristiano in una zona del deserto del Sud della Tunisia: “Mi sento come una margherita, a volte anche nella tormenta. Si tratta di incontri con ‘altri’ nel rispetto delle differenze e del percorso di ciascuno… con una fede che può smuovere le montagne quando c’è l’amore del prossimo. L’incontro è prima di tutto uno sguardo incrociato, uno scambio di parole e a volte di silenzi, di lacrime e magari di insulti”.

Non temete di testimoniare quello che vivete ora e al ritorno in famiglia, società, parrocchia. Vi accompagnerò con la mia preghiera di missionario del Camerun, Ciad, Algeria, Tunisia, contento di vedere giovani che partono ancora. Per me è stata l’avventura più bella, durata sessant’anni, e resto pronto per partire ancora, magari con qualcuno/a di voi. Inchallah, se Dio vuole. P. Silvano Zoccarato

            

Santo Charles de Foucauld   

13 maggio 2022

Domenica prossima 15 maggio, la canonizzazione di Charles de Foucauld, Fratello Universale, aprirà la Chiesa, e speriamo anche il mondo intero, a una ulteriore fraternità, la stessa che Papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Fratelli Tutti, vede in san Francesco d’Assisi e in chiusura, indica in Charles de Foucauld. Figure significative di una Chiesa che si apre e ha il respiro del Regno. In Charles de Foucauld, il ritorno al Vangelo si accompagna a un ritorno all’Eucaristia, alla presenza viva del Cristo glorificato e vivente nel fratello. Ogni santo porta una novità. Va visto sullo stesso stile di Gesù venuto a essere immagine del Padre. Il cristiano diventa immagine viva di Gesù, che vive il suo ‘oggi’ nei santi. Ma questa volta il nostro santo è un po’ scomodo.  Scomodo per la società, per la Chiesa e per ogni credente come sono visti oggi anche i discepoli nuovi di De Foucauld, Papa compreso, che vivono e desiderano una Chiesa ‘in uscita’. De Foucauld lascia la sua società borghese, occupata a contare i propri soldi e terreni e a difendere il proprio io. Vive in una Chiesa povera, sulla strada, eucaristica nel cuore e nell’incontro. Ci fa incontrare con tutti per quello che siamo, anche se diversi di razza, cultura, religione.

Fraternità, non parola astratta, ma vita vera.

L’avventura missionaria di Charles de Foucauld è all’origine dell’apertura realizzata per la Chiesa da papa Giovanni XXIII e continuata nel Concilio Vaticano II. Un nuovo modo di leggere e di vivere il Vangelo e di incontrare l’Altro. Diventa una chiamata, a vivere una esistenza nuova, aperta, donata. Educazione per il mondo d’oggi e comunione tra tutte le religioni. Fino ad amarci tra noi, tutti con l’amore di Dio. Theillard de Chardin ha scritto: “E’ proprio dell’amore suscitare amore e alimentare processi unitivi. Amare è unire”. Accesi anche da san Massimiliano Kolbe: “Solo l’amore crea!”. Nella prefazione del mio libro Charles de Foucault, Il mio santo in cammino che potete trovare nelle librerie diocesane, Roberto Beretta scrive: “Credo in fondo sia questa l’essenza della modernissima missionarietà di Charles de Foucauld, nonché – parafrasando Il Piccolo Principe – il segreto di ogni autentica convinzione di fede: “Non si crede bene che col cuore aperto agli uomini, perché il divino è invisibile agli occhi”.

     

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Sulle orme di Charles De Foucauld di p. Silvano Zoccarato

oasiscenter.eu/ - 13 maqggio 2022 
Gli anni trascorsi in Algeria, la testimonianza di Fratel Charles, una nuova idea di missione. Una conversazione con padre Silvano Zoccarato
Missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), padre Silvano Zoccarato ha conosciuto Charles De Foucauld non solo attraverso i suoi testi, ma anche attraverso le persone che si sono ispirate alla sua opera, in particolare le Piccole Sorelle di Gesù. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza. 
          
Lei ha iniziato la missione del PIME a Touggourt, in Algeria. Ci può raccontare quell’esperienza?
Era l’alba del terzo millennio e ai superiori del PIME arrivò una lettera dall’Algeria; il “vescovo del deserto” monsignor Michel Gagnon, responsabile della diocesi di Laghouat-Gardaya – una delle più vaste del mondo per superficie – chiedeva una comunità composta da un missionario di 70 anni, uno di 50 e uno di 30 per iniziare una piccola presenza nel Sahara. Quando la lessi, sentì che era per me: aprirsi al mondo arabo! Era il 2006. Avevo appunto 70 anni e, leggendo che si cercava anzitutto qualcuno con una certa esperienza, sentii forte l’invito e mi resi subito disponibile. Erano anche gli anni dell’esortazione di Giovanni Paolo II, che invitava: «Carissimi missionari, nella Chiesa per grazia di Dio si aprono ogni giorno nuovi cantieri di evangelizzazione e di impegno. Sappiate ascoltare lo Spirito che vi interpella e rispondergli con generosità, accogliendo le sfide dell’ora attuale...». 
Vissi 10 anni a Touggourt, un’oasi nel deserto divenuta una città e abitavo in una vecchia casa lasciata dai Padri Bianchi. La chiesa era stata affidata a un’associazione musulmana. Non era possibile catechizzare o battezzare come ero stato abituato a fare nei miei trent’anni di Camerun. Dovevo semplicemente essere lì e vivere in amicizia, incoraggiare e pregare. Mi ha aiutato la facilità con le lingue. Sono riuscito presto a celebrare la messa in arabo con le Piccole Sorelle seguaci di Charles de Foucauld e ho potuto aiutare dei giovani musulmani con l’italiano e il francese. In Camerun ho anche sviluppato l’attitudine a una certa riflessione culturale, ascoltando e raccogliendo le storie, i miti, i proverbi dell’etnia Tupurì. Ho sempre cercato di cogliere nella vita quotidiana le piccole occasioni di incontro, bevendo a volte il tè con amici sul marciapiede, e di raccontarle poi agli amici in Italia in brevi “cartoline”. Per l’evangelizzazione si trattava di fare ciò che ha fatto Gesù: coinvolgere e lasciarsi coinvolgere, mantenendo viva la propria identità. Ancora oggi continuiamo a sentirci vicini tramite Facebook.
Ho avuto il grande dono di condividere ogni giorno l’Eucaristia e lasciarmi formare presso le Piccole Sorelle di Gesù, il cui programma di vita è quello voluto dalla loro fondatrice Magdeleine Hutin: «Poter restare piccole sorelle di niente… che possano vivere, abitare, viaggiare come i più piccoli… come Gesù, che non perdette nulla della sua dignità divina, facendosi un povero artigiano. Avere il diritto d’essere povere… d’offrire la vita a immolazione per i fratelli dell’islam. Vivere intimamente mescolate alla massa umana, come il lievito nella pasta. Umane e cristiane, senza nessuna distinzione, con una formazione di vita interiore molto profonda».
Da Touggourt mi son trovato poi spesso nei luoghi di Charles De Foucauld e ho vissuto a Beni Abbes e a Tamanrasset nei suoi eremi.
        
Che cosa ha significato mettersi sulle orme di Charles De Foucauld? Che cosa le hanno insegnato la vita e lo stile di fratel Charles?
Risponderò ripercorrendo alcuni momenti della sua vita e ricordandolo attraverso le sue parole. Il 9 giugno 1901 a Viviers Charles chiede l’ordinazione sacerdotale come massima adesione al ministero salvifico di Cristo per donarsi di più. Quattro mesi dopo, va ad abitare a Beni Abbès, nel Sahara dell’Algeria. Vi resta in attesa di poter entrare in Marocco, le cui frontiere erano chiuse, e vi rimane fino all’agosto 1905. Della sua vita nell’eremo di Beni Abbès scrive: «Tutti i giorni, ospiti, a cena, a dormire, a colazione; non c’è mai stato vuoto; ce ne sono stati 11, una notte, senza contare un vecchio infermo che ormai s’è stabilito qui. Ho dalle 60 alle 100 visite al giorno: questa fraternità è un alveare».
La prima angoscia che attanaglia la sua anima è la grande tragedia degli schiavi. Vuole passare subito all’azione. Il 9 gennaio 1902 riscatta uno schiavo: il primo di vari altri. Poi c’è la sua vocazione alla fraternità. Lui stesso scrive di voler «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei e adoratori di idoli, a guardarmi come loro fratello, il fratello universale». Sono queste persone a chiamare la casa di Charles “Khawa” la “Fraternità”. Charles commenta che questo gli piace moltissimo, vuole «che si sappia ovunque in giro che la Fraternità è la casa di Dio, dove ogni povero, ogni ospite, ogni malato, è sempre invitato, chiamato, desiderato, accolto con vera gioia e gratitudine da fratelli che lo amano, gli vogliono bene e considerano il suo ingresso sotto il loro tetto come l’arrivo di un tesoro.
Quando ho vissuto per dieci giorni nella casa di Charles de Foucauld a Beni Abbès, non l’ho sentito come un santo, ma come l’uomo che si apriva. In quell’ambiente lo ripensavo accogliente verso gli schiavi e i visitatori, orante e celebrante davanti al Sacro Cuore, e appassionato della natura. I disegni ancora lì nel suo quaderno lo mostrano contemplativo del deserto, sui monti. I proverbi tuareg, i racconti e le prime parole che scriveva nel dizionario tuareg risuonano e incantano.
Quello di Fratel Charles è stato un apostolato della bontà, come ha detto lui stesso: «Vedendomi, si deve dire: “Poiché quest’uomo è buono, la sua religione deve essere buona…”. Vorrei essere buono abbastanza perché dicano: “Se tale è il servo, come deve essere il maestro!?”

Aggiungeva però una notazione importante: «Ma prima bisogna passare per il deserto, e restarvi, per ricevere la grazia di Dio. È là che ci si svuota, che si caccia da sé tutto ciò che non è Dio, si libera completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare posto a lui solo. Ci vuole silenzio, raccoglimento, vuoto, perché Dio si stabilisca e crei lo spirito interiore. Senza questa vita interiore anche lo zelo, le buone intenzioni, il lavoro intenso non produrranno nessun frutto. Si tratterebbe di una sorgente che vuol dare la santità agli altri, ma inutilmente, perché non ce l’ha. Dio si dà totalmente all’anima che gli si dona totalmente. E dunque impossibile voler amare Dio senza amare gli uomini. Più si ama Dio, più si amiamo gli uomini».
Charles è innanzitutto innamorato di Gesù, che riconosce nel Sacramento dell’altare ma anche nel sacramento degli uomini, nei poveri, come ha osservato anche Papa Francesco. Credo che questa sia una grande lezione per ogni missionario.
                    
Dopo tanti anni, spesi in diversi Paesi, è cambiata la sua visione della missione?
Nei miei trent’anni in Camerun vivevo per la gente, ma ero anche staccato, fisso nelle mie posizioni di missionario. A Touggourt in Algeria invece è stato come dice Papa Francesco nella Laudato Si’: «Il buon vivere e convivere con tutti e ognuno». Insieme alle Piccole Sorelle di Touggourt, nelle relazioni con la gente ho potuto sentire l’anima delle persone e sentire verso di loro una vicinanza interiore. È qualcosa che sento vivo dentro di me e che vorrei continuare a conservare.
Ho cambiato stile di missione: dal dialogo su Gesù in Camerun, ho vissuto il dialogo del Gesù della vita, aiutato anche dal vescovo emerito di Laghouat-Ghardaïa, Claude Rault, che ha scritto il libro Il deserto è la mia cattedrale. La missione può aprirsi coinvolgendo ogni uomo coerente coi valori umani più autentici e di fede.
Ora credo che Dio continui a parlare, a salvare e a unire l’umanità tramite persone fedeli alle loro religioni, che convivono e dialogano con gente di culture e religioni differenti. Vivendo con i musulmani, ero fortemente impressionato quando mi raccontavano come sentono Dio e come Dio si fa sentire a loro. Mi dicevano che l’uomo non può vivere senza Dio, che la preghiera è la cosa più bella della vita. Il venerdì camminavo in mezzo alla gente e – alla voce del muezzin che invita alla preghiera – il quartiere si fermava all’improvviso, tutti si mettevano in ginocchio. «Cosa faccio qui?», mi chiedevo allora, ed ero spinto ad approfondire il mio essere cristiano, a rendermi conto di ciò che ci unisce già, anche se resta velato, prudente, in attesa.
Il mio era semmai un “apostolato da marciapiede”, nel senso che si svolgeva camminando, durante le mie passeggiate per andare dalle Sorelle o qualche volta a mangiare un pasto da operaio per pochi dinari in una mensa pubblica. Vivendo 10 anni a Touggourt, la gente mi salutava col saluto musulmano o chiedeva di pregare per loro.
Aveva ragione l’arcivescovo di Algeri Tessier: «Non basta amare la Chiesa d’Algeria, ma è l’Algeria che va amata. Quindi gli algerini. Si ama l’Algeria nelle persone che incontriamo. Questo è prioritario: partire dall’amicizia e mirare all’amicizia inserendosi nel tessuto della vita. Ciò comporta uno sguardo che sappia capire l’islam e rispettarlo come religione dei popoli ai quali siamo inviati».
Ma poi tutto questo necessitava di un accostamento, un’impresa non semplice. Parlerei di testimonianza, annuncio, accoglienza, accompagnamento. Tutto si sviluppa dentro il “vento di Dio” che chiama alla conversione di chi annuncia e di chi accoglie. Più che di cambiamento si può parlare di fedeltà e sviluppo della fede che vivi, come cristiano e come musulmano o altro. Dio continuerà a condurre verso una comunione sempre più vera con Lui.
            
Se ci si limita ai numeri, Charles De Foucauld ha fallito. Lui stesso constatava di non aver convertito nessuno. Madeleine Delbrel diceva che De Foucauld ci ricorda la legge del Regno di Dio, cioè che dalla croce in poi ogni vittoria inizia con un fallimento. Quali sono i frutti del “fallimento” di Charles?
Charles de Foucauld fu colpito il primo dicembre 1916 a Tamanrasset, e morì solo. Un giorno mi trovai a Tamanrasset, seduto proprio accanto alla porta della casa di fratel Charles e al buco fatto dal proiettile che l’aveva colpito. Il piccolo fratello Antoine Chatelard mi disse: «Charles morì senza aver concluso il suo cammino di fraternità». Oggi 25 confraternite (Khawa) vivono nel mondo col suo spirito, tante persone hanno nel cuore la loro Khawa con Jesus Caritas. Tra le prime di questa famiglia ci sono le Piccole Sorelle di Gesù di Magdeleine Hutin, con le quali ho vissuto dieci anni a Touggourt. Le confraternite costituiscono una vera rivoluzione della vita religiosa: piccoli gruppi contemplativi che vivono nel mondo e praticano un lavoro; ecco qualcosa di molto diverso da ciò che era la vita religiosa tradizionale. Fraternità non solo come passione missionaria ma condivisione della stessa identità naturale dell’uomo e del cristiano. Mi colpisce che sia stato Ali Merad, algerino musulmano, specialista del pensiero islamico moderno, a scrivere queste righe: «Charles de Foucauld forse non convertì neppure un musulmano, ma prese un cammino evangelico che non avrebbe preso senza l’islam e senza il deserto e contribuì a trasformare di non poco l’attitudine della Chiesa cattolica, 50 anni dopo la sua morte, col Concilio Vaticano II, rispetto alle altre religioni e culture dentro la comunità umana». 

Che cosa ha da dire Charles de Foucauld oggi, sia rispetto al rapporto con i musulmani che alla vita della Chiesa in generale?

Ogni santo porta una novità. Gesù è venuto per essere immagine del Padre. Il cristiano diventa immagine viva di Gesù, che vive il suo “oggi” nei santi. Questa volta però il nostro santo è un po’ scomodo. Scomodo per la società, per la Chiesa e per ogni credente. De Foucauld lascia la sua società borghese, occupata a contare i propri soldi e i propri terreni e a difendere il proprio io. Vive in una Chiesa povera, sulla strada, eucaristica nel cuore e nell’incontro. Ci fa incontrare con tutti per quello che siamo, anche se diversi per razza, cultura, religione. La canonizzazione di Charles De Foucauld, definitosi Fratello Universale, aprirà la Chiesa, e speriamo anche il mondo intero, a una ulteriore fraternità, la stessa che Papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Fratelli Tutti, vede in san Francesco d’Assisi e in chiusura indica proprio in Charles de Foucauld.
Per secoli, in Occidente si è concepito “l’altro” unicamente attraverso categorie peggiorative: l’eretico, l’indemoniato, l’immorale, la strega, l’ebreo, il feroce Saladino... Oggi papa Francesco dice a tutti gli uomini: «Fratello». Uno dei tratti caratteristici dell’ispirazione di de Foucauld è stato rendere Cristo presente anticipatamente tra i musulmani per mezzo dell’Eucaristia. Un’indicazione attuale e profetica al tempo stesso, anche perché il Papa si rivolge non solo ai cattolici, ma a tutti coloro che vogliono percorrere un cammino di comunione e di fraternità universale.
Fraternità, non come parola astratta, ma come vita vera, come dono di Dio all’umanità. L’avventura missionaria di Charles de Foucauld è all’origine dell’apertura realizzata per la Chiesa da papa Giovanni XXIII e continuata nel Concilio Vaticano II: un nuovo modo di leggere e di vivere il Vangelo e di incontrare l’Altro. La fraternità diventa una chiamata, una vocazione a vivere un’esistenza nuova, aperta, donata. È voluta come educazione per il mondo d’oggi e comunione tra tutte le religioni, fino ad amarci tra noi, tutti con l’amore di Dio. Come ha scritto Teilhard de Chardin, «È proprio dell’amore suscitare amore e alimentare processi unitivi. Amare è unire». Gli fa eco san Massimiliano Kolbe: «Solo l’amore crea!».
Con la prossima canonizzazione di Charles de Foucauld, lo Spirito Santo aiuterà la Chiesa ad aprirsi. È ancora il messaggio di Papa Giovanni quando aveva aperto al mondo il volto materno della Chiesa e oggi quello di Papa Francesco quando parla di “Chiesa in uscita”.
Uscendo dalla pandemia, vedremo persone provate e rinnovate dalla sofferenza e lo saremo anche noi. Incontreremo anche persone mai viste prima nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei viaggi. Questi incontri potrebbero essere non solo la ripresa, ma l’inizio di una vita nuova. Ma se non si fa attenzione, si può cadere nella dispersione della babele attuale di pensiero, di valori. E forse in un senso di apatia e di smarrimento. Non solo le nostre persone stanno attraversando un periodo difficile, ma anche le nostre società, la Chiesa stessa.
Si tratta allora di vedere che le diversità sociali, religiose, culturali delle persone che incontriamo non sono ostacoli, ma valori, ricchezze per tutti. È quello che ha vissuto il santo Giovanni Paolo II, quando dopo aver pregato ad Assisi accanto ai responsabili di alcune religioni mondiali disse che «In ogni preghiera autentica, prega lo Spirito Santo». Anche Papa Francesco crede nell’importanza della preghiera che unifica. La sua preghiera innalzata l’anno scorso nella Piana di Ur in Iraq, può essere colta come sintesi di un viaggio di pace e fraternità nella comune radice nel Dio della promessa: «Ti chiediamo, Dio di nostro padre Abramo e Dio nostro, di concederci una fede forte, operosa nel bene, una fede che apra i nostri cuori a Te e a tutti i nostri fratelli e sorelle; e una speranza insopprimibile, capace di scorgere ovunque la fedeltà delle tue promesse».
Il Vangelo vuole arrivare ai confini del mondo e resta in cammino, affidato continuamente a nuovi discepoli, con nel cuore la presenza dello Spirito del Risorto. Potessimo vivere quanto c’era nel cuore di Charles de Foucauld: Iesus Caritas, il senso vivo della presenza di Gesù Cristo amore che lo spingeva sempre oltre. Coinvolti nello stesso progetto di amore di Dio che vuole i suoi figli uniti. Lo Spirito farà vivere nuove relazioni in cui il desiderio di verità si completa con la visione delle saggezze altrui e con un’attitudine amorosa per il prossimo che sola può pretendere di avvicinarci (pur senza mai raggiungerlo) al mistero.
 

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CHIESA

Il Patriarcato di Mosca: «Tono sbagliato del Papa sul colloquio con Kirill»

Avvenire - 4 maggio 2022

La nota: "È improbabile che le affermazioni" di Francesco "contribuiscano all'instaurazione di un dialogo costruttivo" tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Freddezza sull'incontro con Putin  

    

Non c'è alcun accordo su un eventuale incontro tra papa Francesco e il presidente russo Vladimir Putin. Lo rende noto il Cremlino, mentre la Chiesa ortodossa russa con una nota afferma che papa Francesco, nell'intervista al Corriere della Sera, "ha travisato la sua conversazione con il patriarca Kirill" e ha "scelto il tono sbagliato" per trasmetterne il contenuto.

“È deplorevole che un mese e mezzo dopo il colloquio con il Patriarca Kirill, Papa Francesco abbia scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto di questo colloquio. È improbabile che tali dichiarazioni possano contribuire all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento”.

Comincia così la nota del Servizio di comunicazione del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarca di Mosca in merito all'intervista rilasciata da Papa Francesco al Corriere della Sera.

La nota – diffusa anche in lingua italiana – riporta le parole dette dal Patriarca durante il colloquio con papa Francesco il 16 marzo. Kirill ha voluto condividere con il Papa la sua “visione della situazione difficile che viviamo attualmente” di cui “i media occidentali non hanno parlato o quasi di alcuni fatti sui quali vorrei attirare la Sua attenzione”.

“Il Patriarca Kirill – scrive oggi il Servizio di comunicazione – ha osservato che il conflitto è iniziato nel 2014 con gli eventi del Maidan a Kiev, che hanno portato a un cambio di potere in Ucraina. In particolare, ha attirato l’attenzione dell’interlocutore sugli eventi di Odessa e le loro conseguenze”. Riguardo alla città di Odessa, il Patriarca aveva parlato al Papa della strage avvenuta nella Casa dei Sindacati, l’edificio “chiuso a chiave e poi dato alle fiamme”. “Abbiamo seguito tutto questo in televisione quasi in diretta”, ha detto Kirill al Papa. “Questa orribile “lezione” di Odessa ha influenzato la decisione del popolo del sud-est dell’Ucraina di difendere i propri diritti”.

“Inoltre, il Patriarca Kirill – si legge nella nota di oggi – ha ricordato che alla fine dell’era sovietica, la Russia fu rassicurata che la Nato non si sarebbe spostata di un centimetro ad est. Tuttavia, questa promessa è stata infranta, e perfino alcune delle ex repubbliche baltiche sovietiche hanno aderito alla Nato. Di conseguenza, si è sviluppata una situazione molto pericolosa: i confini della Nato si trovano a 130 chilometri da San Pietroburgo, il tempo di volo dei missili è di pochi minuti. Se l’Ucraina fosse ammessa alla Nato, anche il tempo di volo per Mosca sarebbe di alcuni minuti. La Russia non poteva e non può permettere che ciò avvenga”. Nel colloquio, Kirill aveva assicurato il Papa della sua volontà di “contribuire alla pacificazione” perché “è molto importante nelle condizioni attuali evitare un’ulteriore escalation”.

La risposta di papa Francesco è stata correttamente sintetizzata dalla Sala Stampa vaticana nel messaggio del 16 marzo: “La Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù”. “Siamo pastori dello stesso Santo Popolo che crede in Dio, nella Santissima Trinità, nella Santa Madre di Dio: per questo dobbiamo unirci nello sforzo di aiutare la pace, di aiutare chi soffre, di cercare vie di pace, per fermare il fuoco”. Come rilevato nello stesso messaggio, “le parti hanno sottolineato l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso”.

In serata il cardinale Parolin ha ribadito: «A questo punto non ci sono altri passi da fare, si è offerta la disponibilità del Santo Padre di andare a Mosca, di incontrare personalmente il presidente Putin, aspettiamo che siano loro a reagire, a dirci che cosa vogliono. Più di così non credo che da parte del Santo Padre ci possa essere qualche ulteriore iniziativa da prendere».

 

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MONDIALITÀ

Crisi alimentare, 193 milioni di persone senza cibo di Flavia Carlorecchio

Repubblica - 4 maggio 2022  

    

Lo rileva l’ultimo Rapporto della Rete globale contro le crisi alimentari, l’organismo che unisce le agenzie ONU, l’UE, governi e Organizzazioni Non Governative e si occupa di comprendere le crisi alimentari che interessano 53 Paesi e territori in tutto il mondo.  

 

L'insicurezza alimentare acuta. 

193 milioni di persone si trovano in una condizione di insicurezza alimentare acuta, ovvero la fase più grave dell’insicurezza alimentare che rappresenta un rischio immediato per la vita umana. È descritta come mancanza di cibo, mezzi di sostentamento o entrambi. È il grado appena precedente alla carestia e alla morte per fame.  

 

Le crisi più gravi: Etiopia, Sud Sudan, Yemen, Madagascar. 

Analizzando il rapporto, risulta che oltre mezzo milione di persone in Yemen, Etiopia, Sud Sudan, Madagascar meridionale rischia di morire di fame a breve – si parla di “catastrofe” nella scala di misurazione dello studio. Appena meno catastrofica è la condizione di 40 milioni di persone in 36 Paesi che sono in emergenza acuta e richiedono assistenza urgente. I bambini sono tra le categorie più fragili e più colpite, specialmente nei primi anni di vita. Sono 26 milioni i bambini con meno di 5 anni affetti da malnutrizione grave, e oltre 5 milioni di loro rischiano la vita.  

 

Africa il continente più colpito dalla fame. 

Il rapporto identifica le peggiori crisi alimentari del 2021, in ordine di gravità: la RDC, Afghanistan, Etiopia, Yemen, Nigeria nordorientale, Siria, Sudan, Sud Sudan, Pakistan e Haiti. In tutto, questi dieci paesi raccolgono il 70% del campione, circa 134 milioni di persone. L’Africa emerge come il continente più colpito, come riporta anche Human Rights Watch in un recente studio

  

I fattori della crisi alimentare. 

Il rapporto identifica i tre fattori principali delle crisi alimentari: shock economici, guerre e cambiamento climatico. La crisi economica e sociale causata dall’emergenza sanitaria ha colpito duramente i Paesi già fragili. La pandemia ha causato un aumento diretto dell’insicurezza alimentare in 21 Paesi e ha interessato 30 milioni di persone. Oltre alla pandemia, guerre e conflitti rimangono tra le principali cause della fame: questo è vero per 24 Paesi e territori analizzati dal report. In Siria, Nigeria, Afghanistan, Congo e Sudan la fame è aumentata dell’80% nel 2021 e questi Paesi raccolgono due terzi del numero totale delle persone in grave crisi alimentare.

      

La guerra in Ucraina. 

Le analisi non comprendono la recente guerra che sta consumando l’Ucraina, che pure avrà conseguenze gravissime per l’approvvigionamento di molti Paesi. Ucraina e Russia sono due grandi esportatori di grano, fertilizzante, oli vegetali: prodotti fondamentali per la sicurezza alimentare di molti Paesi. Più in generale l’interruzione dei commerci, l’aumento dei prezzi e gli effetti ambientali del conflitto avranno un impatto negativo che già si inizia a vedere nelle aree a più basso reddito. Ancora una volta è il continente africano quello più interessato: nel 2021 Somalia e RDC hanno importato rispettivamente il 90% e l’80% del grano dai due Paesi in guerra. Anche l’Etiopia e il Sud Sudan sono grandi importatori, e a seguire ci sono molti Paesi dell’area mediorientale, in particolare Siria, Yemen, Egitto.

      

Cambiamento climatico. 

E poi c’è il cambiamento climatico: incendi, alluvioni, siccità e altri eventi estremi hanno un impatto negativo sulla sicurezza alimentare, specialmente nel continente africano. Per esempio il Madagascar per il quarto anno di fila ha sperimentato una gravissima siccità, che nell’estate del 2021 ha gettato 14mila persone nella fase più grave di insicurezza alimentare.

      

Un richiamo che torna: "Investire sull’agricoltura locale". 

Il suggerimento che arriva dal Report è quello che viene ripetuto da tempo dalle associazioni ambientaliste e non solo: bisogna investire nell’agricoltura locale e di piccola scala, specialmente nelle zone interessate da conflitti. Una soluzione simile si è rivelata vitale per alcune zone del Tigray, tagliate fuori dai commerci e spesso anche dall’assistenza umanitaria a causa della guerra. Qui la produzione agricola locale ha generato 900mila tonnellate di cibo, mentre poco meno di 200mila tonnellate sono arrivate sotto forma di aiuti umanitari. Non è un caso che oltre il 60% delle persone in crisi alimentare acuta lavorino nel settore primario in aree rurali. Allevatori, contadini, pescatori: tutte categorie che hanno bisogno della terra e del mare per sopravvivere. Il rapporto mette in guardia da una tendenza opposta: molti dei Paesi analizzati hanno registrato una spesa pubblica molto bassa nel 2020 per quanto riguarda settore alimentare, supporto alle comunità rurali, ricostruzione e cura dei territori.  

    

Nubi nere sul futuro. 

Le previsioni per il futuro sono catastrofiche, e non è un’iperbole. In queste condizioni fame aumenterà a ritmi elevati e sarà sempre più mortale. “Se la comunità internazionale non agisce in supporto delle comunità rurali colpite dalla fame, il grado di devastazione sarà spaventoso. Serve un’azione umanitaria su scala globale per impedire tutto questo”, si legge nel report. Somalia, Sud Sudan e Yemen affronteranno le conseguenze più gravi.

   

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Epidemie: i casi di morbillo in tutto il mondo in forte aumento

Repubblica - 28 aprile 2022  

       

 Circa 17.338 casi di morbillo sono stati riportati in tutto il mondo a gennaio e febbraio 2022, rispetto ai 9.665 dei primi due mesi del 2021. Due anni fa, 23 milioni di bambini hanno saltato le vaccinazioni di base dell'infanzia attrverso i servizi sanitari di routine, il numero più alto dal 2009 e 3,7 milioni in più rispetto al 2019. A partire dall'aprile 2022, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e UNICEF registrano 21 grandi e dirompenti focolai di morbillo in tutto il mondo negli ultimi 12 mesi. Al 1° aprile 2022, 57 campagne per le malattie prevenibili con vaccino in 43 Paesi che erano state programmate dall'inizio della pandemia rimangono rimandate, con un impatto su 203 milioni di persone, la maggior parte delle quali sono bambini. Di queste, 19 sono campagne contro il morbillo, che espongono 73 milioni di bambini al rischio di morbillo. In Ucraina, la campagna di recupero del morbillo del 2019 è stata interrotta a causa della pandemia da COVID-19 e successivamente a causa della guerra.

    

L'aumento delle malattie prevenibili. 

Secondo l'OMS e l'UNICEF, l'aumento dei casi di morbillo nei mesi di gennaio e febbraio 2022 è un segnale preoccupante dell'aumento del rischio di diffusione delle malattie prevenibili con vaccino e potrebbe innescare focolai più grandi, in particolare di morbillo, che colpiranno milioni di bambini nel 2022. Quasi 17.338 casi di morbillo sono stati riportati in tutto il mondo a gennaio e febbraio 2022, rispetto ai 9.665 dei primi due mesi del 2021. Le interruzioni legate alla pandemia, le crescenti disuguaglianze nell'accesso ai vaccini e il dirottamento delle risorse dalle vaccinazioni di routine stanno lasciando troppi bambini senza protezione contro il morbillo e altre malattie prevenibili con i vaccini.

         

Il rischio di grandi epidemie è aumentato. 

E' così man mano che le comunità hanno allentato le pratiche di distanziamento sociale e altre misure di prevenzione contro il COVID-19 attuate durante la fase più acuta della pandemia. Inoltre, con milioni di persone sfollate a causa di conflitti e crisi, tra cui in Ucraina, Etiopia, Somalia e Afghanistan, le interruzioni dei servizi di vaccinazione di routine e contro il COVID-19, la mancanza di acqua pulita e servizi igienici, e il sovraffollamento aumentano il rischio di focolai di malattie prevenibili con vaccino. Dato che il morbillo è molto contagioso, i casi tendono a manifestarsi rapidamente quando i livelli di vaccinazione diminuiscono. Le agenzie sono preoccupate dal fatto che i focolai di morbillo potrebbero anche preannunciare focolai di altre malattie che non si diffondono così rapidamente.

      

Il morbillo indebolisce il sistema immunitario. 

Oltre al suo effetto diretto sul corpo, che può essere letale, il virus del morbillo indebolisce anche il sistema immunitario e rende il bambino più vulnerabile ad altre malattie infettive come la polmonite e la diarrea, anche per mesi dopo il contagio da morbillo tra coloro che sopravvivono. La maggior parte dei casi si verifica in contesti che hanno affrontato difficoltà sociali ed economiche a causa del COVID-19, conflitti o altre crisi, e hanno infrastrutture del sistema sanitario cronicamente deboli e condizioni di insicurezza.  

    

L'effetto letale del virus. 

"Il morbillo è più di una malattia pericolosa e potenzialmente letale. È anche una prima indicazione del fatto che ci sono lacune nella nostra copertura globale di vaccinazione, lacune che i bambini vulnerabili non possono permettersi", ha dichiarato Catherine Russell, Direttore generale dell'UNICEF. "È incoraggiante che le persone in molte comunità stiano iniziando a sentirsi abbastanza protette dal COVID-19 da tornare a svolgere più attività sociali. Ma farlo in luoghi dove i bambini non stanno ricevendo le vaccinazioni di routine crea la tempesta perfetta per la diffusione di una malattia come il morbillo".

    

La maggior parte dei casi in Africa. 

A partire da aprile 2022, le agenzie registrano 21 grandi e dirompenti focolai di morbillo in tutto il mondo negli ultimi 12 mesi. La maggior parte dei casi di morbillo sono stati riportati in Africa e nella regione del Mediterraneo orientale. Le cifre sono probabilmente più alte, poiché la pandemia ha sconvolto i sistemi di sorveglianza a livello globale, con una potenziale sottostima. I paesi con i maggiori focolai di morbillo dall'anno scorso includono Somalia, Yemen, Nigeria, Afghanistan ed Etiopia. L'insufficiente copertura vaccinale contro il morbillo è la ragione principale dei focolai, ovunque essi si verifichino.

         

"Che vadano a regime le vaccinazioni essenziali". 

"La pandemia da COVID-19 ha interrotto i servizi di vaccinazione, i sistemi sanitari sono stati sopraffatti e ora stiamo assistendo a una ricomparsa di malattie mortali, tra cui il morbillo. Per molte altre malattie, l'impatto di queste interruzioni dei servizi di vaccinazione si farà sentire per decenni a venire", ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. "È il momento di rimettere a regime le vaccinazioni essenziali e di lanciare campagne di recupero in modo che tutti possano avere accesso a questi vaccini salvavita".

   

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«Aumenta la repressione di Stato In 28 nazioni la libertà non esiste» di Angela Napoletano

Avvenire - 4 maggio 2022

Mosca è diventata« maglia nera»  

   

Sempre meno indipendente, sempre più caotica. È lo stato di salute dell’informazione registrata a livello internazionale dall’associazione Reporter senza frontiere (Rsf) che, ieri, Giornata mondiale per la libertà di stampa, ha diffuso l’edizione 2022 del rapporto, il Free Press Index, che classifica 180 Paesi in base al ruolo dei media nella società. Per la prima volta dal 2013 il numero delle nazioni dove la situazione è risultata «molto seria» è arrivato a 28 (sei anni fa erano 18). In gran parte si tratta di Paesi asiatici.

Il conflitto tra Mosca e Kiev ha di certo aggravato il contesto generale. Ma il bilancio dei “ranking”, assegnati sulla base di cinque variabili, sicurezza, po-litica, cultura, società e legalità, sarebbe comunque stato poco buono. La Russia è passata nella lista dei governi con la “maglia nera” – insieme a Myanmar, Cina, Turkmenistan, Iran, Eritrea e Nord Corea – scivolando in un anno dal gradino 150 al 155. Anche l’Ucraina è peggiorata indietreggiando dal 97 al 106. Il dossier di Rsf sottolinea, anzi, che la guerra ha messo a fuoco la tensione da tempo innescata tra i due Paesi da propaganda e «fake news».

È qui, nell’uso improprio degli strumenti di comunicazione, tradizionale e digitale, che va cercata la tana del tarlo che logora l’informazione libera. Rebecca Vincent, direttore delle campagne di Rsf, intervenuta a Londra a un evento di lancio del rapporto, sottolinea che il mondo soffre «la tensione causata dall’asimmetria tra le società aperte e i regimi dispotici che controllano media e piattaforme online». Le democrazie, aggiunge, sono indebolite da una sorta di “polarizzazione” che alimenta le tensioni all’interno e all’esterno. Le buone pratiche non mancano. Come raccontano i «pieni voti» con cui hanno passato l’esame Norvegia, Danimarca e Svezia. Bene anche le democrazie «emergenti» come Mongolia, Bhutan e Timor Est. Ma persino l’Italia, retrocessa dal 41esimo posto del 2021 al 58esimo del 2022, è finita tra le realtà a «situazione problematica». Complice, è precisato, il crimine organizzato e il ricorso alla protesta violenta visto durante la pandemia. L’Economist sottolinea che se la libertà di stampa è peggiorata il numero dei giornalisti uccisi si è ridotto passando dai 76 del 2011 ai 46 dello scorso anno.

Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che i leader autoritari hanno optato, prima di arrivare alle maniere forti, al controllo legale delle notizie e delle aziende che le diffondo. Quanto, ci si chiede, la crisi dell’editoria inciderà sul futuro della libertà di stampa?

 

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Il silenzio uccide in 169 guerre di Lucia Capuzzi

Avvenire - 1 maggio 2022  

     

Lo dice la parola stessa. Guerra deriva dal termine germanico werra, cioè mischia furibonda, dove le parti si affrontano in un corpo a corpo rozzo, sconnesso, disorganico. «Werra» è, dunque, sinonimo di caos. Non sorprende che nelle epoche di elevata instabilità geopolitica, le guerre si moltiplichino. Del resto, ricordava la filosofa Hannah Arendt, esse non servono a ristabilire i diritti, bensì a ridefinire i poteri. Più che la prosecuzione della politica con altri mezzi – come sosteneva Von Clausewitz –, sono la certificazione del suo fallimento. In questo tempo di crisi della politica e del suo principale riferimento – lo Stato nazione –, nuove fiammate belliche si sommano a vecchi scontri irrisolti. Il risultato è un susseguirsi di crisi a intensità variabile che si consumano in gran parte nel Sud del mondo e, per questo a differenza per esempio dell’Ucraina, a distanza incommensurabile dalla ribalta mediatica. Il “Conflict data program” della prestigiosa Università svedese di Uppsala ne ha censito 169 nel 2020, l’ultimo anno per cui i dati sono disponibili, per un totale di oltre 81.447 vittime. Un nuovo record, dopo 5 anni di relativo calo. E da allora lo scenario è ulteriormente peggiorato. «Terza guerra mondiale a pezzi», non si stanca di definirla, fin dal 2014, papa Francesco. Solo tre dei 169 conflitti registrati implicano un confronto militare “classico” fra Stati: India-Pakistan per il controllo del Kashimir, Cina-India per la questione dell’Aksai Chin o Arunchal Pradesh e Israele-Iran, oltre ora a Russia e Ucraina.

Il fatto è che nel Novecento, lo scenario bellico ha subito una «mutazione genetica», accelerata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Se la Guerra fredda aveva articolato la conflittualità intorno a un unico spartiacque ideologico, dalla sua fine questa ha assunto connotati sempre più cangianti. A dominare il panorama sono, ora più che mai, i conflitti interni o “intra-statali”. «A volte, un gruppo ribelle impugna le armi contro il governo come al-Shabaab in Somalia o i taleban in Afghani- stan, prima che questi ultimi prendessero il potere lo scorso agosto – spiega Therese Pettersson, coordinatrice del Conflict data program –. Ne abbiamo individuati 53. Altre, l’attore Stato non è coinvolto. In 72 conflitti, le parti in lotta sono milizie di vario tipo che disputano il controllo di un territorio. Vi sono, infine, ventuno crisi create da organizzazioni – statali o non – che prendono di mira deliberatamente i civili». Un filo rosso unisce questo sfaccettato poliedro bellico: la tendenza crescente da parte di attori esterni di supportare militarmente uno dei contendenti. «Proxy war», «guerre per procura », le chiamano vari analisti. «Sono stati gli scontri interni a produrre le conseguenze umanitarie più gravi nei decenni post-Guerra fredda. È sufficiente ricordare il dramma della Siria, dell’Afghanistan, dell’Iraq e dello Yemen. Le due eccezioni sono le guerre statuali tra Etiopia ed Eritrea (1999-2000) e quella in corso tra Mosca e Kiev», aggiunge Pettersson.

Il numero dei caduti negli scontri, inoltre, è solo uno delle tragedie causate dai conflitti. «La durata è un elemento cruciale. Quanto più lo scontro si protrae nel tempo, tanto più le conseguenze umanitarie rischiano di essere catastrofiche, indipendentemente dalla sua intensità, come vediamo in Sud Sudan, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia », calcola Robert Blecher, direttore del Future of conflict program dell’International crisis group. Una gravità, quella delle guerre prolungate, inversamente proporzionale all’attenzione internazionale, assuefatta di fronte alla cronicizzazione di crisi «lontane». I due fattori – morti e tempo – si sono intrecciati in modo perverso nella guerra afghana, conferendole il tremendo titolo più lunga e più letale: va avanti ininterrottamente, fra picchi di brutalità e timide frenate, dal 1978. L’emergenza fame, seguita alla riconquista di Kabul da parte dei taleban, ne è solo un’altra sfaccettatura. Secondo Blecher, infine, va incluso a pieno titolo nella categoria dei conflitti, la violenza che dilania buona parte dell’America Latina, ufficialmente “al riparo” dalla bufera bellica dall’accordo di pace in Colombia nel 2016. La realtà, purtroppo, è di segno opposto. La narco-guerra messicana, la feroce anarchia haitiana o gli scontri delle gang in Centramerica hanno costi umanitari e dinamiche a tutti gli effetti bellici. È lo svelamento di quanto affermava Hannah Arendt: il cuore della guerra – di ogni guerra, comunque la si definisca – è la ridefinizione del potere.

 

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Missione Guterres predestinata al fallimento. I limiti e le contraddizioni delle Nazioni Unite di Cecilia Capanna

pressenza.com/ - 2 maggio 2022   

Intervista a Roberto Savio

La pace da perseguire, i crimini di guerra da perseguitare: questa la mission principale delle Nazioni Unite alla loro nascita, questa la grande illusione in 77 anni di guerre. Il fallito tentativo di mediazione di Guterres ne è l’ennesima dimostrazione. Cosa non funziona?  

              

Il viaggio di pace in Turchia, Russia e Ucraina del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, come prevedibile, si è concluso con un nulla di fatto. Ci si chiede il perché il capo delle Nazioni Unite si sia trasformato in una specie di messo apostolico in un tentativo estremo di porre rimedio a una situazione oramai oltre il punto di non ritorno, quando l’intera organizzazione nacque appositamente per preservare e garantire la pace dopo le guerre mondiali, come rete transnazionale dotata di appositi strumenti.

In questi 77 anni dalla firma della Carta delle Nazioni Unite, si sono susseguite numerose guerre, come in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen. Molti crimini di guerra sono rimasti impuniti, tutti i diritti umani sono stati violati. E ora abbiamo davanti agli occhi il disastro in Ucraina, tanto più scandaloso dal momento che la Russia è uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU. Cosa non ha funzionato?

Lo abbiamo chiesto a Roberto Savio, giornalista e analista di politica internazionale, che molto ha avuto a che fare con il mondo delle Nazioni Unite, fin dagli anni in cui ancora si riponevano sforzi e fiducia nel multilateralismo.

 

Perché l’ONU non è capace di mantenere la pace nemmeno tra i Paesi membri?

L’ONU fu creata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in un momento storico molto preciso. Quando nacquero le Nazioni Unite, furono i vincitori della guerra a fare da garanti della pace, ad assicurare al mondo che non ci sarebbero state più guerre come quella che avevano appena vinto. Naturalmente entrarono a farne parte da subito l’allora Unione Sovietica e gli Stati Uniti che avevano sconfitto il nazismo, nemico comune; entrò la Cina che era una grande potenza e aveva partecipato al conflitto contro il Giappone alleato con i nazi-fascisti; entrarono anche l’Inghilterra, alleata degli Usa, e la Francia che aveva perso la guerra, ma che si era riscattata con De Gaulle mettendosi dalla parte dei vincitori. Questi sono i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e hanno diritto di veto. La cosa che salta all’occhio di un comune cittadino del 2022 è che tra i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ci sia solo la Francia e non l’intera Unione Europea che esiste da ben 20 anni. Il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo che può ratificare decisioni e renderle esecutive, a differenza dell’Assemblea Generale. I suoi membri totali sono 15, di cui 5 permanenti e 10 eletti a rotazione, ma basta che solo uno dei 5 membri permanenti ponga il veto durante una votazione e qualsiasi proposta viene bloccata. Il caso classico fu quando Boutros Boutros-Ghali aveva 14 voti a favore, ma gli USA da soli ne hanno impedito la rielezione.

 

Quindi l’intervento delle Nazioni Unite, così come sarebbe previsto negli articoli della Carta in caso di violazione del diritto internazionale, è un’illusione perché basta un solo voto contro, come è successo in Siria con il veto posto dalla Russia?

Proprio così. Dobbiamo tenere presente che le guerre recenti sono completamente diverse da quelle precedenti agli anni Ottanta. Sono guerre non solo delle forze locali in combattimento, ma anche teatri in cui intervengono le potenze che vogliono avere peso. In Siria c’erano 12 potenze. Era una Terza Guerra Mondiale però localizzata, quello che Papa Francesco chiama una Terza Guerra Mondiale a pezzi.  

  

In tutti questi anni si è cercato di modificare la regola del veto che impedisce alle Nazioni Unite di intervenire in modo efficace?

Ci abbiamo provato in tanti modi e in tante organizzazioni, ma poi uno dei Paesi mette il veto anche alle modifiche e non si va avanti. Il veto è definitivo, non si può far nulla. Bisognerebbe che i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza rinunciassero al diritto di veto. Una delle tante proposte in corso è quella di far sì che siano almeno due i Paesi a porre il veto per bloccare una delibera. In ogni caso, questo processo di cambiamento delle regole non va da nessuna parte, perché basta il veto della Cina o della Russia per fermare tutto.

 

Che potere ha il Segretario Generale di fermare un conflitto, laddove evidentemente l’ONU non è stata in grado di evitarlo?

Le Nazioni Unite hanno diversi organi: l’Assemblea Generale, il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Sicurezza che come abbiamo detto è quello che dovrebbe garantire la pace, e il Segretariato che all’inizio non aveva compiti chiari ed è andato formandosi nel tempo. Poi c’era l’organismo che si occupava della decolonizzazione e infine si crearono i vari fondi che dipendono dal Segretariato (come l’UNICEF) e le varie agenzie che invece sono organismi autonomi (come la FAO). Nel tempo Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha acquistato più potere perché la sua è diventata una figura che rappresenta l’intero sistema e le sue responsabilità.

Quello che ha cambiato il destino dell’ONU è stato l’arrivo di Reagan nel 1981. Il neo presidente americano si trovò nella struttura democratica dell’ONU in cui ogni Paese aveva un voto e si chiese il perché un grande paese come gli USA, il più potente e importante di tutti, avesse lo stesso peso di un paese molto più piccolo e meno influente. Il bilancio degli USA a quel tempo era uguale a quello degli oltre 50 Paesi delle Nazioni

Unite messi insieme. Reagan non accettò questa equità di peso nelle decisioni da parte di tutti i Paesi membri e quella fu la fine delle Nazioni Unite come strumento di partecipazione globale. Dal 1981 infatti gli Stati Uniti non hanno più firmato nessun accordo internazionale, nessun trattato. Non hanno firmato la Convenzione sui diritti dell’infanzia né la Convenzione sul diritto del mare, non riconoscono che la comunità internazionale possa decidere per il loro paese. Non hanno nemmeno ratificato la Corte Penale Internazionale, così come non lo hanno fatto la Russia e la Cina, quindi in caso di crimini di guerra loro non partecipano al processo. Infatti la cosa bizzarra è che Biden ha accusato Putin di genocidio e crimini di guerra, ma non ha strumenti per procedere penalmente. Con l’arrivo di Putin poi nasce anche in Russia il discorso del “Io valgo quello che sono e non mi assoggetto a delle decisioni globali”.

 

Come è avvenuto il declino delle Nazioni Unite?

Il lento declino delle Nazioni Unite è iniziato quando le grandi potenze hanno cominciato a togliere tutto il potere all’organizzazione. Sono stati messi in piedi diversi meccanismi che le hanno rese marginali. Prima è stato creato il G7, poi il G8, nel frattempo ogni anno a Davos si tiene il Foro Economico Mondiale. Il colpo di grazia è stato quando il commercio è stato tolto all’ONU.

Mi spiego. La globalizzazione, iniziata 30 anni fa dopo la caduta del muro di Berlino, ha due motori: la finanza e il commercio. La finanza non ha mai fatto parte delle Nazioni Unite perché nasce con un processo differente da quello di Bretton Wood che creava gli organismi finanziari multilaterali fuori dall’ONU (Il Foro Monetario, la Banca Mondiale ecc.). Il commercio invece era tutelato inizialmente dall’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Developement) che secondo la filosofia ONU aveva la funzione di proteggere i cittadini. In seguito però fu soppiantata dalla WTO (World Trade Organization) che non è delle Nazioni Unite e protegge solo le imprese.

Dato che non si occupa più occupa di finanza né di commercio, all’ONU restano solo le attività sociali (bambini, salute, diritti umani), cose ritenute inutili dal punto di vista della logica del consenso di Washington, che è quello che ha portato con Reagan e Margaret Thatcher allo sviluppo della globalizzazione. “Tutto ciò che non produce reddito è inutile”. E’ questo il motivo per cui Reagan uscì dall’UNESCO: aveva una visione molto precisa di un mondo basato sul mercato.

Questo mondo è rimasto, c’è ancora oggi. Per esempio l’Unione Europea è nata e si è sviluppata sui principi del consenso di Washington, la cosiddetta Direttiva Bolkestein per cui ci deve essere libera competizione. Finora l’Unione Europea è stata attivissima sul piano dei mercati ma debolissima sul piano sociale. La pandemia ha obbligato un po’ a rivedere l’impostazione globalista.

Le Nazioni Unite dunque sono andate progressivamente svuotandosi di forza e di potere e addirittura c’è il caso concreto del Segretario Generale che in pratica viene nominato dagli USA, in quanto hanno più peso perché danno il 25% del bilancio e perché la sede dell’ONU è a New York.

Si racconta che quando è stato nominato Ban Ki-moon, gli Stati Uniti abbiano scelto il meno “smart” di proposito perché in generale non vogliono un Segretario forte che possa diventare un’alternativa di potere e intralciare i loro piani.

 

Perché è fallita la missione di Guterres?

Per le conseguenze di tutto questo processo che ha portato alla situazione attuale. Guterres, paralizzato da un Consiglio di Sicurezza diviso e spaccato fra Cina, Russia e USA, all’inizio ha fatto delle dichiarazioni contro la guerra, poi è stato due mesi fermo e ora è andato a incontrare Putin passando da Erdogan, che in questo momento è colui che ha più capacità di mediazione con la Russia. Due autocrati. Erdogan non riesce a fare nulla e Putin ha trattato male Guterres e quasi non lo ha colpito con una bomba durante l’incontro con Zelensky. Così il sistema multilaterale, nato dall’idea di trovare insieme la cooperazione continua ad avviarsi verso la marginalità.

Lo sviluppo e la pace nascono dalla cooperazione; se non c’è cooperazione non ci possono essere né sviluppo né pace, cosa che stiamo vedendo in un mondo dove oramai tutti vogliono avere un ruolo da potenza. Turchia, Cina, India, Ungheria, Brasile, oltre che Russia e USA. Il risultato è che il mondo è estremamente frammentato, con alleanze variabili a seconda di quello che succede e conviene.

 

Parlo da cittadina: stando così le cose, perché il mio PIL deve andare a un’organizzazione che si sta progressivamente svuotando e indebolendo?

Perché il suo PIL va per una piccolissima parte al Segretariato. La maggior parte del PIL va a finire nei fondi, nelle agenzie. Si può discutere se le Nazioni Unite servano o meno, ma nessuno può mettere in dubbio il fatto che l’UNICEF, la FAO, l’UNHCR e l’UNESCO siano importantissime. Queste agenzie tecniche, come le chiamano, in realtà hanno un’attività politica importantissima, sono utilissime. Tutto il dibattito è sul Segretariato che è vittima del Consiglio di Sicurezza. Il vero problema delle Nazioni Unite è il Consiglio di Sicurezza, che è nato in un preciso contesto storico.

 

Non è incredibile che proprio due dei paesi fondatori dell’ONU per garantire al mondo la pace in questo momento si stiano fronteggiando, dato che in un certo modo dietro l’Ucraina ci sono gli Stati Uniti? Esiste una relazione tra indebolimento delle Nazioni Unite, questa sfida al testosterone tra USA e Russia e l’industria delle armi che ha notoriamente un grosso peso nello svolgersi delle guerre?

L’industria degli armamenti è una lobby potentissima. Infatti Roosevelt nel suo discorso di chiusura denunciò il fatto che negli Stati Uniti comandava una lobby industriale militare. Gli USA oggi sono i primi esportatori del mondo di armi, i russi sono i secondi. L’Ucraina oggi è di fatto un banco di prova per nuove armi. Adesso, dei 350 miliardi che dobbiamo spendere per arrivare al 2% delle spese militari in Europa, più quello che sinora si è speso in armamenti in Ucraina, il 72% dei profitti va agli americani. I 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU sono i responsabili della produzione e della vendita dell’80% degli armamenti mondiali. I 5 membri del Consiglio di Sicurezza, che devono assicurare la pace, sono i produttori delle armi con cui si fa la guerra.

 

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La bambina del Vietnam e Nick Ut, 50 anni dopo quella foto grida «pace» di Giuseppe Marrazzo

Avvenire - 6 maggio 2022  

       

 

L’8 giugno del 1972 una bambina di 9 anni correva per la strada completamente nuda, urlando per la paura e per il dolore delle scottature che aveva sul braccio e sulla schiena dopo essere stata travolta da una bomba al napalm. È la foto simbolo della guerra del Vietnam e della drammaticità e dell’assurdità di tutte le guerre. Sono passati 50 anni da quel giorno e quello scatto parla, urla ancora la parola 'pace'. Kim Phuc parla ancora. Ha fatto pace con quell’immagine, con le ferite che le sono costate 17 operazioni (l’ultima nel 1982 in Germania), e con quel pianto del cuore sanato dalla fede in Dio. Ieri Kim era a Milano, vestita con un colorato e floreale costume vietnamita, con al collo un ciondolo a forma di angelo.

Come quello che l’ha materialmente salvata, il fotoreporter Nick Ut, allora appena ventenne da poco all’Associated Press. L’autore dello scatto (premio Pulitzer 1973), che dopo avere immortalato quel momento, ha posato le sue quattro macchine fotografiche a terra ed è corso con Kim e tutti i bambini che poteva caricare nel suo furgoncino verso il più vicino ospedale.

Kim e Nick erano ieri all’inaugurazione della mostra From Hell to Hollywood sul lavoro del fotoreporter vietnamita che la Regione Lombardia (con l’assessore alla Cultura, Stefano Bruno Galli) ha fortemente voluto nella propria sede, all’IsolaSet di via Galvani, fino al 31 maggio, accogliendo la proposta dei curatori, Ly thi Thanh Thao e Sergio Mandelli. «Se penso a quanto successo 50 anni fa non posso credere di essere qui con voi», sorride Kim Phuc, che oggi vive in Canada ed è mamma di due figli. «La mia storia - riprende - è iniziata con un bombardamento e una foto. Io sono una dei milioni di bambini che hanno sofferto per la guerra. La differenza l’ha fatta Nick che si trovava sulla Route 1 in quel momento, ha scattato quella foto, e ha permesso al mondo di vedere cos’era il Vietnam. Un giorno avrei scoperto che mi aveva anche salvato la vita ». Parla come fosse una preghiera Kim. Con le mani che spesso si uniscono. E il pensiero corre inevitabilmente all’attualità, alla guerra anche questa assurda e drammatica che si combatte in Ucraina. 

      

«È la storia che si ripete. Quando vedo in tv i bambini ucraini che soffrono - dice Kim - vedo me stessa. Vedo le atrocità che ha subito il mio popolo». Kim ha superato tutte le avversità con la forza della fede: «Per tanti anni mi sono chiesta perché fosse successo proprio a me. Cercavo di trovare la pace dentro. Ho incontrato il cristianesimo, Gesù. Questo mi ha aiutato e mi aiuta ancora a vivere, giorno dopo giorno. E a pensare di poter contribuire a cambiare il mondo».   

Nick Ut ripercorre quei momenti «come se fosse oggi»: «Sono passati 50 anni, ma non posso crederci. Perché mi ricordo di te - dice con emozione rivolto a Kim - sulla Route 1. Ricordo tutto. Ogni dettaglio. Ogni istante. Le tue urla di dolore, la disperazione: 'sto morendo, sto morendo'. Il giorno dopo sono tornato nel villaggio. C’erano una donna e un uomo che cercavano la loro figlia. Erano i genitori di Kim. Ho calmato la loro disperazione. Kim era viva». Ut dopo la guerra ha lasciato il suo Vietnam ed è volato in America. Qui ha continuato la carriera di fotoreporter, affermandosi fra i grandi, senza mai dimenticare le sue origini. Così in mostra si possono vedere le due rotte, From Hell to Hollywood, dall’inferno a Los Angeles. Con scatti che fanno riflettere, come quando sulla Walk of fame, coglie un senzatetto sdraiato sulle stelle delle star del cinema, o quando fissa l’attore Martin Sheen, protagonista di Apocalypse now, che sfila con un crocifisso contro la guerra in Iraq e un nastro in bocca con scritto 'Peace'. La pace, quella che invocano i protagonisti per le guerre di oggi. Quelle guerre della «terza guerra mondiale a pezzi» evocata dal Papa. Proprio da Francesco mercoledì prossimo andranno in udienza privata Kim e Nick. Con una copia firmata di quella foto simbolo di un’epoca che urla tutto il suo dolore ancora oggi. «Non so se una foto può cambiare la storia - dice Ut -. Ma può certamente aiutare ad aprire gli occhi sulla storia».

 

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Mosca gioca la carta nucleare per rilanciare alleanze in Medio oriente di Dario Salvi

AsiaNews - "Porta d'Oriente" - 3 maggio 2022

L’atomica attira i Paesi della regione per soddisfare il fabbisogno energetico e ridurre il livello degli inquinanti da idrocarburi. Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati hanno già avviato progetti e ne stanno elaborando di nuovi. Al centro della partita il gigante russo del settore Rosatom. Restano i dubbi sull’effettiva sicurezza degli impianti e il timore di incidenti.

     

Isolata dall’Occidente per la guerra in Ucraina, Mosca guarda a Oriente - dalla Cina alle nazioni del Golfo, passando per la Turchia - per rilanciare affari e commerci. Con un valore aggiunto, costituito dalla “carta nucleare” alla quale sempre più Paesi dell’area, anche i principali produttori mondiali di petrolio, guardano con crescente attenzione per soddisfare da un lato il bisogno energetico e, dall’altro, centrare gli obiettivi di riduzione degli inquinanti. Anche perché la regione mediorientale e il Nord Africa sono fra le più colpite dai cambiamenti climatici, con un innalzamento delle temperature preoccupante che potrebbe innescare criticità nel lungo periodo come siccità, carestie e prosciugamento delle riserve idriche.

     

Oltre il petrolio, una regione nucleare?

Ancora agli albori, lo sviluppo dell’energia nucleare prende sempre più piede con almeno sei Paesi che rivendicano crescenti ambizioni: Turchia, Egitto, Giordania, Iran, Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita. Questi ultimi tre sono, fra gli altri, in cima alla lista delle nazioni inquinanti per gas serra, da qui il crescente interesse per l’atomica che garantirebbe anche benefici nell’ambito occupazionale e per manodopera qualificata. Ciononostante, al momento vi sono solo due - almeno ufficialmente - impianti attivi: le centrali di Bushehr in Iran e di Barakah negli Emirati. Mentre le aspirazioni nucleari della Repubblica islamica sarebbero subordinate anche - almeno secondo le accuse dell’Occidente - allo sviluppo di armi, Abu Dhabi sarebbe la prima nella regione del Golfo ad adottare un programma pacifico per la produzione di energia nucleare.

In Arabia Saudita è attivo dal 2010 il centro di ricerca King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy, al quale spetta il compito di supervisionare il programma finalizzato alla costruzione di due grandi centrali. Esso è parte di una più ampia strategia del Regno per le energie rinnovabili, nell’ambito della Vision 2030 voluta dal principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs).

A tutti questi Paesi il gigante russo del nucleare Rosatom guarda con attenzione e interesse, per stringere accordi finalizzati alla costruzione di nuovi impianti in un mercato in grande espansione. Durante Expo2020 a Dubai, da poco concluso, il responsabile dell’ente per il Medio oriente e il Nord Africa Alexander Voronkov ha dichiarato a S&P Global Platts che Riyadh è una delle realtà con le quali Rosatom “è pronta a collaborare nel momento in cui verranno indette le gare di appalto, dalla fornitura di carburante alla costruzione di impianti”.

Negli Emirati è stata selezionata per la fornitura di uranio arricchito e ha già avviato progetti con Turchia ed Egitto. Il progetto con il Cairo prevede la realizzazione di quattro unità da 1.200 MW a Dabaa, la cui entrata in funzione è prevista entro il 2028. I lavori di preparazione dovrebbero essere completati entro la seconda metà del 2022; a metà aprile una delegazione di alto livello russa si è recata nel Paese dei faraoni per verificare l’iter dei lavori e fissare i prossimi obiettivi. Le sanzioni occidentali a Mosca non dovrebbero avere ripercussioni negative nel settore e, come ha scritto la stessa Bloomberg a marzo, anche la Casa Bianca si è mostrata riluttante nel colpire direttamente la Rosatom con misure punitive.

     

Lo zar e il sultano

Fra quanti si sono spesi con maggior vigore nel tentativo di raggiungere un accordo di pace, o quantomeno di raffreddare gli animi del conflitto russo-ucraino vi è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con un piede nella Nato e uno sguardo rivolto a Mosca. Uno sforzo diplomatico da rivendere in chiave interna, per rilanciare le quotazioni di una leadership offuscata da tensioni e pesanti problemi economici. E un modo per affermarsi come attore di primo piano sul palcoscenico internazionale. Di certo vi è che Ankara non si accoda al treno europeo e statunitense delle sanzioni, cercando di preservare il più possibile i rapporti commerciali con Mosca (e Kiev).

In questo quadro di fragile equilibrio si inserisce la costruzione della prima centrare nucleare in Turchia della Rosatom, con un progetto da quasi 20 miliardi di euro appannaggio di una nazione che fornisce il 45% del gas e il 17% del petrolio usato annualmente dall’ex impero ottomano anch’esso affamato di energia, con il “sultano” Erdogan che cerca di mantenere un canale di dialogo privilegiato con lo “zar” Vladimir Putin. L’entrata in funzione del primo impianto nucleare dovrebbe avvenire entro il 2023 ad Akkuiu, nella provincia meridionale di Mersin e prevede la presenza di tre reattori ad acqua pressurizzati Vver-1200 – in costruzione - e di un quarto allo stadio preliminare di progettazione. Il completamento dei lavori dovrebbe avvenire entro il 2026, fornendo al Paese circa 27,5 terawattora all’anno, pari a circa il 9% del fabbisogno energetico. Dopo Akkuiu, realizzata nel 2010 grazie a un accordo diretto fra Mosca e Ankara, ora la Turchia sembra voler spingere sull’acceleratore e procedere con nuovi progetti finalizzati alla costruzione di altri impianti. Anche questa partita dell’atomica, giocata assieme a sauditi, emirati e iraniani solo per fare alcuni nomi - senza dimenticare Israele, ad oggi unica potenza nucleare della regione - potrebbe dar vita a nuovi equilibri e scenari ad oggi difficili da tracciare.

     

Nucleare e clima

Infine, la questione relativa all’uso dell’energia nucleare ingloba anche il tema dei cambiamenti climatici. I dati diffusi dagli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) mostrano come le nazioni del Golfo facciano uso per il 90% di idrocarburi, fra i principali responsabili dell’immissione di anidride carbonica e metano nell’atmosfera. L’impatto dell’atomica, in questo senso, è pressoché nullo ed è per questo che sempre più governi ne studiano l’utilizzo per raggiungere gli obiettivi fissati dal Net-Zero, ovvero la riduzione di emissioni di gas serra entro i prossimi decenni.

Certo l’energia nucleare non è priva di dubbi e perplessità, oltre che di timori relativi a possibili incidenti con pesanti ripercussioni sulla salute delle persone e dell’ambiente in una realtà in cui non mancano peraltro conflitti e tensioni. Uno degli esempi di compromesso è quello legato alle attività di desalinizzazione (processo che permette di separare il sale dall’acqua di mare), la metà delle quali al mondo avviene proprio nella zona. E sono proprio i Paesi del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait i primi a sfruttare il processo, ottenendo oltre il 90% dell’acqua potabile per il fabbisogno. Un evento avverso finirebbe per provocare ripercussioni devastanti sulle possibilità di accesso all’acqua, che si vanno a sommare all’aumento di 1,5 gradi delle temperature, dato doppio rispetto alla media globale.

Per gli esperti è necessario valutare con attenzione rischi e pericoli di un clima estremo che può danneggiare gli impianti nucleare e provocare radiazioni i cui effetti nocivi rimarrebbero per centinaia di anni. E le ondate di caldo europee che hanno spento o rallentato le attività dei reattori nucleari in Francia e Germania nel 2003 e nel 2019 sono più di un campanello di allarme.

 

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Per un'altra Helsinki di Mauro Gatti

Avvenire - 5 maggio 2022

Via dalla guerra e dalle presunzioni

Le cancellerie di tutto il mondo sono ormai convinte che l’invasione russa dell’Ucraina comporti una rottura strutturale, destinata a cambiare gli assetti geopolitici mondiali. Ridefinendo ciò che abbiamo pensato negli ultimi decenni col nome di «globalizzazione».  

       

Proprio su questa tematica si è concentrato l’importante discorso della ministra degli Esteri Liz Truss al Parlamento inglese di qualche giorno fa.

Un vero e proprio testo programmatico, che coglie il nodo centrale portato alla ribalta dalla guerra in Ucraina. In sostanza, Truss afferma che è finito il tempo in cui è possibile godere dei benefici del libero scambio senza pagare un prezzo. Guardando avanti, è necessario definire le regole da rispettare se si vuole far parte nel 'club della prosperità'. A partire da Stato di diritto, democrazia, libertà individuali, sostenibilità. «L’accesso all’economia globale deve dipendere dal rispetto delle regole. Non ci possono essere più abbonamenti gratuiti», afferma la ministra inglese.

Si tratta di un’idea fondamentale: come non essere d’accordo con l’obiettivo di creare un contesto globale di libero scambio equo? Una globalizzazione sregolata, nella quale ognuno può trarre i benefici che vuole senza sentirsi impegnato alle regole della convivenza umana, è destinata – come possiamo ormai vedere con chiarezza – a generare disastri. Proprio l’interconnessione globale comporta la responsabilità di tutti e la definizione di una serie di impegni. L’economia da sola non basta.

Il problema è che questa dichiarazione giunge tardiva: nonostante la prosperità e le tecnologie di cui dispone, il mondo che abbiamo costruito è travolto da una quantità di questioni che non sappiamo più come affrontare: cambiamento climatico, migrazioni, instabilità politica, disuguaglianze, fondamentalismi, etc.

Per citare un vecchio adagio popolare, oggi ci troviamo a dover «chiudere la stalla quando i buoi sono scappati». Si pone, dunque, la domanda: come è possibile raggiungere il risultato di cui parla la ministra inglese nella situazione nella quale ci troviamo?

Sarebbe un grave errore se l’Occidente pensasse di avere tutto il mondo schierato dalla propria parte. La contrapposizione tra democrazie e autocrazie di cui molti parlano traccia un discrimine molto più articolato di come si tende a credere. Nelle ultime settimane, 132 Paesi hanno votato a favore delle sanzioni nei confronti della Russia. Ma, in termini di popolazione – come ha fatto puntualmente rimarcare la propaganda russa, ma anche gli analisti più attenti – si tratta di meno della metà della popolazione mondiale.

Nelle discussioni e nelle prese di posizione sulla questione ucraina, in Asia, Africa e persino Sudamerica è affiorato il risentimento maturato nei confronti di una globalizzazione spesso ingiusta. All’Occidente si rinfacciano pratiche di sfruttamento, la miope politica tenuta nella vicenda vaccini, i gravi errori (bellici e no) commessi in diverse regioni del mondo.

Rispetto a trent’anni fa, all’alba della «globalizzazione», l’Occidente oggi fa più fatica a essere riconosciuto come il difensore della libertà e dell’interesse di tutti.

In un certo Occidente, oggi, sembra prevalere l’idea che la guerra debba essere vinta in modo da fermare le autocrazie e dettare così le condizioni della 'nuova globalizzazione'. Ma come è evidente che Vladimir Putin non potrà vincere la guerra – impossibile nel XXI secolo sradicare un popolo di 44 milioni di persone – allo stesso modo risulta difficile immaginare che l’Occidente possa sconfiggere il tiranno russo umiliandolo sul campo. Anche perché, prima di arrivare a un tale esito, Putin deciderebbe di giocare nell’unico terreno su cui è veramente forte: quello nucleare. Preferendo un salto di scala alla propria definitiva disfatta.

Tutto ciò porta a una conclusione: se, come oggi è evidente, la guerra aperta iniziata il 24 febbraio comporterà una ristrutturazione dei rapporti internazionali, è difficile pensare di raggiungere tale risultato senza passare da una vera negoziazione multilaterale. Che è poi quello che ha suggerito il presidente del Repubblica Mattarella evocando lo «spirito di Helsinki» (e non «di Yalta »). Per provare ad aprire di nuovo il futuro, occorre una Conferenza internazionale di pace. Che aiuti a trovare una composizione sull’Ucraina, anche nel quadro dei temi generali posti dalla ministra inglese.

Negli anni 90 del Novecento si parlò e si agì per «esportare la democrazia», e fu un fallimento disastroso. Oggi si tratta di scrivere nuove regole della convivenza globale. E sarebbe altrettanto fatale pensare di arrivarci attraverso l’uso della violenza.

È solo l’arte difficile ma lungimirante del dialogo – che comporta anche il contrasto ben proporzionato a chi il dialogo non lo vuole, come in questo momento Putin – che va coltivata. Ed è l’unico realismo sensato in questo delicato passaggio storico.

 

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Le altre guerre, lontane dai riflettori/1-6  di Autori vari

Avvenire - 3/8 maggio 2022

  

1. Yemen, i morti per procura. Ora Iran e Arabia trattano di Camille Eid    

3 maggio

                         

Una tristemente tipica guerra “dimenticata”, quella dello Yemen. La terra che i Romani chiamavano l’Arabia Felix, e il cui nome arabo – al-Yaman – è associato all’ottimismo e alle benedizioni, è oggi metafora di desolazione e infelicità. Il conflitto, che ha compiuto sette anni lo scorso 16 settembre, rimane infatti tra i più gravi per impatto sulla popolazione civile, e ciò nonostante i nuovi spiragli di pace che si sono aperti di recente. La settimana scorsa, l’Arabia Saudita ha annunciato la liberazione di 163 prigionieri come iniziativa umanitaria per «consolidare l’attuale tregua e creare un’atmosfera di dialogo tra le parti yemenite». Riad guida dal marzo 2015 una coalizione militare contro i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran e che occupano, oltre alla capitale Sanaa, una buona metà del Paese. Il primo aprile, gli Houthi e il governo lealista hanno concordato una tregua di due mesi patrocinata dalle Nazioni Unite, che prevede anche la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e l’autorizzazione all’ingresso delle petroliere nel porto di Hodeidah. Un altro sviluppo positivo è l’accordo siglato il 19 aprile tra i leader della milizia ribelle e funzionari dell’Unicef che impone uno stop al reclutamento di bambini soldato.

Secondo il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, il gruppo armato si è impegnato non solo a porre fine alla pratica di arruolare forzatamente minori, ma anche a rilasciare i bambini soldato già presenti nelle truppe nell’arco di sei mesi, e ciò «nell’ambito dell’action plan» proposto dall’agenzia Onu. L’organismo internazionale ha calcolato che sono almeno 3.500 i minori che dal 2014 combattono nelle milizie per rovesciare il governo sostenuto dai sauditi. I 2.786 giorni di guerra

(ad oggi) hanno provocato nel Paese arabo «la più grande crisi umanitaria del XXI secolo», con 17 milioni e mezzo di yemeniti – oltre la metà della popolazione – che sono sottoalimentate.

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a novembre, parla di 377mila vittime, al 60 per cento per gli effetti indiretti del conflitto, come la scarsità di acqua e cibo, mentre sono circa 150mila le persone che hanno perso la vita negli scontri armati e i bombardamenti aerei.

Secondo l’Undp, l’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu, «nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni». «Lo Yemen vive in uno stato di emergenza cronico, segnato da fame, malattie e altre miserie», denunciava il 15 marzo scorso Martin Griffiths, il capo dei soccorsi delle Nazioni Unite, di fronte al Consiglio di sicurezza. Con lo scoppio della guerra in Ucraina e la crisi energetica provocata dal taglio alla fornitura del gas dalla Russia, molti Paesi occidentali hanno ora interesse a non ostacolare l’intenso transito delle petroliere per le acque del Mar Rosso per raggiungere il Mediterraneo. Lo scorso 23 aprile sono anche ripresi a Baghdad, «in un’atmosfera positiva», i colloqui per la normalizzazione dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita. Ridotta alla fame, alla popolazione yemenita non rimane che sperare del buon esito dei colloqui tra ossia le due potenze regionali sponsor del loro dossier per uscire dal tunnel.  

