Bangl@news

Newsletter settimanale sul Bangladesh, pace, mondialità e diritti umani  

Anno XX

N°  949

 29/7/20

Questo numero è inviato a 8.094 lettori e a 390 lettori nella versione inglese    

            

       

                    

 Sommario

                   

Missione

»»  In migliaia mi dicono «thank you» di O. Pori Mecoi

»»  Guinea Bissau. Missione sfidante - Parte 3 di Anélia Gomes de Paiva

»»  Luiz Carlini: «I miei 48 anni di missione nell’Amapà» di Andrea Guerra

»»  L’anima di padre Leopoldo svelata nel suo diario di p. Giovanni Musi

»»  Le Cartoline di p. Silvano - 270 di p. Silvano Zoccarato

Chiesa

»»  Sessanta progetti nel Sud del mondo La Chiesa in campo per lo sviluppo di Gianni Cardinale

Mondialità

»»  Abbé Pierre: contro l’epidemia della miseria di Abbé Pierre

»»  Nell’Artico si sciolgono i ghiacciai ma la guerra è sempre più fredda di Francesco Palmas

»»  Santa Sofia in moschea: una posta in gioco satanica di Kamel Abderrahmani

Africa

»»  Dalla pace delle armi alle armi della pace di p. Mauro Armanino

»»  La guerra degli eserciti stranieri di Bruna Sironi

Americhe

»»  Sudamerica e leader malati: «Covid fattore di instabilità politica» di Paolo Maria Alfieri

Asia

»»  Disastri ambientali e impegno della Chiesa di Laura Fracasso

Europa

»»  Razzismo: l’Europa non riconosce il proprio di Cécile Kashetu Kyenge

»»  Tutti vedono, nessuno aiuta di Nello Scavo

Medio Oriente

»»  Lo “strappo” di Ayasofya è un sabotaggio ai nuovi cammini di fratellanza

»»  La rivalità tra Turchia ed Emirati mette la Tunisia sotto pressione di Claudia Annovi

Arabia Saudita

»»  Tra petrolio e Coronavirus, i rischi per MBS di Chiara Pellegrino

Bangladesh

»»  Covid 19 e la Casa della Solidarietà di Giovanni Gargano sx

»»  Il commiato dei cattolici di Chittagong dal vescovo Mosè M Costa di Sumon Corraya

»»  L'Arcivescovo Moses Costa era un "santo vivente", "un autentico missionario", un "Vescovo-catechista" 

Bolivia

»»  E’ morto Mons. Scarpellini: un grande missionario: tutta una vita per la Chiesa boliviana

Bosnia Erzegovina

»»  Srebrenica: il genocidio che divide la Bosnia, 25 anni dopo di Alessandro Di Bussolo

Brasile

»»  Consiglio Indigenista Missionario: odio e violenza nei confronti le popolazioni indigene

»»  In aumento le violenze su afrodiscendenti di Antonella Rita Roscilli

Cambogia 

»»  Evangelizzazione e confessione di Alberto Caccaro

Cina 

»»  Il dialogo fra Cina e Santa Sede è una trappola di Li Ruohan

»»  L’accordo sino-vaticano due anni dopo. Le bandiere e i controlli (I)

Giappone

»»  Il Covid ferma ancora la “womenomics” di Stefano Vecchia

Indonesia

»»  La missione della Chiesa indonesiana contro il traffico di minori di Mathias Hariyadi

Israele

»»  Migliaia contro Netanyahu. Leader cristiano: ‘Nasce un nuovo movimento’

Italia

»»  Aiuti umanitari in Libia, nuove accuse all’Italia di Nello Scavo

»»  Asso 28, processo per i respingimenti di Nello Scavo

»»  Il grido Onu inascoltato e quel profugo cadavere lasciato in mare di Nello Scavo

»»  Il made in Italy che uccide di Antonella Sinopoli

»»  Noi, spettatori pavidi e lʼesempio di Beatrice di Mauro Berruto

»»  P. Giulio Albanese: “nel Sahel meno armi e più dialogo”

»»  Visita storica a Trieste. Mattarella e Pahor di Angelo Picariello 

Mauritania

»» La tradizione che impone alle donne di essere grasse di Maria Tatsos

Myanmar

»»  Card. Bo: i minatori morti sono stati sacrificati sull'altare dell'avidità

Palestina

»»  Annessione, il grido di dolore dei cristiani di Betlemme

Siria

»»  I veti incrociati li pagano i profughi di Fulvio Scaglione

Sud Sudan  

»»  La ‘pace di cristallo’ nello Stato più giovane al mondo di Ilaria De Bonis

Turchia

»»  Erdogan, Fatih II, il ri-conquistatore di Santa Sofia di NAT da Polis

»»  Il tempo si era fermato, ora si mina la convivenza di Asmae Dachan

»»  La religione non c’entra: un favore ai nazionalisti mentre cala il consenso di Riccardo Redaelli

»»  Noi cristiani turchi ancora nel mirino di Chiara Zappa

 

»»  Edizione inglese

        

I punti di vista espressi in questi articoli sono propri degli autori e non riflettono necessariamente quelli di Banglanews

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MISSIONE

In migliaia mi dicono «thank you» di O. Pori Mecoi

biesseonline.sdb.org/ - luglio/agosto 2020

Incontro con don Giordano Piccinotti - Responsabile di Opera Don Bosco.

«Al termine del servizio militare ho chiesto all'Ispettore di allora di entrare nei salesiani di don Bosco, da quel momento è iniziata un'avventura fantastica e il Signore mi ha mostrato concretamente che cosa significa ricevere il centuplo.»  

        

Può autopresentarsi?

Mi chiamo Giordano Piccinotti, sono nato a Manerbio (BS) il 23 febbraio 1975, figlio di Serafino e Maria. Salesiano dal 1998 e sacerdote dal 2006. Provengo da una famiglia semplice, i miei genitori mi hanno sempre insegnato ad essere autentico e a guadagnarmi il pane con il sudore della fronte. Ho trascorso gli anni della mia fanciullezza nel mio paese, Faverzano, tra famiglia, oratorio e chiesa. Qui ho imparato l'amore all'oratorio e a don Bosco, grazie al mio parroco di allora, don Gianni. Il desiderio di diventare prete, la voglia di stare in un ambiente allegro mi hanno portato dai Salesiani al Don Bosco di Brescia, dove ho frequentato i corsi di formazione professionale e al termine del percorso formativo ho trovato subito un ottimo lavoro. Il passo successivo è stato quello del servizio militare, esperienza dura ma profondamente arricchente per un ragazzo di provincia come me. Al termine del servizio militare ho chiesto all'Ispettore di allora, don Francesco Cereda, di entrare nei salesiani di don Bosco, da quel momento è iniziata un'avventura fantastica e il Signore mi ha mostrato concretamente che cosa significa ricevere il centuplo.

Il mio percorso è proseguito nel prenoviziato a Bologna, dove ho concluso gli studi superiori, poi a Pinerolo nel noviziato, il post noviziato a Nave, il tirocinio a Sesto San Giovanni, la teologia a Roma, conclusasi con la licenza in teologia spirituale. Dopo l'ordinazione sacerdotale, la prima obbedienza è stata all'Istituto Elvetico di Lugano, come economo, poi nel 2011 l'economato ispettoriale, e dal 2012 anche diverse Fondazioni che si occupano di raccogliere fondi per le missioni salesiane. Sono un salesiano felice.

       

Com'è nata la sua vocazione?

Senza alcun dubbio, la mia vocazione è nata a contatto con persone felici di servire il Signore. Penso al nonno Piero, morto a novantotto anni, che mi ha insegnato il valore della preghiera. Penso al parroco diocesano del mio paese, don Gianni Piovani, all'amore che ha sempre avuto per san Giovanni Bosco. Passava le calde estati nella bassa bresciana a organizzare le attività estive e i campi scuola per noi ragazzi. Penso ai miei genitori e alla testimonianza di amore e fedeltà, vissute nella quotidianità. Loro mi hanno insegnato il valore del sacrificio, della carità, del servizio gratuito per i piccoli e i poveri. La mia vocazione è profondamente legata alle persone e alla vita della mia terra.

       

Qual è il suo compito attuale?

Attualmente mi occupo della gestione di tre fondazioni: l'Opera Don Bosco nel mondo di Lugano (Svizzera), la Fondazione Opera Don Bosco onlus di Milano, e la Fondazione Don Bosco in Der Welt Stiftung di Schaan (Liechtenstein). Si tratta di Fondazioni che si occupano della raccolta fondi per le missioni salesiane nel mondo intero.

La Fondazione Opera Don Bosco ha come motto «Continuate a fare il bene e a farlo bene!».

       

Come lo attua?

Questo motto era molto amato da don Arturo Lorini, salesiano fondatore in Lombardia del sostegno a distanza per migliaia di ragazzi poveri nel mondo. Mi sembra rispecchi bene il nostro modo di lavorare. Non basta fare il bene, bisogna farlo bene, creando possibilità di sviluppo, dotando le persone, per noi soprattutto i giovani, di quegli strumenti umani, culturali, educativi e spirituali che diano loro “una possibilità” per il futuro. Per molti è una seconda e ultima chance. Ma questo non era altro che il pensiero educativo del nostro padre don Bosco, che sosteneva il diritto di ogni giovane ad avere una possibilità di riscatto. Tutto questo, realizzato con un grande ottimismo e una fiducia incrollabile in Dio e nell'uomo.

         

Quali sono le più belle realizzazioni?

Ogni realizzazione è un miracolo reso possibile da benefattori, strutture, salesiani, ragazzi e tanta preghiera. Quindi, ogni progetto è il più bel progetto! Una delle realizzazioni più belle è certamente quella del sostegno a distanza che ci dà la possibilità di sostenere diverse migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il sostegno concreto di tante famiglie che da molti anni (alcune anche più di venti) garantiscono ai ragazzi la possibilità di frequentare la scuola e avere anche un piccolo sostentamento alimentare.

Nel mese di dicembre abbiamo inaugurato la nuova panetteria di Dekemhare in Eritrea, dove cinquecento ragazzi potranno non solo avere il pane quotidiano ma anche imparare come si fa.

Nel mese di gennaio ho benedetto la scuola dell'infanzia delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Hlaling Thar Yar nella periferia di Yangon in Myanmar, dove le suore salesiane lavorano in un quartiere buddista ortodosso, caratterizzato da una grande povertà e da tanti altri problemi.

In Sri Lanka è ormai concluso un progetto molto bello e al passo con i tempi: grazie a un importante gruppo industriale i giovani della regione di Metiyagane potranno frequentare i corsi di ingegneria civile nel nuovo istituto, costruito con tecnologie moderne. Ci sarebbero anche tanti altri progetti...

            

Quali gli incontri più toccanti?

Ogni viaggio è un'occasione per incontrare storie, esperienze di vita e soprattutto persone che portano nel cuore speranza, tanta speranza! Decine di incontri, decine di volti che non dimenticherò mai. Ogni persona occupa nel mio cuore e nelle mie preghiere un posto del tutto particolare.

In occasione di un viaggio nel sud dell'India visitando la missione salesiana e la città di Salem, mi sono imbattuto in una scena abbastanza ordinaria nella vita di chi come me segue le missioni: l'incontro con i ragazzi e le ragazze della scuola, un momento di riconoscenza verso i benefattori, profondamente sentito nel cuore di ogni ragazzo.

A prima vista, niente di diverso rispetto alle altre missioni, ma a mano a mano che incontro i ragazzi mi rendo conto che in realtà qualcosa di diverso c'è: la tipologia di bambini e ragazzi accolti. A Salem arrivano mandati dalla polizia e dal tribunale, per lo più sono storie di giovani abbandonati o venduti dalle stesse famiglie per una manciata di rupie. Famiglie troppo numerose che per sopravvivere sono costrette a compiere questo atto “contro natura”. I ragazzi, dopo essere stati identificati vengono portati alla missione salesiana, viene proposto loro un cammino educativo (imparare a leggere e a scrivere).

Ebbene, nella conoscenza dei ragazzi mi sono imbattuto in Arul, un ragazzino di 8 anni, un soldo di cacio, che mi abbraccia forte e in un timido e incerto inglese mi dice: “thank you”. Mi commuovo e quando mi riprendo chiedo la storia di questo bambino. Mi dicono che Arul è stato trovato da alcuni collaboratori laici, fermo ad un incrocio stradale, con in mano una cassetta di legno contenente fiammiferi. Lo chiamano il “piccolo fiammiferaio”, è un bambino dolcissimo con un sorriso sincero e una faccia da furbetto. Un giorno i suoi genitori gli dicono che lo devono lasciare da “parenti” per qualche tempo, perché devono affrontare un viaggio, in realtà lo vendono a una banda di criminali che utilizza i piccoli per chiedere l'elemosina lungo le vie della città. Arul adesso è al sicuro, i salesiani sono la sua famiglia e gli altri bambini gli vogliono bene, nel suo cuore c'è solo un sentimento: la gratitudine, e il sorriso dietro a quel “thank you” lo rivela con semplicità. Ho subito pensato che ancora una volta i destinatari della nostra missione permettono a noi di crescere e maturare, non siamo noi che aiutiamo loro ma sono loro che aiutano noi a diventare un po' meno egoisti. Mai come in quell'occasione ho fatto mia la frase di Antonio César Fernández un salesiano Santo, missionario, trucidato in Burkina Faso nel 2019: “Sono i giovani del mondo che mi hanno insegnato ad essere salesiano”.

             

Quali sono i suoi progetti e i suoi sogni?

La vita non mi appartiene, è nelle mani di Dio e per quanto riguarda i miei progetti, solitamente se ne occupa l'Ausiliatrice. Il desiderio che porto nel cuore è solo di fare la Sua volontà attraverso la mediazione e l'intelligenza creativa dei Superiori. Spero di poter continuare a portare avanti tanti progetti missionari nel mondo, progetti che possano dare soprattutto ai giovani una “opportunità”. Tante volte mi è capitato di incontrare ragazzi, nei luoghi più disparati del globo che mi hanno ringraziato per l'opportunità che i salesiani hanno dato loro. Come figlio di don Bosco, credo profondamente che ogni uomo abbia diritto ad avere una possibilità di riscatto, umano, sociale e spirituale. Ogni uomo ha diritto ad avere una “nuova opportunità”.  

      

«L'ABBRACCIO DEL PAPERO»

In Sri Lanka, nel pomeriggio, abbiamo visitato l'orfanotrofio di Uswetakeiyawa, dove 41 ragazzi orfani (dai 3 ai 12 anni) vengono accolti dai salesiani. L'opera salesiana si chiama “Don Bosco Sevana” e più che un istituto è una vera e propria famiglia, dove due salesiani vivono per 365 giorni l'anno con questi ragazzi, vittime di abusi e di violenze. Sono rimasto molto impressionato dal clima di famiglia che si respira in questa casa di don Bosco. Parlando con il responsabile della struttura, Padre Pinto, ho capito subito che sono in gravi difficoltà economiche e non riescono a garantire a tutti i ragazzi un tenore di vita dignitoso, per crescere e formarsi. Per questo ho deciso di iniziare una collaborazione concreta e attraverso il network ODB, invieremo un sostegno annuale di 10000 euro e un ulteriore contributo per la sistemazione del campo di basketball.

Quando Padre Pinto ha annunciato ai ragazzi le mie intenzioni, c'è stata grande emozione e la gioia di ognuno è diventata subito riconoscenza, i ragazzi erano felicissimi e si abbracciavano. Qualche lacrima ha solcato il loro viso. Per le nostre fondazioni è un piccolo gesto, ma per quei ragazzi è una speranza di futuro. L'opera di “Don Bosco Sevana”, è certamente meritoria e continueremo ad aiutare salesiani e bambini, perché possano guardare al futuro con lo stesso entusiasmo dei ragazzi che vivono alle nostre latitudini. Quando visito un'opera salesiana di accoglienza, verifico sempre tre luoghi: il refettorio, i bagni e le camerate. Lo faccio perché voglio che siano luoghi accoglienti, puliti e ambienti dove i ragazzi vengono accolti con dignità.

Mentre passo nei dormitori, la mia curiosità si ferma davanti a un papero giallo, appoggiato ad un cuscino. Padre Pinto, dice che in quel letto dorme un bambino di otto anni che non ha mai conosciuto mamma e papà e la notte per addormentarsi stringe forte forte il papero e gli dice “ti voglio bene”. Proietta sul papero il desiderio di affetto. Sono costretto da un “marmocchio” a fare un profondo esame di coscienza. Tra me e me pensavo: nella vita ho avuto tante volte la fortuna di essere abbracciato forte forte e sentirmi amato, ci sono tante persone che mi vogliono bene. Tante volte “sono stato papero” e non me ne sono mai reso conto come oggi. A stento trattengo le lacrime, è un pugno forte nello stomaco, ma è anche il messaggio più bello: proprio come l'abbraccio delle persone care che portiamo nel cuore.

 

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Guinea Bissau. Missione sfidante - Parte 3 di Anélia Gomes de Paiva

rivistamissioniconsolata.it/ - 1 luglio 2020  

      

  

UN POPOLO «VISITATO» DA DIO

Evangelizzazione e inculturazione

Il popolo guineano è variegato, ma ha come principio la vita comunitaria. I giovani sono affascinati dalla globalizzazione che apre loro nuove possibilità, ma li allontana dalle tradizioni. Le missionarie sono molto attive nel dialogo interreligioso e credono che il cristiano debba essere integrato nella propria cultura.

I guineani hanno come principio di base la vita comunitaria, ossia la crescita non individuale ma della comunità. Sono un popolo con un’identità etnica e tradizionale ben definita, con una forte spiritualità religiosa, che li porta a praticare intensamente le credenze della tradizione. Sono persone allegre e festose, ospitali, e con grande capacità di accettare le difficoltà e le sofferenze quotidiane. La maggior parte della popolazione vive con meno di un euro al giorno, e consuma un solo pasto quotidiano, mentre altri non possono nemmeno farlo. Nonostante le difficoltà, sono splendenti di gioia e fiduciosi nel Dio della vita. Sono un popolo che vive del miracolo dell’amore di Dio.  

 

I guineani e la globalizzazione

In Guinea-Bissau sono circa 30 gruppi etnici, la lingua ufficiale è il portoghese, però la lingua più diffusa, parlata dal 44% degli abitanti, è il creolo (a base portoghese). Il 45% della popolazione segue la religione tradizionale, mentre i musulmani sono circa il 40%. Vi è poi una discreta minoranza cristiana (15%).  

   

A proposito della globalizzazione, da una parte possiamo dire che essa ha prodotto dei cambiamenti di mentalità, e in un primo momento possiamo pensare che questo sia positivo. Ad esempio: i guineani oggi guardano il mondo in forma più ampia, vedono più lontano, hanno più ambizioni per migliorare la vita. I giovani si affrettano a studiare e a esercitare una professione. Vi è più accesso ai mezzi di comunicazione, più possibilità nell’ambito della salute e dell’educazione.

Dall’altra parte vi sono delle conseguenze negative nell’ambito dei valori personali, famigliari e sociali. Ad esempio: la mancanza di rispetto per la vita, l’individualismo, la violenza nelle famiglie e nella società. Tanti giovani si allontanano dalla loro tradizione perché vogliono essere «liberi» e avere una vita più moderna. La disuguaglianza sociale sta diventando sempre più evidente. Gli anziani si sentono più esclusi, soffrono di abbandono, indifferenza e solitudine. In questo senso è un sistema che sembra non aiutare a riflettere sul vero senso della vita. Aumenta la conoscenza nozionistica ma non di pari passo una adeguata formazione delle coscienze.

           

  

L’esperienza dell’invisibile

In Guinea-Bissau siamo sempre andate dove ci hanno chiamate. Con ogni popolo e etnia abbiamo iniziato l’annuncio in modo differente, conforme alle esigenze di ciascuno. Da coloro che hanno come valore la vita di gruppo, ci è stato chiesto un aiuto per vivere in modo nuovo la vita di gruppo. Altri ci hanno chiesto di parlare di Dio, ma anche la scuola per i loro bambini, ecc. È stato interessante scoprire che Dio li aveva «visitati» prima di noi, perché la missione è opera sua. Prima del nostro arrivo, Dio stava già lavorando con il suo popolo. Aveva già fatto storia con loro. Era poi giunto il momento di scoprire il seme che Dio aveva seminato per aiutarli a farlo crescere, ma anche i frutti maturi da cogliere, appunto, dalla loro esperienza dell’invisibile (Dio) secondo la loro spiritualità tradizionale.

Oggi siamo sempre più consapevoli di questa verità: il primo compito della missionaria è riconoscere il cammino che Dio ha fatto con il suo popolo e la sua presenza attuale. Vale la pena sottolineare che nei villaggi in cui siamo andate senza essere state chiamate, le attività di evangelizzazione non sono continuate, per mancanza di interesse da parte della popolazione.

L’evangelizzazione è accompagnata dalla promozione di tutta la persona, quindi la promozione umana è una dimensione importante della nostra pastorale. 

       

Perché il «centro» della missione sono l’uomo e la donna che vivono un momento decisivo nel loro processo storico. E il Cristo che proclamiamo vive già in mezzo al suo popolo, per condurlo alla piena liberazione.  

Personalmente, posso dire che sono stata evangelizzata da loro, perché oggi, dopo dodici anni di missione con loro e in mezzo a loro, mi sento più cristiana, più missionaria.  

       

L’inculturazione

A partire dalla creazione della diocesi di Bissau (1977), la Chiesa in Guinea-Bissau ha preso coscienza della necessità dell’incontro del Vangelo con le culture, cioè dell’inculturazione della fede. L’inculturazione, il dialogo interreligioso e interetnico sono tra gli obiettivi principali della Chiesa locale. La Chiesa, ogni giorno, sta diventando consapevole che se non si incarna nella cultura del suo popolo, l’evangelizzazione continuerà ad essere superficiale e la Chiesa avrà dei cristiani senza un’identità propria, cristiani mancanti di una integrazione con la propria tradizione.

Come dice Paulo Suess, «la meta dell’inculturazione è la liberazione, e il cammino della liberazione è l’inculturazione» (cfr. P. Suess, Caminhar descalço sobre pedras: uma releitura da Conferencia de Santo Domingos, in Instituto Humanitas, Cadernos de Teologia Publicas, 19-20). E «solo con il messaggio rivelato dal di dentro, ogni popolo nella rispettiva cultura può veramente lodare il Signore nella propria lingua e con i propri termini», come dice Appiah-Kubi (cfr. F. A. Oborji, La teologia africana e l’evangelizzazione, Press, Roma 2016, 69-70). Perciò per una Chiesa dal volto guineano, ci vuole una evangelizzazione puntata sul dialogo con le culture e con la religione tradizionale.

       

Cura del Creato

Riguardo al creato, i guineani, in generale nella loro tradizione hanno profonda venerazione per la natura. Dalla natura prendono le erbe per le medicine; attribuiscono una particolare sacralità ad alcuni alberi; non sfruttano la natura per fine personale o abusivo, ma soltanto per la loro sopravvivenza. Quando hanno bisogno di tagliare un albero, ad esempio, per fare una canoa, fanno delle cerimonie per chiedere il permesso agli spiriti. Riconoscono che tutto è stato creato da Dio e appartiene a Dio. Quindi l’essere umano non ha il diritto di danneggiarlo.

A livello statale e governativo praticamente nulla viene fatto in questo ambito. Una città come Bissau non ha nemmeno i servizi igienici di base e molta spazzatura finisce per essere gettata in mare. Ci sono le Ong che intervengono nei settori di conservazione della biodiversità agricola, nella gestione delle risorse naturali e nella valorizzazione dei prodotti e della conoscenza della biodiversità. Esse informano e sensibilizzano la cittadinanza.  

      

Il nostro carisma

A proposito del nostro carisma, possiamo dire di aver incontrato un popolo di «prima evangelizzazione», dunque questo è il nostro posto.  

         

 

Pertanto, in Guinea-Bissau il nostro carisma diventa sempre più vitale, perché è alimentato da una realtà veramente ad gentes e da un ambiente con una piccola percentuale di cristiani. «Noi siamo per i non cristiani» e il contatto coi non cristiani ci rivela a noi stesse e sprigiona in noi il fuoco del carisma. Proprio per questo, la nostra identità carismatica è rafforzata.

Inoltre, l’esperienza con questo popolo arricchisce il nostro istituto e la Chiesa: ho scoperto nel popolo della Guinea-Bissau, con principi tradizionali ben radicati, una profonda spiritualità, non un senso generale dell’invisibile, ma un’esperienza concreta della presenza e dell’azione di Dio. I guineani sanno e credono che esiste un Dio sovrano e assolutamente potente, signore del cielo e della terra; confidano e sperano in lui. È il grande vivente che agisce nel mondo. Come non trarre vantaggio da questi solidi principi per l’evangelizzazione inculturata? I valori umani e spirituali del popolo guineano sono grandi, e il nostro istituto e la Chiesa devono saperli leggere tutti. Il rispetto e la conoscenza della cultura, nell’azione evangelizzatrice è stata considerata dal nostro fondatore, Giuseppe Allamano, quindi deve essere anche per noi. Questo ci porta a vivere il nostro carisma con apertura a tutte le culture e con atteggiamento dialogico. Siamo pertanto, invitate a ritornare a ciò che è stato tralasciato, trascurato, non valorizzato, ossia la ricchezza culturale e religiosa di ogni popolo. Oggi capiamo meglio che l’evangelizzazione deve guardare la persona in tutti i suoi aspetti, e deve essere fatta dal di dentro di ogni cultura.  

     

Continua

Parte 1 e 2 su Banglanews 947 e 948

  

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Luiz Carlini: «I miei 48 anni di missione nell’Amapà» di Andrea Guerra

Mondo e Missione - 10 luglio 2020

Missionario del Pime a Macapà padre Luigi Carlini si appresta a lasciare la sua gente: «La grazie più grande? Camminare insieme a tutti, anche con i carcerati. Ma quanta strada ancora per far incontrare la Messa e la vita. Non solo in Brasile…»

        

Settantacinque anni, 48 dei quali dedicati alla missione in Amapá. Padre Luiz Carlini, missionario italiano del Pime originario di La Spezia, ha compiuto 75 anni il 16 giugno e ha presentato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Ha scritto al vescovo di Macapá, dom Pedro José Conti, una lettera in cui ringrazia «Dio e questa ex prelatura, ora diocesi di Macapá, per avermi dato l’opportunità di scoprire e crescere, imparare e servire in tante situazioni nel mio cercare di annunciare il Vangelo, in questi 48 anni di presenza, nel cammino della vita e della fede, insieme alla gente».

Ha lasciato il suo ruolo di parroco nella parrocchia di Jesus Bom Samaritano (il nuovo parroco è padre Joseph Kouadio, un missionario del Pime originario della Costa d’Avorio) e si prepara a tornare in Italia per svolgere il suom ministero sacerdotale nella terra d’origine. Padre Luiz ha lavorato alla fondazione delle parrocchie di Porto Grande e Laranjal do Jari, nonché, per 14 anni nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù e altri sei anni in quella di Jesus Bom Samaritano. «Non è poco, sono stati 48 anni di coraggio, testimonianza, dedizione ed – è bene ricordarlo – in maniera speciale accanto ai più piccoli, ai poveri, ai carcerati», ha detto dom Pedro, durante la Messa d’addio, a proposito di quanto realizzato da padre Luiz in questo mezzo secolo di missione.  

      

Qual è il primo ricordo dell’inizio della tua missione?

«Sono arrivato in Brasile con altri tre sacerdoti italiani del Pime. Appena arrivato, ho subito avuto un problema di salute così sono rimasto a San Paolo per un periodo, mentre i miei confratelli venivano qui al nord. Dopo un mese, sono riuscito ad arrivare anch’io con il vescovo José Mauritano. Il mio primo viaggio sul fiume è stato con padre Angelo Bubani: su una canoa di legno abbiamo attraversato il rio Maracá, risalendo quindici cascate. È stato, tra virgolette, il mio battesimo, perché ho avuto la malaria e sono stato ricoverato in ospedale per tre mesi. A novembre, infine, la mia prima missione nell’arcipelago di Bailique, alla foce del Rio delle Amazzoni. Era un posto bellissimo, dormivo nella cappella e di notte, quando tutti erano tornati alle loro case, rimanevo solo ad ascoltare tutti i suoni di Rio, l’acqua e gli animali. Ringrazio molto il Signore per quel periodo, perché in quel silenzio sentivo la presenza di Cristo e durante la notte ripensavo a tutti gli incontri che avevo avuto durante la giornata. Era un luogo di semplicità enorme».

       

Come è cambiato il suo modo di essere missionario nel corso degli anni?

«Ho iniziato la mia missione facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che avevo ricevuto. L’educazione trasforma, offre uno sguardo diverso per affrontare la vita. Ho iniziato la mia missione con i miei confratelli João Gadda, Sandro Gallazzi e Angelo Damaren, eravamo una squadra. Nonosrtante ciascuno avesse i propri impegni pastorali, mantenevamo dei momenti insieme nei quali era bello fare esperienza di vita comunitaria: era un’opportunità per crescere, confrontarci, pregare insieme. A quel tempo io stavo con dom José Maritano nella cattedrale. Ho imparato da lui come essere un missionario, ho imparato che cosa significa realmente fare un “cammino di comunità”; una comunità non è una struttura all’interno della Chiesa, una comunità è la “traduzione” dell’Eucaristia come comunione con Cristo e coni i fratelli. Con dom José ho imparato a pregare ma anche a tirarmi su le maniche per aiutare la gente. Dopo un po’ di tempo il nostro gruppo fu riunito per lavorare in una comunità di base. Sono stati anni pieni di sfide e impegni».

     

Qual è stata la sfida maggiore?

«Penso sia stata capire che la Parola di Dio ci chiedesse di essere davvero fratelli con questa gente, di vivere in comunione con le persone. C’erano diversi che pensavano che questo impegno nei confronti del popolo fosse “comunismo”, ma non era così. La dimensione politica della missione non era una dimensione di partito, ma una questione umana, di condivisione con gli altri. Questa è stata la più grande sfida all’interno della Chiesa. Fuori dalla Chiesa, ho dovuto fare i conti con i militari negli anni della dittatura».

     

E quali difficoltà hai riscontrato?

«Ho incontrato diverse difficoltà, come tutti i missionari. Ho sempre avuto problemi di salute, ma non hanno mai ostacolato la mia missione, la mia visione della vita, il mio desiderio di essere un prete e di stare con questo popolo brasiliano. Penso che una delle difficoltà maggiori difficoltà che ho incontrato sia stata la divisione tra noi sacerdoti. È successo molte volte, non solo con me. È un dolore sentire di non camminare insieme alla Chiesa, una divisione che non permette una condivisione più forte. Credo che questo sia un problema non ancora risolto all’interno della Chiesa: la separazione tra Eucaristia e vita quotidiana. Le persone lasciano tutto in chiesa e, quando escono in strada, non usano i criteri del Vangelo. È una sfida mondiale».

         

Quali sono i segni che Dio ha operato nella sua vita e nella sua missione?

«Il Signore mi ha dato la grazia di sapere camminare insieme alle persone, accanto a loro. Con tutti, anche con chi sta in una prigione. Un giorno, in prigione, un uomo pianse molto con me perché vedeva che ero trattato come un detenuto. Ma io anche lì ho sempre agito nello stesso modo: è la relazione personale che crea lo spazio per mostrare il volto di Dio. Se fossi entrato nelle carceri tra i detenuti in un modo diverso, loro non avrebbero accolto questo spazio di misericordia, questa occasione per la conversione. Quando Gesù diceva: “Fai questo in memoria di me”, non stava solo chiedendo di dire Messa, ma stava chiedendo di portare Messa nella vita, nella vita di tutti i giorni. In questo cammino sono anche cresciuto e cambiato. Cresciuto e cambiato molto».

        

Che cosa significa per un missionario che ha dedicato tutta la sua vita a una missione e una terra a “partire”?

«Sono venuto in Brasile non per portare la fede, ma per vedere come è vissuta qui. E adesso non me ne sto andando, non sto mollando tutto. Sto facendo un altro cambiamento. Certo che partire mi addolora. Deve fare male, però so che non sono chiamato costruire il mio regno, ma a lavorare per costruire il regno del Padre».

 (Intervista pubblicata sul sito di Mundo e Missão)

   

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L’anima di padre Leopoldo svelata nel suo diario di p. Giovanni Musi

Mondo e Missione - luglio 2020

Un uomo dalla profonda spiritualità. Così viene spesso ricordato padre Pastori. E così ci viene restituito dal libro che raccoglie i pensieri di tutta una vita, trascorsa tra l’Italia e la Guinea Bissau  

       

 

Piacenza, 26 maggio 1996: muore, in ospedale, padre Leopoldo Pastori, sacerdote del Pime, originario della diocesi di Lodi, stroncato dall’epatite virale a 57 anni. «Era sereno, lucidissimo…», attesterà la dottoressa Giuliana Rapacioli (sorella di un altro missionario del Pime, padre Francesco, in Bangladesh), che lo aveva assistito fino agli ultimi istanti di vita.

Qualche giorno prima il missionario lodigiano, cosciente della gravità della malattia, aveva visto soddisfatto il suo desiderio di incontrare padre Andrea Gasparino, venuto appositamente da Cuneo per ascoltare l’ultima confessione dell’amico-discepolo.

La spiritualità del “Movimento contemplativo missionario”, fondato da don Gasparino (1923-2010), si ispira a quella del beato Charles de Foucauld, ma con una forte sensibilità e apertura missionaria. Proprio per questa duplice dimensione – contemplativa e missionaria, appunto – il Movimento aveva esercitato un’attrazione irresistibile sul giovane Leopoldo. Si era infatti persuaso che, abbracciando tale spiritualità, la propria identità “pimina”, che cercava di vivere con fedeltà ed entusiasmo, ne sarebbe uscita rafforzata.

Tale convinzione è espressa chiaramente in queste sue affermazioni: «Voglio essere missionario-monaco, che nella preghiera e carità testimoni la tenerezza di Dio, la compassione di Gesù». «La mia missione è quella di restare unito al Signore, piacergli in ogni azione, servirlo e farlo amare e conoscere».  

  

Le frasi appena citate sono tratte dal diario di Leopoldo Pastori, recentemente pubblicato con il titolo: Tutto di Dio, tutto dei fratelli (Edizioni Ocd, Roma 2020). Il volumetto è corredato di un ampio commento, dal titolo Riflessioni teologico-spirituali sul Diario di padre Leopoldo, a firma di monsignor Juan Esquerda Bifet, scrittore e teologo.  

Quando e come si è venuti a conoscenza dell’esistenza di questo diario? I quaderni manoscritti del “diario spirituale” di padre Leopoldo furono scoperti casualmente – anzi è il caso di dire “provvidenzialmente” – solo dopo la sua morte. Postosi alla ricerca di ricordi del defunto, il confratello di missione padre Marco Pifferi trovò i quaderni nascosti sotto una sedia, nella saletta dove padre Leopoldo era solito attendere alle confessioni. Il vano era situato dietro l’altare del santuario Regina degli Apostoli di N’Dame, in Guinea Bissau. Padre Marco si rese subito conto dell’importanza del “reperto”, ne fece fotocopia, trascrisse il manoscritto al computer e lo diffuse tra gli amici. Poi consegnò personalmente gli originali all’Archivio generale del Pime, dove è conservato. Poté consultare copia dello scritto anche il compianto padre Piero Gheddo, che aveva conosciuto bene Leopoldo ed è autore di una sua biografia (P. Gheddo, Leopoldo Pastori. Il missionario-monaco della Guinea Bissau, Emi Bologna, 2006). 