  

2. L’Etiopia, l’«inferno» del Tigrai e gli aiuti usati come un’arma di Paolo Lambruschi
4 maggio 
        
Dopo 18 mesi la guerra civile oscurata del Tigrai ha provocato solo disperazione e morte nel Corno d’Africa. Secondo le stime sono almeno 50mila i morti, mentre le vittime della carestia provocata dai mutamenti climatici – è in corso la peggiore siccità dal 1981 – e dal conflitto tra il centralista Abiy e i federalisti del Tplf che ha devastato la regione potrebbero essere quasi mezzo milione con due milioni di sfollati interni su sette milioni di abitanti. Il tigrino più noto, il direttore dell’Oms Tedros, ha definito «un inferno» questa catastrofe umanitaria avvolta nel silenzio dei media internazionali fin dall’inizio, il 3 novembre 2020 perché africana e per il blackout comunicativo voluto da Addis Abeba.
Eppure la guerra scatenata dal Nobel per la pace Abiy Ahmed, alleato con il dittatore eritreo Isaias Afewerki contro la regione ribelle, è una «operazione militare» più feroce di quella che seguiamo ogni giorno in diretta in Europa. E anche questa è caratterizzata da violenze sui civili e dagli stupri perpetrati dai belligeranti: le forze tigrine e dall’altra parte l’esercito federale, le milizie amara e le truppe eritree, che hanno invaso il Tigrai con il consenso del governo etiope.
Fino a giugno i tigrini sembravano vinti, da settembre hanno lanciato una controffensiva inarrestabile. A novembre sono arrivati a 120 chilometri da Addis Abeba, li hanno fermati i bombardamenti dei droni acquistati da Abiy in Turchia e negli Emirati e il veto di Usa e Unione africana al cambio di governo in Etiopia.
Quindi è arrivato il blocco all’ingresso degli aiuti nel nord Etiopia. Solo il Papa e la Chiesa cattolica hanno lanciato l’allarme.
Lo scorso 24 marzo il governo centrale, che aveva avviato colloqui segreti con i leader tigrini, ha proclamato a sorpresa una tregua umanitaria per consentire l’ingresso degli aiuti. Tregua che regge nonostante siano entrati in Tigrai meno di 200 Tir del Programma alimentare mondiale sufficienti a sfamare il 10% della popolazione. Ma i tigrini minacciano di romperla se non arriva il cibo. Secondo alcuni analisti, Abiy ha annunciato la tregua per evitare le sanzioni degli Usa, ma il suo obiettivo, condiviso dal regime eritreo e dagli Amara, è annientare gli arcinemici del Tplf. Quindi manda gli aiuti a singhiozzo per non rafforzare il nemico. Ma così il conflitto potrebbe riesplodere allargandosi al resto del Paese. Dopo 18 mesi, infatti, l’economia etiope è al collasso, anche per la crisi ucraina i prezzi degli alimentari sono aumentati del 40% rafforzando tensioni etniche e sociali.
L’Esercito di liberazione Oromo, etnia maggioritaria che si sente discriminata, alleato dei tigrini, è sempre più minaccioso. E nella regione Amara e ad Addis Abeba sono scoppiate violenze tra cristiani e musulmani. Con il nuovo assetto geopolitico mondiale il Corno d’Africa è tornato strategico. I cinesi, amici dei tigrini quando governavano l’Etiopia, ora sostengono Abiy. Che ha ricambiato votando a favore di Mosca all’assemblea Onu. Anche gli Usa, sponsor di Abiy ai tempi di Trump, con Biden hanno cambiato idea e si chiedono se sia il bellicoso Nobel per la pace l’uomo giusto per stabilizzare il vecchio gigante africano.
  

3. Siria, undici anni di massacri e di «obiettivi» mai raggiunti di Luca Geronico
5 maggio  
     
«È un conflitto aperto, non congelato», ha dichiarato Geir Pedersen. «L’assenza della Siria dai titoli dei giornali non deve far pensare che il conflitto necessiti di minore attenzione o che la soluzione politica non sia urgente» ha aggiunto il diplomatico svedese, dal 2018 inviato speciale Onu per la Siria. Infatti la sua convocazione, il prossimo 28 maggio a Ginevra, dell’ottava tornata di colloqui tra governo e opposizione sulla modifica della Costituzione ha meritato solo qualche riga nei pastoni diplomatici. In fondo nulla di sorprendente: dal 2011 l’estenuante mediazione di Kofi Annan, Lakhdar Brashimi e di Staffan de Mistura, tutti dimissionari prima di Pedersen, non ha prodotto che bozze di documenti di dubbia efficacia. Ma intanto, uscita dai riflettori con la riconquista di Raqqa al Daesh nell’ottobre del 2017, la guerra civile siriana non si è mai interrotta: gli obiettivi militari del regime devono ancora essere perseguiti mentre prosegue la repressione di quel che resta della società siriana perpetrata dal regime baathista con il sostegno della Russia. Al di fuori della morsa di Damasco resta il Rojava, tentativo di autogoverno democratico a trazione curda e Idlib. L’ultima provincia ribelle, ricettacolo di tutte le opposizioni – jihadiste e non jihadiste – ad Assad, si è tramutata nell’esplosivo catalizzatore degli interessi regionali antagonisti al trinomio Teheran-Damasco-Mosca. Un girone infernale e una incubatrice di nuove tensioni destinate ad esplodere. Non a caso nell’ultimo governatorato ribelle – dopo gli assedi medievali e le evacuazioni forzate di Hama, Homs, Aleppo e la Ghouta di Damasco – si sono rifugiati, per trovarvi poi la morte, pure il califfo del Daesh Abu Bakr al-Baghdadi (ucciso a Barisha il 27 ottobre 2019) e il suo successore Abu Hasan al-Qurahishi (ucciso in un raid Usa ad Atmeh il 3 febbraio 2022). La Turchia, arcinemica di Assad e dei curdi del Pkk riparati nel Rojava, è il quarto incomodo del caos siriano. La violenza che si cova nei campi profughi di Idlib, come il terrore di essere vittima di attentati di cellule in sonno del Daesh mentre nelle carcere del regime continuano morti e torture, fanno della Siria il cimitero dei diritti umani. Le 500mila vittime stimate dal 2011 (almeno 160mila i civili) sono solo una dei termometri della sofferenza che vive il popolo siriano. A questa guerra civile dimenticata, e incancrenita, spetta sempre il triste primato di peggiore crisi umanitaria al mondo con 6,8 milioni di rifugiati all’estero e 6,2 milioni di sfollati interni. Morte e distruzione, che preparano nuove guerre. Secondo l’Osservatorio nazionale siriano per i diritti umani, le forze militari Usa – dopo anni di disimpegno dalla regione – stanno ampliando la loro presenza nel Nord e nel Nord-est inviando rinforzi e mezzi in due basi lungo l’Eufrate: una a Tabqa nella regione di Raqqa e una a Manbij nella regione di Aleppo. Intanto la presenza militare russa nella Siria nord-orientale si è estesa in questi mesi nella zona di Qamishli e Hassaké, in aree limitrofe a quelle dove sono stati dispiegati i militari Usa. La terza guerra mondiale a pezzi continua.

   

4. Nel Sud Sudan nato senza pace tornano stragi e lotte tra fazioni di Paolo M. Alfieri
6 maggio  
     
È forse l’unico Paese al mondo a non aver mai conosciuto la vera pace dalla sua nascita. E se è vero che il Sud Sudan è lo Stato più giovane del pianeta, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011, è innegabile che le speranze suscitate dalla secessione siano, almeno per ora, svanite. Il Sud Sudan che aspetta papa Francesco – la visita del Pontefice a Juba è prevista nella prima settimana di luglio – è un Paese alle prese da un lato con lotte intestine tra fazioni, dall’altro con gli appetiti delle potenze straniere, come quello della Cina per le riserve petrolifere locali. Nei giorni scorsi le Nazioni Unite hanno aggiunto, alla stima delle circa 400mila vittime del conflitto sud sudanese, altri 72 morti civili, uomini, donne e bambini uccisi in un periodo di sette settimane nella contea di Leer, nello Stato meridionale di Unity.
Da 3.066 giorni, ormai, le violenze tra gruppi di diversa etnia si mescolano e si sommano alle violenze di natura più prettamente politica: il risultato è che solo nelle ultime settimane, in una regione ricca di greggio, altre 40mila persone hanno abbandonato le loro case, ma in totale gli sfollati sono 6,5 milioni.
Fughe a cui aggiungere crimini di guerra, arruolamento di bambini, stupri usati come arma.
Ai primi di aprile i rivali di sempre, il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar, hanno siglato un accordo per creare un comando di forze armate unificato, uno dei nodi che restavano ancora irrisolti dall’accordo che nel 2018 doveva porre fine alla guerra civile. Ma la guerra, seppur con minore intensità, non è mai davvero finita. 'La pace ha a che fare con la sicurezza e oggi abbiamo raggiunto una pietra miliare', hanno sottolineato fonti della fazione di Machar, lo Splm/A-Io. L’intesa prevede una distribuzione 60-40 a favore del presidente Kiir dei ruoli chiave nell’esercito, nella polizia e nelle forze di sicurezza nazionali.
Il principio resta quello della condivisione del potere, che è anche alla base del governo di unità nazionale varato nel 2020. La riduzione delle tensioni resta però, di fatto, una scommessa dagli esiti incerti: ancora la scorsa estate almeno 440 civili sono rimasti uccisi negli scontri tra le fazioni di Machar e gli uomini fedeli a Kiir. L’Onu parla tuttora di potenziale catastrofe in un Paese in cui la crisi umanitaria ha da poco indotto le stesse Nazioni Unite a lanciare un piano di aiuti da 1,6 miliardi di dollari. Circa due terzi della popolazione, quasi nove milioni di persone, necessitano di assistenza, anche a causa della siccità che ha colpito il Paese e che alimenta, a livello locale, la lotta per le risorse idriche e i terreni coltivabili. Per Juba l’arrivo del Papa non potrà che essere fonte di nuove aspettative e speranze. In Vaticano, nei giorni precedenti la Pasqua del 2019, Francesco invitò i leader politici sud sudanesi per un ritiro spirituale e per momenti di dialogo, arrivando a baciare i piedi degli ospiti e chiedendo loro di non lasciar naufragare il processo di pace. Inevitabile ipotizzare, a luglio, una nuova forte richiesta nella stessa direzione.

     

5. Tensione in Nagorno Karabakh. Ora traballa la tregua dei russi di Luca Geronico
7 maggio
     
Betoniere sui ponti per “posti di blocco lampo” a Erevan: da domenica in Armenia l’opposizione è scesa in piazza per chiedere le dimissioni del premier Nikol Pashinyan. Come in ogni gioco del domino che si rispetti, la crisi in Ucraina sta spostando le intricatissime tessere in Nagorno-Karabakh, il più dimenticato dei conflitti nell’Est Europa.
«La comunità internazionale chiede all’Armenia di ridurre le richieste» sul Nagorno Karabakh ha affermato la scorsa settimana davanti al parlamento il premier armeno. Un esplicito invito – dopo due giorni di negoziati dal 24 al 26 marzo – ad accettare la proposta russa di deescalation. La crisi in Nagorno-Karabakh – regione a maggioranza armena contesa sin dalla rivoluzione russa del 1917 tra Armenia e Azerbaigian – riesplosa con una serie di ricorrenti conflitti a bassa intensità dopo il crollo dell’Urss a fine anni ’80, ha raggiunto due anni fa un fragilissimo equilibrio con 2mila soldati russi a monitorare confini incerti o ancora da riconoscere. Sono passati 587 giorni da quando, come una fiammata improvvisa, la mattina del 27 settembre l’esercito azero lanciò missili contro Stepanakert, la principale città del Nagorno Karabakh: un mese e mezzo di guerra con la Russia a sostenere l’Armenia e gli armeni del Nagorno e, dall’altra parte, la Turchia a supportare l’Azerbaigian impassibile ad ogni rivendicazione autonomista. Una fiammata costata più di 5mila vittime prima dell’armistizio del 9 novembre 2020. Una ferita aperta nel Caucaso che infiamma gli animi: la decisione del governo di Erevan di accettare il nuovo assetto, oltre che rinfocolare le piazze, potrebbe secondo servizi di intelligence scatenare la rivolta popolare degli armeni.
Da febbraio si sono moltiplicate le violazioni del cessate il fuoco nella zona del Nagorno in cui sono dispiegati i peacekeeper russi, in particolare intorno a Khramort con accuse agli azeri di sparare contro la popolazione per intimidirla. Un rischio escalation che cresce di settimana in settimana, dopo che i cittadini di Khramort sono stati invitati con gli altoparlanti delle forze azere ad andarsene e la città, non è chiaro se per un guasto o un sabotaggio, è senza gas nonostante le temperature ancora rigide. Gli armeni del Nagorno Karabakh e di Yerevan accusano il governo azero di Baku di voler provocare un esodo forzato con l’intimidazione, l’esclusione da servizi essenziali e le violazioni del cessate il fuoco. Baku nega e ribalta le accuse di violazione del cessate il fuoco alle forze militari del Nagorno. La vera miccia è scoppiata fra il 24 e il 26 marzo dopo una trattativa fra peacekeeper russi e le due parti: il piano di de-escalation prevede un ritiro dei russi assieme a un disimpegno di alcuni avamposti sia da parte armena che da parte azera. Gli armeni hanno già liberato gli avamposti, mentre gli azeri – speculando sulla crisi in Ucraina – non solo non si sono ritirati, ma sono avanzati e ora controllano le contese alture di Dasbasi. La Russia è interessata «a una rapida stabilizzazione il prima possibile» ha fatto sapere il Cremlino. Se Mosca ha fretta, l’Azerbaigian – con il sornione Erdogan di vedetta – lavora a una tregua ancora più vantaggiosa.

      

6. La politica muscolare di Modi riaccende lo scontro in Kashmir di Stefano Vecchia
8 maggio
    
Da quasi due mesi il blockbuster dell’India è “Kashmir Files”. Non solo un successo cinematografico che la stampa indiana ha definito «di epiche proporzioni», segnando finora al botteghino un record prossimo a 3,5 miliardi di rupie (43,5 milioni di euro) contro un costo inferiore a un decimo di quella cifra. Di proporzioni altrettanto «epiche» sono le polemiche che hanno accompagnato lavorazione e uscita della pellicola che ha come sfondo un territorio, quello del Kashmir, non solo di estrema bellezza e storia antica, ma da 75 anni anche campo di battaglia di due potenze militari e nucleari, India e Pakistan, nonché area di azione di terrorismo islamista e estremismo indù. “Kashmir Files” racconta la vicenda di indù in fuga da quello che viene descritto come un genocidio all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Riflette, dunque, la versione pachistana della vicenda: Islamabad punta al controllo di un’area strategica facendo leva, oltre che sulla minaccia delle armi, anche sulle tensioni tra fedi e etnicità. Nell’agosto 2019, New Delhi ha rotto gli indugi includendo il Kashmir e il limitrofo Ladakh tra i suoi Territori federali. Una mossa che ha riacceso il contenzioso con il Pakistan per il primo, quello con la Cina per il secondo e ha posto fine a ogni soluzione negoziata che per decenni l’Onu ha cercato di mediare nella regione. Una prova concreta della volontà del governo nazionalista sotto la guida di Narendra Modi di perseguire la politica di «Atmanirbhar Bharat», ovvero di un’«India autonoma» capace di affermare un ruolo essenziale nel mondo multipolare, anche sul piano militare.
Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che registra lo sviluppo delle spese militari nel mondo, nel 2021 l’India si è posta al terzo posto dopo Stati Uniti e Repubblica popolare cinese con un bilancio di 76,6 miliardi di dollari, cresciuto del 33 per cento in un decennio. Quella del Kashmir è una delle poche guerre non «per procura» del nuovo secolo ma quella più potenzialmente devastante, durata finora 27.227 giorni e accesa il 22 ottobre 1947 dall’annessione alla neonata Repubblica indiana di quello che era stato sotto gli inglesi un sultanato autonomo. Una scelta rifiutata dal Pakistan anche per la solidarietà di fede con la maggioranza musulmana della popolazione kashmira. Ne è derivata una divisione del territorio tra i due Paesi che né l’azione internazionale, né il successivo conflitto del 1965 o quello del 1971 combattuto a duemila chilometri di distanza pro e contro la nascita del Bangladesh indipendente, né – infine – gli scontri cruenti che si susseguirono ad alta quota nell’area di Kargil tra maggio e luglio 1999, hanno risolto. Parte integrante del conflitto, con pesanti strascichi di conseguenze e odii è stata anche la cosiddetta «Kashmir intifada» che tra il 1987 e il 2009 (con una ripresa nel 2016-2017) ha visto a rivolta dei musulmani kashmiri infiltrati da gruppi jihadisti e filo-pachistani e la durissima repressione indiana che hanno aggiunto almeno 40mila vittime a un numero complessivo del conflitto stimato in 500mila.

        

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AFRICA 

Patrimoni privati in crescita del 38%  

Repubblica - 1 maggio 2022  

Nei prossimi 10 anni: metà della ricchezza privata del continente concentrata in cinque paesi

     

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. E l’Africa non fa eccezioni. Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco e Kenya detengono insieme oltre il 50% della ricchezza privata del continente africano. È ciò che emerge dall’Africa Wealth Report 2022 pubblicato il 26 aprile scorso. La ricchezza privata attualmente detenuta nel continente africano ammonta a 2,1 trilioni di dollari e dovrebbe crescere del 38% nei prossimi dieci anni. Secondo il rapporto, l’Africa ha attualmente 136mila “persone molto ricche” con un patrimonio privato di oltre 1 milione di dollari, 305 individui con oltre 100 milioni di dollari e 21 miliardari. Il Sudafrica ospita almeno il doppio dei super ricchi rispetto a qualsiasi altro Paese africano, mentre l’Egitto vanta il maggior numero di miliardari. L’uomo più ricco del continente resta l’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, con un patrimonio (in crescita) di 14,7 miliardi di dollari.

  

Le città africane più ricche. 

A livello globale, il Sudafrica è al 28° posto per ricchezza privata totale, davanti alle principali economie come Argentina, Malesia, Tailandia e Turchia. È anche il più grande mercato del lusso in Africa con un fatturato di 2 miliardi di dollari all’anno. Per quanto riguarda le città africane, le due più ricche sono in Sudafrica, con Johannesburg (con un patrimonio privato totale di 239 miliardi di dollari) e Città del Capo (131 miliardi di dollari). Segue Il Cairo (con 128 miliardi di dollari) e Lagos (97 miliardi di dollari).  

 

Nel continente i mercati a più rapida crescita. 

In generale, «L’Africa ospita alcuni dei mercati in più rapida crescita al mondo, tra cui Rwanda, Uganda e Mauritius. Prevediamo una crescita della ricchezza privata di oltre il 60% in tutti e tre i paesi nel prossimo decennio, trainata da una performance particolarmente forte nei settori della tecnologia e dei servizi professionali» ha commentato Andrew Amoils, capo della ricerca presso New World Wealth, società di sudafricana intelligence patrimoniale curatrice dello studio in collaborazione con Henley & Partners. «Una forte crescita della ricchezza privata di oltre il 50% è prevista anche in Kenya, Marocco, Mozambico e Zambia nei prossimi 10 anni», ha aggiunto.

     

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L’influenza della Russia in Africa di Jean-Pierre Bodjoko

laciviltacattolica.it/ - Quaderno 4124 - 16 aprile 2022

          

Il 2 marzo 2022, l’Assemblea generale dell’Onu ha proposto una risoluzione che chiedeva alla Russia di cessare immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina. 141 Paesi membri hanno approvato la risoluzione, mentre 5 si sono opposti e 35 si sono astenuti, tra cui 25 Paesi africani. Per la precisione, Etiopia, Guinea, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Togo, Camerun, eSwatini e Marocco hanno deciso di non partecipare al voto. Invece, Algeria, Uganda, Burundi, Repubblica Centrafricana, Mali, Senegal, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Sudan, Sud Sudan, Madagascar, Mozambico, Angola, Namibia, Zimbabwe e Sudafrica si sono astenuti. L’Eritrea è stato l’unico Paese africano a votare contro questa risoluzione.

Per comprendere la posizione assunta da questi Paesi sul conflitto russo-ucraino è necessario conoscere i legami che, attraverso una serie di accordi commerciali e di sicurezza, la Russia ha stabilito nel continente africano nel corso degli ultimi anni. Ma la presenza russa in Africa risale a molto tempo fa, anche se in proporzione minore.  

      

Aspetti economico-commerciali e rafforzamento delle relazioni diplomatiche

Un caso esemplare del genere di relazione multiforme che la Russia ha da tempo con l’Africa è stata la presenza dell’Urss in Algeria dal 1962: un partenariato basato su forti legami con le élite algerine, che è proseguito anche dopo il 1991.

Vale la pena ricordare che, tra la fine degli anni Cinquanta del secolo scorso e la perestrojka, l’Unione Sovietica aveva investito importanti risorse in Algeria, Libia, Angola, Namibia e Guinea. Tuttavia, solo nel 2001 si nota il primo segno di un tangibile interesse della Russia post-sovietica per l’Africa.

Si può ben comprendere, dunque, perché l’Algeria sia tra i Paesi africani che si sono astenuti nella votazione del 2 marzo. Durante una visita nel Paese nordafricano, nel marzo 2006, Vladimir Putin aveva proposto di cancellare il debito di circa 4,7 miliardi di dollari dell’Algeria nei confronti della Russia. Negli anni successivi, i due Paesi hanno firmato importanti accordi economici, come quello tra Gazprom e Sonatrach sul gas.

In seguito, il presidente russo Dmitry Medvedev, durante la sua presidenza dal 2008 al 2012, ha compiuto un lungo viaggio in Africa, che lo ha condotto in particolare in Namibia e in Angola, portando avanti la politica di Putin. Si può fissare proprio in questo periodo l’inizio dell’istituzionalizzazione della politica africana della Russia, con la nomina, nel marzo 2011, di un rappresentante speciale per la cooperazione con l’Africa, Mikhail Margelov.

Quando Putin è diventato di nuovo presidente, nel maggio 2012, la Russia ha rilanciato le sue relazioni con l’Africa per ampliare i suoi interessi. Nel marzo 2016, il re del Marocco Mohammed VI si è recato al Cremlino, dove è stato ricevuto da Putin, 14 anni dopo una sua prima visita a Mosca e 50 anni dopo quella di suo padre Hassan II in Urss. L’incontro verteva sullo sviluppo della cooperazione economica, ma venivano affrontate anche importanti e delicate questioni politiche. Nel corso degli anni, il volume degli scambi bilaterali tra Russia e Marocco è cresciuto, e nel 2018 ha raggiunto il valore di 1,47 miliardi di dollari [1].

La Russia è interessata anche ai diamanti africani. Da qui l’accordo che la sua compagnia nazionale di estrazione di diamanti, Alrosa, ha firmato con l’Angola nel 2017, e successivamente con lo Zimbabwe. Dal Mozambico la società Rosneft ha ottenuto due concessioni per lo sfruttamento del gas off-shore [2].

Il Sudafrica ha legami storici con la Russia, sia sul piano commerciale sia su quello politico. Nel settembre del 2006, Putin lo visitò, e in quella occasione due grandi gruppi metallurgici e minerari, Evraz e Renova, fecero investimenti importanti, acquistando la società Highveld Steel and Vanadium e rilevando il 49% del manganese nella joint venture United Manganese of Kalahari.

Con la Libia la Russia ha raggiunto un accordo sulla partecipazione delle Ferrovie russe (Rzd) alla costruzione di una linea tra Sirte e Bengasi. In Guinea si è impiantata l’azienda russa Rusal, primo produttore mondiale di alluminio. Per completare la lista dell’espansione commerciale russa in Africa, Armz, una filiale di Rosatom, la compagnia nucleare pubblica, ha acquistato nel 2010 un giacimento di uranio in Tanzania.

Per dare un’idea della rete dei partner commerciali della Russia in Africa, elenchiamo i Paesi coinvolti: Algeria, Libia, Camerun, Ghana, Costa d’Avorio, Egitto, Mozambico, Angola, Zambia, Sudan, Ruanda, Zimbabwe, Madagascar, Congo-Brazzaville, Mali, Repubblica Centrafricana, Tanzania, Sudafrica, Uganda e Ciad. Gli investimenti russi nel continente, soprattutto in relazione al commercio, sono diventati considerevoli e hanno raggiunto, nel 2018, i 20 miliardi di dollari.

Nel quadro di questa strategia di «conquista», e per segnalare in modo visibile e diretto la sua presenza nel continente, la Russia, sull’esempio della Francia, ha tenuto il suo primo vertice Russia-Africa a Sochi il 23 e 24 ottobre 2019 [3].

     

Accordi per la sicurezza e l’«intelligence»

La presenza della Russia in Africa riguarda anche l’esportazioni di armi. Alcune statistiche indicano che la Russia è diventata il principale fornitore di armamenti del continente africano e detiene la metà del mercato del continente, più del doppio di Cina e Stati Uniti [4]. L’Algeria è in cima alla lista dei maggiori clienti della Russia in questo settore. Infatti, già nel 2006, in cambio della cancellazione del debito di cui abbiamo parlato, ha dovuto firmare contratti per più di 6,3 miliardi di dollari [5].

L’altro grande cliente per le armi russe è l’Egitto [6]. Nel 2013, dopo il colpo di Stato militare del maresciallo Abdel Fattah Al-Sisi, la Russia ha venduto armi all’Egitto e rafforzato la cooperazione militare. Così, tra il 2013 e il 2017, l’esercito egiziano ha acquistato 46 aerei da combattimento Mig-29M, sistemi antiaerei Buk-M1-2 e S-300VM, oltre a 46 elicotteri d’attacco Ka-52. Inoltre, la Russia è partner della Nigeria nella lotta contro il gruppo jihadista Boko Haram, mediante l’addestramento dei militari nigeriani. La Libia, dopo aver saldato il debito di 4,6 miliardi di dollari, si è impegnata ad acquistare attrezzature militari russe per un valore di 3 miliardi di dollari.

Dal 2014 a oggi, il tema della sicurezza è preponderante nella politica russa in Africa. Negli ultimi anni Putin ha firmato accordi con una ventina di Paesi: i più recenti sono quelli con il Mali (giugno 2019), il Congo (maggio 2019) e il Madagascar (ottobre 2018). Questi accordi prevedono generalmente l’addestramento di ufficiali a Mosca, la consegna di nuove attrezzature militari o la manutenzione di quelle già in dotazione, esercitazioni militari congiunte, la lotta contro il terrorismo e la pirateria marittima [7].

Il Sudafrica, in particolare, ha sviluppato relazioni diplomatiche con la Russia in ambito bilaterale e in quello dei Brics [8]. In particolare, a partire dal 2009, ciò è coinciso con l’ascesa al potere di Jacob Zuma, un ex responsabile dei servizi segreti dell’ African National Congress (Anc), che quindi aveva avuto stretti contatti con il servizio segreto russo, il Kgb, durante gli anni della lotta contro l’apartheid.

Se c’è un aspetto particolare di cooperazione tra la Russia e i Paesi africani, è proprio quello che riguarda l’intelligence. I membri dei servizi segreti russi scambiano informazioni con i loro omologhi africani. In questo contesto, si tengono conferenze, una delle quali si è svolta a maggio 2019 nella Russia occidentale, con la partecipazione di rappresentanti dei servizi segreti di Namibia, Burundi, Tunisia, Uganda, Egitto e Congo-Brazzaville [9]. Si deve osservare che dal 2014, ossia dall’inizio della crisi nelle relazioni tra Mosca e l’Occidente, la Russia ha rafforzato la sua presenza in Africa schierando compagnie militari private e instaurando o ripristinando la cooperazione con i servizi segreti locali.

      

A proposito del gruppo Wagner

Il gruppo Wagner – conosciuto anche come PMC Wagner, ChVK Wagner o CHVK Vagner – è la più nota compagnia militare privata della Russia ed è attivo in diversi Paesi dell’Africa, sebbene i governi locali ne neghino la presenza [10]. Il fondatore, Dmi­try Utkin, è un ex ufficiale della Direzione generale dell’intelligence (Gru) dello Stato maggiore delle Forze armate della Federazione russa. Tuttavia, alcuni documenti dimostrerebbero che il capo di Wagner è il miliardario di San Pietroburgo Yevgeny Prigozhin [11].

Il gruppo Wagner è presente in vari modi e sotto varie forme in almeno la metà dei Paesi africani [12]. La sua presenza è stata segnalata certamente in Libia, Sudan, Mozambico e Repubblica Centrafricana. Il gruppo sarebbe attivo anche in Mali, ma il governo, sotto l’egida dei militari, lo smentisce.

Va anche detto che i Paesi africani spesso hanno fatto ricorso a milizie private. Jade Andrzejewski e Albane Violleau, coredattrici di un dossier sulle compagnie militari private, e la direzione dell’Observatoire étudiant des relations internationales hanno recentemente elencato i Paesi che usano o hanno usato compagnie militari private: «C’erano l’Angola e la Sierra Leone negli anni Novanta. E poi ci sono attualmente Paesi che si rivolgono a questa famosa compagnia russa (Wagner). Abbiamo i nomi dei Paesi del G5 Sahel, e in più troviamo la Guinea e la Guinea-Bissau, che vanno ad aggiungersi a Mali, Mauritania e Niger. Troviamo anche il Sudan» [13].

     

Il fondamento della relazione Africa-Russia

Per comprendere la natura della presenza o dell’influenza russa in Africa, al di là delle relazioni commerciali e sulle questioni di sicurezza, è necessario collegarla alla storia della decolonizzazione e della lotta contro l’apartheid [14]. È stato intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso, dopo il crollo degli imperi francese e britannico, che il continente africano è diventato oggetto di interesse per la Russia, sebbene l’Africa fosse stata nei pensieri di Lenin già dagli anni Venti. Durante la crisi del canale di Suez, nell’ottobre 1956, l’Unione Sovietica fornì supporto economico e militare all’Egitto, guidato all’epoca da Gamal Abdel Nasser. Allora l’Urss strinse legami, per aiuti militari, con il Fronte di liberazione nazionale (Fln) dell’Algeria, con i combattenti anti-apartheid dell’ African National Congress (Anc) di Nelson Mandela – il quale fu ospitato in Crimea –, ma anche con l’Unione popolare africana di Zimbabwe (Zapu) e il Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo).

Inoltre, l’Urss accentuò la sua politica di influenza, aprendo in particolare, nel 1961 a Mosca, l’Università russa dell’amicizia tra i popoli «Patrice Lumumba»[15], che accolse per molti anni migliaia di studenti provenienti dall’Africa, ma anche dall’Asia e dall’America Latina.

Verso gli anni Sessanta, quando diversi Paesi africani ottennero l’indipendenza, Mosca vi inviò suoi diplomatici. Durante il periodo della guerra fredda, l’Urss fu molto impegnata in Angola, con almeno 10.000 militari, a partire dal 1975. Essi svolsero un ruolo importante, insieme alle truppe cubane, nella battaglia di Cuito Cuanavale del 1988, che portò all’indipendenza della Namibia.

Dopo il crollo dell’Urss, la Russia si ritirò in modo significativo dall’Africa nel 1992, soprattutto per mancanza di fondi: vennero chiusi nove ambasciate, quattro consolati e 13 centri culturali. Si dovette aspettare il 2001 per assistere a un nuovo, accresciuto interesse della Russia per l’Africa.  

          

Gli sviluppi futuri

Si può dire che la Russia, nel corso degli anni, ha cercato di migliorare la percezione del suo ruolo e della sua influenza in Africa, senza però risultare convincente. Come si è evidenziato nelle votazioni di alcune risoluzioni dell’Onu, l’Africa esprime un significativo bilanciamento di voti nell’Assemblea generale, soprattutto quando si tratta di argomenti delicati. Molto prima dell’ultima risoluzione dell’Assemblea generale del 2 marzo 2022, alcuni Paesi africani avevano espresso i loro voti sulla questione della Crimea: Sudan e Zimbabwe avevano votato contro la risoluzione che condannava l’annessione della penisola di Crimea da parte della Russia, mentre Algeria, Sudafrica, Mali, Ruanda, Senegal ecc. si erano astenuti.

Come parte della sua strategia, la Russia ha aumentato nel corso degli anni anche i vantaggi che offre agli studenti africani che vogliono studiare nelle università russe. Nel 2013, il numero di studenti africani iscritti alle università statali russe è stato stimato in circa 8.000 unità [16]. Tuttavia, negli ultimi anni la Russia è diventata una meta di studio meno ambita di Europa e Stati Uniti, non soltanto a causa del clima, ma anche per le aggressioni razziste subite dagli studenti africani [17].  

La realtà della presenza russa in Africa richiede anche un’analisi dei risultati delle promesse e degli accordi firmati. Il bilancio non è così positivo come si potrebbe pensare: in Uganda non è stato dato seguito all’annuncio, dato nel 2017, della costruzione di una raffineria da parte della società russa Rostec; i progetti sul gas di Rosneft, in Mozambico, non si sono mai concretizzati; il programma nucleare civile in Sudafrica non ha mai visto la luce ecc. Allo stesso modo, la politica russa di utilizzare i mercenari del gruppo Wagner è stata fortemente criticata per i suoi metodi, che non rispettano le leggi e non rendono conto delle operazioni e degli errori [18].

L’attuale guerra tra Russia e Ucraina mette poi molti Paesi africani in una situazione scomoda. È difficile per loro assumere una posizione chiara di sostegno o di condanna contro l’una o l’altra parte, per paura di offendere i loro partner. All’inizio dell’invasione russa, l’Unione Africana ha chiesto il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina [19]. Anche la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) ha condannato l’invasione russa e ha auspicato il dialogo. Ma questi appelli sono lontani dal costituire un reale fronte comune africano. Ne è prova la frammentazione delle posizioni durante il voto sulla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del 2 marzo scorso, che ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina. Il Senegal e l’Uganda, ad esempio, hanno giustificato la loro astensione invocando la loro adesione al Movimento dei Paesi non allineati (Nam) [20].

Citiamo, a mo’ di esempio, alcune prese di posizioni ufficiali. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva reso noto di essere stato contattato per svolgere un ruolo di mediazione a causa delle sue buone relazioni con Mosca. Il suo Paese, invece, si è astenuto dal votare la risoluzione che condanna l’invasione dell’Ucraina. Quanto al presidente senegalese, Macky Sall, oltre alla sua dichiarazione come attuale presidente dell’Unione Africana, ha detto di aver avuto un colloquio telefonico con il suo omologo Putin per «sollecitare un cessate il fuoco duraturo». Il Kenya, attraverso il suo ambasciatore presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, prima ancora che la Russia iniziasse l’invasione, aveva espresso una forte condanna, in un discorso del 21 febbraio [21].

Ma questi tentativi di far sentire la voce degli africani non sono stati accolti e non hanno evidentemente cambiato la posizione di Putin. Lo scrittore guineano Tierno Monénembo non ha esitato a fare una battuta a tale riguardo: «È difficile prendere posizione quando si è piccoli, quando si è deboli, quando si è male armati e sottosviluppati. Non ci si intromette così negli affari dei grandi» [22].

Dall’analisi del rapporto russo-africano emergono seri interrogativi: quali prospettive si stanno delineando in questa relazione nel breve, medio e lungo termine? In quale altro modo è possibile comprendere o interpretare il disaccordo tra i Paesi africani, quando si tratta di un voto al Consiglio di sicurezza o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la Russia? Queste domande non possono avere una risposta immediata, ma aiutano a prendere in considerazione le future relazioni tra Africa e Russia.

Nel frattempo, la politica della Russia in Africa, e in particolare il suo intensificarsi negli ultimi anni attraverso l’intervento militare e il servizio di intelligence con alcuni Stati, sta in qualche modo dividendo l’Africa sulle questioni internazionali. Chi è destinato a beneficiare maggiormente di un tale amore interessato in un mondo multipolare [23]?  

       

[1].   Cfr Russian Foreign Trade, «Russian trade with Morocco in 2018», 10 febbraio 2019.

[2].   Cfr T. Coloma, «La stratégie économico-sécuritaire russe au Mozambique», in Notes de l’Ifri, maggio 2020, 14 s.

[3].   Cfr A. Dubien, «La Russie et l’Afrique: mythes et réalités», in, 1° ottobre 2019.

[4].   Cfr «Russian Arms Sales Growing in Africa», in Defense World, 24 marzo 2020.

[5].  Cfr J. Garçon, «Moscou efface la dette d’Alger pour placer ses armes», in Libération, 13 marzo 2006.

[6].  Cfr K. Malhotra, «La Russie est-elle un acteur clé en Afrique?», in BBC News, 9 gennaio 2019.

[7].  Cfr A. Dubien, «La Russie en Afrique, un retour en trompe-l’œil?», in Le Monde diplomatique, gennaio 2021.

[8].   Brics è l’acronimo che designa un gruppo di cinque Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che si incontrano dal 2011 in vertici annuali.

[9].   Cfr A. Dubien, «La Russie en Afrique, un retour en trompe-l’œil?», cit.

[10].  Il gruppo Wagner è definito in diversi modi. Il quotidiano Libération, il 18 febbraio 2022, lo ha rinominato gli «stivali segreti di Putin all’estero». Per l’Ecole de guerre économique (Ege), Wagner è «l’elemento di punta delle operazioni di influenza russa nell’Africa sub-sahariana» (cwww.ege.fr/infoguerre/le-groupe-wagner-fer-de-lance-des-operations-russes-dinfluence-en-afrique-subsaharienne/, 4 gennaio 2022). Altri lo definiscono «l’esercito ombra di Putin» (www.leparisien.fr/international/groupe-wagner-comment-larmee-fantome-de-poutine-destabilise-la-presence-francaise-en-afrique-18-02-2022-64EDEHIBMFHYVNGQ2W6ATPN4AA.php/, 18 febbraio 2022). Si potrebbe aggiungere un’altra definizione impegnativa: «l’esercito segreto e violento di Vladimir Putin» (https://lameuse.sudinfo.be/920809/article/2022-03-13/le-groupe-wagner-larmee-secrete-et-violente-de-vladimir-poutine/, 13 marzo 2022).