Anch’io lo avevo conosciuto, avendo percorso con lui una parte del cammino nella stessa comunità regionale Pime in Guinea Bissau, pur essendo ciascuno di noi impegnato in una località differente, lui a Bafatá e io nelle isole Bijagós. Ho poi ritrovato padre Leopoldo a Monza nel 1990, quando sono stato richiamato in Italia dal superiore generale proprio per sostituire il confratello nell’incarico di padre spirituale nel seminario teologico e così permettergli di tornare in missione. Per attuare il suo sogno, aveva chiesto preghiere alle claustrali di vari monasteri da lui visitati e alla fine aveva ottenuto dai superiori il via libera. Sembrava infatti che, grazie alle cure, le sue condizioni di salute fossero migliorate, in relazione all’epatite virale contratta durante la prima esperienza missionaria in Guinea Bissau (1974-1978). I pochi mesi che ho vissuto con lui a Monza sono bastati per conoscerlo meglio e apprezzarne le qualità umane e la profondità spirituale.

In seguito anch’io, dopo un secondo periodo passato in missione, sono tornato in Italia, per assumere altri incarichi in obbedienza ai superiori. Era il 2008, quando Leopoldo era deceduto già da dodici anni. Avevo precedentemente letto la biografia scritta da padre Gheddo, nella quale citava alcuni brani del diario. Ho cercato allora e ricevuto da alcune amiche di Lodi una copia del testo originale. L’ho letto e riletto integralmente: mi ha profondamente colpito. 

Ho cominciato allora a pensare seriamente di dare alle stampe il diario stesso, ma al riguardo ho voluto prima sollecitare l’opinione di una persona esperta. Ho dato copia da leggere a monsignor Juan Esquerda Bifet, che conoscevo fin da quando era direttore del Centro internazionale di animazione missionaria (Ciam) da lui fondato. Dopo pochi giorni mi arriva una risposta sorprendente: vale la pena stampare il testo perché, secondo lui, «è paragonabile alla Storia di un’anima di santa Teresa di Gesù Bambino e ad alcuni scritti di santa Elisabetta della Trinità». Monsignor Bifet si dichiara inoltre disponibile a prepararne un commento, da inserire nel nuovo libro. Libro che è stato pubblicato, grazie anche alla collaborazione di padre Vito Del Prete, postulatore generale del Pime, e all’appoggio economico di due confratelli, che ringrazio di cuore.

Certo, ha ragione monsignor Bifet quando scrive in un suo messaggio: «Non è uno scritto per divertimento letterario, ma per impegnarsi spiritualmente e apostolicamente». Anch’io sono convinto che chiunque si cimenti nella lettura di questo scritto con calma, con la mente e il cuore sgombri da pregiudizi, ne ricaverà un gran bene. Si sentirà illuminato dalla testimonianza di un fratello che aveva le sue fragilità, i suoi difetti, i suoi momenti di smarrimento, ma che ha saputo trovare nell’amore appassionato a Cristo e nella dedizione totale a servizio dei fratelli il senso della propria vita. Che ha imparato a convivere con la sofferenza, come dimensione della testimonianza missionaria: «Soffro volentieri, perché il dolore mi converte a Dio e mi fa capire di più l’umanità che soffre».

  

IL LIBRO

Il ricavato della vendita del libro sarà devoluto al progetto di ristrutturazione e ampliamento del Centro di formazione per catechisti del villaggio di N’Loren/Mansoa, diocesi di Bissau, dove si educano famiglie e coppie affinché diano una testimonianza di vita cristiana, promuovano lo sviluppo economico e diventino leader nei propri villaggi d’origine (progetto K703).

Per richiedere il libro, rivolgersi a padre Giovanni Musi: musi.giovanni@pime.org (347.9570808, anche WhatsApp)

V. Del Prete, G. Musi (a cura) Tutto di Dio, tutto dei fratelli (edizioni Ocd, pp. 180, euro 12,00)

 

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Le Cartoline di p. Silvano - 270 di p. Silvano Zoccarato

14 giugno 2020

  

“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32) 

      

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO per la  IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40).

Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione.

Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga.

Tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita.

Questo amore è condivisione, dedizione e servizio, ma comincia dalla scoperta di essere noi per primi amati e risvegliati all’amore.

Possa la preghiera alla Madre dei poveri accomunare questi suoi figli prediletti e quanti li servono nel nome di Cristo. E la preghiera trasformi la mano tesa in un abbraccio di condivisione e di fraternità ritrovata.

 

Gli vado incontro e tendo la mano

Tendere la mano al povero è gioia e sofferenza. Gioia quando vedi che ti guarda e si sente sollevato. Sofferenza quando non riesci ad aiutare come vorresti, sofferenza quando il povero resta nella sua povertà. Racconto un momento vissuto a Touggourt in Algeria.

Come ogni giorno alle sei e trenta, sono in strada per andare a celebrare la messa con le Piccole Sorelle. La strada è completamente vuota. Da lontano sento delle grida e dei colpi contro porte e saracinesche. Intravedo un uomo che si dimena e minaccia e insulta. Passo dall’altra parte del marciapiede, ma l’uomo appena mi vede viene verso di me. Non è la prima volta. Cerco il mio sorriso migliore, gli vado incontro e tendo la mano. L’uomo si calma, mi dà la mano, accenna un sorriso e pone il suo volto sulla mia spalla, piangendo. È comune salutarsi tra amici ponendo il volto sulla spalla. Ma quel mattino, per strada, quel volto sulla spalla, quelle lacrime… mi dicono di più… Dopo un po’ lo rivedo seduto per terra, calmo.

 

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CHIESA 

Sessanta progetti nel Sud del mondo La Chiesa in campo per lo sviluppo di Gianni Cardinale

Avvenire - 12 luglio 2020

   

La Conferenza episcopale italiana (Cei), con i fondi dell’8xmille, stanzia altri 12 milioni di euro per 60 progetti di sviluppo nei Paesi meno fortunati del pianeta. La decisione è stata presa nel corso della riunione del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo tenutasi lo scorso 3 luglio, in video-collegamento con la sede della Cei di Roma. La somma impegnata, per la precisione 11.890.149 euro, sarà destinata per 30 progetti in Africa (per 6.090.221 di euro), per 12 in America Latina per 30 (1.808.346 euro), per 14 in Asia (3.248.102 euro), per due in Medio Oriente (212.598 euro), e due per progetti nell’Europa dell’Est (530.882 euro).

Particolarmente significativi sono due progetti da sviluppare in Africa. Uno in Nigeria, nella diocesi di Maiduguri e negli stati del Borno e Adamawa. Qui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati collaborerà con le autorità locali per fornire corsi personalizzati di formazione degli insegnanti agli educatori, che a loro volta utilizzeranno le competenze acquisite in aula per migliorare la qualità dell’istruzione del sistema scolastico pubblico. Questi insegnanti saranno poi impiegati per realizzare un programma di apprendimento accelerato dopo la scuola che si rivolge sia ai bambini che frequentano

le scuole sia a quelli che le hanno lasciate. In Angola poi, nella diocesi di Benguela, le Piccole Suore della Divina Provvidenza costruiranno ed equipaggeranno un centro sociale e allestiranno un posto medico con laboratorio di analisi. La struttura adibita a centro sociale, di circa 300 metri quadrati, comprenderà un area per recupero di disabili fisici e mentali, fisioterapia e laboratori; uno spazio per la formazione inclusiva (alfabetizzazione, formazione professionale, socializzazione). Il presidio medico, già esistente, necessita di ristrutturazione e si arricchirà di un day hospital per vaccinazioni e per la somministrazione di terapie, che potrà accogliere 120 pazienti.

Riguardo al Medio Oriente, è da segnalare il progetto in Egitto, dove le Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria hanno una scuola a Beni Suef, che accoglie bambini dalla materna fino alle medie. La scuola è aperta a tutti, cristiani e musulmani, e nel 2013, nel corso della primavera araba, è stata distrutta e incendiata dai terroristi. La ricostruzione, prontamente avviata, si era interrotta per mancanza di fondi ma ora potrà finalmente essere portata a termine.

Oltre a due progetti che riguardano l’America Latina (in Argentina e Perù), che segnaliamo a parte, particolarmente significativi sono quelli che saranno realizzati in Asia. In Sri Lanka l’arcidiocesi di Colombo creerà una scuola di musica e arti per la riabilitazione dei ragazzini di Negombo, traumatizzati a seguito degli attentati che la comunità ha subito nella primavera del 2019. A Timor Est, infine, le suore Canossiane costruiranno un centro di formazione professionale e dormitorio all’Isola di Atauro, per dare una risposta concreta alla difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro per i giovani, a causa dell’assenza delle necessarie competenze e professionalità.

  

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MONDIALITÀ 

Abbé Pierre: contro l’epidemia della miseria di Abbé Pierre

Mondo e Missione - luglio 2020

«L’unico modo per riallacciare i legami nella società è identificarci con coloro che soffrono», scriveva il fondatore del movimento Emmaus 65 anni fa. Ora i suoi testi, attualissimi, sono raccolti in un nuovo volume  

      

Nell’immaginario collettivo il nome dell’Abbé Pierre, nato Henri Grouès a Lione nel 1912, è il sinonimo di Emmaus, il movimento per i poveri e i rifugiati che fondò nel 1949 e che si sarebbe diffuso in cinquanta Paesi. L’impegno incessante del sacerdote francese a favore dei senzatettto, dei più poveri e di tutti gli esclusi della società è durato per oltre mezzo secolo, dalla fine della guerra fino alla morte, a 94 anni, il 22 gennaio 2007. Il nuovo volume Un altro mondo è possibile. La rivoluzione degli infinitamente piccoli (Terra Santa, pp. 240, euro 16) da cui è tratto il brano di queste pagine, raccoglie ora, in una sorta di «testamento spirituale post mortem», i testi più controversi, profetici, scomodi e censurati del «prete della spazzatura»: una figura controcorrente quanto popolare le cui parole – pensieri, frammenti, articoli e discorsi pubblici – suonano di una straordinaria attualità.

Dal volume riportiamo l’Appello a tutti gli uomini contro la miseria, scritto a San Francisco il 13 maggio 1955.  

 

La situazione

Oggi tre bambini su quattro hanno fame. Una famiglia su due vive in situazioni precarie. La metà dell’umanità non ha istruzione, lavoro e cure mediche adeguate. E quelli che tra noi non mancano di nulla, o di molto poco, vivono nella paura. E tutto questo proprio quando il benessere materiale, le conoscenze tecniche e anche la buona volontà hanno raggiunto livelli mai visti prima.

           

Le ragioni di questa situazione

Che cosa ci impedisce di progredire? Perché un potere tanto vasto e una reale buona volontà portano a risultati così scarsi, pur in un lasso di tempo piuttosto lungo? Forse la ragione risiede nel fatto che coloro che possiedono tale potere, per il fatto stesso di esserne i detentori, non hanno una conoscenza diretta della sofferenza umana e coloro che sono nel bisogno e soffrono, proprio a causa di questa stessa sofferenza, non hanno la possibilità di farla conoscere. Di conseguenza, l’ignoranza del potente e l’impotenza di coloro che sono nel bisogno concorrono a portarci verso la catastrofe.  

  

La soluzione al problema

Bisogna combattere immediatamente il flagello della miseria umana, in modo pratico e a livello mondiale, proprio come combatteremmo il diffondersi di un’epidemia mortale. E dobbiamo partire dal basso. Prima di tutto, dobbiamo soccorrere coloro che soffrono di più, e non coloro che soffrono di meno; nelle nostre famiglie, nelle nostre città, nei nostri paesi e, infine, in tutto il mondo. Aiutare coloro che soffrono di più non è soltanto un principio economicamente efficace, ma è il messaggio del Vangelo. È una verità colma di sapienza, per l’eternità, ma anche per le grandi miserie di questa vita.

  

L’unico modo per riallacciare i legami nella società è identificarci con coloro che soffrono. Andiamo insieme, a mani vuote, a guadagnarci la vita, condividendo la condizione di coloro che soffrono. Ne otterremo quella conoscenza diretta dell’umanità sofferente, che solo l’amore e l’identificazione con l’altro possono darci. E questa conoscenza ci permetterà: di portare un aiuto intelligente rispetto ai bisogni più pressanti, più immediati; di lavorare con, piuttosto che per coloro che sono nell’angoscia, aiutandoli ad aiutare se stessi, aiutando gli altri; di diventare, grazie alle nostre azioni, la voce di coloro che non hanno voce, e ristabilire così un contatto tra coloro che detengono il potere e coloro che sono nel bisogno.

Alcuni di noi devono dedicare tutta la loro vita a questa causa. Altri solo una parte. Tutti, dobbiamo usare tutta la nostra energia, tutti i mezzi a nostra disposizione, per risvegliare nella società la coscienza dei bisogni umani, e creare un clima che sostenga e incoraggi i volontari che lottano contro la miseria.

Qui, a San Francisco, in nome degli straccivendoli e costruttori di Emmaus che mi hanno spedito a fare il giro di mezzo mondo, voglio lanciare un appello a tutti, ma soprattutto ai giovani, ai privati e alle varie organizzazioni affinché, sin da ora, indirizzino tutti i loro pensieri e le loro azioni alla creazione di una sorta di legione contro la miseria nel mondo, ognuno facendo quel che può nella situazione in cui vive e mettendosi in contatto con gli altri che combattono la stessa battaglia.

     

Le comunità di Emmaus offrono la loro esperienza e i loro mezzi a tutti coloro che possono unirsi a noi e offrire il loro amore e il loro impegno, e anche a coloro che non possono unirsi a noi ma sono disposti a offrirci consigli, denaro e assistenza tecnica.

Partiti in sordina, tutti insieme, da ogni parte della Terra, possiamo buttarci in un’avventura che non può fallire; non può fallire perché non abbiamo nulla da perdere, nel vero senso della parola. Il nostro amore comune sarà la garanzia migliore del successo.

Amici miei, in tutta umiltà vi chiediamo di unirvi a noi in questa crociata contro la miseria umana.

 

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Nell’Artico si sciolgono i ghiacciai ma la guerra è sempre più fredda di Francesco Palmas

Avvenire - 12 luglio 2020  

        

È guerra geostrategica nell’Artico che si scioglie. Una corsa irrefrenabile si è scatenata intorno alle risorse dell’Oceano più settentrionale del pianeta. Un saccheggio favorito dal cambiamento climatico, esiziale qui più che altrove. Dal 1979, la banchisa polare ha perso oltre il 42% della sua superficie. La Groenlandia sta fondendo a un ritmo impressionante: negli anni 70 aveva accantonato in media 47 miliardi di tonnellate (gigatonnellate) di ghiaccio l’anno, perdendone altrettante negli anni 80 e negli anni 90. Il declino si è galvanizzato con l’inizio del nuovo millennio: meno 187 gigatonnellate l’anno negli anni 2000 e meno 286 gigatonnellate l’anno dal 2010 in poi. Un’erosione che ha aperto allo sfruttamento superfici marine e terrestri inaudite.

Mentre il permafrost sgela, gli ecosistemi fibrillano. Russi e cinesi fiutano comunque l’affare, imperterriti. Prospezioni, petrolio e materie prime fanno gola. Gli impianti sono ormai finiti in mare, nel passaggio di nord-est. Qualcosa si muove anche a nord-ovest, alimentando un clima di nuova Guerra fredda. Le grandi potenze inforcano le armi, sfidandosi in pericolosi giochi di guerra. Francesi, americani e britannici brandiscono le unità navali migliori per rivendicare libertà di navigazione. A maggio, le marine statunitensi e britanniche sono entrate in forza nel mare di Barents, che la Russia credeva ormai un lago domestico. Il messaggio è chiaro. La Nato sta tornando a presidiare il fianco più settentrionale dell’Alleanza.

Mentre Trump divelle l’asse con la Germania e decurta i fondi di deterrenza europei, risponde noncurante alle pretese russe. Forza la mano. Mosca rivendica diritti sovrani sulla rotta artica di nord-est, che considera un giardino di casa, troppo vicina alle sue coste, vulnerabili. Esige che tutte le navi militari chiedano un’autorizzazione preventiva per transitare nelle acque nordiche. Vuole un preavviso di 45 giorni, grado e nome del comandante della nave, nazionalità della bandiera, durata e ragione del transito. Vorrebbe imporre la presenza obbligatoria a bordo di un pilota russo e l’assistenza eventuale di un rompighiaccio con la stella rossa. Trump non ne vuole sentire. Il vice assistente del segretario per gli affari europei ed euroasiatici al dipartimento di Stato, Michael Murphy, è stato chiaro: «Il fianco nord della Nato esige nuovamente l’attenzione degli Usa e dei loro alleati». Gli americani hanno marines in Norvegia. Hanno rieletto l’Islanda a nuovo perno verso l’Artico. Torna in auge l’asse Groenlandia- Regno Unito, fitto di basi, velivoli e uomini per sorvegliare l’andirivieni dei sommergibili nucleari e da spionaggio di Mosca. L’Artico fa gola. Il passaggio nord-orientale registra un traffico crescente: 71 navi nel 2013, 18 nel 2015 e 27 oggi. Trump vuole tenerlo a bada. Ha ordinato una flotta di navi rompighiaccio, operativa e proiettabile entro il 2029. Ha chiesto un rapporto urgente entro 60 giorni. A breve, gli americani puntano a dotarsi di una rete di basi artiche: «Almeno due nel territorio statunitense e non meno di altre due all’estero». Saranno basi miste, della Guardia Costiera e del Pentagono. Riaprirà la base di Adak, in Alaska, inaugurata nella seconda guerra mondiale e chiusa nel 1997. È una rincorsa mozzafiato, perché i russi pensano in grande. Stanno cablando in fibra ottica tutta la costa siberiana e artica, per non lasciarsi sfuggire nemmeno un battito d’ali di una farfalla. Dominano gli abissi. Battono tutti i record. Per la prima volta nella storia, hanno lanciato un gruppo di parà da 10mila metri di quota nella Terra di Alessandra, a meno di mille chilometri dal Polo Nord. Mosca punta più in alto ancora. Puntella l’area con sei basi, fornendole di cacciabombardieri, sistemi antiaerei, radar, droni, elicotteri e cingolati anfibi. Armerà le 240 navi della divisione artica della Flotta del Nord con missili S-400. Vuole uno scudo antiaereo artico impenetrabile.

 

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Santa Sofia in moschea: una posta in gioco satanica di Kamel Abderrahmani

AsiaNews - Parigi - 14 luglio 2020

Con la trasformazione della basilica cristiana in moschea, “Erdogan, questo Califfo del XXI secolo si assicura il sostegno di un elettorato fondamentalista religioso e nostalgico dell’era Ottomana”. “Un nuovo chiaro messaggio dell’islam politico all’occidente: dominare e sottomettere, sempre e comunque!”. Il mondo occidentale sembra non comprendere la provocazione. Un sistema di luci e di sipari per nascondere i mosaici e gli affreschi cristiani. “Qgni volta che l’islamismo giunge al potere in uno Stato democratico e laico, esso dichiara guerra alle civiltà, alle culture e alle altre religioni”.

               

La basilica di Santa Sofia (alcuni per ironizzare la chiamano Lalla[1] Safia[2]) ha un percorso storico segnato da guerra e pace, odio e coabitazione. Da basilica, testimonianza della cristianità di Costantinopoli, a moschea nella dominazione musulmana; poi a museo durante l’instaurazione della laicità in Turchia, prima di ritornare ad essere moschea nell’era di Erdogan, autoproclamatosi Emiro dei credenti, il Califfo, come amava definirlo Al Qaradawi, il guru islamista e capo spirituale dei Fratelli musulmani.

Durante il governo di Kamel Mustapha Atatürk, Santa Sofia godeva dello statuto di museo, un luogo in cui diverse culture e religioni si incontravano; un luogo molto visitato da persone di tutto il pianeta e di diverse religioni. In altre parole, prima dell’11 luglio 2020 – un’altra data che segna la storia di questo tempio - Santa Sofia era un luogo in cui poteva manifestarsi la possibilità di coesistenza fra le religioni, come pure la tolleranza dell’islam – quello separato dalla politica. Come ha scritto Ioan Sauca, membro della Chiesa ortodossa rumena, a Erdogan: “Era una bella prova dell’attaccamento della Turchia alla laicità e del suo desiderio di lasciarsi alle spalle i conflitti del passato”, e io aggiungerei: per instaurare l’universalità dei valori umani.

La manovra di trasformare Santa Sofia in moschea ha una dimensione politica interna ed esterna. Interna: avendo perduto Istanbul – passata all’opposizione alle ultime elezioni municipali – e avendo in mente le elezioni del 2023, Erdogan, questo Califfo del XXI secolo si assicura il sostegno di un elettorato fondamentalista religioso e nostalgico dell’era Ottomana.

Esterna: simbolicamente, l’affare della basilica di Santa Sofia è un nuovo chiaro messaggio dell’islam politico all’occidente: dominare e sottomettere, sempre e comunque! In altri termini: Erdogan vuole sondare fino a che punto egli può arrivare nella provocazione e segnare dei confini! Tacere davanti a queste manovre è una forma di abdicazione, “dire di fronte a tutti che egli è libero di fare quello che gli pare e piace”.

Il mondo occidentale non sembra afferrare i fondamenti di questa decisione. Il giornale “Le Monde”, commenta in modo ingenuo: Trasformazione di Santa Sofia in moschea: “… una riconversione di Santa Sofia in moschea non impedirà ai turisti di tutte le religioni di visitarla – sono numerosi quelli che visitano tutti i giorni anche la vicina Moschea Blu!”. Come se Santa Sofia fosse nella storia solo un semplice museo, e come se il fondamentalismo di Erdogan si fermasse lì!

Il giornale turco “Hurriyet”[3] ha riportato che il “Sultano” ha domandato al ministero della Cultura e del Turismo e alla presidenza degli Affari religiosi di preparare la basilica per la prima preghiera che avrà luogo venerdì 24 luglio. Nelle parti della moschea dedicata alla preghiera, sarà sistemato sul terreno un sistema di luci per nascondere i mosaici e gli affreschi cristiani. All’ordine del giorno vi è anche un progetto perché mosaici e affreschi siano coperti con un meccanismo di sipari durante le ore della preghiera.

Tale misura torna a mettere in evidenza l’aspetto pericoloso della strumentalizzazione della religione che, in un modo o nell’altro, crea delle tensioni e prepara il terreno a nuovi conflitti identitari che si potevano evitare. In altre parole: nel contesto in cui domina l’islam politico, la pace scompare e con essa la fraternità e il rispetto delle altre religioni.

Ibrahim Negm, del Consiglio del Gran Mufti d’Egitto, considera la decisione del presidente turco come “un gioco politico pericoloso”[4]. Inoltre, questa misura dà una cattiva immagine dell’islam e dei musulmani – già piuttosto rovinata – e [conferma che] ogni volta che l’islamismo giunge al potere in uno Stato democratico e laico, esso dichiara guerra alle civiltà, alle culture e alle altre religioni.

Prendendo tempo, con tempi di silenzio fra una parole e l’altra, il papa Francesco ha dichiarato all’Angelus del 12 luglio che “Il pensiero va a Istanbul, penso a Santa Sofia e sono molto addolorato”. I giornali francesi hanno tradotto “addolorato” con “afflitto” (Afp); “colpito” (IMedia); “segnato dalla pena” (Le Parisien); “sconvolto” (France24). Tutte queste traduzioni contengono sfumature che potrebbero sembrare degli eufemismi. Ma essi fanno parte del campo lessicale del dolore, della “tristezza, di un dispiacere mescolato all’indignazione”. È un sentimento che io condivido in tutta sincerità: tali decisioni, in questo gioco perfido di soprassalto di religiosità, si abortisce la pace fra i credenti delle diverse religioni in questo mondo.

  

[1] Lalla è un titolo onorifico, segno di distinzione dato alle donne importanti delle grandi famiglie fra i Berberi in Africa del Nord.

[2] Safiya bint Houyay (صفية بنت حيي), nata verso il 610 a Yathrib (in seguito divenuta Medina), deceduta fra il 661 e il 670. Convertita all’islam, è stata la 11ma sposa di Maometto nell’anno 7 dell’egira.

[3] https://www.hurriyet.com.tr/gundem/86-yil-sonra-ayasofyada-ilk-ibadet-boyle-olacak-41562218

[4] Ibrahim Negm 

   

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AFRICA 

Dalla pace delle armi alle armi della pace di p. Mauro Armanino

Avvenire - 17 luglio 2020

Ventidue mesi di prigionia nel Sahel per padre Pierluigi Maccali

                       

Sacralizzata o no, è da tempo che si attribuisce alla violenza armata, da cui le guerre e dunque la morte 'sul campo', uno statuto quasi naturale nel nostro immaginario simbolico. La storia umana, imparata sui libri e commentata dai monumenti, è una storia di guerre. Siano esse di conquista, di occupazione, di resistenza oppure preventive, ogni volta più sofisticate. Si crede ciecamente che soltanto l’uso delle armi e del sangue versato possano ottenere la pace. Quanto accade nel Sahel, con questa infinita litania di morti, feriti, sfollati, profughi o rapiti, ne è un’esemplificazione tangibile e misurabile. Continuare a produrre, vendere, esportare, riciclare armi per fermare la violenza dei gruppi armati (terroristi, jihadisti, banditi, trafficanti e contrabbandieri) non avrà altro risultato che quello di perpetuarne il tragico rituale. Essa si è trasformata col tempo in identitaria, comunitarista, in gruppi di autodifesa o in militari governativi che, spesso, provocano più decessi che i gruppi armati stessi. Questa è la pace delle armi, una pace di sabbia.

Padre Pierluigi Maccalli, da sempre, ha usato esclusivamente le armi della pace. A 22 mesi dal suo rapimento è bene ricordare le 'armi' che aveva importato nell’Africa Occidentale dove si è trovato a realizzare la sua vocazione missionaria. Già in Costa D’Avorio e precisamente a Bondoukou, cittadina ad oltre 400 chilometri dalla capitale economica Abidjan, aveva realizzato un centro di accoglienza per i disabili. Molte persone e in particolare bimbi e bimbe avevano potuto alzarsi e camminare con dignità dopo essere stati operati alle gambe nell’apposito centro di Bonoua. Li portava lui stesso in auto, dopo averli accolti, riconosciuti e convinti a rischiare il viaggio verso una possibile guarigione. Tornavano a casa camminando – talvolta con le stampelle, altre volte, per qualche miracolo, con le loro gambe – e destando stupore e imitazione. I bambini prima nascosti per vergogna o timore dai genitori, venivano allo scoperto, certi di essere aiutati. La stessa arma Pierluigi l’ha portata nel Niger fin dal suo arrivo. L’attenzione ai malati, a chi non aveva cibo e acqua sufficiente per vivere dignitosamente, la priorità di coloro che non interessavano a nessuno perché poveri e contadini perduti nella savana alla frontiera tra il Niger e il Burkina Faso. Cittadini invisibili di un Paese che li considera doppiamente stranieri perché per buona parte cristiani. Gigi sapeva bene che senza giustizia, libertà, verità e dignità nessun cantiere di pace avrebbe mai potuto vedere la luce. L’opzione per i poveri è stata per lui come una conseguenza della follia evangelica. La 'Basilica' di cui andava fiero e che ha probabilmente contribuito a farlo rapire, era la Chiesa che nei poveri trova l’unica ricchezza che le sia consentita. In realtà la sua 'arma' di pace erano i poveri. Ora, in questi 22 mesi di prigionia, è lui stesso, proprio perché indifeso, l’arma della pace più potente che mai abbia portato nel Niger.

Niamey, 17 luglio 2020

  

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La guerra degli eserciti stranieri di Bruna Sironi

Nigrizia -15 luglio 2020

Mercenari sudanesi in Libia

La presenza più discussa è quella delle famigerate Forze di supporto rapido, la milizia guidata dall’attuale vicepresidente del Consiglio supremo sudanese. Ma nel paese nordafricano i mercenari sono molti e di diverse provenienze  

           

La presenza di mercenari stranieri al fianco dei gruppi armati locali che si combattono in Libia non è una notizia nuova. Già durante i combattimenti che portarono alla caduta del regime del colonnello Gheddafi si parlava di miliziani africani coinvolti nel conflitto.

In particolare, il governo sudanese del presidente ora deposto Omar El-Bashir, a sua volta coinvolto a sostegno dei gruppi di opposizione islamisti, denunciava la presenza dei movimenti armati darfuriani al fianco dell’esercito del rais che li aveva sostenuti, finanziati, armati ed ospitati durante la guerra civile in Darfur.

In un articolo pubblicato il 12 settembre 2011, a ridosso della caduta del regime, la BBC raccolse la testimonianza di Khaled Ibrahim, allora capo del Jem (Justice and equality movement) uno dei maggiori gruppi di opposizione armata darfuriani, che raccontava il suo rocambolesco ritorno in Sudan, sfuggendo all’intelligence del governo di Khartoum che aveva tentato di catturarlo già in territorio libico.

       

Una pratica consolidata

La pratica di reclutare miliziani stranieri è continuata e si è consolidata nel corso della guerra civile libica. Recentemente la Suna (Sudan news agency) l’agenzia di stampa ufficiale sudanese, ha mostrato un video girato ad Al Genina, capoluogo del Darfur Occidentale, in cui si vedono dozzine di giovani seduti per terra circondati da veicoli dell’esercito carichi di uomini che li tengono sotto la mira di numerose armi da fuoco. La Suna afferma che si trattava di almeno 122 persone, tra le quali 8 minorenni, accusate di essere in procinto di passare il confine per combattere in Libia.

E’ solo l’ultimo episodio di una serie di fatti accertati. Lo scorso marzo un gruppo di avvocati sudanesi ha iniziato un’azione legale contro un’agenzia di viaggi locale che aveva facilitato la firma dei contratti di lavoro e i viaggi di decine di giovani sudanesi, ingaggiati dalla Black Shield Security Services, una compagnia basata negli Emirati Arabi Uniti, che, secondo l’accusa, aveva lo scopo di inviarli sui campi di battaglia in Libia, a fianco delle truppe del generale Khalifa Haftar, e nello Yemen.

I giovani sostengono di essere stati ingannati con la promessa di un lavoro come guardie e di essere stati poi chiusi in campi per l’addestramento militare in attesa di raggiungere unità mercenarie. La Black Shield afferma invece che la tipologia del lavoro offerto era chiaro fin dal momento della firma del contratto.

 

Miliziani su entrambi i fronti

Nel tormentato paese i mercenari sono molti e di diverse provenienze. In un rapporto commissionato dall’Onu ad un gruppo di esperti e discusso dal Consiglio di sicurezza lo scorso dicembre, si dice che entrambe le parti attualmente in conflitto, l’esercito del governo riconosciuto dall’Onu e quello del generale Haftar, ricevono continuamente “armi ed equipaggiamento militare, supporto tecnico e combattenti non libici, in violazione delle sanzioni [imposte al paese]. Giordania, Turchia ed Emirati Arabi Uniti” sono coinvolti nel traffico senza neppure fare troppi sforzi per mascherarlo. “Gli esperti hanno anche identificato la presenza di gruppi armati chadiani e sudanesi” a fianco delle due parti belligeranti.

Ai gruppi armati sudanesi è dedicato un lungo paragrafo. Vi sono nominati il Sudan liberation army di Abdul Wahid (Sla-AW), il Sudan liberation army di Minni Minawi (Sla-MM), il Justice and equality movement (Jem), cioè tutti i più importanti movimenti di opposizione armata del Darfur, insieme ad una coalizione di altri più piccoli (Gathering of the Sudan liberation forces). E vi si dice che sono schierati su entrambe le parti del fronte, il Jem con l’esercito tripolitano e gli altri con l’esercito nazionale libico (Lna) del generale Haftar.

   

Le Forze di supporto rapido e il generale Hemetti

Ma lo spazio maggiore viene riservato alle Rapid support forces (Rsf), le Forze di intervento rapido, il cui comandante, generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto anche come Hemetti, è ora il vicepresidente del Consiglio supremo, cioè l’organo di presidenza del Sudan in questo periodo di transizione.

Al momento dei fatti riportati nel rapporto degli esperti dell’Onu, il Sudan era guidato da una giunta militare, il Transitional council of Sudan, di cui Hemetti era già un esponente di primo piano. Secondo il rapporto citato, almeno 1.000 uomini delle Rsf furono dispiegati in Libia il 25 luglio 2019, con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare infrastrutture strategiche e permettere alle truppe di Haftar di combattere sul campo di battaglia. Già dal 17 giugno gli uomini delle Rsf stazionavano nell’oasi di Kufra.

Gli esperti hanno anche visionato un contratto firmato da Hemetti, a quanto sembra per conto della giunta militare sudanese, con una compagnia canadese, la Dickens & Madson (Canada) Inc., attraverso cui sarebbero dovuti transitare i pagamenti per i servizi ad Haftar.

L’unico punto che gli esperti non hanno potuto ancora chiarire è chi sia il destinatario dei fondi: la giunta militare o direttamente le Rsf? E’ evidentemente una questione di una certa rilevanza perché testimonia il grado di coinvolgimento delle giunta militare nella crisi libica e nella violazione delle sanzioni dell’Onu.

Le Rsf sono anche considerate da diverse fonti tra le più importanti forze sostenitrici di Haftar, insieme al Wagner Group, legato al presidente russo Putin, che dispiegherebbe attualemente almeno 1.400 uomini, e a diversi gruppi islamici salafiti, sostenuti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Ora il coinvolgimento sudanese in Libia potrebbe essere cambiato. In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi all’agenzia France Press, la dimissionaria ministra degli esteri, Asma Abdalla, ha dichiarato che non ci sono sudanesi coinvolti nella guerra civile libica. Almeno non con l’appoggio più o meno esplicito del governo, avrebbe forse dovuto aggiungere.

    

Una minaccia per il futuro Sudan

In un reportage pubblicato lo scorso 24 dicembre dal The Guardian, autorevole quotidiano britannico, si dice che centinaia di mercenari sudanesi stavano raggiungendo la Libia in quel periodo. I comandanti di due diverse unità dichiaravano che i miliziani erano così numerosi che non sapevano dove metterli: “non abbiamo la capacità di sistemare questi grandi numeri”. Stimavano che, in quel periodo, fossero almeno 3.000 i mercenari sudanesi in Libia.

Nel reportage sono riportate anche le ragioni della presenza sudanese nel paese. Alcune dichiarazioni sono molto preoccupanti per il futuro stesso del Sudan: “Siamo qui giusto per avere una base sicura e ottenere armi e altri mezzi logistici militari, per poi tornare in Sudan”. “Non crediamo che El-Bashir sia finito … Ora siamo in Libia ma ci sono altre battaglie che ci aspettano in Sudan”.

La crisi libica – attraverso la quale si combatte ormai il conflitto che ha già devastato il Medio Oriente, tra la Turchia di Erdogan con i suoi alleati vicini all’ideologia dell’islam politico dei Fratelli musulmani, e l’Arabia Saudita, che si ispira invece alla dottrina islamica radicale salafita, alleata con gli Emirati Arabi Uniti e sostenuta dall’Egitto e dalla Russia – rischia non solo di non trovare una soluzione in tempi brevi, ma anche di fare da incubatrice a una crisi regionale più vasta, proprio anche mediante il coinvolgimento di gruppi mercenari che potrebbero usare altrove la forza militare e finanziaria così acquisita.

  

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AMERICHE

Sudamerica e leader malati: «Covid fattore di instabilità politica» di Paolo Maria Alfieri

Avvenire - 12 luglio 2020  

         

Non solo Bolsonaro. La grande diffusione del coronavirus in America Latina – oltre 3 milioni di casi e più di 135mila morti – sta colpendo molti leader politici, presidenti, sindaci di grandi città. Sono almeno una cinquantina, secondo stime della Associated Press: in molti casi gli esponenti politici sono già guariti, in altri invece sono ancora alle prese con il Covid-19, come lo stesso presidente brasiliano Bolsonaro che ha annunciato la sua positività martedì scorso. Il contagio dei leader aggiunge peraltro un nuovo elemento destabilizzante in una regione già alle prese con l’epidemia e la crisi economica.