[11].  Cfr B. Sironi, «Russia in Africa: i paesi in ballo con Wagner», in Nigrizia, 10 settembre 2021.

[12].  Cfr ivi.

[13].  Cfr R. Koubakin, «Où sont les sociétés militaires en Afrique?» in Deutsche Welle, 9 febbraio 2022.

[14].  Cfr A. Dubien, «La Russie en Afrique, un retour en trompe-l’œil?», cit.

[15].  Patrice Lumumba è stato uno statista congolese e il primo Primo ministro della Repubblica Democratica del Congo da giugno a settembre 1960. È una delle figure principali dell’indipendenza del Congo belga.

[16].  Cfr A. Arkhangelskaya – V. Shubin, «Russia’s Africa policy», in Occasional Paper, n. 157, Johannesburg, South African Institute of International Affairs, settembre 2013.

[17].  Cfr A. Dubien, «La Russie en Afrique, un retour en trompe-l’œil?», cit.

[18].  Per esempio, l’Unione Europea aveva imposto sanzioni al gruppo Wagner, accusandolo di violazioni dei diritti umani nella Repubblica Centrafricana e altrove. Cfr «Groupe Wagner: “Pourquoi l’UE s’inquiète-t-elle des mercenaires russes en Afrique centrale?”», in BBC News, 19 dicembre 2021; E. Vincent, «Exactions et prédations minières: le mode opératoire de la milice russe Wagner en Afrique», in Le Monde, 14 dicembre 2021, in cui si afferma: «Alcuni documenti di sicurezza consultati da Le Monde tratteggiano un quadro delle attività della compagnia mercenaria russa nella Repubblica Centrafricana, in Mozambico e in Libia. In Mali, il gruppo sta anche formalizzando la sua presenza in una zona di estrazione dell’oro».

[19].  L’attuale presidente dell’Unione Africana, Macky Sall, e il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, hanno esortato entrambe le parti ad attuare un cessate il fuoco immediato e ad avviare senza indugio negoziati politici sotto l’egida delle Nazioni Unite, al fine di salvare il mondo dalle conseguenze di un conflitto globale, per la pace e la stabilità nelle relazioni internazionali, a beneficio di tutti i popoli del mondo. Cfr «Guerre Ukraine – Russie: Macky Sall prône un cessez le feu durable lors de son appel avec Poutine», in BBC News (www.bbc.com/afrique/monde-60677773), 9 marzo 2022.

[20].  Il movimento dei non allineati è un’organizzazione internazionale che nel 2012 contava 120 Stati. Questi Paesi si definiscono come non allineati, ossia né a favore né contro alcuna grande potenza mondiale.

[21].  Cfr «Crise ukrainienne: l’ambassadeur kényan établit un parallèle avec le colonialisme en Afrique», in Courrier international, 24 febbraio 2022.

[22].  Cfr A. Cascais – R. Koubakin, «Les alliés de la Russie en Afrique», in Deutsche Welle, 9 marzo 2022.

[23].  Segnaliamo che il patriarcato di Mosca ha creato ufficialmente un proprio esarcato in Africa. L’Ortodossia russa si è così estesa anche a Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Ciad, Camerun, Nigeria, Libia, Centrafrica e Seychelles. Il clero russo-africano sarà gerarchicamente sottomesso al vescovo russo di Erevan, in Armenia, Leonid (Gorbačev), il quale è stato elevato alla dignità di metropolita titolare di Klinsk, in Bielorussia. Si tratta di un gesto che ha un forte impatto sul patriarca di Alessandria Tawadros II – il secondo per dignità nella lista delle 14 Chiese riconosciute storicamente nella comunione universale –, che nell’agosto scorso, nell’isola turca di Imbros, aveva teso la mano al metropolita autocefalo di Kiev Epifanio, segnando un punto di rottura con la Chiesa russa.partner. All’inizio dell’invasione russa, l’Unione Africana ha chiesto il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina[19]. Anche la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) ha condannato l’invasione russa e ha auspicato il dialogo. Ma questi appelli sono lontani dal costituire un reale fronte comune africano. Ne è prova la frammentazione delle posizioni durante il voto sulla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del 2 marzo scorso, che ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina. Il Senegal e l’Uganda, ad esempio, hanno giustificato la loro astensione invocando la loro adesione al Movimento dei Paesi non allineati (Nam)[20].

Citiamo, a mo’ di esempio, alcune prese di posizioni ufficiali. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva reso noto di essere stato contattato per svolgere un ruolo di mediazione a causa delle sue buone relazioni con Mosca. Il suo Paese, invece, si è astenuto dal votare la risoluzione che condanna l’invasione dell’Ucraina. Quanto al presidente senegalese, Macky Sall, oltre alla sua dichiarazione come attuale presidente dell’Unione Africana, ha detto di aver avuto un colloquio telefonico con il suo omologo Putin per «sollecitare un cessate il fuoco duraturo». Il Kenya, attraverso il suo ambasciatore presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, prima ancora che la Russia iniziasse l’invasione, aveva espresso una forte condanna, in un discorso del 21 febbraio[21].

Ma questi tentativi di far sentire la voce degli africani non sono stati accolti e non hanno evidentemente cambiato la posizione di Putin. Lo scrittore guineano Tierno Monénembo non ha esitato a fare una battuta a tale riguardo: «È difficile prendere posizione quando si è piccoli, quando si è deboli, quando si è male armati e sottosviluppati. Non ci si intromette così negli affari dei grandi»[22].

Dall’analisi del rapporto russo-africano emergono seri interrogativi: quali prospettive si stanno delineando in questa relazione nel breve, medio e lungo termine? In quale altro modo è possibile comprendere o interpretare il disaccordo tra i Paesi africani, quando si tratta di un voto al Consiglio di sicurezza o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la Russia? Queste domande non possono avere una risposta immediata, ma aiutano a prendere in considerazione le future relazioni tra Africa e Russia.

Nel frattempo, la politica della Russia in Africa, e in particolare il suo intensificarsi negli ultimi anni attraverso l’intervento militare e il servizio di intelligence con alcuni Stati, sta in qualche modo dividendo l’Africa sulle questioni internazionali. Chi è destinato a beneficiare maggiormente di un tale amore interessato in un mondo multipolare[23]?

 

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Africities”, a Kisumu un focus sulle città intermedie dell’Africa di Céline Camoin

africarivista.it/ -5 maggio 2022  

      

Oltre la metà della popolazione urbana mondiale vive nelle città intermedie. Spesso sotto-servite, queste città svolgono un ruolo chiave. Proprio una riflessione sul ruolo che queste realtà urbane ricoprono in Africa sarà il focus del vertice che si terrà in Kenya dal 17 al 21 Maggio, “Africities”. Una sessantina di città africane sono state valutate in vista del vertice, alla luce della crescita demografica che il continente sperimenterà nei prossimi trent’anni.

Una sessantina di grandi città africane sono state usate per una valutazione e una notazione di riferimento in vista del vertice Africities che si terrà a Kisumu, in Kenya, dal 17 al 21 maggio, e promosso da Un Habitat. Il tema dell’evento sarà “il ruolo delle città intermedie dell’Africa nell’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dell’Agenda 2063 dell’Unione africana”. La città di Kisumu è infatti la prima città intermedia ad ospitare il IX Africities Summit.

Una ricerca dell’Uclga (Città e governi uniti d’Africa) e di CitiIQ, creatore di uno standard globale innovativo per la misurazione delle città, mostra che il continente africano sperimenterà una crescita demografica senza precedenti nei prossimi 30 anni, con un drammatico aumento urbano che dovrebbe esercitare pressioni sulle sue città grandi e piccole.

La valutazione delle 60 città principali modella l’importanza della misura per le città intermedie in Africa. La raccolta di dati accurati e coerenti è essenziale per la crescita e lo sviluppo delle città africane. La fiducia degli investitori locali, regionali, nazionali e internazionali cresce notevolmente quando è possibile determinare in modo affidabile i progressi nel tempo. Le città intermediarie devono mettere in atto misure di dati accurate per soddisfare le loro esigenze, il che è fondamentale per costruire la loro capacità di crescita. Un sistema di classificazione coerente accelererà la crescita di culture dei dati efficaci per le città intermedie, spiegano gli autori della ricerca.

Sempre di più, la salute e il benessere delle persone in tutto il mondo dipendono dall’efficienza delle loro città, ha affermato Don Simmonds, presidente di CitiIQ. “I leader delle città affrontano sfide immense e traggono grandi vantaggi quando dati completi e comparabili possono guidare le loro decisioni”.

La maggior parte delle città fatica a tradurre dati disparati in azioni che possono migliorare la vita dei propri cittadini. Il metodo CitiIQ standardizza i dati in modo che gli elementi della città possano essere facilmente confrontati all’interno di una determinata città o con altre città in tutto il mondo. Il servizio viene fornito come un’applicazione che può essere eseguita su qualsiasi sito web scelto da una città cliente. Questo può essere visto su desktop, laptop, tablet e smartphone.

CitiIQ ha riconosciuto il ruolo fondamentale che svolgono le città intermedie in tutto il mondo, sede di oltre la metà della popolazione urbana mondiale. Spesso sotto-servite, queste città svolgono un ruolo chiave nella localizzazione degli obiettivi di sviluppi, nel potenziare la governance locale e nel garantire la coerenza delle politiche che collega le priorità di ordine superiore con le priorità dei cittadini locali.

Dati accurati, frequenti e accessibili per i governi locali e i loro cittadini supportano un processo decisionale più efficace. Il Dashboard CitiIQ è un punto di riferimento comune che riflette le complesse interazioni dell’azienda. I dati svolgono anche un ruolo sempre più vitale come valuta di equità e supporto per le popolazioni vulnerabili. CitiIQ rappresenta un punto di riferimento per i valori di solidarietà, responsabilità, trasparenza e servizio che caratterizzano le città intermedie.

In Africa, 56 città hanno una popolazione da 500.000 a 1 milione di abitanti, 85 città hanno una popolazione da 300.000 a 500.000, 380 città hanno una popolazione da 100.000 a 300.000 e 564 città hanno una popolazione da 50.000 a 100.000. Queste 1.086 città hanno bisogno di una solida infrastruttura di dati per rendere efficiente il loro sviluppo nei prossimi decenni.

 

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Cannonate sull'Africa di Francesco Gesualdi

Avvenire - 6 maggio 2022

La guerra pesa pure a sud del Sahara  

  

Lo sconquasso economico provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, sta riscrivendo la geopolitica del gas facendo salire d’importanza alcune nazioni africane che fino a ieri giocavano ruoli minori sullo scacchiere energetico e dunque sulla scena del mondo. Fra essi l’Angola, il Congo, il Mozambico, che molti Paesi europei, anche l’Italia, stanno aggiungendo alla lista dei propri fornitori, per ridurre la propria dipendenza dal gas russo. Qualcuno ha definito i prodotti minerari ed energetici 'sterco del diavolo', per fare intendere che dietro queste risorse spesso si celano trame corruttive e di latrocinio che arricchiscono solo piccole élite senza fare arrivare benefici alle popolazioni locali. Ma questo genere di informazioni non trova accoglienza negli indicatori di contabilità nazionale e chi pretendesse di valutare lo stato di salute delle economie basandosi solo sui numeri del Pil e delle esportazioni, potrebbe concludere che certi paesi africani hanno ottenuto vantaggi dalla crisi bellica in cui è piombata l’Europa.

Invece no.

In un articolo pubblicato sul suo blog, il Fondo Monetario Internazionale sostiene che tutta l’Africa subsahariana sta subendo pesanti effetti negativi a causa della guerra scoppiata in Europa.

Tesi basata su tre elementi: il prezzo del cibo, il prezzo dei prodotti petroliferi, il peggioramento del debito.

I lettori di 'Avvenire' sono già infornati su questo, ma è bene ricapitolare. In quest’area del mondo l’85% del grano consumato è d’importazione, non di rado principalmente dalla Russia e dall’Ucraina. In Kenya, ad esempio, il 33% del grano importato proviene da questi due Paesi, mentre nel caso della Tanzania sale al 70%. La guerra ha bloccato le esportazioni dall’Ucraina e ridotto quelle dalla Russia e, immediatamente, il prezzo del grano ha subìto un’impennata globale. Nel mese di marzo l’aumento è stato del 19,7% sul mese di febbraio, con conseguenze gravissime per tutte le famiglie africane che destinano al cibo il 40% delle proprie entrate. Col progredire della guerra la situazione è destinata solo a peggiorare perché in Ucraina molti raccolti di quest’anno sembrano destinati ad andare persi, mentre molte terre potrebbero non ricevere la semina per il raccolto del 2023. E quei paesi che volessero trovare rimedio aumentando la produzione interna, dovrebbero fare i conti sia con l’aumento dei fertilizzanti, di cui Russia e Ucraina sono fra i maggiori produttori, sia con l’aumento dei carburanti per i macchinari. Un insieme di elementi che riducono sin d’ora, e considerevolmente, il livello di sicurezza alimentare dei Paesi africani, minacciando in particolare i poveri delle aree urbane.

Come anche i non addetti ai lavori ormai sanno, la Russia oltre che di gas è anche grande produttore ed esportatore di petrolio, il cui prezzo è inevitabilmente aumentato con lo scoppio della guerra.

Il Fmi ha calcolato che ai Paesi africani importatori di petrolio l’aumento della bolletta energetica comporterà nel 2022 un maggiore esborso collettivo stimato in 19 miliardi di dollari.

E sebbene sia vero che i produttori di petrolio esistenti nell’area subsahariana beneficeranno degli aumenti, l’effetto sarà solo parziale perché per assurdo molti di loro pur producendo petrolio debbono importare benzina a causa del fatto che non dispongono di impianti di raffinazione. Valga come esempio la Nigeria che pur essendo il primo produttore africano di petrolio, importa tutta la benzina che le serve. L’Opec certifica che nel 2020 la Nigeria ha speso 71,2 miliardi di dollari per l’importazione di prodotti petroliferi raffinati, mentre dalla vendita di petrolio grezzo ha incassato 27,7 miliardi di dollari. Un saldo negativo di oltre 43 miliardi di dollari.

L’aumento del prezzo del cibo, dei fertilizzanti, dei prodotti energetici, non farà altro che peggiorare il debito commerciale dei Paesi africani contribuendo alla lievitazione del loro indebitamente. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2020 dicono che Il debito estero complessivo dell’Africa subsahariana ammonta a 702 miliardi di dollari, per il 65% a carico dei governi . E considerato che il biennio 2020-2021 è stato un periodo orribile per tutti a causa del Covid, il Fmi teme che gli choc provocati dalla guerra all’Ucraina possano mettere definitivamente al tappeto molti governi africani che durante il Covid hanno visto accrescere i propri deficit a causa di una riduzione del gettito fiscale e un aumento delle spese pubbliche, soprattutto di carattere sanitario. Metà dei Paesi a basso reddito dell’area subsahariana sono già ad alto rischio di bancarotta. E ora il rischio si fa più concreto, visto e considerato che il mancato rilancio economico dovuto all’aumento dei prezzi mondiali limiterà ulteriormente i gettiti fiscali, mentre le spese pubbliche sono destinate a crescere ancora per due ragioni principali. Da una parte per sostenere i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità; dall’altra per tamponare la spesa per interessi che i tassi in salita stani facendo correre.

Sullo sfondo di tutto questo, c’è il rischio che la corsa al riarmo faccia ridurre il flusso di denaro, già scarso, che i Paesi ricchi destinano alla cooperazione internazionale e che hanno promesso a quelli poveri per aiutarli superare sia le criticità create da cinque secoli di colonialismo sia quelle dovute al dissesto climatico e ambientale. La prova concreta di come la spesa in armamenti sia una dichiarazione permanente di guerra ai più poveri anche quando cannoni e missili sembrano far danno solo altrove.

   

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Continuano gli appelli in supporto delle popolazioni del Corno d’Africa che rischiano di morire di fame e di sete

Agenzia Fides - Addis Abeba - 29 aprile 2022

           

Milioni di persone in tutta l'Africa orientale stanno affrontando livelli estremi di fame e malnutrizione. L'insicurezza alimentare della regione continua a essere aggravata dai conflitti in corso, la grave siccità, le piaghe delle locuste e la carenza di fondi umanitari.

Caritas Australia sostiene i partner africani, tra cui Caritas Etiopia, nella fornitura di elementi essenziali salvavita alle famiglie sfollate e alle comunità che sono state colpite da questa grave insicurezza alimentare.

Secondo quanto pervenuto all’Agenzia Fides le famiglie più vulnerabili stanno fuggendo dalle loro abitazioni in cerca di acqua pulita, cibo e terra coltivabile, portando a un aumento significativo degli sfollati interni. Poiché le scorte di cibo diminuiscono, si stima che oltre il 70% degli sfollati bisognosi soffrirà la fame. Il momento è particolarmente grave per il Corno d'Africa, denuncia l’Associazione caritativa australiana, si continua a lottare con l'impatto macroeconomico della pandemia di COVID-19 oltre che contro la peggiore piaga di locuste in 25 anni per Etiopia e Somalia, e la più grave in 70 anni per il Kenya, che ha distrutto i raccolti in tutta la regione e lasciato milioni di persone senza il loro raccolto dopo mesi di duro lavoro.

Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha anche messo in evidenza gli impatti devastanti che il conflitto in Ucraina ha avuto sulle comunità vulnerabili che dipendono dalle forniture di grano provenienti dal paese. Insieme, - precisa la nota - Ucraina e Russia forniscono il 30 per cento del grano e dell'orzo del mondo, un quinto del mais e oltre la metà dell’olio di girasole.

Sono tante le comunità vulnerabili presenti nel Corno d'Africa che continuano a fare affidamento su questa fornitura come fonte essenziale di cibo, ne consegue che la guerra Russia-Ucraina in corso abbia inferto un altro colpo devastante alla sicurezza alimentare di paesi come Etiopia, Kenya e Somalia. A questo si aggiunge la devastante siccità dopo tre stagioni consecutive di piogge scarse, che hanno esacerbato la carenza di cibo e acqua (vedi Agenzia Fides 20/4/2022). La scorsa settimana, il Programma alimentare mondiale ha annunciato che 20 milioni di persone che vivono nel Corno d'Africa potrebbero soffrire la fame quest'anno a causa degli effetti combinati di queste crisi, a meno che non vengano presi provvedimenti urgenti.

Caritas Australia ha lanciato il suo accorato appello per una raccolta fondi destinata a fornire assistenza umanitaria immediata e a lungo termine alle comunità colpite dalle emergenze in Africa, inclusa la crisi della regione orientale. Tutti i fondi rimanenti vengono mantenuti nell'Africa Emergency Appeal in modo da poter rispondere alle esigenze in corso e alle crisi future nella regione.

      

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L’Africa che subisce il fascino dello zar

Nigrizia - 2 maggio 2022  

 

Da subito si era capito che l’Africa avrebbe pagato caro il conflitto scatenato dall’invasione dell’Ucraìna da parte della Russia. E se il conflitto dovesse impantanarsi, la situazione potrebbe diventare insostenibile per il continente. Il grano e gli altri cereali sono tornati, infatti, al centro della geopolitica con i loro prezzi alle stelle. Da Ucraìna e Russia almeno 25 paesi africani ricevono un terzo del loro fabbisogno. Grandi importatori sono Egitto, Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya, Sudafrica. Si capisce perché ai primi di marzo la risoluzione di condanna dell’invasione russa in sede Onu abbia visto l’astensione di 17 paesi africani…

Ma veniamo ai riflessi politici del conflitto. Abbiamo la Russia che si erge alla testa dei sistemi autoritari ed esercita un certo fascino anche sulle democrazie mancate africane. Già nel giugno 2019, in un’intervista al Financial Times, Vladimir Putin aveva affermato che le democrazie occidentali e le idee liberali rappresentavano un sistema ormai obsoleto. E abbiamo le democrazie occidentali, con tutti i loro limiti, ma profondamente affezionate ai princìpi di libertà e di diritti umani inviolabili.

Queste due concezioni si scontrano in Ucraìna, ma anche nelle nazioni e società africane: da un lato i militanti dell’ideale democratico, dall’altro quanti si battono per la restaurazione di sistemi autocratici. E la Russia di Putin si è incuneata nella disputa. Ricordiamo che a fine ottobre 2019 si era tenuto a Sotchi il primo vertice Russia-Africa, presenti una quarantina di dirigenti africani e una miriade di uomini d’affari.

In altre stagioni africane, la crisi alimentare aveva provocato le “rivoluzioni del pane”. Non è più così. La fame che minaccia l’intero continente non è più sufficiente a destabilizzare e si scontra oggi con regimi dittatoriali che rifiutano nel modo più assoluto un qualsiasi compromesso con le richieste di libertà e democrazia che salgono dal basso.

Lo vediamo in Sudan, dove la rivoluzione verso la democrazia, iniziata tre anni e mezzo fa con la cacciata di Omar El-Bashir, viene puntualmente repressa ed è prigioniera del regime militare di al-Burhan, amico di Putin. E lo vediamo in Egitto con la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi che, garante di equilibri internazionali, soffoca ogni dissenso: il caso di Giulio Regeni ci fa comprendere la violenza ottusa di quel regime.

I regimi africani ricorrono volentieri alla Russia per garantirsi la sicurezza. E Mosca è presente con i suoi mercenari non solo in Centrafrica, Mali, Guinea, ma anche in Libia (impedendo ogni soluzione che non sia Khalifa Haftar al potere) e Sudan. E ora anche in Camerun, accordo firmato a metà aprile: chi meglio dei russi per lottare contro Boko Haram nel nord e i “ribelli” anglofoni a ovest?

Con questi accordi bilaterali in materia di sicurezza e di difesa, la Russia esporta il suo modello di governance che altro non è che “democratura”, liberticida, autoritaria, cleptocratica, illiberale… ma che affascina gli autocrati africani.

      

Vertice Russia-Africa

Il summit di Sotchi intendeva marcare ufficialmente il ritorno di Mosca sul continente africano (da cui, in verità, non si era mai allontanata). Qualcuno lo aveva definito una “fiera delle armi sovietiche”. In quell’occasione il presidente centrafricano chiese a Putin di rafforzare l’aiuto militare russo al suo paese. E così vennero alla ribalta i mercenari della società privata russa Wagner

   

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ASIA

Guerra Ucraina e crisi alimentare gettano nuova ombra sull’Eid

AsiaNews - Beirut - 2 maggio 2022

Milioni di persone tornano a viaggiare e rientrano nei villaggi di origine per la festa di fine Ramadan, dopo due anni di chiusure e restrizioni per il Covid. Ma per molti è una celebrazione in chiaroscuro per la crisi economica e la mancanza di cibo. In India musulmani nel mirino dei nazionalisti indù.

        

Milioni di indonesiani approfittano della ricorrenza, per tornare nelle case e nei villaggi di origine dopo due anni di restrizioni legate alla pandemia di Covid-19. In altre nazioni, dal Medio oriente alla Malaysia, si tratta di una festa in chiaroscuro per le molte difficoltà legate alla crisi economica, sulla quale sta impattando in maniera ancor più pesante la guerra lanciata dalla Russia in Ucraina. In India si sono verificati episodi di intolleranza e attacchi di nazionalisti indù. Ciononostante, a prevalere è il desiderio di celebrare la fine del Ramadan e riscoprire i momenti di comunità e condivisione che l’Eid al-Fitr, evento che segna la conclusione del mese sacro di digiuno e preghiera, rappresenta tradizionalmente nel mondo musulmano, sunnita e sciita.

Negli ultimi due anni, a causa del coronavirus, in gran parte del mondo sono mancati i banchetti e le cene sontuose che contraddistinguono la ricorrenza che è iniziata ieri sera e prosegue per tre giorni, anche se il calendario può variare. I musulmani ringraziano Allah per aver dato loro forza e benedizioni, nella speranza che il Ramadan li abbia aiutati ad avvicinarsi a Dio e alla perfezione. Il primo a celebrare l’Eid è stato Maometto nel 624 d.C., all’indomani di una vittoria in battaglia. I festeggiamenti cambiano fra sunniti e sciiti, o a seconda dei luoghi di origine. La tradizione vuole che i fedeli si radunino in moschee o all’aria aperta, per consumare il primo pasto alla luce del giorno; la festa è anche occasione di incontro interreligioso.

A gettare più di un’ombra sulle feste quest’anno non è più il Covid, quanto la guerra e le difficoltà economiche generalizzate sommate all’inflazione e all’interruzione delle forniture alimentari, in primis il grano e i cereali. In Egitto molte famiglie hanno acquistato quantitativi inferiori di dolci, di abiti e di regali da distribuire a figli o condividere con parenti, amici e vicini di casa. Il più importante luogo di culto musulmano del sud-est asiatico, la grande moschea di Istiqlal in Indonesia, ha chiuso le porte proprio due anni fa, durante le prime fasi della pandemia. E anche lo scorso anno non ha ospitato fedeli a causa delle restrizioni governative. “Le parole non bastano - afferma all’Ap un fedele di nome Epi Tanjung, a conclusione della preghiera - per descrivere la mia felicità nell’essere qui oggi, dopo due anni divisi dalla pandemia”.

Diverse nazioni a maggioranza musulmana contavano sulle scorte di grano provenienti da Russia e Ucraina per rispondere al fabbisogno interno e oggi sperimentano condizioni di forte difficoltà. A Idlib, provincia nel nord-ovest della Siria controllata dai ribelli e jihadisti anti-Assad, la situazione quest’anno è più difficile che in passato: molte famiglie hanno ricevuto solo la metà delle scorte di cibo necessarie per il fabbisogno. Mancano riso, lenticchie, olio per cucinare in un quadro già fortemente segnato dalla guerra, dalle sanzioni occidentali e dalla corruzione diffusa, elementi questi che si riflettono in maniera più o meno evidente anche nel vicino Libano.

Nella Striscia di Gaza vie e mercati sono gremiti, ma pochi si possono permettere spese complete e l’acquisto di cibi e beni legati alla festa. “La situazione è difficile - racconta Um Musab, madre di cinque figli - e solo i dipendenti statali riescono a guadagnare il necessario per vivere, ma il resto delle persone è schiacciato da povertà e bisogno”. Timori e preoccupazioni legate alla sicurezza uniscono l’Afghanistan e l’Iraq: a Kabul i talebani hanno rafforzato i controlli dopo gli attentati degli ultimi giorni, in un periodo spesso caratterizzato da esplosioni e in una fase di espansione degli attacchi sferrati da cellule locali legate allo Stato islamico (SI, ex Isis) che hanno lanciato una sfida aperta agli studenti coranici. Massima attenzione anche a Baghdad e in diversi grandi centri iracheni, dove scarseggiano gli acquirenti e i negozi lamentano pesanti cali del fatturato.

In India la minoranza musulmana è oggetto di attacchi denigratori dei nazionalisti radicali indù, che hanno a lungo sposato posizioni anti-islamiche e fomentato gli attacchi. I predicatori islamici hanno avvertito i fedeli di rimanere vigili durante l'Eid, mentre si preparano “ad affrontare il peggio”. “Nulla è più come prima - afferma l’attivista Ovais Sultan Khan - per i musulmani in India, incluso l’Eid”.

Tuttavia, molti musulmani altrove nel mondo si sono rallegrati per la ripresa dei rituali interrotti dalle restrizioni pandemiche. Milioni in Indonesia hanno preso d’assalto treni, traghetti e autobus per tornare alle loro famiglie e festeggiare. Nella capitale le famiglie si sono riversate nei centri commerciali per comprare abiti, scarpe e dolci in previsione delle vacanze, a dispetto degli allerta per la pandemia e l’aumento dei prezzi degli alimenti. Anche nella vicina Malaysia è forte la voglia di voltare pagina, dopo due anni di blocchi ai confini. “È una benedizione - sottolinea un commerciante a Kuala Lumpur - poter tornare a festeggiare”.

 

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India e Myanmar, record di blocchi di internet in un anno

AsiaNews - 5 maggio 2022

Nel 2021 le connessioni sono state sospese o rallentate almeno 182 volte in tutto il mondo. L'Asia detiene i record per le interruzioni più lunghe - in Pakistan - e più frequenti - in India, in particolare nella ragione del Kashmir, e in Myanmar. I governi vogliono silenziare le opposizioni. Enormi le perdite economiche.

           

Nella regione dell’Asia-Pacifico ci sono stati 129 blocchi di internet in 7 Paesi l’anno scorso, 15 in più rispetto ai 114 del 2020 avvenuti in 5 Paesi. Al primo posto di questa inquietante classifica, compilata da un collettivo di organizzazioni della società civile chiamato #KeepItOn, si posiziona l’India, in netto distacco da tutte le altre nazioni del mondo con 106 blocchi di internet, di cui ben 85 nella regione contesa del Jammu e Kashmir. Al secondo posto troviamo il Myanmar con 15 interruzioni di internet, poi l’Iran e il Sudan con 5 e a seguire una serie di Paesi dell’Africa e del Medio Oriente.

Ma l’Asia ha ottenuto anche un altro triste primato, quello del blocco più lungo: 2026 giorni (quasi quattro anni) nelle aree tribali di amministrazione federale (FATA) in Pakistan, seguito dai 593 giorni nello Stato Rakhine del Myanmar e dai 551 giorni nel Jammu e Kashmir tra il 2019 e il 2021 dopo la revoca dello statuto speciale della regione. Gli autori del rapporto ammettono che per quanto riguarda l’India i dati sono imparziali a causa della scarsa trasparenza del governo.

Le autorità locali hanno interrotto o rallentato l'accesso a internet, bloccato le piattaforme di comunicazione o interferito in altro modo con la condivisione di informazioni online durante periodi di alta tensione per reprimere il dissenso e mantenere il potere. Nel caso dell’India sono state indagate le discrepanze tra le ragioni addotte dal governo e le reali cause dei blocchi: per esempio, l’accesso alle reti è stato bloccato per questioni di “sicurezza nazionale” 80 volte, a detta del governo, quando in realtà si è trattato di instabilità politica. Un paio di volte internet è saltato in occasione di feste nazionali, una volta per “la visita di funzionari”, almeno quattro volte per impedire che gli studenti imbrogliassero agli esami, mentre in tutti gli altri casi si è trattato di soffocamento del dissenso o controllo delle informazioni condivise sui social.

La repressione in Myanmar è invece connessa al golpe militare del primo febbraio 2021 e all'attuale guerra civile: tra il 15 febbraio e il 28 aprile dell’anno scorso i militari golpisti hanno ridotto l’accesso a internet su base giornaliera quasi si trattasse di un coprifuoco. Protetti dall’oscuramento dei dati, i soldati dell’esercito hanno potuto intensificare le violenze contro i civili, usando proiettili di gomma ma anche munizioni vere e gas lacrimogeni contro i manifestanti. Il 3 marzo, durante un blackout nazionale, almeno 38 manifestanti sono stati uccisi in quello che l'inviato dell'Onu in Myanmar aveva denunciato come "il giorno più sanguinoso dal colpo di Stato". Nell’ex Birmania le connessioni vengono volutamente sospese per impedire che gli organi internazionali possano indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito: durante i blackout i militari hanno bruciate case, condotto attacchi aerei e sfollato migliaia di persone. I soccorritori, per non arrivare in ritardo, si affidano a messaggeri umani per sapere quando e dove intervenire per curare i feriti. In questo modo organizzazioni come Witness Myanmar non riescono a documentare le violazioni dei diritti umani ed è quasi impossibile raccogliere prove per un processo giudiziario internazionale.

Questi dati non solo mettono in luce le pratiche repressive degli Stati dell'Asia, in particolare l’India, che pure è considerata la più grande democrazia del mondo; anche i danni economici sono enormi: nella regione del Kashmir il blackout delle telecomunicazioni è durato 18 mesi, poi è arrivata la pandemia e diverse attività hanno chiuso. Molte persone rimaste senza lavoro hanno trovato occupazione nella cosidetta gig economy in qualità di rider, mentre le piccole attività indipendenti rimaste cercano di promuoversi attraverso i social, in particolare Instagram, per sopravvivere. Ma i blocchi di internet hanno fatto perdere grossi guadagni: l’applicazione di consegna di cibo a domicilio Gatoes per esempio, perde 1.000 dollari al giorno quando le connessioni vengono interrotte, che salgono a 9mila dollari al giorno per tutto il settore della ristorazione del Kashmir. Nel 2020 i blocchi di internet sono costati all'india 2,8 miliardi di dollari.

 

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EUROPA

Un Nastro Verde contro la guerra di Raffaella Chiodo Karpinsky

Avvenire - 3 maggio 2022

Molti piccoli segnali indicano che la controinformazione può raccogliere risultati: cresce un’opposizione al regime di Putin che non fa notizia in Occidente, ma sfida ogni giorno la repressione

     

  

In questi giorni di crescente sofferenza quotidiana per gli orrori in Ucraina, mi pare che continui a mancare un’adeguata informazione riguardo la resistenza dei cittadini che in Russia, nonostante tutto e tutti, c’è. La repressione come sappiamo ha sferzato colpi durissimi a chi ha osato manifestare il proprio dissenso, il proprio semplice “no” alla guerra.

Eppure una resistenza c’è e meriterebbe attenzione e un sostegno aperto e forte da parte dell’opinione pubblica europea e in particolare un sostegno da parte della società civile. Infatti, nonostante l’annichilimento e la paura dovuta all’introduzione della legge che porta all’arresto fino a 15 anni o a multe impossibili da sostenere per chi diffonde notizie che «screditano l’esercito e l’operazione speciale» singoli cittadini, operatori dei media censurati e chiusi, giornalisti e attivisti, hanno sviluppato canali di comunicazione e controinformazione.

Girano su Telegram e Instagram, le immagini della mamma che entra nell’asilo dove si trova il suo bambino. Si rivolge alla direttrice chiedendo spiegazioni sulla presenza delle Z affisse a tutte le finestre dell’edificio. Protesta dicendo che non vede la ragione per cui si debba impartire ai bambini questa propaganda. Accusata di fare oltraggio al suo Paese, alle sue istituzioni lei chiede se per caso tutto questo risulta nella Costituzione. E se secondo la direttrice i problemi che hanno all’asilo siano mai stati risolti dalle istituzioni. Quindi, procede senza indugio e strappa via le Z dalle finestre. Per ora ha subito una multa. Ma come sappiamo rischia ben altro, e se lo aspetta. Come lei tante altre, soprattutto donne. Madri dei soldati che chiedono e pretendono notizie sui propri figli di cui non sanno più nulla da settimane o che si attivano diffondendo informazioni utili per poter rifiutare l’arruolamento o il ritorno al fronte per chi è tornato per l’avvicendamento. Secondo informazioni diffuse dalla rete delle madri il 40-60% dei soldati rientrati dal fronte non ha alcuna intenzione di tornarvi.

La pagina delle Madri dei soldati diffonde riferimenti legali e lettere prototipo da inviare ai comandi militari di riferimento per poter rifiutare il ritorno al fronte. Per paradosso il rifiuto viene fatto poggiare sulla sinora tassativa scelta del Cremlino di sostenere che in un Ucraina non c’è guerra bensì un’«operazione speciale», dunque il giovane di leva non può essere costretto.  

 

C’è l’iniziativa del Nastro Verde lanciata da un gruppo di giovani donne che nel giro di poche ora ha raccolto su Instagram e Telegram migliaia di follower. Lo dicono loro stesse: non si illudono di poter fermare la guerra, ma il messaggio forte del nastro legato dappertutto, è “non sei solo o sola” contro la guerra. Trovare da più parti il nastro, vuol dire aiutare le persone ad avere il coraggio di esprimere il proprio no alla guerra. In questo momento rappresenta un messaggio importante dato che tutti sono sommersi dalla propaganda.

Le persone postano da tutta la Russia nastri verdi legati in ogni luogo, e a volte se stessi con un cartello contro la guerra e l’aggressione all’Ucraina. Una ragazza ha postato il suo polso avvolto dal nastro davanti ai carri armati che nei pressi della Piazza Rossa si preparano per la parata del 9 maggio.

Il sito della campagna invita a fare attenzione a non esporre il nastro su se stessi, per non offrire la possibilità di essere perseguiti. Invita a seguire diversi modi nonviolenti per esprimere opposizione alla guerra. Tra questi oltre alla diffusione del nastro verde, l’invio di lettere, affissione di messaggi sui prodotti nei negozi e in altri luoghi pubblici. Tutti gesti e testimonianze che hanno una valenza vitale per squarciare il velo della propaganda sempre più feroce che con ogni mezzo viene sviluppata nel Paese. C’è chi raccoglie fondi per sostenere chi ha subito le multe. Mentre la contronarrazione viaggia quotidianamente su YouTube, su Instagram, Telegram. A questi accedono prevalentemente i giovani, come anche l’analisi del sondaggio sull’invasione dell’Ucraina effettuato in Russia e diffuso il 29 aprile dal Centro Levada. Come da noi del resto, i giovani, sono soliti seguire più i social e il web che la tv. Quest’ultima però resta per la maggior parte della popolazione russa la fonte principale di notizie ed è totalmente sotto il controllo del Cremlino. Eppure in quest’ultimo mese dalla chiusura definitiva dei media indipendenti il fluire delle notizie non imbavagliate si propaga attraverso trasmissioni, interviste, commenti, analisi su diversi canali YouTube gestiti da giornalisti e attivisti i cui giornali o le organizzazioni sono stati messi al bando dal regime.

Chi ha il VPN accede, poi, a una grande offerta di informazione libera. “Chi può e vuole, è in grado di vedere e sentire tutto”, mi dicono i miei amici e colleghi russi. Da questo a poter affermare che la controinformazione riesca a demolire la forza della propaganda e della repressione ce ne vuole. Ma la resistenza delle coscienze esiste e ha bisogno di noi. Non possiamo continuare a lasciarli stretti tra la repressione di Putin e la nostra indifferenza. Questa è una delle forme di equidistanza che più feriscono e inibiscono la possibilità di legittimare e sostenere una possibile opposizione alla guerra. In Russia, tanti guardano a noi nella speranza che sappiamo aiutarli.

Le delazioni, le minacce e le aggressioni si moltiplicano contro persone semplici e personalità note come il Premio Nobel per la Pace Muratov, e sono un’offesa anche a tutti noi, dobbiamo sentirle come una ferita per le nostre coscienze. Anna Politkovskaja, collega di Muratov, ha già pagato con la vita il suo amore per la libertà e per la verità. E Anna ci aveva messi in guardia nel suo libro “La Russia di Putin”. Non ci potremo dare pace se non sapremo dimostrare, oggi, non domani, profondo sostegno e sincera solidarietà, umana e politica a chi come lei rappresenta la Russia fatta di persone libere e fiere, legate a una cultura che ha resistito al regime di Putin sin dal primo giorno di questi lunghissimi 22 anni di esercizio asfissiante e repressivo del potere. Decenni in cui il grido di chi denunciava è rimasto colpevolmente inascoltato o sottovalutato.

Ma forse una ragione per la disattenzione nei confronti dell’altra Russia c’è, ed è che l’esistenza stessa di una resistenza democratica in Russia costituisce un elemento di disturbo nella rappresentazione di un mondo diviso schematicamente in buoni e cattivi. Questo riguarda sia chi non riesce a emanciparsi dall’idea nostalgica legata a un mondo non c’è più sia chi preferirebbe una Russia da poter odiare “senza se e senza ma”. Non si può lasciare che con il popolo ucraino Putin uccida anche l’anima russa, quella del padre della nonviolenza Lev Tolstoj.

 

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Il Papa al Corriere: sono pronto a incontrare Putin a Mosca

Vatican News - 3 maggio 2022

Francesco a colloquio con il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana: io sento che prima di andare a Kiev devo andare a Mosca. "La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto"  

 

“Ho un legamento lacerato, farò un intervento con infiltrazioni e si vedrà”. “Da tempo sto così, non riesco a camminare. Un tempo i papi andavano con la sedia gestatoria. Ci vuole anche un po’ di dolore, di umiliazione”. Francesco giustifica così il fatto di non potersi alzare per salutare il direttore Luciano Fontana e la vicedirettrice Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera che riceve a Santa Marta per l’intervista che il quotidiano pubblica oggi. Una conversazione centrata sul tema della guerra in Ucraina contro la quale si è appellato sin dal primo giorno, il 24 febbraio scorso, e per la quale tanti sono stati finora i tentativi di mediazione, a partire dalla telefonata a Zelenski, alla visita all’ambasciata russa presso la Santa Sede per chiedere di fermare” le armi, e soprattutto con la disponibilità ad andare a Mosca fatta pervenire da subito al presidente Putin. “Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo venti giorni di guerra, di far arrivare il messaggio a Putin che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo era necessario - afferma il Papa - che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento. Ma tutta questa brutalità come si fa a non fermarla? Venticinque anni fa con il Ruanda abbiamo vissuto la stessa cosa”.

 

Le guerre si fanno per provare le armi che abbiamo prodotto

Nelle parole del Papa anche la riflessione delle ragioni della guerra e sul “commercio” delle armi che per il Papa resta sempre uno “scandalo” contrastato da pochi. Francesco parla di “un’ira facilitata” forse, dall’ “abbaiare della Nato alla porta della Russia” che ha portato il Cremlino a “reagire male e a scatenare il conflitto”. “Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini – ragiona –. La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi. I russi adesso sanno che i carri armati servono a poco e stanno pensando ad altre cose. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto”. Pochi contrastano questi commerci, invece si dovrebbe fare di più e il Papa cita lo stop a Genova di un convoglio che portava armi nello Yemen e che i portuali scelsero “due o tre anni fa” di fermare.

 

Prima il viaggio a Mosca. Il Patriarca non è il chierichetto di Putin

Nessun viaggio a Kiev per ora è previsto, prima ci deve essere quello a Mosca. Ripercorrendo gli sforzi fatti o da poter fare per fermare l’escalation della violenza, il Papa chiarisce: “A Kiev per ora non vado”, “sento che non devo andare. Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta…”. E ancora a Mosca il Papa guarda per la possibilità di agire insieme al Patriarca della Chiesa ortodossa Kirill. Cita il colloquio di 40 minuti via zoom del 15 marzo scorso e le “giustificazioni” della guerra citate da Kirill, e torna sul mancato appuntamento a giugno a Gerusalemme. “Ho ascoltato - afferma Francesco nell’intervista al Corriere della Sera - e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare via di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin. Io avevo un incontro fissato con lui a Gerusalemme il 14 giugno. Sarebbe stato il nostro secondo faccia a faccia, niente a che vedere con la guerra. Ma adesso anche lui è d’accordo: fermiamoci, potrebbe essere un segnale ambiguo”.

 

Un mondo in guerra per interessi internazionali

Si allarga ancora lo sguardo del Papa per parlare dei diritti dei popoli in un mondo in guerra, quella “terza guerra mondiale” tante volte evocata e temuta. Non un “allarme”, precisa, ma “la constatazione delle cose: la Siria, lo Yemen, l’Iraq, in Africa una guerra dietro l’altra. Ci sono in ogni pezzettino interessi internazionali. Non si può pensare che uno Stato libero possa fare la guerra a un altro Stato libero. In Ucraina sembra che sono stati gli altri a creare il conflitto. L’unica cosa che si imputa agli ucraini è che avevano reagito nel Donbass, ma parliamo di dieci anni fa. Quell’argomento è vecchio. Certo loro sono un popolo fiero”.

 

Lo “scandalo” della Via Crucis: per la pace non c’è abbastanza volontà

A questo proposito il Papa torna alla Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo e alle richieste da parte ucraina che hanno portato allo stop alla lettura della meditazione nella tredicesima stazione, guidata da una donna russa e da una ucraina. Francesco spiega del colloquio avuto con l’Elemosiniere, il cardinale Krajewski, che per la Pasqua si trovava proprio a Kiev per la terza volta inviato dal Papa dall’inizio del conflitto. “Ho chiamato Krajewski che era lì e lui mi ha detto: si fermi, non legga la preghiera. Loro hanno ragione anche se noi non riusciamo pienamente a capire. Così sono rimaste in silenzio. Hanno una suscettibilità, si sentono sconfitti o schiavi perché nella seconda guerra mondiale hanno pagato tanto tanto. Tanti uomini morti, è un popolo martire. Ma stiamo attenti anche a quello che può accadere adesso nella Transnistria”. Ma il 9 maggio potrebbe essere la fine di tutto. Dall’udienza a Viktor Orbán, primo ministro dell'Ungheria il 21 aprile scorso in Vaticano, il Papa dice di aver saputo che “i russi hanno un piano”. “Così si capirebbe anche la celerità dell’escalation di questi giorni. Perché adesso non è solo il Donbass, è la Crimea, è Odessa, è togliere all’Ucraina il porto del Mar Nero, è tutto. Io sono pessimista ma dobbiamo fare ogni gesto possibile perché la guerra si fermi”.

 

L’Italia, la Cei: cerco un cardinale autorevole che voglia innovare

Infine lo sguardo del Papa, nella conversazione col Corriere della Sera, si ferma all’Italia, la politica da Napolitano a Mattarella e al rapporto “molto buono” con Mario Draghi, “una persona diretta e semplice”. E ancora il “rispetto” per Emma Bonino, anche se non ne condivide le idee "ma conosce l'Africa meglio di tutti". Poi le riforme in Vaticano e la Chiesa italiana che attende il nuovo presidente dei vescovi: “Una delle cose che cerco di fare per rinnovare la Chiesa italiana è non cambiare troppo i vescovi. Il cardinale Gantin diceva che il vescovo è lo sposo della Chiesa, ogni vescovo è lo sposo della Chiesa per tutta la vita. Quando c’è l’abitudine è bene. Per questo cerco di nominare i preti, come è accaduto a Genova, a Torino, in Calabria. Credo che questo sia il rinnovamento della Chiesa italiana”. Per il nome che sceglierà a capo dei vescovi, nella prossima assemblea della Cei, chiarisce: “Cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire voglio lavorare con questa persona”.

 

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AFGHANISTAN

Amnesty Int. 2021-22 Report

Amnesty.it - Aprile 2022  

 

Capo di stato e di governo: Mohammad Hassan Akhund (subentrato a Mohammad Ashraf Ghani a settembre)  

 

Le parti in conflitto in Afghanistan hanno continuato a commettere nell’impunità gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra, e altri gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Le uccisioni, indiscriminate e mirate, hanno raggiunto livelli mai visti. I talebani e attori non statali hanno preso di mira difensori dei diritti umani, attiviste, giornalisti, operatori sanitari e umanitari e minoranze religiose ed etniche. Durante la presa del controllo del paese da parte dei talebani c’è stata un’ondata di uccisioni per rappresaglia. Migliaia di persone, prevalentemente hazara sciite, sono state sgomberate con la forza. I limitati progressi compiuti verso il miglioramento dei diritti delle donne sono stati bruscamente stravolti sotto il dominio talebano. I diritti alla libertà di riunione e d’espressione sono stati drasticamente limitati dai talebani. L’accesso all’assistenza sanitaria, già gravemente compromesso dalla pandemia, è stato ulteriormente indebolito dalla sospensione degli aiuti internazionali.  

 

CONTESTO

Il conflitto in Afghanistan ha avuto una svolta drammatica con il ritiro di tutte le truppe internazionali, il crollo del governo e la conquista del paese da parte delle forze talebane.

Il 14 aprile, il presidente degli Usa Biden ha annunciato che le restanti truppe statunitensi in Afghanistan sarebbero state ritirate entro l’11 settembre. Una successiva offensiva militare talebana ha portato all’invasione delle province e alla presa della capitale Kabul il 15 agosto, causando il crollo del governo e la fuga del presidente Ghani dal paese. All’inizio di settembre, i talebani hanno annunciato un governo ad interim.

Un’operazione di evacuazione ha accompagnato il ritiro definitivo delle forze statunitensi e della Nato, che è stato anticipato al 31 agosto, di fronte alle conquiste dei talebani. In condizioni caotiche, circa 123.000 persone hanno lasciato il paese in aereo dall’aeroporto di Kabul, tra cui migliaia di cittadini afgani a rischio di rappresaglie da parte dei talebani.

La già precaria situazione umanitaria si è ulteriormente deteriorata nella seconda metà dell’anno a causa del conflitto, della siccità, della pandemia da Covid-19 e di una crisi economica esacerbata dalla sospensione degli aiuti esteri, dal congelamento dei beni governativi e dalle sanzioni internazionali contro i talebani. A dicembre, le Nazioni Unite hanno riferito che circa 23 milioni di persone rischiavano l’insicurezza alimentare acuta e la fame, inclusi oltre tre milioni di bambini a rischio di morte per malnutrizione grave.  

 

ATTACCHI INDISCRIMINATI E UCCISIONI ILLEGALI

Le forze governative sotto la guida del presidente Ghani, così come attori non statali, hanno effettuato attacchi indiscriminati con ordigni esplosivi improvvisati e attacchi aerei, uccidendo e ferendo migliaia di civili. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (United Nations Assistance Mission in Afghanistan – Unama), il numero di vittime civili ha raggiunto livelli record nella prima metà dell’anno, aumentando bruscamente a maggio, quando le forze militari internazionali hanno iniziato a ritirarsi. Entro giugno erano stati registrati 5.183

civili morti o feriti, tra cui 2.409 donne e bambini. Più di due terzi dei casi (68 per cento) sono stati attribuiti ai talebani e ad altri attori non statali e il 25 per cento alle forze di difesa e sicurezza nazionali afgane (Afghan National Defence and Security Forces – Andfs) e ad altre forze filogovernative. Il 29 agosto, un attacco di droni statunitensi ha ucciso 10 membri di una famiglia a Kabul, tra cui sette bambini. Il dipartimento della Difesa degli Usa, in seguito, ha ammesso di aver agito per errore e ha offerto un risarcimento economico ai parenti delle vittime.

Per tutto l’anno, gruppi non statali hanno deliberatamente preso di mira persone e obiettivi civili. L’8 maggio, un attentato dinamitardo alla scuola superiore Sayed-ul-Shuhada di Kabul Ovest ha ucciso o ferito più di 230 persone, quasi tutte ragazze (1). Il 26 agosto, un attacco suicida fuori dall’aeroporto di Kabul effettuato dal gruppo armato Stato islamico-provincia del Khorasan (Is-K) ha provocato almeno 380 vittime, per lo più afgani che tentavano di lasciare il paese. A ottobre, tre attacchi separati alla moschea Eid Gah a Kabul e a due moschee sciite-hazara nelle città di Kandahar e Kunduz, avrebbero provocato la morte di decine di persone e il ferimento di centinaia di altre.

Per tutto l’anno, i talebani e altri attori armati sono stati responsabili di numerose uccisioni mirate, che hanno colpito tra gli altri difensori dei diritti umani, attiviste, operatori umanitari e sanitari, giornalisti, ex funzionari governativi e membri delle forze di sicurezza. Le minoranze religiose ed etniche sono state particolarmente a rischio.

Durante la loro offensiva e dopo la presa del potere, i talebani hanno ucciso persone per rappresaglia ed effettuato uccisioni extragiudiziali di persone associate alla precedente amministrazione, compresi membri dell’Andsf. Il 19 luglio, i talebani hanno rapito e ucciso due figli di Fida Mohammad Afghan, ex componente del consiglio provinciale di Kandahar. Sono stati presi di mira anche ex agenti di polizia, in particolare donne. Sempre a luglio, i talebani hanno ucciso nove uomini di etnia hazara nel villaggio di Mundarakht, nel distretto di Malistan della provincia Ghazni (2). In un episodio del 30 agosto, nel villaggio di Kahor nel distretto di Khidir, della provincia di Daykundi, i talebani hanno compiuto l’uccisione extragiudiziale di nove membri dell’Andsf, dopo che si erano arresi, e hanno assassinato due civili, tra cui una ragazza di 17 anni, che tentavano di fuggire dal villaggio. Erano tutti di etnia hazara. Il 4 settembre, Banu Negar, ex agente di polizia nella provincia di Ghor, è stata picchiata e uccisa dai combattenti talebani davanti ai suoi figli. Tra metà agosto e la fine di dicembre, i talebani hanno ucciso o sottoposto a sparizione forzata altri 100 ex membri delle forze di sicurezza.

  

SFOLLAMENTI FORZATI E SGOMBERI

Tra gennaio e dicembre, circa 682.031 persone sono state sfollate a causa dei combattimenti, andandosi ad aggiungere ai quattro milioni già sfollati a causa del conflitto e dei disastri naturali.

I talebani hanno sgomberato con la forza migliaia di persone da case e terreni nelle province di Daykundi e Helmand e hanno anche minacciato di sgomberare i residenti delle province di Balkh, Kandahar, Kunduz e Uruzgan. Gli sgomberi hanno preso di mira in particolare le comunità hazara e le persone associate al precedente governo. A giugno, i talebani hanno ordinato ai residenti tagiki di Bagh-e Sherkat, nella provincia di Kunduz, di lasciare la città, a quanto pare come rappresaglia per il sostegno fornito al governo del presidente Ghani. A fine settembre, più di 740 famiglie hazara sono state sgomberate con la forza da case e terreni nei villaggi di Kindir e Tagabdar, nel distretto di Gizab, della provincia di Daykundi.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

La presa del potere da parte dei talebani ha aumentato il numero di rifugiati afgani che entravano nei paesi vicini. Dopo l’interruzione delle evacuazioni dall’aeroporto di Kabul, migliaia di afgani disperati hanno cercato rotte terrestri verso il Pakistan e l’Iran. Decine di migliaia di persone sono entrate in Pakistan prima che, il 2 settembre, il paese chiudesse i suoi confini per la maggior parte degli afgani. Solo il valico di Torkham è rimasto aperto per coloro che detenevano i permessi per attraversarlo. A novembre, il Consiglio norvegese per i rifugiati ha riferito che ogni giorno 4.000-5.000 afgani attraversavano il confine con l’Iran.

Il diritto degli afgani, compresi quelli a rischio di rappresaglie, di chiedere asilo nei paesi terzi è stato compromesso dalle restrizioni alle partenze imposte dai talebani, tra cui ostacoli spesso insormontabili per l’ottenimento di passaporti e visti. Si è temuto che le restrizioni alle frontiere da parte dei paesi vicini avrebbero costretto gli afgani a compiere viaggi irregolari utilizzando i trafficanti, esponendoli così a un ulteriore rischio di violazioni dei diritti umani.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Prima della presa del potere da parte dei talebani, le donne e le ragazze avevano continuato a subire discriminazioni e violenze di genere. Con l’arrivo dei talebani al potere, hanno perso molti dei loro diritti umani fondamentali. Nonostante le rassicurazioni dei talebani sul fatto che i diritti delle donne sarebbero stati rispettati, i limitati progressi compiuti nei due decenni precedenti sono stati rapidamente ribaltati.

 

Partecipazione delle donne al governo e diritto al lavoro

Le donne sono state gravemente sottorappresentate nell’ultimo round dei falliti colloqui di pace, con solo quattro donne nella delegazione governativa e nessuna nella delegazione talebana (3). Sotto l’amministrazione del presidente Ghani, quattro posti di gabinetto erano ricoperti da donne, ma sono state escluse del tutto dal governo ad interim dei talebani. Poco dopo essere saliti al potere, i talebani hanno sciolto il ministero degli Affari femminili (Ministry of Women’s Affairs – Mowa) e i suoi uffici provinciali.

Ad agosto, un portavoce dei talebani ha detto ai giornalisti che le donne avrebbero dovuto astenersi dal recarsi al lavoro, fino alla messa in atto di “sistemi adeguati” per “garantire la loro sicurezza”. A settembre, alle donne impiegate nei ministeri governativi è stato detto di rimanere a casa, mentre i loro colleghi maschi riprendevano il lavoro. Ci sono state segnalazioni di donne escluse dai luoghi di lavoro o rimandate a casa in diverse parti del paese, ad eccezione delle donne impiegate all’ufficio passaporti, all’aeroporto e nel settore sanitario. In alcuni casi, secondo quanto riferito, le donne sono state scortate a casa dal lavoro da combattenti talebani, che hanno detto loro che sarebbero state sostituite dai parenti maschi (4).

Le donne avvocate, giudici e pubblici ministeri sono state di fatto licenziate dal lavoro e costrette a nascondersi. Rischiavano rappresaglie da parte di uomini che avevano condannato e imprigionato per violenza domestica e di genere, che sono stati successivamente liberati dal carcere dai talebani. Sono stati segnalati saccheggi delle abitazioni di donne giudici da parte di ex prigionieri e combattenti talebani.

 

Diritto all’istruzione

Al momento di prendere il potere, i leader talebani hanno annunciato che era necessario creare un “ambiente di apprendimento sicuro”, prima che donne e ragazze potessero tornare a scuola. Ai ragazzi è stato permesso di riprendere la scuola a metà settembre, ma la situazione per le ragazze è rimasta poco chiara. A fine anno, tranne che nelle province di Kunduz, Balkh e Sar-e Pul, la maggior parte delle scuole secondarie è rimasta chiusa alle ragazze. Intimidazioni e molestie nei confronti di insegnanti e studenti hanno portato a basse percentuali di frequenza, in particolare tra le ragazze, anche dove le scuole e altre strutture educative erano aperte (5).

 

Violenza sessuale e di genere

La violenza contro donne e ragazze è rimasta diffusa, ma cronicamente sottostimata. Nella stragrande maggioranza dei casi non è stata intrapresa alcuna azione contro i colpevoli. Tra gennaio e giugno, il Mowa ha registrato 1.518 casi di violenza contro le donne, tra cui 33 omicidi. Percosse, molestie, prostituzione forzata, privazione degli alimenti e matrimoni forzati e precoci hanno continuato a rappresentare le principali manifestazioni di violenza contro le donne. Per la seconda metà dell’anno non esistevano dati governativi disponibili.

La violenza contro le donne è aumentata ulteriormente da agosto, quando i meccanismi legali e altri tipi di sostegno delle donne hanno iniziato a chiudere, in particolare quando sono stati chiusi i rifugi per donne. La fine del sostegno istituzionale e legale alle donne da parte dei talebani le ha poste a rischio di ulteriori violenze ed esse hanno temuto le conseguenze della segnalazione di episodi di violenza.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

I difensori dei diritti umani hanno subìto intimidazioni, molestie, minacce, violenze e uccisioni mirate. Il picco di aggressioni, iniziato a fine 2020, è continuato nel 2021. Secondo il Comitato afgano dei difensori dei diritti umani, tra settembre 2020 e maggio 2021 almeno 17 difensori dei diritti umani sono stati uccisi, mentre altre centinaia hanno ricevuto minacce.

Da fine agosto, i talebani hanno occupato tutti i 14 uffici della commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan, costringendo il personale a fuggire dal paese o a nascondersi. Sono state segnalate perquisizioni porta a porta da parte di combattenti talebani alla ricerca di difensori dei diritti umani e giornalisti e percosse a operatori delle Ong e alle loro famiglie.

      

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Il 29 ottobre, il portavoce talebano del ministero delle Finanze ha dichiarato che i diritti Lgbti non sarebbero stati riconosciuti dalla legge della sharia. Il codice penale afgano ha continuato a considerare reato le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso.

     

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE

I talebani hanno disperso con la forza le proteste pacifiche in tutto l’Afghanistan, anche utilizzando armi da fuoco, armi a scarica elettrica e gas lacrimogeni, e hanno picchiato e sferzato i manifestanti con fruste e cavi. Il 4 settembre, una manifestazione di protesta a Kabul con circa 100 donne che chiedevano l’inclusione femminile nel nuovo governo e il rispetto dei diritti delle donne è stata dispersa dalle forze speciali talebane, secondo quanto riferito, con gas lacrimogeni e armi a scarica elettrica. Le manifestanti sono state picchiate. Il 7 settembre, i talebani hanno sparato e ucciso Omid Sharifi, un attivista della società civile, e Bashir Ahmad Bayat, un insegnante, mentre protestavano contro i talebani nella provincia di Herat. Altri otto manifestanti sono rimasti feriti. L’8 settembre, il ministero dell’Interno dei talebani ha emesso un ordine che vieta tutte le manifestazioni e gli assembramenti “fino a quando non sarà codificata una politica per le manifestazioni”.

Nonostante le assicurazioni che avrebbero rispettato la libertà d’espressione, i talebani hanno fortemente ridotto la libertà degli organi d’informazione. I giornalisti sono stati arrestati e picchiati e le loro attrezzature confiscate, in particolare quando seguivano le manifestazioni di protesta. Gli operatori dei media, in particolare le donne, sono stati intimiditi, minacciati e molestati, costringendo molti a nascondersi o lasciare il paese. Sono state condotte ricerche casa per casa di giornalisti, in particolare quelli che lavoravano per la stampa occidentale. Il 20 agosto, i talebani hanno fatto irruzione nella casa di un giornalista che lavorava per l’agenzia di stampa tedesca Deutsche Welle e, non trovandolo, hanno ucciso uno dei suoi familiari e ferito un altro. A fine ottobre, più di 200 organi d’informazione avevano chiuso. Il Comitato per la sicurezza dei giornalisti afgani ha annunciato che almeno 12 giornalisti sono stati uccisi e 230 aggrediti nei 12 mesi fino a novembre 2021.

     

DIRITTO ALLA SALUTE

Il già debole settore sanitario è stato ulteriormente compromesso ad agosto dalla sospensione degli aiuti internazionali al progetto Sehatmandi (System Enhancement for Health Action in Transition Project for Afghanistan). A novembre erano 3.000 le cliniche mediche chiuse a causa della mancanza di fondi. Il progetto multi-donatore era stato la principale fonte di sostegno per servizi di qualità di assistenza sanitaria, nutrizione e pianificazione familiare in tutto l’Afghanistan. A settembre, l’Oms ha riferito del rapido declino delle condizioni di salute pubblica, tra cui l’aumento dei casi di morbillo, diarrea e poliomielite nei bambini.

La mancanza di preparazione alle emergenze e il cattivo stato delle infrastrutture sanitarie pubbliche hanno fatto sì che l’Afghanistan fosse già mal equipaggiato per far fronte all’impennata di metà anno dei casi di Covid-19. Gli sfollati interni, che vivevano in condizioni di sovraffollamento con accesso insufficiente all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e alle strutture sanitarie, erano particolarmente a rischio (6). Al 15 novembre si contavano almeno 7.293 morti per Covid-19. Circa il sette per cento della popolazione era vaccinato.

Per tutto l’anno, operatori e strutture sanitarie sono stati attaccati. Nei primi sei mesi dell’anno, nove vaccinatori antipolio sono stati uccisi nella provincia di Nangarhar (7). A ottobre, i talebani si sono impegnati a sostenere la ripresa di una campagna nazionale di vaccinazione antipolio e a consentire il coinvolgimento delle lavoratrici in prima linea. Si sono inoltre impegnati a fornire sicurezza e protezione per tutti gli operatori sanitari in prima linea.

      

IMPUNITÀ

Il 27 settembre, il procuratore dell’Icc ha annunciato l’intenzione di riprendere le indagini sui crimini commessi in Afghanistan, ma si è concentrato solo su quelli presumibilmente commessi dai talebani e dall’Is-K. La decisione di “depriorizzare” le indagini su possibili crimini di guerra commessi dalla direzione nazionale della sicurezza, dall’Andsf, dalle forze armate statunitensi e dalla Cia ha rischiato di rafforzare ulteriormente l’impunità e minare la legittimità dell’Icc.

Note:  

 

1 Afghanistan: Unspeakable killings of civilians must prompt end to impunity, 10 maggio.

2 Afghanistan: Taliban responsible for brutal massacre of Hazara men – new investigation, 19 agosto.

3 Afghanistan: Unravelling of women’s and girls’ rights looms as peace talks falter, 24 maggio.

4 The Fate of Thousands Hanging in the Balance: Afghanistan’s Fall into the Hands of the Taliban (ASA 11/4727/2021), 21 settembre.

5 Afghanistan: Taliban must allow girls to return to school immediately – new testimony, 13 ottobre.

6 Afghanistan: Oxygen and Vaccines Urgently Needed as Covid-19 Infections Surge, 11 giugno.

7 Afghanistan: Despicable killing of female polio vaccine workers must be investigated, 30 marzo.

  

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ARMENIA

Proteste contro il premier di Ambra Visentin

atlanteguerre.it/ - 4 maggio 2022

Almeno 250 arresti per le manifestazioni che infiammano Yerevan dove si chiedono le dimissioni del primo ministro Pashinian, accusato di debolezza con l’Azerbaigian sulla questione Nagorno-Karabakh  

  

Barricate ed arresti a tappeto a Yerevan. Circa 20.000 persone, tra cui ci sarebbero anche parlamentari dell’opposizione, sono da giorni tornate ad occupare le strade della capitale. Nella giornata di ieri, 2 maggio 2022, ci sono stati circa 250 arresti per le proteste che infiammano la città. La popolazione vuole le dimissioni del primo ministro Pashinian (nell’immagine sotto), accusato di aver fatto troppe concessioni all’Azerbaigian sulla questione Nagorno-Karabakh (anche definita Repubblica dell’Artsakh), autoproclamatasi indipendente dall’Azerbaigian nel 1992. Il 13 aprile Pashinian ha dichiarato che la comunità internazionale offre all’Armenia di «abbassare la soglia dello status del Nagorno-Karabakh», senza spiegare il significato di quest’affermazione che è stata percepita da molti come un’allusione al fatto che l’Armenia dovrebbe accettare lo status autonomo del Karabakh all’interno dell’Azerbaigian.

La protesta in corso ha un precedente allarmante. Dopo la cosiddetta “guerra dei 44 giorni” nella regione del Nagorno-Karabakh ad autunno 2020, che causò più di 6500 vittime, a novembre dello stesso anno si era giunti al cessate il fuoco con la mediazione della Russia che inviò 2000 soldati come unici peace-keeper nella regione, per un periodo previsto di 5 anni. L’intesa scatenò una reazione immediata, portando una folla di manifestanti ad occupare il Parlamento. Con l’accordo, diversi territori fino ad allora sotto il controllo armeno passarono all’Azerbaigian. Questo ha innescato una profonda crisi politica in Armenia, dove nonostante il primo ministro Nikol Pashinian sia riuscito a riaffermarsi nelle elezioni a giugno 2021, l’insoddisfazione nei suoi confronti fra la popolazione ha continuato ad acutizzarsi. Inoltre, nonostante il cessate il fuoco gli scontri sulla linea di confine hanno continuato a ripetersi.

Il 24 e 25 marzo 2022 le forze armate azere si sono intrufolate nell’area di responsabilità delle forze di pace russe in Artsakh, prendendo sotto il loro controllo il villaggio di Parukh nella regione di Askeran e le posizioni adiacenti, nel tentativo di avanzare vicino al confine orientale di Artsakh. Questo ha causato una nuova ondata di sfollamenti ed una crisi idrica nei territori sotto controllo azero, dove la popolazione armena sta ora costruendo reti alternative. Artak Beglaryan, segretario di Stato dell’Artsakh, in un’intervista con l’Agenzia RIA-FAN, ha dichiarato che la leadership militare e politica dell’Azerbaigian starebbe portando avanti «la retorica armeno-fobica e nazista e l’aggressione militare e psicologica contro la popolazione armena dell’Artsakh». Una situazione che si sarebbe aggravata da quando i soldati russi si trovano sul territorio.

«L’Azerbaigian mostra apertamente e sistematicamente la propria russofobia. L’aggressività, l’occupazione del villaggio di Parukh – un territorio sotto la responsabilità delle forze di pace russe – ne sono un chiaro esempio», prosegue Beglaryan, secondo il quale, tuttavia, anche di fronte a tali provocazioni, le garanzie militari e politiche della Federazione Russa starebbero certamente frenando i tentativi dell’Azerbaigian di disarmare l’Artsakh. Se le tensioni nel Caucaso meridionale dovessero intensificarsi di nuovo, questo potrebbe diventare una questione spinosa per la Russia, già militarmente impegnata sul fronte Ucraina. Il mese scorso, in occasione dell’incontro tra il primo ministro armeno Nikol Pashinian e il presidente dell’Azerbaigian Ilcham Aliyev a Bruxelles, Armenia e Azerbaigian hanno dichiarato di voler negoziare un trattato di pace mediato dall’UE. Le rivolte della popolazione a Yerevan rischiano ora di minare questo processo alla base e di portare potenzialmente ad una nuova escalation di violenza nel Paese.

 

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BANGLADESH

A Rajshahi una settimana sul dialogo interreligioso di Sumon Corraya

AsiaNews - Rajshahi - 3 maggio 2022

Promossa dalla Conferenza episcopale ha visto la partecipazione di fedeli da tutte le diocesi. L'arcivescovo di Dhaka Bejoy D'Cruze: "Siamo una minoranza ma promuovere la fratellanza tra tutte le comunità ci rende forti".

      

  

Un seminario nazionale di una settimana sul tema "Dialogo interreligioso-armonia: la prospettiva della Chiesa cattolica", ha avuto luogo presso il Centro Pastorale Christo Jyoti nella diocesi di Rajshahi dal 25 al 30 aprile. L’appuntamento è stato promosso dalla Commissione episcopale per l'unità dei cristiani e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale del Bangladesh (Cbcb).

Al seminario hanno preso parte 72 cattolici provenienti da otto diocesi del Paese. L'arcivescovo Bejoy 'D'Cruze di Dhaka, missionario degli Oblati di Maria Immacolata e presidente della Commissione episcopale per l'unità dei cristiani e il dialogo interreligioso, ha introdotto la riflessione dicendo: "La nostra Chiesa in Bangladesh è piccola, ma piano piano sta diventando grande. Anche se i cristiani sono la minoranza in questo Paese, dovremmo essere forte. Le persone istruite vogliono un Paese laico, dove tutte le persone di fede vivano nella fratellanza. E il dialogo interreligioso è un passo importante per questo".

Dipok Akka, un giovane partecipante di Rajshahi, racconta di aver tratto ispirazione dalla partecipazione al seminario: "Dovrei conoscere gli insegnamenti delle altre fedi. Dovrei mostrare rispetto per le loro tradizioni religiose. Invece di discutere, dovremmo ascoltare e mostrare rispetto per i punti di vista degli altri". Aggiunge che se tutte le persone conoscessero bene il dialogo interreligioso, non vi sarebbero conflitti.

Il Bangladesh è un Paese a maggioranza musulmana dove la minoranza cristiana e altre fedi vivono con una relazione di fratellanza con moltissimi musulmani. I partecipanti al seminario hanno auspicato che il dialogo interreligioso venga incluso nel curriculum dei libri di testo nei college ma anche nelle Madrasa, le scuole islamiche. Si sono inoltre augurati che anche tra i musulmani e gli indù questo tipo di seminari vengano promossi con maggiore frequenza, affinché il fondamentalismo possa essere eliminato dal Paese.  

  

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Barishal, fioriscono vocazioni femminili fra i tribali di Sumon Corraya

AsiaNews - Barishal - 5 maggio 2022

Nei giorni scorsi tre novizie delle Lhc Sisters hanno pronunciato i voti nella cattedrale di san Pietro. Per la superiora il desiderio di vita consacrata nasce dal rapporto quotidiano e dal distacco dai valori della modernità, dai social. Il ritorno al villaggio di suor Sumali Cecilia Tripura, accolta da danze e fiori dall’intera comunità.

             

La Chiesa in Bangladesh cresce, anche a livello di vocazioni, traendo sempre maggiore forza dalle popolazioni tribali in cui la sete della fede e la scoperta dell’incontro con Cristo spinge sempre più persone alla vita consacrata, in particolare fra le donne. Il 29 aprile tre novizie, appartenenti alla congregazione delle Little Handmaids of the Church (Lhc Sisters) e provenienti da famiglie di neo-convertiti, hanno pronunciato i voti nella cattedrale di san Pietro a Barishal, nel centro-sud del Paese. Esse sono: suor Sumali Cecilia Tripura, della diocesi di Chattogram, proveniente dalla comunità indigena di Tripura; suor Gouri Murmua e suor Shaphaly Lucy Hasda, entrambe indigene Santal originarie della diocesi di Rajshahi.

Una vocazione, racconta la loro superiora suor Mamata Palma, nata con l’incontro e nel rapporto quotidiano che si è sviluppato nel tempo, nelle visite alle famiglie e nell’invito rivolto alle ragazze di abbracciare la vita consacrata. “Un tempo - sottolinea ad AsiaNews - le vocazioni arrivavano in gran parte dalle famiglie Bengali, ora in larga maggioranza dalle famiglie tribali. Quest’anno abbiamo tre nuove suore e vengono tutte da famiglie tribali” molte delle quali hanno incontrato la fede solo negli ultimi anni, sono neo-convertiti, grazie all’opera di evangelizzazione promossa da missionari locali e stranieri.

Un percorso vocazionale che non si ferma, ma prosegue con rinnovato vigore visto che oggi vi sono “otto aspiranti suore e una novizia” che si stanno preparando a fare il loro ingresso “nella nostra congregazione, per poi diventare suore” sottolinea la religiosa. Di questi tempi contraddistinti da un calo nelle vocazioni in molte nazioni, aggiunge suor Mamata, è un fatto “sorprendente”.

La ragione, prosegue, è che “molte di loro, soprattutto fra le più giovani, vogliono tornare alla radice [della fede e della vita] in questi tempi moderni caratterizzati dai social media. Alcune di esse trovano pace in una vita semplice, stanche della frequentazione della rete e dei social stessi, di questa modernità”. Noi, spiega la religiosa, entriamo “personalmente in contatto con le giovani, presentiamo la nostra esperienza e le invitiamo a seguirla. Sono in molte ad accogliere la nostra proposta e fanno il loro ingresso” nella comunità, dove “noi suore cerchiamo di essere un esempio”.

Le Lhc Sisters sono una comunità religiosa locale di suore, fondata nel 1956 da un gruppo appartenente alle suore della Santa Croce. A oggi sono 33 le suore parte della congregazione. Il 3 maggio suor Sumali Cecilia Tripura, una delle novizie ad aver preso i voti, quinta di otto figli, è andata in visita ai familiari nel villaggio di Pishai Chandrapara, nella parrocchia di Bolipara, distretto di Bandarban dove è stata accolta con danze, balli e corone di fiori dall’intera comunità. Una festa, per la prima vocazione nata nel villaggio In cui oggi vivono 18 famiglie cattoliche.

“I miei genitori, che in passato adoravano migliaia di divinità, - racconta suor Sumali, 23 anni, ad AsiaNews - sono stati fonte di ispirazione nella scelta di diventare suora. Ci vogliono quattro dal villaggio alla parrocchia di Bolipara. La sorella di mia madre è anch’essa una religiosa. Ho sempre amato la vita consacrata”. Le suore, prosegue, conducono “una vita semplice ed è quello che ho desiderato anche per me”. Una testimonianza che vale mille parole, un esempio che anche la sorella più giovane Anjoly Tripura intende seguire, visto che da qualche tempo ha fatto il suo ingresso come aspirante novizia fra le missionarie della Carità.