Ognuno degli esponenti politici contagiati ha reagito a modo suo. Bolsonaro, ad esempio, ne ha approfittato per sponsorizzare l’idrossiclorochina, il farmaco antimalarico caro a Donald Trump che sta promuovendo come cura per il Covid assumendolo in prima persona, nonostante il no di molti esperti sanitari e della stessa Oms. La presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Áñez ha reso noto il suo contagio giovedì, facendo calare un ulteriore dubbio sulle sue già complicate prospettive politiche. Lo stesso giorno ha annunciato la sua positività Diosdado Cabello, il numero uno del partito socialista venezuelano: in un momento delicato resta così temporaneamente fuori gioco la seconda personalità più potente del Paese dopo il presidente Nicolás Maduro. Di più: venerdì un altro pezzo da novanta, il vicepresidente venezuelano e ministro del Petrolio Tarek El Aissami, ha riferito di aver contratto anche lui il coronavirus.

Molti leader della regione – tra questi il ministro dell’Interno di El Salvador, Mario Durán, secondo membro del suo governo ad essere contagiato – hanno “usato”

le loro diagnosi per lanciare appelli all’opinione pubblica sulla necessità di rafforzare precauzioni come il distanziamento fisico e l’uso delle mascherine. Ma da altri, vedi Bolsonaro, sono arrivati messaggi controversi. Il presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández ha annunciato la sua positività lo scorso 16 giugno (contagiata anche la moglie e due membri del suo staff) e il giorno dopo è stato ricoverato in ospedale con la polmonite. Poco dopo, Hernández ha riferito di aver cominciato la cosiddetta «terapia Maiz», una dubbia combinazione sperimentale.

Nei Caraibi, il nuovo presidente eletto della Repubblica Dominicana, Luis Abinader, è rimasto contagiato ed è poi guarito dal coronavirus durante la campagna elettorale. Come Bolsonaro, molti leader politici hanno mantenuto il loro calendario di eventi pubblici mentre la regione diventava una delle più colpite al mondo dalla pandemia. Secondo Felicia Knaul, docente di medicina che dirige l’Institute for Advanced Study of the Americas, questo rischia di essere «un elemento destabilizzante in una situazione già di per sé instabile: i politici devono essere responsabili».

Il presidente del Guatemala Alejandro Giammattei ha posto in quarantena tutti i membri del suo governo dopo che un ministro è risultato positivo. In Bolivia, oltre alla presidente ad interim Áñez, almeno altri sei tra ministri e viceministri sono stati contagiati. Nel Paese il Covid si sta diffondendo rapidamente, mettendo a dura prova un sistema sanitario già fragile. Áñez, secondo alcuni sondaggi, è solo terza nei consensi in vista delle elezioni di settembre. Non ha un vicepresidente e, se non dovesse essere in grado di governare a causa del contagio, salirebbe al potere la presidente del Senato

Eva Copa, membro del partito dell’ex presidente Evo Morales e, paradossalmente, grande avversaria della stessa Áñez.

  

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ASIA

Disastri ambientali e impegno della Chiesa di Laura Fracasso

omnisterra.fides.org/ Astana -11 luglio 2020  

Il cammino della salvaguardia del creato in Asia centrale       

Di fronte a una sensibilità ancora piuttosto scarsa, a livello sociale e istituzionale le piccole comunità cattoliche nei paesi dell'area, si impegnano a promuovere la cultura della "cura della casa comune" , in sintonia con l'enciclica Laudato si'  

          

 

L’ecologia integrale e la salvaguardia del creato sono tematiche ancora poco sentite nei cinque Paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizstan, Tagikistan), fortemente segnati da disastri ambientali ereditati dalle politiche dell’ex Unione Sovietica. E’ quanto illustra all’Agenzia Fides Alessandro De Stasio, Sustainability Analyst e cultore della geopolitica degli “Stan”, come vengono definite le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: "Negli ultimi anni, si sono compiuti passi in avanti per una maggiore sensibilità verso le tematiche ambientali in Kazakistan, grazie a una situazione economica decisamente più stabile, alla maggiore propensione ad attrarre investimenti esteri. Kirghizistan e Tagikistan giocano un ruolo importante nel campo della sostenibilità ambientale, ma per puro interesse economico: la loro indipendenza energetica può derivare esclusivamente dal grande potenziale idroelettrico, caratteristica che li configura come Paesi ‘green’. Si rileva,però, scarsa attenzione a quelle comunità che vengono sommerse dai bacini creati dalle grandi dighe o a causa delle alluvioni spesso causate dal rilascio delle acque durante l'inverno, per massimizzare la produzione energetica. In Uzbekistan e Turkmenistan vi sono economie troppo dipendenti dai combustibili fossili e ancora troppo deboli per potersi avventurare in rivoluzioni sostenibili”.

Secondo De Stasio, “queste repubbliche sono sempre state, nell’ultimo secolo e mezzo, una sorta di ‘colonia’ o una ‘provincia periferica’ dell’impero sovietico. Si nota l’assenza di una forte identità nazionale e una classe politica devota al partito e a Mosca, piuttosto che alla propria nazione; si è sempre anteposto il profitto del governo centrale a qualsiasi strategia di lungo periodo. 

     

Vi sono situazioni complesse da gestire. Passare da essere provincia di uno Stato unitario a repubbliche autonome, con interessi contrastanti e situazioni economiche disastrate, ha generato comportamenti e politiche poco attente alla sostenibilità ambientale o perfino opportunistici”.  

Un esempio, secondo l’analista, è il prosciugamento del bacino del Syr Darya ad opera, principalmente, di Uzbekistan e Kirghizistan, il primo per l’industria del cotone, il secondo per la produzione di energia elettrica: “Entrambi i Paesi hanno cercato di trarre il massimo risultato dall’eredità economica e infrastrutturale sovietica ma, condividendo i bacini del fiume e della maggior parte dei suoi affluenti, hanno perpetrato la conflittualità per l’utilizzo dell’acqua. Questo ha portato a una gestione inefficiente delle risorse, oltre che a diverse inondazioni e danni ingenti all’agricoltura e al territorio”.

Non si tratta dell’unico prosciugamento idrico che ha colpito la zona: tra Kazakistan e Uzbekistan, il “Mare d’Aral”, che fino agli anni Sessanta rappresentava il quarto lago al mondo per estensione, si è essiccato fino a separarsi in due bacini, a causa della deviazione dei suoi affluenti, utilizzati per l’irrigazione dei campi di cotone nell’ambito del programma sovietico di coltura intensiva.

Nell’area degli Stan, inoltre, hanno avuto luogo altri gravissimi disastri ambientali provocati dalla mano dell’uomo. Nel cuore della steppa kazaka, a circa 400 km ad est dalla capitale Nur-Sultan, si trova il poligono nucleare di Semipalatinsk-21, area adibita a test di armi atomiche, in funzione dagli anni Quaranta alla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Qui l’impatto delle esplosioni nucleari è ancora visibile sulla popolazione e sull’ambiente.

Anche il territorio turkmeno è stato “ferito” da esperimenti sovietici: era il 1971 quando alcuni geologi inviati da Mosca installarono una piattaforma di perforazione nel deserto del Karakum in cerca di petrolio, ma vi trovarono un giacimento naturale di gas. Per timore di una diffusione di sostanze dannose, i geologi innescarono un incendio nella speranza che il fuoco consumasse tutto il gas combustibile presente all'interno della caverna nel giro di qualche giorno. Le fiamme continuano tuttora ad ardere in un enorme cratere noto come “Porta dell’inferno”.

De Stasio sottolinea come la ‘geografia ‘periferica’ di questi Paesi – ai confini dell’impero sovietico – possa aver favorito l’idea tali avventati esperimenti: “Per il governo centrale sovietico, la percezione delle azioni e delle loro conseguenze in questi luoghi distanti e disabitati è sempre stata abbastanza sfocata: Semipalatinsk è in mezzo alla steppa, distante migliaia di chilometri dai centri più importanti; lo stesso dicasi per i deserti del Turkmenistan”.

L’Expo di Astana del 2017, con focus sulle energie rinnovabili, ha rappresentato un’occasione di riflessione sulla tematica della tutela ambientale, non del tutto colta dai Paesi dell’area: “In Asia Centrale quel momento di analisi sull’energia del futuro abbia portato a una svolta soltanto nel caso del Kazakistan, la cui scelta di investire nelle energie green rappresenterebbe probabilmente un vero e proprio orientamento strategico, per uscire definitivamente dall’orbita russa e assumere dignità di interlocutore credibile per l’Unione Europea in primis” sostiene De Stasio. L’analista conclude: “Non credo che gli altri stati dell’area punteranno sulla sostenibilità nel breve termine, in parte perché non pronti economicamente, in parte perché disinteressati a un’eccessiva ricerca degli investimenti occidentali. In Kirghizistan e Tagikistan cavalcare l’onda del rinnovabile è una scelta obbligata, ma non penso che ciò implichi grandi svolte ecologiche, soprattutto se i finanziamenti esteri sono assorbiti dalla Russia e dalla Cina, e non c'è quindi un reale bisogno di apparire attraenti agli occhi dell’Occidente”.

L’Expo di Astana del 2017, con focus sulle energie rinnovabili, ha rappresentato un’occasione di riflessione sulla tematica della tutela ambientale, non del tutto colta dai Paesi dell’area. “Non credo che le repubbliche punteranno sulla sostenibilità ambientale nel breve termine, in parte perché non pronte economicamente, in parte perché disinteressate”.

In questo contesto, la Chiesa nei Paesi dell’Asia centrale lavora a progetti che mirano a promuovere la salvaguardia del Creato e lo sviluppo di un’economia sostenibile. Caritas Kazakistan, ad esempio, ha in cantiere programma di riforestazione di alcune aree del Paese e di promozione dello smaltimento e del riciclo dei rifiuti. Come racconta all’Agenzia Fides il Direttore nazionale don Guido Trezzani, uno dei problemi su cui lavorare è la sensibilizzazione della gente comune a pratiche ecologiche di vita quotidiana: “In molti villaggi è abitudine comune, per esempio, utilizzare vecchi pneumatici, plastica residua o altri materiali nocivi come combustibile per riscaldare l’acqua”, ha spiegato il missionario. Anche la Chiesa tajika è impegnata nell’educazione alla gestione dei rifiuti e si fa promotrice iniziative di tutela dell’ambiente e miglioramento della distribuzione di acqua potabile.

La Chiesa in Tajikistan ha avviato il progetto “Wash”, promosso in sintonia con lo spirito e le linee pastorali delineata dall’enciclica "Laudato si’ " a cinque anni dalla sua promulgazione. Il progetto, realizzato concretamente attraverso la Caritas locale, ha tra i suoi obiettivi il rifornimento di acqua potabile in aree che ne sono tuttora sfornite e la tutela del Creato, mediante la promozione del riciclo e la realizzazione di corsi di formazione su tematiche affini. L’impegno della la comunità cattolica in Tajikistan in questo settore genera nelle autorità locali e nella popolazione civile stima e apprezzamento verso la Chiesa cattolica nel suo complesso, anche perché si è stabilità una feconda partnership con le istituzioni civili.

In sintonia con l'enciclica Laudat si', le Chiese dei paesi dell'Asia centrale chiedono che i popoli cominciano a rivedere il proprio stile di vita assecondando criteri di rispetto e cura del creato. "La Madre Terra, che sostiene le nostre vite, soffre a causa del danno che le infliggiamo con il nostro irrefrenabile abuso dei beni che Dio le ha donato. Non si rispettano i diritti della natura poiché siamo guidati principalmente dalla nostra avidità. I bambini in Asia muoiono a causa delle tragiche conseguenze di un'attività umana incontrollata, tutta tesa a soddisfare l'avidità. A causa dello sfruttamento della natura, gli esseri umani, in particolare i bambini, sono più a rischio e diventano vittime del degrado ambientale", ha affermato in un messaggio inviato all'Agenzia Fides, Benedetto Alo D'Rozario, presidente di Caritas Asia,.

"Papa Francesco - prosegue il Presidente - attraverso l'enciclica Laudato Si' richiama la nostra attenzione urgente sulla cura della nostra casa comune. Papa Benedetto XVI ha proposto di correggere i modelli di crescita che si sono dimostrati incapaci di garantire il rispetto per l'ambiente e nuocciono l'umanità stessa".

  

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EUROPA

Razzismo: l’Europa non riconosce il proprio di Cécile Kashetu Kyenge

Nigrizia - 14 Luglio 2020

L'omicidio dell’afroamericano ha spinto il vecchio continente a mettere in discussione il proprio razzismo, anche se non è sempre così facile. Il razzismo è un'ideologia e non può essere confusa con fenomeni paralleli come la migrazione. Per superarlo, la democrazia deve essere completata, con un accesso garantito ed equo a libertà, giustizia e uguaglianza. Il ruolo dei progressisti.

 

Questo testo di Cécile Kashetu Kyenge, ex ministra italiana ed ex parlamentare europea, è uscito su The Progressive Post rivista politica gestita dalla Foundation for European Progressive Studies (FEPS), nata nel 2008 e associata al Partito dei socialisti europei (PSE) e al gruppo dell’Alleanza Progressista di socialisti e democratici (S&D) al Parlamento.  

        

Ci siamo vergognati, poveri umani di oggi, di fronte ai lamenti del cittadino americano George Floyd, l’ennesima vittima di un’assurda violenza della polizia, tragedia vissuta ora in tempo reale sui media. Un episodio drammatico, tanto sorprendente quanto prevedibile, a causa delle ricorrenti uccisioni di neri americani da parte di altri americani, ma bianchi. Di fronte a una tale esibizione di animosità razziale, l’America, l’Europa e il resto del mondo sono rimasti un po ‘sbalorditi. Ma tutto sembra indicare che la macabra tradizione debba continuare.

Il razzismo, ricordiamolo ancora, è un’ideologia, un paradigma comportamentale, basato sulla teorizzazione della superiorità di un gruppo umano su un altro o su molti altri. Propongo questa definizione alla luce del sorprendente tergiversare concettuale che ha prevalso in queste settimane nei dibattiti di molti media occidentali. Mentre sembrava ovvio che George Floyd fosse l’ennesima vittima del razzismo, ucciso principalmente per il colore della sua pelle, molti nuovi commentatori, ma anche speakers in molte manifestazioni europee, hanno sollevato temi paralleli, come la migrazione e l’esilio, mostrandosi di fatto incapaci di cogliere la crudeltà del razzismo nella sua singolarità.

         

Lo storico razzismo europeo è endemico. Si verifica in molti settori sociali e istituzionali

L’Europa, come sappiamo, ha difficoltà a riconoscere il proprio razzismo. Tuttavia, nel vecchio continente, anche la discriminazione e l’ostilità nei confronti degli europei neri è una dura realtà. Si basano, come negli Stati Uniti, su un principio semplice e che confonde: la presunzione di colpa. Come George Floyd, prima di intraprendere qualsiasi azione, anche il nero europeo sembra essere un presunto colpevole, suscettibile di rimprovero, e meritevole di una punizione stragiudiziale.

Sul razzismo, le democrazie europee improvvisamente si scoprono antiche, arretrate, negrocide. Sembra facile ora puntare il dito accusatore contro la polizia, naturalmente incline alla violenza. Purtroppo, tuttavia, lo storico razzismo europeo è molto più endemico. Si verifica in molti settori sociali e istituzionali. Influisce negativamente sulla vita degli oltre dieci milioni di residenti neri nel vecchio continente e spesso li uccide. Le relazioni sociali e istituzionali tra questi europei neri e i loro concittadini bianchi spesso soffrono di asimmetria e paternalismo particolarmente pregiudizievoli per la dignità dei neri europei. Nei nostri servizi pubblici, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre agenzie immobiliari, nelle nostre istituzioni bancarie, nei nostri ospedali e così via, i neri d’Europa hanno la sensazione di essere perpetuamente discriminati, emarginati, “razzializzati”, umiliati a causa del colore della loro pelle.

Questa dimensione pandemica del fenomeno, purtroppo, ci ricorda che il razzismo è anche una teoria economica e storica. Radicato nelle relazioni di disuguaglianza e sfruttamento tra Europa e Africa, è servito da quadro di legittimazione per il commercio triangolare di schiavi, per l’imperialismo, il colonialismo e l’appropriazione coercitiva delle risorse africane da parte di una élite occidentale dedita a uccidere. Le dimostrazioni antirazziste di Black Lives Matter dimostrano lo stretto legame causale tra questi paradigmi disumanizzanti dell’attività economica europea di un tempo e il razzismo, da qui la spettacolare caduta delle statue di ex commercianti di schiavi come quella di Edward Colston, a Bristol, nel sud dell’Inghilterra.

Certo, a seguito dell’omicidio di George Floyd e nonostante le misure di allontanamento sociale, i nostri luoghi pubblici sono stati presi d’assalto da molti manifestanti, arrabbiati con l’onnipresente razzismo. Se tali iniziative sembrano portare speranza per un domani sociale migliore, resta il fatto che le nostre istituzioni sembrano stranamente incapaci di tradurre la volontà di questi manifestanti in regolamenti efficaci.

       

Come uscire? Basta una parola: democrazia.

Per gli attori coinvolti in politica come me, una domanda rimane centrale, anche se non ha una vera risposta all’orizzonte: come rendere la lotta contro il razzismo una questione prioritaria nelle nostre istituzioni, nelle nostre legislazioni? La domanda è ancora più grave in quanto molti politici e parlamentari europei si sono mostrati appassionati al razzismo polemico. Una rapida occhiata al panorama delle ideologie che organizzano e polarizzano i partiti politici europei mostra un mosaico quasi omogeneo di suprematismo, sovranismo e populismo. Queste dottrine politiche difficilmente nascondono la loro stretta relazione con il razzismo. Sfortunatamente, si presentano spesso anche in presunti discorsi politici più universalistici.

Come uscire? Basta una parola: democrazia. È una parola che evoca valori di libertà, giustizia ed uguaglianza. Completare la democrazia in Europa significa riuscire a garantire che bianchi, neri e altri cittadini possano cogliere la precedenza morale dell’alterità e limitare i propri impulsi razzisti, che generano desolazione e che possono uccidere. Le forze progressiste devono essere in prima linea nel portare questa cultura umanistica nelle istituzioni e nella società.

 

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Tutti vedono, nessuno aiuta di Nello Scavo

Avvenire - 15 luglio 2020

Per 40 ore alla deriva in 60. Anche una motovedetta italiana si astiene dal soccorso La Guardia costiera: Malta aveva assicurato il suo intervento. Poi salvati in extremis  

  

Passava di là un peschereccio, ed è andato oltre. Poi un mercantile. Infine, una motovedetta italiana. Ma nessuno li ha soccorsi. Hanno rischiato di morire in 57. Abbandonati per 40 ore alla deriva, mentre sulla rotta Roma-LaValletta si disputava l’ennesimo scaricabarile. Alcuni intanto erano caduti in mare. Non si sa ancora se ci sono dei dispersi.

Alla fine i superstiti sono stati salvati ieri dalla Guardia di finanza, in acque territoriali italiane, nonostante il soccorso fosse stato formalmente preso in carico da Malta il giorno prima. La Guardia costiera italiana ammette di essere arrivata nell’area (tornando dopo molto tempo a spingersi oltre le 24 miglia di acque contigue), ma di essersi poi allontanata per ordine del Coordinamento dei soccorsi di Roma dopo i contatti con le forze armate di Malta. La scena è stata ripresa da Moonbird, l’aereo di Sea Watch, testimone scomodo che tante volte in questi anni ha permesso di documentare anche il ruolo dei guardacoste libici nella gestione diretta del traffico di esseri umani.

Tutto è cominciato alle 11 di lunedì, quando il servizio di emergenza 'Alarm Phone' riceve la posizione di un’imbarcazione in pericolo e informa le autorità e l’equipaggio di Moonbird. L’aereo in effetti riesce a trovare il barcone. A poca distanza c’è un motopesca, secondo Sea Watch tunisino, che poi si allontana. Alle 16.24 Moonbird torna sul luogo e trova nuovamente il barcone di legno verniciato d’azzurro. Stavolta l’avvistamento sembra rassicurante. A meno di un miglio nautico si trovano il mercantile “Karewood Star”, che batte bandiera delle Bahamas, e una motovedetta della Guardia costiera italiana. Il salvataggio sembra imminente. L’aereo deve però rientrare per fare rifornimento. Quando torna in volo alle 20.13 si scorge di nuovo il barcone e il mercantile “Karewood Star”. La motovedetta italiana non c’è più. Dal bastimento il comandante spiega via radio in un inglese stentato che «Malta sta coordinando». Poi più niente. Solo ieri nel primo pomeriggio si è avuta conferma che il barcone è stato soccorso in acque italiane dalla Guardia di finanza che ha trasbordato i 57 occupanti. In altre parole, il barcone era stato abbandonato.

Rispondendo alla richiesta di chiarimento di Avvenire, l’Ufficio relazioni esterne della Guardia costiera ha spiegato che l’unità italiana è intervenuta «a seguito di una richiesta dell’autorità maltese, coordinatrice delle operazioni di soccorso, a supporto di un’unità mercantile che riferiva la possibile presenza di migranti in acqua - già presente in zona, in assistenza all’imbarcazione di migranti». Al momento non è dato sapere se le persone cadute in acqua sono state recuperate o siano disperse. Il mercantile «non riferiva situazioni critiche ed era pronto ad effettuare il recupero dei migranti dall’imbarcazione». A questo punto la Centrale dei soccorsi di Roma «informata La Valletta, disponeva alla motovedetta di dirigere pertanto su altri eventi migratori in corso in acque di responsabilità italiana ». L’episodio arriva a poche ore dal voto alla Camera, atteso per domani, a conferma del rinnovo della missione italiana in Libia. «L’Italia dimostri umanità e una visione lungimirante nella gestione del fenomeno migratorio, non autorizzando - è l’appello di Oxfam - le missioni internazionali a sostegno delle autorità libiche e della Guardia costiera, che solo a giugno ha intercettato 1.500 disperati, riportandoli in un Paese dove uomini, donne e bambini sono detenuti in condizioni disumane ed esposti alla pandemia da Covid-19».

E o in attesa della nave-quarantena, si aprono le porte dell’ospedale militare romano del Celio per i migranti positivi al Covid. I primi 13 - quelli sbarcati a Roccella (Reggio Calabria) e portati tra le proteste dei cittadini ad Amantea (Cosenza) - sono stati trasferiti ieri.

Il governo vuole arginare l’impennata estiva degli sbarchi e spinge sulla Libia per frenare le partenze. Una riunione si è svolta a Palazzo Chigi con i ministri di Interno, Difesa ed Esteri Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio ed il direttore dell’Aise, il servizio segreto per l’estero, Giovanni Caravelli.

  

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MEDIO ORIENTE

Lo “strappo” di Ayasofya è un sabotaggio ai nuovi cammini di fratellanza

Agenzia Fides - Istanbul - 13 luglio 2020  

        

La decisione dell’attuale dirigenza turca di riutilizzare come moschea il complesso monumentale di Ayasofia ad Istanbul rappresenta “un attacco alla libertà religiosa”, tutelata anche dalle regole internazionali. Lo sottolinea il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (MECC, Middle East Council of Churches), in un comunicato in cui deplora con fermezza l’ennesimo cambio di destinazione d’uso dell’antica basilica cristiana sancito dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Nel suo pronunciamento, il MECC invoca anche su tale vicenda una presa di posizione decisa dell’Onu e della Lega degli Stati arabi, e suggerisce anche di inoltrare ricorso presso la Corte Suprema turca per far rispettare “il simbolismo storico rappresentato dalla chiesa di Santa Sofia". Il dato più insidioso dell’intera vicenda – sottolinea il messaggio sottoscritto dal Segretario generale del MECC, la professoressa libanese Souraya Bechealany – consiste nel fatto che la decisione turca avviene in un momento storico segnato dal tentativo di far crescere i rapporti di convivenza pacifica e solidale tra cristiani e musulmani, anche alla luce del Documento sulla Fratellanza Umana per la pace nel mondo firmato il 4 febbraio 2019 a Abu Dhabi da Papa Francesco e dallo sheikh Ahmed al-Tayyeb, Grande Imam di al Azhar.

La mossa compiuta dalla leadership turca su Ayasofya – rimarca la dichiarazione del MECC - rappresenta un duro colpo per tutte le iniziative di dialogo islamo-cristiano avviate negli ultimi tre decenni, anche come risposta alle insidie dell’estremismo e del fanatismo settario.

Anche il Patriarcato caldeo esprime “tristezza e dolore” per la sorte del monumento che era diventato un simbolo della possibile convivenza solidale tra cristianesimo e islam, in un tempo in cui conviene affrontare insieme i conflitti di matrice anche religiosa e la minaccia globale della pandemia. “I musulmani di Istanbul” si legge in un pronunciamento del Patriarcato caldeo, “non hanno bisogno di una nuova moschea a Istanbul, dove ci sono già innumerevoli moschee”. I capi della Chiesa caldea, guidata dal Patriarca Louis Raphael Sako, deplorano che il Presidente turco Erdogan non abbia preso in minima considerazione il fatto che la sua scelta sarebbe stata accolta con rammarico da parte di milioni di cristiani in tutto il mondo, dimenticando anche l’accoglienza fraterna riservata da tanti cristiani agli immigrati islamici giunti in Europa dopo viaggi difficili e pericolosi. Il pronunciamento della Chiesa caldea si conclude con un’invocazione rivolta a Dio Onnipotente, affinché sia Lui a liberare l'umanità ”dall'estremismo e dalla politicizzazione delle religioni”.

Venerdì 10 luglio, in un discorso rivolto alla nazione, il Presidente Erdogan ha annunciato che Ayasofya sarà riaperta al culto islamico a partire dalla preghiera di venerdì 24 luglio, sottolineando che la riconversione in moschea del monumento simbolo di Istanbul rappresenta un "diritto sovrano" della Turchia. Poche ore prima del discorso di Erdogan, era stato reso noto il testo della sentenza con cui il Consiglio di Stato turco aveva annullato il decreto del 24 novembre 1934 dell'allora presidente Mustafa Kemal Ataturk, che aveva trasformato in museo l’antica basilica bizantina di Hagia Sophia, divenuta moschea dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani (1453). “Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato” ha detto Papa Francesco, rivolgendosi ai fedeli presenti in Piazza San Pietro dopo la preghiera dell’Angelus di domenica 12 luglio. (GV)

 

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La rivalità tra Turchia ed Emirati mette la Tunisia sotto pressione di Claudia Annovi

oasiscenter.eu/ - 3 luglio 2020

Con le mosse di Ghannouchi e della sua oppositrice ‘Abir Moussi, la grande partita intra-sunnita che si gioca in Libia entra nella scena politica tunisina riaccendendo vecchi conflitti ideologici  

          

Tra le primavere arabe del 2011, quella tunisina viene considerata l’unica storia a lieto fine e l’esempio di come il consenso tra forze islamiste e laiche sia possibile e possa contribuire positivamente a gettare le basi di una democrazia. Mentre altri Paesi sono ricaduti nella dittatura o precipitati nella guerra civile, la Tunisia ha scelto il dialogo e la cooperazione tra i diversi attori politici, riuscendo ad approvare pressoché all’unanimità una nuova Costituzione, considerata da molti un modello. Ciononostante, la democrazia tunisina risulta ancora estremamente fragile, e la frattura tra islamisti e laici che aveva caratterizzato la storia della Tunisia indipendente si sta nuovamente inasprendo a causa delle pressioni politiche provenienti dagli attori coinvolti in Libia.  

  

Tensioni interne e pressioni esterne: la nuova crisi della politica tunisina

La Rivoluzione dei Gelsomini ha permesso agli islamisti di al-Nahda di accedere per la prima volta, dopo decenni di esclusione politica, alle istituzioni del Paese. Se il successo di un partito d’ispirazione islamica ha messo in luce un pluralismo ideologico oscurato per decenni dal regime, ha anche contribuito ad innescare un acceso dibattito sulla natura dell’identità tunisina, che il fondatore della Repubblica, Habib Bourguiba, aveva associato, anche se in modo equivoco, alla laïcité francese. Sul piano politico, il conflitto tra al-Nahda e i partiti laici, che dopo la Rivoluzione temevano l’instaurazione di uno Stato islamico, ha portato tra il 2011 e il 2013 a un susseguirsi di crisi politiche, rischiando di compromettere la transizione democratica del Paese. Nel 2014, la decisione di laici e islamisti, e in particolare dei leader dei due campi, l’ex presidente Beji Caid Essebsi e Rachid al-Ghannouchi, di superare il proprio antagonismo dando vita a un governo di coalizione deve essere letta alla luce della volontà comune di evitare alla Tunisia la drammatica sorte toccata ad altri Paesi arabi. Lo stesso al-Nahda ha intrapreso un processo di riforma interna che nel 2016 lo ha portato ad abbandonare l’etichetta di partito islamista per presentarsi come partito democratico musulmano. Tuttavia, il consenso cui si è votata la politica tunisina ha sospeso, piuttosto che risolvere, il conflitto tra islamisti e laici, che si è riacceso negli ultimi mesi a causa di fattori interni ed esterni.

Sul piano interno, la nomina a presidente del Parlamento del leader di al-Nahda, Rachid Ghannouchi, che anche dopo la rivoluzione non aveva assunto incarichi istituzionali, ha suscitato apprensione tra le fila dei suoi avversari, che vi vedono un politico di parte e non una figura di garanzia. Sul fronte esterno, gli attori internazionali impegnati nel conflitto libico contribuiscono ad esacerbare le tensioni, tessendo relazioni con le varie forze politiche tunisine nel tentativo di spostare il Paese all’interno della propria sfera d’influenza.

      

Moussi contro Ghannouchi

A suscitare timore tra gli oppositori di Ghannouchi sono state le frequenti interferenze in politica estera del nuovo presidente del parlamento, che viene accusato di sfruttare il suo ruolo istituzionale per perseguire gli interessi del suo partito. Particolarmente controverse sono state la visita del gennaio scorso al presidente turco Erdogan, per il quale Ghannouchi ha sempre espresso la propria ammirazione, e la telefonata fatta nel mese di maggio a Fayez Sarraj per congratularsi dei successi militari di quest’ultimo contro le forze del generale Haftar. I legami che il leader di al-Nahda sta tessendo con questi attori stranieri sollevano infatti problemi di ordine istituzionale e politico. Da una parte, l’attivismo in politica estera di Ghannouchi calpesta le prerogative del presidente della Repubblica, Kais Saied, il quale ha apertamente criticato le manovre del leader di al-Nahda. Dall’altra, ad agitare particolarmente le frange laiche è il sospetto che le relazioni di Ghannouchi con Sarraj possano sbilanciare la posizione della Tunisia sulla questione libica verso una linea non sostenuta dal parlamento.

A scagliarsi contro al-Nahda e il suo leader è stata soprattutto la deputata ‘Abir Moussi. Benché leader di una formazione, il Partito Destouriano Libero (PDL), che finora non è stata particolarmente incisiva nello scenario politico tunisino, Moussi è riuscita a imporre il tema nel dibattito parlamentare, pronunciando feroci invettive contro gli islamisti e il loro capofila. Sfruttando il presunto coinvolgimento di Ghannouchi nella questione libica, ‘Abir Moussi ha infatti accusato il leader di al-Nahda di aver collaborato sin dalla caduta di Ben Ali con diversi gruppi estremisti nel Paese e con i jihadisti libici. Il partito di ‘Abir Moussi ha quindi invitato le altre forze politiche a revocare la fiducia al presidente del Parlamento. Le tensioni sono ulteriormente aumentate quando ‘Abir Moussi ha dichiarato di aver ricevuto informazioni circa una visita di alcuni membri di al-Nahda a terroristi salafiti nelle carceri di Mournahuja e Borj el-Amri, arrivando ad accusare alcuni deputati islamisti di aver preso parte a un piano per assassinarla. Nel tentativo dunque di mettere alle strette al-Nahda, la leader del PDL ha incoraggiato qualsiasi partito si consideri lontano dalla dottrina dei Fratelli Musulmani – compreso al-Nahda, il quale ha più volte affermato la propria indipendenza rispetto all’organizzazione egiziana – a firmare una mozione che definisca la Fratellanza come organizzazione terroristica e sanzioni chiunque abbia con essa un legame diretto o indiretto.

        

Una “falsa novità”

Le invettive di ‘Abir Moussi contro il presidente del parlamento hanno rinfocolato il dibattito tra islamisti e laici, rimasto congelato negli ultimi anni nel tentativo di non compromettere la transizione democratica. A una prima analisi si potrebbe affermare che, dopo anni di immobilismo politico e consenso “forzato”, la leader del PDL costituisca ora la guida di un’opposizione reale, che costringe il principale partito di governo a confrontarsi con gli errori presenti e passati. Tuttavia, sia per la retorica cui Moussi ricorre che per la tradizione politica che rappresenta, la novità promossa dalla parlamentare laica è solo apparente.

      

‘Abir Moussi è infatti cresciuta politicamente all’interno del Raggruppamento Costituzionale Democratico, il partito di Ben Ali, e raccoglie nella sua formazione politica diversi esponenti ed ex-funzionari del vecchio sistema di potere. Sostenitrice dell’ancien régime e convinta anti-rivoluzionaria, Moussi ricorda con la sua battaglia contro l’Islam politico, all’interno del quale non vede distinzioni tra estremismi e correnti moderate, una posizione tipica delle dittature precedenti. A ciò si aggiunga che, oltre ai toni demagogici con cui Moussi attacca i propri oppositori, il suo progetto politico risulta inconsistente, risolvendosi in una variante “bourguibiana” della destra conservatrice, come dimostra il manifesto disinteresse della deputata verso temi come l’uguaglianza di genere. ‘Abir Moussi sembra dunque incapace di elaborare una proposta che non sia l’opposizione ad al-Nahda, e difficilmente può presentarsi come interprete di un reale cambiamento politico.

        

La retorica populista e anti-islamista di Moussi ha scatenato la reazione dei membri di al-Nahda, che hanno accusato la leader dell’opposizione di ostacolare i lavori istituzionali e di pregiudicare gli interessi dei cittadini. La presentazione, inoltre, da parte del deputato di al-Nahda Bishr al-Shabi di una denuncia penale contro Moussi, accusata di aver ricevuto finanziamenti illeciti dagli Emirati Arabi Uniti segnala ulteriormente come lo scontro attuale debba essere compreso anche alla luce delle dinamiche internazionali.  

      

La diatriba tra Ghannouchi e Moussi si inserisce infatti un gioco di potere più ampio, che vede i grandi attori regionali contendersi la Tunisia, un Paese strategicamente rilevante anche per le sorti della Libia. Da un lato l’asse Abu-Dhabi-Ryadh-Il Cairo, che sostiene il generale Haftar, punta a contrastare anche nel Paese dei gelsomini il peso dell’Islam politico. Dall’altro, la Turchia di Erdogan, vicina a Sarraj, sostiene invece al-Nahda, che considera un vettore della propria influenza regionale e con il quale è legato da una forte affinità ideologica. A gennaio il presidente turco aveva anche richiesto il permesso di dispiegare le sue truppe al confine tunisino al fine di facilitare l’intervento in Libia, ricevendo tuttavia il rifiuto del presidente Kais Saied, che anche durante la sua recente visita in Francia ha insistito sulla neutralità del proprio Paese nel conflitto libico.

       

Politica immobile, società in cambiamento

La Tunisia post-rivoluzionaria è riuscita a sopravvivere alle diverse sfide che hanno messo a dura prova la sua neonata democrazia, tra cui un tasso di disoccupazione in costante crescita e il grave danno economico causato dagli attentati del 2015, cui si aggiungono le nuove criticità legate alla pandemia. Ciononostante, le dinamiche attuali mettono in luce che la transizione democratica tunisina non è ancora conclusa. La scena politica è stata monopolizzata prima dalla questione dell’identità del Paese, con lo scontro tra islamisti e laici, a scapito delle richieste provenienti dalla società, per poi arenarsi nelle sabbie mobili di un consenso a tutti i costi che ha condannato la Tunisia all’immobilismo. Gli scontri recenti all’interno delle aule del parlamento evidenziano che le fratture ideologiche non sono ancora sanate, e l’entrata in gioco di potenze regionali che fanno leva su queste spaccature rischia di esacerbare ulteriormente le tensioni all’interno del panorama politico.  

       

L’elezione come Presidente della Repubblica di Kais Saied, un outsider politico che non si identifica con nessuna delle due grandi culture politiche del Paese, è la risposta di un elettorato stanco di governi impegnati più a consolidare un consenso fragile che a varare riforme sostanziali e desideroso di superare i vecchi conflitti ideologici. Il Paese, ora come nel 2011, necessita di una classe dirigente capace di guidare il cambiamento che i cittadini continuano a chiedere. Da questa prospettiva, mettere la Tunisia al riparo dalle contese regionali significa preservare l’unica rivoluzione araba che, seppur con difficoltà, è riuscita a innescare una reale transizione democratica.

    

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ARABIA SAUDITA 

Tra petrolio e Coronavirus, i rischi per MBS di Chiara Pellegrino

oasiscenter.eu/ - 3 luglio 2020

La diffusione del Coronavirus e il collasso del mercato petrolifero stanno mettendo a dura prova l’economia del Regno e i progetti di Muhammad bin Salman. La Vision2030 rischia di naufragare definitivamente e le politiche di austerity minacciano la tenuta del contratto sociale  

  

L’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del coronavirus ha colpito duramente l’economia globale e il mercato del petrolio. Il crollo dei prezzi del greggio sta mettendo a dura prova le economie di tutti i Paesi del Golfo, in particolare quella saudita. Dai primi anni ’30, quando fu scoperta la presenza del petrolio in Arabia Saudita, le finanze del Regno dipendono quasi esclusivamente dall’oro nero. Nei decenni il modello economico-finanziario saudita ha conosciuto fortune altalenanti, seguendo l’andamento del mercato petrolifero. Dopo il decennio magico 2003-2014 in cui il prezzo del barile aveva segnato un massimo storico di 145$ nel luglio 2008, l’estate 2014 ha inaugurato una fase ribassista durata fino allo storico accordo OPEC raggiunto a Vienna nel 2016. A inizio 2020, con la diffusione della pandemia e lo stop alla produzione industriale mondiale, la domanda di petrolio è crollata di quasi 30 milioni di barili al giorno. Questo dato è piuttosto significativo se si pensa che prima della crisi la domanda era arrivata a sfiorare i 100 milioni di barili giornalieri. L’emergenza sanitaria ha generato uno squilibrio inedito: neppure la Guerra del Golfo, che pure fece diminuire la domanda di greggio di 4/5 milioni di barili al giorno, provocò un’instabilità così grave. In un mercato caratterizzato da un enorme eccesso di offerta e con la capacità di stoccaggio giunta a livelli di guardia, i produttori dell’OPEC e i suoi alleati hanno contrattato un taglio della produzione di 10 milioni di barili al giorno a partire dal mese di maggio, taglio che però gli analisti ritengono insufficiente. Questo scenario ha innescato il collasso del prezzo del petrolio, che dalla fine del 2019 ha segnato un ribasso del 60%.

      

L’Arabia Saudita si sta dunque avviando verso quella che potrebbe rivelarsi la contrazione del mercato più grave di sempre. A inizio maggio il ministro delle Finanze saudita Muhammad al-Jad‘an ha annunciato una serie di misure che il Regno intende adottare per far fronte alla crisi, tra cui l’innalzamento dell’IVA dal 5% al 15% dal mese di luglio, e il taglio di una componente del salario dei dipendenti pubblici dal mese di giugno. Quest’ultima misura andrà a colpire 1,5 milioni di dipendenti statali, che dal 2018 percepivano un’indennità mensile di 1000 riyal, circa 267 dollari, per compensare l’aumento del costo della vita dovuto all’incremento interno dei prezzi del gas e all’introduzione dell’IVA nel 2015.

     

All’inizio di aprile re Salman aveva annunciato misure straordinarie a sostegno del settore privato, che includevano lo stanziamento di 2,4 miliardi di dollari per pagare parte dei salari dei lavoratori impiegati nel settore privato e dissuadere le aziende dal licenziamento del personale.

      

Il delicato quadro finanziario in cui versa oggi il Regno, tuttavia, non dipende esclusivamente dal rallentamento economico innescato dalla pandemia. Il germe della crisi si era già manifestato qualche anno fa. Nel 2015, quando Re Salman succedette al fratello, le riserve in valuta estera ammontavano a 732 miliardi di dollari mentre a dicembre 2019 erano calate a 499 miliardi, segnando una diminuzione di oltre 200 miliardi. Una traiettoria analoga, benché di segno opposto, si è prodotta anche con il debito pubblico, che negli ultimi cinque anni è cresciuto costantemente: nel 2014 ammontava a 12 miliardi di dollari, quattro anni dopo era salito a 151 miliardi e nel 2019 era pari a 183 miliardi, segnando in cinque anni una crescita in termini assoluti del 1500% e passando, in percentuale rispetto al PIL, dall’1,6% al 23%.

             

Oltre al crollo del prezzo del petrolio, sull’economia saudita stanno gravando anche l’aumento della spesa pubblica in ambito sanitario per garantire l’assistenza ai malati di Covid-19, la diminuzione dei ricavi non petroliferi legati all’interruzione delle attività produttive e alla sospensione del turismo religioso nelle città di Mecca e Medina, che genera entrate pari a 12 miliardi di dollari l’anno. Nel Regno il lockdown è entrato in vigore il 25 marzo e prevedeva inizialmente il divieto di entrare e uscire da Mecca, Medina e Riyadh – le città con il maggior numero di casi di Coronavirus, e di circolare tra le province. Sulla situazione economica del Regno graverà ulteriormente la decisione di limitare il pellegrinaggio annuale, previsto nel 2020 per la fine di luglio e l’inizio di agosto, ai soli residenti nel Paese. In caso di annullamento, al danno economico – il pellegrinaggio è un elemento centrale dell’economia saudita, basti pensare che nel 2019 erano affluiti a Mecca 2,5 milioni di fedeli – si aggiungerebbero anche le ricadute sul piano simbolico: è infatti attraverso la custodia delle città sante di Mecca e Medina che i Sa‘ūd legittimano il loro ruolo di leadership nel Paese, e il titolo di cui si fregia il sovrano saudita “khādim al-harāmayn – custode dei due luoghi santi” ricorda costantemente il compito di cui si vuole investita la famiglia reale.

        

Quale futuro per la Vision2030

Peraltro, le misure intraprese dal Regno potrebbero non rivelarsi sufficienti per fronteggiare la crisi, e quest’ultima potrebbe avere delle ripercussioni anche a livello socio-politico.

Il contratto sociale saudita che regola il rapporto tra i sudditi e la famiglia regnante si fonda su un generoso sistema di welfare in cambio del quale i cittadini promettono totale fedeltà ai Sa‘ūd, accettano il ruolo di sudditi, l’assenza di rappresentanza politica e le misure repressive messe in atto di tanto in tanto dal governo in nome della sicurezza e del benessere. Con la drammatica riduzione dei proventi del petrolio non è però scontato che il governo riesca a mantenere invariato questo stato di cose. Quasi i due terzi dei sauditi sono infatti impiegati pubblici e le retribuzioni statali rappresentano circa la metà della spesa del governo.

        

L’Arabia Saudita tuttavia, non è l’unico Paese interessato da questa forma di contratto sociale, poiché questa configurazione dei rapporti tra sovrano e cittadini è piuttosto diffusa anche in altri Paesi del Golfo. Se dovessimo stilare una classifica degli Stati del Golfo con il più alto tasso di impiegati statali, sul podio salirebbero gli Emirati Arabi Uniti (93%), il Qatar (90%) e il Kuwait (79%), seguiti immediatamente dall’Arabia Saudita (66%). Questo sistema è evidentemente molto problematico: genera la corsa al posto pubblico a scapito del settore privato, non garantisce la qualità delle prestazioni lavorative e diventa sempre più insostenibile a fronte dell’importante tasso di crescita demografica.

       

Negli anni, l’Arabia Saudita ha cercato di rimediare a questo problema attuando una politica di “saudizzazione”, una strategia di sviluppo pensata dal ministero del Lavoro in base alla quale le società private, saudite o straniere, con sede nel Regno, sono tenute ad assumere una quota di cittadini sauditi determinata sulla base del numero complessivo dei dipendenti dell’azienda. Questa politica è stata tentata molte volte, ma sempre senza successo. La campagna di sostituzione dei lavoratori stranieri con lavoratori locali infatti va avanti dagli anni ’80, quando fu lanciato il quarto piano di sviluppo quadriennale (1985-1989). Da allora, sono seguiti altri sei piani di sviluppo e tutti prevedevano una diminuzione delle quote di manodopera straniera a favore dei cittadini sauditi. Negli ultimi anni, inoltre, il governo saudita ha aperto alcune posizioni lavorative riservate esclusivamente ai suoi cittadini che, secondo le statistiche pubblicate dalla General Authority for Statistics, nel 2018 rappresentavano il 63% dei 33 milioni di residenti nel Regno. Il problema non sembra dunque risolto, anche perché il sistema d’istruzione saudita non è particolarmente d’aiuto essendo carente sotto tanti punti di vista nonostante l’astronomico budget annuale destinato alla scuola ($53 miliardi nel 2017, pari all’8% del PIL).

       

La politica di saudizzazione peraltro è anche uno dei punti forti della Vision2030, il piano di sviluppo socio-economico lanciato da Muhammad bin Salman ad aprile 2016 per diversificare l’economia, creare nuove opportunità di lavoro e innalzare la qualità della vita nel Regno. Sostanzialmente il progetto si articola in 96 obbiettivi che interessano tre macro-aree, indicate nei documenti ufficiali attraverso altrettanti altisonanti slogan: “una società viva, un’economia fiorente e una nazione ambiziosa”. Per realizzare la Vision, nel 2017 il Consiglio per gli Affari economici e lo Sviluppo ha creato dodici programmi. Uno di questi è il Programma di trasformazione nazionale 2018-2020. Esso prevede, tra le tante iniziative, la messa in campo di misure a sostegno dell’impresa privata, che oggi rappresenta ancora una minima parte delle attività produttive presenti nel Regno. Nello specifico il Programma si propone di agevolare gli imprenditori che vogliono aprire un’attività, attrarre investimenti dall’estero, sviluppare l’economia digitale e il settore della vendita, e promuovere la cultura dell’imprenditoria e dell’innovazione per far sì che le piccole e medie imprese possano creare posti di lavoro e contribuire al PIL nazionale.

           

Il Public Investment Fund Program (PIF), presieduto da MBS, è invece il programma che dovrebbe fungere da motore della diversificazione economica del Regno e dello sviluppo dei settori strategici, trasformare il Fondo d’Investimento Pubblico (PIF) nel maggiore fondo sovrano al mondo e costruire delle partnership economiche internazionali strategiche per rafforzare il ruolo dell’Arabia Saudita a livello regionale e globale.

Questo fondo è alimentato in larga parte da finanziamenti provenienti dal Governo, dal trasferimento di beni pubblici, da prestiti e altri strumenti di debito, e dagli utili ricavati dagli investimenti. Una parte di questo fondo è destinata al finanziamento di tre grandi progetti, punte di diamante della Visione di MBS: Neom, la smart city iper-automatizzata che dovrebbe ospitare 1 milione di abitanti dal 2030; il progetto Mar Rosso, che prevede lo sviluppo di un’area di resort di lusso su 90 isole naturali della costa occidentale del Regno; e al-Qiddiya, una città per l’intrattenimento, lo sport e la cultura che dovrebbe sorgere a 40 chilometri da Riyadh ed essere completata nel 2022. L’agenda di spending review adottata dal Regno a inizio maggio per far fronte alla crisi economica conseguente alla pandemia prevede il taglio di quasi 8 miliardi di dollari inizialmente destinati alla realizzazione di questi progetti. Il Coronavirus sta mettendo alla prova le ambizioni del principe ereditario e la Vision2030 corre il rischio di diventare la prossima vittima della pandemia.

   

Il nazionalismo populista di MBS

In un futuro non troppo lontano, la crisi economica rischia di minare anche la narrazione di MBS, fondata su un’idea (piuttosto costosa!) di Paese, difficilmente realizzabile se il prezzo del greggio non risalirà già nei prossimi mesi ai livelli pre-crisi.

Oggi sembra lontano il tempo in cui l’Islam era la sola identità dell’Arabia Saudita, o in cui essa si identificava con l’ideologia pan-islamica. Il nazionalismo islamico, che ha dominato il Paese dalle origini ai primi decenni successivi alla nascita del terzo Stato saudita nel 1932, ha agito da collante tra le diverse tribù ed etnie che abitavano il territorio, contribuendo a creare quel senso di appartenenza nazionale necessario a mantenere la coesione e governare. Successivamente, negli anni della guerra fredda, l’Arabia Saudita avrebbe rivendicato la propria leadership islamica globale in qualità di custode dei luoghi sacri di Mecca e Medina, finendo per promuovere un’“identità pan-islamica transnazionale”. In entrambe le fasi, lo Stato era il gestore della politica mentre l’establishment religioso aveva in carico la sfera religiosa, culturale e sociale. Ciò che cambiava era il livello di proiezione islamica internazionale: se nella prima fase si pensava a livello locale, nella seconda fase si faceva leva sulla capacità di incidere a livello globale.

     

Questi modelli sembrano essere stati superati dall’ascesa di MBS, che ha avviato un’importante opera di rebranding. Si tratta tuttavia di un cambio di rotta che ha origini più lontane. Già durante il regno di re ‘Abdullah (regno 2005-2015) infatti era stato fatto qualche tentativo per superare il primato dell’establishment religioso nella gestione delle pratiche sociali, per esempio rendendo festivo il giorno della festa nazionale saudita (23 settembre) contro il volere delle autorità religiose che vedevano in questa decisione un distacco dalla tradizione.  

           

Oggi, il modello ideale di cittadino saudita non è più il musulmano pio che conosce a memoria i detti del Profeta sapendo citare quello giusto nell’occasione giusta, o la famiglia che iscrive il figlio alla gara di Corano nella speranza che vinca il primo premio, rigorosamente finanziato dalle casse dello Stato. E non lo è neppure il giovane che per cenare al ristorante si trova a dover scegliere tra la “family section” o la “men section”, dal momento che la segregazione dei sessi nei locali pubblici è stata superata da un decreto a fine 2019.  

      

Quella di MBS è una narrazione populista in cui l’ideologia islamica e pan-islamista, che dagli anni ’60 ha consentito di diffondere il wahhabismo in tutto il mondo islamico, ha lasciato il posto alla promozione di uno spirito “imprenditoriale” locale. La nuova retorica del principe ereditario celebra la gioventù saudita (gli under 30 costituiscono il 60% della popolazione), che partecipa attivamente allo sviluppo economico del Paese accettando di buon grado il superamento del vecchio contratto sociale su cui da decenni si fonda il rapporto tra sudditi e re, e che si mostra fedele alla monarchia assoluta in cambio di un allentamento delle restrizioni sociali e della concessione del diritto al divertimento, negato fino a qualche anno fa.

            

In Arabia Saudita l’industria del divertimento era quasi inesistente fino al 2018; per molti anni le uniche fonti di svago erano rappresentate da Manama, capitale del vicino Bahrein, dove i sauditi residenti nella provincia Orientale si recavano a frotte nel fine settimana, le feste organizzate dalle ambasciate e dai consolati per gli expat e a cui partecipavano anche i (pochi “fortunati”) sauditi di Riyadh e Jeddah con le giuste entrature, o le feste nelle abitazioni private. Oggi il mercato dell’intrattenimento offre molto più rispetto al nulla del passato – il primo cinema ha aperto a Riyadh nella primavera del 2018, e lo stesso anno è stato consentito alle donne di assistere alle partite di calcio nello stadio di Jeddah, per non parlare della tanto celebrata – dai media sauditi ma anche e soprattutto da quelli occidentali – abolizione del divieto di guida per le donne da giugno 2018. Il giovane principe, classe 1985, punta dunque a raccogliere il consenso dei giovani promettendo loro meno conservatorismo sociale e zelo religioso, e più divertimenti e opportunità di impiego in cambio della fedeltà alla corona.

        

In questo quadro rientra anche il superamento dell’avversione per il patrimonio culturale pre-islamico, tradizionalmente alimentata dagli ambienti salafiti. Com’è noto, il salafismo tende a eliminare la memoria di tutto ciò che precede l’avvento dell’Islam, comprese le tracce delle civiltà sorte nella cosiddetta Jāhiliyya, l’epoca dell’ignoranza pre-islamica. Se fino a qualche anno fa l’unico sito storico degno di tale nome era Dir‘iyya, insediamento a nord di Riyadh e capitale del primo Stato saudita fino al 1824, oggi la storia e la cultura del Paese sembrano diventate prioritarie nella visione di MBS. I siti archeologici come Mada’in Salah e al-Ula, antichi insediamenti nabatei situati 400 chilometri a nord di Medina, o il quartiere di al-Balad, la parte più antica della città di Jeddah, con i suoi palazzi di epoca ottomana costruiti in pietra corallina e legno intarsiato, sono diventati il fiore all’occhiello della campagna turistica lanciata dal principe ereditario, a dispetto dell’oblio in cui erano caduti per diversi decenni. L’inedita apertura al turismo è effettivamente uno degli obbiettivi del National Transformation Program, che prevede l’accesso ai visitatori di 447 siti turistici entro il 2020 (contro i 241 del 2017) e un giro di affari di oltre 17 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita, che in passato ha sempre avuto regole piuttosto restrittive per l’ingresso di visitatori stranieri, da settembre 2019 si è aperta definitivamente al turismo internazionale. Che lo sviluppo del turismo fosse parte integrante del programma del principe è diventato chiaro nel 2017, quando è stata istituita la Royal Commission for alUla, finalizzata a preservare e valorizzare questo sito vecchio di 2000 anni. A pochi mesi di distanza il principe avrebbe lanciato il progetto per il Restauro delle moschee storiche, che finora ha portato al restauro di 30 moschee in diverse regioni del Paese per un costo totale di 50 milioni di reali. Nonostante le testate giornalistiche saudite continuino a pubblicizzare il patrimonio artistico-culturale del Regno e l’inedita apertura del Paese al turismo esterno, anche questo progetto rischia di essere seriamente compromesso dalla diffusione della pandemia.

  

Il trono di spade

Il “nuovo corso” di MBS, tuttavia, non prevede il superamento delle politiche repressive che, anzi, si sono fatte ancora più severe non soltanto verso chi manifesta il proprio dissenso, ma anche verso chi risulta troppo tiepido nel mostrare la propria accondiscendenza verso la monarchia. Le parole “traditore” e “nemico” sono entrate nel vocabolario corrente della retorica del giovane principe ed è in quest’ottica che devono essere interpretate le campagne di arresto lanciate dal 2017 a oggi contro predicatori, attivisti per i diritti umani, membri della famiglia reale e uomini d’affari. Alla prima campagna di arresti dell’autunno 2017 che ha portato alla detenzione di predicatori e intellettuali accusati di complottare con i nemici (in particolare i Fratelli musulmani e il Qatar) ai danni dello Stato, è seguita l’operazione che ha portato alla detenzione presso l’hotel Ritz Carlton di Riyadh di ex esponenti dell’apparato statale e influenti uomini di affari, accusati di corruzione e successivamente rilasciati su pagamento di laute cauzioni. A pochi mesi di distanza è seguito l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post, ucciso il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato saudita di Istanbul. All’inizio del 2020 un altro giro di purghe ha portato in prigione, tra gli altri, l’ex ministro dell’Interno ed ex principe ereditario Muhammad bin Nayef, il fratello di quest’ultimo Nawaf bin Nayef, e Ahmed bin Abdulaziz, unico fratello ancora in vita di re Salman. Quest’ultima tornata di “arresti reali” sembra essere dettata dal tentativo del giovane principe di assicurarsi il trono consolidando la sua precedenza nella linea di successione. Muhammed bin Nayef e Ahmed bin Abdulaziz sono effettivamente personalità ingombranti: il primo gode di un’ottima reputazione a Washington e nel 2017 ha ricevuto dall’allora direttore della CIA Mike Pompeo la medaglia George Tenet per il suo contributo all’antiterrorismo. Il secondo è il fratello minore di re Salman, a cui spetterebbe di diritto il trono se quest’ultimo non avesse invertito la logica di ascesa al potere introducendo un sistema verticale che prevede la trasmissione del potere da padre a figlio anziché da fratello a fratello come era stato dal 1932 al 2017. Sebbene il principe Ahmed abbia dichiarato pubblicamente più di una volta di non aspirare al trono, a metterlo in una posizione scomoda sarebbe stata la sua appartenenza al potente gruppo dei “sette Sudairi”, un blocco di sette figli di re ‘Abdulaziz, nonno di MBS e fondatore del terzo regno saudita, nati dalla sua moglie preferita, Hussa bint Ahmed al-Sudairi. Due di questi fratelli sono ascesi al trono, re Fahd che ha governato dal 1982 al 2005, e l’attuale re Salman in carica dal 2015, mentre gli altri cinque hanno ricoperto importanti cariche istituzionali. Il principe Ahmed è finito nell’occhio del ciclone anche per le critiche rivolte alle politiche di MBS: nel 2015 aveva preso pubblicamente posizione contro la campagna militare saudita iniziata in Yemen, e nel 2017 si era opposto alla decisione di re Salman di cambiare le logiche di successione al trono a favore del figlio.

      

Nelle ultime settimane, diversi principi e principesse saudite detenute hanno cercato il sostegno di Washington, prendendo contatto con avvocati e lobby vicini al presidente Trump, nella speranza che il governo americano possa esercitare pressioni sulla famiglia reale per il loro rilascio, ciò che conferma le profonde divisioni che lacerano da tempo la famiglia reale saudita.

       

Sul piano religioso, la Vision2030 di MBS è guidata dall’idea del ritorno a un fantomatico Islam moderato delle origini. Già nel 2018 in un’intervista rilasciata ai media internazionali, MBS aveva espresso l’idea che i guai dell’Islam fossero iniziati nel 1979, con la rivoluzione iraniana e l’assedio della moschea di Mecca ad opera del gruppo di ribelli capeggiato da Juhainam al-Otaybi. Nella sua narrazione, questi due eventi avrebbero favorito la diffusione in tutto il mondo islamico di interpretazioni radicali dell’Islam veicolate dagli islamisti. Così facendo il principe solleva il Regno da qualunque responsabilità, e adombra l’idea che esso fosse un’oasi di tolleranza prima dell’avvento dell’anno di tutti i mali, dimenticando (od omettendo volutamente) come sia stato proprio l’impeto jihadista a permettere ai suoi antenati di unificare le tribù da cui si sarebbero costituiti i primi regni sauditi. Al netto di queste considerazioni, MBS dovrà essere abile a non alienarsi totalmente l’establishment wahhabita e mantenere intatto quel sottile equilibrio che storicamente ha consentito ai Sa‘ūd di esercitare l’autorità sul Paese del Golfo, un’alleanza che potrebbe tornare utile nel caso (piuttosto probabile!) in cui i risultati economici della Vision dovessero farsi attendere e il malcontento iniziare a serpeggiare tra la popolazione.

       

Un uomo solo al comando

Nel delicato quadro economico che va profilandosi a seguito della pandemia, MBS sta intensificando gli sforzi di propaganda nel tentativo di consolidare il culto della sua persona e garantire la stabilità del sistema. Nel giorno del terzo anniversario della sua nomina a principe ereditario (19 maggio 2020), la stampa saudita in lingua araba ha dato ampio risalto all’evento, a differenza dei quotidiani locali in inglese. Il quotidiano pro-governativo Al-Riyadh ha dedicato una quarantina di pagine alla ricorrenza, titolando a caratteri cubitali «Mano nella mano rimarremo fedeli alla promessa…ciò che è stato realizzato ha superato la barriera del tempo». Le pagine successive contenevano numerosi trafiletti di elogio al principe redatti dai governatori delle tredici province del Paese – si direbbe che il governatore del Qassim, Faysal bin Mish‘al Āl Sa‘ūd, abbia particolarmente a cuore la questione a giudicare dal numero di spazi acquistati all’interno del giornale –, a cui si alternavano pagine acquistate da famiglie discendenti da influenti tribù arabe (per esempio gli al-Jarba, ramo della tribù degli Shammar), da aziende e società saudite pubbliche e private (tra cui la società di assicurazione sanitaria Bupa, il gruppo finanziario Samba, la società di risorse umane Mahara, l’azienda fornitrice di energia elettrica al-Ojaimi…) che rinnovavano pubblicamente il patto di fedeltà al re e al principe alla corona.

      

Lunghi articoli, intervallati da immagini celebrative di MBS ritratto insieme al padre, raccontavano le glorie del giovane principe, descritto con epiteti altisonanti: “architetto della sagace politica moderna”, “leader d’eccezione, che guarda al futuro e costruisce la storia”, “l’uomo dei cambiamenti storici”, “il fautore della rinascita saudita”. Tra i meriti riconosciuti al principe quello di aver rafforzato la posizione del Regno a livello politico, economico e internazionale, di aver guidato il Paese verso il progresso culturale e sociale, e realizzato le speranze delle donne, concedendo loro di guidare e di accedere al mercato del lavoro. Com’è normale nel giornalismo di propaganda, nessun accenno veniva fatto alla detenzione delle femministe saudite come Loujain al-Hathloul, Aziza al-Yousif o Hatoon al-Fassi.

      

Nella narrazione giornalistica saudita, MBS è l’uomo che guarda al futuro e difende, allo stesso tempo, la tradizione. Il giorno successivo all’anniversario, sempre al-Riyadh pubblicava un’immagine che ritraeva MBS insieme al padre e al nonno ‘Abdul ‘Aziz ibn Saud, fondatore e sovrano del terzo regno saudita per oltre vent’anni. Un titolo altisonante accompagnava l’iconica raffigurazione: “Il discendente della gloria, in continuità con il padre e il nonno”. Curiosamente, questa pagina è stata sponsorizzata dalla Saudi Telecom Company (STC), compagnia telefonica di cui è azionista il PIF (Public Investment Fund), presieduto da MBS. Il ricordo del passato peraltro è costantemente celebrato dallo stesso MBS che in un tweet fissato dal 2017 sulla bacheca del suo account Twitter scrive: “Se non sai da dove sei partito, non sai dove stai andando” per poi rilanciare la canzone “Started with the desert”, composta da una band pakistana nel 1992 in occasione della festa nazionale saudita per celebrare la storia del Regno e le glorie della famiglia Saud.

      

Una difficile partita

La crisi globale generata dalla diffusione del Coronavirus sta mettendo a rischio la tenuta del sistema economico, politico e sociale del più grande rentier state del Golfo. Con il prezzo del petrolio più che dimezzato dalla fine del 2019 a oggi, ci sono buone ragioni per credere che l’Arabia Saudita non sarà risparmiata dalla prospettiva della recessione globale. Il sistema economico del Paese si fonda principalmente sulla rendita derivante dall’esportazione del greggio, i cui proventi vengono redistribuiti ai cittadini sotto forma di impieghi nel settore pubblico, sussidi e servizi completamente gratuiti. Secondo una stima del Fondo monetario internazionale, per alimentare questo sistema occorre che il prezzo del petrolio si stabilizzi sui 76 dollari al barile. Se questo non dovesse verificarsi in tempi brevi, il governo si vedrà costretto a ridurre drasticamente il welfare e ad aumentare ancora la pressione fiscale, mettendo definitivamente fine all’assunto su cui da anni si fondano i rentier state del Golfo: no participation without taxation. MBS potrebbe allora trovarsi a fare i conti con il malcontento popolare e non sarà facile per lui – oggi pressoché solo al comando, dopo essersi alienato una parte della famiglia reale e dell’establishment religioso – salvare il Paese dal declino. La narrazione fatta di grandi progetti e di un energico nazionalismo populista potrebbero infatti non essere più sufficienti. A quel punto al principe ereditario rimarrebbe soltanto l’opzione della repressione iper-autoritaria (già ampiamente praticata senza troppe remore) per vincere una partita che si sta facendo sempre più difficile.

          

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BANGLADESH 

Covid 19 e la Casa della Solidarietà di Giovanni Gargano sx

dg.saveriani.org/ - Noluakuri - 11 luglio 2020  

             

 

Da circa tre mesi, nella Missione di Noluakuri, a 70 km. dalla capitale Dhaka, abbiamo iniziato l’esperienza della Casa della Solidarietà. Interrogandoci sulle difficoltà che molte famiglie stanno attraversando, abbiamo pensato di essere loro vicini con questa iniziativa, un modo semplice per stare con la gente, offrendo loro qualcosa da mettere sul tavolo.

L’obiettivo della Casa della solidarietà non è quello di dare un aiuto a dei mendicanti. Niente di tutto ciò. Il nostro intento è quello di far sentire la nostra presenza alle famiglie che stanno vivendo un momento di difficoltà. Nello stesso tempo è un invito alla comunità cristiana, e non solo, a gareggiare nella corsa della solidarietà e di crescere individualmente e comunitariamente nella dimensione della condivisione. Per questo, accanto alla solidarietà, deve esserci la condivisione, la vicinanza, la presenza.

Come ci siamo organizzati? Prima di tutto abbiamo preparato un cartello usando dei vecchi cartoni e scrivendo Casa della Solidarietà in lingua Bengalese (Shohomormita Bari). I bengalesi sono degli artisti e sono molto bravi nello scrivere artisticamente. Pensate che molte pubblicità, sui muri sono dipinte a mano e sono davvero uno spettacolo. Su questo cartellone abbiamo indicato anche i giorni di apertura e gli orari: due volte la settimana, il Martedi e il Venerdi dalle 9,30 alle 12,30.

La cosa interessante è che prima di aprire la Casa della Solidarietà, ho convocato alcuni mussulmani e indù per coinvolgerli nell’iniziativa. Immediatamente, hanno espresso il loro accordo dichiarandosi disponibili a sostenere questa attività. 

         

La solidarietà, la condivisione non devono essere solo valori che dobbiamo predicare noi cristiani. Questi sono atteggiamenti e valori che fanno parte della nostra umanità e che appartengono a ogni religione.  

Finalmente, tutto è pronto e molte persone iniziano a portare il proprio contributo con un sacco di riso, una bottiglia di olio, il dal (lenticchia rossa Bengalese) etc. Qualche persona ha dato anche un contributo economico. I primi due aiuti in denaro sono venuti da due vedove che in silenzio hanno consegnato nelle mie mani la somma di denaro. È l’insegnamento delle vedove, le prime a farsi avanti senza indugio portando nel cuore la gioia di donare gratuitamente e in modo disinteressato. Molti mussulmani, hanno dato 5 kg. di farina, 5 kg di patate etc. Anche loro si sono lasciati coinvolgere in questa sconfinata solidarietà senza barriere.

Tanti amici dall’Italia mi dicevano: prendi tutte le precauzioni, stai attento, non ti esporre. Dopo tutte queste raccomandazioni, pur indossando la mascherina, una vecchietta contenta di ricevere qualcosa da mangiare, mi ha preso le mani e poi mi ha baciato. Ho sentito quel bacio e quell’abbraccio come una benedizione che sconfigge ogni virus disumano che allontana, disprezza e infonde paura. La benedizione della vecchietta è un lavacro di umanità che trasforma la vita, elimina ogni pensiero, ogni preoccupazione, ogni senso di dubbio.

Appena aperta, la Casa della Solidarietà, vediamo arrivare una vecchietta tutta curva con dei sandali completamente rovinati. La volta dopo, gli abbiamo fatto trovare un paio di sandali nuovi. È andata via tutta contenta, saltellando dalla gioia!!!

La cosa bella di questa esperienza è che ti fa incontrare un mondo cosi variegato che non smetti mai di stupirti e di imparare. Continuando la nostra presenza, un giorno si avvicina un giovane, che si appoggia al pilastro dove avevamo il banchetto con il cibo. Era ben vestito e si vedeva che era uno studente di college. Era appoggiato al pilastro, quasi nascosto per non farsi vedere. Lo guardo e gli chiedo come sta, dove abita, cosa studia. Capisco che ha difficoltà a chiedere il pacchetto con dentro il riso, le patate, le cipolle etc. Allora avanzo io la proposta e gli chiedo: A casa avete difficoltà? A questa domanda i suoi occhi diventano lucidi. Nel guardarlo con un sorriso gli dico: non c’è bisogno di aver vergogna tieni prendi questi due pacchetti e portali a casa e saluta i tuoi genitori. Il giovane non smetteva di ringraziarmi. L’ho abbracciato e gli ho detto di pregare Allah per me affinché possa essere capace sempre di amare l’altro in modo disinteressato.

Sono tutti incontri che ti fanno sentire piccolo ma che ti danno la forza di continuare ad amare l’altro, ad ascoltare l’altro… dove, con il tempo, l’altro diventa un tu, un io, un tutti insieme che con la passione nel cuore abbattiamo ogni barriera che ci separa e ci impedisce dall’abbracciare chi ci vive accanto. Anche il mio vescovo di Mymensingh mi ha aiutato con 30mila tk. (300 euro). Per noi è stata come una manna piovuta dal cielo. In questo modo siamo stati in grado di aiutare anche il nostro villaggio di Pajgao, circa 25 famiglie.

Tanti altri hanno dato anche il loro contributo significativo: vedendo come agiva la Casa della Solidarietà si sono sentiti coinvolti nel fare delle donazioni. Sono piccoli gesti che ti fanno capire che goccia dopo goccia si crea un grande oceano di amore nel quale possiamo navigare con una libertà infinita.

  

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Il commiato dei cattolici di Chittagong dal vescovo Mosè M Costa di Sumon Corraya

AsiaNews - Chittagong - 15 luglio 2020

Grande partecipazione ai funerali. Con il suo lavoro tra i cattolici è cresciuta l’appartenenza alla Chiesa locale. Leader dei giovani: "Ha chiamato i giovani sale e luce del mondo. È quello che sento ancora e sento personalmente la sua chiamata. Sto cercando di seguire i suoi consigli nella mia vita”.

             

Preghiere, fiori e lacrime dei cattolici di Chittagong per il loro vescovo Mosè M Costa, morto ieri per malattia. Oggi viene sepolto nella cattedrale accanto alla tomba dell'ex vescovo locale Joachim Rozario, CSC.

Oggi migliaia di persone hanno onorato il corpo di mons. Mosè M Costa. Alcuni di loro hanno espresso il loro pensiero dopo il congedo del vescovo di 70 anni che serve due diocesi. Il coordinatore del Desk for Migrants and Itinerant People della diocesi di Chittagong, Probal Deo, dice ad AsiaNews: “Prima del 2011, i fedeli della nostra diocesi non erano molto attivi nella vita della chiesa. Dopo essere diventato vescovo di questa diocesi, mons. Mosè ha creato 13 distretti nella diocesi e ne ha dato la responsabilità ai membri del distretto, attirando così fedeli alla Chiesa”.

“Ora le persone partecipano attivamente a tutte le attività della chiesa e sanno tutto delle attività. Tra i cattolici è cresciuta l’appartenenza alla Chiesa locale”, ha spiegato Probal Deo, che è stato per due volte segretario del consiglio parrocchiale della cattedrale. Ha aggiunto che l'arcivescovo Moses aveva una eccezionale leadership che coinvolgeva i fedeli nell'attività della Chiesa. "Quando l'arcivescovo Moses ha elaborato un nuovo piano di lavoro, l’ha condiviso con noi e ha chiesto la cooperazione per attuarlo. Abbiamo risposto sinceramente ed è così che tutti abbiamo lavorato in squadra nella diocesi", ha detto Probal Deo ha detto, un tribale garo, riferendo che a Chittagong il 50% dei fedeli sono tribali.