 

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CINA

Per puntellare il potere, Xi ha indebolito i ‘nemici’ della Gioventù comunista

AsiaNews - "Lanterne Rosse" - Pechino - 5 maggio 2022

La fazione di cui fa parte il premier Li Keqiang ha perso quattro milioni di iscritti in 10 anni. 20° Congresso del Partito comunista: il presidente cinese vuole un alleato come nuovo primo ministro. Solo peggioramento della pandemia e crisi economica potrebbero ostacolare Xi, portando alla guida del governo Hu Chunhua, esponente della Gioventù  

        

Rimane con ogni probabilità il pericolo “interno” maggiore per la sua nomina a un terzo, storico mandato al potere durante il 20° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) del prossimo autunno. Dalla sua salita al potere nel 2012, Xi Jinping è riuscito però a indebolire in modo progressivo la Gioventù comunista, la potente fazione del Partito legata al suo predecessore Hu Jintao e all’attuale premier Li Keqiang.

Come riporta Nikkei Asia, alla fine del 2021 la Gioventù comunista ha registrato 73,7 milioni di aderenti, in calo di quattro milioni rispetto a 10 anni prima. Nello stesso periodo l’adesione al Pcc è cresciuta di 10 milioni, arrivando a 95 milioni di iscritti.

Xi non aveva una solida base di potere quando è diventato segretario generale del Partito un decennio fa. L’influenza esercita dalla Gioventù, soprattutto grazie alla sua estesa organizzazione, lo preoccupava: da qui i suoi sforzi per emarginarla, favorendo i propri protetti dal Fujian e Zhejiang, dove è stato leader provinciale del Pcc.

Data quasi per scontata la permanenza al potere di Xi, l’attenzione della leadership si rivolge a chi dovrà sostituire Li Keqiang, prossimo a finire il proprio mandato. Uno dei favoriti nella contesa era Li Qiang, segretario del Partito a Shanghai: la crisi sanitaria nella megalopoli commerciale e finanziaria del Paese lo avrebbe fatto cadere però in disgrazia. L’altro nome caldo per il posto da premier è quello di Li Xi, boss del Pcc nella ricca provincia meridionale del Guangdong, anch’egli un uomo di Xi.

La Gioventù comunista punta su Hu Chunhua, vice premier e membro del Politburo. Egli è molto apprezzato per i risultati ottenuti nella lotta alla povertà e nella sicurezza alimentare.

Solo un indebolimento di Xi potrebbe portare alla nomina di Hu Chunhua. Se assumesse toni drammatici, il peggioramento della pandemia da Covid-19 ostacolerebbe la corsa di Xi e rimetterebbe in gioco i suoi avversari nel Pcc. Shanghai è in lockdown da più di un mese; Pechino non ha ordinato ancora una chiusura totale, ma sta compiendo test di massa e ha incoraggiato almeno 3,5 milioni di cittadini a lavorare da casa. Nel complesso ci sono focolai attivi in 14 province, che interessano 180 milioni di persone.

Xi ha ribadito più volte che il governo continuerà a seguire la politica “zero-Covid”, invece che adottare forme di convivenza con la malattia come accaduto in quasi tutto il mondo. Questa insistenza inizia però a suscitare proteste, veicolate dal web.

Un articolo di critica pubblicato a fine marzo dall’esperto sanitario sino-americano Zhang Zuofeng circola molto sui social network cinesi. In esso il docente della Ucla chiede in modo aperto di cambiare la linea zero-Covid, soprattutto di abbandonare i controlli antigenici di massa, che a suo dire accrescono il rischio di trasmissione dell’infezione.

Nuovi e protratti lockdown rischiano di rallentare ancor di più l’economia, già in difficoltà nell’ultimo trimestre del 2021: un lusso che Xi non si può permettere. Per tutelarsi, il presidente cinese ha messo intanto il bavaglio a chi lancia l’allarme, come il noto economista Hong Hao. È da vedere se basterà.

 

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IRAQ

Card. Sako: Stato ‘civile e democratico’ contro l'emigrazione

AsiaNews - Baghdad - 4 maggio 2022

Il primate caldeo sottolinea l’importanza di “eguali” diritti e cultura per cementare un’appartenenza comune, più forte dell’affiliazione religiosa, etnica o di genere. Il contributo dei cristiani allo sviluppo del Paese, l’impegno educativo frutto di valori umani e principi morali come la fratellanza. I tentativi di stravolgimento demografico tuttora in atto.

            

Instaurare uno Stato “civile e democratico”, nel quale tutti i cittadini sono “uguali” per diritto e cultura, a prescindere “dalla affiliazione religiosa, dall’etnia o dal genere”, perché “non esiste una vera democrazia” in un Paese privo di istituzioni “forti”. È quanto scrive il primate caldeo, card. Louis Raphael Sako, in una riflessione pubblicata sul sito del patriarcato in cui torna a discutere delle migrazioni, un “fenomeno del nostro tempo”. Nel documento, il porporato attacca quanti “mescolano” religione e politica per “distorcerle”, come avviene “per l’islam politico” o il cristianesimo “nel Medioevo”. E non risparmia critiche alla “cultura delle quote” che ostacolano la nascita di uno “Stato moderno” che abbraccia tutti.

Più volte il primate caldeo ha approfondito la questione delle migrazioni, che tocca da vicino la comunità cristiana irachena - ridotta ad un terzo dall’invasione Usa del 2003, passando da quasi un milione e mezzo a meno di 500mila - e che tanto ha sofferto le persecuzioni. Egli ha lanciato ripetuti appelli per un futuro che va costruito fondandosi su “garanzie” e una “base comune” rappresentata dalla cittadinanza. Mentre la sfida dell’emigrazione può essere vinta solo “restituendo un tessuto sociale e politico” alle persone sul quale “ricostruire la propria vita”.

Il card. Sako sottolinea l’importanza “dell’impegno educativo” che scaturisce da valori “umani fondamentali” e “principi morali” come fratellanza, amore e tolleranza. Per costruire una nazione salda servono un “obiettivo comune” e una “educazione comune” che siano “basi” di convivenza, e fondate su “cittadinanza, uguaglianza e giustizia”. Il porporato attacca poi il sistema delle quote che ha regolato a lungo la vita sociale, politica ed economia e che ha spesso favorito l’interesse di parte, mentre un rappresentante delle istituzioni deve “rappresentare e difendere tutti gli iracheni”.

Del resto l’emigrazione spesso è frutto di scelte dolorose che portano ad allontanarsi “dalla propria terra, dalla famiglia, dalla società e dalla cultura”. Un esodo, prosegue, che è causato da “conflitti e guerre assurde”, da “corruzione e assenza di democrazia, giustizia e uguaglianza” come accaduto in Iraq, Siria, Libano e “quello che sta accadendo oggi in Ucraina”, in seguito “all’assurda guerra” lanciata dalla Russia. Il primate caldeo si sofferma poi “sull’emigrazione dei cristiani iracheni”, legata a molteplici fattori, dalle violenze confessionali all’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis) nel nord.

Fino agli attacchi in atto ancora oggi di milizie sciite nella piana di Ninive, che rischiano di provocare uno stravolgimento demografico in un’area storicamente a maggioranza cristiana. I cristiani sono “il popolo originario” di questa terra, presenti “prima dell’avvento dell’islam”. Essi hanno svolto un “ruolo importante” prima e dopo l’ascesa dei musulmani “nella costruzione della civiltà” affermando il “comandamento dell’amore” che deve abbracciare anche i nemici in una prospettiva comune “di pace e di tolleranza”, lontani “da odio e vendetta”.

Il card. Sako rivolge infine un pensiero ai cristiani rimasti in Iraq, che “desiderano continuare la loro vita” nel Paese e partecipare “alla sua costruzione, al suo progresso e alla sua prosperità”. Ciononostante, essi devono affrontare attacchi, abusi, violazioni, discriminazioni che, in alcuni casi, sfociano in “cambiamento demografico di interi villaggi” o “nell'abbandono del patrimonio e dei beni” di fronte alla prospettiva di essere vittime sacrificali “perdendo così fiducia nel futuro”. “Il governo e la Chiesa - conclude - devono analizzare attentamente il fenomeno e trattarlo in modo serio, lontano da quello attuale, promulgando una nuova legislazione che renda uguali i cittadini e crei le prospettive per una vita dignitosa”.

 

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ITALIA

L’invasione che non c’è. E altre bugie sui migranti di Marco Trovato

africarivista.it/ - 1 maggio 2022

  

Nell’immaginario collettivo, la parola “immigrato” evoca una persona povera e dalla pelle scura che sbarca sulle coste italiane. Eppure la gran parte degli immigrati non è giunta via mare e i subsahariani rappresentano solo il 15% degli stranieri in Italia (le comunità più numerose provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina). Il linguaggio tradisce gli stereotipi, come avviene del resto con il termine “extracomunitario” (non appartenente all’Ue), che mai verrebbe associato a uno svizzero o statunitense.

Meno di un immigrato su tre è musulmano, eppure leader politici e commentatori agitano la minaccia islamica all’identità nazionale. Mettono in guardia dalla “emergenza sbarchi” benché i numeri li smentiscano: nel 2021 gli arrivi sono stati 67.040, nulla di inaudito (nel 2014-18 se ne registrarono tra i 110.000 e i 180.000 l’anno).

Ben altro dovrebbe scandalizzarci: le tragedie nel Mediterraneo (benché il flusso dei migranti sia diminuito, il tasso di mortalità delle traversate è cresciuto), gli accordi vergognosi siglati dal nostro governo con la Libia e dalle autorità europee con la Turchia, i muri coi fili spinati presidiati dai militari e l’uso della forza per respingere i migranti ai confini dell’Unione, in spregio al rispetto dei diritti umani.

Sbraitano contro “l’invasione dei migranti” a dispetto dell’evidenza. In Italia abbiamo circa cinque milioni e mezzo di stranieri, una quantità largamente assorbibile, peraltro equiparabile al numero di italiani emigrati e attualmente residenti all’estero: l’Italia non ha problemi di invasione, semmai di… evasione dei suoi giovani. Oltretutto chi arriva nel nostro Paese non è il più povero: il viaggio costa, è un investimento che in pochi possono permettersi.

Il 93% degli emigrati subsahariani non lascia il continente: cerca fortuna in altri Paesi africani, il più delle volte rimane nella propria regione. Sudafrica, Nigeria e Costa d’Avorio sono più attraenti e facili da raggiungere, ma la sindrome dell’assedio di cui soffriamo stravolge la nostra percezione. Il guaio è che nel dibattito pubblico il fenomeno migratorio viene spesso ridotto ad argomento da rissa. Contano le urla isteriche, la propaganda intrisa di pregiudizi, le fake news. C’è da scommetterci: passata l’emergenza sanitaria, ritorneranno le speculazioni politiche sulla minaccia straniera.

Ci ostiniamo a interrogarci su come frenare l’arrivo dei migranti. Ma la domanda da porci è un’altra: possiamo fare a meno di loro? La risposta è no. Gli studi demografici ci ricordano che l’Italia (la cui popolazione, 46,7 anni di età media, è la più vecchia d’Europa) ha un tasso di natalità ai minimi storici e necessita di nuovi ingressi costanti per compensare la riduzione della popolazione attiva.

Il nostro Paese è destinato a spopolarsi e invecchiare. Nel 2050 i cittadini italiani saranno 6 milioni meno di oggi, e la metà avrà più di 65 anni. Chi porterà avanti l’economia? Chi pagherà le pensioni? Già oggi, interi comparti produttivi stanno in piedi grazie alla manovalanza immigrata: pensiamo ai settori agroalimentare, edile e manifatturiero. Pensiamo ai riders, ai corrieri dell’e-commerce, alle “badanti” (sono un milione e mezzo, quasi tutte donne straniere: se non ci fossero loro, il nostro welfare collasserebbe).

Sebbene agli immigrati siano in genere riservate le mansioni meno qualificate e retribuite, il loro contributo alla crescita della ricchezza nazionale vale un tesoretto: oltre 8 punti di Pil. Non solo. Gli immigrati versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono solo 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali. Gli imprenditori lamentano la carenza di manodopera per spingere la ripresa. Servirebbero almeno 160.000 (secondo gli studi più prudenti) nuovi ingressi annui di lavoratori stranieri. Ma l’ultimo decreto flussi ne prevede 27.700 (più 42.000 a termine dedicati al lavoro stagionale).

Il mondo economico vorrebbe aumentare le quote, quello politico tende a innalzare muri. Ma poiché le migrazioni fanno parte della storia dell’umanità – impensabile e irragionevole pensare di bloccarle –, la gente continuerà a spostarsi per vie illegali e insicure.

Oggi le leggi costringono moltitudini di persone – di cui abbiamo in larga parte bisogno – a vivere nell’ombra e alimentano situazioni di sfruttamento e di economia criminale. I rimpatri forzati, poi, non funzionano: costano troppo, mancano accordi di riammissione con i Paesi di origine e non frenano la voglia di partire né di riprovarci.

Anche il refrain “aiutiamoli a casa loro” è equivoco: le migrazioni non sono una patologia, curabile con lo sviluppo. Oltretutto gli studi sul fenomeno sono chiari: la crescita del reddito medio fa aumentare – quantomeno nelle prime fasi di sviluppo – la propensione a emigrare.

Dovremmo semmai scongiurare le migrazioni forzate, evitando di saccheggiare materie prime e terre fertili dei Paesi poveri, o vendere armi che alimentano guerre, o finanziare regimi sanguinari. Dovremmo inoltre accelerare la transizione energetica verso le rinnovabili: i cambiamenti climatici causano decine di milioni di migranti dai territori più vulnerabili.

In realtà l’emigrazione, di per sé, è una leva di sviluppo: Le rimesse degli emigrati africani verso i loro Paesi di origine (80 miliardi di euro lo scorso anno) valgono assai più degli aiuti elargiti dalle nazioni ricche. E i migranti lo sanno bene. Morale: continueranno ad arrivare, niente e nessuno li fermerà, come l’acqua che scende dalle montagne troveranno mille varchi per raggiungere il mare. E questo flusso inarrestabile sarà una benedizione: la nostra salvezza.

 

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La lettera al Pontefice: mandi un’ambasceria

Avvenire - 4 maggio 2022  

          

C’è la proposta di inviare un’ambasceria informale a Mosca e Washington, al centro della lettera al Papa, primo firmatario il giornalista Raniero La Valle («Chiesa di tutti Chiesa dei poveri») per sostenere Francesco nel suo impegno per la pace.

Destinatari dell’ambasceria Putin e Biden cui sollecitare «un patto di non negoziabile e irrevocabile coesistenza nel pianeta che è a tutti comune» a partire, «da un’istantanea cessazione del fuoco». A firmare la lettera decine di nomi, del mondo ecclesiale e laico, tra cui, per citare i primi nell’elenco, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, Domenico Gallo «Costituente Terra», Gustavo Zagrebelsky presidente emerito della Consulta, monsignor Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo, Giovanni Traettino, pastore evangelico, Marco Travaglio direttore de “Il Fatto quotidiano”, Mario Dogliani, costituzionalista, padre Alex Zanotelli missionario comboniano, Marco Revelli, Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Consulta.

La lettera inviata al Papa salutato come «santità, Papa e pastore, padre e fratello nostro Francesco o come ognuno di noi preferisce chiamarla da diverse sponde culturali e religiose», si apre richiamando gli «strenui sforzi del Pontefice per la pace» e l’angoscia «per la cattiva e letale forma di convivenza che si sta stabilendo a livello globale, non solo per la guerra in corso, contro le speranze di un mondo più prospero e sicuro che erano nate sul finire del secolo scorso». Oggi «il sentimento impellente – recita il testo – è che il mondo debba essere salvato, ma nonostante le buone volontà che pure sono presenti, non sembra che ve ne siano oggi le premesse, anzi il pericolo per la condizione umana va di giorno in giorno crescendo. Noi sentiamo che per uscirne ci vorrebbe una grande conversione di culture e di politiche che coinvolgesse grandi moltitudini, ma siamo pure convinti che, grazie alla infinita dignità e alle potenzialità di ogni singolo essere umano, anche una sola persona, in date circostanze, può essere lo strumento perché il mondo sia salvato». Di qui l’invito al Papa, anche alla luce della «sua disponibilità a recarsi perfino a Mosca per fermare la guerra» a farsi protagonista un tale tentativo. «Tutti conosciamo le cause e le responsabilità vicine e lontane della guerra – spiega la lettera –, tutti sappiamo che in molti modi abbiamo sbagliato. Ma oggi non è il momento di giudicare. (...) Le chiediamo – ecco il cuore dell’appello – di voler umilmente attivare questo processo, dando mandato per esercitarlo a una persona di sua fiducia», inviando ai presidenti Biden e Putin «un’ambasceria informale in cui si chieda loro, accantonata ogni ragione di anche legittimo risentimento, di stipulare un patto di non negoziabile e irrevocabile coesistenza nel pianeta che è a tutti comune; un patto che garantisca la vita da vivere insieme e lo sviluppo dei loro popoli e con loro di tutti i popoli, arrestando istantaneamente l’attuale concatenazione di offese e minacce per ogni possibile e diverso agire e destino futuro». I firmatari suggeriscono al Papa anche un nome a cui affidare questa ambasceria: l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, «una donna che ha una grande esperienza e conoscenza di persone, di eventi e di politiche ». In più è «una sorella di fede». (Red.Cath.)

 

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La solidarietà non è reato: si affermi una volta per tutte di Maurizio Ambrosini

Avvenire - 5 maggio 2022

L’assoluzione degli umanitari di Baobab e la voce della Consulta

        

L’assoluzione dei solidali della onlus romana Baobab Experience («Il fatto non sussiste») è una decisione emblematica nella contesa tra accoglienza umanitaria e chiusura dei confini. Non è un fatto nuovo, perché altre sentenze analoghe l’avevano preceduta, come l’assoluzione di Carola Rackete confermata dalla Cassazione, o quella dei volontari di Linea d’Ombra di Trieste, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, dediti al soccorso di chi arriva in città dalla rotta balcanica. Finora tutti i procedimenti giudiziari contro persone e ong impegnate in forme spontanee di aiuto verso i migranti, e segnatamente verso i richiedenti asilo, si sono risolti in assoluzioni, ossia in sconfitte per gli accusatori. Nel caso di Andrea Costa e di Baobab era stata ipotizzata addirittura l’associazione per delinquere, disponendo lunghe indagini, comprensive anche di intercettazioni telefoniche, tanto gravi erano le accuse a carico degli indagati. Sorge spontanea una domanda: se le risorse spese – e sprecate – per perseguire Baobab e altri solidali non potessero essere impiegate per indagare su ben più consistenti reati. Stiamo parlando di risorse scarse, quindi di personale e mezzi distolti da altri obiettivi e dirottati sull’improbabile minaccia rappresentata da chi accoglie persone in transito e le aiuta a compe- rare un biglietto di pullman, senza nessun profitto personale.

Un’altra sentenza, nel frattempo, è stavolta di geometrica potenza, visto che si tratta di un pronunciamento della Corte costituzionale (63/2022), ha stabilito che anche l’aiuto fornito a familiari e parenti non è concepibile come aggravante pur in vicende segnate da irregolarità nel movimento di persone. Non di meno, il mero fatto che questi procedimenti vengano aperti e reiterati ha un significato politico e morale: segnalare il disvalore di queste azioni, stigmatizzarle agli occhi dell’opinione pubblica, ostacolarne la continuazione e riproduzione. E nello stesso tempo intimidire e scoraggiare chi si dedica a tali iniziative umanitarie. Basti pensare a come le ripetute inchieste contro i salvataggi in mare, le lunghe e minuziose

ispezioni a bordo delle imbarcazioni umanitarie, i sequestri di quegli stessi scafi, abbiano ottenuto l’effetto di allontanare per mesi le navi delle ong dal canale di Sicilia, e di rendere ancora oggi complicati e controversi i salvataggi in mare. Il problema non è solo italiano. L’esasperata politicizzazione delle questioni legate all’immigrazione, e il loro sfruttamento in chiave propagandistica, hanno prodotto fra altri effetti tossici un’insensata guerra a chi soccorre, accoglie, rifocilla le persone, senza guardare ai loro documenti. Il principio di sovranità e la difesa dei confini sono stati elevati da alcuni, e anche da una certa magistratura, a valori assoluti, superiori alla protezione della vita e della dignità degli esseri umani. Negli Stati Uniti d’America i volontari che soccorrono i migranti nel deserto, al confine con il Messico, sono stati colpiti più volte con multe e processi penali. In Francia il noto attivista-agricoltore Cédric Herrou, come diversi altri, è stato condannato nel 2017 e posto agli arresti domiciliari, prima che la Corte costituzionale d’Oltralpe pronunciasse nel luglio 2018 una sentenza di fondamentale importanza, giudicando incostituzionale il 'reato di solidarietà': il sostegno disinteressato a una persona migrante non può essere perseguito, in nome di quel 'principio di fraternità', che va posto sullo stesso piano degli altri due principi fondativi della Repubblica francese, la libertà e l’uguaglianza.

La difesa dei confini e le regole sull’immigrazione vanno contemperate con principi umanitari, segnatamente verso chi fugge da guerre e persecuzioni. Il caso ucraino ce lo sta ricordando. Soprattutto vanno tutelati coloro che, di loro iniziativa e senza interessi personali, si prodigano per soccorrere gli esseri umani. La loro azione, fra l’altro, consente ai poteri pubblici di esercitare i propri compiti di garanzia dell’ordine e della sicurezza, proteggendo nello stesso tempo le persone in arrivo o in transito da gravi pericoli per la loro incolumità, salute e dignità.

È lecito sognare, dunque, che s’investa la Corte costituzionale italiana perché si possa arrivare a un solenne e definitivo pronunciamento, in consonanza con quello dei massimi giudici francesi.

 

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Primo maggio 2022 nel nome di Habib. Il lavoro degno genera pace di Francesco Riccardi

Avvenire - 30 aprile 2022  

   

Il lavoro ha mille facce, in positivo e in negativo. Ma il volto che dovremmo tenere a mente in questo Primo Maggio è quello di Habib Ulhaq, operaio tessile fiorentino, di Campi Bisenzio. È stato licenziato la scorsa settimana per aver osato chiedere di riposare il giorno di Pasquetta. Come ha denunciato il Si Cobas, infatti, lui e i suoi compagni erano costretti a lavorare per circa 12 ore al giorno tutti i giorni, domeniche e festivi compresi. Tanto che l’azienda – proprietari di origine cinese, una di quelle che cambiano ragione sociale ogni paio d’anni per eludere i controlli – di fronte all’«inusitata» richiesta l’ha messo alla porta assieme a 4 colleghi.

Quello di Ulhaq non è un caso anomalo. È piuttosto la triste icona di un distretto, in cui la cattiva moneta delle imprese fantasma che sfruttano il lavoro nero sta scacciando quella buona delle aziende che rispettano le norme. Alcune delle quali, ormai, si sono trasformate in complici, subappaltando parti di lavorazione a chi, solo violando le regole, è in grado di assicurare tempi di consegna e costi ridottissimi. Quasi sempre facendola franca, almeno finché non ci scappano i morti. Come accadde a Prato il 1° dicembre 2013, in un incendio che fece sette vittime e squarciò il velo dell’ipocrisia di un intero territorio. O come quando, giusto un anno fa, e sempre in quel lembo di Toscana, l’inosservanza delle misure di sicurezza in una fabbrica finì per dilaniare la vita della giovane Luana D’Orazio.

La piaga del lavoro nero, dello sfruttamento dei lavoratori, la scarsa tutela della loro salute non riguardano un singolo settore produttivo o una porzione del Paese. Sono viceversa diffusi in maniera capillare nella logistica come in agricoltura, nell’edilizia e nei servizi alla persona, nell’industria e nel turismo. Il caporalato non è più triste prerogativa del Mezzogiorno arretrato, l’incidenza maggiore oggi si registra nel Settentrione sviluppato. Le violazioni di legge non si riscontrano solo nei campi di pomodoro, ma anche in blasonati centri stampa. Non riguardano esclusivamente i muratori selezionati prima dell’alba in qualche piazza appartata, ma i rider sulle bici alla luce del sole e dei lampioni delle nostre città. Quelli che bussano alle nostre porte o, a volte, come le badanti sono dentro casa nostra, accanto agli anziani.

Cgil, Cisl e Uil hanno opportunamente scelto Assisi per festeggiare i lavoratori e contrapporsi alla logica distruttiva della guerra. E se è vero, come ripete papa Francesco, che «ogni guerra nasce da un’ingiustizia», il nostro sforzo per costruire la pace non può che partire dal sanare le nostre di ingiustizie, da noi stessi, in un ambito fondamentale qual è il lavoro. Occorrono certo più controlli e una repressione efficace che funga da reale deterrenza per sanare le piaghe dello sfruttamento e delle mancate tutele. Ma serve anche una maggiore coscienza nel nostro ruolo di imprenditori, consumatori, utenti di servizi. Soprattutto va recuperato il senso profondo del lavoro, strumento principe con cui non solo realizziamo noi stessi, ma interagiamo creativamente con gli altri e partecipiamo alla costruzione del bene comune.

La nostra resistenza, il nostro impegno sociale e di pace in questo Primo Maggio, allora, stanno nel disarmare lo sfruttamento e restituire al lavoro l’intero suo valore. Perché il volto di Ulhaq (e delle decine di migliaia di altri lavoratori nelle sue stesse condizioni) diventi quello dell’inclusione e del rispetto dei diritti. Non è utopia, è possibile. Come dimostra la scelta del piccolo imprenditore Mauro Marini che ieri ha offerto a Ulhaq e altri 4 compagni un’assunzione regolare nella sua azienda di San Sepolcro. Occorre volerlo.

 

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Rom, rifugiati nei margini (4) di Manuela Cencetti

rivistamissioniconsolata.it/ 8 aprile 2022

Una lunga storia di nomadismo forzato  

        

Rom «ziganizzati» in fuga dalla Romania.

Il caso Torino. Da lavoratori a zingari

Data la precarietà e il razzismo strutturale di cui sono destinatari, i Rom romeni, sedentari in patria, arrivati in città non trovano altri luoghi nei quali vivere che non siano baracche in zone periferiche e «invisibili». È il nomadismo forzato di cui sono esempi formidabili i campi di Lungo Stura Lazio e di via Germagnano nel capoluogo piemontese.

Le migrazioni internazionali di comunità rom dalla Romania diventano consistenti dalla fine del regime comunista, benché siano già iniziate a partire dai primi anni Ottanta.

Nel periodo socialista le popolazioni rom dei paesi dell’Europa centro orientale erano generalmente oggetto di politiche di assimilazione e di sedentarizzazione forzata. Questo rappresentava una grande differenza con le politiche segregazioniste o apertamente persecutorie degli stati dell’Europa occidentale nello stesso periodo.

Nei paesi dell’Europa dell’Est, migliaia di Rom erano impiegati nel sistema economico socialista, lavoravano quindi nelle fabbriche come operai poco o per nulla qualificati, confusi con gli altri lavoratori, o nelle grandi cooperative di produzione agricola. Altri erano riusciti a rimanere al di fuori delle unità produttive socialiste e lavoravano nell’economia informale: piccolo commercio ambulante, riparazioni di utensili e calzature, artigianato, commercio e allevamento di bestiame, lavorazione e commercio di metalli, ecc.

Durante il regime di Ceaușescu, in particolare tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, quando conobbero un’importante crescita demografica, i Rom furono fatti oggetto di politiche di sedentarizzazione, proletarizzazione e «romenizzazione» (i Rom «romenizzati» sarebbero Rom con «stili di vita» rumeni, o che non parlano più il romanés, e che a volte prendono le distanze da alcuni «stili di vita» degli altri Rom rumeni).

Dal punto di vista abitativo, a molti di coloro che non erano sedentari, vennero assegnati appartamenti popolari o terreni. Molte comunità vennero disgregate. È importante sottolineare che la maggior parte della manodopera rom era impegnata in occupazioni non qualificate o in lavori molto pesanti, e che i loro salari erano più bassi di quelli del resto della popolazione.

            

Da lavoratori socialisti a «zingari»

A partire dal 1989, dopo la caduta del regime di Ceaușescu, la Romania attraversa un periodo di profonda crisi economica che peggiora con il passare degli anni e provoca i primi flussi migratori verso l’Europa occidentale. Le cause che spingono le persone a partire dopo il 1989 stanno nella trasformazione del sistema economico che fa ricadere gli effetti devastanti del capitalismo selvaggio innanzitutto sulle comunità rom. In pochissimo tempo migliaia di lavoratori e lavoratrici, primi tra tutti quelli meno qualificati, perdono il posto di lavoro. In particolare, nel primo anno successivo al crollo del socialismo rumeno, i Rom senza lavoro arrivano all’80%.

L’impoverimento è pesantissimo e con la mancanza di lavoro aumenta anche l’esclusione sociale. In breve tempo, la popolazione rom viene per l’ennesima volta colpita dal razzismo. Si verificano episodi di violenze collettive, di discriminazioni da parte delle stesse istituzioni statali, si moltiplicano casi di detenzioni illegali e maltrattamenti. Nel 1993, durante la sommossa di Hădăreni, nel distretto di Mureș, tre persone rom vengono assassinate, diciannove case bruciate e cinque distrutte.

Come ha ben descritto la studiosa romena Eniko Vincze: «Accanto ai cambiamenti post-socialisti durante gli anni ’90 […] e il neoliberalismo trionfante degli anni 2000 […], l’assimilazione è stata gradualmente sostituita da politiche di razzializzazione. Nel caso della politica assimilazionista, i Rom rappresentavano un problema culturale che si sarebbe dovuto risolvere non appena avessero adottato le norme culturali della società socialista (lo stato socialista ha utilizzato questo modello di ingegneria sociale per l’intera popolazione premoderna e rurale della Romania, cercando la sua necessaria trasformazione in lavoratori urbani). Dopo il 1990, la razzializzazione dei Rom, come conseguenza involontaria e perversa del loro riconoscimento come minoranza etno nazionale che avrebbe dovuto godere di diritti culturali e linguistici, e la necessità di spiegare perché vivevano in povertà senza riconoscerne le cause economiche e politiche, ha trasposto la differenza e la disuguaglianza tra romeni/ungheresi da un lato e Rom dall’altro nel regno della biologia e della fisiologia» (1).

All’inizio degli anni ’90, con il trionfo dell’ordine neoliberale, le popolazioni rom della Romania e di altri paesi dell’Europa centro orientale sono colpite da un processo di pauperizzazione estrema che si combina all’antiziganismo storico fatto di episodi di aggressioni a singoli, gruppi o comunità, utilizzo di discorsi di odio, pratiche di sfruttamento, esclusione socio economica, segregazione abitativa e spaziale, stigmatizzazione diffusa, rappresentazioni negative da parte di politici e accademici.

     

I primi arrivi a Torino, una città a parte

La permanenza dei migranti rom rumeni sul territorio torinese a partire dagli anni Novanta è sostanzialmente illegale. Inizialmente sono stati numerosi i tentativi di richiesta di asilo politico, ma, dato il generale respingimento delle domande, questa modalità di ingresso in Italia è stata progressivamente abbandonata per conformarsi alla prevalente modalità di permanenza sul territorio in attesa di una delle numerose sanatorie che caratterizzano il governo dei corpi migranti in Italia. Nel corso degli anni Novanta, infatti, lo strumento principale mediante il quale lo stato gestisce i movimenti migratori è rappresentato dalle cosiddette «sanatorie», nell’assenza di una politica migratoria coerente complessiva. Per cui, anche i migranti rom provenienti dalla Romania rimangono in Italia in modo irregolare, andando a ingrossare le fila della manodopera precaria sfruttata nell’economia sommersa.

Data la loro estrema precarizzazione e dato il razzismo strutturale di cui sono destinatarie, queste persone non trovano altri luoghi nei quali vivere a Torino che non siano baracche autocostruite in zone della città periferiche e «invisibili». Va sottolineato che i Rom rumeni a Torino arrivano in un contesto di proliferazione di «campi rom», autorizzati e non, istituzionalizzata con la legge regionale n. 26 del 10 giugno 1993 che, così come accade nella maggior parte delle regioni italiane, cristallizza una forma abitativa razzializzata, giustificandola del tutto impropriamente come azione a salvaguardia di una supposta «identità etnica e culturale» dei Rom etichettati come «nomadi».

«In Italia nascono come campi nomadi […] e sono istituzioni regolate, in assenza di un quadro legislativo nazionale, da leggi regionali varate negli anni Novanta […]. Appena finiti di costruire si sono trasformati in insediamenti perennemente temporanei per i Rom in fuga dalle guerre dei Balcani e poi dalle zone depresse della Romania. Si sono evoluti da slums di baracche e roulotte a campi di container agli attuali villaggi, con un crescendo di sorveglianza e di dipendenza dalle istituzioni e una conseguente perdita di autonomia decisionale sulla propria vita» (2).

    

Una vita «fuori luogo»

La presenza della migrazione rom rumena a Torino diventa visibile, e quindi automaticamente un problema per le autorità pubbliche, nella primavera del 1998 quando un gruppo di 350-400 Rom rumeni cerca un luogo in cui poter vivere, e si ferma in uno spazio alla periferia Nord Ovest, in un campo vicino a corso Cuneo, per poche decine di metri nel comune di Venaria.

I migranti provengono in maggioranza dai villaggi di Fetești e Țăndărei, zone in cui si sono verificati incidenti ed episodi di violenza contro le comunità rom. Inizialmente questo gruppo è intenzionato a raggiungere la Francia o la Spagna, ma viene respinto in base alle norme previste dal trattato di Dublino. A quasi tutti loro, lo stato italiano nega il diritto di asilo o qualsiasi altro tipo di permesso di soggiorno. Poi, come sempre, arriva la violenza dello sgombero.

All’alba dell’8 febbraio 1999, una cinquantina di persone del campo vengono portate via senza alcun preavviso dalla polizia con i soli indumenti che hanno indosso in quel momento, e deportate con un volo da Malpensa per Bucarest. Quella stessa notte, le poche persone rimaste, che si erano nascoste per sfuggire alla deportazione, scappano a Torino, in via Germagnano. Il 10 febbraio, il campo di corso Cuneo viene completamente raso al suolo dalle ruspe. A fine giornata, tutto quello che apparteneva agli abitanti del campo viene ammassato e dato alle fiamme dagli operatori del comune, richiedendo, dopo poco, l’intervento dei Vigili del fuoco per circoscrivere il rogo di vestiti, coperte, utensili, giocattoli che fino a poco prima erano stati utilizzati dalle persone che vivevano lì (3).

     

Nascita del Platz

Intorno al 2000 inizia la vita del «Platz», ovvero la prima baraccopoli illegale di Lungo Stura Lazio, a Torino. Cresce nell’arco di 15 anni e diventa la più popolata della città e forse dell’Europa occidentale, arrivando a contare circa 2.000 abitanti. Tutti etichettati etnicamente come Rom, benché non siano solo Rom, ma più in generale persone povere, provenienti dalla Romania e non solo, che non hanno accesso ad abitazioni dignitose. L’unico spazio dove vivere a Torino, per loro, sono le sponde del fiume Stura, dentro la città, ma in un punto poco visibile.

Un report del Consiglio d’Europa restituisce il livello di violenza istituzionale all’interno di questo insediamento: «Il 15 aprile 2004 un gruppo di circa 90 Rom rumeni, 70 dei quali avevano chiesto l’asilo e di cui 20 non l’avevano ottenuto, vennero sgomberati dalle baracche in riva al fiume in cui vivevano […]. La polizia distrusse le baracche insieme a tutti i loro beni. Venti Rom senza documenti vennero espulsi. Una donna rom senza documenti fu invitata a tornare in Romania. Lei non obbedì e […] le autorità le tolsero i figli ponendoli sotto custodia statale. I 70 Rom che avevano fatto richiesta di asilo occuparono l’Ufficio immigrazione di Torino […]. Dopo 48 ore, furono spostati in una scuola vuota dove avrebbero dovuto vivere temporaneamente. Dopo l’arrivo di 36 persone rom nella scuola, i residenti della zona protestarono, così venne predisposto un campo con tre grandi tende […]. Gli altri Rom usciti dall’Ufficio immigrazione chiesero di poter essere inseriti nel campo appena costruito, ma l’Ufficio immigrazione glielo negò. […] il gruppo, di cui facevano parte molti minori, aveva fatto ritorno alle sponde del fiume ricostruendo le baracche» (4).

Fino all’ingresso della Romania nell’Unione europea nel 2007, a Torino sono frequenti gli sgomberi e gli spostamenti di rumeni rom e non rom da una baraccopoli all’altra. Essendo gli «ultimi arrivati» e non disponendo di mezzi di sussistenza, si adattano a vivere in baracche autocostruite in zone marginali e invisibili di Torino. All’assenza di risorse economiche e di tutela giuridica, si aggiunge la precarietà sanitaria, dato che non è possibile per loro iscriversi al Sistema sanitario nazionale e che l’unico mezzo per curarsi spesso è rivolgersi al pronto soccorso.

Prima del 2007, gli interventi di sgombero di piccoli insediamenti da parte delle forze dell’ordine sono quotidiani. Il loro principale effetto è quello di spingere centinaia di persone nella baraccopoli di Lungo Stura Lazio, uno spazio più facilmente controllabile dalle forze dell’ordine.  

 

Il pogrom della Continassa

Il 9 dicembre 2011, una ragazza di 16 anni residente nel quartiere delle Vallette (periferia Nord Ovest di Torino) denuncia una violenza sessuale da parte di due Rom. Nel quartiere viene organizzata per la sera successiva una fiaccolata di solidarietà con la vittima. Il giorno dopo, la sedicenne confessa di aver mentito, ma, nonostante questo, alcuni manifestanti si staccano dal corteo e attaccano la Cascina della Continassa dove vivono circa 50 persone rom rumene. Nel corso dell’attacco vengono devastate e incendiate baracche e roulotte, messe in fuga tutte le famiglie e ostacolati i soccorsi dei Vigili del fuoco. Benché in seguito si parlerà di un’azione improvvisata, già nella redazione del volantino che invitava alla fiaccolata, risultava chiaro l’intento, «Adesso basta ripuliamo la Continassa».