Suor Violet Rodrigues, ispettrice nel Bangladesh delle Holy Cross Sister dice ad AsiaNews che, secondo quanto ha visto, mons. Moses era un buon pastore. "Era una persona con profondità di pensiero e una grande spiritualità”.

Hubert Sony Ratna, leader dei giovani della diocesi di Khulna ha dichiarato di essere stato motivato a diventare un buon cattolico da un'omelia dell'arcivescovo Moses Costa. "Nel 2002, ho partecipato alla giornata nazionale della gioventù nella diocesi di Chittagong e quella volta l'arcivescovo ha pronunciato un'omelia su “Sale e luce” nella Bibbia. Ha chiamato i giovani sale e luce del mondo. È quello che sento ancora e sento personalmente la sua chiamata. Sto cercando di seguire i suoi consigli nella mia vita”.

Nirmol Rozario, presidente dell'Associazione cristiana del Bangladesh, un gruppo per i diritti dei cristiani, ha riferito di aver parlato più volte con l'arcivescovo Moses Costa e di ritenere che l'arcivescovo fosse un leader spirituale lungimirante. “Era un uomo coraggioso. Ha lavorato con persone di Dinajpur e Chittagong - che vivono lontano - per il loro miglioramento. La sua morte è una grande perdita per la nostra Chiesa cattolica in Bangladesh”.

Obaidul Quader, segretario generale della Lega Awami del Bangladesh e attuale ministro dei Trasporti stradali e dei ponti, in un comunicato stampa ha espresso profondo cordoglio per la morte dell'arcivescovo Moses Costa. Ha detto: “L'arcivescovo Moses Costa era una persona non comune e lavorava con tutte le persone di fede. Era una persona rispettata da ogni fede. Preghiamo per la pace eterna della sua anima”.

       

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L'Arcivescovo Moses Costa era un "santo vivente", "un autentico missionario", un "Vescovo-catechista"

Agenzia Fides - Chittagong - 15 luglio 2020

  

“L'Arcivescovo Moses Costa era nostro amico e fratello. Era uno zelante servitore di Dio. ha dato un prezioso contributo non solo alle comunità di Dinajpur e Chittagong, ma a tutto il Bangladesh": lo afferma all'Agenzia Fides Mons. Gervas Rozario, Vescovo della diocesi di Rajshahi e Vicepresidente della Conferenza episcopale cattolica del Bangladesh (CBCB), ricordando l'Arcivescovo Moses Costa, che era alla guida dell'arcidiocesi metropolitana di Chittagong, morto il 13 luglio e ivi sepolto.

Il Vescovo Gervas Rozario aggiunge: "L'Arcivescovo Moses Costa è stato un annunciatore e testimone dell'amore di Dio. Ha portato abbondante amore di Dio ai fedeli. Amava gli altri senza misura, e non prendeva nulla per lui. Ha combattuto molto per la giustizia e per stabilire la pace. Era un santo vivente. Ha condotto la sua vita in modo santo. Ha vissuto nella sofferenza in modo santo e la sua vita è stata come l'evangelico chicco di grano, che morendo porta frutto". Il Vescovo afferma che "potremo rispettare il compianto Arcivescovo Costa se manterremo e porteremo avanti i suoi ideali e la sua fede operosa nella nostra vita".

Suor Renu Maria Palma, religiosa della Congregazione di Nostra Signora delle Missioni condivide con l'Agenzia Fides la sua esperienza per conto delle religiose, e lo ricorda come uomo di profonda spiritualità: “Era la nostra fonte di incoraggiamento. Ha condiviso l'opera missionaria e, grazie a lui, siamo state fortemente motivate a partecipare all'evangelizzazione. Ricordiamo il suo grande entusiasmo per l'opera missionaria. Era apprezzato non solo dai cristiani, ma anche dai musulmani" dice suor Renu Maria Palma, preside del liceo femminile di Santa Scolastica.

Padre Gordon Dias, Vicario generale della diocesi di Chittagong, a nome dei sacerdoti diocesani, condivide il suo ricordo di Mons. Costa e lo definisce "un Vescovo-catechista": “Come sappiamo - dice a Fides - i catechisti promuovono e predicano il Vangelo. L'Arcivescovo Moses ha predicato il Vangelo in aree remote dell'arcidiocesi di Chittagong. Ha avuto un profondo rispetto per la vita sacerdotale. Ha salvato e aiutato i sacerdoti nei casi di crisi vocazionale. Ha anche lavorato per aumentare le vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata religiosa nella Chiesa locale".

Il Vescovo Lawrence Subrato Hawlader, Vescovo della diocesi di Barisal, afferma che l'Arcivescovo Moses era il suo punto di riferimento: “Quando ero in seminario, era il rettore dell'istituto. A quel tempo, desideravo essere come lui e dopo essere diventato sacerdote, sono anche diventato rettore del seminario: la sua fede e umiltà erano per me fonte di ispirazione. E' stato un solido riferimento nell'opera e nella gestione della vita pastorale. Nell'amministrazione, non esitava a spendere denaro per le necessità dei fedeli, mentre ha condotto la sua vita in uno stile a forma di vita estremamente semplice". “Come leader e mentore spirituale - continua - ha insegnato ed è stato un testimone credibile di Cristo non solo per sacerdoti e suore, ma anche per tanti giovani cattolici. Essendo stato presidente della Commissione episcopale per i giovani, ho visto centinaia di messaggi di vero apprezzamento e gratitudine nei suoi confronti, lasciate dai giovani su Facebook” afferma Mons. Lawrence.

Il cattolico Michael Rodrick, collaboratore del Vescovo Costa, lo ricorda come uomo sempre dedito allo sviluppo delle persone della comunità e dice: "Era un uomo integro, sapeva ascoltare, era un buon amministratore. Ci mancherà moltissimo”

  

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BOLIVIA  

morto Mons. Scarpellini: un grande missionario: tutta una vita per la Chiesa boliviana

Agenzia Fides - El Alto - 16 luglio 2020 

     

“Con profondo dolore annunciamo che il Vescovo Eugenio Scarpellini, Vescovo della diocesi di El Alto, è morto la mattina di mercoledì 15 luglio, dopo il contagio da Covid-19” comunica la Conferenza Episcopale della Bolivia, ricordando che è stato “missionario in Bolivia dal 1988, un pastore della Chiesa che si è distinto per la sua dedizione ai più poveri e la sua instancabile lotta per la giustizia. Monsignor Scarpellini era ricoverato all'ospedale Sagrado Corazón nella città di El Alto, in cura per il Covid-19, oggi ha avuto due arresti cardiaci e i medici non hanno potuto fare nulla. A lui l'affetto e la gratitudine del popolo boliviano”.

Nato a Verdellino (Italia) l’8 gennaio 1954, ordinato sacerdote il 17 giugno 1978, l’11 gennaio 1988 Eugenio Scarpellini giunse in Bolivia come missionario Fidei donum della diocesi di Bergamo. Nell’arcidiocesi di La Paz ricoprì diversi incarichi: parroco, economo, direttore di collegio. Nel 2004 mons. Scarpellini venne nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie (POM) in Bolivia e nel 2006 Coordinatore delle Pontificie Opere Missionarie del continente americano. Il 15 luglio 2010 Papa Benedetto XVI lo nominò Vescovo ausiliare di El Alto, nel 2012 venne eletto Segretario generale della Conferenza Episcopale Boliviana, e il 26 giugno 2013 Papa Francesco lo nominò Vescovo di El Alto. Instancabile animatore missionario, uno dei suoi maggiori impegni fu la celebrazione del Quinto Congresso Missionario Americano (CAM 5) tenuto in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra, nel 2018.

Mons. Waldo Barrionuevo, attuale Direttore nazionale delle POM nominato il 27 febbraio scorso, ha ricordato Mons. Scarpellini durante la celebrazione dell'Eucaristia, come “una persona preziosa” ed ha evidenziato che siamo tutti chiamati ad essere strumenti nelle mani di Dio: "tutti noi siamo missionari per chiamata e vocazione del Signore, il Signore chiama ciascuno di noi a testimoniare nostro Padre". Quindi ha esortato a continuare a testimoniare di essere figli di Dio, proprio come ha fatto Mons. Scarpellini, che ha accompagnato la Chiesa boliviana come Direttore delle POM per così tanti anni.

Mons. Ricardo Centellas, Arcivescovo di Sucre e Presidente della Conferenza episcopale boliviana, sottolinea: “Abbiamo perso fisicamente un fratello, ma il suo spirito ci accompagnerà sempre, questo spirito di lotta e di lavoro, soprattutto di una convinzione incrollabile nelle dinamiche della missione, era convinto che la Chiesa dovesse vivere la sua dimensione missionaria”. L’Arcivescovo ricorda Mons. Scarpellini come il grande missionario che ha dato tutta la sua vita per la Chiesa boliviana, un Vescovo che è sempre stato al servizio della Conferenza episcopale boliviana: “dalle POM, dalla diocesi di El Alto, ha motivato la Chiesa boliviana ad andare avanti nella sua esperienza missionaria”. (SL)

  

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BOSNIA ERZ.

Srebrenica: il genocidio che divide la Bosnia, 25 anni dopo di Alessandro Di Bussolo

vaticannews.va/ – Città del Vaticano - 10 luglio 2010

L' 11 luglio 1995, dopo aver occupato la città, "zona protetta" dall'Onu, dove si erano rifugiati 40 mila musulmani bosniaci, l'esercito serbo bosniaco massacrò 8327 civili e militari inermi. La strage più grave in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, per la quale i colpevoli sono stati condannati per genocidio dalla giustizia internazionale, è ancora negata dalle autorità serbo bosniache. Le testimonianze del Gran Muftì di Bosnia di allora, e del parroco di Srebrenica  

        

 

Tra le 6643 vittime del genocidio di Srebrenica sepolte nel cimitero-memoriale di Potocari, il sobborgo della città bosniaca sul fiume Drina che 25 anni fa fu teatro del più grave massacro di civili in Europa dalla Seconda guerra mondiale, non ci sono solo musulmani bosniaci. Riposa anche Hren (Aleksandar) Rudolf, un cattolico serbo emigrato a Srebrenica per lavoro, e la sua è l’unica stele con una croce. Insieme al fratello, morto all’inizio dell’assedio della città a maggioranza musulmana in una Bosnia orientale soprattutto serbo ortodossa, rimase a combattere a fianco dei concittadini islamici, con cui aveva vissuto fino a quel momento. La famiglia ha acconsentito alla sua sepoltura a Potocari, in quel memoriale realizzato nel 2003 sul terreno della base dei caschi blu delle Nazioni Unite che avrebbero dovuto proteggere gli abitanti e chi si era rifugiato a Srebrenica, in 40 mila nel luglio 1995, dichiarata due anni prima “zona protetta” dall’Onu.  

        

L’ orrore, tra l’11 e il 16 luglio 1995

E invece Srebrenica fu occupata dalle milizie serbo-bosniache, guidate da Ratko Mladic, l’11 luglio, senza che i 600 caschi blu olandesi facessero nulla per impedirlo, e due caccia Nato, mandati quando ormai i serbi erano in città, danneggiarono solo un carro armato degli invasori. Che risposero minacciando di uccidere i 55 militari olandesi presi in ostaggio. Il governo olandese e i responsabili locali dell’Onu decisero di negoziare la resa. 

        

Hren e le altre 8326 vittime di quello che la Corte internazionale di giustizia, nel 2007, ha definito genocidio, furono uccisi tra l’11 e il 16 luglio, tra i 10 mila che cercarono di fuggire nei boschi verso Tuzla, altra enclave musulmana ma circondata dall’esercito serbo bosniaco, o tra i 25 mila che si ammassarono all’esterno della base Onu implorando la protezione dei caschi blu. 

 Le donne, i bambini e gli anziani furono caricati su autobus e mandati a Tuzla, gli uomini tra i 13 e il 65 anni ammassanti in campi sportivi, palestre, magazzini e radure nei boschi, con la scusa di rintracciare tra loro presunti “criminali di guerra”, e invece trucidati senza pietà e sepolti in fosse comuni.    

       

Solo i bombardamenti Nato fermarono i serbo bosniaci

I sopravvissuti raccontarono presto l’orrore ai giornalisti internazionali che raggiunsero i profughi a Tuzla, ma la Nato decise il bombardamento aereo delle postazioni serbe solo il 30 agosto, dopo la caduta del villaggio musulmano di Zepa e soprattutto la nuova strage al mercato di Sarajevo, il 28 agosto, quando una granata serbo-bosniaca fece 37 vittime civili. Con 750 missioni di attacco, 3400 voli su 56 obiettivi, la missione Deliberata Force (Forza volontaria) mandò in tilt l’esercito serbo bosniaco. I soldati musulmani e croati riconquistarono circa il 20 per cento del Paese, e gli Stati Uniti riuscirono a convincere i serbi a smettere di colpire i civili e a sedersi al tavolo di pace.

          

Il 21 novembre, la pace di Dayton

Il 21 novembre, a Dayton, in Ohio, venne firmato un accordo di pace. Ai serbi, 31 per cento della popolazione, restò il 49 per cento del territorio, denominato Repubblica Srpska, mentre croati, il 17 per cento, e musulmani, il 44, si dividevano in parti uguali il restante 51 per cento, nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, la seconda entità del Paese. Tre territori quasi etnicamente “puri” sotto un governo centrale estremamente debole, protetto da oltre 20 mila soldati della Nato. Dall’aprile 1992, la guerra aveva causato 200 mila morti e una persona su due aveva perso la casa.

     

La denuncia dello scrittore ebraico americano Wiesel

Elie Wiesel, scrittore statunitense di origine ebraica, sopravvissuto ad Auschwitz e premio Nobel per la Pace, e che aveva cercato a più riprese di convincere l’allora presidente Usa Bill Clinton a bombardare i serbi per evitare il genocidio, commentò: "La lezione cardinale di Srebrenica è che un tentativo deliberato e sistematico di terrorizzare, espellere o uccidere un intero popolo deve essere affrontato con tutti i mezzi necessari". "Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità aiuta l'oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia l'aguzzino, mai il tormentato. A volte dobbiamo interferire. Quando le vite umane sono in pericolo, quando la dignità umana è in pericolo, i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti ".

    

La “pulizia etnica” e il genocidio

E fin dal 1992, fin dai primi campi di detenzione e tortura in tutta la Bosnia orientale per la sua “pulizia etnica” dai musulmani bosgnacchi, era chiaro l’obiettivo dei politici e dei militari serbo bosniaci. La creazione di uno stato totalmente serbo, “purificato” da bosgnacchi e croato-bosniaci, da annettere poi a Belgrado. Ultimo atto, il genocidio di Srebrenica, commesso, secondo la Corte internazionale di giustizia, “con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi (i musulmani bosniaci)”.

          

Il Gran Muftì Ceric: alla ricerca di verità e giustizia

In quegli anni, la guida spirituale dei musulmani di Bosnia era il Gran Muftì Mustafa Ceric, in carica dal 1993 al 2012. A lui, uomo di dialogo che ha guidato nel 2008 la delegazione islamica al primo Forum cattolico-islamico in Vaticano e che oggi è membro del Consiglio Interreligioso di Bosnia ed Erzegovina, chiediamo innanzitutto come vive questi giorni di commemorazione del genocidio.

R. - Vivo in salute nella pacifica città di Sarajevo, la Gerusalemme d'Europa, come l'ha chiamata il Santo Padre quando l'ha visitata nel 2015 e l'ha benedetta con il suo messaggio: "La pace sia con voi"! Vivo questi giorni ricordando con questa preghiera le vittime e martiri del genocidio di Srebrenica: “Dio Onnipotente Misericordioso! Se sbagliamo, concedici la forza del pentimento di Adamo. Se l'eresia ci mette in ombra, illumina i nostri cuori con la purezza della fede di Ibrahim/Abramo. Se la sventura ci colpisce, insegnaci a costruire l'Arca della salvezza di Nuh/Noè. Se siamo presi dalla paura dell'oppressore, rendici capaci della giustizia di Musa/Mosè. Se ci viene dato l'odio, salvaci con l'amore di Isa/Gesù. Se siamo espulsi dalle nostre case, rendici capaci, con il desiderio di Maometto, di tornare nelle nostre case!

          

D. Cos’è cambiato in Bosnia-Erzegovina in questo ultimo anno? Sono stati fatti passi in avanti nel difficile cammino di riconciliazione nazionale e guarigione delle ferite? Oppure passi indietro?

R. - Non è cambiato nulla. Noi in Bosnia siamo in un processo permanente di ricerca della verità, chiedendo giustizia, pregando per la pace e sognando la riconciliazione. Questo non è facile, ma non c'è altra via da percorrere qui. Ci riusciremo, a condizione che i nostri cuori siano pieni di fede in Dio e le nostre menti siano piene di speranza nella bontà umana. La verità è una condizione per la salute mentale dell'individuo; la giustizia è una condizione per la salute sociale della comunità; la pace è una condizione per una vita umana armoniosa; e la riconciliazione è una condizione per la nostra comune esistenza umana nel suo insieme su questo bellissimo pianeta Terra che Dio Onnipotente ci ha affidato, per prendercene cura per il nostro bene e per la Sua gloria. 

        

D. Cosa possono fare ancora i leader religiosi ortodossi, musulmani, cattolici ed ebrei per favorire questa riconciliazione?

R. - Possono fare molto e devono farlo ora e qui, per il bene dell'umanità, che rischia di estinguersi, se queste religioni mondiali non fanno passi seri verso la pace e la riconciliazione dell'umanità, a prescindere dalla razza e dalla pelle, a prescindere dall’orientamento politico e ideologico, a prescindere dalla provenienza geografica. Oggi più che mai siamo consapevoli di essere una sola famiglia dell'umanità, e di avere, come in un matrimonio, un destino comune, nel bene e nel male, nella ricchezza e nella povertà, nella malattia e nella salute, di amarci e rispettarci, finché morte non ci separi, secondo la suprema ed eterna legge divina di fede e di moralità. Questo è il voto solenne che dobbiamo fare oggi a Dio Onnipotente e gli uni agli altri per la nostra semplice sopravvivenza come umanità. Questo è esattamente ciò che Papa Francesco e il Grande Imam Ahmad Tayyb di Al-Azhar, Il Cairo, hanno fatto nel febbraio dello scorso anno ad Abu Dhabi. Che Dio li benedica!

             

D. Nella comunità serbo-bosniaca e serba ci sono stati nuovi segni di consapevolezza del genocidio e la volontà di chiedere perdono e riconciliarsi, o prevale ancora la negazione di quanto accaduto?

R. - Ci sono alcuni individui e gruppi, nel popolo serbo, che sono disposti a confessare il peccato di genocidio e a chiedere perdono, ma l'approccio ufficiale serbo è ancora intrappolato nelle catene della negazione, che è un ostacolo a una riconciliazione che deve essere basata sulla verità e sulla giustizia, nonché sulla promessa che tale crimine non si ripeterà mai più. Ma si spera che l'intera nazione serba si renda conto che la confessione del peccato di genocidio è l'unica via verso il perdono.  

       

D. Cosa manca ancora per fare giustizia completa? Ci sono corpi da ritrovare, case da restituire ai legittimi proprietari, risarcimenti da decretare o colpevoli da catturare e giudicare?

R. - Tutto ciò che lei ha detto manca ancora, ma qualche progresso è stato fatto, così che alcune famiglie hanno trovato alcuni pezzi dei loro cari nelle fosse comuni. Stanno seppellendo questi resti sempre l'11 luglio, con dolore e lacrime. Questo è molto doloroso per tutti noi, anzi, per tutte le persone di buon cuore e di buona volontà. Possiamo solo pregare per queste famiglie, che Dio Onnipotente dia loro la forza della fede. La fede è il miglior antidolorifico dell'animo umano.

       

D. L’emergenza comune per il Covid-19 ha avvicinato o distanziato ancora di più le tre comunità che vivono in Bosnia-Erzegovina?

R. - Non solo tre comunità in Bosnia. Il virus Covid-19 ha riunito l'intera umanità, nel rendersi conto di quanto siamo vulnerabili contro un piccolo nemico invisibile e di quanto siamo dipendenti l'uno dall'altro in caso di pandemia. Spero che il Covid-19 abbia insegnato all'umanità una cosa importante, cioè che dobbiamo cambiare il nostro comportamento in modo da obbedire all'eterna legge morale divina dell'amore a Dio e dell'amore per il prossimo, nonché alla legge della natura, che Dio ha creato per essere armoniosa in ogni modo, affinché la vita sulla terra continui per il bene dell'umanità, che deve smettere di corromperla in modo vizioso a danno non solo di sé stessa, ma anche dell'esistenza nel suo insieme. Che Dio ci salvi dalle nostre azioni malvagie.

         

A Srebrenica anche 35 famiglie di cattolici

A Srebrenica non riposa solo il cattolico serbo Hren, ma vive una piccola comunità cattolica di circa 35 famiglie, mentre nella vicina Bratunac sono una ventina, molte nate da matrimoni misti, con ortodossi ma anche con musulmani. Durante la guerra sono fuggite o sono state costrette ad andarsene, ma dopo molti sono tornati nelle loro case devastate. Si riuniscono per la messa due volte al mese e nelle principali festività nella cappella commemorativa costruita nel 1991 sulle fondamenta della grande chiesa di Santa Maria e del monastero, eretti dai francescani bosniaci nel 1271. Srebrenica era infatti la sede della loro Provincia Bosna Srebrena.  

      

Il parroco padre Ninic: il nazionalismo è ancora molto forte

Il loro parroco è padre Franjo Ninic, che gestisce la parrocchia di Zvornik-Srebrenica e celebra due volte al mese in entrambe le città. Gli chiediamo come si vive sulle rive della Drina oggi, e come serbi, croati e musulmani bosniaci riescono a convivere con il ricordo dell’orrore di 25 anni fa.

R. - Le ferite della guerra, soprattutto i crimini commessi durante la guerra, gravano sulla vita e sulla convivenza delle comunità serbe e bosniache in primo luogo. I croati, che sono per lo più cattolici, sono circa 80 in tutta la Valle della Drina, e combattono per una vita dignitosa, per migliori condizioni materiali e hanno una comunicazione decente sia con i serbi che con i musulmani bosniaci. La commemorazione del 25° anniversario del genocidio di Srebrenica è vista in modo diverso dalla parte bosniaca, che ne è stata vittima, e da quella serba, la cui leadership militare e politica è stata condannata per genocidio al Tribunale dell'Aia. La politicizzazione del genocidio stesso è visibile, così come la negazione o lo sfruttamento delle vittime per i recenti scontri politici e interetnici a Srebrenica e dintorni.

       

D. Sta finalmente cambiando la Bosnia-Erzegovina? Negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti, anche piccoli, nel difficile cammino di riconciliazione nazionale e guarigione delle ferite? Oppure passi indietro?

R. - I cambiamenti sono visibili in alcuni segmenti della società in Bosnia-Erzegovina (BiH). 25 anni dopo la dura guerra, il sistema parlamentare democratico funziona in parte, si tengono elezioni, ci sono cambiamenti positivi verso l'adesione all'Ue e alla Nato, il settore civile e delle Ong si sta sviluppando, il Pil sta lentamente crescendo. Tutto grazie agli interventi e alla mediazione della comunità internazionale. Tuttavia, il processo di riconciliazione interetnica e quello che lei ha definito "la guarigione delle ferite" è lento. Le narrazioni nazionalistiche sono ancora molto forti e presenti nella società, sostenute in parte dalla stretta connessione tra comunità religiose e politiche nazionali. Le organizzazioni internazionali per la pace, il Consiglio interreligioso della BiH e alcuni rappresentanti di tutte le comunità religiose più diffuse (Chiesa cattolica, Comunità islamica, Chiesa serbo-ortodossa e Comunità ebraica) cercano su più livelli non solo di guarire le ferite di guerra, ma anche di guarire i ricordi, che spesso appesantiscono gli attuali processi di vita e di riconciliazione. La responsabilità delle comunità religiose in questo processo è la più grande.

   

D. Cosa possono fare ancora i leader religiosi ortodossi, musulmani, cattolici ed ebrei per favorire questa riconciliazione?

R. - Tutti i leader delle comunità religiose in BiH sono coinvolti in un'istituzione chiamata Consiglio interreligioso della BiH. La missione fondamentale di questa organizzazione è promuovere la riconciliazione e favorire la creazione una società e uno Stato basati sul rispetto dei diritti umani, delle libertà civili, della responsabilità, della giustizia e di tutto ciò che deriva positivamente dalle religioni: il teologo Hans Küng l'ha chiamata "ethos mondiale". In una parte della BiH raggiungono questo obiettivo. Forse questo tipo di attività dovrebbe essere trasferito più attivamente a Srebrenica e dintorni.

       

D. La piccola comunità cattolica di Srebrenica, riesce ad essere testimone di riconciliazione, in questa situazione così particolare? C’è dialogo ecumenico con la comunità ortodossa e interreligioso con quella musulmana? Qual è la missione di voi francescani in questa città, dove nel 1291 fu costruita la grande chiesa di Santa Maria poi distrutta?

R. - La piccola comunità cattolica di Srebrenica, con la sua stessa esistenza, testimonia già la possibilità di riconciliazione tra la gente comune di questa città e dei suoi dintorni. Tuttavia, il problema non sono i rapporti della gente comune che comunica, lavora e condivide il destino della vita a Srebrenica. Il problema della riconciliazione è più nell'ambito della politica, delle interpretazioni della storia, delle guerre e delle relazioni interetniche e interreligiose nella Valle della Drina. Il dialogo ecumenico e interreligioso a Srebrenica, Bratunac e Zvornik, dove svolgo il mio servizio come sacerdote, segue il modello stabilito dal Consiglio interreligioso della BiH, che comprende l'istituzione di comitati locali per la cooperazione interreligiosa e la comunicazione attiva dei rappresentanti delle comunità religiose in alcune comunità locali. L'influenza delle politiche nazionali sui rappresentanti delle comunità religiose della Valle della Drina è più accentuata, e quindi il dialogo ecumenico e interreligioso è un po' meno intenso che in altre città della BiH. I francescani di Bosna Srebrena stanno cercando, per quanto possibile, grazie al loro carisma e la loro lunga presenza a Srebrenica, di essere iniziatori e mediatori nel processo di dialogo e di riconciliazione.  

     

D. Nella comunità serbo-bosniaca e serba ci sono stati nuovi segni di consapevolezza del genocidio e la volontà di chiedere perdono e riconciliarsi, o no?

R. - Ci sono persone sia all'interno della comunità nazionale serba che all'interno della Chiesa ortodossa serba che sono a conoscenza dei fatti del genocidio e dei crimini avvenuti a Srebrenica. Una parte di loro è attivamente impegnata nella riconciliazione e nel dialogo. Alcuni di loro hanno persino chiesto perdono. Il problema, come ho già detto, è che gli eventi del 1995, così come l'intera guerra, sono profondamente politicizzati e che non c'è un consenso nazionale o religioso sulle interpretazioni degli eventi stessi o sulla natura dei crimini commessi durante la guerra, compreso il genocidio stesso.

      

D. L’emergenza comune per il Covid-19 ha avvicinato o distanziato ancora di più le tre comunità che vivono in Bosnia-Erzegovina?

R. - La mia esperienza è che la pandemia di Covid-19 ha creato un po' più di solidarietà tra la gente comune e le comunità nazionali in BiH, soprattutto nei primi mesi. L'appello a preservare la salute delle persone e la responsabilità per gli altri è stato pubblicamente rivolto alla gente più che soliti racconti nazionalisti o esclusivisti del nostro Paese. Le comunità religiose hanno fatto molto per sensibilizzare le persone a rispettare le misure di protezione, per proteggere i gruppi a rischio (anziani e bambini) e in generale si potrebbe concludere che l'attuale pandemia ha riunito in BiH persone di diverse nazionalità e di diversa estrazione politica o religiosa.

  

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BRASILE 

Consiglio Indigenista Missionario: odio e violenza nei confronti le popolazioni indigene

Agenzia Fides - Brasilia - Agenzia Fides - 10 luglio 2020 

              

Il Consiglio Missionario Indigenista (CIMI) ha espresso pubblicamente il suo ripudio dei veti presidenziali espressi nel disegno di legge 1142/2020, approvato dalla Camera dei deputati e dal Senato federale, che prevede misure urgenti per sostenere le popolazioni indigene a causa della pandemia del nuovo coronavirus, scritto dalla deputato Rosa Neide.

"I veti presidenziali ribadiscono il pregiudizio, l'odio e la violenza dell'attuale governo nei confronti delle popolazioni indigene, delle quilombole e delle popolazioni tradizionali, negando ancora una volta ciò che la Carta costituzionale del Brasile sostiene nei suoi principi fondamentali, articolo 3, punto IV: promuovere il bene di tutti, senza preconcetti sull'origine, la razza, il sesso, il colore, l'età e qualsiasi altra forma di discriminazione".

Il disegno di legge approvato aveva sedici articoli importanti a cui è stato posto il veto dal presidente Bolsonaro, rendendolo il disegno di legge con più veti nella storia del paese. I veti sono allarmanti, specialmente in tempi di pandemia, poiché negano i diritti fondamentali e le garanzie alla vita delle popolazioni tradizionali, come l'accesso all'acqua potabile, un bene universale dell'umanità. Oltre all'accesso all'acqua, è stato posto il veto ad articoli essenziali che avrebbero garantito l'accesso ai letti in terapia intensiva, ai prodotti per l'igiene, alla distribuzione di cibo, tra gli altri, per la popolazione indigena.

Secondo la dichiarazione del CIMI inviata a Fides, "la giustificazione del Presidente per tali veti si basa esclusivamente su una mancanza di bilancio, che è contraddetta dalla recente approvazione della proposta di modifica della Costituzione (PEC) 10/2020 da parte del Congresso nazionale. Conosciuto come il 'bilancio di guerra', l'emendamento autorizza le spese necessarie per combattere la crisi generata dalla nuova pandemia di coronavirus."

Il testo continua: "Il Presidente manca di rispetto al Congresso Nazionale ponendo il veto su una legge che è già stata approvata quasi all'unanimità, anche dai partiti della sua base di supporto. Questa posizione presidenziale dimostra totale insensibilità alla situazione vulnerabile di migliaia di famiglie indigene, di quilombola e di comunità tradizionali su tutto il territorio nazionale, che in questa grave crisi li condanna a morte."

Ecco perché il testo conclude con queste parole: "Il Consiglio Missionario Indigenista ribadisce il suo sostegno incondizionato alle popolazioni indigene e alle popolazioni tradizionali in Brasile e al loro diritto alla vita e alla "vita in abbondanza" (Gv. 10,10)." Il documento è firmato dal CIMI con data 8 luglio 2020. (CE)

    

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In aumento le violenze su afrodiscendenti di Antonella Rita Roscilli

Nigrizia - 13 luglio 2020

Discriminati, relegati ai margini, vittime di violenza della polizia. Gli afrobrasiliani sono resi vulnerabili da un sistema escludente alla base del quale c’è un razzismo strutturale, insito nella società carioca

           

In Brasile l’Atlante della violenza  (Atlas da Violência) compilato dall’Istituto per la ricerca economica applicata (Ipea) ha diffuso i risultati delle sue ricerche: su 65.602 omicidi commessi nel 2017, il 75.5% delle vittime sono afrodiscendenti. Il paese sudamericano conta 211.711 milioni di abitanti, di cui 55.8% sono afrobrasiliani che hanno una probabilità 2,7 volte maggiore di essere vittime di violenza rispetto ai bianchi.

La probabilità aumenta specie nella fascia di età compresa tra 15 e 29 anni: ogni due ore si perdono cinque vite. Spesso si tratta di afrobrasiliani resi vulnerabili da un sistema escludente e discriminatorio che opera anche in altri paesi, come ad esempio gli Stati Uniti. Ma se la notizia dell’uccisione di un afro da parte della polizia negli Stati Uniti provoca agitazione e rivolta, in Brasile raramente raggiunge la maggioranza della popolazione.

Nell’ottobre 2019 un articolo del giornale O Globo ha messo in evidenza come le morti ad opera della polizia di Rio de Janeiro siano cresciute del 127% in soli quattro anni. E del 43% solo lo scorso aprile. Eppure, secondo una ricerca del Segretariato per le politiche per la promozione dell’uguaglianza razziale (Seppir), il 56% dei brasiliani concorda con l’affermazione che “la morte violenta di un afrodiscendente sciocca la società meno della morte di un bianco”.

La società brasiliana, insomma, considera quasi la morte violenta di un afro come un destino inevitabile. La filosofa Hannah Arendt descrive il fenomeno come la “banalizzazione del male”, cioè “arrendersi all’epidemia dell’indifferenza”. Non si pensa che dietro ai morti ci sono famiglie, figli, vite interrotte. Si rende tutto invisibile o relegato a fugaci notizie di cronaca.

Gli interessi individuali vengono prima dei diritti delle classi povere. Muoiono afro poveri, periferici, invisibili, innocenti o assoldati per traffici di droga o dalla malavita. La lotta al razzismo coinvolge aspetti relativi al contradditorio processo di sviluppo brasiliano che ha prodotto violenze visibili in varie forme.

Un dato allarmante dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge) sottolinea che gli afro sono i più colpiti da disoccupazione, lavoro minorile, analfabetismo, ma non solo. Nel 2018 tra coloro che abitavano case con carenze igieniche, 69.404 milioni erano afro, 25.015 milioni erano bianchi. Senza raccolta di rifiuti vive il 12,5% degli afro contro il 6% dei bianchi, senza approvvigionamento idrico il 17,9% contro 11,5% dei bianchi, senza fognature il 42,8% contro il 26,5% dei bianchi.

Le disuguaglianze etnico-razziali hanno origini storiche ma alla base esiste un razzismo strutturale, come afferma lo studioso Milton Santos: il preconcetto razziale in Brasile continua ad essere “impregnato di connotazione strutturale” e il segno più noto è la “naturalizzazione della discriminazione”. Santos parla di “violenza strutturale”, cioè una violenza “che in quest’era di globalizzazione, denaro e competitività allo stato puro, utilizza questi meccanismi per espandersi nella struttura sociale dello stato brasiliano” e vuole abbandonare i margini.

Invece le periferie sono anche luoghi ove nascono interessanti movimenti afro di resistenza socio-culturale e politica. Grazie alle politiche di inclusione sociale implementate a partire dal 2002, la percentuale di afrobrasiliani che frequentano scuole pubbliche nel 2018 ha raggiunto il 50,3%, superando la metà delle iscrizioni, secondo i dati Ibge.

L’intervento delle politiche pubbliche nel riequilibrio sociale è uno dei fattori importanti per eliminare le disuguaglianze, come la legge delle quote che ha reso obbligatoria una percentuale di afrobrasiliani nell’accesso all’istruzione superiore.

L’inclusione sociale aiuta a combattere violenza e discriminazioni razziali, come afferma lo studioso brasiliano Moises Oliveira: “É necessaria una volontà politica per comprendere il ruolo dell’educazione sociale per i giovani poveri, periferici e afrodiscendenti che, attraverso l’istruzione scolastica, possono avere possibilità di dare un nuovo significato alla propria vita”.

  

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CAMBOGIA 

Evangelizzazione e confessione di p. Alberto Caccaro

Mondo e Missione - 12 luglio 2020

In una delle mie comunità c’è un’anziana signora. Se dovessi prendere lei come esempio, allora direi che va avanti grazie a due sacramenti, l’Eucarestia ogni domenica e la Confessione ogni qualvolta la sua coscienza la sollecita  

 

«La Confessione…

non è un dialogo umano,

ma un colloquio divino» J. M. Escrivá  

 

Di tanto in tanto si tenta qualche bilancio sull’evangelizzazione nella Prefettura Apostolica di Kompong Cham, distesa nell’ampia area geografica compresa fra il tratto cambogiano del fiume Mekong e il confine con il Vietnam. Sono passati ormai quasi trent’anni dalla ripresa della vita ecclesiale, dopo Pol Pot e l’occupazione vietnamita, ma allo stato attuale dobbiamo riconoscere una certa crisi. Le nostre comunità cristiane, che hanno vissuto il miracolo e la fatica di cominciare dallo zero assoluto, ora stentano a raggiungere una certa maturità nella fede, fermo restando molte storie belle di conversione grazie all’incontro con il Signore risorto.

Perché dopo trent’anni queste comunità sono ancora così fragili e con prospettive di crescita alquanto incerte? Azzardo una prima risposta. La ragione di una simile fragilità potrebbe risiedere nell’assenza di una pratica ordinaria del sacramento della Riconciliazione e nella mancanza del senso del peccato e della lotta interiore, come quella descritta dal celebre e povero Curato di campagna dopo il colloquio avuto con la contessa morente, quando ricorda «quel grande combattimento per la vita eterna da cui è uscita esausta ma invitta» (1). Qui la fede è lotta interiore. «Le mie battaglie – scriveva Etty Hillesum – le combatto dentro di me, contro i miei propri demoni» (2).

In una delle mie comunità c’è un’anziana signora. Se dovessi prendere lei come esempio, allora direi che va avanti grazie a due sacramenti, l’Eucarestia ogni domenica e la Confessione ogni qualvolta la sua coscienza la sollecita. Questi sono i pilastri della sua fede, non senza un profondo senso della mediazione sacerdotale che, quando mi incontra, si trasforma in rispetto, riverenza, affetto nei miei confronti. Talvolta mi telefona per sapere come sto e per accertarsi che non mi sia allontanato dall’area delle mie parrocchie perché significherebbe non avere né l’Eucarestia né il perdono di Dio.

C’è però anche una bambina, lei pure assidua alla Messa, anche se non ha ancora ricevuto il Sacramento dell’Eucarestia. Viene con i suoi genitori e dal suo modo di cantare il Confiteor in lingua cambogiana, all’inizio della celebrazione, mi dico, crescerà nella fede, farà strada! Quando canta, non riuscendo ancora a coordinare bene il respiro al ritmo della musica e delle parole, spesso con la voce arriva in ritardo e la sentiamo in coda ad ogni riga del canto, un pò dopo le voci degli adulti, quasi come una eco che sopraggiunge a ribadire e confermare con la sua voce bambina quello che i più grandi hanno appena cantato. È piacevole sentirla… e pensare che nella sua piccola anima, con quelle note e quelle parole, sta entrando anche la novità del perdono di Dio e la consapevolezza del proprio peccato.

 

Ora, i detrattori potrebbero obiettare che nei piccoli non c’è peccato e che non bisogna inculcare una percezione di sé così negativa che porta solo sensi di colpa. E nondimeno quel «ho molto peccato…» per «mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa» non ha lo scopo di distruggere l’autostima o appesantire la coscienza di chicchessia, fin da piccoli. Aiuta piuttosto a capire che ogni colpa è sempre una felix culpa e che in Cristo “dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rom 5,20). Serve inoltre a riconoscere che il male, tutto il male, va considerato peccato, cioè in rapporto a Dio, per combatterlo insieme con Lui. Quando invece smette di essere considerato peccato, diventa “male assoluto”, senza più alcun legame con Dio. È allora che comincia a mimetizzarsi e a vincere.

Ritengo che la pratica della confessione sacramentale sia decisiva per il futuro delle comunità cristiane. Sembra comunque che anche nell’era digitale non si riesca a farne a meno. Qualche pensatore acuto ha cominciato a interpretare i social network come veri e propri «dispositivi confessionali». Le chiamano «tecnologie del sé», che favoriscono l’esposizione e la riflessione sulla propria interiorità, come un tempo nel confessionale. Vale la pena approfondire (3), ma nulla potrà sostituire il sacramento. E la Grazia che veicola, «quel dolce miracolo delle nostre mani vuote», direbbe il Curato, che rifà il cuore dell’uomo.

Mi sovviene qui la testimonianza di Paolo Borsellino, nel ricordo di un amico e collega. «Borsellino è sempre vissuto fra un attentato fallito e l’altro» – racconta l’amico. «Dopo la morte di Falcone, sapeva di essere ormai nel mirino; il giovedì prima dell’attentato venne a sapere che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo… e per prima cosa chiama il suo confessore “vieni subito… confessami e dammi la Comunione… ho bisogno che sia pronto in qualsiasi momento al grande passo…”» (4).

Penso alla statura umana di un uomo così, formatosi nella lotta, all’ombra della Grazia, confessione dopo confessione, in un dialogo umano che è piuttosto un colloquio divino. Lo sappiamo, Borsellino muore la domenica successiva, il 19 luglio 1992.

 

1. G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Milano 1998, 149.

2. E. Hillesum, Diario 1941-1942, Milano 1996, 171.

3. Per approfondimenti leggi qui

4. Guarda qui la testimonianza di Antonino Caponnetto

 

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CINA

Il dialogo fra Cina e Santa Sede è una trappola di Li Ruohan

AsiaNews - Pechino  13 luglio 2020 

Per Li Ruohan, studioso del nord della Cina, gli “entusiasti” del dialogo fra Pechino e Santa Sede, dovrebbero ricordare l’insegnamento di Pio XI e di Giovanni Paolo II (“Non abbiate alcuna illusione sul comunismo”). Il Partito comunista cinese è successore del marx-leninismo e il suo scopo è distruggere le religioni.

          

Diverse voci insistenti, ma nessuna ufficiale, dicono che entro la fine di luglio si incontreranno a Roma le delegazioni vaticana e cinese per rivedere e studiare il possibile rinnovo dell’Accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi, firmato il 22 settembre 2018, che scadeva dopo due anni.

            

Da parte vaticana vi sono stati diversi messaggi di personalità che in modo anonimo o pubblico sperano in un rinnovo. Da parte di Pechino finora vi è stato silenzio. Dalla Chiesa in Cina, AsiaNews sta ricevendo diverse testimonianze( e valutazioni sull’Accordo, che pensiamo di pubblicare nel corso delle prossime settimane. La prima è quella che pubblichiamo qui, da parte di Li Ruohan (uno pseudonimo), che è uno studioso del nord della Cina. Di lui, AsiaNews ha già pubblicato alcuni studi relativi all’impatto negativo dell’Accordo sulla vita delle comunità cristiane e sullo stile dell’Accordo, che ricorda quello fra Santa Sede e Napoleone. Per Li Ruohan il problema del dialogo sta nell’interlocutore, un partner che vuole distruggere le religioni. Per questo il dialogo è “una trappola”.

  

In anni recenti, alcuni cosiddetti “esperti di Cina”, hanno definito l’Accordo sino-vaticano come il frutto del dialogo. Esso sarebbe il simbolo di un ruggente successo e l’inizio di una nuova era. Ma ci domandiamo: la situazione è cambiata? Un dialogo reale si basa sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Ma la Chiesa conosce davvero il suo interlocutore nel negoziato?

Qual è l’opinione del comunismo sulle religioni? Secondo Karl Marx, fondatore del Partito comunista, “la religione è il sospiro della creatura oppressa, è l'anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo”.

Anche Lenin ricorda ai comunisti che “l’ateismo è una parte naturale e inseparabile del Marxismo, della teoria e della pratica del socialismo scientifico”.

Il Partito comunista cinese, come fedele successore e discepolo del Marxismo-Leninismo, accetta in modo totale la visione marx-leninista sulla religione. Fin dal 1949 la persecuzione non si è mai fermata. Il regime comunista ha organizzato e promosso un gran numero di movimenti contro tutte le religioni in Cina, specie contro i cristiani. Nel 1958, il “movimento delle offerte di templi e santuari” ha chiesto alle chiese di offrire le loro proprietà per sostenere la costruzione e lo sviluppo del Paese. Centinaia di chiese sono state confiscate e demolite per far posto a industrie e fabbriche. In seguito, durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) tutte le religioni sono state bandite.

Negli anni ’80 del ‘900, la “politica dell’apertura” è divenuta uno strumento del governo cinese per ingannare gli stranieri. La libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. In tal modo, un gran numero di stranieri – e specialmente alcuni missionari – hanno cominciato a sognare di ritornare in Cina al più presto.

Nella storia della Chiesa cinese, migliaia di missionari stranieri, di differenti congregazioni, hanno lavorato in Cina e hanno offerto il loro amore appassionato e i loro sacrifici per il popolo cinese e per la Chiesa. I loro contributi rimarranno sempre presenti nella memoria dei cristiani cinesi.

Purtroppo, al presente alcuni missionari stranieri sono stati presi all’amo della propaganda politica e hanno stabilito istituti, organizzando incontri accademici o seminari, offrendo una base a coloro che desiderano approntare una Chiesa cinese indipendente. Questi missionari sono divenuti uno strumento della strategia del Fronte Unito.

Il Fronte Unito opera per unire e per dividere. Dividere i nemici, significa indebolirli e distruggerli, e [allo stesso tempo] guadagnare alleati. La strategia del Fronte Unito per la libertà religiosa è diversa dal concetto di essa che si ha nelle altre nazioni. Lo scopo finale del Fronte Unito non è il rispetto e la protezione della libertà di religione, ma la distruzione di tutte le religioni. Proprio come Mao Zedong disse una volta al Dalai Lama: “La religione è veleno”.

Il dialogo è la strada attraverso cui si conosce il proprio partner nel dialogo. Ma non va dimenticato l’insegnamento della Chiesa. Pio XI ha detto: “Il comunismo è per sua natura antireligioso, e considera la religione come «l’oppio del popolo» perché i princìpi religiosi che parlano della vita d’oltre tomba, distolgono il proletario dal mirare al conseguimento del paradiso sovietico, che è di questa terra” (“Divini Redemptoris”, n. 22).

Anche il santo papa Giovanni Paolo II, ricorda ai cristiani: “non abbiate alcuna illusione sul comunismo”[1]. Se vogliamo rimanere ancora eccitati sui cosiddetti risultati del dialogo, per favore, stiamo almeno attenti! Ci è posta davanti una trappola e se vi cadiamo, il disastro è vicino!

  

[1] Cfr. “Giovanni Paolo II e la Cina", “Tripod”, Summer 2005, n. 137, Editoriale (edizione in cinese).

  

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L’accordo sino-vaticano due anni dopo. Le bandiere e i controlli (I)

AsiaNews - Roma - 16 luglio 2020,

A pochi mesi dall’Accordo provvisorio sulle nuove nomine dei vescovi, fedeli laici, sacerdoti e pastori si interrogano sugli effetti che esso ha avuto sulla vita delle comunità cristiane in Cina. Da parte vaticana si spera nel rinnovo dell’accordo; è probabile che anche la Cina lo rinnovi, per usarla come strumento anti-Usa. Rimane la questione, per nulla ideologica, della libertà religiosa.  

      

Il prossimo 21 settembre scade l’Accordo provvisorio che il Vaticano e la Repubblica popolare cinese hanno firmato due anni fa. Allora vi erano “ottimisti” che esaltavano come “storico” tale accordo e garantivano una rivoluzione copernicana per la vita della Chiesa in Cina. 

      

 

Anche oggi, gli “entusiasti di default” – molto pochi in verità e sempre gli stessi – spingono per un rinnovo dell’accordo provvisorio. Anche da parte di personalità legate in qualche modo al Vaticano vi sono stati suggerimenti in questo senso. Finora però la Cina non si è espressa, ma ipotizziamo che è quasi certa la sua approvazione a continuare l’accordo, se non altro per mettere in imbarazzo gli Stati Uniti. In effetti, l’Accordo provvisorio – che tratta delle nuove nomine di vescovi cinesi, un tema squisitamente ecclesiologico e di libertà religiosa – da molte parti viene invischiato nella diatriba fra Cina e Usa e i giudizi sul suo valore dipendono dalla scelta a priori che si fa su chi deve essere la futura superpotenza che dominerà il mondo.  

  

Per evitare un approccio ideologico, AsiaNews ha lanciato un’inchiesta fra vescovi, sacerdoti e fedeli laici in Cina, domandando ad essi di raccontare come è cambiata la vita delle loro comunità e come è vissuta la loro fede dopo il famoso Accordo. Contiamo di pubblicare queste testimonianze via via che ci giungono in redazione. Quelle che presentiamo oggi, ad esempio, sono di due laici: John, di Shanghai, e Maria, del Nord della Cina. Il primo esprime l’imbarazzo di vedere la bandiera cinese sugli edifici cristiani, divenuto un obbligo insieme spesso all’esposizione del ritratto del presidente Xi Jinping. La seconda elenca la serie di controlli che vengono attuati sulle comunità, in particolare il divieto di dare educazione religiosa ai giovani al di sotto dei 18 anni (ciò che è contrario alla costituzione cinese).  

      

Entrambe le testimonianze fanno emergere la dolorosa questione della libertà religiosa in Cina. Purtroppo fra gli “entusiasti di default” e i diplomatici, anche vaticani, si parla poco della libertà religiosa in Cina, forse perché Trump ne ha fatto un elemento della sua campagna elettorale. Ma la libertà religiosa, prima di essere uno strumento ideologico, è un capitolo importante della dottrina sociale della Chiesa. (B.C.)

        

Io sono solo un laico e perciò l’Accordo sino-vaticano non mi dice molto, né la mia fede è cambiata dopo questo. Naturalmente ho sentito diverse notizie negative qui e là. Ma da parte mia, al di là della mia vita personale di fede, ho avuto un piccolo shock quando ho cominciato a vedere per la prima volta la bandiera nazionale fuori dell’edificio della chiesa. Non c’è nulla di sbagliato nell’esporre la bandiera nazionale. Ma per affermare lo slogan “amare la patria, amare la Chiesa” [“Ai guo, ai jiao” è lo slogan dell’Associazione patriottica, fatto proprio anche dal Consiglio dei vescovi cinesi riconosciuti dal governo], non sarebbe meglio esporre anche e nello stesso tempo la bandiera della fede, ad esempio quella del Vaticano o quella della parrocchia? Ogni tanto vado in pellegrinaggio all’estero e vedo che in alcune nazioni nelle chiese si espongono insieme la bandiera nazionale di quel Paese e quella del Vaticano. Io amo il mio Paese e amo la mia Chiesa. Se in futuro potessi vedere la bandiera nazionale e quella del Vaticano o della parrocchia sventolare insieme, penso che sarebbe una cosa molto bella.

John, Shanghai  

  

Qualche anno fa, quando sono state rimosse le croci nel Zhejiang, avevo già percepito che si stava avvicinando una crisi e che prima o poi questo pezzo di terra sarebbe stata travolta. A partire dal 2018, le parrocchie della provincia dell’Henan hanno cominciato a vivere nell’ansia. Con le buone o con le cattive, il loro obiettivo è quello di renderci obbedienti alle loro parole.

Siamo scesi a molti compromessi accogliendo qualunque richiesta anche difficile, escogitando risoluzioni e continuando a scendere a compromessi, senza sapere quando sarebbe superato il limite della fede.

I muri esterni della parrocchia sono tappezzati delle numerose norme riguardanti la cultura cinese e l’amministrazione della Chiesa; la bandiera sventola sul campanile, accanto alla croce, come se volesse sostituirsi alla luce della croce. Le chiese sono state appena riaperte dopo la pandemia. [I rappresentanti governativi] sono già venuti tante volte di domenica, col pretesto di effettuare controlli per il Covid-19, e ponendo tante limitazioni: i minori non possono entrare in parrocchia, le registrazioni dei fedeli ammessi in chiesa non sono complete; bisogna disegnare le linee di distanziamento sul pavimento; attaccare i segnali di distanziamento; ecc. Il tutto sempre con la minaccia ripetuta diverse volte di chiusura.

Per quanto riguarda l’Accordo, voglio credere che il papa vuole lottare per noi, per garantirci un po’ di spazio in più. Ma tutto questo non impedisce loro di voler controllare tutto. Non so se senza l’accordo la situazione sarebbe stata peggiore. Forse sì. Ma una cosa è certa: che con l’Accordo non è migliorata. Non ho mai pensato che il papa o qualunque altra persona della Chiesa possa comprendere e farsi carico di tutto ciò che dobbiamo sopportare. Ma sono certa che con la preghiera dell’intera Chiesa, Gesù Cristo ci salverà.

Maria, Cina del Nord

  

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GIAPPONE 

Il Covid ferma ancora la “womenomics” di Stefano Vecchia

Mondo e Missione - 16 luglio 2020

Il tasso di parità tra i generi nel lavoro e nella società è sceso al 121° posto su 153 Paesi, il maggiore divario tra i Paesi ad economia avanzata e con forte balzo in negativo dall’inizio del secondo mandato di Abe nel 2012

         

In Giappone la pandemia influisce anche sull’implementazione dei provvedimenti di rilancio del ruolo femminile nel lavoro e nella società, riportando indietro di anni la situazione mentre proprio sulle donne pesa molto della crisi in corso, sia nell’ambito domestico, sia in quello economico e occupazionale.

Impegni disattesi ma anche una valenza economica che peserà sulle prospettive di crescita del Paese. Non ufficializzato ma nei fatti, l’obiettivo di porre le donne almeno nel 30 per cento dei posti di responsabilità in azienda subirà un ritardo di un decennio. Speculazioni indicano in un obiettivo ora spostato al 2030, inserito nel prossimo piano quinquennale che sarà approvato entro l’anno. Una situazione indicata come “prova della mancanza di impegno del governo” da Machiko Osawa, docente di Economia del lavoro all’Università Femminile di Tokyo.

L’obiettivo era uno dei cardini della manovra, non a caso definita “womenomics” (un chiaro richiamo a “abenomics”, gli indirizzi decisi dal primo ministro Shinzo Abe negli ultimi anni per fare uscire il Giappone dallo stallo economico e rilanciarlo tra le potenze mondiali) con cui il governo a guida liberal-democratico aspirava a ridurre il divario di opportunità tra i sessi e insieme di avviare almeno la soluzione di due drammatici problemi che riguardano l’arcipelago: la denatalità e l’invecchiamento della popolazione.

Il tasso di parità tra i generi è sceso, come indicato per l’anno in corso del World Economic Forum, al 121° posto su 153 Paesi, il maggiore divario tra i Paesi ad economia avanzata e con forte balzo in negativo dall’inizio del secondo mandato di Abe nel 2012.

La riprova è la metà del 30 per cento previsto di donne-manager entro quest’anno, ma i mass media nipponici hanno apertamente parlato di un “fallimento”, che si evidenzia anche nella ridotta presenza femminile nel governo (due ministri donna su 19) e nel parlamento (solo il 10 per cento di donne alla Camera dei rappresentanti)

Dall’Ufficio governativo per l’Uguaglianza di genere è emerso che è in elaborazione un nuovo piano a riguardo ma non vi sono tempi certi per arrivare a una conclusione.

Più volte sbandierato nei consessi internazionali più che presso il suo stesso elettorato, l’obiettivo di Abe di “far brillare” le donne giapponesi sul posto di lavoro, sostenuto da una apposita legge in vigore dal 2015 che incentiva le aziende a favorire l’occupazione femminile, ha visto pochi risultati.

Le velleità della politica di governo si confrontano con una situazione che resta di sostanziale discriminazione, che ha radici tradizionali ma che si perpetua per l’interesse – aziendale e nazionale – a poter disporre di una forte riserva di impieghi sottopagati, precari e part-time che hanno finora ammortizzato crisi economiche e disagio sociale. rendendo le donne lavoratrici subordinate per mansioni, salari e possibilità di carriera. Creando anche un movimento di opposizione a questo stato di cose a cui la politica governativa sembrava negli ultimi anni avere dato ascolto nella necessità di incentivare anche sul piano legale l’accesso al lavoro e alla carriera delle donne e una maternità più frequente che non significasse l’automatica esclusione dall’impiego o una emarginazione in azienda.

Anche il riconoscimento e la condanna da parte della Corte suprema di fenomeni che rientrano nella imponente casistica del matahara (ovvero maternity e harassment, maternità e molestia), fatica a concretizzarsi in provvedimenti ufficiali e in una evoluzione di mentalità che è il primo ostacolo alle pari opportunità.

      

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INDONESIA

La missione della Chiesa indonesiana contro il traffico di minori di Mathias Hariyadi

AsiaNews - Jakarta - 14 luglio 2020

AsiaNews ha raccolto la testimonianza di suor Laurentina, della congregazione della Divina Provvidenza nella provincia di East Nusa Tenggara. Due giovani strappate al traffico e accudite per sette mesi. Il rifiuto degli studi e il ritorno al villaggio di origine. La carità più forte “della desolazione e del dispiacere”.

         

La lotta contro il traffico illegale di vite umane, ancor più nel caso si tratti di minori di età, è una delle missioni primarie della Chiesa cattolica in Indonesia. Fra quanti combattono in prima linea, vi è suor Laurentina, della congregazione della Divina Provvidenza (Penyelenggaraan Ilahi, PI in lingua locale). Ella ha raccontato ad AsiaNews la sua opera quotidiana, che a volte riserva delusioni e fallimenti.

Prova ne è quanto successo di recente, con due giovani strappate agli aguzzini. Per mesi curate dalle religiose, che hanno garantito loro anche la possibilità di studiare, esse sono fuggite poi per fare ritorno nella loro terra. Tuttavia, sottolinea suor Laurentina, “non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare questa missione umanitaria”, che è poi anche “il mio incarico pastorale”.

Il contesto degli abusi e dello sfruttamento, racconta la religiosa, è composto da due fattori: "Il sistema e la famiglia”. Il primo riguarda il traffico dei lavoratori migranti, anche minorenni, che è assai difficile da sradicare in un contesto di povertà diffusa. Il secondo è un altro elemento critico da affrontare, a causa della diffusa ignoranza che rende vittime e famiglie preda facile dei “bagarini”.

Una situazione ben conosciuta dalla suora, che opera a Kupang, capoluogo della provincia di East Nusa Tenggara. Le due minori avevano trovato rifugio nel centro delle religiose nell’ottobre 2019, dietro disposizione delle autorità locali dopo essere state strappate a trafficanti senza scrupoli, nel corso di ispezioni di routine all’aeroporto locale. Ogni tre mesi, le Forze dell'ordine scoprono almeno un centinaio di migranti irregolari, maggiorenni e minorenni. “Quando mi hanno informata della vicenda - racconta suor Laurentina - mi sono precipitata all’aeroporto e mi sono fatta carico della sorte delle due giovani”.

Spesso le vittime non vogliono tornare nei villaggi di origine, nel timore di essere vittime delle ritorsioni e delle vendette di “bagarini e trafficanti”. Dopo aver vissuto sette mesi con le suore, le due giovani all’improvviso sono fuggite senza fornire spiegazioni. “Sono rimasta scioccata - commenta la religiosa - quando ho saputo della loro scomparsa”, anche perché “avevo trovato benefattori che avrebbero pagato i loro studi”.

Dopo alcune indagini, la suora ha scoperto che le due ragazze erano tornate nel loro villaggio nativo ad Amfoang, a oltre 10 ore di macchina di distanza, attraverso un percorso impervio che prevede anche l’attraversamento di ponti e guadi pericolosi durante la stagione delle piogge. “Ci sono - sottolinea suor Laurentina - almeno 50 fiumi da attraversare fra Kupang e Amfoang”. Tuttavia, la religiosa non si è persa d’animo e si è messa in cammino, trovando un minivan che permettesse - non senza rischi e pericoli - di arrivare a destinazione, dopo aver pernottato in una parrocchia (Naikliu) sulla strada.

Raggiunto il villaggio, dopo una ricerca estenuante e l’aiuto del locale capo, la suora è riuscita a trovare la casa di una delle due giovani. “Ho raccontato ai genitori - riferisce la suora - che la loro figlia era stata condotta in segreto in Malaysia per lavorare, a dispetto della minore età e della mancanza dei documenti”. Nonostante le rassicurazioni e le promesse di poter completare l’iter scolastico con la possibilità di costruirsi una vita migliore, la giovane e la sua amica non hanno voluto tornare a Kupang. “Mi spiace - afferma suor Laurentina - per la loro decisione. Le avevamo spronate a studiare, ma non ci siamo riusciti e ciò mi rattrista”. “Oggi la nostra missione - conclude la religiosa - non ha avuto esito positivo, ma non dobbiamo farci abbattere dalla desolazione e dal dispiacere”, anche perché le due giovani “sono tornate dai genitori” scampando alle maglie degli sfruttatori.

  

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ISRAELE

Migliaia contro Netanyahu. Leader cristiano: ‘Nasce un nuovo movimento’

AsiaNews - Gerusalemme - 15 luglio 2020

Cresce la protesta contro il primo ministro e il suo esecutivo, accusati di non saper gestire la crisi economica e la pandemia di Covid-19. Sul premier pesa anche la scure del processo per corruzione. Almeno 50 persone fermate dalla polizia. Sobhy Makhoul: Serve un leader nel centro-sinistra capace di raccogliere la sfida, ma c’è un risveglio dopo anni di letargo.

       

Migliaia di persone in piazza e almeno una cinquantina di esse arrestate in seguito a pesanti scontri avvenuti ieri con la polizia: non si ferma l’ondata di proteste in Israele contro il governo e il primo ministro Benjamin Netanyahu. L’esecutivo è finito sul banco degli imputati per la cattiva gestione della pandemia di coronavirus, con un'impennata di nuovi casi nell’ultimo periodo (sebbene meno gravi secondo quanto affermano gli scienziati), e la crisi economica; il premier viene invece considerato inadeguato al ruolo per le accuse di frode e corruzione delle quali deve rispondere in tribunale.

Interpellato da AsiaNews, Sobhy Makhoul, membro della Chiesa maronita di Gerusalemme e amministratore del Christian Media Center, sottolinea che Israele “sta vivendo la nascita di un nuovo movimento”. Si assiste all’emergere, prosegue, “di azioni politiche di centro e di centro-sinistra dalla portata limitata, ma che non si vedevano da tempo. Un risveglio dopo tanti anni di sonno, di letargo. Sono militari, intellettuali, attivisti e cittadini che sfidano in modo aperto il primo ministro, partendo dalle accuse di corruzione”.

Per il leader cristiano, Netanyahu “sta gestendo male l’emergenza coronavirus” e ha commesso errori “anche sul piano economico, presentando due o tre progetti fra cui l’esenzione dal pagamento di tasse per i ricchi, molti dei quali suoi sodali, che hanno scatenato il malcontento”. Ciò, unito alle accuse di corruzione, ha generato “una ondata di protesta che sembra crescere” di giorno in giorno. A differenza del passato, per Sobhy Makhoul “queste proteste potranno avere un futuro” anche perché la pandemia ha esasperato animi, tensioni e acuito i problemi, a partire da quello economico “dove Netanyahu poco ha fatto per la gente comune”. E nemmeno il suo alleato di governo, il leader centrista Benny Gantz, conclude il leader cristiano, “sembra godere di maggiore consenso fra la popolazione. Anche lui è molto debole, e le attenzioni sono concentrate a sinistra, dove finalmente potrebbe emergere un leader capace di catalizzare il consenso”.

Ad innescare il confronto con le forze di sicurezza, il tentativo da parte di un gruppo di dimostranti di spostare il cuore della protesta davanti alla residenza del capo del governo, a Gerusalemme. A centinaia hanno bloccato le principali vie di accesso alla città santa, in particolare a Jaffa Street e nelle vie circostanti. La polizia è intervenuta con cannoni ad acqua e agenti a cavallo.

I manifestanti hanno intonato slogan e canti, sventolato bandiere e cartelloni con scritte critiche verso il premier e l’esecutivo: “La corruzione di Netanyahu ci fa ammalare”, “Netanyahu dimettiti” o “Crime Minister” sono solo alcuni fra i molti poster agitati dalla folla. Il nodo centrale è il processo per corruzione che pende sul capo di Netanyahu e che, secondo i critici, lo rende inadeguato per guidare il Paese fra Covid-19 e l’accelerazione sul piano di annessione dei territori palestinesi.

Fonti della polizia riferiscono che le persone fermate devono rispondere di disturbo della quiete pubblica, atti di vandalismo e resistenza a pubblico ufficiale. Otto di essi rischiano il processo per direttissima, mentre gli altri saranno rilasciati in libertà vigilata. I manifestanti avrebbero malmenato un uomo, sospettato di essere un poliziotto in borghese infiltrato fra la folla.

Sempre ieri alcune decine di persone, simpatizzanti di Netanyahu, hanno promosso una contro-manifestazione sfidando la folla degli oppositori. Una manifestante, di nome Yasmin, racconta: “Sono nata nel 1996. Questo significa che non conosco un mondo senza Bibi [Netanyahu]. Non so cosa voglia dire avere un primo ministro decente, qualcuno che pensi alle persone”.

Intanto il tasso di disoccupazione cresce, e quanti sono rimasti senza lavoro non possono nemmeno beneficiare dei sussidi statali, soprattutto i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Il denaro promesso, infatti, non sarebbe mai arrivato. Il numero dei disoccupati è schizzato dal 3,4% di febbraio al 27% di aprile, per poi calare al 23,5% a maggio.

  

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ITALIA

Aiuti umanitari in Libia, nuove accuse all’Italia di Nello Scavo

Avvenire - 16 luglio 2020

      

«Lo sviamento degli aiuti umanitari in Libia è una realtà». Alla vigilia del voto con cui il Parlamento intende riconfermare le operazioni italiane aumentando i fondi a 58 milioni (per un totale di oltre 210 milioni negli ultimi tre anni) le parole di una portavoce dell’Oim pesano come un macigno. Almeno quanto quelle di Federico Soda, capo della missione Oim in Libia, che ieri è tornato a denunciare le «innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili». Le considerazioni dell’agenzia Onu per i migranti, sono riportate nel rapporto sull’uso dei fondi italiani in Libia. Corruzione, violazione dei diritti umani, stanziamenti dirottati. Dopo lo scandalo delle assegnazioni alle municipalità libiche rivelato da Avvenire, con milioni di aiuti mai completamente impiegati per gli scopi a cui erano destinati, ora gli avvocati di Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, gettano altre ombre. E si scopre così che non è stato previsto alcuno strumento per tracciare la filiera che porta i soldi dalle tasche dei contribuenti italiani a quelle dei capi milizia. I legali hanno studiato i bandi assegnati ad alcune Ong italiane e la loro applicazione sul campo. E da subito si capisce che fin dall’istituzione nel 2017 e poi riconfermati negli anni successivi, il governo Gentiloni e i due governi Conte sapevano che in Libia era necessario chiudere un occhio. «I progetti non prevedono, ed anzi vietano espressamente, la presenza di personale italiano in Libia al fine di attuare gli interventi» spiega l’associazione. Tutti e tre i bandi stabiliscono che «vista l’attuale situazione e le difficili condizioni di sicurezza, non è previsto il coinvolgimento e la presenza di personale italiano nelle aree di intervento. Le proposte dovranno prevedere la realizzazione delle attività in loco esclusivamente attraverso il personale locale».

Quel che accade dopo è facile immaginarlo. La ricostruzione degli avvocati, a cui sono stati negati dalle autorità italiane numerosi documenti di bilancio, non lascia spazio a interpretazioni alternative. E così tornano i soliti noti del traffico di esseri umani e petrolio. «Particolarmente preoccupante è la situazione a Tajoura e Tarik al Sikka, centri di detenzione entrambi sotto il controllo di milizie afferenti a Mohamed al-Khoja, vice capo del Dcim (il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale, ndr), che – si legge – ha le proprie milizie ed è legato al business del traffico di migranti». Una recente inchiesta di Associated Press conferma che il centro di Tarik al Sikka «è gestito da milizie afferenti ad al–Khoja, il quale sarebbe sotto indagine da parte di tre agenzie governative libiche per la sparizione di forti somme di denaro stanziate dal governo di Tripoli per il cibo all’interno dei centri». Denaro che arriva in gran parte da Paesi donatori esteri. «Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: una comunicazione interna delle Nazioni Unite – riporta Asgi – affermava l’esistenza di un “alto rischio” che il cibo destinato alla Gdf di Unhcr a Tripoli (la struttura di transito dell’Onu, ndr) venisse in realtà incamerato da gruppi armati».

Ma dei 6 milioni stanziati dall’Italia per gli interventi da affidare alle Ong, chi ha preso la parte maggiore? Rispunta una vecchia conoscenza. La solita. Ecco cosa ha raccontato una fonte citata da Asgi: «Nel centro di Zawiyah, gestito dal clan del noto trafficante Abdul Rhaman al-Milad detto “Bija” e teatro del più corposo intervento (un milione di euro), gli aiuti finiscono “metà ai detenuti metà alle guardie”, e molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero».

Da un punto di vista politico gli interventi corrono l’evidente rischio di legittimare «l’attuale sistema di detenzione di stranieri in Libia». Stanziamenti “in continuità – conclude il rapporto – con il quadro più articolato di interventi del governo italiano in Libia, tra cui il multiforme sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, che hanno come effetto di incrementare il numero di intercettazioni di migranti in mare, successivamente trasferiti nei centri di detenzione». Deportati direttamente verso gli «orrori inimmaginabili» mai menzionati nella proposte di rifinanziamento oggi all’esame dei deputati.

 

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Asso 28, processo per i respingimenti di Nello Scavo

Avvenire - 17 luglio 2020

La nave italiana nel 2018 riconsegnò ai libici 101 naufraghi. Ora faro su altri episodi  

      

Per la prima volta in Italia ci sarà un processo con l’accusa di avere eseguito un respingimento di massa illegale verso la Libia: 101 migranti e potenziali richiedenti asilo tra cui minori non accompagnati. La procura di Napoli ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per il comandante della nave Asso 28 e per un rappresentante dell’armatore. A disposizione dei magistrati, oltre alle indagini svolte dalla capitaneria di porto di Napoli, ci sono anche le registrazioni audio delle conversazioni radio ascoltate il 30 luglio 2018 dalla nave Open Arms. Le comunicazioni ottenute da

Avvenire (è possibile ascoltarle sul nostro sito) restituiscono la drammaticità di quelle ore e il tentativo di fornire informazioni dubbie. Non bastasse, a bordo della “Open Arms” in quel momento a svolgere il turno d’osservazione e ascolto c’era un testimone d’eccezione, il parlamentare di Leu Nicola Fratoianni, ascoltato dai magistrati nei mesi scorsi come persona informata dei fatti.

«Alla nostra richiesta di fornirci i dettagli delle posizioni, ci diedero indicazioni poco chiare – ricorda il capomissione di Open Arms, Riccardo Gatti –. Questo per farci allontanare, ma poi abbiamo capito che era successo qualcosa di strano». E’ proprio Gatti quel tardo pomeriggio a contattare la Asso 28 per chiedere chiarimenti. Le risposte fornite dal ponte di comando del rimorchiatore italiano non coincidono però con le rilevazioni successive. I magistrati Barbara Aprea e Giuseppe Tittaferrante, con il coordinamento del procuratore aggiunto Raffaello Falcone, nei prossimi giorni potrebbero ottenere nuovi riscontri su episodi precedenti. Molte sono infatti le segnalazioni che fanno pensare a una dinamica non occasionale, ma a sistematici interventi di respingimento, per i quali in passato le autorità italiane erano già state condannate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nei prossimi giorni verrà dunque fissata la data avvio del procedimento giudiziario con la fissazione dell’udienza preliminare.