Il processo per il rogo della Continassa durerà anni. Il 13 luglio 2018 la Corte di Appello di Torino pronuncia la sentenza di secondo grado: sono confermate le condanne per quattro persone, mentre una quinta viene assolta. La Corte conferma l’impianto accusatorio di primo grado e l’aggravante di «odio etnico e razziale».  

 

Note

1- Enikő Vincze, Urban Landfill: A Space of Advanced Marginality, in «Philobiblon», vol. XVIII, 2013, n. 2. Traduzione nostra.

2- Francesco Careri, Una città a parte. L’apartheid dei Rom inItalia, introduzione all’inserto speciale L’abitare dei Rom e dei Sinti, de «Urbanistica Informazioni», n. 238, 2011, pp. 23-25.

3- Cfr. Marco Revelli, Fuori luogo. Cronaca da un campo rom, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

4- Consiglio d’Europa, Collective Complaint by the European Roma Rights Center against Italy, 27/2004.  

        

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LIBIA  

«In Libia crimini contro l’umanità» Dall’Aja nuove accuse sugli abusi di Nello Scavo

Avvenire - 30 aprile 2022  

       

Lo schermo dietro al quale governi e trafficanti di uomini si nascondevano è caduto. A lungo la Corte penale internazionale dell’Aja pur avendo prove sui crimini contro le persone ha faticato a collegarli ai crimini di guerra commessi in Libia. Il mandato del Consiglio di sicurezza agli investigatori internazionali, infatti, circoscriveva l’azione della giustizia internazionale ai soli crimini di guerra commessi dal 2011, quando in Libia venne inseguito e ucciso il dittatore Gheddafi mentre scoppiava una guerra per la spartizione del Paese e delle sue risorse energetiche.

Ma ora il nuovo procuratore è chiaro. «Gli abusi contro i migranti possono essere qualificati come crimini di guerra e crimini contro l’umanità».

“Successivamente (dopo la data del 2011, ndr) l’Ufficio ha ampliato il focus delle attività di raccolta delle prove per riflettere l’evoluzione della portata delle presunte attività criminali che hanno avuto luogo in Libia e che rientrano nella giurisdizione della Corte. Ciò ha incluso, ma non solo, i crimini commessi nei centri di detenzione, quelli commessi durante le operazioni del 2014-2020 oltre ai crimini contro i migranti. Alcune di queste indagini sono in una fase avanzata” si legge nel docu- mento del procuratore della Corte penale. Decisivi per riuscire a compiere questo passo in avanti sono stati in particolare due esposti di gruppi di esperti e giuristi internazionali, secondo una delle norme della Corte penale che consente di sottoporre elementi di prova alla procura, chiamata poi a valutarne le consistenza. “L’Ufficio – si legge ancora – ha ricevuto una vasta gamma di informazioni credibili che indicano che i migranti e i rifugiati in Libia sono stati sottoposti a detenzione arbitraria, uccisioni illegali, sparizioni forzate, tortura, violenza sessuale e di genere, rapimento per riscatto, estorsione e lavoro forzato”. Perciò “la valutazione preliminare dell’Ufficio è che questi crimini possano costituire crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, che dovranno successivamente essere valutati da una corte, quando dovesse essere istruito un processo.

Ma un paragrafo a parte viene dedicato a “due preziose comunicazioni ai sensi dell’articolo 15”, che appunto consente a organizzazioni di offrire un supporto alle inchieste. Pur non menzionandole direttamente, il dossier si riferisce a due gruppi di giuristi. Si tratta degli esposti firmati dal Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (Ecchr) che ha lavorato con “Avvocati per la Giustizia in Libia (Lfjl) a la Federazione internazionale per i Diritti umani (Fidh). Nello stesso periodo un’altra circostanziata denuncia è stata ammessa dalla corte. È firmata da vari giuristi, italiani e internazionali, della rete “ UpRights/ Adala for All/Strali”. In particolare la lunga comunicazione alla corte di “Uprights” si basa su molte delle inchieste di “ Avvenire”, citata agli atti della Corte penale internazionale. I giuristi, anche attraverso una rete di legali in Libia, hanno trovato una quantità sconcertante di conferme circa il ruolo della cosiddetta guardia costiera libica e di alcuni suoi ufficiali, tra cui il maggiore al-Milad (Bija) e le connessioni di questi con i più potenti gruppi criminali nel Mediterraneo.

Tutte le accuse sono state passate al setaccio, poiché, come ricorda la Corte, “queste comunicazioni sono soggette a un esame e a un’analisi approfonditi al fine di determinare la rilevanza delle informazioni presentate rispetto alle principali linee di indagine”.

In entrambi gli esposti vengono denunciati i governi europei, e specialmente quello italiano, per le opache prassi di cooperazione con funzionari libici coinvolti in indagini internazionali per traffico di esseri umani, contrabbando di carburante, armi e sostanze illecite.

 

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MOZAMBICO 

La corsa al gas in Mozambico

internazionale.it/ - Africana - La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani - 28 aprile 2022  

       

 Il 24 marzo 2021 le notizie da Palma, nella provincia mozambicana del Cabo Delgado, avevano messo i brividi a tanti osservatori in tutto il mondo. “I ribelli di Al Shabab – leali al gruppo Stato islamico e attivi da più di tre anni nella zona – avevano invaso la città. I giornali internazionali avevano parlato degli eventi di quei giorni, in particolare della storia dell’Amarula Palma hotel, dove si erano rifugiate 220 persone. Decine di ospiti dell’albergo erano stati uccisi dai miliziani. Altri erano stati salvati con un’operazione di soccorso spettacolare, macchiata però dalle successive accuse di aver dato la precedenza ai lavoratori stranieri bianchi – e ai loro animali domestici – rispetto a tutti gli altri. In quei giorni i miliziani di Al Shabab avevano devastato la città, rapinato le banche e ucciso molte persone”, scrive il giornalista ugandese Charles Onyango-Obbo in un reportage pubblicato sul settimanale keniano The East African, che esce su Internazionale questa settimana. Sul nostro sito è disponibile anche un video del New York Times che racconta gli eventi di quei giorni dal punto di vista delle vittime, accusando il governo di Maputo di aver pensato più agli affari che alla sicurezza della popolazione.

Prima dell’insurrezione di Al Shabab, il Cabo Delgado stava vivendo una profonda trasformazione, grazie all’investimento da 22 miliardi di dollari (il più grande in Africa) del gigante dell’energia francese TotalEnergies in un impianto d’estrazione di gas naturale liquefatto. La violenza scatenata dai ribelli ha bloccato il progetto per più di un anno, e solo alla fine di gennaio i vertici dell’azienda hanno annunciato la ripresa delle attività entro la fine del 2022. Lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha fatto salire la richiesta europea di gas e petrolio africani (come dimostrano i recenti viaggi delle autorità italiane nel continente), ha dato un colpo d’acceleratore ai tentativi di rimettere in moto le attività nella provincia. Ma la ribellione non si è fermata. E il presidente mozambicano Filipe Nyusi non può contare sul suo esercito, che si è dimostrato poco efficace e motivato di fronte ai ribelli. Per questo deve appoggiarsi alle truppe inviate della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc, un’organizzazione regionale) e, soprattutto, a quelle del Ruanda. Che ora chiede, in cambio, di partecipare alla corsa al gas, come scriveva un articolo di The Continent di qualche settimana fa.

Come spesso succede in questi casi, non basterà riportare l’ordine e la sicurezza per garantire un futuro a questa regione, che troppo a lungo è stata trascurata dal governo. “Il paradosso è che il Cabo Delgado è il posto dove il Frelimo aveva il suo quartier generale quando combatté la guerra d’indipendenza contro i colonialisti portoghesi”, racconta Onyango-Obbo. “In Africa è raro vedere così abbandonata la regione d’origine di un movimento di liberazione nazionale vittorioso e di un presidente in carica. Allo stesso tempo non c’è tanto rancore verso Nyusi. È considerato da molti un uomo dalle buone intenzioni, ma che non riesce a trovare una via d’uscita dal ginepraio in cui si è perso, asfissiato dalla potente e corrotta macchina del partito al potere”.  

      

Disinformazione in Mali 

Il 19 aprile i soldati francesi dell’operazione Barkhane hanno lasciato la base di Gossi, in Mali. Pochi giorni dopo su Twitter hanno cominciato a circolare dei messaggi che accusavano le truppe di Parigi di aver commesso atrocità, accompagnati da foto di cadaveri che spuntavano da sotto la sabbia. A quel punto l’esercito francese ha pubblicato un video girato da un drone che mostra una decina di soldati bianchi, descritti come mercenari della compagnia privata russa Wagner, seppellire dei corpi nel deserto vicino a Gossi. Secondo le forze armate francesi, è una messa in scena per screditare la Francia, che da mesi è al centro di una campagna di disinformazione. Gli esperti di sicurezza stimano che in Mali ci siano un migliaio di mercenari della Wagner, ma Bamako non ha mai confermato la loro presenza. Una prima conferma potrebbe essere arrivata da una fonte inaspettata: il 24 aprile l’alleanza jihadista Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani ha detto di aver catturato in Mali alcuni soldati della Wagner.  

        

Democrazia traballante in Tunisia

Il presidente tunisino Kais Saied ha rafforzato ulteriormente il suo potere la scorsa settimana. Un decreto pubblicato il 22 aprile gli garantisce il diritto di scegliere il presidente e tre dei sette componenti della nuova commissione elettorale, che dovrà supervisionare il corretto svolgimento del referendum sulle riforme costituzionali previsto per luglio. Intanto l’opposizione ha creato un nuovo Fronte di salvezza nazionale, guidato da Ahmed Nejib Chebbi, che chiede il ritorno alla democrazia e allo stato di diritto.

 

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PAKISTAN  

La società civile al governo: fare di più per tutelare la libertà religiosa

Agenzia Fides - Lahore - 30 aprile 2022 

      

"La condizione della libertà religiosa in Pakistan desta preoccupazione: assistiamo a dozzine di episodi di violenza della folla, all'uso improprio delle leggi sulla blasfemia, conversioni forzate e profanazione dei luoghi di culto. La violenza in nome della religione è in aumento a causa della mancanza della capacità del governo di fermare la radicalizzazione e l'estremismo religioso nonostante avrebbe dovuto essere l'agenda prioritaria essere un impegno per il Piano d'azione nazionale 2014 per la lotta al terrorismo". Lo afferma in una nota inviata all'Agenzia Fides Joseph Jansen, presidente di "Voice for Justice" (VFJ), organizzazione pakistana impegnata per i diritti umani e la libertà religiosa. Accanto a "Voice for Justice", diverse associazioni della società civile si sono espresse dopo che la Commissione USA sulla Libertà religiosa (US Commission on International Religious Freedom, USCIRF), organismo indipendente, nell'ultimo Rapporto del 2022, rileva che il Pakistan "non ha adottato misure efficaci per affrontare le violazioni della libertà religiosa, comprese la violenza della folla e le uccisioni extragiudiziali nel nome di religione".

Condividendo queste preoccupazioni, la società civile esorta il governo a introdurre misure per prevenire atti di discriminazione e violenza contro le comunità religiose e ad adottare riforme politiche per promuovere la tolleranza e la diversità. Afferma Jansen: "Abbiamo osservato che l'azione tempestiva da parte delle forze dell'ordine nei casi relativi ad accuse di blasfemia può aiutare a prevenire la violenza della folla e salvare vite umane. Ma questo è possibile solo se la polizia assolve al suo compito di mantenere la legge e l'ordine e di proteggere gli accusati dalle uccisioni extragiudiziali".

Asif Bastian, altro leder impegnato in VFJ, nota che "è deplorevole che semplici accuse di blasfemia siano diventate una giustificazione per l'uccisione di un blasfemo senza alcuna indagine, come evidenziato in diversi episodi: il linciaggio di Priyantha Kumara Diyawadana a Sialkot il 3 dicembre 2021; il linciaggio di Mushtaq Ahmed, una persona con problemi di salute mentale a Khanewal l'11 febbraio 2022; o l'uccisione di una insegnante di seminario, Safoora Bibi a Dera Ismail Khan il 29 marzo 2022. Questa tendenza a farsi giustizia da soli, con violenza, deve essere scoraggiata per sviluppare una società rispettosa dello ststao di diritto".

Carol Noreen, anch'ella membro di VFJ, accoglie favorevolmente il verdetto del tribunale antiterrorismo nel caso del linciaggio di Priyantha Kumara che ha condannato alla pena capitale sei colpevoli, nove all'ergastolo e 73 a pene detentive da due a cinque anni. "La condanna di 88 imputati, in questo caso, costituirà un precedente per cui nessuno è al di sopra della legge e nessuno è autorizzato a diffondere odio e prendere in mano la legge, ricorrendo alla religione come pretesto scudo". rileva.

Un altro aspetto, nota VFJ, tocca le persone accusate di blasfemia anche se non sono mentalmente sane, come testimonia il caso del cristiano Stephen Masih, che è dietro le sbarre a oltre tre anni anche se la Commissione medica del Punjab nell'Institute of Medical Health gli ha riconosciuto un "disturbo affettivo bipolare" e lo ha definito "mentalmente inadatto a essere processato" a causa della sua disabilità psicosociale e delle sue condizioni di salute.

Conclude il cattolico Ashiknaz Khokhar, coordinatore di Voice for Justice, : "Il governo deve adottare misure radicali per fermare l'uso improprio delle leggi sulla blasfemia, deve proteggere le vittime dalla violenza di massa e far rispettare le disposizioni esistenti per punire tutti coloro che indulgono in false accuse e ricorrono alla violenza".

 

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POLONIA

Rischi di sfruttamento per i rifugiati

Repubblica - 29 aprile 2022  

 

 I rifugiati dall'Ucraina, in particolare donne e ragazze, affrontano maggiori rischi di violenza di genere, tratta e altro sfruttamento a causa della mancanza di misure sistematiche di protezione e sicurezza in Polonia. Lo afferma oggi Human Rights Watch (Hrw) l'ONG che indaga e denuncia gli abusi avvenuti in ogni angolo del mondo, attraverso il lavoro di circa 450 persone di oltre 70 nazionalità, tra avvocati, giornalisti e altri che operano sul campo per proteggere i più a rischio, le minoranze vulnerabili, i civili in tempo di guerra, i rifugiati, i bambini. "L'accettazione da parte della Polonia di coloro che fuggono dalla guerra in Ucraina - ha detto Hillary Margolis, ricercatrice senior sui diritti delle donne presso Hrw - è un cambiamento positivo rispetto alla sua risposta ad altre crisi, ma la mancanza di misure di protezione di base rischia di esporre i rifugiati a gravi abusi. Abdicare a questo ruolo per volontari e attivisti - ha aggiunto - pone l'onere della sicurezza dei rifugiati su persone ben intenzionate ma per lo più non addestrate senza i sistemi o il supporto necessari".

       

Le donne e le ragazze intervistate. 

Dal 24 febbraio 2022, più di 2,9 milioni di rifugiati in fuga dalla guerra in Ucraina sono arrivati in Polonia. La maggior parte sono donne e bambini, in gran parte a causa del requisito della legge marziale per gli uomini di età compresa tra 18 e 60 anni di rimanere nel Paese per una possibile coscrizione. Human Rights Watch ha condotto ricerche tra il 22 e il 29 marzo al valico di frontiera di Medyka, alle stazioni ferroviarie di Przemyl, Cracovia e Varsavia e ai centri di accoglienza tra cui il centro di accoglienza Tesco a Przemyl, il Ptak Expo Center a Nadarzyn alla periferia di Varsavia, il sito di Cinema City a Cracovia e il sito rszeszow Full Market. I ricercatori hanno intervistato 20 donne e ragazze rifugiate, 5 membri dello staff e 10 volontari indipendenti nei siti di accoglienza, 7 rappresentanti di ONG, rappresentanti di 3 agenzie di aiuto umanitario e un vice capo della polizia a Podkarpackie.

  

Misure protettive incoerenti e mancanza di coordinamento. 

Human Rights Watch ha riscontrato misure di protezione incoerenti e una mancanza di coordinamento governativo, amplificando i rischi di abuso, specialmente per donne e ragazze. Volontari, rappresentanti di organizzazioni non governative e agenzie delle Nazioni Unite e un vice capo della polizia hanno sollevato preoccupazioni sulla mancanza di misure di sicurezza sistematiche o mezzi per identificare, prevenire o rispondere alla violenza di genere, tra cui la tratta, lo sfruttamento sessuale e lo stupro. Human Rights Watch ha scritto al governo polacco il 31 marzo per presentare i risultati della ricerca e richiedere informazioni, ma non ha ricevuto risposta.

    

Violenze di genere e abusi. 

Un vice capo della polizia del Voivodato (regione) che comprende Medyka, Przemyl e Korczowa ha detto di non aver registrato casi di violenza di genere - tratta o sfruttamento - contro i rifugiati provenienti dall'Ucraina. Altre persone intervistate hanno detto che sono stati segnalati alcuni casi e la consapevolezza delle minacce è alta, ma i rischi rimangono. Un volontario indipendente del centro di accoglienza Korczowa, vicino al valico di frontiera di Krakovets, ha invece affermato che il caos nel centro genera rischi, descrivendo la situazione come "prestarsi" alla violenza di genere o ad altri abusi: "Il sistema [di sicurezza] continua a cambiare ogni giorno. Alcuni giorni la polizia è qui a controllare chi entra ed esce, a volte le persone possono entrare". Alcuni rifugiati hanno già incontrato potenziali sfruttamenti o abusi. Una donna di 29 anni di Kiev ha detto che i dirigenti di un club in cui aveva accettato un lavoro come ballerina nella Polonia orientale hanno cercato di costringerla a fare sesso e le avevano agganciato il salario quando si è rifiutata.

       

Non si sanno individuare i segnali di rischio.

Le persone intervistate hanno confermato che i lavoratori dei punti di accoglienza dei rifugiati, la maggior parte dei quali volontari, non sono stati addestrati a individuare segni di rischi per la sicurezza di donne e ragazze, tra cui la tratta o altro sfruttamento. La mancanza di protocolli per prevenire o rispondere alla violenza di genere, incluso lo stupro, lascia questo alla discrezione di persone per lo più inesperte. Non sono state istituite misure sistematiche all'interno o tra i siti per controllare il trasporto privato o l'alloggio o per garantire che i rifugiati raggiungano le destinazioni in sicurezza, e non ci sono sistemi chiari per segnalare i relativi problemi di sicurezza. La difficoltà di trovare e pagare un alloggio a lungo termine sta iniziando a lasciare alcuni rifugiati sull'orlo del precipizio.

     

Ciò che il governo polacco e l'UE dovrebbero fare. 

Il governo dovrebbe collaborare con Agenzie di risposta umanitaria esperte e Organizzazioni Non Governative specializzate per ridurre i rischi di violenza di genere per i rifugiati, compresa la tratta e altro sfruttamento, e per garantire un'adeguata identificazione delle vittime e la fornitura di servizi per i sopravvissuti. I servizi, comprese le cure complete post-stupro, dovrebbero essere disponibili per tutte le sopravvissute alla violenza in Polonia, compreso l'accesso alla contraccezione d'emergenza e all'aborto. L'Unione europea dovrebbe garantire che i fondi distribuiti alla Polonia per il sostegno ai rifugiati dall'Ucraina raggiungano coloro che coordinano e forniscono servizi essenziali, comprese organizzazioni non governative esperte e indipendenti.  

  

L'incapacità di garantire un'assistenza post-stupro completa. 

Coloro che lavorano nei siti di accoglienza hanno affermato che non sono in atto protocolli per garantire un'assistenza post-stupro completa, che include la somministrazione di farmaci sensibili al tempo per prevenire la gravidanza e l'HIV e altro supporto medico e psicologico da parte di fornitori qualificati. Gli standard internazionali, tra cui la Carta umanitaria e gli standard minimi nell'ambito del Manuale Sphere, il Comitato permanente inter-agenzia e il Gruppo di lavoro inter-agenzia per la salute riproduttiva in crisi, richiedono una gestione clinica dello stupro in caso di emergenza.

      

Leggi severe in Polonia sulla sanità sessuale. 

Le leggi in Polonia limitano severamente l'accesso all'assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva essenziale, compresi gli elementi di base delle cure post-stupro. La contraccezione di emergenza, che può prevenire la gravidanza fino a cinque giorni dopo il sesso non protetto, richiede una prescrizione medica anche se l'UE ha approvato le vendite da banco. Trovare un fornitore e procurarsi una prescrizione per cure sensibili al fattore tempo potrebbe essere particolarmente proibitivo per i rifugiati che non parlano polacco e non hanno familiarità con il contesto. Una sentenza del Tribunale costituzionale del 2020 ha praticamente vietato l'aborto. Mentre l'aborto nei casi di stupro rimane legale, un pubblico ministero deve determinare una ragionevole certezza che la gravidanza sia il risultato di un crimine per i medici di eseguire legalmente l'aborto per questi motivi.

 

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Missionari e laici insieme alle mamme ucraine che sperano di tornare presto a casa

Agenzia Fides - 30 aprile 2022 

         

“Assistere a quello che la guerra in Ucraina sta provocando è un sentimento forte che ti fa davvero piangere il cuore. Tante persone che fino a ieri conducevano una vita normale si trovano oggi a dormire su una brandina in un grandissimo edificio, fianco a fianco con altre 3.000 persone sconosciute, sono donne e bambini di ogni età, anziani sulla sedia a rotelle.” Inizia così il racconto di Stefania, volontaria SMA della casa dei missionari di Genova, rientrata di recente dalla Polonia, dove è stata ospite per una settimana degli SMA a Birzencin, 14 km a ovest di Varsavia, per fare volontariato con le mamma ucraine.

“Insieme ai padri SMA e alcune volontarie siamo andati a fare visita in uno dei Centri di accoglienza e smistamento organizzati dalla città di Varsavia per i profughi ucraini adattato in un centro per fiere dove c’erano donne che aspettavano il momento per fare la video-chiamata con i loro uomini, i bambini ai loro papà che si rallegravano a vedere i loro piccoli che muovevano i primi passi” ha raccontato Stefania. “La loro vita ora è così, e restano lì in Polonia, ma con la forte speranza di poter tornare presto a casa. Scene forti che fanno capire cosa sta provocando la guerra, e partecipare in prima persona è stato davvero duro. Nella casa di Birzencin ho vissuto a stretto contatto con circa 100 persone ucraine. Li sentivo al mattino svegliarsi, giocare fuori dalla mia porta e aspettare che aprissi per parlare, il divertimento era riuscire a salutarci e dire grazie al ‘traduttore google’.”

“Le donne sono sempre indaffarate a gestire i bimbi e aiutano tantissimo la casa che li ospita, facendo ogni tipo di servizio. Ad un tratto – conclude la volontaria - la mia tristezza svanisce e lascia posto alla consapevolezza che l’attimo che stanno vivendo ora è sereno. Ho la percezione che queste donne siano state capaci di una forte reazione e che riescano a vivere guardando oltre alle giustificate paure che tante, troppe volte ci paralizzano.”

“Dall’inizio della guerra fino a oggi noi abbiamo accolto qui in Polonia 2 milioni e 300mila rifugiati di guerra” ha aggiunto p. Grzegorz Kucharski, Provinciale della SMA polacca. Sono accolti nelle case private, ma anche in centri e case religiosi come i nostri SMA, in periferia di Varsavia e vicino a Cracovia.”

 

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I Comboniani: Porte aperte nelle nostre case per accogliere e curare la popolazione ucraina

Agenzia Fides - Cracovia - 29 aprile 2022 

     

“Le nostre comunità comboniane in Polonia si sono impegnate fin dall’inizio nell' accoglienza ai rifugiati provenienti dall’Ucraina. Ad oggi, sono circa tre milioni i profughi che hanno attraversato il confine con il nostro paese. Come missionari, non potevamo rimanere indifferenti a questa situazione e così, fin dall’inizio del conflitto, abbiamo deciso di aprire le nostre due case di Cracovia e Varsavia”. Così riferisce in un’intervista all’Agenzia Fides, padre Tomasz Marek, delegato comboniano in Polonia, parlando dell’accoglienza che gli eredi spirituali di San Daniele Comboni hanno organizzato per rispondere nel modo più adeguato alla crisi umanitaria che sta coinvolgendo la popolazione ucraina

“Il loro numero - racconta p. Tomasz - cambia ogni giorno perché mentre ne arrivano alcuni, altri partono verso l’Europa occidentale; altri ancora si trovano nelle nostre case dall’inizio del conflitto. In questo momento ci sono circa 30 persone. Sono donne e bambini, il più piccolo ha solo un anno e la donna più anziana ne ha 82. Dopo il loro arrivo - prosegue - la routine della nostra giornata è cambiata e ogni giorno è diverso. Diamo loro vitto e alloggio. Tuttavia, spesso hanno bisogno di altri tipi di assistenza, come la legalizzazione dei documenti, un aiuto nella ricerca di un lavoro o di un appartamento indipendente. Alcuni di loro - spiega il missionario - credono che la guerra finirà presto e quindi non hanno nemmeno intenzione di regolarizzare la loro permanenza, sono tristi, a volte anche disperati. Ci sono anche quelli che non hanno dove tornare, perché la loro casa non esiste più. Molti cercano contatti con i loro connazionali, che già prima della guerra lavoravano in Polonia”.

Nota il religioso: “La situazione dei bambini piccoli è particolarmente delicata. Alcuni di loro hanno delle malattie virali a causa del viaggio, del cambiamento di cibo e di abitudini, e forse anche per la mancanza di vaccinazioni, come dicono alcuni medici. Cerchiamo di aiutare le mamme di questi bambini organizzando dei presidi medici improvvisati”.

Nell'accoglienza e nell'aiuto ai rifugiati, i Comboniani collaborano principalmente con la Caritas locale, ma “anche il governo - riporta p. Marek - sta avviando un programma permanente di assistenza ai rifugiati per la loro integrazione nella società polacca. Inoltre - precisa - possiamo contare anche sull'aiuto di tante le persone di buona volontà che, vista la situazione, ci sostengono anche acquistando prodotti alimentari e per l’igiene personale”. “Siamo consapevoli - conclude p. Tomasz - che è proprio il nostro carisma comboniano che possiamo attuare qui e ora, compiendo il desiderio di San Daniele Comboni, che ha vissuto per i più bisognosi, che ora sono quelli che fuggono dall'inferno della guerra. Chiediamo a tutti una preghiera per la fine della guerra e per la pace in Ucraina”.

 

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REP. CENTRAFRICANA 

Oltre un milione di persone scappate dal paese

Repubblica - 1 maggio 2022  

           

Circa una persona su tre nella Repubblica Centrafricana è sfollata: lo racconta un recente rapporto di Norwegian Refugee Council. Dalla fase acuta della guerra civile, nel biennio 2013 - 2014, ad oggi, quasi un milione e mezzo di persone è stato costretto a lasciare la propria casa e rifugiarsi nei Paesi confinanti. E pochi giorni fa l’UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati) ha sollecitato la creazione di un meccanismo regionale in supporto dei profughi, un passo fondamentale per una delle più grandi crisi umanitarie del continente africano. La nota è arrivata dopo un’importante conferenza regionale che si è svolta a Yaoundé, in Camerun, che ha riunito 300 partecipanti tra donatori, ONU, organizzazioni umanitarie e di sviluppo, rifugiati. Anche i rappresentanti dell’Unione europea e della Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale hanno espresso il loro sostegno.

Cooperazione regionale in Africa centrale. In particolare, i firmatari hanno deciso di “stabilire un quadro di cooperazione regionale per rafforzare la protezione e la ricerca di soluzioni con il sostegno della comunità internazionale”. L’Alto Commissario dell’UNHCR Filippo Grandi ha affermato che l’obiettivo della conferenza era quello di “creare una dinamica regionale positiva nella ricerca di soluzioni per i rifugiati dell’Africa centrale”. Un’azione che necessita di alleanze tra governi, imprese, attori dello sviluppo e società civile. “Fondamentale la partecipazione degli stessi rifugiati, in particolare delle donne”, ha aggiunto

  

Un milione di sfollati. 

Dal 2013, la RCA ha vissuto ripetute crisi che hanno colpito sei Paesi confinanti che ad oggi ospitano circa 700.000 rifugiati, che hanno trovato dimora in Camerun (345.000), in Repubblica Democratica del Congo (212.000), Ciad (119.000), Repubblica del Congo (29.000), Sudan (28.000) e Sud Sudan (2.500). Le sfide dell’accoglienza sono principalmente economiche, come ha affermato il l Primo Ministro del Camerun, Joseph Dion Ngute. Da qui, “la necessità di unire gli sforzi per definire soluzioni globali e coordinate”.  

 

Più diritti. 

Rappresentati da ministri e alti funzionari governativi, i Paesi d’asilo si sono impegnati a migliorare la protezione umanitaria e a promuovere l’inclusione socio-economica dei rifugiati, in attesa di condizioni che permettano il rimpatrio. Si punta a rimuovere le barriere legali legate alle opportunità di lavoro, formazione e accesso ai servizi sociali. I firmatari si impegnano anche a sviluppare un sistema di registrazione integrato tra i diversi paesi e facilitare il rilascio di documenti civili, indispensabili per l’accesso ai servizi pubblici, privati e finanziari.  

 

Il rimpatrio volontario. 

Per quanto riguarda i rimpatri, è stata proposta la creazione di un meccanismo di coordinamento regionale guidato dall’UNHCR che già dispone di un simile strumento in Afghanistan, in America Centrale e Messico e nel Corno d’Africa. Finora oltre 100mila persone hanno fatto ritorno volontariamente in Repubblica Centrafricana. Oltre a questi, l’UNHCR ha facilitato il ritorno volontario di altre 27mila persone negli ultimi 4 anni, e sono 60mila gli sfollati interni tornati a casa.

 

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RUSSIA  

Il mito russo del populismo di Stefano Caprio

Asianews - "Mondo Russo" - 30 aprile 2022

Furono i membri dell’intelligentsija ottocentesca a dargli origine con l'invito ad “andare al popolo” dopo l’abolizione della servitù della gleba. Ma oggi la dittatura dell’ "uomo semplice" sta distruggendo la Russia più ancora della martoriata Ucraina, molto più di quanto abbia fatto in settant’anni l’ateismo militante sovietico.  

     

Dopo due mesi abbondanti di guerra senza tregua, nemmeno per le funzioni di Pasqua, si avvicinano le date “sacre” di maggio in cui la Russia vorrebbe tanto celebrare la Vittoria, annientando il cosiddetto “ucronazismo”, il neo-nazismo ucraino maledetto da Putin, in memoria del solenne ingresso a Berlino delle armate sovietico del maresciallo Georgij Žukov, che il patriarca Kirill paragonò a San Giorgio che uccide il drago, simbolo di Mosca città-madre di tutte le Russie.

La tanto sospirata vittoria sugli invasori occidentali, corruttori dello spirito puro dei russi, sembra peraltro ancora molto in dubbio, al di là della faticosa conquista delle coste del Mar Nero e delle minacce di lanciare “bombe mai viste” direttamente contro l’Europa e l’America. Difficilmente riuscirà la “de-nazificazione”, cioè la sostituzione di tutta la classe dirigente ucraina a partire dal “tossicodipendente” Zelenskyj e la cancellazione dello stesso titolo nazionale di “Ucraina” per tornare a quello di “piccola Russia”. Altrettanto improbabile la “de-militarizzazione”, visto il numero esorbitante di armi di ogni genere fornite agli ucraini da tutti i Paesi occidentali, al netto di qualche timido scrupolo di coscienza e di qualche angosciato richiamo di papa Francesco a non esagerare. Soprattutto, pare impossibile la totale “purificazione” del popolo fedele, sempre più esasperato dalla guerra patriottica.

     

Alla vigilia del Primo Maggio, il classico slogan “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” è ora sostituito da quello “Russi di tutto il Mondo, unitevi!”, secondo le prospettive nebulose e mitologiche dell’idea del Russkij Mir, che chiama tutti a stringersi intorno all’unica vera Chiesa dei “giusti valori morali”. È la proclamazione apocalittica del dogma del populismo, un termine tornato in voga nell’ultimo decennio, che ebbe proprio in Russia la sua origine. Furono i membri dell’intelligentsija ottocentesca che invitavano ad “andare al popolo” dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1861, per educare i contadini a vivere come uomini liberi, da cui appunto la definizione di “populismo” come missione delle classi superiori verso la “gente semplice” descritta da decenni di racconti e romanzi di Gogol’ e Dostoevskij, l’autore di “Povera gente”.

     

Nel racconto dostoevskiano un maturo impiegatuccio pietroburghese, Makar, apre il suo cuore alla giovane Varvara, in un dialogo epistolare tra diverse generazioni e aspirazioni sociali, e a un certo punto le spiega che “la povera gente è fatta così per natura; ha i suoi capricci. Questo io l’avevo già provato. Il povero, vedete, è meticoloso, suscettibile; vede le cose a modo suo, si guarda attorno pieno d’apprensione, sbircia chiunque gli passa vicino, cerca di cogliere ogni parola... Che laggiù non parlino proprio di lui? Certamente dicono: ma perché è così male in arnese? E che pensa? E che sente? Lo voltano di qua e di là; com’è fatto da questo lato, com’è fatto da quest’altro? E tutti sanno, Varvara, che un pover’uomo è peggio di uno strofinaccio e non può pretendere nessunissimo riguardo da chicchessia, nonostante quello che si sbracciano a stampare nei libri. Hanno un bel fare certi scribacchini: il pover’uomo di domani sarà sempre lo stesso pover’uomo di oggi!”. E dire che Dostoevskij non conosceva il mondo dei social network odierni.

      

Lo scetticismo di Makar è oggi la descrizione perfetta dello stato d’animo dei russi, che sono costretti, volenti o nolenti, a sostenere la guerra patriottica contro il mondo intero, ma si fanno ben poche illusioni sul futuro che li aspetta. Come ha osservato in questi giorni il filosofo russo Vadim Kalinin, “stiamo osservando il crollo di un mito importantissimo per tutta la storia contemporanea, quello dell’uomo semplice meraviglioso”. È proprio su questa idea roussoviana del “buon selvaggio” che si costruiscono le immagini del “popolo” che porta sulle sue spalle i valori della cultura nazionale, dell’identità religiosa e morale, che alcuni illuminati s’incaricano di correggere di tanto in tanto, e a volte di restaurare con azioni di forza.

Secondo Kalinin, “il regime putiniano ha cercato di edificare il paradiso dell’uomo semplice, con l’assistenza della Chiesa ortodossa. Hanno dato all’uomo russo tutto quello di cui aveva bisogno, una moda conservatrice e contro ogni stravaganza, bevande alcoliche gustose e a buon mercato, hanno permesso la violenza domestica [decretandone in effetti la non punibilità, su suggerimento del patriarca] e l’aggressione alle minoranze sessuali. La rinascita religiosa è stata codificata in una religiosità elementare e superficiale, sostenendo il tutto con una cultura televisiva preistorica, che non lascia spazio al dubbio e all’immaginazione”.

     

I luoghi di produzione della cultura creativa e alternativa sono stati tutti silenziati e rimossi, come del resto è avvenuto in tante circostanze del passato: Puškin fu tenuto al confino, Dostoevskij si fece dieci anni di lager, Tolstoj fu scomunicato dalla Chiesa ortodossa. All’uomo russo “semplice” si è cercato di garantire una vita agiata e senza scossoni, assai più confortevole di quella del proletariato dei tempi sovietici, che al massimo poteva contare sul salame duro come il marmo, la vodka scadente e un appartamento di trenta metri quadri. È quello che Kalinin chiama “un esperimento sociale di massa, che al posto della dittatura dei lavoratori proclama la dittatura degli uomini semplici” di cui lo stesso presidente vuole essere l’immagine, anche nel linguaggio di strada e nelle grottesche rivisitazioni della storia che propone ormai da un ventennio per giustificare la crescente aggressività, sfociata nell’invasione ucraina.

     

Sono proprio questi “uomini semplici” che hanno sfogato la loro rabbia nei massacri di Buča e di Mariupol, e proprio nei confronti della popolazione inerme, urlando al mondo occidentale “chi vi ha permesso di vivere nel lusso e nella degradazione?”. Quest’uomo che deve portare al mondo i “valori morali” mostra il suo volto mostruoso, con tutte le possibili varianti della menzogna, della crudeltà e dell’assoluta mancanza di controllo. La dittatura dell’uomo semplice sta distruggendo la Russia più ancora della martoriata Ucraina, ben più di quanto abbia fatto in settant’anni l’ateismo militante sovietico. Per togliere la cancel-culture, hanno cancellato la cultura russa.

La massa della popolazione in Russia assiste inerme e sgomenta a questo spettacolo, senza avere né la voglia né la possibilità di reagire, con lo spirito rassegnato di un popolo che ha visto tante volte l’auto-distruzione come esito delle pretese di dominio universale. Così è stato per l’Unione Sovietica, per la Russia degli zar, per la corte pietroburghese delle zarine e dei loro amanti, per la follia della Terza Roma di Ivan il terribile, risalendo fino alla mitologica Rus’, consegnata senza opporsi all’invasione asiatica per le divisioni al suo interno.  