Sulla vicenda era intervenuta l’Eni lo stesso giorno del respingimento, smentendo di essere stata coinvolta nell’episodio, ma fornendo una serie di precisazioni che secondo gli investigatori sono contraddette dagli esiti delle indagini. «La nave Asso 28 che opera per conto della società Mellitah Oil & Gas (gestita da Noc, la compagnia petrolifera statale libica di cui Eni è azionista, ndr) a supporto della piattaforma di Sabratah – spiegò il 30 luglio 2018 un portavoce all’Ansa – ha prestato soccorso ad un barcone con a bordo 101 migranti arrivato in prossimità della piattaforma a causa di condizioni meteo avverse». L’operazione di soccorso «è stata gestita interamente dalla Guardia Costiera Libica che ha imposto al comandante dell’Asso 28 di riportare i migranti in Libia». Questa affermazione non solo non ha trovato conferme documentali, ma è stata smentita anche dalle indagini svolte dalla Guardia costiera di Napoli su delega della procura partenopea. «Durante il trasferimento verso Tripoli a bordo della nave era presente anche un rappresentante della guardia costiera libica. La Guardia costiera libica – insistevano fonti vicine alla compagnia di navigazione – presidia ogni piattaforma che opera nelle sue acque territoriali e ha gestito l’operazione di soccorso in totale autonomia».

Nonostante la mole di precisazioni, indagati e testimoni non sono stati in grado di fornire riscontri verificabili. Sul registro di bordo della nave non compare alcun nome di ufficiale libico. Ma solo molti mesi dopo, quando oramai l’inchiesta era già avviata, vengono prodotti documenti stavolta con nome e cognome di un ufficiale libico. Carte giunte dalla libia e di difficile verificabilità.

I nastri ascoltati da Avvenire sono eloquenti. Spesso si sente in sottofondo proprio Fratoianni, mentre il capomissione Gatti insiste con la Asso 28 per ottenere dettagli sulle operazioni. «Ci dissero di avere avuto indicazione di recarsi in Libia – ricorda Nicola Fratoianni – per ordine dei loro responsabili sulla piattaforma. Quando alla Asso 28 ricordammo che i respingimenti sono illegali, il comandante ci rispose con imbarazzo, come se costretto a subire un ordine da molto in alto». E forse nel corso del processo si scoprirà chi diede davvero quell’ordine e quali coperture avesse.

 

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Il grido Onu inascoltato e quel profugo cadavere lasciato in mare di Nello Scavo

Avvenire - 17 luglio 2020  

    

Incurante dell’ennesimo appello del segretario generale dell’Onu, il governo e il Parlamento italiano hanno dato il via libera al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Nonostante lo scorso 8 luglio, parlando davanti al Consiglio di sicurezza, Antonio Guterres avesse di nuovo messo in guardia: «Migranti e richiedenti asilo in Libia continuano a essere regolarmente sottoposti a detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, rapimento per riscatto, lavoro forzato e uccisioni illegali».

La Corte penale internazionale ha annunciato «che non esiterà a indagare – aveva aggiunto Guterres – su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Non bastasse, il segretario generale aveva espresso di nuovo preoccupazione «per i rischi affrontati da migranti, rifugiati e richiedenti asilo che continuano a tentare di attraversare il Mediterraneo». Da oltre due settimane galleggia trascinato dalle correnti un cadavere incastrato in quello che resta di un gommone semiaffondato. L’aereo di Sea Watch a partire dal 29 giugno lo ha avvistato per quattro volte. E per quattro volte ha chiesto alle autorità di andarlo a recuperare. Per dargli una sepoltura, e se possibile anche un nome. Non solo per un atto di pietà. Ma per scoprire se si vi sia stata un’altra strage di cui non si è avuta notizia. Fino ad ora nessuno ha risposto. Giorni prima anche la Mare Jonio, la nave di soccorso di Mediterranea, aveva avvistato un altro cadavere in lontananza.

«Nel 2020, oltre 5.000 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare e restituiti alla Libia. Molti di questi – aveva ribadito Guterres – sono stati arrestati, con una stima di 2.100 migranti e rifugiati rimasti nei centri di detenzione ufficiali», molto spesso «in condizioni spaventose». E questo a causa anche del lavoro dei guardacoste che ieri sono stati nuovamente finanziati e legittimati. Poche ore prima che si arrivasse a quel voto che la Caritas ambrosiana ha definito come «accordo della vergogna», l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire riaffdare i migranti alle motovedette di Tripoli. «Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili», secondo la definizione che ne ha dato Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: «L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia». Intanto che a Tripoli arrivava la notizia dell’aumento di fondi, 65 esseri umani hanno continuato a rischiare di perdere la vita nel Canale di Sicilia. Nessuno è intervenuto. Le Ong da settimane sono state messe fuori gioco dai provvedimenti del governo italiano.

La Caritas di Roma «dà voce allo sdegno per quel corpo – si legge in un tweet – in mare da quindici giorni a largo della Libia senza nemmeno una sepoltura». Pochi giorni prima, ricorda la Caritas Ambrosiana, si era espresso Papa Francesco, raccogliendo un plauso trasversale: «Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza. Tutto quello che avete fatto, l’avete fatto a me».

  

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Il made in Italy che uccide di Antonella Sinopoli

Nigrizia - 14 Luglio 2020

In violazione dei trattati internazionali, l’Italia continua a vendere armi a paesi in conflitto o a regimi che sempre più spesso le utilizzano per reprimere i diritti civili. Il caso dell’Egitto è il più eclatante, ma non è l’unico, in Africa e non solo  

      

L’arma che uccide un civile inerme è sempre un’arma diabolica, se poi porta il marchio Made in Italy dovrebbe procurarci un certo raccapriccio. Negli anni una serie di misure legislative e di trattati sono stati adottati per prevenire proprio questo abominio: che le armi vendute a certi governi e paesi venissero utilizzate in aperta violazione dei diritti umani.

Una di queste è la legge 185 del 1990  che in Italia disciplina, appunto, l’esportazione (ma anche l’importazione e il transito) di armamenti. Esportazioni vietate se in contrasto con la Costituzione, soprattutto con quell’articolo 11 che con chiarezza “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e di conseguenza oppone la vendita di armi verso paesi dove sia in atto un conflitto armato.

L’altro è il Trattato sul commercio delle armi (Att), adottato dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 2013, primo strumento internazionale globale che stabilisce (art. 7) i limiti e le situazioni entro cui concedere o meno l’autorizzazione all’esportazione di armi e armamenti. Vietata, ad esempio, vendita ed esportazione in quei paesi dove si verifichino gravi violazioni dei regimi internazionali dei diritti umani o atti illeciti ai sensi delle convenzioni internazionali relative al terrorismo.

        

Italia, nono esportatore mondiale

Se i cinque più grossi esportatori di armi rimangono gli Usa, Russia, Francia, Germania e Cina (insieme costituiscono il 75% del volume delle esportazioni del settore) l’Italia conserva una sua rilevante quota di mercato. Un mercato dominato dalla Leonardo (ex Finmeccanica) che, secondo il Sipri, è al numero nove nella lista delle maggiori aziende mondiali esportatrici di armamenti. I suoi maggiori clienti: Turchia, Algeria, Israele.

Il volume dei trasferimenti di armi da un posto all’altro del mondo dal 2003 è andato costantemente crescendo e nello stesso tempo si è verificato un incremento della richiesta (e dunque della vendita) da aree e paesi del Medio Oriente e un decremento in altre regioni, compresa l’Africa. Nel continente africano quattro paesi del nord contano il 75% delle importazioni di armi (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia) nella regine sub-sahariana sono cinque i paesi con la percentuale più alta di importazioni (Nigeria, Angola, Sudan, Camerun e Senegal).

        

In testa Egitto e Algeria

Solo nel 2019 l’Italia ha venduto armi per un controvalore pari a 5.174 milioni di euro, maggior destinatario l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, un presidente che rifiuta di collaborare per far luce sull’omicidio di Giulio Regeni e che continua a tenere in carcere Patrick Zaky con blande accuse di incitazione alla protesta. Il secondo paese africano per commesse sulle armi italiane è l’Algeria, dove libertà civili come quella di espressione e di stampa vengono negate. Ecco perché si è continuato a protestare anche dopo la caduta, lo scorso anno, di Abdelaziz Bouteflika, che era stato al potere per vent’anni.

Ma non c’è solo la Leonardo, che detiene il 58% delle vendite e il cui maggiore azionista, ricordiamo, è il ministero dell’Economia e delle Finanze con il 30,20%. Altre imprese italiane che hanno ottenuto autorizzazioni per le vendite di settore (con volumi molto più bassi) sono Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Nel 2008 un documento della Cia  (censurato in alcune parti) assegnava all’Italia il 20% delle vendite in America Latina e Africa. A quei tempi era la Somalia, ex colonia italiana, il maggiore importatore di aerei da trasporto e equipaggiamenti delle forze di terra. Nel documento si fa anche riferimento ad accordi con paesi produttori di petrolio, come Iraq, Libia e Arabia Saudita, miranti a ridurre situazioni di debito con questi stati e a stabilirvi relazioni commerciali che potessero beneficiare entrambe le parti.

A dispetto di regolamenti e norme internazionali le armi (parliamo anche di veicoli armati, elicotteri, missili, artiglieria pesante e droni) continuano comunque ad arrivare laddove si stanno combattendo conflitti che vedono pesantemente coinvolti i civili o anche in aree da cui quasi ogni giorno arrivano notizie di violazioni dei diritti umani e di gravi abusi sulle popolazioni.

        

Il caso egiziano

Viene da pensare che i controlli non siano abbastanza, non sufficienti o che, peggio, le relazioni diplomatiche tra gli stati e gli affari reciproci contino più delle vite umane. È il caso del recente accordo tra Italia ed Egitto per quella che rappresenta la più grande commessa di armi per il nostro paese dopo la seconda guerra mondiale. All’inizio il contratto di acquisto indicava due fregate militari oltre a velivoli di addestramento e combattimento leggero, poi la commessa ha incluso aerei, missili e altre fregate. Valore complessivo 10 miliardi di euro.

Una serie di ricostruzioni mettono insieme una rete di Indra che va dal tentativo di silenziare le rimostranze dell’Italia sul caso Regeni (ma in realtà è la società civile quella che continua a tenere alta l’attenzione sul caso del giovane italiano morto sotto tortura al Cairo), alla possibilità di fare arrivare armi in Libia via terra, arginando l’embargo (che l’Onu viste le violazioni ha definito comunque “una barzelletta”) e tenere dunque sotto controllo le forniture di gas, fino al beneficio personale di al-Sisi che dall’acquisto riceverebbe una commissione del 2,5%, più i soldi che circolerebbero sottobanco.

Senza contare che la brutalità del regime di al-Sisi si avvantaggerebbe di ulteriori strumenti. L’uso della forza da parte di militari, eserciti, polizia, è stato e continua ad essere denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani. Gli esempi e le denunce sono aumentati vertiginosamente in questi mesi di pandemia e conseguenti restrizioni delle libertà.

        

Libia e Centrafrica, paesi in guerra

Ed oggi, come in passato, la questione è come distribuire le responsabilità tra chi usa le armi, chi autorizza l’uso della forza sui civili, chi autorizza le vendite in certi paesi e, forse, chi le produce. #ItalianArms, nell’ambito del progetto Lighthouse Reports, ha lavorato poco tempo fa alla tracciatura delle armi vendute dai paesi europei, per capire dove finiscono e a quale fine sono utilizzate.

Ebbene, per quanto riguarda armi, elicotteri, aerei italiani, casi di uso contro civili, per esempio durante manifestazioni pacifiche, o come “danni collaterali”, sono stati documentati in Turkmenistan (Asia centrale), dove vige una dittatura totalitaria monopartitica; in Siria, Turchia, Bahrein, Arabia Saudita (armi poi utilizzate nella guerra in Yemen), Marocco (aerei C27J usati per occupare il Sahara Occidentale), Egitto, Libia, Repubblica Centrafricana, paese in conflitto dove militari della missione Onu Minusca usano le Benelli M4.

        

Libertà civili minacciate

Per restare all’Africa, in molti paesi la situazione della sicurezza dei cittadini sta deteriorando. Alle proteste si risponde mandando in strada militari, e in alcuni casi milizie armate, che non hanno nessuna remora ad usarle quelle armi. L’ultimo rapporto di Amnesty Internazional evidenzia proprio questo: l’Africa sub-sahariana nel periodo precedente al coronavirus è stata segnata dall’aumento delle proteste di cittadini e partiti di opposizione decisi a chiedere cadute di regime, riforme, cambiamenti nella gestione amministrativa.

A molte di queste (la maggior parte) i governi, e i loro eserciti, hanno risposto con gas lacrimogeni, pallottole, omicidi. La Nigeria, uno dei più grandi importatori di armi dell’Africa sub-sahariana (prevalentemente dalla Russia, Cina e Usa), ha visto peggiorare il conflitto che vede contrapporsi Boko Haram e le forze governative nel nord-est del paese con abusi contro i civili da una parte e dell’altra.

In Camerun, il conflitto tra i militanti separanti anglofoni e il governo a maggioranza francofona è alimentato dal supporto di Belgrado al regime di Paul Biya, supporto che consiste anche nella vendita di armi. Il paese sta registrando un surplus di produzione, surplus destinato alla Repubblica democratica dl Congo, alla Nigeria, al Kenya (dove è stata denunciata più volte l’azione violenta della polizia, ufficialmente per far rispettare le restrizioni della pandemia), all’Etiopia.

E, a proposito di quest’ultimo, chissà se tra queste armi c’erano anche quelle con cui nei giorni scorsi il governo etiope ha messo a tacere le proteste dei cittadini seguite all’omicidio per mano di ignoti del cantante ed attivista Hachalu Hundessa, icona della lotta per l’indipendenza dell’etnia Oromo.

Altro paese sotto scrutinio delle Nazioni Unite è la Corea del Nord, accusato di aver venduto armi al Sudan sotto il regime di Omar El-Bashir, ma anche in Rd Congo, Angola, Eritrea, Zimbabwe. E poi c’è la Turchia con accordi e trasferimenti di materiale in Burkina Faso (paese tormentato da conflitti etnici e in cui sta crescendo la presenza di al-Qaeda), Ghana, Mauritania, Ciad, Rwanda, tra gli altri.

La campagna Banche Armate in Italia serve a questo: evitare di farsi complici in nome del profitto. Evitare di incrementare regimi violenti di cui si conosce bene il nome mentre non si conosceranno mai quelli che sono morti per mano di quei regimi armati di tutto punto.

 

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Noi, spettatori pavidi e lʼesempio di Beatrice di Mauro Berruto

Avvenire - 15 luglio 2020  

         

È proprio tutto sbagliato, tutto contrario al buon senso, all’educazione, alla sensibilità, alla logica. Già, basterebbe poco e invece la pandemia di questo inizio di ventunesimo secolo si conferma essere la rabbia, e ancora non c’è traccia di vaccino. La rabbia, il tutti contro tutti, l’egoismo sfrenato, la prepotenza e l’arroganza sono la punta di un iceberg di un profondo disagio sociale che si è manifestato di nuovo, qualche giorno fa, con l’aggressione verbale e fisica a Beatrice Ion, atleta della nazionale italiana di basket paralimpico, e a suo padre, finito all’ospedale con il setto nasale rotto. Ci si dovrebbe interrogare se siano peggio un’aggressione a sfondo razzista (conseguenza delle origini romene di una ragazza di 22 anni che da 16 vive nel nostro Paese, ha fatto tutte le scuole in Italia, ha la cittadinanza italiana e indossa nel suo sport la maglia azzurra), gli insulti a una ragazza disabile, le battute sessiste o una testata sul naso. Qualcuno se la sente di scegliere? Non credo, così come non entro neppure nell’analisi del fatto che ha scatenato tutto (una discussione per il diritto a parcheggiare nel posto riservato ai disabili), perché il problema è altrove. Quanto successo è la sintesi perfetta dell’idiozia e dell’arroganza di chi, per qualche incomprensibile ragione, si sente migliore.

Migliore nella condizione fisica, migliore nella razza, migliore nell’uso della forza, migliore nel diritto di avere diritti, migliore perfino nell’esercizio della prepotenza.

Beatrice, comprensibilmente scossa, ha avuto la forza di invitare l’aggressore a vergognarsi, ma ancora di più la lucidità di dichiarare: «Chi ha guardato tutto senza alzare un dito o dire nulla si dovrebbe vergognare ancora di più». Eh sì, ha proprio ragione. Perché se mai si scoprirà un vaccino capace di vincere questo virus della rabbia, ci accorgeremo che quel vaccino non possiamo che essere tutti noi che, normalmente, guardiamo. Il vero problema non è un singolo delinquente che urla davanti ai carabinieri: 'Ho un curriculum criminale!', come se fosse un valore aggiunto. Il vero problema siamo noi, maggioranza silenziosa che non può proprio più stare zitta e che deve comprendere che in questo teatro dell’assurdo siamo tutti ugualmente responsabili: attori e spettatori.

Qualche anno fa ho conosciuto la meravigliosa esperienza del Teatro Povero di Monticchiello, un progetto culturale nato negli anni 60, in provincia di Siena. È un borgo medievale dove vivono duecento persone che diventano tutti autori e attori di uno spettacolo teatrale che si svolge in estate, nella piazza del borgo, da oltre cinquanta anni. Tutti gli abitanti sono coinvolti nella drammaturgia, nella regia, nella recitazione.

Tutti fanno qualcosa, tutti sono protagonisti di un ruolo. Giorgio Strehler definì questa esperienza teatrale autodramma, definizione fatta propria dalla 'compagnia' che da anni usa, come sottotitolo dei suoi spettacoli, la formula: 'Autodramma ideato, scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello'.

Ecco, dovremmo trovare un modo per diventare protagonisti di un autodramma. Gli idioti resteranno idioti, i violenti resteranno violenti, i razzisti resteranno razzisti.

Tuttavia, se saranno inseriti in un contesto dove tutti gli altri interpreteranno con convinzione la propria parte, la qualità dello spettacolo sarà senza dubbio migliore e, soprattutto, si ricostruirà un senso di comunità.

Invece, quello visto da Beatrice è stato uno spettacolo indecente, per colpa di uno squallido protagonista e soprattutto di tanti spettatori rimasti zitti a guardare. Dobbiamo delle scuse e, soprattutto, una dichiarazione di impegno: a lei e al suo Paese. Che poi è il nostro.

   

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P. Giulio Albanese: “nel Sahel meno armi e più dialogo”

Nigrizia - 15 luglio 2020

Gli interventi militari italiani all’estero si estendono a cinque nuove missioni, una delle quali, nella regione saheliana, già fortemente militarizzata, vede Roma schierata nell’ambito di una task force europea a guida francese contro l’avanzare delle reti jihadiste  

      

Il parlamento darà con tutta probabilità il via libera definitivo oggi alle missioni militari italiane all’estero, riconfermando un totale di 41 diversi scenari con 5 nuove missioni, 3 delle quali in Africa, per un costo complessivo di 1.129,4 milioni: 1.082 per le missioni da riconfermare e 47,4 milioni per quelle nuove. Lo scorso anno la spesa totale a carico del ministero della Difesa è stata di poco inferiore (1.100,8 milioni).

Tra gli impegni più rilevanti c’è il contributo italiano alla missione europea Irini (la forza navale di contrasto al traffico di armi in Libia, lanciata il 31 marzo scorso e a guida italiana) con 517 soldati, una nave e tre mezzi aerei, per un costo complessivo di 21,3 milioni.

Altra nuova missione è quella nel Golfo di Guinea, per la prevenzione e il contrasto della pirateria e a garanzia degli investimenti petroliferi di Eni. In quest’area saranno impiegati 400 uomini, mezzi aerei e due navi (un cacciatorpediniere e una fregata Fremm) con un costo complessivo di 8,9 milioni di euro.

C’è poi la lotta al terrorismo jihadista nella fascia del Sahel e qui l’Italia conferma la sua presenza militare con la missione di supporto bilaterale in Niger (Misin), proponendosi anche in sostegno della neonata task force europea “Takuba”, a guida francese e operativa dal 15 luglio, che opera nella regione di Liptako, tra Burkina Faso orientale, Niger sudoccidentale e Mali sud-orientale.

Una forza che conta su “Un centinaio di soldati estoni e francesi addestrati per operazione a terra con unità maliane” ha fatto sapere nei giorni scorsi la ministra della difesa francese Florence Parly, aggiungendo che “a ottobre arriverà un secondo contingente di una sessantina di membri delle forze speciali ceche e poi a gennaio un terzo, con 150 svedesi”. Non è chiaro quando e come si inserirà l’Italia.

Tra gli obiettivi della missione – alla quale partecipano Francia (già presente con la missione Barkhane), Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia, Regno Unito – anche «fornire attività di consulenza, assistenza, addestramento alle forze armate e alle forze speciali locali» di Mali e Niger. Per questa nuova missione l’Italia si propone con 200 uomini, 8 mezzi aerei e 20 mezzi e materiali terrestri per un costo complessivo di 15,5 milioni di euro.

E’ evidente come il diffondersi della rete jihadista nell’area saheliana con il progressivo degenerare della situazione umanitaria, preoccupi la comunità internazionale e l’Europa in particolare. Ma l’intensificarsi della presenza militare nell’area – oltre alla già citata Barkhane sono presenti altri attori internazionali, tra cui la missione Onu Minusma, le missioni dell’UE Eutm Mali, Eucap Sahel Mali ed EUcap Sahel Niger – non può essere l’unica via percorribile nella lotta allo Stato islamico. A ribadirlo è anche padre Giulio Albanese, che auspica invece un “rilancio di negoziati e una radicale riforma della governance delle risorse in senso più equo e inclusivo”.

 Video https://youtu.be/Gr7FUeEvcOg

 

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Visita storica a Trieste. Mattarella e Pahor di Angelo Picariello

Avvenire - 13 luglio 2020

I due presidenti mano nella mano rendono omaggio ai morti italiani, poi al cippo che ricorda gli antifascisti sloveni uccisi. A cento anni dall'incendio torna alla minoranza slovena la Casa del popolo

   

 

Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor scrivono insieme una nuova pagina di storia nel tormentato confine Nordorientale. Mano nella mano prima alla Foiba di Basovizza (ed è la prima volta che un capo di Stato di un paese della ex Jugoslavia riconosce in modo così ufficiale questa pagina nera che contrassesegnò la fine del secondo conflitto mondiale in quelle zone), poi davanti al cippo che nella stessa Basovizza ricorda i quattro antifascisti sloveni fucilati il 6 settembre 1930. Ma non meno significativo è il protocollo siglato dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese che rafforza la cooperazione fra i due stati nella gestione del fenomeno migratorio e restituisce alla minoranza slovena l'antica Narodni dom (Casa del popolo), un edificio di 5 piani d'inizio Novecento bruciato dai fascisti in un incendio appiccato in circostanze mai chiarite del tutto nel luglio del 1920.

I due presidenti alla foiba di Basovizza, dove si stima che i partigiani titini abbiano gettato 2mila italiani tra militari e civili, hanno deposto una corona di fiori. «La storia non si cancella, le esperienze dolorose non si dimenticano», ha detto Mattarella. Ma ora, di fronte alle sfide del «tempo presente» serve «responsabilità», ha aggiunto il nostro Capo dello Stato, indicando nel processo unitario erupoeo la sola strada che consente di uscire dal vortice di «rancori» e «risentimenti» e permette di guardare al futuro con maggiore fiducia in forza di un «patrimonio comune».

Poi i presidenti si sono recati alla Narodni dom, per la storica restituzione alla minoranza slovena, che era già prevista in forza di una legge del 2001, ma sempre rinviata e ora avvenuta a un secolo esatto dall'incendio. 

       

Una «gioia immensa», per Pahor, che restituisce «fiducia reciproca» dopo gli orrori della Prima guerra mondiale «definita Grande Guerra perché precipitò nella Seconda. Oggi Trieste è capitale europea, perché ne celebra i valori più nobili», può dire soddisfatto il presidente sloveno.  

Un momento particolarmente toccante, come detto, nel corso dell'omaggio alle vittime delle foibe è stato quando i due presidenti si sono dati la mano, dopo essersi avvicinati alla corona di fiori con le due bandiere che due corazzieri avevano deposto pochi istanti prima. Mattarella e Pahor, definendosi amici l'un l'altro, hanno poi toccato ciascuno la corona e sono rimasti davanti all'ingresso della foiba in silenzio per un minuto circa.

Luogo simbolo e memoriale per i familiari delle vittime delle violenze del 1943-45, la foiba di Basovizza fu dichiarata monumento nazionale l'11 settembre 1992. Nel 1991 vi si recò in visita l'allora Presidente Francesco Cossiga. La foiba si trova sull'altopiano carsico nei pressi di un pozzo minerario in disuso profondo circa 200 metri. Nel 1945 fu luogo di esecuzioni e di occultamento di cadaveri. A Basovizza erano presenti tra gli altri il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, e le deputate dem Debora Serracchiani e Tatjana Rojc.

Ad accogliere il presidente Mattarella al suo arrivo c'erano il ministro degli Esteri, Di Maio - giunto pochi minuti prima -, il ministro dell'Università Manfredi il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Fedriga, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti, e il sindaco della città, Roberto Dipiazza.

Ultima tappa della visita di Mattarella a Trieste l'incontro, nel pomeriggio, con le comunità degli esuli italiani giuliano dalmati.

  

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MAURITANIA

La tradizione che impone alle donne di essere grasse di Maria Tatsos

Mondo e Missione - 11 luglio 2020

Nel film «Il corpo della sposa» la regista italiana Michela Occhipinti racconta il fenomeno del gavage, l’alimentazione forzata per aderire a una canone estetico ereditato da una società che per secoli ha ammesso lo schiavismo

  

«Occuperai nel cuore di tuo marito lo stesso spazio che occuperai nel suo letto». Questa frase, che la nonna dice alla nipote Verida, promessa sposa che si sta preparando al matrimonio, riassume con una perfetta sintesi lo spirito di quel fenomeno che prende il nome di leblouh (o gavage, in francese, parola che significa alimentazione forzata). È una prassi antica, ma ancora diffusa in Mauritania, che la regista italiana Michela Occhipinti racconta abilmente nel suo film Il corpo della sposa. Presentato lo scorso anno a Berlino, esce ora su Miocinema.it, nell’ambito di una rassegna dedicata ai documentaristi italiani. Non trattandosi di un blockbuster, questa pellicola al cinema avrebbe avuto poco spazio: grazie al rilancio delle piattaforme online legato al Covid, è possibile vedere Il corpo della sposa ovunque e scoprire una tradizione mauritana davvero poco nota.

Verida, la protagonista, appartiene a una famiglia borghese di pelle chiara. La società mauritana è infatti composta da una minoranza arabo-berbera che si definisce bidan, o bianca, e da una moltitudine nera, suddivisa fra nati liberi, appartenenti a varie etnie, e haratin, cioè gente di pelle scura arabizzata e discendente di ex schiavi. Questi ultimi compaiono poco in questo film, si vedono di sfuggita le loro baracche in qualche inquadratura. Giustamente Occhipinti non ci parla di loro, perché il gavage nasce in ambito arabo-berbero.

La famiglia di Verida abita in una casa in muratura, con acqua e corrente elettrica: un lusso che in Mauritania non è per tutti. I genitori hanno trovato un accordo con una famiglia benestante e la giovane è destinata a sposare il loro rampollo. Inizia così il conto alla rovescia verso la data delle nozze, alla quale la sposa deve presentarsi in carne, con un corpo fasciato e racchiuso nei veli che tutte le donne islamiche portano, e chiaramente sovrappeso. Per ottenere questo risultato, la ragazza è costretta a bere ogni giorno molti litri di latte di cammella o di capra e abbuffarsi con numerose portate di cous cous con carne grassa di agnello. Detto così, può sembrare un’inezia. In realtà, è una forma di tortura, che priva la giovane del controllo sul suo corpo – deformato dal grasso-, costringe lo stomaco a ingerire cibo fino alla nausea e può provocare gravi ripercussioni sulla salute. Verida si piega alla tradizione, ma in parallelo cerca di continuare la sua vita, frequentando le amiche, uscendo di casa per andare ad aiutare la nonna nel suo negozio di estetista e scambiando sguardi e messaggi sul cellulare con un giovane che la corteggia. La cinepresa di Occhipinti segue la ragazza, analizza i suoi stati d’animo, ci racconta la sua insofferenza che cresce di giorno in giorno. L’attrice che la interpreta, l’esordiente Verida Beitta Ahmed Deiche, è stata scelta dalla regista non solo per la bellezza del suo sguardo ma anche perché aveva vissuto l’esperienza del gavage sulla propria pelle.

  

Mentre il mondo occidentale rincorre le diete e la magrezza a ogni costo, cercando di cancellare dai corpi delle donne le forme più femminili, c’è da chiedersi come mai in Mauritania la bellezza coincida con cuscinetti di grasso in eccesso che arrivano a deformare il volto e le fattezze di una ragazza. La spiegazione è legata alla società mauritana, che per secoli ha ammesso lo schiavismo. Le donne in schiavitù si nutrivano degli avanzi dei padroni e avevano corpi esili e spesso sottopeso. Le famiglie benestanti, invece, si distinguevano non solo per il colore della pelle, ma anche perché le loro donne mangiavano in abbondanza e non svolgevano lavori manuali, ritenuti degradanti. Oggi la situazione sta cambiando, ma questo ideale estetico, che nasce da motivazioni economiche e sociali, ha finito per conquistare la mentalità mauritana. Nessun uomo sogna una moglie magra: la magrezza è sinonimo di povertà. Un altro paradosso è legato al colore della pelle. Mentre in Occidente si trascorrono pomeriggi al sole (o in un solarium) per apparire abbronzati, in Mauritania – come in altri Paesi africani – le ragazze si spalmano creme schiarenti, sognando di apparire più bianche. Nel film, questi cosmetici sono l’oggetto del desiderio anche per Verida e le sue amiche, che come arabo-berbere non ne avrebbero bisogno.

Come spesso accade, il compito di vigilare sul rispetto della tradizione è affidato alle madri che, convinte di fare il bene delle figlie, le costringono al gavage, convinte di poter così combinare un buon matrimonio. Sia chiaro, dopo le nozze una donna sposata non può mettersi a dieta: il marito non gradirebbe. Le mauritane che restano sovrappeso, però, sono esposte a una serie di problemi di salute, dal diabete all’ipertensione e a patologie cardiocircolatorie. Per chi non riesce proprio a ingrassare, sotto banco è possibile procurarsi farmaci a base di ormoni spesso destinati agli animali. Con effetti sulla salute che non è difficile immaginare.

  

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MYANMAR

Card. Bo: i minatori morti sono stati sacrificati sull'altare dell'avidità

AsiaNews - Yangoon - 9 luglio 2020 

        

“In questi tragici tempi di Covid-19, i morsi della fame non possono essere messi in quarantena. Questo spinge questi poveri uomini a cercare briciole di giada, che cadono dai bulldozer”. “Dobbiamo condividere i tesori della natura offerti da Dio. Le ricchezze della Birmania appartengono al popolo birmano. Non è la prima volta che si verifica una simile tragedia, e se i responsabili non rispondono con compassione e giustizia, non sarà l'ultima delle tragedie disumane”.

     

I 172 minatori morti il 2 luglio in una miniera di giada nel nord del Myanmar, “sono stati sacrificati sull'altare dell'avidità, attraverso il totale abbandono e l'arroganza delle imprese che continuano a disumanizzare i poveri su questa terra". Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangoon, ha stigmatizzato così quanto accaduto a Hpakant, nel nordest del Paese, dove una frana ha sepolto centinaia di minatori che raccolgono i frammenti di giada tra i detriti lasciati dalle strutture industriali.

La giada è una pietra preziosa, soprattutto nella cultura cinese. In Cina, fino ai tempi moderni, alleanze e matrimoni non erano sigillati attorno ad anelli d'oro o d'argento, ma alla giada. A quanto riferisce Eglises d’Asie, la Birmania, principalmente nella regione settentrionale intorno allo stato di Kachin, produce il 70% del mercato mondiale della giada. La categoria più pura di giada, la giada imperiale, è valutata a 20mila dollari americani (circa 17.500 euro) al chilogrammo secondo la ONG Global Witness. Secondo un rapporto pubblicato nel 2015, l'industria della giada, che porterebbe 31 miliardi di dollari all'anno nel paese, l'equivalente del 40% del PIL birmano, rimane ampiamente al di fuori di ogni controllo e tassazione reale da parte dello stato Birmano. Secondo il think tank locale CESD e l'International Growth Center, questa industria è duplice, che combina bulldozer e un esercito di minatori in sandali. "Da un lato, c'è un'estrazione industriale molto rapida e fuori da qualsiasi scala umana, che trasforma le montagne in crateri lunari. Si tratta di raccogliere miliardi di dollari a condizione che i regolamenti siano accomodanti. Questa ricerca della velocità e la mancanza di normative spiegano i numerosi incidenti ", ha dichiarato l'analista Richard Horsey su Twitter.

I detriti dell'industria vengono scaricati in mucchi instabili. Decine di minatori clandestini attendono gli scarichi dei camion per infilarsi tra questi detriti e recuperare gocce di ricchezza. In totale, oltre 400mila lavoratori illegali stanno tentando la fortuna. Il reddito medio dei lavoratori illegali è stimato a $ 260 al mese, il doppio del salario minimo in Myanmar.

Quasi tutta la giada prodotta viene contrabbandata in Cina. Gruppi armati, incluso l'Esercito per l'indipendenza di Kachin, e anche lo stesso esercito birmano, organizzano il traffico e il controllo dei lavoratori illegali. Il settore della produzione e della vendita della giada è ampiamente controllato dalla Myanmar Gems Enterprise (MGE), un conglomerato controllato dall'esercito birmano e da suoi ex ufficiali.

In questo quadro, contemporaneamente all'annuncio del pagamento di un indennizzo alle famiglie delle vittime (circa 320 euro per vittima), il ministro delle risorse naturali e della tutela ambientale, U Ohn Win, ha definito i minatori illegali “avidi” , attribuendo la responsabilità individuale delle vittime. Di fronte a questa freddezza, il cardinale Bo ha messo in discussione l'origine di questa "avidità". In un comunicato del 5 luglio ha affermato: "I morti non sono stati travolti solo dalla montagna e dalle sue pietre, ma prima da una montagna di ingiustizia. Papa Francesco ha messo in guardia dall'ondata infinita di ingiustizie economiche e ambientali che colpiscono i poveri di tutto il mondo. Coloro che sono morti furono sacrificati sull'altare dell'avidità, attraverso il totale abbandono e l'arroganza delle imprese che continuano a disumanizzare i poveri su questa terra".

Ma mentre lo sguardo si sposta verso la responsabilità del governo civile, quest'ultimo rimane sostanzialmente impotente nei confronti delle altre parti coinvolte, dei gruppi etnici armati e dell'esercito stesso.

E la miseria non può essere sradicata dai divieti, ma come ha ricordato il cardinale Bo, da “compassione e giustizia”. “In questi tragici tempi di Covid-19, i morsi della fame non possono essere messi in quarantena. Questo spinge questi poveri uomini a cercare briciole di giada, che cadono dai bulldozer di aziende giganti. Milioni di nostri concittadini hanno perso il loro reddito in questa epidemia. La tragedia di questa miniera è un cupo promemoria. Dobbiamo condividere i tesori della natura offerti da Dio. Le ricchezze della Birmania appartengono al popolo birmano. Non è la prima volta che si verifica una simile tragedia, e se i responsabili non rispondono con compassione e giustizia, non sarà l'ultima delle tragedie disumane”.

 

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PALESTINA 

Annessione, il grido di dolore dei cristiani di Betlemme

Mondo e Missione - 9 luglio 2020

Lettera aperta del clero di tutte le confessioni cristiane contro l’annessione degli insediamenti da parte di Israele: «Sentiamo il peso della storia sulle nostre spalle per continuare a mantenere la presenza cristiana nella terra dove tutto ha avuto inizio. Soffocando Betlemme l’annessione spingerà altri nostri giovani a emigrare: si fermi questa ingiustizia»  

   

È passata una settimana dal 1 luglio, la data per la quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato l’intenzione di dare il via all’iter per l’annessione di una parte importante degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Come spiegavamo in questo articolo qualche giorno fa la posta in gioco per il Medio Oriente è molto alta, ma lo sono anche le contraddizioni interne alla politica israeliana su questa tema. E questo ha fatto sì che in questi primi giorni non sia successo ancora nulla di quanto prospettato. Ma la questione resta aperta e la destra israeliana spinge per «cogliere l’occasione» aperta dal piano presentato nel gennaio scorso da Donald Trump. E in questo dibattito si inserisce ora anche questa lettera aperta firmata da tutti i leader spirituali delle confessioni cristiane presenti a Betlemme. La città della nascita di Gesù è il luogo dove in assoluto i cristiani hanno sofferto di più a causa del conflitto in Terra Santa; e – come spiega nel dettaglio questa lettera – sarebbe ancora una volta destinata a pagare un prezzo molto alto se l’estensione della sovranità di Israele avvenisse nelle modalità prospettate dal piano di Trump. Di qui l’appello delle comunità cristiane locali: «Il mondo intraprenda azioni decisive e concrete per fermare questa ingiustizia e fornire le condizioni per ripristinare la speranza per un futuro di giustizia e pace».

         

Lettera aperta del clero cristiano dell’area di Betlemme.

Praticate il diritto e la giustizia, liberate l’oppresso dalle mani dell’oppressore, non fate violenza e non opprimete il forestiero, l’orfano e la vedova, e non spargete sangue innocente in questo luogo (Geremia 22: 3)

Scriviamo questa lettera nella nostra veste di leader spirituali delle varie comunità cristiane nell’area di Betlemme.

Il governo israeliano ha in programma di procedere all’annessione di altre terre palestinesi attualmente sotto occupazione. Secondo le indiscrezioni in nostro possesso, basate su dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane, questo processo potrebbe avere inizio il 1 luglio. Per la Palestina, Betlemme e la sua popolazione Cristiana in particolare, questo nuovo processo di annessione sarà particolarmente catastrofico.

Poco dopo l’occupazione del 1967, Israele ha annesso più di 20.000 dunum (un dunum è pari a 1.000 m² ) di terre nelle parti settentrionali di Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour, per la costruzione di insediamenti e colonie illegali. Ciò ha gravemente ostacolato la nostra capacità di crescere come comunità. Lo stato d’Israele ha già annesso uno dei siti religiosi cristiani più importanti di Betlemme, il monastero di Mar Elias, e ha separato Betlemme da Gerusalemme per la prima volta in duemila anni di storia cristiana in Terra Santa.

Le uniche aree vitali a disposizione della nostra comunità per lo sviluppo dell’agricoltura o semplicemente per il godimento della natura da parte delle loro famiglie, sono le valli di Cremisan e Makhrour, entrambe situate a ovest dei nostri centri abitati, sono attualmente sotto la seria minaccia di annessione da parte delle autorità israeliane. Detta circostanza avrà un impatto devastante sulla proprietà privata di centinaia dei nostri parrocchiani. La Valle di Cremisan ci è molto cara: vi ci conduciamo attività spirituali, C’è una scuola gestita dalle suore salesiane oltre alla presenza di un monastero storico.

Anche la campagna a ovest di Betlemme, è in serio pericolo. Qui i nostri parrocchiani coltivano le loro terre da generazioni e sempre qui che si trova la Tenda Delle Nazioni Nahhalin. Allo stesso tempo, e secondo le mappe originali del Piano USA, ci sono minacce reali anche contro la parte orientale di Betlemme, compresa l’area di Ush Ughrab di Beit Sahour, dove stiamo cercando da anni di dare attuazione ai nostri progetti di costruire un ospedale pediatrico per la comunità locale.

La nostra più grande preoccupazione è che l’annessione di queste aree, si tradurrà in un aumento dell’emigrazione dei nostri giovani.

La città di Betlemme, circondata dal muro e dagli insediamenti, sembra già una prigione a cielo aperto. Il progetto di anessione, vorrà dire che la prigione diverrà ancora più piccola, senza alcuna speranze per un futuro migliore.

Questo è un furto di terra! Stiamo parlando di terreni che sono in gran parte di proprietà privata e che le nostre famiglie hanno posseduto, ereditato e coltivato per centinaia di anni.

La maggior parte dei nostri parrocchiani ha perso la speranza nel potere temporale. Si sentono indifesi e privi di speranza. Circostanze eloquenti nelle parole di un parrocchiano questo mese mentre guardava la sua terra divorata dai bulldozer israeliani che preparavano il terreno per un ulteriore ampliamento del Muro: «È devastante! Guardare i bulldozer che distruggono la tua terra e non poterci fare nulla. Nessuno li ferma».

I nostri parrocchiani non credono più a che qualcuno si adopererà coraggiosamente per la giustizia e la pace e fermerà questa tremenda ingiustizia che si sta verificando davanti ai nostri occhi. I diritti umani dei palestinesi sono stati violati per decenni. La speranza è un pilastro della nostra fede, ma viene messa in discussione a causa delle azioni di coloro che affermano di prendersi cura dei cristiani in Medio Oriente. In pratica, l’annessione sarebbe l’ultimo colpo sferrato alla presenza cristiana in Palestina, così come alle aspirazioni nazionali a vivere in libertà, indipendenza, dignità e uguaglianza nella nostra patria in conformità con il diritto internazionale.

Nessuno può affermare di non conoscere le conseguenze dell’annessione per la Palestina in generale e Betlemme in particolare. Sentiamo il peso della storia sulle nostre spalle per continuare a mantenere la presenza cristiana nella terra dove tutto ha avuto inizio. Mentre continuiamo a riporre la nostra speranza e fiducia in Dio, invitiamo i leader di questo mondo a porre fine a questa grave ingiustizia. Rimaniamo, comunque, impegnati nella pace con giustizia e troviamo forza nel sostegno dato da molte persone in giro per il mondo e particolarmente quello dato da molte chiese. Speriamo che il mondo intraprenda azioni decisive e concrete per fermare questa ingiustizia e fornire le condizioni per ripristinare la speranza per un futuro di giustizia e pace che questa terra merita.

  

Fr. Hanna Salem – Chiesa Cattolica Latina dell’Annunciazione Beit Jala

Fr. Yacoub Abu Sada – Chiesa Melchita Cattolica “Theotokos” di Betlemme

Fr. Issa Musleh – Chiesa Greca Ortodossa degli antenati Beit Sahour

Fr. Bolous Al Alam – Chiesa ortodossa greca di Santa Maria Beit Jala

Fr. Suheil Fakhouri – Chiesa della Madonna dei Pastori Melkite Beit Sahour

Rev. Ashraf Tannous – Chiesa evangelica luterana della Riforma Beit Jala

Rev. Munther Isaac – Chiesa Evangelica Luterana del Natale di Betlemme e Chiesa Evangelica Luterana di Beit Sahour

 

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SIRIA

I veti incrociati li pagano i profughi di Fulvio Scaglione

terrasanta.net/ - 10 luglio 2020

Nei giorni scorsi il Consiglio di Sicurezza Onu doveva decidere se mantenere il flusso di aiuti umanitari destinati ai profughi nella provincia siriana di Idlib. Varie risoluzioni in materia sono state bloccate dai veti dei membri permanenti.  

         

Libertà, indipendenza, autodeterminazione, anti-imperialismo, democrazia, no al terrorismo… Gli slogan con cui le grandi potenze hanno «coperto» gli interventi militari in Siria li conosciamo tutti. La realtà, però, racconta un’altra storia, fatta di interessi politici ed economici e, soprattutto, della più totale indifferenza per le sorti del popolo siriano. Nel caso servissero altre dimostrazioni, osserviamo quanto accade in questi giorni all’Onu. Una premessa: la Commissione d’inchiesta sulla Siria delle Nazioni Unite ha appena pubblicato un rapporto in cui vengono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità sia l’esercito di Bashar al-Assad (bombardamenti indiscriminati sui civili, con 500 morti) sia le milizie islamiste di Hayat Tahrir al-Sam (Comitato per la liberazione del Levante), che con ventimila uomini armati controllano la provincia di Idlib e sono responsabili di rapimenti, torture, saccheggi e omicidi di civili, con più di 200 morti. La nostra stampa, ovviamente, ha messo l’accento solo su quanto riguarda Assad ma non ci stupiamo, va così da sempre.

Torniamo all’Onu. Sullo sfondo di questo rapporto, il Consiglio di Sicurezza doveva decidere se mantenere il flusso di aiuti che, attraverso i due passaggi di Bab al-Hawa e Bab al-Salama, arriva alla provincia di Idlib, controllata dai terroristi seguaci di Al Qaeda ma dove comunque è affluito, a causa della guerra, oltre un milione di profughi. Una risoluzione in merito, presentata da Belgio e Germania, è stata bloccata dal veto di Russia e Cina. Il giorno dopo, stessa scena con verso opposto: la Russia presenta una risoluzione per tenere aperto uno solo dei passaggi, e per soli sei mesi, e gli Usa mettono il veto.

Dopo lo scontro è partita la ricerca di una soluzione di compromesso. Ma il succo della faccenda è chiaro. Russia e Cina (e Siria) sanno che gli aiuti che arrivano a Idlib contribuiscono, a prescindere dai desideri dell’Onu, a mantenere le milizie jihadiste, che amministrano col terrore la vita della provincia. Vorrebbero quindi che il flusso degli aiuti passasse per la Siria e fosse gestito dalle autorità siriane. Ma gli Usa (e gli alleati) sanno che così Assad otterrebbe una leva importante non solo nei confronti di Idlib ma anche delle istituzioni internazionali. Quindi tutto si blocca, gli aiuti rischiano di interrompersi e le sofferenze dei profughi e degli sfollati di diventare ancora più atroci. Sono gli unici a soffrire dei veti incrociati: sia i terroristi islamisti sia Assad e il suo esercito, infatti, hanno ben altri sponsor.

Così vanno le cose in Siria, ormai da dieci anni. Chi pensava che il peggio fosse già stato raggiunto in Afghanistan, Iraq e Libia, può cominciare a ricredersi.

  

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SUD SUDAN 

La ‘pace di cristallo’ nello Stato più giovane al mondo di Ilaria De Bonis

missioitalia.it/ - 10 luglio 2020

In occasione dei nove anni dalla fondazione, il comboniano padre Daniele Moschetti spiega le incertezze del Paese africano  

   

È una pace fragilissima e sempre a rischio, quella su cui poggia il Sud Sudan guidato dall’ex generale ribelle Salva Kiir Mayardit e dai sui quattro vice, tra cui il rivale di sempre, Riek Machar. I due si sono combattuti in una feroce guerra civile per almeno sette anni, fino all’epilogo del gennaio scorso.

Le opposte fazioni – gruppi armati ribelli che reclamavano fette di potere e territorio – hanno trovato un ulteriore accordo a giugno scorso, basato sul ‘power sharing’: l’esatta spartizione del Paese in dieci governatorati, ognuno rappresentato da un gruppo.

«Ora resta la vulnerabilità di un popolo con oltre quattro milioni di sfollati interni e sei milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari», scrive Human Rights Watch. La nazione più giovane al mondo – nata il 9 luglio del 2011 – è segnata da «paura e settarismo etnico» (65 le etnie presenti, comprese le due maggioritarie Dinca e Nuer).

«Sono stati nove anni di sofferenze – conferma padre Daniele Moschetti, missionario comboniano a Juba fino al 2017 – I primi due dell’indipendenza dal Sudan furono in realtà anni di grandi speranze e trepidazione; poi è iniziata l’instabilità sfociata in guerra civile».

La presenza di numerosi oleodotti e pozzi di petrolio ha giocato un ruolo da protagonista in questa guerra “civile a singhiozzo”, come la definisce Caritas Italiana. Ora la pace è «fragile come un cristallo», ripete la stampa internazionale. Il 17 giugno scorso il presidente Salva Kiir e l’ex rivale Riek Machar si sono accordati per la nomina dei governatori dei dieci Stati in cui è suddiviso. E da qui si riparte per provare a dare un po’ di stabilità ad uno Stato potenzialmente ricchissimo.

«Speriamo nella capacità di giudizio e nella responsabilità di questi leader; il rischio che ricomincino a combattersi è forte», dice padre Moschetti, ricordando quando vennero in visita dal Papa a Roma nell’aprile del 2019.

«In quell’occasione Francesco baciò simbolicamente i loro piedi – ricorda il missionario -; ma il pontefice stava in realtà così baciando i piedi di un intero popolo, di uomini e donne che hanno sempre sofferto e sono morte a migliaia per questa guerra». Alcuni analisti internazionali definiscono il Sud Sudan “uno Stato fallito”, come la Somalia, ma i missionari ne parlano come di un Paese generoso dal punto di vista delle risorse, i cui proventi andrebbero redistribuiti. E soprattutto come di una realtà piena di energia e vita, con una popolazione giovanissima: l’età media non supera i 30 anni. E’ un Paese ricco di minerali di ogni sorta, tra cui il nuovo ‘oro’, il cobalto.

«C’è molto più del petrolio – spiega padre Moschetti che ha girato in lungo e in largo le diocesi e conosce molto bene la Chiesa locale – che pure è concentrato qui al 70% rispetto al vicino Sudan. Ma le ricchezze vanno gestite senza corruzione».

E invece questa è stata fin dall’inizio la cifra della politica locale. Altro elemento di debolezza è il fatto che i governanti sono tutti ex militari o generali, impreparati a gestire la cosa pubblica: «non c’è mai stata una formazione degli ex combattenti alla vita amministrativa e politica», dice. Si aggiunga il dolo di una comunità internazionale che dopo i primi entusiasmi ha lasciato il Paese sostanzialmente solo.

Caritas Italiana lo dice molto chiaramente nel dossier appena pubblicato (“Sud Sudan, pace a singhiozzo”). «Se l’instabilità ha caratterizzato le vicende interne del Sud Sudan, l’indifferenza è ciò che contraddistingue i suoi rapporti con l’Europa e con l’Italia in particolare. Un’indifferenza accresciuta a partire dalla sua nascita, quando il Paese ebbe grande visibilità e il mondo intero salutò con favore il nuovo Stato africano. Si sa però che la Storia sa voltare pagina in fretta e così è stato per il giovane Sud Sudan, che improvvisamente si è trovato nell’oblio dell’informazione di massa e dell’attenzione politica occidentale».

 

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TURCHIA 

Erdogan, Fatih II, il ri-conquistatore di Santa Sofia di NAT da Polis

AsiaNews - Istanbul  - 11 luglio 2020

Il 24 luglio sarà celebrata la preghiera islamica nella basilica cristiana. Perfetto compimento della politica neo-ottomana del presidente e di tutta la storia turca moderna. Santa Sofia è forse l’ultima carta per nascondere la profonda crisi economica del Paese: enormi spese militari; inflazione galoppante, spesa pubblica inarrestabile.

         

Con un messaggio rivolto al popolo turco ieri sera, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che il 24 luglio verrà celebrata a Santa Sofia una preghiera islamica che darà il via alla conversione della basilica costantiniana in moschea. Il messaggio ha seguito di poche ore la sentenza della corte suprema turca, con la quale è stato annullato l’atto del 1934 con cui Kemal Ataturk, padre della Turchia repubblicana e laica, aveva convertito Santa Sofia da moschea a museo. Lo stesso Erdogan ha precisato che Santa Sofia - Aya Sofia, in turco, secondo la traslitterazione dal greco - manterrà il suo nome storico e potrà essere visitata anche da tutti i cristiani, senza d’ora in poi pagare un biglietto d’ingresso.

Con la restituzione della “perla di Istanbul” come l’ha definita il presidente turco, si riconferma il dominio turco sul monumento come oggetto di conquista, il quale continuerà ad abbracciare il mondo nella sua nuova veste, in maniera più sincera e autentica.

Nella tradizione turca conta più il concetto di conquista che quello della lotta per la libertà. E il concetto di conquista esprime la concezione neo-ottomana della Turchia di Erdogan.

La conversione del museo di Santa Sofia in moschea, già annunziata dai giornali filo-governativi, ė stata praticamente imposta dalla volontà politica, come è uso nella storia dello Stato turco, sia kemalista che islamico.

Tale atto viene a soddisfare i desideri del movimento politico islamico turco e della destra nazionalista che trovano origine nell’Anatolia, e che nella Turchia moderna hanno trovato espressione politica in Necmettin Erbakan, importante uomo politico, più volte vice-presidente del Consiglio dei ministri e Primo ministro nel 1996; capo del Partito del benessere (Refah Partisi), sciolto dalla Corte Costituzionale nel 1998, i cui membri sono in seguito confluiti nel partito fondato da Erdogan, figlio spirituale di Erbakan.

Ma anche i defunti presidenti turchi Turgut Ozal e Suleiman Demirel, e l’amico-nemico acerrimo di Erdogan, Feitullah Gulen, accarezzavano l’idea di una Santa Sofia in luogo di preghiera, se non proprio in moschea.

Questo atto di Erdogan non ha incontrato opposizione all’interno della Turchia e di sicuro neanche fra i gradi all’esterno - Trump, Putin e Merkel - perché ė conscio – come da tradizione ottomana - del ruolo e dell’importanza economica e geopolitica della Turchia, motivo per cui tutto le ė permesso.

Come ė noto a tutti, la politica neo-ottomana di Erdogan ė stata concepita dall’ ex compagno di cordata Davutoglu, suo consigliere, ministro degli Esteri e Primo ministro, poi debitamente scaricato perché non si adattava al classico “L’Etat c’est moi”.

In questo modo ha deluso tutti i turchi che agli inizi del 2000, avevano investito le loro speranza in una Turchia dal respiro democratico, dopo decenni di regimi autoritari.

Negli ambienti diplomatici si sussurra che questo è l’ultimo atto del presidente turco, che sembra aver esaurito il fattore religioso come strumento politico, per mascherare la profonda crisi in cui la Turchia sta precipitando. Ci si interroga su cosa altro potrà tirare fuori dal cilindro, visto che anche i sondaggi non sembrano essergli tanto favorevoli: nel Paese inizia a pesare la crisi economica, dovuta anche alle enormi spese militari che devono sostenere per esercitare la sua politica neo-ottomana, con un’inflazione che sta galoppando e una spesa pubblica incontrollabile.

Sta di fatto che il 24 Luglio verrà celebrata la preghiera islamica a Santa Sofia, sotto lo sguardo dello stupendo mosaico della Madonna Platitera, la Madonna che abbraccia il mondo con il piccolo Gesù sulle ginocchia, ambedue venerati dal Corano. Sperando che essi conducano a più miti riflessioni.

Se non altro, come diceva il patriarca ecumenico Bartolomeo, con le crociate non si risolvono i problemi. E nemmeno le conquiste neo-ottomane sono risolutive.

  

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Il tempo si era fermato, ora si mina la convivenza di Asmae Dachan

Avvenire - 11 luglio 2020  

        

Ogni luogo ha una sua anima, una sua storia, una sua identità che vanno rispettate e preservate nel tempo. Aghía Sofía, oggi conosciuta come Santa Sofia o Ayasofya, sin dalla sua costruzione di cambiamenti ne ha già conosciuti molti. Nata per essere una delle chiese più belle d’Oriente per volere dell’imperatore Giustiniano, venne trasformata in moschea in moschea nel 1453, all’epoca degli Ottomani, per diventare poi, nel 1935 un museo per volere di Atatürk. Da allora milioni di turisti da ogni angolo del mondo hanno potuto ammirarne la bellezza e l’unicità, godendo di quel connubio inedito tra arte sacra cristiana e islamica, tra affreschi rappresentanti santi e maternità e dipinti geometrici, floreali e calligrafici con versetti del Corano. Rendere Aghía Sofía un museo è stato come fermare il tempo, le ostilità e le prevaricazioni

del passato, per mostrare un modello di convivenza tra diversità non in contrasto tra loro, ma in un equilibrio armonico che forse solo l’arte sa donare.

Una scelta all’insegna di quella laicità a cui auspicare per garantire la libertà di pensiero e di culto di tutti, non una scelta laicista. In quel contesto dalle mura esterne rosate, circondate da un bel giardino, possono trovare ispirazione e sentirsi riconosciuti e ben accolti tutti, laici e religiosi, cristiani e musulmani. A pochi passi di distanza si trova una delle più suggestive moschee di Istanbul, la Moschea Blu, aperta ai fedeli e ai turisti, dove le persone che lo desiderano possono fermarsi a pregare. Il nodo della vicenda è proprio qui. Non c’è stato alcun terremoto, le moschee di Istanbul non sono crollate all’improvviso, lasciando i fedeli senza un luogo di culto per cui l’unica alternativa era riconvertire Aghía Sofía. Ciò che detta questa scelta, è evidente, è una volontà politica che mira a rafforzare un consenso nella parte più conservatrice della popolazione. Il terremoto lo provocano proprio simili iniziative, che finiscono per isolare sempre di più i turchi e la Turchia e creano, dentro e fuori il Paese che dovrebbe essere un ponte tra Asia ed Europa, una chiusura imposta dall’alto, un muro contro muro. Come se non bastassero le ostilità verso giornalisti, oppositori politici, intellettuali, dissidenti e avvocati; queste scelte alimentano ulteriori tensioni sociali e segnano un punto di non ritorno. Santa Sofia e i turchi non meritano questo.

Usare la religione per imporre un’idea egemonica è un comportamento tanto dannoso, quanto pericoloso. La religione che diventa costume e ideologia di Stato non ha nulla a che vedere con la spiritualità. Chi va in un luogo di culto dovrebbe essere mosso da un bisogno e un desiderio di fede, altrimenti andrebbe nella sede di un partito politico. È una questione spinosa, antica, ma drammaticamente attuale.

Forse chi ragiona così dimentica, diversamente da chi è animato dalla spiritualità, che Dio abita nei cuori e nelle menti di chi lo ama, non guarda di certo all’indirizzo e al numero civico per decidere i posti dove andare e non sceglie di abitare un luogo perché viene chiamato moschea, piuttosto che museo o chiesa. Il paradosso di certi uomini al potere è che nei loro progetti vorrebbero ingabbiare anche quel Dio di cui si ergono a paladini.

 

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La religione non c’entra: un favore ai nazionalisti mentre cala il consenso di Riccardo Redaelli

Avvenire - 10 luglio 2020  

           

Chiuso nel suo immenso e pacchiano palazzo di Ankara, il presidente-autocrate turco Recep Tayyip Erdogan questa volta sembra irremovibile nel voler trasformare da museo a moschea la celebre

Haghia Sophia, il simbolo di Istanbul e uno degli edifici religiosi più antichi e iconici del mondo. In molti ormai dubitano che il Consiglio di Stato turco – l’unico organo costituzionale che potrebbe fermare questa improvvida decisione – riesca a resistere alle pressioni che sta subendo per autorizzare il cambio d’uso. Di fronte agli infiniti disastri e alle tragedie che devastano il Medio Oriente può sembrare bizzarro soffermarsi e indignarsi per le sorti di un edificio, pur così importante per i cristiani e i musulmani.

Haghia Sofia è stata la chiesa più importante del mondo cristiano orientale per quasi mille anni, poi per altri cinquecento una moschea simbolo, poi ancora un museo, perché non potrebbe tornare a essere una moschea nuovamente?

La risposta non sta nel contestare l’uso religioso di un monumento, poiché qui la religione, purtroppo, non conta nulla: gli obiettivi di Erdogan sono molto più cinici e spregiudicati e riguardano tanto la politica interna quanto le rivalità geopolitiche che hanno isolato la Turchia a livello regionale.

La motivazione più semplice – ma chissà se anche la più importante… – è che il sistema di potere del presidente (un impasto di autoritarismo, retorica islamista, corruzione ed efficace clientelismo) mostra un’evidente perdita di consenso. A causa, infatti, della sempre più assillante restrizione della libertà di parola e delle pressioni contro le opposizioni, il partito della Giustizia e dello Sviluppo ha bisogno di rilanciarsi. La mossa permette, allora, di solleticare le emozioni di quel blocco nazionalista-islamista al quale Erdogan ha sempre parlato, finora con successo. Da tale punto di vista, meglio addirittura che vi siano proteste internazionali: perché queste gli consentono di reagire in modo sprezzante, compiacendo l’iper- nazionalismo dei turchi, e di rimarcare che la Turchia «non deve chiedere il permesso a nessuno».

E sta qui il secondo obiettivo del presidente: allontanare ulteriormente il suo Paese da tutto ciò che suona europeo, occidentale, secolare. Quando uno dei suoi uomini più fidati afferma pubblicamente che essi hanno il diritto di fare ciò che vogliono con Haghia Sophia, perché l’hanno «conquistata con la spada», non solo riprendono l’immagine degli Ottomani vincitori contro i cristiani d’oriente e d’occidente; ma volutamente mostrano una rozzezza e uno spregio per le minoranze religiose e per i sentimenti altrui che scava un solco simbolico profondo. E offre munizioni alla retorica anti-turca in Occidente e anti-occidentale in patria. Una divaricazione funzionale ai meccanismi del suo sistema di potere. Tuttavia, vi è anche un’altra partita che si gioca attorno al destino di questo edificio che ha attraversato i millenni, giustamente considerato patrimonio di tutta l’umanità. Un gioco più sottile e spesso non compreso da noi europei, che si gioca all’interno del mondo musulmano sunnita. La Turchia è da anni in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Il sostegno dato da Erdogan ai movimenti del cosiddetto islam politico, fra tutti il movimento dei Fratelli Musulmani, inquieta tanto al-Sisi in Egitto quanto i petrolsceicchi del Golfo, che gli oppongono il dogmatismo e le rigidità della visione salafita. Questo scontro si gioca a più livelli: geopolitico, soprattutto in Libia; geoeconomico, con la rivalità per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo centrorientale, ma anche ideologico-religioso. E quanto manca alla Turchia è un simbolo religioso islamico che possa rivaleggiare, se non con le città sante di Mecca e Medina, i luoghi culla dell’islam, quanto meno con al-Azhar, la più autorevole voce accademica e giuridica dell’islam sunnita. Non è un caso, che proprio gli esperti di diritto islamico egiziano abbiano espresso la propria contrarietà a riconvertire in moschea il monumento più importante di Istanbul. Una opposizione solo apparentemente sorprendente: perché essi sanno che Haghia Sophia potrebbe offrire a Erdogan la moschea simbolo di cui ha bisogno per il suo modello di islam. Sarebbe davvero triste il destino che attende questa meraviglia architettonica, che oggi tutti possono considerare come parte delle proprie credenze e tradizioni. E l’ennesima dimostrazione dello spregiudicato cinismo del «sultano di Ankara », ormai prigioniero del labirinto del proprio orgoglio e di una crescente sete di potere.

 

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Noi cristiani turchi ancora nel mirino di Chiara Zappa

Mondo e Missione - 15 luglio 2020

Non solo Santa Sofia: tra attacchi alle chiese e violazioni, una nuova ondata di intolleranza sta investendo le minoranze. «È ora di porre fine all’impunità», afferma il parlamentare siriaco Tuma Çelik. Dalla politica ai media, un linguaggio violento è diventato la normalità  

    

Gravi attacchi verbali ma anche chiese sfregiate, un rapimento e un caso di omicidio irrisolti, una politica di costanti violazioni dei diritti e un clima di odio che aleggia sempre più pesante in tutti i settori della società: in Turchia la vita per i cristiani si fa ogni giorno più dura.

La questione di Santa Sofia, la basilica bizantina trasformata in moschea nel 1453 e che il presidente Erdogan, tra le polemiche globali, ha ora riaperto al culto islamico per compiacere la propria base elettorale in un momento critico per il suo consenso, è solo un elemento di propaganda in più che rafforza il pericoloso discorso nazionalistico, purtroppo ricorrente nel Paese, secondo cui solo i musulmani sunniti possono essere considerati veri cittadini turchi, fedeli alla loro nazione. Tutti gli altri, cristiani in testa, sono costantemente a rischio di finire nella categoria dei “traditori”. Una categoria in cui oggi – a onor del vero – sono infilati senza troppi distinguo ebrei e musulmani aleviti, curdi (pur in maggioranza sunniti), ma anche dissidenti, attivisti, giornalisti e accademici non allineati al potere. E, naturalmente, chiunque sia sospettato di far parte della presunta rete terroristica “Fetö”, ossia il movimento legato al predicatore musulmano Fethüllah Gülen, oggi in esilio negli Stati Uniti, accusato di essere il mandante del fallito golpe di quattro anni fa. Un comodo “nemico pubblico numero uno” per l’efficiente macchina del fango a servizio del presidente, che lo usa per bersagliare con nuovi sospetti i tradizionali “avversari interni” e sviare così l’attenzione dai problemi reali, come la grave crisi economica del Paese. È il caso del recente dossier pubblicato dalla rivista Gerçek Hayat, legata al genero di Erdogan, che indicava tra i membri di “Fetö” nientemeno che il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, il rabbino capo di Istanbul Isahak Kahleva e il patriarca armeno Shenork I Kalutyan, scomparso nel 1990.

Accuse che potrebbero apparire ridicole, se non provocassero effetti reali in parte dell’opinione pubblica, sempre più contagiata dall’odio e propensa alla violenza. A istigare la quale, di fatto, è spesso in prima persona lo stesso “presidente sultano”. Lo scorso maggio, in alcuni discorsi pubblici dedicati alla reazione del governo alla pandemia di Coronavirus, il capo dello Stato non solo si è scagliato contro «le lobby armena e rum» (gli ortodossi di tradizione greca), ma ha addirittura usato l’odioso termine “resti della spada”, l’espressione dispregiativa utilizzata per indicare i sopravvissuti ai genocidi di inizio Novecento ai danni di cristiani armeni, siriaci e greci.

Guarda caso, nei giorni seguenti, due importanti chiese armene di Istanbul hanno subito attacchi vandalistici, mentre alcuni membri della Hrant Dink Foundation, dedicata alla memoria del giornalista turco-armeno assassinato nel 2007, hanno ricevuto minacce di morte. «In Turchia i discorsi di odio, specialmente contro le minoranze, non sono certo una novità, ma oggi questa situazione ha raggiunto un livello allarmante», denuncia il parlamentare turco Tuma Çelik, cristiano siriaco originario di Mardin. «Come cristiani, abbiamo subito queste aggressioni fin dal 1915 e periodicamente vi veniamo ancora sottoposti, e questo perché il Paese non si è mai confrontato con i crimini del passato», afferma il politico, eletto nelle file del partito progressista Hdp.

 

Perché assistiamo a questa nuova ondata di intolleranza?

«Nella nostra società purtroppo esiste un ultra-nazionalismo che si nutre di fanatismo, antisemitismo e cristianofobia latenti. Oggi, tuttavia, questi sentimenti sono stati “normalizzati” nei più svariati settori della società, dalla scuola ai media fino alla politica. Il governo, con il suo linguaggio e con la sua mancata reazione di fronte ai crimini di odio, alimenta questo clima facendo rivivere vecchi pregiudizi. L’assenza di sanzioni legali contro i discorsi discriminatori si trasforma in impunità e, in una società che non è educata al rispetto per l’altro, questo ha portato a un aumento degli attacchi ai danni dei cristiani, delle nostre chiese e dei nostri cimiteri».

 

Pensa che esista una strategia pianificata per colpirvi?

«Alcune coincidenze sono sospette. Non credo che la pubblicazione del dossier di Gerçek Hayat, il cui gruppo editoriale ha notoriamente stretti rapporti con il potere, e le dichiarazioni del presidente in quello stesso periodo siano state casuali. Penso che si siano voluti mettere nel mirino i rappresentanti delle comunità cristiane ed ebraiche: ecco perché con alcuni colleghi parlamentari abbiamo immediatamente presentato un reclamo penale contro la rivista».

 

Nel Sud-est del Paese, terra dei cristiani siriaci da cui lei stesso proviene, si sono verificati episodi molto gravi: a gennaio un monaco è stato arrestato per “terrorismo”, mentre due anziani coniugi sono scomparsi. E se il corpo senza vita della donna è stato poi ritrovato accanto a un fosso da suo figlio, un sacerdote cattolico caldeo, dell’uomo non si è più saputo niente… Che cosa pensa di questi fatti?

«Sefer Bileçen, conosciuto come padre Aho, del monastero di Mor Yakoup a Mardin, è stato arrestato in fretta senza alcuna prova, basandosi solo su una singola testimonianza secondo cui aveva dato pane e acqua a dei membri del Pkk: una procedura contro cui si sono levate forti reazioni anche all’estero. In seguito alla nostra campagna di pressione il monaco è stato rilasciato, ma le autorità giudiziarie hanno intentato una causa contro di lui per presunta “appartenenza all’organizzazione terroristica” e attendiamo ora l’udienza, sospesa a causa della pandemia.

Quasi contemporaneamente si è verificata la scomparsa dei coniugi Hürmüz e Simoni Diril da un villaggio evacuato durante i conflitti tra esercito e ribelli curdi negli Anni 90. Parliamo di regioni abitate per millenni da cristiani siriaci il numero dei quali però, dopo il genocidio di inizio Novecento, che noi chiamiamo Sayfo ossia “Spada”, e dopo l’esilio dall’Hakkari del 1924, si fece più esiguo, per poi diminuire drasticamente in seguito alle tensioni degli ultimi decenni. Tuttavia, nonostante le pressioni che continuano ancora oggi, alcuni siriaci hanno scelto di rimanere mentre altri, dopo l’esilio forzato, stanno cercando di tornare, proprio come avevano fatto padre Aho e la coppia caldea. I fatti recenti ci portano a pensare che qualcuno, anche tra le autorità, non approva questo ritorno».

 

Perché ne è convinto?

«Il villaggio dove sono scomparsi i coniugi Diril si trova in una “zona militare proibita”, sottoposta a sorveglianza 24 ore su 24. Dunque: se una famiglia sparisce nel nulla in un’area sorvegliata, e se il rapporto sull’autopsia riguardante il corpo della donna non viene stilato per tre mesi, il sospetto che una parte dello Stato sia connivente viene. Il problema è che, di fronte alle nostre accuse e ai dubbi che abbiamo diffuso su ogni piattaforma possibile, nessuno ha reagito, nessuno ci ha detto: “Vi sbagliate, non è cos씻.

 

Che cosa dovrebbe fare la politica di fronte alla violenza e all’impunità?

«Dopo gli attacchi alle chiese a Istanbul, io e il mio collega armeno Garo Paylan abbiamo fatto un’interrogazione parlamentare in cui chiedevamo provocatoriamente: “Sareste rimasti zitti se queste aggressioni fossero state compiute contro delle moschee?”. Volevamo sottolineare il silenzio colpevole della politica: né il presidente né i ministri, infatti, in quell’occasione hanno rilasciato una sola dichiarazione di condanna. E invece bisogna partire proprio dalle parole, educando a un linguaggio tollerante e sanzionando quello che semina odio. A cominciare dalla scuola».

 

Quali sono i limiti del sistema educativo turco?

«Il sistema pubblico di istruzione primaria è orientato all’uniformità, mentre dovrebbe aprirsi al pluralismo ed eliminare narrazioni che trasmettono l’odio alle generazioni future. Un approccio fondamentale anche nei media: bisogna implementare le leggi che promuovono l’informazione di taglio diverso e nelle varie lingue parlate in Turchia, soprattutto nel servizio pubblico. In generale, serve una nuova visione nei confronti delle minoranze».

 

In che senso?

«A dispetto del quadro giuridico, la struttura sociale della Turchia dal punto di vista etnico e religioso è plurale. Pertanto, dovrebbe essere sviluppata una politica delle minoranze che vada oltre il Trattato di Losanna del 1923. Bisogna garantire i diritti di tutti i gruppi etnici, linguistici e religiosi secondo gli standard internazionali: le minoranze devono poter aprire le loro scuole e alle loro fondazioni devono essere restituite le proprietà confiscate nel passato. Dobbiamo confrontarci con la nostra storia – riconoscere i crimini e punire i responsabili – per evitare che si ripeta».

  

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