   

Gli economisti pronosticano un lungo inverno di crisi profonda, in cui l’Ucraina, se sopravviverà, potrà ricostruire la sua economia in un quinquennio con gli aiuti occidentali, mentre la Russia avrà bisogno come minimo di dieci anni, avendo distrutto tutto quanto costruito nell’ultimo trentennio: se in Unione Sovietica si producevano le Volga e le Žiguli, ora senza le ditte occidentali anche le automobili saranno difficili da costruire. Il regime putiniano presenta ora la crisi come un “sacrificio necessario” per la purificazione dell’economia e della vita sociale da ogni influsso esterno, ma la prospettiva è quella di un’assoluta dipendenza dai giganti asiatici, e la rinuncia a ogni ruolo di protagonismo a livello mondiale.

Come si può spiegare questo populismo masochistico, che ha se non altro il merito di mettere il mondo intero sull’avviso delle possibili conseguenze della fiducia assegnata ai profeti della moralità, diffusi in tanti Paesi d’Oriente e d’Occidente? Di nuovo possiamo rivolgerci a un vero profeta, il Dostoevskij che nel romanzo “L’Idiota” (scritto nel 1869) fa pronunciare un accorato discorso al simbolo per eccellenza dell’uomo “puro”, il principe Myškin:

  

“Per resistere all’Occidente, dobbiamo opporre ai valori occidentali una cosa che l’Occidente non ha mai conosciuto: la purezza del nostro Cristo. Dobbiamo opporci all’influenza dei gesuiti, evitando di cadere nelle loro trappole e cercando di portare da loro quella che è la civiltà russa. E smettiamola di dire che la loro predicazione è elegante e originale, come qualcuno ha fatto poco fa…

Noi russi, non appena scopriamo una cosa, non aspettiamo un solo momento e, immediatamente, corriamo come pazzi verso i suoi limiti estremi… Ecco, per esempio, voi vi stupite di Pavliščev e attribuite il caso alla sua pazzia o alla sua bontà; ma la cosa non sta così. La passionalità russa non stupisce solo noi, ma l’Europa intera. Da noi basta farsi cattolico per diventare immediatamente gesuita; basta farsi ateo per esigere l’immediata estirpazione della fede in Dio con la violenza, cioè con la spada. E perché succede questo? Non lo sapete? Perché il russo, in queste idee, è capace di trovare la patria che sulla sua terra non ha mai potuto apprezzare, per questo se ne impossessa così volentieri.

      

E noi, non solo diventiamo atei, ma crediamo nell’ateismo come se fosse una nuova fede, senza renderci conto che questa fede è la fede nel nulla. Questa è la nostra ansia, questo è il nostro malessere. Chi non ha una terra sotto i piedi non ha Dio!

Mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.

Dostoevskij previde il nichilismo, l’ateismo, la rivoluzione, la guerra universale, cercando di mostrare attraverso il male la speranza nel vero Dio. La follia dell’Idiota russo è un monito per tutti i popoli, per cercare il vero volto di Dio, il vero volto di sé stessi.

 

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L’anno nuovo dei ciuvasci di Vladimir Rozanskij

AsiaNews - Mosca - 5 maggio 2022

Gli eredi dei Bulgari del Volga festeggiano il risveglio della terra, l’anno nuovo degli agricoltori. Sono almeno 100mila gli aderenti alla religione tradizionale “Tura”. Suoi elementi sono presenti nell’ortodossia russa. Avrebbero anche ispirato il “sabato comunista” di Lenin.

       

  

A Čeboksary, importante città russa sul Volga, i rappresentanti della religione locale tradizionale “Tura” hanno festeggiato il primo maggio una delle feste principali del popolo dei ciuvasci: il “Man Kun” o “Grande Giorno”, che segna il risveglio della terra, l’anno nuovo degli agricoltori.

I ciuvasci sono un popolo quasi in via di estinzione, i cui esponenti diminuiscono di anno in anno, e non vogliono perdere la propria cultura e le proprie tradizioni, soprattutto in tempi in cui il Parlamento russo approva leggi sulla tutela delle specificità dei tanti popoli della Russia.

La Ciuvascia è una repubblica autonoma della Federazione Russa, ereditata da una decisione di Lenin dopo la rivoluzione per identificare e controllare il gruppo etnico che si ritiene l’unico vero erede dei “Bulgari del Volga”, i primi asiatici con cui gli antichi russi si confrontarono in territorio europeo. Quest’anno si festeggiano anche i 1.100 anni dell’islam, che i Bulgari proposero al principe Vladimir di Kiev prima che questi scegliesse il battesimo cristiano-bizantino, ma in Ciuvascia si rivendica il paganesimo popolare come vera radice spirituale.

La religione del “Tura” è stata ripristinata ufficialmente dopo la fine del regime ateista, nel 1995, con centro a Čeboksary. I nuovi fondatori sono stati Ivlev Danilovič, un meccanico di strumenti plastici e Fedor Madurov, uno scultore abbastanza noto e deputato del locale Consiglio provinciale ai tempi sovietici, morto poco dopo la fondazione. Madurov aveva edificato la prima “chiesa turana” nella capitale repubblicana, chiamata “Kermečuk” (in ciuvascio appunto “chiesa”), dove un gruppo di attivisti ha continuato l’opera iniziata.  

       

Nel Kermečuk si trova il simbolo principale della religione turana, il ceppo rituale “Jupa” che riprende vita proprio durante il Man Kun, permettendo di ricominciare il lavoro nei campi con i rituali agricoli detti “Akatuj”, passate ormai le grandi gelate invernali. La data del Man Kun in realtà si determina con complicati calcoli atmosferici, anche se di fatto viene festeggiata il primo maggio, inizio ufficiale della primavera per tutti i russi che chiamano questo passaggio la “maslenitsa”, il giorno del burro che oggi è integrato nei riti cristiani della Quaresima e della Pasqua. La religione ciuvascia costituisce quindi una lontana eco del paganesimo russo della “Madre Terra” (Mokoš), di cui molti elementi si conservano nella spiritualità ortodossa.  

La sacerdotessa turana Rusalina Selentaj ci tiene peraltro a precisare, in un’intervista a Idel.Realii, che “il Man Kun non coincide mai con la Pasqua cristiana, perché i calcoli delle due feste sono sempre divergenti… noi ci prepariamo alla festa con la partecipazione di tutta la popolazione, che ripulisce i campi e le aie per iniziare la semina”. Secondo Rusalina sono stati proprio i ciuvasci a ispirare a Lenin, che nacque non lontano da Čeboksary, l’istituzione comunista del “subbotnik”, il “sabato comunista” in cui tutti erano tenuti settimanalmente a ripulire i cortili e i condomini, in un’enfasi di partecipazione sociale.  

Alla vigilia del Man Kun si celebra il “Kalam”, l’addio all’anno precedente con la commemorazione degli antenati e di tutti i defunti, durante il quale si svolge il rito del “Siren” o della purificazione, una specie di battesimo turano per entrare dalla porta della vita nuova, come al primo Man Kun, quando è avvenuta la creazione del mondo. Il caldo dell’estate alle porte è il segno del mondo che rinasce, con anche delle interpretazioni esoteriche che prevedono un’evoluzione della terra e del genere umano verso stadi sempre più perfezionati.

Il figlio dello scultore-fondatore, Dmitrij Madurov, ritiene che la Pasqua cristiana in Russia abbia assorbito molti elementi del Man Kun, come l’accensione del fuoco all’inizio della Veglia dopo aver spento definitivamente quello dell’anno passato. A Čeboksary quest’anno si sono riunite poche decine di persone, ma secondo Madurov sono almeno 100 mila gli aderenti della Tura nel mondo, che vogliono esprimere in modo pittoresco una speranza di pace e di vita nuova.

 

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SRI LANKA

La crisi economica come la guerra: i tamil fuggono in India di Arundathie Abeysinghe

AsiaNews - Colombo - 3 maggio 2022

I profughi srilankesi scappati nel Tamil Nadu durante la guerra civile, e ora tornati in patria, stanno prendendo in considerazione di fuggire di nuovo a causa del default finanziario dello Sri Lanka. Ma la marina indiana ha intensificato il pattugliamento delle coste e sta riportando i rifugiati ai loro villaggi.

         

Con un'inflazione sui prodotti alimentari del 25%, mentre quella a livello nazionale si attesta al 18%, e con un aumento dei prezzi del carburante del 138% a causa della guerra in Ucraina e con "pericolose carenze" che rischiano di far morire di fame i 22 milioni di abitanti dello Sri Lanka, la maggior parte della popolazione tamil sta fuggendo in India: come ai tempi della guerra civile.

Il 25 aprile 15 rifugiati dal Nord del Paese hanno raggiunto Dhanushkodi, nello Stato indiano del Tamil Nadu, con una barca da pesca e sono stati poi indirizzati al campo profughi di Mandapam. Nelle ultime settimane circa 75 srilankesi hanno raggiunto le coste indiane. La maggior parte di essi sono in un certo senso rimpatriati, perché erano già stati sfollati in India durante il periodo della guerra civile dopo il 1980.

Al momento oltre 100mila rifugiati dello Sri Lanka vivono in campi profughi temporanei o case in affitto nel Tamil Nadu, sebbene siano passati 13 anni dalla fine della guerra tra Colombo e i separatisti tamil. Secondo i report pubblicati dal ministero srilankese dell’Edilizia e dell’Industria, tra il 2011 e il 30 settembre 2020, 9.327 rifugiati, pari a 3.656 famiglie, erano tornati in Sri Lanka. Di questi la maggior parte si è stabilita nel Nord del Paese, loro vecchia patria.

Ma molti di coloro che hanno fatto ritorno negli ultimi hanno stanno ora pensando di tornare in India a causa dei prezzi alle stelle, della carenza di beni di prima necessità, tra cui cibo, carburante, gas che causano continui blackout trasformando le loro vite in una "lotta per la sopravvivenza" negli ultimi mesi.

Pochi giorni fa due persone di Gurunagar, a Jaffna, che hanno raggiunto il porto di pesca di Thondi nel Tamil Nadu sono state arrestate e sono ora detenute nel carcere di Puzal. Le Forze di sicurezza indiane hanno intensificato le attività di pattugliamento per i profughi, anche se molti fuggono nonostante gli avvertimenti. Anche la marina dello Sri Lanka ha intensificato le attività di pattugliamento nelle acque settentrionali nelle ultime settimane per evitare che le persone fuggano verso il Tamil Nadu con imbarcazioni da pesca.

Il 29 aprile intorno alle 23.30 (ora locale) le navi della marina dello Sri Lanka hanno intercettato un peschereccio a quattro miglia da Kankesanthurai con 13 rifugiati a bordo che stavano fuggendo in India. Tra i rifugiati c'erano cinque uomini, tre donne e cinque bambini, tutti consegnati alla polizia srilankese per ulteriori indagini e accertamenti.

La maggior parte di coloro che fuggono dallo Sri Lanka provengono da famiglie benestanti di Jaffna, anche se ce ne sono alcune provenienti da aree povere. Di recente sette rifugiati dell'est, tre adulti e quattro bambini, sono stati arrestati. I tre adulti sono stati rilasciati su cauzione per 50mila rupie ciascuno, mentre il magistrato si è rifiutato di procedere con le accuse contro i quattro bambini.

Alcuni abitanti di Jaffna hanno riferito ad AsiaNews che hanno dovuto pagare un'enorme somma come "tassa di intermediazione" ai trafficanti di esseri umani, anche se dopo due o tre tentativi non sono ancora riusciti a raggiungere l'India.  

Anche dall'est, specialmente da Trincomalee, molte persone stanno tentando di fuggire in India. Le più povere provengono da Kumburupitty e Thiriyai. Per arrivare in India devono circumnavigare Kankesanthurai, e c'è un'alta probabilità che vengano scoperti dalla marina. Quindi preferiscono viaggiare attraverso Mannar via terra e organizzare una traversata via mare verso il Tamil Nadu in un secondo momento. In questo modo devono stare in alloggi temporanei finché la barca non è pronta. A volte, grazie a delle soffiate, vengono individuati e riportati alle loro case, come successo di recente, quando alcuni rifugiati sono stati catturati in mare e ricondotti ai loro villaggi.

 

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THAILANDIA  

La dura vita dei migranti dal Myanmar di p. Marco Ribolini *

Mondo e Missione -Aprile 2022

In Thailandia i lavoratori provenienti dal Paese vicino sono spesso sfruttati: laq Chiesa si è attivata per sostenerli  

 

Per la posizione geografica e la sua storia recente, la Thailandia è sempre stata meta di immigrazione e ha rappresentato a volte l'unico luogo sicuro per le popolazioni di Paesi travagliati quali Myanmar, Laos, Cambogia e Vietnam. Per evitare arrivi incontrollati, il Paese ha intrapreso politiche non sempre coerenti tra loro.

Parlerò qui soprattutto di chi viene dal Myanmar, che con la Thailandia condivide un confine lungo oltre 2.400 km: se inizialmente il fenomeno si concentrava nel Nord del Paese, oggi non vi è più provincia né settore - dall'agricoltura alla pesca, dal turismo fino all'edilizia - in cui la manovalanza non sia costituita in gran parte da lavoratori provenienti da questo "vicino problematico". Anche gli immigrati economici regolari vivono in condizioni precarie, è però l'immigrazione illegale che pone queste persone, in cerca di riscatto sociale, in situazioni di povertà e sfruttamento. Le rimesse spedite alle famiglie di origine rappresentano una fonte di sostentamento fondamentale per queste ultime e tuttavia la vita in un Paese straniero porta con sé enormi sacrifici che si aggiungono alla nostalgia di chi e di ciò che si è lasciato a casa. Al lavoro faticoso si accompagna un'esistenza itinerante con poche garanzie, casi di sfruttamento e la paura, per gli irregolari, di essere espulsi. Non mancano poi episodi di razzismo da parte della popolazione thai e casi di soprusi, ricatti e concussione da parte sia dei militari sia delle forze dell'ordine. Gli immigrati illegali, inoltre, accettano di mettere parte della loro vita tra parentesi: lontani da casa, senza conoscere la lingua locale, dedicandosi esclusivamente al lavoro e senza possibilità di interazione e vera integrazione sociale, sono visti solo come manodopera a basso costo da usare. Tante sono le diocesi che stanno cercando di affrontare queste situazioni di sfruttamento attivando gruppi caritativi per il sostegno ai migranti sia dal punto di vista sociale sia da quello più prettamente pastorale. La società civile presenta due reazioni ambivalenti: da una parte la paura che questa gente disposta a lavorare a basso costo porti via il lavoro ai thailandesi, dall'altra la creazione di gruppi di supporto per la tutela degli immigrati. Anche tra i missionari del Pime, in particolare nella città di Chiang Rai, si sta cercando, con l'aiuto di un avvocato, di sostenere i diritti degli irregolari e di dare loro un luogo dove incontrarsi ed essere accolti.

Al di là di tutte le considerazioni che scaturiscono - anche alle nostre latitudini - da un tema quanto mai attuale e trasversale - è bene sottolineare che una società davvero democratica è chiamata a garantire giustizia sociale a tutti (senza dimenticare che queste persone contribuiscono alla sua costruzione e al suo sviluppo) e dimostrare impegno per l'integrazione, così che anche chi è lontano dai propri affetti possa sentirsi accolto.  

*Missionario del Pime in Thailandia

 

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La saggezza di Apoe Miyeh al Museo Popoli e Culture di Paola Rampoldi

Mondo e Missione - 2 maggio 2022       

Dal 4 maggio al centro pime l’esposizione “Sulla pelle di un bufalo d’acqua ” svela il patrimonio culturale (a rischio) di alcuni popoli della Thailandia  

        

Una terra sfaccettata, tanti popoli che conservano tradizioni preziose, un mito suggestivo che parla di un libro speciale: sono gli elementi intorno a cui ruota la mostra “Sulla pelle di un bufalo d’acqua. La complessità della Thailandia raccontata attraverso il patrimonio culturale del Pime”, che apre il 4 maggio al Museo Popoli e Culture.

                 

 

  Un evento inserito all’interno della campagna “Sale della terra”, in occasione del cinquantesimo anniversario di presenza dell’Istituto nel Paese asiatico. Il titolo scelto per l’esposizione fa riferimento al mito di Apoe Miyeh attraverso cui la comunità akha spiega l’origine della “via akha”, o Akhazaunh, ossia il codice sociale e spirituale che governa ogni aspetto della vita. Apoe Miyeh è l’essere onnipotente, ritenuto il progenitore maschile dell’umanità. Secondo una versione del mito, dopo aver creato gli esseri umani, Apoe Miyeh convocò i rappresentanti di tutte le diverse comunità e consegnò loro i libri per istruirli sulle rispettive vie. Il libro consegnato agli akha era scritto sulla pelle di un bufalo d’acqua. Sulla strada di ritorno verso il villaggio, essi videro una serie di segni misteriosi che attribuirono al fatto di avere con sé il dono di Apoe Miyeh. Di conseguenza, arrostirono la pelle del bufalo e la mangiarono: persero così il libro, ma continuarono ad avere la saggezza di Apoe Miyeh nello stomaco.

    

Oggi la via akha e le vie degli altri gruppi etnici rischiano di scomparire e il mito offre quindi lo spunto per affrontare le questioni legate alla salvaguardia linguistica e delle identità delle comunità che abitano la Thailandia. Il Paese conta circa 70 milioni di abitanti: il 95% appartiene al gruppo maggioritario thai, mentre meno di un milione di persone fa parte di varie comunità etniche. Sulle montagne, nelle regioni settentrionali, vivono quelle già note come “tribù dei monti”, alle prese con il tentativo di preservare le proprie radici e la propria identità di popolo in un costante fluttuare tra volontà di mantenere la continuità con il passato e necessità del cambiamento, nel desiderio di integrarsi e interagire con il resto del Paese. Il tradizionale stile di vita non sempre si accorda con le attuali condizioni socioeconomiche e politiche della Thailandia.  

           

Mantenere la tradizione significa preservare le identità e il passato delle singole comunità. Gli akha, ad esempio, ancora oggi portano un profondo rispetto nei confronti dei più anziani, ritenuti i più saggi e gli ultimi in grado di recitare tutti i nomi degli antenati, a partire dal primo uomo akha. Avvicinarsi alla cultura thai significa invece, soprattutto per i più giovani, accedere a un’istruzione di livello più elevato e uniformata al curriculum governativo, e avere quindi maggiori possibilità di trovare lavoro e migliorare le proprie condizioni di vita.

La mostra si concentra in particolare su due aspetti. Il primo è quello linguistico, visto che gli idiomi delle comunità etniche corrono il rischio di essere dimenticati. Questo scenario è sempre più reale sia perché le nuove generazioni si stanno assimilando alla cultura thailandese sia perché queste lingue, ancora oggi, sono orali e prive di una letteratura scritta (e il mito di Apoe Miyeh forse c’entra qualcosa!) e vengono, infatti, praticate solo in determinati contesti, in particolare nelle relazioni familiari della quotidianità dei villaggi.

Il secondo aspetto è legato all’abbigliamento, elemento caratterizzante dell’identità di questi popoli e che gioca un ruolo chiave nel distinguere un gruppo da un altro. Lo stile degli abiti si tramanda di generazione in generazione, ma ciascuno continua a interpretare la tradizione in modo personale, inserendo di volta in volta innovazioni, tuttora in divenire.

      

Oggi la crescente accessibilità di queste regioni, un tempo remote, ha reso l’uso di magliette e jeans realtà quotidiana. Accanto a ciò, le nuove tecniche di lavorazione, come le macchine per cucire, hanno permesso un approccio diverso alla realizzazione di questi abiti tuttora indossati in occasioni importanti per la comunità. Abbia­mo voluto raccontare questa complessità attraverso il ricco patrimonio del Pime, attingendo soprattutto ai beni conservati nei depositi: saranno in mostra numerosi tessuti e ornamenti di alcune comunità etniche mai esposti prima al Mu­seo, insieme a libri della Biblioteca e dizionari e documenti dell’archivio. Infine, verranno proiettati alcuni video storici che testimoniano un Paese in transizione e il ruolo dei missionari del Pime in quei luoghi. 

  

IN PRATICA

La mostra “Sulla pelle di un bufalo d’acqua. La complessità della Thailandia raccontata attraverso il patrimonio culturale del Pime”, a cura del Museo Popoli e Culture e della Biblioteca del Pime di Milano, sarà visitabile dal 4 maggio al 30 dicembre 2022 presso il Centro missionario Pime in via Monte Rosa, 81. Orari: dal lunedì al sabato, dalle 10 alle 18. L’ingresso è libero.

  

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UCRAINA

Gli sfollati interni sono ormai 7,1 milioni: la metà delle famiglie fugge  con bambini piccoli, il drastico calo dei redditi

Repubblica, 5 maggio 2022  

      

 Il secondo rapporto sugli sfollati interni in Ucraina pubblicato dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) indica che sarebbero più di 7,1 milioni le persone sfollate all’interno dell’Ucraina dopo l’inizio della guerra. È stato quindi registrato un incremento del 10% rispetto al primo sondaggio OIM effettuato lo scorso 16 marzo. L'OIM ha condotto questo secondo sondaggio tra il 24 marzo e il 1° aprile per raccogliere informazioni sui movimenti interni al paese e per valutare i bisogni in Ucraina con il fine di fornire dati utili a chi è impegnato nel dare risposte umanitarie a questa crisi.

    

Urgenti i corridoi umanitari. 

"Le persone continuano a fuggire dalle loro case a causa della guerra e i bisogni umanitari sul terreno continuano ad aumentare", ha detto il direttore generale dell'OIM, António Vitorino. "I corridoi umanitari sono urgentemente necessari per permettere l'evacuazione protetta dei civili e garantire il trasporto e la consegna sicura degli aiuti umanitari tanto necessari per assistere rapidamente gli sfollati interni". Secondo l'indagine OIM, più del 50% delle famiglie sfollate ha bambini, nel 57% dei casi ci sono persone anziane e nel 30% persone con malattie croniche.

      

L'incubo della povertà fra gli sfollati. 

Durante il primo mese di guerra, il reddito delle famiglie sfollate è sceso bruscamente. Mentre infatti prima del 24 febbraio 2022 solo il 13% delle famiglie che sono ora sfollate riferiva di ricevere un reddito mensile inferiore a 5.000 grivne ucraine (170 dollari), ora il 61% di esse indica che, da quando è iniziata la guerra, il proprio reddito familiare è sceso sotto questa stessa somma. Inoltre, più di un terzo delle famiglie sfollate indica di non aver avuto alcun reddito nell'ultimo mese. Contanti e supporto finanziario, trasporto, cibo, rifugi sicuri e articoli per l'igiene sono tra i bisogni più urgenti per gli sfollati. L'accesso alle medicine e ai servizi sanitari rimane il secondo bisogno più urgente sia per gli sfollati sia per coloro che rimangono nei loro luoghi di residenza.

Il lavoro dello staff di OIM sul campo. Lo staff OIM sul campo continua a fornire assistenza umanitaria essenziale agli sfollati interni e alle comunità ospitanti, ma altre comunità bisognose rimangono intrappolate. Il sostegno concreto fornito finora ha incluso la consegna di cibo, di articoli non alimentari e per l'igiene, di denaro, attività di sostegno psicologico e psicosociale, nonché la diffusione di campagne di informazione volta a prevenire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento e l'abuso sessuale. La cessazione delle ostilità in Ucraina è assolutamente necessaria per poter garantire che tutta la popolazione colpita dalla guerra possa avere accesso agli aiuti umanitari.

  

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VATICANO

Papa: corridoi umanitari a Mariupol. E ammonisce: si sta cercando davvero la pace?

AsiaNews - Città del Vaticano - 1 maggio 2022

Francesco al Regina Caeli ha invitato a pregare ogni giorno il rosario per la pace. “Giungono notizie terribili di bambini espulsi e deportati”. Nella giornata del 1 maggio la denuncia delle morti sul lavoro e l’omaggio ai giornalisti che pagano di persona per servire il diritto alla libertà di informazione.

       

Nel primo giorno del mese di maggio il pensiero di papa Francesco va ancora una volta a Mariupol, la città di Maria “barbaramente distrutta” dalla guerra in Ucraina. “Invito tutti a pregare ogni giorno il Rosario per la pace”, ha detto al termine della preghiera mariana del Regina Caeli recitata davanti a migliaia di fedeli riuniti in piazza San Pietro. L’invito alla preghiera è stato accompagnato da un nuovo accorato appello di Francesco: “Rinnovo la richiesta che siano predisposti corridoi umanitari sicuri per le persone intrappolate nell’acciaieria di quella città. Soffro e piango, pensando alle sofferenze della popolazione ucraina e in particolare ai più deboli, agli anziani e ai bambini. Giungono persino notizie terribili di bambini espulsi e deportati. E mentre si assiste a un macabro regresso di umanità, mi chiedo, insieme a tante persone angosciate, se si stia veramente ricercando la pace; se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale; se si stia facendo tutto il possibile perché le armi tacciano” “Vi prego - ha aggiunto - non ci si arrenda alla via della violenza, alla perversa spirale delle armi. Si imbocchi la via del dialogo”.

Al nuovo appello per la pace in Ucraina il pontefice – nel giorno della Festa dei lavoratori – ha aggiunto anche l’invito a “rinnovare l’impegno perché dovunque e per tutti il lavoro sia dignitoso. E che dal mondo del lavoro giunga la volontà di far crescere un’economia di pace”. Ha citato in particolare il dramma delle morti sul lavoro, “una tragedia molto diffusa, forse troppo”. Ha poi fatto riferimento anche alla Giornata mondiale per la libertà di stampa che si celebra il 3 maggio: “Rendo omaggio – ha detto - ai giornalisti che pagano di persona per servire questo diritto. Nell’ultimo anno 47 sono rimasti uccisi e più di 350 incarcerati. Rivolgo un grazie speciale a quanti ci informano sulle piaghe dell’umanità”.

Prima dell’Angelus papa Francesco aveva commentato il brano del vangelo di Giovanni proposto dalla liturgia di oggi, con la terza apparizione di Gesù risorto agli apostoli sul lago di Galilea (Gv 21,1-19). Pietro con gli apostoli, sfiduciato dopo la morte di Gesù, era tornato a pescare. “Può succedere anche a noi – ha commentato il papa - per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo – ha aggiunto - ci si ritrova delusi, con le reti vuote”.

Gesù non li rimprovera, ma chiama i discepoli con tenerezza: li invita “a gettare di nuovo le reti, con coraggio. E ancora una volta le reti si riempiono all’inverosimile”. E come Pietro che dopo aver riconosciuto Gesù si tuffa in acqua per raggiungerlo – ha commentato Francesco – anche noi abbiamo bisogno di una “scossa”. “siamo invitati a uno slancio nuovo, (...) a tuffarci nel bene senza la paura di perdere qualcosa, senza calcolare troppo, senza aspettare che comincino gli altri. Perché per andare incontro a Gesù bisogna sbilanciarsi. Chiediamoci: sono capace di qualche scatto di generosità, oppure freno gli slanci del cuore e mi chiudo nell’abitudine, nella paura?”.

E alla fine del racconto chiede per tre volte a Pietro: mi ami? “Il Risorto – ha concluso il papa - lo chiede anche a noi oggi: Mi ami? Perché a Pasqua Gesù vuole che anche il nostro cuore risorga; perché la fede non è questione di sapere, ma di amore. Mi ami?, chiede Gesù a te, che hai le reti vuote e hai paura di ricominciare; a te, che non hai il coraggio di tuffarti e hai perso slancio”.

  

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YEMEN

In Yemen, la fine della guerra sembra finalmente vicina di Helen Lackner

Orientxxi.info - 28 aprile 2022  

   

Il rispetto del cessate il fuoco proclamato il 2 aprile 2022 e il passaggio di poteri, cinque giorni dopo, dal corrotto presidente Abd Rabbo Mansour Hadi al Consiglio direttivo presidenziale: sono i due eventi che rappresentano una tappa decisiva per la risoluzione della guerra in Yemen, entrata il 26 marzo 2022 nel suo ottavo anno. Inoltre, hanno grandi ripercussioni sugli sforzi delle Nazioni Unite per porre fine al conflitto nonché sulle decisioni dei leader della coalizione anti-houthista. E dimostrano, ancora una volta, che la guerra civile internazionalizzata in Yemen può essere risolta solo facendo leva sugli strumenti della politica nazionale e sulle pressioni internazionali.

È la prima volta in sei anni che viene pienamente rispettato un cessate il fuoco generalizzato, il che consente alla popolazione di osservare il Ramadan senza temere i bombardamenti. La durata della tregua è di due mesi, ma può essere rinnovata. A parte il cessate il fuoco, la maggior parte delle richieste degli Houthi sono state, in teoria, soddisfatte, in particolare per quanto riguarda la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e l’arrivo di petroliere nel porto di Hodeidah, che è sotto il loro controllo. È auspicabile che riprendano i negoziati per la riapertura delle strade bloccate dalla guerra nel governatorato di Taiz e non solo lì. L’inviato speciale dell’ONU ha superato con successo le perplessità di tutte le coalizioni in guerra.

Ex ambasciatore dell’Unione Europea in Yemen, lo svedese Hans Grundberg ha assunto l’incarico nel settembre 2021 e questo suo primo successo sembra molto incoraggiante. Nell’arco di due mesi, l’inviato potrà portare avanti gli incontri avviati con tutte le fazioni coinvolte oltre a quelle appartenenti alla società civile yemenita al fine di preparare i negoziati per porre fine alla guerra. Se è indubbio che le sue capacità hanno giocato un ruolo per giungere a questo risultato, ci sono diversi fattori legati all’evolversi della guerra, contrassegnata da un evidente stallo militare, che ne hanno facilitato il compito.  

      

Gli Houthi sotto scacco a Marib

Le forze militari Houthi stanno tentando, dall’inizio del 2020, di avanzare verso il governatorato di Marib per avere accesso alle principali risorse di gas e petrolio, nonché alla capitale dell’ultimo governatorato sotto il controllo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale (GIR). Dopo aver estirpato le forze governative a ovest della regione, la città di Marib resta per loro inaccessibile, situata com’è in campo aperto, cosa che ha permesso alle forze saudite-emiratine di difenderla dai bombardamenti aerei, che tra l’altro hanno causato enormi perdite umane tra gli Houthi negli ultimi due anni. Lo scorso autunno, i ribelli Houthi sono riusciti ad avanzare a sud del governatorato di Marib oltre che a Shabwa, tentando un’offensiva su più fronti verso la città di Marib.

Le conquiste Houthi di fine 2021 hanno portato a una riorganizzazione del campo anti-houthista. Da un lato, a dicembre, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno costretto il presidente Mansour Hadi a sostituire il governatore di Shabwa, ponendo fine a una lunga resistenza all’influenza degli Emirati in questo governatorato dove si trovano le infrastrutture d’esportazione del gas, la principale risorsa economica del paese. Nonostante la produzione e l’esportazione di gas siano state interrotte a causa delle condizioni di sicurezza all’inizio del 2015 da parte di Total Energies, principale azionista della società yemenita LNG, la regione di Shabwa resta un obiettivo militare chiave per tutti.

All’interno del governatorato, gli Emirati hanno anche mantenuto una base militare mentre i conflitti tra loro, rappresentati dai loro alleati yemeniti e dal GIR, hanno dato origine a un gran numero di scaramucce per tutto il 2021, evidenziando la frammentazione del campo anti-houthista. A Shabwa, l’arrivo delle forze sostenute dagli Emirati ha permesso di respingere gli Houthi, rompendo l’assedio di Marib. È probabile che questo spostamento, insieme alla perdita di migliaia di soldati, abbia convinto i leader Houthi dell’impossibilità di prendere Marib. Da allora, non hanno più potuto contare su una vittoria militare in grado di farli arrivare in una posizione di forza al tavolo delle trattative. Per la prima volta, il tempo non ha giocato a loro favore.

Dall’altro lato, i sempre più frequenti ed efficaci attacchi contro i giacimenti petroliferi in Arabia Saudita, e i primi compiuti contro gli Emirati Arabi Uniti nel gennaio 2022 hanno dimostrato i progressi delle capacità balistiche degli Houthi, con missili o droni armati. Una situazione che forse ha convinto gli Emirati di quanto fosse urgente porre fine al conflitto. A quanto pare, i leader sauditi e quelli emiratini hanno perso la pazienza, visto che, in sette anni, i loro alleati yemeniti non hanno fatto che dividersi, cosa che è costata loro una fortuna in termini di supporto finanziario e militare. Per quanto il fenomeno della corruzione sia legato al clientelismo nella regione, il contributo dato dai leader alle fazioni yemenite, che notoriamente si sono arricchite grazie alla guerra, non è stato in effetti decisivo in campo militare.  

    

Riformare le istituzioni

Indetta su iniziativa dei sauditi sotto l’egida del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), la conferenza intra-yemenita, tenutasi dal 30 marzo al 7 aprile 2022 a Riyadh, sta ottenendo risultati che vanno al di là di ogni aspettativa. Il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e il vicepresidente Ali Muhsin, che hanno governato il paese in maniera inefficace e corrotta, sono stati effettivamente deposti. Ma la sostituzione delle loro cariche sta già avendo un problema di credibilità. La Repubblica dello Yemen include ora un Consiglio direttivo presidenziale composto da otto uomini a cui Hadi ha trasferito i suoi poteri in un discorso televisivo, con un testo dettato dai sauditi. Imposto dai paesi del Golfo con poca o nessuna effettiva partecipazione degli yemeniti, quello attuale è un Consiglio che comprende i leader del partito Al-Islah odiato dagli Emirati, ma anche i salafiti, clienti degli Emirati Arabi Uniti e del regime saudita. È poco probabile che collaborino fattivamente per risolvere i problemi del paese e della sua popolazione.

I recenti appelli dell’Arabia Saudita a coinvolgere gli Houthi nei negoziati non destano sorpresa, ma incontrano diversi ostacoli. In tal modo, l’articolo 7 del documento che annuncia le dimissioni di Hadi conferisce al Consiglio presidenziale la responsabilità di negoziare un cessate il fuoco permanente e di partecipare alle trattative per portare lo Yemen dalla guerra alla pace. Non c’è dubbio che i governi saudita ed emiratino vogliano porre fine a questa guerra. Il sostegno finanziario di 3 miliardi di dollari (2,75 miliardi di euro) da parte degli Emirati e dell’Arabia Saudita alla nuova potenza yemenita è la prova tangibile della serietà delle loro intenzioni.

Da parte sua, Hans Grundberg sta lavorando, sin dall’inizio del suo incarico, alla preparazione dei negoziati tra le parti yemenite. L’ingerenza dei paesi del Golfo negli organi direttivi del paese ha senza dubbio l’obiettivo di dare un aiuto, ma non è chiaro se questa nuova architettura istituzionale potrà facilitarne il compito. Il Consiglio direttivo presidenziale garantisce la rappresentanza delle principali forze militari in campo. Se tutte si dicono pronte a trovare una soluzione, ciascuna di loro ha una diversa interpretazione delle concessioni da fare e per ora non c’è accordo tra i loro diversi punti di vista.

  

Gli Stati Uniti al seguito

Certo, il fatto che i principali interpreti stranieri siano ora sulla stessa lunghezza d’onda fa supporre che si possa ragionevolmente immaginare l’avvio di nuove trattative già a partire dai prossimi mesi. Anche se è prevedibile la fine del conflitto armato aperto, è alquanto ottimistico aspettarsi una pace a lungo termine, che permetta di risolvere i problemi socioeconomici a cui gli yemeniti vanno incontro. Del resto, non è nemmeno chiaro se alla fine dei negoziati lo Yemen rimarrà un paese unificato.

Come gli stati confinanti, anche gli Stati Uniti hanno ben altre questioni da affrontare – anche nella regione - che la guerra in Yemen. Per loro, ci sono altre priorità, ad esempio i negoziati per rimettere in piedi l’accordo sul nucleare iraniano. Nella sua fase iniziale, l’amministrazione Biden pensava che sarebbe stato facile porre fine alla crisi yemenita e che il successo dell’operazione sarebbe stato di buon auspicio per la sua politica estera, dimostrando la sua capacità di piegare il principe saudita Mohamed bin Salman, con cui è in conflitto latente. Dopo un anno, i drammatici cambiamenti sullo scenario internazionale, nonché l’insuccesso nel riavviare in tempi brevi i negoziati, hanno ridotto notevolmente l’interesse del conflitto agli occhi dei diplomatici americani. Accantonata l’idea di porre fine alla vendita di armi ai sauditi, e viste le conseguenze politiche ed economiche del conflitto in Ucraina, è ancora una volta nell’interesse degli Stati Uniti allinearsi alla politica dei sauditi e degli Emirati nello Yemen.

Di conseguenza, l’amministrazione Biden sta sostenendo gli sforzi dell’inviato speciale dell’ONU, senza cercare di ricoprire un ruolo centrale. Gli Stati Uniti sono inoltre i principali sostenitori degli sforzi umanitari dell’ONU in Yemen, alla luce dell’impegno preso alla Conferenza dei donatori del marzo 2022 di destinare al paese circa 600 milioni di dollari (549 milioni di euro), ovvero il 46% del totale.

Il contesto internazionale relega però il conflitto yemenita in secondo piano in un momento in cui, a livello di politica interna e regionale, ci sono segnali incoraggianti. Il conflitto russo-ucraino sta accentuando la scomparsa dello Yemen dall’attenzione mediatica e diplomatica occidentale, nonostante gli effetti della guerra siano drammatici. L’aumento del prezzo del grano, base dell’alimentazione yemenita, è ancora più disastroso per la popolazione in quanto gli aiuti umanitari sono ridotti a causa degli scarsi finanziamenti internazionali. Resta l’incertezza anche per i rifornimenti provenienti da Russia e Ucraina.

 

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